Visualizzazione post con etichetta populismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta populismo. Mostra tutti i post

giovedì 23 febbraio 2017

Contro la sinistra globalista

di Carlo Formenti da Micromega



I teorici operaisti italiani di matrice "negriana", che trovano spazio sulle colonne del giornale "Il Manifesto", detestano la sinistra che scommette su quelle lotte popolari che mirano alla riconquista di spazi di autonomia e sovranità, praticando il "delinking". Ma così facendo diventano l'ala sinistra del globalismo capitalistico.
Correva l’anno 1981 quando il Manifesto recensì il mio primo libro (“Fine del valore d’uso”). Era una stroncatura che non ne impedì il successo e, alla lunga, risultò più imbarazzante per il quotidiano che per l’autore. Quel breve saggio, uscito nella collana Opuscoli marxisti di Feltrinelli, analizzava infatti gli effetti delle tecnologie informatiche sull’organizzazione capitalistica del lavoro e, fra le altre cose, prevedeva – cogliendo con notevole anticipo alcune tendenze di fondo – che la nuova rivoluzione industriale avrebbe drasticamente ridotto il peso delle tute blu nei Paesi occidentali, favorendo i processi di terziarizzazione del lavoro, e avrebbe consentito un massiccio decentramento della produzione industriale nei Paesi del Terzo mondo. Il recensore (di cui non ricordo il nome) liquidò queste tesi come una ridicola profezia sulla fine della classe operaia. Sappiamo com’è andata a finire…
Si trattò di un incidente di percorso irrilevante rispetto al ruolo che il Manifesto svolgeva a quei tempi, ospitando un confronto alto fra le migliori intelligenze della sinistra italiana (e non solo). Oggi la sua capacità di assolvere a questo compito si è decisamente appannata, eppure una caduta di livello come quella della “recensione” che Marco Bascetta ha dedicato al mio ultimo lavoro (“La variante populista”, DeriveApprodi) fa ugualmente un certo effetto. Ho messo fra virgolette la parola recensione, perché – più che di questo – si tratta di una tirata ideologica contro i populismi - etichettati come protofascisti – che incarna il punto di vista d’una sinistra “globalista” schierata al fianco del liberismo “progressista” contro questo nemico comune.
Ma torniamo al libro: anche in questo caso l’intenzione è stroncatoria, ma la disarmante superficialità con cui ne vengono criticate le tesi stride con il notevole spazio dedicato all’impresa: una pagina intera per liquidare un saggio che viene definito confuso, contraddittorio e pretenziosamente ambizioso!? Non sarebbe bastato un colonnino o, meglio ancora, non era semplicemente il caso di ignorarlo? Evidentemente, c’è chi giudica le mie idee pericolose al punto da giustificare tanto impegno, peccato che il “killer” non si sia dimostrato all’altezza del compito, limitandosi a stiracchiare quattro ideuzze che avrebbero potuto stare comodamente in venti righe. Mi sono chiesto se valesse la pena di spendere energie per replicare visto che, da quando è uscito il libro, ho ricevuto tali e tanti attacchi -  e insulti - che ormai mi rimbalzano. Alla fine ho deciso di farlo, perché ritengo che le quattro ideuzze di cui sopra incarnino una visione che merita di essere duramente contrastata.
Prima ideuzza: Formenti è cattivo, insiste nell’adottare quello stile corrosivo della polemica politica che è sempre stato – da Marx in avanti – tipico di una certa sinistra anticapitalista, ma questa modalità reattiva (tornerò fra poco sul senso di tale aggettivo) “col passare del tempo” (stiamo parlando di mode letterarie?) ha finito per “prendere di aceto”. Analoga accusa mi era stata rivolta tre anni fa da Bifo, a proposito di un precedente lavoro (Utopie letali): Formenti è “antipatico”, fa le pulci a tutti e così via. È una critica che esprime bene la visione di quei seguaci della “svolta linguistica” che rifiutano apriori la possibilità/necessità di difendere la “verità” di un punto di vista di parte (di classe, politico, culturale): per costoro il conflitto non è mai ontologico, oppone solo opinioni, punti di vista soggettivi, “narrazioni” che non competono per il potere ma per “informare” di sé il mondo (è la concezione “debole” dell’egemonia gramsciana, tipica dei cultural studies angloamericani).
Seconda ideuzza: a questa modalità reattiva del discorso, corrisponde una pratica politica fondata sul rancore e sul risentimento che “sono il contrario esatto di ogni attitudine costituente”. Purtroppo Bascetta non ci illumina su quale dovrebbe essere questa “attitudine costituente”, in compenso ci fa capire: 1) che l’odio di classe e il rancore per i torti subiti sono incompatibili con qualsiasi progetto di trasformazione sociale; 2) che chi crede perfino di poter indicare i colpevoli dei torti in questione è destinato a finire nelle braccia dei demagoghi fascisti. Questo doppio passaggio è denso di significati impliciti: sul piano filosofico, implica l’abbandono della prospettiva marxista in favore di quella nietzschiana (da cui le pippe contro il risentimento e la natura reattiva dell’odio sociale), sul piano politico implica la negazione dell’esistenza stessa di un nemico di classe (effetto di un foucaultismo sui generis che neutralizza il conflitto fra soggettività antagoniste, sostituendolo con un percorso di autonomizzazione/autovalorizzazione).
Ma perché la visione antagonista del conflitto sarebbe destinata a portare acqua al mulino dei fascisti? Perché – terza ideuzza – chi ne è sedotto è portato ad affidare il proprio riscatto alla figura di un redentore, a un capo carismatico. Ergo, il populismo è un incubatore del fascismo. Nei giorni precedenti il Manifesto aveva pubblicato un interessante dossier su Podemos, seguito da un bell’articolo di Loris Caruso sul congresso di Vistalegre; invece nell’articolo di Bascetta non vengono fatte sostanziali distinzioni fra populismi di destra e di sinistra, al punto che, anche se ciò non viene esplicitamente detto, il lettore potrebbe dedurne che Trump e Sanders, Marine Le Pen e Podemos, Alba Dorata e M5S vanno considerati tutti sullo stesso piano, a prescindere dalle loro differenze (ivi compreso il ruolo diverso giocato dai rispettivi leader). Del resto, Bascetta si guarda bene dal discutere la mia analisi critica delle teorie sul populismo di Laclau e Mouffe, nonché il mio tentativo di reinterpretarle alla luce sia delle categorie gramsciane di egemonia, blocco sociale, guerra di posizione, ecc. sia delle esperienze pratiche della rivoluzione boliviana, di Podemos, e della campagna presidenziale di Sanders.
Insomma: i rancorosi e gli odiatori, quelli che oppongono alto e basso, popolo ed élite, che cercano a tutti costi il nemico (che se la prendono con le banche, con le multinazionali e con le caste politiche che ne gestiscono gli interessi), quelli che vogliono ricostruire comunità riunificando le disiecta membra di un corpo sociale fatto a pezzi dalla ristrutturazione e dalla finanziarizzazione capitalistiche, invece di godersi la libertà individuale e i diritti civili che la civiltà ordoliberista ci regala (o meglio, regala a un’esigua minoranza di “cognitari” e ai suoi intellettuali organici) non sono altro che una massa indifferenziata di bruti, un popolo bue (“demente” lo ha definito Bifo, riferendosi agli operai e alla classe media impoverita che ha votato Trump in America e Brexit in Inghilterra) pronto a militare sotto le insegne del “nazional operaismo” (altra definizione coniata da Bifo). A questo punto manca solo di prendere in esame la quarta e ultima ideuzza, quella relativa all’apologia del globalismo contro le mie tesi sul conflitto fra flussi e luoghi. Ma prima ritengo utile riprendere alcune recenti riflessioni di Nancy Fraser sulle responsabilità delle sinistre “sex and the city”.
Anche se differiscono per ideologia e obiettivi, scrive la Fraser riferendosi alle elezioni americane e alla Brexit, <>. Ma la vittoria di Trump, aggiunge, <progressista
>>. Ed ecco la definizione che dà di questo termine: <>. Attraverso questa alleanza, scrive ancora facendo eco alle tesi di Boltanski e Chiapello (“Il nuovo spirito del capitalismo”, Mimesis) , le prime prestano involontariamente il loro carisma ai secondi: <>. In questo modo l’assalto alla sicurezza sociale è stato nobilitato da una patina di significato emancipatorio e, mentre le classi subordinate sprofondavano nella miseria, il mondo brulicava di discorsi su “diversità”, “empowerment,” e “non-discriminazione.” L’”emancipazione” è stata identificata con l’ascesa di una élite di donne, minoranze e omosessuali “di talento” (la “classe creativa” celebrata da Richard Florida e dagli altri cantori della rivoluzione digitale) nella gerarchia dei vincenti. <>.
Ma nemmeno dopo che il Partito Democratico ha scippato la candidatura a Sanders, spianando la strada alla vittoria di Trump, questa sinistra ha aperto gli occhi: continua a cullarsi nel mito secondo cui avrebbe perso a causa di un “branco di miserabili” (razzisti, misogini, islamofobi e omofobi) aiutati da Vladimir Putin (sulle differenti interpretazioni delle cause della vittoria di Trump, vedi il corposo dossier curato da Infoaut). Nancy Fraser li invita invece a riconoscere la propria parte di colpa, che è consistita <>.
Invito inutile: Bascetta e soci sono ben lontani dal recitare un simile mea culpa. Se lo facessero, dovrebbero accettare l’invito di Nancy Fraser a riconoscersi nella campagna contro la globalizzazione capitalista lanciata dal populista/socialista Sanders. Vade retro! Per costoro i discorsi sulla necessità che popoli e territori lottino per riconquistare autonomia e sovranità praticando il “delinking” (ricordate Samir Amin: anche lui fascista?) dal mercato globale, sono eresie “rossobruniste”. Questo perché sono incapaci di distinguere fra mondializzazione dei mercati (che è una caratteristica immanente del capitalismo fin dalle sue origini) e globalizzazione, che è la narrazione legittimante (curioso errore per chi vede solo narrazioni…) su cui si fonda l’egemonia ordoliberista; per cui non riescono nemmeno a vedere la crisi della globalizzazione – della quale il vicepresidente boliviano Alvaro G. Linera invita a prendere atto  in un suo recente articolo mentre Toni Negri ne ha negato l’evidenza in una penosa intervista televisiva. Una cecità che arriva al punto di paragonare (vedi l’ultima parte del pezzo di Bascetta) l’apprezzamento di Sanders nei confronti del ripudio dei trattati internazionali TTIP e TTP da parte di Trump, e quello di Corbyn nei confronti della Brexit, al voto dei crediti di guerra da parte dei partiti socialisti della Prima Internazionale (sic!).
Che altro aggiungere? Mi aspetto a momenti la loro adesione al manifesto con cui Zuckerberg si candida a leader dell’opposizione liberal a Trump e a punto di riferimento del globalismo dal volto umano (a presidente dell’umanità ha ironizzato qualcuno). Un Impero del Bene hi tech e ordoliberista che non mancherà di piacere alle élite cognitarie. Viste le premesse, potremmo perfino vederli inneggiare all’annunciato ritorno di Tony Blair, che minaccia di sfidare Corbyn per rianimare il New Labour e, perché no, aderire alla campagna promossa da media mainstream, caste politiche ed élite finanziarie contro le fake news veicolate dalla Rete infiltrata dai populisti. Così il politically correct assurgerà definitivamente a neolingua e quelli che, come il sottoscritto, spargono l’aceto della polemica, verranno finalmente messi a tacere.

giovedì 19 gennaio 2017

Davos, il tiranno Xi Jinping campione del nuovo ordine globale contro la marea “populista”

di Carlo Formenti da Micromega 

Meno male che c’è il compagno Xi Jinping: questo il mantra che politici, giornalisti e intellettuali europei recitano in coro dopo il discorso del presidente cinese a Davos. L’uomo che fino a ieri dipingevano come l’incarnazione del peggiore totalitarismo, oltre che come il più pericoloso concorrente nella corsa all’egemonia sui mercati globali, è improvvisamente divenuto il loro eroe, il campione delle leggi della libera concorrenza contro l’usurpatore Trump, la “traditrice” Theresa May e il principe del male Vladimir Putin.
Quale migliore prova del fatto che le litanie sulla democrazia delle élite occidentali non sono (né sono mai state) altro che una maschera dietro la quale nascondono i loro obiettivi di dominio politico ed economico sul resto del mondo? Il guaio dell’Europa è che, per lei, questi obiettivi, malgrado la potenza della locomotiva tedesca che guida manu militari il trenino Ue, possono essere realizzati solo sotto lo scudo della leadership politica e militare degli Stati Uniti, per cui ora, di fronte alla svolta anti europea e anti Nato di Trump, gli alleati del Vecchio Continente sono letteralmente in preda al panico, al punto da ammettere quello che da decenni vanno dicendo i critici marxisti del neoliberismo, cioè che il divorzio fra capitalismo e democrazia è fatto compiuto da almeno trent’anni. Quanto era già stato chiarito con la riduzione della Grecia a paese semicoloniale, culmine di un processo di espropriazione della sovranità popolare e nazionale a danno di tutti i popoli europei, viene ora ribadito con la nomina del tiranno Xi Jinping a campione del nuovo ordine globale contro la marea “populista”.
Ma a Davos c’è stato un altro acting out: in un empito di resipiscenza “buonista” i cacicchi che guardano il mondo dall’alto hanno riconosciuto che le batoste politiche subite nell’ultimo anno sono l’effetto collaterale dei livelli intollerabili di disuguaglianza che loro stessi hanno contribuito a creare: qualche mese fa si era detto che i 62 uomini più ricchi del pianeta possiedono la metà delle risorse mondiali, ora abbiano saputo che per realizzare il record ne bastano otto! Tutta brava gente, beninteso, dedita alla beneficienza nei confronti dei miliardi di pezzenti che lottano per sopravvivere ai loro piedi. Peccato che la beneficienza non basti più e che l’incazzatura cominci a montare dal basso; e peccato che non bastino più nemmeno le professioni di correttezza politica, come se le concessioni di diritti individuali e civili e l’adozione di un linguaggio pseudo femminista, “tollerante” e benevolente verso tutte le forme di diversità non fosse più in grado di far dimenticare le pratiche criminali di liquidazione dei diritti sociali che le classi subordinate avevano conquistato a costo di dure lotte.
Così, correndo qua e là come un branco di scarafaggi colti dall’improvvisa apparizione di piedi umani minacciosi, politici, finanzieri, imprenditori, accademici, giornalisti si agitano e corrono alla ricerca di un mobile sotto cui infilarsi e anche la credenza cinese diventa promessa di porto sicuro.
A fare tristezza è il fatto che in quel branco di insetti troviamo anche diversi (per fortuna non tutti) esponenti di una “sinistra radicale” che, più che di tradimento, appare colpevole di idiozia: incapace di leggere la natura politica (crollo sistemico di consenso e legittimazione) più che economica della crisi in corso, incapace di riconoscere la rabbia popolare e di assumerne la direzione (oggi in mano al populismo di destra, con poche eccezioni come quelle di Podemos in Europa e dei regimi bolivariani in America Latina), incapace di capire che solo lottando per riconquistare la sovranità popolare e nazionale si possono creare le condizioni di una riscossa delle classi subalterne, insegue improbabili progetti di riforma di una Europa agonizzante in cerca di nuovi protettori. Non è la lezione del tiranno antioperaio Xi Jinping che dovrebbe ispirarci la Cina, bensì la saggezza del vecchio detto maoista “bastonare il cane che affoga”.

venerdì 13 gennaio 2017

La variante Formenti: un congedo dalla sinistra globalista

di Mimmo Porcaro da sinistrainrete


L’ultimo lavoro di Carlo Formenti (La variante populista, Derive e approdi, Roma, 2016) è talmente denso di riferimenti e attraversato da così tante tensioni concettuali – effetto del passaggio dell’autore da un paradigma teorico ad un altro – da costringere chi voglia abbozzarne una recensione ad una drastica semplificazione che punti direttamente all’essenza del testo. E l’essenza si può riassumere in tre tesi.
1) La cultura egemone nella sinistra (e nella stessa sinistra radicale) è ormai parte organica dell’ ideologia delle classi dominanti ed ha la funzione di legittimare la globalizzazione, l’Unione europea ed il nuovo capitalismo esaltandone le presunte potenzialità democratiche e libertarie, e salutando l’indebolimento degli stati come un rafforzamento dell’autorganizzazione sociale. Punta di lancia di questa mutazione della sinistra è la cultura postoperaista che si presenta ormai come autoglorificazione di uno strato superiore del lavoro sociale (il lavoro ad alta qualificazione intellettuale) che ha rotto ormai ogni legame con gli strati inferiori.
2) Il soggetto della trasformazione sociale non deve essere cercato nei punti alti dell’organizzazione capitalistica del lavoro, come suggerisce di fare il postoperaismo, ma piuttosto nei punti più bassi o comunque nei luoghi tendenzialmente esterni alla logica della modernizzazione capitalistica: in ogni caso il soggetto non deve essere dedotto da categorie sociologiche, ma deve essere reperito nel corso di un’analisi concreta di ogni fase storicamente determinata della lotta di classe in una fase determinata;
3) Una tale analisi ci dice oggi che, a causa del crescente impoverimento degli strati medio-inferiori del proletariato, della chiusura dei precedenti spazi democratici, dell’integrale adesione della sinistra alla globalizzazione, le esperienze più acute e potenzialmente efficaci di lotta di classe non possono fare a meno di assumere una forma populista. Forma che non può essere esorcizzata, ma deve essere accettata, attraversata e spostata in senso classista ed anticapitalista.

1.La sinistra capitalista
Concludendo un lungo processo di distacco dall’ideologia della sinistra radicale ed in particolare dalla sua variante postoperaista, Formenti (uno dei pochi intellettuali italiani capaci di congedarsi da un’ influente scuola di pensiero senza per questo rinnegare la scelta di campo che motivava la sua primitiva adesione) ci offre una rassegna sintetica e spietata del rapporto strettissimo tra l’ideologia delle frazioni attualmente dominanti del capitalismo e tutte quelle idee indiscusse della sinistra che un tempo promettevano un’emancipazione ancor più radicale di quella social-comunista ed oggi si mostrano pienamente coerenti con gli attuali meccanismi di comando. Soprattutto l’ ”orizzontalismo” (ossia la somma delle idee che esaltano come panacea le relazioni di rete e di base contro ogni forma di “verticalismo” e di stato), il femminismo (con la sua tendenza alla ridiscussione continua dell’identità) e la teoria/prassi dell’ampliamento ad infinitum dei diritti individuali (perseguiti peraltro senza nessuna attenzione al generale contesto di classe nel quale si muovono gli individui stessi), si mostrano completamente funzionali al dominio della merce. Il presunto funzionamento spontaneo dei meccanismi orizzontali non è che il calco del presunto funzionamento del mercato ottimale, e l’antistatalismo di sinistra è concettualmente assai vicino a quello mercatista; la ridiscussione incessante dell’identità è funzionale all’assunzione di stili di vita plurali e mutevoli e quindi al consumo di tipi assai differenziati di prodotti; la rivendicazione di sempre nuovi diritti consente di costruire mercati di sbocco per tecnologie sempre nuove, in cerca del proprio consumatore. E via di questo passo. Una critica spietata, dicevo, che non potrà che irritare gli ambienti della sinistra odierna, ma che certamente aiuterà coloro che da quegli ambienti si stanno allontanando, accelerando il processo e rendendolo più consapevole.
In particolare però, come è ovvio data la provenienza dell’autore, la polemica più argomentata e puntuta è quella riservata al postoperaismo e allo stesso operaismo. Qui Formenti elenca accuse già formulate in altri volumi: la commistione tra il “negrismo” e le utopie tecno-scientifiche (non estranee a certe forme di semi-misticismo à la Teilhard de Chardin), l’inconsistenza teorica delle tesi sul carattere immateriale del lavoro, l’illusione dell’autonomia del lavoro cognitivo rispetto al capitale. In particolare quest’ultima tesi mostra come il postoperaismo sia l’ideologia delle frazioni maggiormente specializzate (ed individualizzate) del lavoro che, in quanto la loro subordinazione al capitale si realizza nella forma dell’apparente libertà e creatività (quando invece il capitale organizza e preforma le stesse modalità di erogazione del lavoro intellettuale e costruisce una pseudo-cooperazione tra lavoratori sulla base di una spietata competizione) illudono sé stessi dichiarando che è in realtà il capitale a dipendere dal “cognitariato”. E, peggio ancora, dichiarano che il cognitariato stesso è la forma generale di ogni lavoro, che tutto il lavoro è essenzialmente uguale ed egualmente indipendente dal capitale, e che quindi non c’è bisogno né di costruire un’alleanza politica tra le varie frazioni del lavoro né di proporsi la riappropriazione per via politica dei mezzi di produzione perché questi ultimi ormai si identificano con la mente stessa dei lavoratori.
Come se non bastasse Formenti rileva, e non posso che essere d’accordo, una profonda consonanza fra queste teorie e gli aspetti progressisti ed economicisti del marxismo che hanno nutrito sia la prassi socialdemocratica che quella stalinista. Tali aspetti si condensano nell’idea che lo sviluppo delle forze produttive sia di per sé ed automaticamente un fattore di emancipazione sociale, e che basterebbe intervenire sulle forme della proprietà e dello stato (blandamente nel caso della socialdemocrazia, drasticamente nel caso dello stalinismo) per liberare tutte le potenzialità dello sviluppo stesso. Il socialismo, oppure la democratizzazione del capitalismo, si costruiscono insomma con gli stessi materiali offerti dal capitalismo, con le stesse forze produttive capitalistiche che non sono, in questa visione, una materia prima da trasformare, ma un meccanismo già dato della nuova società: un contenuto genericamente umano che attende soltanto di essere liberato dalla sua esteriore e caduca veste giuridico-proprietaria. Questo economicismo ha sempre e volutamente rimosso l’intima natura capitalistica, gerarchica ed asimmetrica delle forze produttive, delle macchine e della stessa crescente interconnessione dei processi produttivi (interconnessione è qui un eufemismo per centralizzazione capitalistica). Analogamente, il postoperaismo prende per buona la retorica della “connessione universale” propria delle imprese digitali, scambia la comunicazione col comunismo e rimuove le forme di controllo e di gerarchia proprie del capitalismo digitale e la profonda divisione trai lavoratori che esse inducono, in particolare nel campo “cognitario”. Rilevare una tale analogia serve a Formenti non soltanto come argomento polemico, ma come passaggio teorico per congedarsi da qualcosa che è proprio non solo del postoperaismo, ma dello stesso operaismo delle origini, ossia dall’idea che il soggetto rivoluzionario debba essere cercato nel punto più alto, ossia tecnologicamente più sviluppato, del capitalismo, e debba essere definito come l’elemento che più di altri è interno ai processi d’innovazione organizzativa e che proprio per questo è in grado, dialetticamente, di rovesciare il dominio del capitale. Anche se empiricamente un tale soggetto può, in alcune fasi, apparire poco numeroso o poco consapevole, è importante per l’operaismo individuare una tendenza che, a partire dall’analisi dei punti più dinamici del capitale, ne deduce per l’immediato futuro l’ampliamento quantitativo e la crescita della soggettività politica di una determinata figura di lavoratore, che si candida a riassumere in sé le caratteristiche di tutte le altre figure e ad essere l’unico e già costituito perno del processo rivoluzionario. Secondo Formenti non soltanto le più recenti iperboli negriane, ma anche l’originario metodo della “tendenza”, che pure – mi permetto di aggiungere – si è accompagnato a suo tempo ad analisi assai sobrie e realistiche della condizione dei lavoratori, deve essere abbandonato, perché porta ad assolutizzare alcune figure del lavoro che in realtà sono soltanto contingenti (così come fu contingente l’ “operaio massa” analizzato dai Quaderni Rossi) e perché, soprattutto, in momenti di particolare latenza della lotta di classe, istiga ad inventarsi fantasiosi soggetti e a vedere antagonismi che non esistono, magari eludendo forme più spurie ma più effettuali dello scontro.

2. Il soggetto congiunturale
E’ a questo punto che Formenti ci offre, a mio parere, una delle mosse teoriche più importanti tra quelle che si possono reperire nel libro, una mossa che ci consente non solo di meglio attrezzarci, come avviene con le argomentazioni appena riassunte, alla polemica contro i prossimi Tsipras (non scordiamo che quasi tutti i postoperaisti sono, in quanto progressisti, assolutamente europeisti, succubi delle invisibili sovranità imperialistiche nascoste sotto la prassi tecnocratica unionista e feroci avversari di ogni visibile sovranità democratica, massime di quella nazionale…), ma anche di approssimarci ad una più razionale concezione del soggetto rivoluzionario. Tale soggetto, a parere di Formenti, non può essere dedotto da categorie sociologiche, non può essere desunto dalle dinamiche generali del capitale, ma può essere individuato solo in seguito ad una “analisi concreta della situazione concreta”, condotta in ciascuna specifica congiuntura della lotta di classe. Non si può quindi prevedere quale sia il soggetto (o, meglio, la convergenza di diversi soggetti) che di volta in volta diviene protagonista dei conflitti: la rivolta e le sue forme sono, aggiungo, per definizione imprevedibili proprio perché fuoriescono dalla routine della riproduzione del capitalismo. Questo semplice gesto teorico materialista fa piazza pulita di decenni di elucubrazioni andate a vuoto e ci induce a guardare alla realtà dello scontro politico, ai suoi protagonisti molto spesso “brutti, sporchi e cattivi” piuttosto che alle bellissime figure iperrivoluzionarie (l’operaio massa, poi l’operaio sociale, poi il volontariato, poi la moltitudine, poi le associazioni, poi il cognitariato) che poco hanno a che vedere con la verità, ma ben si conciliano con le preferenze degli intellettuali, soprattutto quando questi possono affermare che sono gli intellettuali stessi, ossia il lavoro intellettuale, il vero protagonista della cooperazione sociale e della futura società. E ci aiuta, il gesto di Formenti, a progredire verso una concezione formale e quindi non sostanziale del soggetto rivoluzionario: il soggetto è un che cosa prima che un chi, bisogna prima di tutto definire che cosa dovrebbe fare, in ogni determinata situazione, un soggetto sociale per iniziare a scardinare l’ordine esistente, e poi analizzare senza pregiudizi la situazione per verificare chi stia di fatto assolvendo per il momento e magari in modo inadeguato a questo compito.
Formenti però dice qualcosa di più. Dice che il soggetto non va cercato nei punti alti, bensì nei punti bassi, non nel vertice della modernizzazione, ma nelle resistenze alla modernizzazione stessa, non nel centro ma nella periferia, non nella scelta etico-estetica degli insider, ma nella ribellione disperata degli outsider. Si può concordare con questa definizione se ed in quanto si presenta come analisi congiunturale, meno se essa diviene una generale indicazione di metodo. Ed in effetti qui Formenti sembra rispolverare in qualche modo il metodo della tendenza, ossia sembra stabilire una sorta di rapporto univoco tra lo sviluppo del capitalismo e quello del suo antagonista, solo che si tratta, in questo caso, di un rapporto inverso rispetto a quello stabilito dal postoperaismo: invece di cercare sempre in alto, Formenti ci invita a cercare sempre in basso. Più che di alto o di basso io preferirei parlare di asincronia del soggetto: non c’è nessun rapporto tra le dinamiche di medio-lungo periodo del capitale e la natura particolare del soggetto che in un determinato momento innalza la bandiera dell’emancipazione. Tale soggetto non è il frutto né della modernizzazione né della sua negazione, è semplicemente effetto di una congiuntura non prevedibile, in cui possono giocare un ruolo “sovversivo” sia le promesse della modernità sia le resistenze ad essa. Un soggetto asincrono, ossia fuori tempo, che può essere tale sia per il richiamo al passato comunitario sia per la speranza nelle promesse del futuro. E qui si apre un’ulteriore questione. Cosa vuol dire essere “fuori” dal capitalismo? Cosa vuol dire essere fuori oggi, ossia nell’epoca della produzione di massa dell’individualità e della produzione industriale delle forme di socialità? Sono convincenti le osservazioni di Formenti sul ruolo delle tradizioni comunitarie russe nella formazione dei soviet, della cultura campesindia nell’esperienza latinoamericana, della comune appartenenza meridionale come collante dell’azione degli operai degli anni ‘70. Ma come ritrovare oggi analoghi supporti comunitari (e dunque extra-capitalistici), e come fare in modo che tali supporti non giochino, piuttosto un ruolo reazionario (come accade col leghismo ma anche con alcune forme di autoisolamento ed autodifesa delle comunità di immigrati)?. Forse si tratta di sviluppare, al riguardo, una vecchia osservazione di Etienne Balibar, secondo il quale più che di proletariato si deve parlare di processo di proletarizzazione: la “classe” è il frutto del continuo passaggio da una condizione non proletaria ad una proletaria, oppure da una condizione proletaria ad una maggiormente proletarizzata perché maggiormente sfruttata. Anche dentro il capitalismo c’è dunque sempre un passato da rivendicare, magari da mitizzare, un tempo di ieri su cui appoggiarsi per poter credere possibile il tempo di domani. La “periferia” del capitalismo, il passato che è condizione del futuro, non sempre o non necessariamente è appannaggio dei rapporti sociali precapitalistici: può anche essere il prodotto del movimento incessante della modernizzazione che sempre distrugge o rende periferiche le forme di vita precedenti (anche quelle già capitalistiche ma non più confacenti alle aumentate esigenze dell’accumulazione). Un movimento che, in quanto è eterodiretto, è subìto dai soggetti: cosa che alimenta continuamente, per reazione, il ricordo di un mondo diverso e migliore.

3. Il campo populista
Qualunque sia il “fuori” da cui parte la rivolta e qualunque sia il particolare soggetto sociale che in ogni diversa situazione ne è il principale attore, si deve convenire con Formenti quando dice che le più efficaci rivolte attuali non possono che essere populiste. Del resto, se la compattezza sociologica della classe è stata programmaticamente dissolta, se l’efficacia politica della sua lotta è stata consapevolmente ostacolata, se i grandi partiti di massa sono stati visti come la ragione di ogni male e se gli spazi di espressione democratica si sono drasticamente chiusi a svantaggio dei lavoratori, è assolutamente inevitabile che la stessa lotta di classe si presenti come populista. A rafforzare le considerazioni di Formenti ne aggiungerei un’altra: rileggendo in chiave non economicista o evoluzionista la dialettica tra forma sociale della produzione e forma privata dell’appropriazione (che è uno dei nomi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzioni di cui giustamente Formenti critica le precedenti formulazioni), si nota come nelle previsioni di Marx, largamente inveratesi nel capitalismo occidentale degli anni ’70, la dinamica dell’accumulazione conduce ad una dispersione della proprietà (società per azioni) e ad una concentrazione dei lavoratori (grande industria), facilitando così la lotta sindacale e la sua trasformazione in lotta socialista. Al contrario, nella realtà attuale (e per il momento), assistiamo alla concentrazione della proprietà azionaria, o comunque parcellare, all’interno delle grandi istituzioni d’investimento, e ad una parallela dispersione del lavoro che fa sì che la lotta di classe, se e quando riesce ad esprimersi, non lo fa come lotta sindacale e poi politica, ma come generica lotta di cittadinanza che sovente è immediatamente politica, assumendo così forme sociologicamente spurie ma certamente più efficaci della abituale lotta “tradeunionista” nel contrastare la politica dello stato capitalistico. E’ per questo che la lotta di cittadinanza, veste spesso assunta dalla lotta populista, non deve essere considerata sempre come un’elusione della lotta di classe, ma può essere intesa, in determinate condizioni, come effetto di un produttivo spostamento della lotta di classe stessa.
Il populismo, e qui torniamo direttamente a Formenti, non è quindi un nemico da esorcizzare ma è piuttosto la forma storicamente determinata della lotta di classe, è un campo nel quale bisogna situarsi senza timore, per meglio condurre una battaglia per l’egemonia finalizzata a trasformare il populismo stesso in una direzione coerentemente anticapitalista e socialista, sconfiggendone le inevitabili e ben radicate tendenze di destra. Situarsi nel campo del populismo: ecco un’altra cosa che non mancherà di scandalizzare la sinistra benpensante, perché è cosa ben diversa dal tentare, come si dice, di “riconquistare il nostro popolo” spostandolo su un terreno (quello dell’ordinata competizione elettorale, degli oliati meccanismi di governance, della tranquillizzante dialettica tra società civile e stato) sul quale esso non può esprimere la propria incompatibilità sostanziale con le dinamiche dell’ordine attuale. Si tratta invece per Formenti di accettare in toto l’ambivalenza populista (ma è forse meno ambivalente la lotta di classe, che produce sia i consigli operai che i sindacati reazionari?) per tentare di torcerla in una direzione di emancipazione, e non di sostegno a qualcuna delle divere frazioni delle classi dominanti.
L’analisi concreta di numerose esperienze di mobilitazione tendenzialmente o compiutamente populiste in America latina, negli Stati Uniti ed in Europa, analisi che è una delle parti più vivaci del libro, mostra quante forme il populismo possa assumere e quali difficoltà e potenzialità incontri il progetto di un’egemonia di classe e socialista. Questa lotta per l’egemonia sarebbe forse avvantaggiata, credo, da una distinzione concettuale che consenta di tracciare un pur mobile confine tra populismo e socialismo. Riservandomi di tornare in altra sede su questo tema assai intricato, osservo che quasi tutte le caratteristiche del populismo indicate da Formenti (anche sulla scorta degli ottimi lavori di Loris Caruso) descrivono una forma di mobilitazione che può effettivamente essere considerata spesse volte comune sia a movimenti classisti che a movimenti interclassisti. Ma tale forma di mobilitazione deve essere distinta dal populismo come forma di stato che, a mio parere, è invece incompatibile col socialismo. Mi spiego meglio. Aspetti fondamentali delle attuali esperienze populiste sono la netta distinzione tra “noi” e “loro”(e tra “alto” e “basso”), il carattere spesso aclassista della definizione del “noi”, il depotenziamento della distinzione tra destra e sinistra, la difesa dei luoghi contro i flussi, il rifiuto di tutte le forme di mediazione, l’identificazione con un leader carismatico. Orbene, andando alla rinfusa, nel corso di una mobilitazione l’aclassismo del “noi” può essere effetto della positiva compresenza di numerose e distinte frazioni delle classi subalterne, il superamento della distinzione tra destra e sinistra può essere una salutare presa d’atto della subalternità di entrambe le opzioni, la difesa del luogo contro il capitalismo finanziario può indurre a cercare alleanze con altri luoghi, l’opposizione radicale tra noi e loro ed il rifiuto della mediazione possono segnare l’acutizzarsi della mobilitazione, ed il leaderismo carismatico può svolgere una parte delle funzioni del gramsciano “cesarismo progressivo”. Ma quando queste forme di mobilitazione si fissano in un programma politico o, peggio, in un progetto di stato, esse si coagulano in una forma inequivocabilmente autoritaria e di destra, perché stabilmente interclassista, nemica del conflitto sociale, fondata sull’identificazione organica tra popolo, leader e stato, contraria ad ogni corpo intermedio e soprattutto alla fondamentale mediazione del diritto e della costituzione. Non è un caso se, tra le esperienze analizzate da Formenti, quella che maggiormente si avvicina ad un’emancipazione di tipo socialista è proprio quella che meno somiglia ad uno stato populista, ossia l’esperienza boliviana, che si realizza nel rapporto tra una serie di robusti corpi sociali intermedi, un partito che non è una semplice macchina al servizio del leader e uno stato costituzionale estremamente inclusivo. Ed anche nella presenza di un leader altamente carismatico che però non è affatto il perno centrale della legittimazione politica.
La distinzione qui proposta tra populismo come forma di mobilitazione, aperta a diversi esiti, e populismo come forma di stato, organicamente autoritaria e reazionaria, può, io credo, dialogare utilmente con le tesi di Formenti anche perché una delle caratteristiche dell’autore, caratteristica che segna un suo ulteriore allontanamento dal paradigma originario, è il riconoscere l’assoluta esigenza, per i movimenti sociali e di classe, di non cullarsi nell’illusione di un autosufficiente orizzontalismo e di accettare la necessità di farsi stato se si vogliono realmente raggiungere gli obiettivi declamati: e dunque, aggiungo, di pensare ad una forma di stato non organicista né autoritaria. Pur dichiarando a più riprese la propria preferenza per le forme di democrazia diretta e consiliare Formenti dunque non elude il nodo dello stato (e addirittura della sovranità nazionale, laddove troppi si fermano pudicamente alla rivendicazione della sovranità popolare), semplicemente perché sa che soltanto coloro che riescono a vivacchiare nella situazione presente possono evitare il problema, mentre coloro che devono ribaltare la situazione presente non possono fare a meno di pensare ad uno stato nuovo, in cui la sovranità popolare non venga né dissolta nei flussi del mercato, né irrigidita nella comunità organica, ma si realizzi nella legittimazione della differenza e del conflitto tra stato democratico-socialista e associazioni autonome dei lavoratori e dei cittadini. Qui si apre, finalmente, il vasto e da molto tempo inesplorato spazio della dialettica tra stato e non stato (una dialettica frettolosamente rimossa dalle speculari fissazioni dello statalismo e dell’antistatalismo), che tanto più costituirà un oggetto di indagine quanto più il nesso tra la crisi e la crescita del movimento reale porrà nuovamente il problema della trasformazione sociale come problema concreto.

4. Il ritorno del rimosso
Fin qui ho elencato diversi meriti del lavoro di Formenti. Ma ce n’è un altro, forse meno visibile ma, in prospettiva, non meno importante. La critica costante del modello postoperaista ed il confronto costante con gli effetti della crisi economica, sociale e geopolitica attuale hanno infatti condotto Formenti a frequentare alcuni temi teorici notevolmente astratti (e quindi notevolmente vicini all’essenza dei problemi) di cui non si parla più quantomeno dagli anni ’80 dello scorso secolo, ossia da quando si è interrotta la pensabilità della trasformazione sociale, ma che tornano ad essere posti proprio da quella riapertura della storia che si riassume nella fine del mondo unipolare. La questione del superamento dell’economicismo e quindi dell’abbandono dell’idea di neutralità delle forze produttive, fu oggetto di grande discussione a partire da materiali eterogenei ma pregnanti quali l’esperienza della Rivoluzione culturale cinese, la riflessione di Charles Bettelheim, le stesse tesi di Panzieri sull’uso capitalistico delle macchine. La questione dell’impossibilità di pensare la transizione al comunismo come analoga alla transizione tra feudalesimo e capitalismo, a cui Formenti dedica un breve ma interessante cenno, fu uno degli oggetti di un importante dibattito sui modi di produzione precapitalistici in cui non pochi sostennero che le passate forme di società andavano considerate come forme autonome e non come imperfette approssimazioni alla razionalità capitalista. Il che autorizzava a dire che, specularmente, il comunismo non poteva essere pensato come prosecuzione e perfezionamento di tale razionalità, e cioè come sviluppo illimitato delle forze produttive, ma come gestione ragionevole delle forze produttive in funzione della riproduzione di rapporti sociali egualitari consapevolmente scelti. Infine le questioni della natura congiunturale e “causale” del soggetto, dello spostamento della contraddizione di classe, della fallacia del progressismo furono diversamente discusse a partire sia dai lavori di Lukács, a cui Formenti fa esplicitamente cenno, che da quelli di Althusser e di Benjamin. Il tutto nel contesto di una riflessione epistemologica che vantava i nomi di un Kuhn, di un Lakatos, di un Feyerabend, prima che un uso ideologico della teoria della complessità semplificasse ogni cosa dichiarando che il mondo era forse conoscibile, ma certo intrasformabile.
Dico tutto ciò, riducendo ad un breve cenno ciò che dovrebbe essere oggetto di una attenta riflessione collettiva, non perché nelle discussioni di allora vi fossero le verità necessarie all’oggi, ma perché è importante capire che non si parte da zero, e che se si è indotti a ritornare ai punti alti della teoria ciò è sintomo del fatto che le cose si fanno davvero serie. E il libro di Formenti ci aiuta certamente a comprendere la serietà delle cose, ossia la loro radicalità, e la necessità di un lavoro teorico ad ampio raggio che di questa radicalità sia espressione e condizione.

mercoledì 4 gennaio 2017

La grande controffensiva delle élites

di Carlo Formenti da Micromega
 
In un articolo uscito la vigilia dello scorso Natale su queste pagine scrivevo che non era il caso di illudersi: la vittoria del No nel referendum che ha bocciato la “riforme” renziane, non rallenterà gli sforzi delle élites per de – democratizzare il sistema politico (dal quale, per inciso, decenni di controrivoluzione liberal liberista hanno già espunto molti elementi di democrazia). Al contrario, argomentavo, gli sforzi in tale direzione si moltiplicheranno perché per le caste politiche, economiche, accademiche, e per il sistema dei media che le sostiene, la distruzione di quanto resta della democrazia è questione di sopravvivenza.
Nel giro di qualche giorno, questa fin troppo facile previsione ha ottenuto numerose conferme. La tesi che i nemici della democrazia difendono sempre più apertamente, e senza troppi giri di parole, è la seguente: visto che le condizioni socioeconomiche che hanno favorito l’ascesa dei “populismi” (termine che continua a essere usato in modo propagandistico, senza alcuno sforzo di analisi politologica e senza compiere distinzioni ideologiche, mischiando nello stesso calderone Trump e Sanders, Maduro e Marine Le Pen, Podemos e la Lega, l’M5S e i neonazi tedeschi) sono destinate a durare (l’ipotesi di combattere le cause dell’impoverimento di massa e della disuguaglianza non viene nemmeno presa in considerazione, quasi si trattasse di fenomeni “naturali”), non resta che modificare le regole del sistema politico in modo tale da poterlo governare a prescindere dal fatto che esso ottenga il consenso – e un riconoscimento di legittimità – da parte della maggioranza dei cittadini. Propongo qui di seguito tre esempi di questa “filosofia”.
In un articolo sul New York Times tale Eduardo Porter, dopo essersi chiesto se globalizzazione, mutamenti demografici e rivoluzione culturale abbiano eroso il consenso del popolo americano nei confronti della “democrazia del libero mercato”, al punto da indurlo a votare per un uomo come Trump (Sanders non è nemmeno citato!), che ha fatto campagna sostenendo che il sistema serve gli interessi di un’élite cosmopolita contro quelli della gente comune, prosegue ammettendo (bontà sua) che il popolo ha molte ragioni per lamentarsi, ma poi conclude incongruamente che il vero motivo del successo populista non sta in queste ragioni, bensì nei difetti del sistema elettorale (!?), quindi conclude citando i suggerimenti di riforme orientate a garantire la “governabilità” offerti da alcuni solerti politologi.
Gli altri due esempi li ho trovati sulle pagine del “Corriere della Sera” del 4 gennaio. Il primo articolo, a firma di Michele Salvati, ribadisce che sì, la vita della maggioranza dei cittadini è grama e tale resterà a lungo per cui, appurato che : 1) le “leggi” dell’economia non ammettono deroghe e che dunque occorrerà in ogni caso farle digerire al popolo, 2) che a tale scopo servirà comunque “riformare” la costituzione, 3) che il compito si è rivelato impossibile per un’unica forza politica, non resta che lavorare alla costruzione di una grande coalizione “anti populista” che abbia la maggioranza necessaria per compiere le riforme senza che poi debbano essere sottoposte a referendum.
Il secondo articolo, a firma di Gustavo Ghidini, rilancia viceversa con forza l’imprescindibile esigenza di “normalizzare” la comunicazione online. Gli argomenti sono i soliti: combattere le bufale, gli incitamenti all’odio, l’uso di termini offensivi e “politicamente scorretti”, ecc. E’ evidente come il senso di queste e altre definizioni possa essere opportunamente dilatato per colpire ben altri bersagli, come la libertà di opinione ed espressione, ed è altrettanto evidente come questa crociata sia, non casualmente, iniziata subito dopo che sondaggisti e studiosi di comunicazione hanno accusato Internet di avere favorito i successi elettorali “populisti”, bypassando un sistema dei media mainstream sempre più blindato a sostegno del pensiero unico liberal liberista e delle forze politiche che ne incarnano gli interessi.
Insomma: la grande controffensiva è iniziata, ed è destinata a farsi più feroce a mano a mano che l’insofferenza dei cittadini nei confronti delle élites si farà più forte, fino a generare (si spera) una domanda esplicita di rottura sistemica.

giovedì 15 dicembre 2016

Populismo di secondo grado e manipolazione dell’esito referendario

Una analisi potente, teorica e politica, filosofica e quindi impietosa, della struttura logica del tentativo di smantellare la Costituzione e, subito dopo, di rovesciare in "quasi vittoria" la clamorosa sconfitta nel referendum.
Un testo assolutamente da leggere e meditare, allontandosi una volta per tutte da quel "pensierino bipolare" – psichiatricamente parlando – che viene incentivato in modo potente dalla struttura discorsiva da social net work.
Diciamo che anche alcuni "intellettuali di regime" (Cacciari e Recalcati su tutti) troverebbero qui molte ragioni per ritirarsi dalla professione ufficilmente esercitata.
Buona lettura.
 
***** 

di Elena Maria Fabrizio


  di Elena Maria Fabrizio da Contropiano

Tra i sintomi che affliggono le democrazie occidentali, la manipolazione dell’opinione pubblica e la manipolazione del voto sono i più noti. E non c’è consultazione politica e referendaria, con o senza quorum, che non confermi questo trend. Così, puntualmente, nell’ultima consultazione la tutela della Costituzione e il conseguente rigetto di una riforma irresponsabile che non ci avrebbe protetto da maggioranze retrograde, populiste e autoritarie, viene surclassato da altri dati, dotati di scarsa oggettività e più semplicistici. Non solo i cittadini avrebbero innanzi tutto votato per dire Sì o No al Presidente del Consiglio Renzi e al suo governo, ma con questa scelta, più che esprimersi sulla sua politica e le sue leggi, si sarebbero di fatto espressi sull’alternativa Renzi o il populismo, che è ovviamente sempre quello degli altri, Salvini e Grillo in primis. Sembra quasi superfluo evidenziare che la carente analiticità di questa lettura eleva il populismo a giudizio di secondo grado cui scadono nell’analisi del voto, ma già prima nei modi e nei toni della campagna referendaria, quegli stessi sostenitori che hanno eretto il Pd a partito antipopulista per eccellenza; il quale non cede alla tentazione di dividere ancora una volta l’elettorato nel popolo che interpreta correttamente i propri valori (cambiamento, bellezza, sogno, futuro) dal popolo che al contrario ne sarebbe incapace.
 
La comunicazione sistematicamente distorta dell’ideologia dominante
Si tratta di una trasfigurazione che non sorprende alla luce di una manipolazione mediatica che, nel tentativo di indirizzare l’opinione pubblica verso l’auspicato cambiamento, ha fatto largo uso di tipologie propagandistiche di comunicazione talmente fantasiose e insistenti da confermare la sua subordinazione alla classe dominante e alla sua ideologia.
La prima forma di manipolazione comunicativa è sintetizzabile nella politica dei miracoli: la riforma costituzionale ci avrebbe magicamente restituito un paese più democratico, contro il disfattismo del pluralismo e della dialettica; più onesto, contro i nepotismi e la corruzione di politici e cittadini; più giusto, contro le resistenze di un mondo del lavoro che non vuole capire gli universali vantaggi di cui godrebbe se si piegasse alla definitiva resa della modernizzazione capitalistica dell’esistente.
Accanto a questa visione miracolistica e menzognera è subito emersa una seconda forma di comunicazione, elaborata dai vari scriba del potere (filosofi, giornalisti, persone cosiddette di cultura), secondo la quale cambiare è giusto. La troviamo espressa dal filosofo Cacciari, ma meglio formulata dal giornalista Serra: «la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata». La riforma «fa semplicemente schifo» (cit. Cacciari), ma è pur sempre una riforma, come tale va sostenuta.
Al miracolismo della prima forma di comunicazione, questa aggiunge il fanatismo e la dichiarata morte della ragione.
La terza forma di comunicazione è la rappresentazione pulsionale del voto, se le prime due non fossero già stilisticamente emotive, che potremmo sintetizzare nel motto il Sì gode, il No odia. Essa ci giunge dal discorso con il quale lo psicoanalista Recalcati è andato a consacrare, nel corso della campagna referendaria, la Leopolda e il suo fondatore, proclamandosi quale padre di Telemaco, il figlio giusto, il giovane che avrebbe il coraggio di desiderare e osare a dispetto dei padri e verso il quale il fronte del No nutrirebbe tutto il suo odio paternalistico e impotente. E non solo. Oltre l’odio della giovinezza, altri due sintomi devasterebbero la psiche di chi nega: l’angoscia del cambiamento che porta al conservatorismo e la fascinazione masochista per la negazione che stimola il godimento della distruzione. Non viene in mente a questi dilettanti del pensiero che la negazione non nega mai “nulla”, ma afferma sempre qualche cosa, nel mentre nega. E che i più grandi movimenti di emancipazione della storia sono sorti sul coraggio della negazione determinata da cui sono scaturite nuove direzioni della storia.
Ad accumunare queste tre forme di comunicazione è il palese rifiuto del rigore logico, del ragionamento, del discorso veritativo; lo scarso rispetto dell’interlocutore a cui giunge un messaggio irrazionale difficile da elaborare. In definitiva il consapevole dismettersi dalle regole del discorso secondo le quali ogni pretesa di validità deve essere formulata in modo che possa essere esposta alla critica in una situazione in cui gli interlocutori trattandosi da pari giungono o ad un accordo in cui vale la forza razionale (la coazione non costrittiva, come direbbe Habermas) dell’argomento migliore, o ad un disaccordo comunque fondato. Una situazione che quand’anche non fosse concreta deve essere comunque presupposta come possibile o reale, soprattutto se a esprimersi sono intellettuali e politici di professione.
Ma oltre a questo elemento logico-formale, queste tre forme di comunicazione hanno in comune un rapporto problematico con la realtà che si traduce nella sistematica volontà di occultare il conflitto socio-economico, che continua indefessamente a frammentare la società civile e il mondo del lavoro, trasfigurandolo in conflitto pulsionale senza neanche più la decenza etica di imputare alle classi subalterne piuttosto che l’odio risentito, la rassegnata disperazione; di distogliere l’opinione pubblica dal percorso accidentato che ha condotto questo governo a esercitare i suoi poteri; di rimuovere l’iter politico che da circa 5 anni ha determinato una nuova accelerazione delle politiche neoliberiste, a partire dalla revisione dell’art. 81 della Costituzione votata a larga maggioranza sotto il governo Monti; di silenziare i diritti sociali, il Welfare, i diritti dei lavoratori, le nuove politiche di rilancio dell’economia. Un processo di rimozione che parte da molto più lontano, dalla crisi della sinistra comunista e socialista europea successiva al crollo del comunismo sovietico, ma che da quando gli effetti della crisi americana si sono fatti sentire anche in Europa, ha condotto la politica italiana con sfacciata pervicacia a tentare di costruire un sistema costituzionale coerente entro il quale giustificare il graduale smantellamento del Welfare e di tutte le conquiste sociali della sinistra. Facendo passare tutto questo come necessario per la tenuta economica del paese o come conveniente per la classe lavoratrice.
Che lo status quo ante abbia le sue responsabilità è ovvio e non può essere qui discusso. Potendoci solo riferire alla memoria breve, a partire solo dal 2012 emerge un quadro coerente e sistematico tendente a stravolgere il patto costituzionale e il cui terminus a quo è l’approvazione da parte delle due Camere della modifica dell’art. 81 che ha imposto l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale. La votazione avvenuta sempre a maggioranza dei due terzi (nessun voto contrario alla Camera, uno scarno numero di voti contrari, Lega e Udv, al Senato) ha reso vano il ricorso all’eventuale referendum confermativo. Parliamo di una riforma della Costituzione pervasiva che ha ricevuto poca attenzione dai mass media, discussione inesistente presso l’opinione pubblica, ha attraversato un iter parlamentare singolarmente veloce (dal novembre 2011 all’aprile 2012). Quand’anche un Parlamento sovrano, che tale rimane anche quando deve relazionarsi con un governo tecnico, avesse deliberato nel rispetto delle procedure, esso ha posto in essere la paradossale situazione di una democrazia che in maniera silente, opportunistica e incurante delle conseguenze del proprio operato, delibera in spregio di quella Costituzione su cui pure è seduta. Perché infatti con la revisione dell’art. 81 si è di fatto inserito nella Costituzione un principio che impedendo politiche di spesa in disavanzo è incompatibile con i fondamentali principi della Carta. I quali al contrario ci parlano di solidarietà sociale e di una democrazia programmatica, e quindi di uno Stato interventista che deve portare a compiuta realizzazione i diritti fondamentali della persona, in particolare i diritti sociali (cfr., V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur, Reggio Emilia 2015).
Il percorso politico che da questo stravolgimento giunge alla proposta di riforma costituzionale è fin troppo noto: una serie di interventi legislativi sul lavoro, sulle pensioni, sull’istruzione, sulla salute, sulla pubblica amministrazione sono stati condotti sotto il criterio del neoliberismo selvaggio, quindi della compressione dei diritti e dei salari, dell’erosione del Welfare, della maggiore flessibilità e della precarietà, e in genere della perdita dei diritti faticosamente acquisiti attraverso lotte e conquiste socio-politiche. Un iter legislativo che rispetto alla revisione dell’art. 81 si attesta più sulla dimensione del continuum che non su quella del rinnovamento.
Ed ecco che in una situazione di crisi economica, di scenari geopolitici assai poco rassicuranti, con un mondo del lavoro contro, la disoccupazione giovanile crescente, un partito frammentato, il Presidente del Consiglio con un’ostinazione assai rara da vedersi in un uomo di Stato, tenta di portare a compimento una riforma costituzionale con il sostegno di una maggioranza parlamentare votata con legge incostituzionale, trasformando la consultazione referendaria in un plebiscito alla sua persona e al suo governo. Con altrettanta pervicacia e ostinazione si incammina in una campagna referendaria ostile e demagogica, come se fosse però una campagna elettorale, alimentando la demonizzazione e la paura dell’avversario, fomentando le pulsioni popolari sempre pronte a esplodere e prospettando, come di fatto è accaduto, una crisi istituzionale nel caso di insuccesso. La gravità di questo scenario è stata rappresentata con una forza comunicativa di eccezionale valore da costituzionalisti, giuristi, filosofi del diritto, comitati del No, che alla luce del voto si è rivelata vincente e che sarebbe quindi superfluo ripetere.
Ciò che tuttavia sconvolge dell’esito referendario è il continuum mediatico della manipolazione forse indicativa di quanto la gravità dello scenario precedente sia drammaticamente viva anche in quello post voto.
 
Ragioni del Sì e «bonapartismo soft»
Per capirlo occorre focalizzare l’attenzione su due fattori. Il primo è rappresentato dalle reazioni dei sostenitori del Sì, i perdenti che si sono subito avventati sulle analisi del voto, facendo emergere il solo dato, obiettivamente comodo, facile da strumentalizzare e “come volevasi dimostrare”, dell’avanzata populista conseguente a chi con il suo No non avrebbe compreso quanto questo buon governo intendesse invece scongiurare.
Con un rovesciamento paradossale, il fronte del No diventa il maggiore responsabile del disfacimento politico cui il fronte del Sì e del suo leader ci hanno portato con la crisi istituzionale post voto. Con un altro rovesciamento i perdenti, il fronte del Sì, diventano i veri vincitori, perché rispetto alla variegata ed eterogenea composizione del fronte opposto rappresentano una forza compattamente schierata a favore del governo e della sua missione salvatrice.
Il secondo fattore sono le ragioni del Sì, che è a questo punto razionalmente e politicamente necessario provare ad analizzare. Lungi dal voler confutare che il rovesciamento dialettico abbia una consistenza reale, e cioè che questo fronte possa essere corrispondente all’elettorato del Pd, la qualcosa potrà essere verificata solo alle prossime consultazioni politiche, si tratta di individuare le possibili “ragioni” che hanno determinano questo fronte per capire se possa emergere un dato oggettivo, alquanto trascurato dalle analisi del voto, in cui tutte le parti del Sì possano riconoscersi. Seguiremo un ordine che procede gradualmente dal più al meno razionale.
Iniziamo quindi con il Sì cognitivo, ma sempre critico, dell’elettore informato e documentato, che dopo aver soppesato, analizzato, seguito i dibattiti ha finito per formarsi un’opinione positiva della riforma, pur sempre con la riserva, espressa persino dai promotori, di lacune e passaggi indeterminati da migliorare.
Successivo a questo, vi è Sì politico del sostegno al governo, che ha fatto cose buone e buone leggi; poi il Sì pulsionale alimentato dalla paura del M5S e della Lega, in genere dei populismi che invece questo governo non rappresenterebbe, da cui deriva il Sì obbligato dalla mancanza di alternative. E infine, il Sì movimentista, il cui principio “riformare è giusto” va a sostenere una riforma che per quanto sbagliata possa essere rimane la riforma che il paese attende.
Non è qui il caso di entrare nel merito della validità degli argomenti elencati, che è stato invece l’esito del voto referendario a confutare, come accade in una democrazia. Ed è anche superfluo evidenziare che le diverse ragioni possono essere confluite nello stesso voto, secondo una gerarchia di importanza che varia da elettore a elettore. Queste ragioni sono comunque tutte confluite in quel 40% che ora il leader perdente rivendica a sostegno pieno della sua politica, del suo Pd, del suo governo. In un confuso intreccio di ruoli politico-istituzionali (Presidente del Consiglio, segretario del partito) in cui meno si fa chiarezza e più è facile la manipolazione. Nel senso che non è affatto facile stabilire quanto il Sì cognitivo abbia inciso rispetto al Sì politico o a quello pulsionale o movimentista.
C’è un dato oggettivo che però non può essere manipolato, che accomuna le ragioni elencate, le quali sottostanno ad una meta-ragione che possiamo indicare nella strumentalizzazione della Carta Costituzionale finalizzata al consolidamento del potere dell’esecutivo. Vale a dire una indecente strumentalizzazione che il Governo e il suo partito di maggioranza hanno messo in atto per consolidare il proprio potere. Detto ancora altrimenti, la trasfigurazione di un referendum referendario in una campagna elettorale in cui il Presidente del Consiglio ha usato la riforma della Costituzione come se fosse il programma politico di un partito. Non a caso tutti gli aggiustamenti dei difetti e delle lacune della riforma venivano con una leggerezza sconcertante rinviati a successive deliberazioni parlamentari come si ipotizzerebbe per qualsiasi legge ordinaria, legge a cui la Carta si è quindi cercato di ridurre.
Da questa meta-ragione consegue una precisa prassi: a seguito della dichiarata volontà del Presidente del Consiglio di dimettersi in caso di sconfitta, tutti i sostenitori del Sì, consapevolmente o inconsapevolmente hanno di fatto legittimato con il loro voto una prassi antidemocratica quale è certamente l’uso strumentale di una Costituzione. Questo è il dato oggettivo che unisce il 40%. Decisamente più oggettivo delle ragioni favorevoli alla riforma, favorevoli al cambiamento, favorevoli al governo, ma il più foriero di pericoli quale grave sintomo dello stato di salute della democrazia italiana. Che è entrata evidentemente in una ancora più grave spirale di deficit di legittimazione democratica.
Un deficit che oltre ad essere sostenuto dal sistema economico-finanziario e bancario internazionale, dall’Europa dell’Euro, da Confidustria, dalla grande imprenditoria, ha trovato il sostegno massiccio dei mass media (televisione e giornali in primis) e di una parte del mondo culturale accademico e extra-accademico con una pervicacia, una costanza, una virulenza che non lasciano sperare sulla possibilità di trovare luce nella comunicazione sistematicamente distorta di cui queste forze sono state strumentali protagoniste.
In definitiva, il discorso politico-mediatico dominante ha tentato con una mossa proceduralmente democratica (voto a maggioranza di un parlamento, comunque votato con legge incostituzionale, e referendum confermativo) di far passare una riforma costituzionale tendenzialmente antidemocratica con un modus operandi che nella sostanza anticipava i contenuti antidemocratici della riforma.
Si affaccia dunque nella storia politico-istituzionale della nostra Repubblica il malsano tentativo di istituzionalizzare una sorta di «bonapartismo soft» all’italiana attraverso una prassi (strumentalizzazione partitica della Carta) che letta insieme agli elementi fondamentali della riforma ci restituiscono un quadro assai coerente in cui metodo e contenuto si identificano (cfr. D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino 1993).
Proviamo ad elencarne alcuni: rafforzamento dell’esecutivo, depotenziamento della funzione legislativa del Senato, accentramento statale delle prerogative delle Regioni; riduzione della rappresentanza e dell’equilibrio dei poteri in nome della governabilità; limitazione della sovranità popolare attraverso soppressione del proporzionale, legge elettorale con premio di maggioranza del 54% al primo e secondo turno, sbarramento per i partiti minori, aumento del numero delle firme per le leggi di iniziativa popolare. Senza considerare la pericolosa modifica dell’art. 78 che avrebbe lasciato alla sola Camera dei Deputati la deliberazione a maggioranza assoluta della guerra. Una modifica che estromette un Senato che, sebbene avesse dovuto rappresentare solo le autonomie territoriali, avrebbe continuato a votare leggi di revisione costituzionale e trattati comunitari, a nominare 2 giudici costituzionali, a votare il Presidente della Repubblica e a essere composto anche da 5 membri da quest’ultimo nominati per aver illustrato la Patria, ma che senza un fondato motivo per i promotori della riforma non rappresenta sulle questioni della pace e della guerra l’interesse nazionale espresso nell’art. 11. Se a ciò si aggiunge lo sventato scenario di una maggioranza parlamentare sostenuta dal premio di maggioranza, il solo rischio di poter rimettere nelle mani di una minoranza non realmente rappresentativa della sovranità popolare una decisione di questa portata, la dice lunga sulla irrazionalità e regressione di una tale riforma costituzionale. Anche su questo punto la riflessione dei mass media è stata scarsa o nulla, con le dovute eccezioni (cfr. Intervista al generale F. Mini, No a riforma che sottrae al Parlamento decisione su dichiarazione di guerra, MicroMega online, 18 novembre 2016).
In definitiva, entro il quadro storico-politico sopra delineato nella breve dimensione di un quinquennio, un preciso Governo con il sostegno dei poteri economici e politici nazionali e internazionali va a sostenere un vero e proprio attacco alla sovranità popolare orchestrato con gli slogan della semplificazione, dello snellimento legislativo, della stabilità e governabilità, ma che si sarebbe ridotto nel bisogno di operare una serie di riforme senza più gli intralci di una democrazia parlamentare dialettica e pluralistica. Di una democrazia che si costruisce molto meno sull’apporto di partiti, movimenti e associazioni, di cui si farebbe volentieri a meno, e molto di più sul rapporto diretto del leader, quale autentico interprete della volontà popolare, con i cittadini.
 
Le ragioni del No e le sue mistificazioni
È a partire da questo dato oggettivo che si può capire la grande partecipazione popolare alla consultazione referendaria, e almeno tre delle ragioni che hanno motivato questo fronte. Ragioni di cui è chiaramente difficile stabilire la proporzione in percentuali, ma che i mass media dominanti stentano ad evidenziare con la dovuta enfasi, concentrandosi più sul dato propagandistico di una volontà irrazionale e disfattistica che avrebbe determinato con la caduta del governo anche il conseguente caos istituzionale.
La prima di queste ragioni è il No cognitivo e politico con il quale insieme ad una riforma giudicata rischiosa per le sorti della democrazia si è rigettata anche la sua strumentalizzazione politica.
La seconda è il No politico e sociale, certo molto variegato, ma con la quale non si è voluta perdere l’occasione di esprimere un giudizio sull’operato del Governo, opportunità la cui legittimazione è venuta dallo stesso Presidente del Consiglio che, come si è detto, aveva presentato la riforma come programma politico della maggioranza parlamentare con tutto ciò su cui essa aveva legiferato. Ceti più o meno abbienti, più o meno istruiti, frange consistenti della disoccupazione, della precarietà e della povertà, tra cui quell’81% dei giovani tra i 18 e i 35 anni, sono parte considerevole di questo voto. Dal che, se non si può direttamente indurre che tutto il disagio sociale sia confluito nel fronte del No, si può indirettamente dedurre che tale disagio, data la forte affluenza alle urne, sia fortemente consistente in questo fronte.
Il voto massiccio per il No è dunque sotto certi aspetti forte e chiaro. Ma questa forza e chiarezza, invece di portare all’autocritica viene completamente ignorata e dirottata su qualcos’altro. Invece dell’autocritica doverosa ad una riforma costituzionale sicuramente da alcuni bocciata perché compresa nel suo senso autentico, invece dell’autocritica alle scelte politiche del governo, dell’autocritica ad una campagna referendaria la cui costanza è stata la denigrazione dell’avversario e l’istigazione al conflitto civile, invece dell’autocritica alla visione pulsionale del conflitto politico (l’odio dei giovani) matematicamente smentita dall’81% del voto giovanile contrario, invece di una onesta presa di coscienza politica della volontà popolare assistiamo ad una vera e propria esaltazione vittimistica della parte sconfitta che rasenta il culto del capo, questo sì talmente emotivo e impulsivo da giungere alla trasfigurazione dei contenuti del suo operato. Sicché l’idea perdente continua ad essere «un’idea meravigliosa» che ha il solo difetto di non essere stata capita e la campagna referendaria «una campagna elettorale emozionante», la cui sconfitta non a caso è anch’essa equiparata a «una sconfitta elettorale», come l’ex Presidente del Consiglio va ripetendo dal discorso tenuto in occasione dell’annuncio delle dimissioni.
La sconfitta viene giustificata e compresa alla luce dell’errore di aver personalizzato la propaganda referendaria a tal punto da rendere questa scelta la principale causa del suicidio politico del Presidente del Consiglio. Viene insomma ricondotta all’emotività e ai limiti caratteriali (arroganza, autolesionismo) di un personaggio che invece di comportarsi da uomo di Stato, evitando di portare il paese in una crisi istituzionale dettata come minimo dall’egoismo politico e da un inesistente senso del limite che l’agone politico non deve mai superare, si atteggia a uomo etico e capro espiatorio del sistema, come dimostra la lettura che l’ideologia dominante ha fatto delle dimissioni nel segno della dignità e della correttezza dell’uomo rispettoso delle istituzioni, quando aveva appena fallito il tentativo di stravolgerle. Un atteggiamento talmente antimachiavellico e irrispettoso dei rapporti di forza che l’uomo di Stato dovrebbe sempre essere pronto a gestire per la tenuta della Repubblica, da essere equiparabile a quel «moralista politico, che si foggia una morale così come il vantaggio dell’uomo di Stato la trova conveniente», da cui Kant metteva in guardia. Quand’anche il fronte dell’ideologia dominante che ha sostenuto questo percorso, i cui esiti avrebbero potuto essere nefasti per la democrazia, si sia impegnata durante e dopo in un discorso autocritico, lo ha fatto più spesso con un linguaggio che potesse far sembrare anche una critica una gentile cortesia. Come quando in occasione del referendum sulle trivellazioni a fronte prima dell’invito governativo all’astensione poi della conseguente manipolazione del dato astensionistico, al posto di una decisa denuncia arrivò, dal quotidiano che ha maggiormente sostenuto l’ascesa al potere del Presidente del Consiglio, solo un timido gerundio politico: «ci stiamo avviando verso un governo personale». (I. Diamanti, Referendum trivelle, la mappa del non voto, “La Repubblica.it”, 19 aprile 2016)
Di gerundio in gerundio giungiamo all’oggi, ma dal linguaggio giornalistico che ammicca al potere ancora nessuna forma indicativa e tanto meno imperativa.
Le analisi del voto confermano questa palese subordinazione, dove il No referendario e le sue ragioni cognitive continuano a non avere il peso che meritano, se addirittura si arriva a rincarare la dose e a considerare giusta e corretta l’esigenza di modificare un sistema di pesi e contrappesi che i padri fondatori avrebbero voluto «scomodo per evitare la concentrazione di potere dopo vent’anni di fascismo. Nonostante le loro nobili intenzioni, hanno portato a uno stato attuale nel Paese in cui governare richiede uno sforzo kafkiano» (G. Riotta, Le dimissioni di Renzi, la caduta di Roma, “La Stampa”, 7/12/2016).
Siamo alla messa in discussione dei fondamenti del liberalismo classico (Locke e Montesquieu) la cui forza attuale sta ancora oggi nella formulazione chiara e netta della limitazione dei poteri dello Stato, quindi alla messa in discussione del principio generale secondo il quale i poteri, la cui natura è di tendere all’ingrandimento, hanno sempre bisogno di essere bilanciati e limitati per evitare la facile deriva autoritaria del loro esercizio.
Con una leggerezza da dilettanti, si veicola insomma l’idea che il principio del controllo reciproco dei poteri e della loro distribuzione invece di essere una risorsa è decisamente un intralcio. E si capisce il perché. Questa è la stessa ideologia che ispira il Jobs Act, con il quale si conferisce più forza ai datori di lavoro per indebolire i diritti dei lavoratori, ispira la Legge 107 della scuola, con la quale si conferiscono maggiori poteri ai dirigenti e minori diritti ai docenti a cui vengono affidati più impegni a parità di salario. Un’ideologia che da una legge ordinaria all’altra stava per essere elevata a norma fondamentale di Stato.
Di conseguenza non sorprende che la manipolazione mediatica continui a sottrarsi ad un’interpretazione oggettiva e veritiera del voto, non sorprende che essa possa riconoscere di aver fallito nel tentativo di condizionare la volontà del 60% dell’elettorato.
Persino di fronte al dato matematico del voto giovanile, la teoria, piegata strumentalmente alla scelta politica, invece di riconoscere in questo voto la smentita empirica del dogma psicoanalitico, quell’odio dei giovani che si erge a valutazione del politico e del collettivo, sostiene che invece la conferma (e Popper avrà su questo limite della psicoanalisi sempre ragione). La vittoria del No sarebbe la prova di un odio che non avrebbe trovato «una canalizzazione simbolica», come a dire che non sarebbe stato intercettato neanche dai giovani in perenne contraddizione con se stessi (Intervista a M. Recalcati, “Un paese vittima dell’odio, che gode nella distruzione, “l’Unità.tv”, 7 dicembre 2016).
E tuttavia, a volere enfatizzare le conseguenze che coerentemente deriverebbero da questa pseudo teoria, il voto dei giovani dimostrerebbe al contrario senso di gratitudine e rispetto verso quelle madri e quei padri costituenti di cui evidentemente essi avvertono di essere gli eredi. Una conclusione questa che non sarebbe comunque molto diversa dalla trasfigurazione emozionale e psico-patologica del dissenso politico che è una delle caratteristiche più eclatanti della visione populistica, in questo caso giovanilistica, del politico. Una trasfigurazione che, al pari dell’ideologia dominante con la quale si identifica, non si lascia falsificare dalla realtà oggettiva, perché il suo scopo è appunto falsarla con continui aggiramenti.
Di conseguenza, con il solito elitismo morale per cui mentre si riconosce democraticamente l’esito del voto, poi lo si manipola, mentre si chiamano i cittadini a votare, poi li si disprezza, poca o nessuna enfasi è stata data ad una campagna referendaria che ha dato voce ad una società civile attiva, informata, democratica, pluralista che ha mobilitato associazioni e comitati, scuole, centri culturali e accademici, per non parlare di tutti i partiti politici e dell’associazionismo di sinistra. Una realtà che ha dato piuttosto ragione almeno ad un fattore di quella democrazia deliberativa e dibattimentale che stenta ad affermarsi, vale a dire, come direbbe Habermas, che le saracinesche del potere si sono dovute necessariamente alzare per immettere flussi comunicativi di legittimazione, che evidentemente chiedono non meno ma più Costituzione, non meno ma più democrazia, non meno ma più democrazia sociale. Il che non è ancora una garanzia dello stato di buona salute della democrazia se i bisogni e gli interessi che questi flussi comunicativi esprimono non saranno intercettati e tradotti dal potere istituzionale.
Bocciando la proposta di riforma costituzionale e la sua ideologica manipolazione, il fronte del No è stato dunque molto chiaro, ancora in due sensi.
Dando ancora una volta ragione a Calamandrei, quando nel suo discorso ai giovani affermava che la nostra Costituzione è sì polemica verso il passato fascista, ma tanto più verso il presente ogni volta che giudica negativamente l’ordinamento sociale attuale che non si sia adeguato ai suoi dettami. La vittoria del No dimostra che la nostra Costituzione è ancora molto polemica nei confronti di questo presente e di tutti i tentativi di spolemizzarla attraverso il rafforzamento dell’esecutivo, lo squilibrio dei poteri e leggi elettorali che non rappresentino il pluralismo partitico e la dialettica politica.
Dando ancora una volta ragione a Togliatti che quand’anche contrario al sistema bicamerale, non finiva di insistere che qualsiasi fosse stato il numero delle Camere esse sarebbero dovute sottostare alla condizione di essere «entrambe emanazione della sovranità popolare e democraticamente espresse dal popolo», che dunque qualsiasi ordinamento costituzionale deve lasciare che gli istituti parlamentari esprimano sempre la volontà popolare e tutta l’ampiezza e la complessità della sua rappresentanza; che lottare «per una Costituzione che sia una Costituzione popolare», «che permetta alla sovranità popolare di manifestarsi e di dare la propria impronta a tutta la vita della Nazione» significa seguire «una linea di condotta conseguentemente democratica».
Che infine solo questa linea di condotta offre alla democrazia anche il criterio per capire da che parte stanno i suoi nemici (Discorso all’Assemblea Costituente, 11 marzo 1947).
 
da http://dialetticaefilosofia.it/

venerdì 25 novembre 2016

Democrazia, capitalismo e “rottura populista”

di Carlo Formenti da Micromega

 
La lunga recensione (quasi un saggio breve) a "La variante populista" (DeriveApprodi) apparsa su queste pagine e firmata da Alessandro Somma (che ringrazio vivamente per l’attenzione con cui ha letto e analizzato il libro) mi stimola a compiere alcune precisazioni in merito alle tesi da me sostenute, nonché a marcare convergenze e divergenze fra i nostri punti di vista. L’intervento di Somma si articola in varie sezioni, ma può essere sostanzialmente ricondotto a due parti: la prima, in cui ripercorre la pars destruens delle mie argomentazioni (che mi pare condivida in larga misura), la seconda, più breve, in cui analizza le mie proposte politiche e nella quale si concentrano i dissensi. Andrò quindi di fretta sulla prima parte per arrivare al nocciolo della discussione contenuto nella seconda.

Provo a riassumere così le cose su cui siamo sostanzialmente d’accordo: 1) Somma riprende e articola le mie critiche alle tesi di coloro che vedono nel cosiddetto “capitalismo della conoscenza” il presupposto di una transizione spontanea e indolore a una società postcapitalista – critiche che io muovo a partire soprattutto dai lavori di Antonio Negri e André Gorz (anche seguendo le argomentazioni di Dardot e Laval) e dai teorici della New Economy come Yochai Benkler, mentre lui allarga il campo a Paul Mason e al suo Postcapitalismo; 2) riprende inoltre il tema della non neutralità delle forze produttive (cruciale per superare le visioni “oggettiviste” della transizione al socialismo, presenti nello stesso Marx); 3) riprende infine la mia analisi (che arricchisce in relazione al caso Uber) sulle mistificazioni della sharing economy che, assieme alle nuove forme di “lavoro del consumatore” mediate dai social network, rappresenta un nuovo, formidabile dispositivo di potenziamento delle forme di sfruttamento e controllo del capitale sul lavoro.

Passiamo alle osservazioni critiche che mi vengono rivolte nella seconda parte. Le elenco qui di seguito per poi discuterle singolarmente: 1) in riferimento alla metafora delle “tessere del mosaico”, che io utilizzo per alludere al lavoro di ricostruzione di un fronte unitario dei soggetti sociali e politici che la “guerra di classe dall’alto” (per usare la definizione di Gallino) del capitale globale è riuscito a disarticolare, Somma mi rimprovera di averne una visione rigida e riduttiva, cui contrappone la maggiore flessibilità con cui le sinistre radicali tedesche guardano alla costruzione di un blocco controegemonico, di un attore anticapitalista eterogeneo; 2) in questo blocco Somma schiera a pieno titolo quei movimenti che, nel secondo capitolo del libro, io considero invece integrati nella governance neoliberista; 3) mi attribuisce poi una piena adesione alle tesi di Laclau sul populismo, con conseguente semplificazione/banalizzazione del conflitto sociale, ridotto alle coppie oppositive popolo/élite, alto/basso; 4) critica il mio discorso sulla sovranità popolare e nazionale come regressivo e, non ritenendo sufficiente la variante post-nazionale che ne suggerisco, ribadisce che, a suo parere, questi termini, in quanto patrimonio della narrazione di destra, sono inservibili a sinistra; 5) infine – ribadito che dal suo punto di vista non si danno diritti sociali se non si riconoscono i diritti civili (il riferimento è alla mia polemica contro l’inversione gerarchica a favore dei secondi ad opera delle sinistre sia moderate che radicali) – rifiuta la mia idea del divorzio fra liberalismo e democrazia, rivendicando la possibilità di coniugare superamento del capitalismo e liberal democrazia.

Per quanto riguarda il primo punto: non ho mai preteso di dare una definizione completa ed esaustiva dei soggetti arruolabili in un blocco anticapitalista, tanto è vero che, a un amico che nel corso di una presentazione mi ha detto che il libro finisce là dove dovrebbe iniziare, ho risposto che il mio proposito è sollevare i problemi nodali su cui considero urgente aprire la discussione, perché la loro soluzione non può arrivare dal contributo di un singolo ma non può che essere collettiva. Ciò detto, resto convinto che nessun blocco sociale può essere una mera sommatoria di soggetti ma va costruito gerarchicamente, a partire dall’identificazione di quelle classi, movimenti, comunità politiche e culturali, ecc. che più di altre sono portatrici di un potenziale antagonista. Ciò non significa che creda nell’esistenza di avanguardie definibili apriori come tali (quasi “naturalisticamente”) e a chi (non Somma, mi pare) mi rivolge tale accusa, replico che si tratta di identificare, di volta in volta, la “composizione politica” di classe – cioè quegli strati sociali che attivamente e concretamente lottano contro il neoliberismo – composizione che per definizione appare mutevole e contingente.

Quanto appena affermato ci porta direttamente al terzo punto (saltando il secondo, su cui tornerò più avanti), nella misura in cui chiama in causa il concetto gramsciano di egemonia. Curiosamente Somma nella sua recensione non cita mai Gramsci, mentre mi attribuisce, come scrivevo poco fa, una posizione appiattita sul pensiero di Laclau. Ora il merito di Laclau consiste, a mio avviso, nell’aver saputo descrivere empiricamente la dinamica della “rottura populista” che viene a determinarsi a partire dall’incapacità dei sistemi neo liberisti di dare risposta differenziale ai bisogni dei vari soggetti sociali, la cui rabbia e frustrazione tende appunto a convergere in un fronte populista e a innescare l’opposizione antagonista fra popolo ed élite, alto e basso (tipica la parola d’ordine di Occupy Wall Street: “We the 99%”). Ciò detto, io rivolgo una serie di critiche radicali alle sue tesi (ripudio dell’analisi di classe, esaltazione del ruolo del leader carismatico, difesa delle istituzioni rappresentative, illusioni neo socialdemocratiche, ecc.) e le reinterpreto appunto alla luce delle categorie gramsciane di blocco sociale, egemonia, farsi partito e farsi stato delle classi subordinate, guerra di posizione, ecc. Se il populismo – sia esso di sinistra o di destra, perché esistono anche le “rivoluzioni passive” – è la forma che la lotta di classe tende ad assumere nell’era dell’eclissi delle sinistre storiche e dell’impotenza di quelle radicali, la sua declinazione gramsciana dovrebbe essere la valorizzazione del suo potenziale di rottura antisistemica, la spinta alla creazione di istituzioni di democrazia diretta e partecipativa (vedi i processi costituenti delle rivoluzioni bolivariane, pur con tutti i loro limiti) e la lotta egemonica all’interno di tali processi per orientarli in senso anticapitalista.

Passiamo alla questione della sovranità popolare e nazionale. Somma afferma che: a) si tratta di una visione irrealistica e nostalgica e che b) chiama in causa parole irreversibilmente “contaminate” dalla narrativa di destra. Su a): oggi la lotta di classe si presenta anche e soprattutto come conflitto fra flussi globali (di merci, denaro, informazioni, membri delle élite) e luoghi (i territori colonizzati dai flussi dove vivono, lavorano e lottano le classi subalterne) – una diagnosi confermata dalle dichiarazioni del direttore del Wall Street Journal, il quale, in un’intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato che il conflitto sociale sarà sempre meno fra progressisti e conservatori e sempre più fra globalisti e populisti - ; ma se questo è vero, irrealistica mi pare piuttosto l’idea di competere al livello globale, laddove il capitale controlla tutte le regole del gioco, mentre l’unica chance di rottura sistemica si dà a livello di territorio locale (regionale e/o nazionale). Né rimpiango lo stato nazione del trentennio glorioso (che poi tanto glorioso non era), ma penso a forme di aggregazione federativa, dal basso, di entità post nazionali (non fondate cioè su basi identitarie, ma su comunità di lotta, lavoro, ecc.). La sovranità non è necessariamente quella descritta dalla filosofia politica classica, può assumere anche le forme descritte da Hannah Arendt, o sperimentate nelle esperienze storiche del consiliarismo. Quanto a b): le narrazioni cambiano, e consegnare certe parole alla destra senza lottare per mutarne il significato mi pare un grave errore; egemonia è anche e soprattutto lotta per il controllo del linguaggio, del senso comune.  

Siamo al punto 5 e qui compare, dopo Gramsci, un secondo “convitato di pietra”, cioè Norberto Bobbio, il quale mi pare faccia implicitamente capolino dietro quel Benedetto Croce che Somma cita alla fine del suo articolo, a proposito della sua polemica con Einaudi e della tesi di un possibile divorzio fra democrazia liberale e capitalismo. Il vero dissidio è qui, ed è lo stesso che in altre occasioni mi ha visto discutere amabilmente con altri amici come Stefano Rodotà: sono infatti convinto che, mentre il divorzio fra democrazia e capitalismo è ormai fatto compiuto, liberalismo politico e liberismo siano strettamente interconnessi e che la lotta per la riconquista della democrazia passi inevitabilmente per il superamento del liberismo economico e del liberalismo politico. Del resto gli argomenti con cui questa tesi è già stata da altri sostenuta sono arcinoti. Per citarne solo un paio: il liberalismo politico comporta la delega della sovranità popolare attraverso il meccanismo della democrazia rappresentativa, ma le elezioni non assicurano la prevalenza della volontà generale se le risorse economiche e i mezzi d’informazione appartengono alla proprietà privata; il liberalismo politico riconosce a ognuno un diritto uguale, ma senza equità sociale tale riconoscimento resta una mera affermazione di principio.

A fronte di questi problemi i teorici della democrazia radicale riconoscono come tale solo la democrazia diretta e partecipativa, l’autogoverno, o, nel caso si diano forme di rappresentanza, chiedono che vengano vincolate al mandato breve e imperativo e alla possibilità di revocare l’eletto in qualsiasi momento. Ecco dove affonda le radici la differenza attorno alla questione della relazione gerarchica fra diritti civili e diritti sociali: per Somma, come detto, non si possono dare diritti sociali senza diritti civili, per me è il contrario (e qui, com’è ovvio, è in questione anche la relazione gerarchica fra diritti individuali e diritti collettivi). Ecco perché ho inserito nel secondo capitolo (quello sull’eutanasia delle sinistre) la critica di quei movimenti che hanno progressivamente abbandonato la lotta per i diritti sociali in favore di quella per i diritti civili, ed ecco perché Somma, al contrario, mi invita a riaccoglierli nel mio Pantheon di soggetti anticapitalisti.

Non credo si tratti di stabilire chi ha torto e chi ha ragione, perché siamo di fronte a due paradigmi differenti (forse anche a due modelli etici ed epistemologici differenti: realismo politico versus costituzionalismo, come una volta mi ha detto Rodotà). Le due posizioni sono necessariamente incompatibili? No, perché abbiamo un obiettivo comune, cioè uscire dal capitalismo, poi si tratta di vedere come, ma soprattutto si tratta di vedere cosa fare una volta che se ne sia usciti, ma questo, purtroppo è a tutt’oggi un problema remoto.