Durante un programma televisivo, l'onorevole
Lanzillotta, ha detto fra le righe una
cosa molto grave, ma con estrema naturalezza. Si parlava di spesa
pubblica italiana (800 mld), che per questi signori è sempre troppo
alta, e si parlava ovviamente di tagli. Immancabile la sanità, che per
quanto l'Italia sia la cenerentola in Europa per la spesa in rapporto
al PIL, comunque va tagliata. Ad un certo punto, forse per un istinto incontrollato, l'onorevole ha tirato fuori le retribuzioni nel pubblico,
scivolando rapidamente su una frase profondamente rivelatrice dei suoi pensieri reconditi: "... per fortuna (le retribuzioni pubbliche) stanno già diminuendo
ma ci sono dei vincoli, occorre gradualità". Sissignore ha detto proprio "per fortuna". In altre parole, non possiamo taglieggiarli troppo e troppo in fretta, dateci un po' di tempo e ve li sistemiamo a dovere. Quelle frasi pronunciate in quel contesto, sono sembrate una cosa
normalissima e a un orecchio poco attento potevano assumere una valenza quasi neutrale o fatalmente necessaria. Se mettiamo insieme quanto detto nelle premesse con questa improvvida irruzione dell'inconscio, il manifesto delle riforme all'europea è presto fatto. In sintesi: far dimagrire il settore pubblico un po' alla volta, come farebbe un bravo nutrizionista per non provocare reazioni scioccanti e controproducenti, tagliare il welfare a più non posso, sanità prima di tutto, con la scusa che
"non è più sostenibile", perché non ci sono i soldi, perché ce lo
chiede l'Europa ecc., e infine privatizzare tutto il privatizzabile. Tutto ciò a detta dei saggi servirebbe a diminuire il
debito pubblico, a renderci virtuosi e a portare danaro fresco per far
ripartire la "crescita". Un meccanismo ben congegnato direi, sebbene demolito da diversi economisti seri per i suoi effetti depressivi e se vogliamo perfino moltiplicatori del debito. Ad ogni modo tornando ai nostri dipendenti pubblici, fatte le dovute proporzioni in base alla ripartizione della spesa pubblica, questi vengono presentati come un esercito di maledetti bulimici divoratori della torta pubblica, non importa se hanno stipendi da fame, e se molti devono tirare la carretta per campare, qui si parla di categorie generali, di metafisica austeritaria, di spiritualismo mercantile, la carne viva non conta. Logiche da menti elette. A tutto questo gran parlare di austerità e tagli e stringiamo la cinghia, si
aggiunge poi la dismissione del patrimonio pubblico sempre a beneficio dei
privati.
La spesa pubblica troppo elevata, la necessità inderogabile dei conti in ordine sancita dall'Europa, l'austerità come regola prima e non aggirabile, pena la pedità di ogni virtù, sono ormai ingredienti di una fabula che ha come unici protagonisti i mercati e le oligarchie finanziarie. Credo che le frasi di questa tagliatrice
di teste, quelle esplicite e quelle scappate fuori dai denti, siano profondamente rivelatrici di ciò che ci attende e della
filosofia di quelle "riforme" che la nostra orribile classe politica
intende portare avanti. Fortunatamente succede che alle volte questi "illuminati" si lascino scappare le vere finalità del loro agire e pronuncino frasi di così elevata gravità, con la naturalezza di un pettegolezzo dal parrucchiere. Lanzillotta a parte, le finalità di questo bel manifesto, sono presto dette: una società di stampo feudale, dove i servi sono sotto il costante ricatto della penuria di risorse e con a capo una classe di parassiti che prospera allegramente, permettendo ad un'economia malefica di succhiare le ultime enclosure rimaste e dare un colpo mortale a tutte le conquiste degli ultimi due secoli. Il tutto con il supporto di una politica ridotta a pura appendice di organismi sovranazionali che dettano le regole.
Complottismo? Vaneggiamenti? Non credo. Le parole e le azioni di questi signori sono abbastanza chiare e seppure costoro non dibattono di tali argomenti col cappuccio in testa in sale buie, come si conviene ad una conventicola di illuminati, gli effetti di tanto agire sono quelli che abbiamo sotto gli occhi: aziende che chiudono, redditi decurtati e compressi, servizi sempre più scadenti, università scuole e sanità sotto attacco, disoccupazione alle stelle. Di contro banche salvate al prezzo del nostro sangue, forbice fra chi ha tanto e chi ha poco in costante aumento. Serve altro?
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domenica 28 luglio 2013
giovedì 31 gennaio 2013
Quel piano Beveridge che pare scritto oggi
Queste sono le riforme di cui vorremmo sentir parlare, non quelle di Monti e di Bersani, che chiamano riforma l'abolizione delle tutele sul lavoro, le privatizzazioni, la riforma Fornero sulle pensioni e i tagli al Welfare.
Esattamente settant'anni fa prendeva avvio il "Piano Beveridge", il progetto di protezione sociale elaborato dal rettore dell'Univeristy College di Oxford, sir William Beveridge, che è alla base dei moderni sistemi di welfare. Ecco perchè le sue idee sono ancora attualissime.
di Lucio Villari, da Micromega
C’era una precisa intenzione politica nel fatto che tra le armi e l’equipaggiamento dell’Ottava Armata di Sua Maestà britannica e della Quinta Armata americana destinate allo sbarco in Sicilia nell’estate 1943, i reciproci uffici di informazione e di propaganda aggiungessero testi letterari e opuscoli politici. Gli americani preferivano regalare recenti romanzi e racconti in italiano e in formato rettangolare, gli inglesi diffondevano tra gli stupiti italiani, insieme ad un impeccabile The Remaking of Italy del 1942, testi più impegnativi.
Tra questi, un opuscolo edito dalla “Stamperia Reale” con la data 1943, dal titolo Il Piano Beveridge.
In autunno l’Ottava Armata, risalendo la penisola e volendo aiutare gli italiani ad aprire gli occhi sul mondo, diffonderà anche Il Mese (edito dalla londinese “The Fleet Steet Press”), un compendio della stampa internazionale che sarà una efficace arma giornalistica di documentazione democratica.
Il Piano Beveridge aveva questo sobrio sottotitolo “La relazione di Sir William Beveridge al Governo britannico sulla protezione sociale. Riassunto ufficiale”: 116 pagine, in perfetto italiano, che riportavano 272 paragrafi, i più essenziali, dei 461 che componevano il Piano. Pochi grammi di dinamite culturale che avrebbero coinvolto e convinto gli italiani più consapevoli sui fondamenti della giustizia sociale, sulla solidarietà tra le classi, sulla tutela dei diritti e i bisogni dei lavoratori e dei ceti più deboli, sui doveri dello Stato e dei poteri economici per assicurare e garantire libertà e democrazia.
Mentre imperversava una guerra dall’esito incerto, l’opuscolo, scritto senza verbosità propagandistica e senza voler suggerire alcuna ipotesi di rivoluzione socialista, era una minuzioso catalogo di progetti, di programmi, di dati tecnici. Indicava il futuro che avrebbero potuto attendersi i popoli liberati dal fascismo e dal nazismo e suggeriva l’inedito sapore della protezione sociale e della libertà dal bisogno in un sistema di democrazia, vera, attiva.
Il Piano Beveridge era un piano pragmatico e funzionale diretto non ai settori guida dell’economia, industria, agricoltura, terziario, mondo finanziario, come accadeva negli Stati Uniti del New Deal, ma a quello della immediata, quotidiana esistenza delle persone. Il governo, presieduto da Winston Churchill, lo aveva annunciato alla Camera di Comuni il 27 gennaio 1942 come iniziativa di una “Commissione interministeriale per le assicurazioni sociali e servizi assistenziali” costituita nel giugno 1941 e alla cui guida era stato chiamato un economista liberale di sessantadue anni, rettore dell’University College di Oxford, Sir William Beveridge. Si faccia attenzione a questa ultima data: era l’inizio dell’operazione Barbarossa tedesca contro la Russia.
L’opinione pubblica inglese, anche la più moderata e liberale, aveva compreso che con l’estendersi in Europa della potenza tedesca, con i continui bombardamenti di Londra e i successi dell’Asse in Africa, la guerra aveva preso una piega pericolosa. Ma ottimismo e volontà di resistenza parvero prevalere in quei giorni. E non mancavano lampi di umorismo british come quelli del disegnatore satirico del Daily Express, Osbert Lancaster che pubblicò con la didascalia “June 1941” un disegno che ho rivisto con molto divertimento: un aristocratico e un ricco borghese si salutano, quasi sorpresi essi stessi, con il pugno chiuso. In questo clima fu elaborato il Piano che Beveridge consegnò a Churchill il 20 novembre 1942. Ai primi giorni di gennaio del 1943 il progetto di “protezione sociale e di politica sociale”, il Welfare State nel senso più razionale e umano del termine, fu conosciuto e se ne iniziò l’esecuzione.
Sono trascorsi esattamente settant’anni, ma l’idea che ha guidato Beveridge e i suoi collaboratori e esperti resta intatta ed attuale. Il piano implicava tre premesse: “sussidi all’infanzia, estesi servizi sanitari e di riabilitazione, mantenimento degli impieghi”. Cioè una riforma politica totale della società. Delle tre premesse è superfluo ricordare l’importanza che ebbe il servizio sanitario nazionale (da esso dipende anche il nostro in vigore). Ma è importante anche la conclusione di Beveridge: “L’abolizione del bisogno non può essere imposta né regalata ad una democrazia, la quale deve sapersela guadagnare avendo fede, coraggio e sentimento di unità nazionale”.
Una premessa ideale al secondo Piano Beveridge consegnato il 18 maggio 1944: Full Employment in a Free Society. E’ questa la più vasta indagine che sia mai stata elaborata (oltre 600 pagine) sulle cause della disoccupazione e sulla possibilità, al ritorno della pace, della piena occupazione in industria, agricoltura e terziario. Un sogno costruito su una diagnosi profonda e perfetta, oltre alcune formule keynesiane, sia del funzionamento dello Stato e delle sue strutture sia dell’efficienza del sistema produttivo capitalistico privato. “La piena occupazione produttiva in una società libera — scriveva nell’introduzione Beveridge — è possibile, ma non la si può realizzare agitando una bacchetta magica finanziaria”.
Esattamente settant'anni fa prendeva avvio il "Piano Beveridge", il progetto di protezione sociale elaborato dal rettore dell'Univeristy College di Oxford, sir William Beveridge, che è alla base dei moderni sistemi di welfare. Ecco perchè le sue idee sono ancora attualissime.
di Lucio Villari, da Micromega
C’era una precisa intenzione politica nel fatto che tra le armi e l’equipaggiamento dell’Ottava Armata di Sua Maestà britannica e della Quinta Armata americana destinate allo sbarco in Sicilia nell’estate 1943, i reciproci uffici di informazione e di propaganda aggiungessero testi letterari e opuscoli politici. Gli americani preferivano regalare recenti romanzi e racconti in italiano e in formato rettangolare, gli inglesi diffondevano tra gli stupiti italiani, insieme ad un impeccabile The Remaking of Italy del 1942, testi più impegnativi.
Tra questi, un opuscolo edito dalla “Stamperia Reale” con la data 1943, dal titolo Il Piano Beveridge.
In autunno l’Ottava Armata, risalendo la penisola e volendo aiutare gli italiani ad aprire gli occhi sul mondo, diffonderà anche Il Mese (edito dalla londinese “The Fleet Steet Press”), un compendio della stampa internazionale che sarà una efficace arma giornalistica di documentazione democratica.
Il Piano Beveridge aveva questo sobrio sottotitolo “La relazione di Sir William Beveridge al Governo britannico sulla protezione sociale. Riassunto ufficiale”: 116 pagine, in perfetto italiano, che riportavano 272 paragrafi, i più essenziali, dei 461 che componevano il Piano. Pochi grammi di dinamite culturale che avrebbero coinvolto e convinto gli italiani più consapevoli sui fondamenti della giustizia sociale, sulla solidarietà tra le classi, sulla tutela dei diritti e i bisogni dei lavoratori e dei ceti più deboli, sui doveri dello Stato e dei poteri economici per assicurare e garantire libertà e democrazia.
Mentre imperversava una guerra dall’esito incerto, l’opuscolo, scritto senza verbosità propagandistica e senza voler suggerire alcuna ipotesi di rivoluzione socialista, era una minuzioso catalogo di progetti, di programmi, di dati tecnici. Indicava il futuro che avrebbero potuto attendersi i popoli liberati dal fascismo e dal nazismo e suggeriva l’inedito sapore della protezione sociale e della libertà dal bisogno in un sistema di democrazia, vera, attiva.
Il Piano Beveridge era un piano pragmatico e funzionale diretto non ai settori guida dell’economia, industria, agricoltura, terziario, mondo finanziario, come accadeva negli Stati Uniti del New Deal, ma a quello della immediata, quotidiana esistenza delle persone. Il governo, presieduto da Winston Churchill, lo aveva annunciato alla Camera di Comuni il 27 gennaio 1942 come iniziativa di una “Commissione interministeriale per le assicurazioni sociali e servizi assistenziali” costituita nel giugno 1941 e alla cui guida era stato chiamato un economista liberale di sessantadue anni, rettore dell’University College di Oxford, Sir William Beveridge. Si faccia attenzione a questa ultima data: era l’inizio dell’operazione Barbarossa tedesca contro la Russia.
L’opinione pubblica inglese, anche la più moderata e liberale, aveva compreso che con l’estendersi in Europa della potenza tedesca, con i continui bombardamenti di Londra e i successi dell’Asse in Africa, la guerra aveva preso una piega pericolosa. Ma ottimismo e volontà di resistenza parvero prevalere in quei giorni. E non mancavano lampi di umorismo british come quelli del disegnatore satirico del Daily Express, Osbert Lancaster che pubblicò con la didascalia “June 1941” un disegno che ho rivisto con molto divertimento: un aristocratico e un ricco borghese si salutano, quasi sorpresi essi stessi, con il pugno chiuso. In questo clima fu elaborato il Piano che Beveridge consegnò a Churchill il 20 novembre 1942. Ai primi giorni di gennaio del 1943 il progetto di “protezione sociale e di politica sociale”, il Welfare State nel senso più razionale e umano del termine, fu conosciuto e se ne iniziò l’esecuzione.
Sono trascorsi esattamente settant’anni, ma l’idea che ha guidato Beveridge e i suoi collaboratori e esperti resta intatta ed attuale. Il piano implicava tre premesse: “sussidi all’infanzia, estesi servizi sanitari e di riabilitazione, mantenimento degli impieghi”. Cioè una riforma politica totale della società. Delle tre premesse è superfluo ricordare l’importanza che ebbe il servizio sanitario nazionale (da esso dipende anche il nostro in vigore). Ma è importante anche la conclusione di Beveridge: “L’abolizione del bisogno non può essere imposta né regalata ad una democrazia, la quale deve sapersela guadagnare avendo fede, coraggio e sentimento di unità nazionale”.
Una premessa ideale al secondo Piano Beveridge consegnato il 18 maggio 1944: Full Employment in a Free Society. E’ questa la più vasta indagine che sia mai stata elaborata (oltre 600 pagine) sulle cause della disoccupazione e sulla possibilità, al ritorno della pace, della piena occupazione in industria, agricoltura e terziario. Un sogno costruito su una diagnosi profonda e perfetta, oltre alcune formule keynesiane, sia del funzionamento dello Stato e delle sue strutture sia dell’efficienza del sistema produttivo capitalistico privato. “La piena occupazione produttiva in una società libera — scriveva nell’introduzione Beveridge — è possibile, ma non la si può realizzare agitando una bacchetta magica finanziaria”.
mercoledì 17 ottobre 2012
Non fateci celebrare il funerale della sanità pubblica
di Ivan Cavicchi da il fattoquotidiano
Il 27 0ttobre a Roma ci sarà la manifestazione nazionale dei medici per protestare contro il definanziamento del sistema sanitario deciso dal governo Monti. Ben 27 sigle sindacali mediche una volta tanto hanno messo da parte le divisioni per riunirsi sotto uno slogan assai significativo: “Diritto alla cura e diritto di curare”. La manifestazione prevede un funerale simbolico alla sanità pubblica e alla professione medica con tanto di carro funebre, cavalli e banda al seguito. Io andrò a questa manifestazione e credo che dovrebbero aderire tutti coloro che difendono l’art. 32 della Costituzione, che si occupano dell’inviolabilità del diritto alla vita, di dignità della persona, di umanizzazione, le altre professioni sanitarie, e le rappresentanze dei cittadini. Dopo le notizie di oggi sugli ulteriori tagli inseriti nella legge di stabilità, credo che la partecipazioni diventi obbligatoria. In cuor mio credo (vedi il mio primo post) che staccare la spina a un diritto vitale come quello della salute varrebbe uno sciopero generale. Se è vero come si sta sostenendo a proposito dell’Ilva che la salute è un valore intangibile, e se è vero che l’Ilva e la spending review compromettono questo valore non si capisce perché la prima è condannata e la seconda no. Che senso ha il diritto alla salute senza un welfare sanitario?
Nel giugno 2008 a Fiuggi si tenne la prima “Conferenza nazionale della professione medica”, organizzata dalla Fnomceo e da una analoga intersindacale medica, che si concluse con delle “dichiarazioni di consenso”: difesa del servizio pubblico, ripensare la formazione del medico, garantire la necessaria autonomia professionale, nuovo medico ecc. Dichiarazioni che restarono lettera morta ma che già allora e comunque con pesanti ritardi rispetto ai cronici problemi della professione, ci dicevano come il medico si trovasse in una scomoda posizione: tra un inedito cambiamento epocale (post modernità) che gli richiede dei ripensamenti, e la crisi di sostenibilità economica dei sistemi di welfare (post welfarismo) che gli condiziona la professionalità. Quindi tra ritardi storici e crisi. Il medico in sostanza fermo nella sua invarianza le prende sia dalla postmodernità che dal postwelfarismo. Da una parte è perseguitato dal contenzioso legale fino a essere costretto a rifugiarsi nella medicina difensiva, dall’altra con le limitazioni economiche la sua prassi è condizionata al punto da mettere seriamente in discussione ortodossia e deontologia.
Oggi le ragioni economiche chiedono ai medici di non essere medici e di diventare altro cioè delle burocratiche trivial machine. I medici, salvo naturalmente le tante eccezioni, non sono più visti come benefattori ma come controparti di spesa o controparti dei cittadini cioè come problemi non come soluzioni. Di motivi per avercela con loro ce ne sono tanti ma non abbastanza per sancire la sfiducia di una intera categoria e del suo immenso patrimonio di umanità. Essi generalmente sono brave persone, oneste e coscienziose, che purtuttavia ogni volta che hanno a che fare con i soldi provocano grossi problemi di spesa. L’intramoenia, la notula per i medici di medicina generale, le quote capitarie, le retribuzioni legate al numero dei posti letto, gli incarichi di responsabilità per le strutture complessse… sono tutti esempi di opportunismi professionali che alla fine ci costano cari. Ma anche con queste criticità in nessun modo è giustificabile una negazione dei valori della professione. Oggi la crisi spinge a negare il senso profondo di questa professione perché considerata prima responsabile della spesa sanitaria senza avere minimamente coscienza dei danni incalcolabili che ne deriverebbero ai cittadini. Per cui è giusta la protesta. Ma se la mobilitazione non sarà sostenuta da una adeguata progettualità, essa rischia di ridursi in una drammatica testimonianza di impotenza. Bisogna rispondere alla spending review rispondendo alle sfide del nostro tempo. Non si vince la battaglia per il futuro restando nel passato. Serve un ripensamento del medico e quindi quella “riforma mai fatta” di cui ho parlato nel post precedente. Dobbiamo dire noi quale medico vogliamo il che non è possibile senza prima chiarire quale medicina vogliamo… senza aspettare rassegnati di essere ridotti a quello che non possiamo né diventare né essere.
Il 27 0ttobre a Roma ci sarà la manifestazione nazionale dei medici per protestare contro il definanziamento del sistema sanitario deciso dal governo Monti. Ben 27 sigle sindacali mediche una volta tanto hanno messo da parte le divisioni per riunirsi sotto uno slogan assai significativo: “Diritto alla cura e diritto di curare”. La manifestazione prevede un funerale simbolico alla sanità pubblica e alla professione medica con tanto di carro funebre, cavalli e banda al seguito. Io andrò a questa manifestazione e credo che dovrebbero aderire tutti coloro che difendono l’art. 32 della Costituzione, che si occupano dell’inviolabilità del diritto alla vita, di dignità della persona, di umanizzazione, le altre professioni sanitarie, e le rappresentanze dei cittadini. Dopo le notizie di oggi sugli ulteriori tagli inseriti nella legge di stabilità, credo che la partecipazioni diventi obbligatoria. In cuor mio credo (vedi il mio primo post) che staccare la spina a un diritto vitale come quello della salute varrebbe uno sciopero generale. Se è vero come si sta sostenendo a proposito dell’Ilva che la salute è un valore intangibile, e se è vero che l’Ilva e la spending review compromettono questo valore non si capisce perché la prima è condannata e la seconda no. Che senso ha il diritto alla salute senza un welfare sanitario?
Nel giugno 2008 a Fiuggi si tenne la prima “Conferenza nazionale della professione medica”, organizzata dalla Fnomceo e da una analoga intersindacale medica, che si concluse con delle “dichiarazioni di consenso”: difesa del servizio pubblico, ripensare la formazione del medico, garantire la necessaria autonomia professionale, nuovo medico ecc. Dichiarazioni che restarono lettera morta ma che già allora e comunque con pesanti ritardi rispetto ai cronici problemi della professione, ci dicevano come il medico si trovasse in una scomoda posizione: tra un inedito cambiamento epocale (post modernità) che gli richiede dei ripensamenti, e la crisi di sostenibilità economica dei sistemi di welfare (post welfarismo) che gli condiziona la professionalità. Quindi tra ritardi storici e crisi. Il medico in sostanza fermo nella sua invarianza le prende sia dalla postmodernità che dal postwelfarismo. Da una parte è perseguitato dal contenzioso legale fino a essere costretto a rifugiarsi nella medicina difensiva, dall’altra con le limitazioni economiche la sua prassi è condizionata al punto da mettere seriamente in discussione ortodossia e deontologia.
Oggi le ragioni economiche chiedono ai medici di non essere medici e di diventare altro cioè delle burocratiche trivial machine. I medici, salvo naturalmente le tante eccezioni, non sono più visti come benefattori ma come controparti di spesa o controparti dei cittadini cioè come problemi non come soluzioni. Di motivi per avercela con loro ce ne sono tanti ma non abbastanza per sancire la sfiducia di una intera categoria e del suo immenso patrimonio di umanità. Essi generalmente sono brave persone, oneste e coscienziose, che purtuttavia ogni volta che hanno a che fare con i soldi provocano grossi problemi di spesa. L’intramoenia, la notula per i medici di medicina generale, le quote capitarie, le retribuzioni legate al numero dei posti letto, gli incarichi di responsabilità per le strutture complessse… sono tutti esempi di opportunismi professionali che alla fine ci costano cari. Ma anche con queste criticità in nessun modo è giustificabile una negazione dei valori della professione. Oggi la crisi spinge a negare il senso profondo di questa professione perché considerata prima responsabile della spesa sanitaria senza avere minimamente coscienza dei danni incalcolabili che ne deriverebbero ai cittadini. Per cui è giusta la protesta. Ma se la mobilitazione non sarà sostenuta da una adeguata progettualità, essa rischia di ridursi in una drammatica testimonianza di impotenza. Bisogna rispondere alla spending review rispondendo alle sfide del nostro tempo. Non si vince la battaglia per il futuro restando nel passato. Serve un ripensamento del medico e quindi quella “riforma mai fatta” di cui ho parlato nel post precedente. Dobbiamo dire noi quale medico vogliamo il che non è possibile senza prima chiarire quale medicina vogliamo… senza aspettare rassegnati di essere ridotti a quello che non possiamo né diventare né essere.
lunedì 2 gennaio 2012
Benvenuti in Danimarca, il paese dei sogni
di Gabriele Catania da linkiesta via Informare per Resistere
Consoliamoci: il paradiso c’è. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito. Terza nell’indice di democrazia. Sesta per qualità dell’ambiente imprenditoriale e capacità tecnologica. Settima per Pil pro capite. Ottava per libertà economica. Decima per creatività economica. Certo la crisi ha ridotto la crescita all’1,5% ma il Paese è pieno di fiducia per il futuro e anche negli altri: qui il 97% dei cittadini pensa di conoscere qualcuno su cui poter contare nei momenti di bisogno, contro il 94% dei tedeschi e il misero 86% degli italiani, dove quelli sotto la media Ocse (91%) siamo noi.
(Flickr – pamhule)
Può sembrare incredibile eppure nell’Europa in crisi, a poche ore di volo dall’Italia, c’è un piccolo regno democratico con uno dei popoli più felici del pianeta (o almeno così dicono periodicamente i sondaggi). La corruzione è quasi inesistente, lo spread tra i suoi titoli sovrani e i bund è sotto zero, la disoccupazione tendenzialmente bassa e le imprese sono tassate meno che in Svizzera. La forza-lavoro è flessibile ma ben pagata (e tutelata), si crede anche nell’energia pulita, la banda larga è diffusa e i giovani sono una priorità. Questo regno è la Danimarca. Che con buona pace di Amleto, di marcio non sembra avere molto.
Sono i numeri a dirlo. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito. Terza nell’indice di democrazia. Sesta per qualità dell’ambiente imprenditoriale e capacità tecnologica. Settima per Pil pro capite. Ottava per libertà economica. Decima per creatività economica. Dodicesima per competitività globale. Purtroppo anche la nazione scandinava è stata investita dalla bufera della crisi. Nel 2011, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il suo Pil è cresciuto di appena l’1,5%. Un risultato peggiore di due Paesi nordici altrettanto piccoli come la Norvegia (+1,7%) e la Finlandia (+3,5%).
Tuttavia i danesi continuano ad avere fiducia nel loro Paese, perché alla fine funziona. Lo conferma la Better Life Initiative dell’Ocse: «la Danimarca ottiene risultati eccezionalmente buoni nelle misurazioni del benessere, come dimostra il fatto che è tra i migliori Paesi in un grande numero di voci del Better Life Index». Per l’Ocse i danesi non conoscono rivali quanto a «soddisfazione personale» ed «equilibrio tra vita e lavoro», e ottengono buoni risultati pure in voci importanti come «comunità»: il 97% dei danesi pensa di conoscere qualcuno su cui poter contare nei momenti di bisogno, contro il 94% dei tedeschi e il misero 86% degli italiani (la media Ocse, bisogna sottolinearlo, sfiora il 91%).
«Anche solo girare per Copenaghen rende evidente una sensazione di benessere – racconta con sincerità Lucia Baruzzi, studentessa bolognese ventenne, in trasferta all’Università di Copenaghen – Basta osservare le famiglie, i giovani, le persone insomma. La società danese trasmette una vibrazione positiva, oserei dire». Una società unita, coesa e paritaria, quella danese. Dove tutti si danno del tu, racconta a Linkiesta l’italianista Jacob Giese, ekstern lektor dell’Università di Copenaghen. «Rispetto agli italiani siamo meno formali e gerarchici. La cultura danese ha radici contadine, è all’insegna della stabilità e della democrazia – spiega nel suo eccellente italiano – Per capire la nostra cultura basta confrontare i giornali danesi con quelli italiani. I vostri usano un linguaggio abbastanza elitario, complesso; i giornalisti ricorrono spesso a un mucchio di sinonimi per fare bella figura, e far capire come sono bravi. Noi danesi invece siamo un po’ più piatti, preferiamo passare inosservati. Il che non vuol dire anonimi».

Vecchio poster di promozione turistica
Da tre mesi primo ministro di questo Paese piatto (in tutti sensi: l’Himmelbjerget, “Montagna del Cielo” in danese, è alto 147 metri), è una signora: Helle Thorning-Schmidt. Leader dei Socialdemocratici, che tornano al potere dopo dieci anni di governo conservatore, è il primo Statsminister donna della storia danese. «Personalmente, da cittadina danese, sono felice che finalmente abbiamo un primo ministro donna, circa trent’anni dopo che la Norvegia ha avuto il suo, Gro Harlem Brundtland – dice a Linkiesta la professoressa Karen Christensen, sociologa dell’Università di Bergen – È importante che pure le donne possano arrivare ai vertici, in questo caso politici, della nostra società; non in ultimo perché fungeranno da modelli per le generazioni più giovani nel loro percorso formativo e lavorativo. Inoltre avere come primo ministro una donna (e per la prima volta) stimolerà le politiche dell’uguaglianza di genere in Danimarca».
Uguaglianza e solidarietà sono un mantra del nuovo governo che ha promesso di rendere più egualitario un Paese che negli ultimi anni ha creduto molto nel libero mercato. Non che in Danimarca regni la legge della giungla, sia chiaro: è già oggi uno dei luoghi più egualitari del pianeta, con un coefficiente di Gini (che misura la disparità nella distribuzione del reddito) più basso di quello svedese o norvegese. L’egualitarismo non è solo economico, ma sociale e culturale, trionfa pure in istituzioni altrove ingessate come i tribunali o le università. «Tra i professori danesi e gli studenti c’è rapporto totalmente diverso da quello che esiste in Italia», racconta a Linkiesta la torinese Francesca Sacco, studentessa a Copenaghen che si dice «innamorata delle città del Nord Europa. I professori danesi non vogliono che ci sia un divario tra docenti e studenti. Un professore una volta mi ha chiesto di essere meno formale nelle email che gli scrivevo, di chiamarlo per nome e di firmare a mia volta per nome».
I rapporti sembrano essere nel segno della parità e della partecipazione anche nel mondo del lavoro. Secondo il sito di Invest in Denmark, «molti stranieri in Danimarca descrivono la cultura lavorativa danese come informale e strutturata orizzontalmente. Questo significa, per esempio, che tutti gli impiegati e i manager si chiamano l’uno all’altro con il nome di battesimo, e che la maggior parte delle decisioni sono discusse in incontri dove tutti gli impiegati hanno uguale voce in capitolo». Ma per quanto i danesi diano valore all’uguaglianza come pilastro dell’identità nazionale, non è detto che la nuova coalizione di governo riesca a realizzare la sua agenda. È molto eterogenea: i socialdemocratici sono affiancati dal Partito popolare socialista, e dai social-liberali. Al Folketing, l’assemblea monocamerale danese, sono cruciali i dodici voti della Enhedslisten, partito di sinistra radicale che sogna la Tobin Tax e una Danimarca fuori dall’Unione europea. «Una delle promesse importanti del nuovo governo ai danesi è che ridurrà, nei prossimi anni, le diseguaglianze tra ricchi e poveri», conferma a Linkiesta la Christensen. «Peraltro i Socialdemocratici non hanno ricevuto tanti voti quanti speravano, e loro e il Partito popolare socialista devono perciò fare dei compromessi con i Social-liberali guidati da Margrethe Vestager, che politicamente va più a destra».


Il teatro dell’Opera di Copenhagen e una vista della capitale della Danimarca (Flickr – Wojtek Gurak e Troels Dejgaard Hansen)
Il contrasto all’ineguaglianza passa dal rilancio del famoso welfare danese. Che davvero si prende cura dei suoi cittadini “dalla culla alla tomba”: chi ha un figlio riceve un generoso assegno annuale; gli studenti hanno diritto a un sussidio, e a prestiti statali a tassi agevolati; l’assistenza sanitaria è gratuita, universale e di qualità; l’attenzione agli anziani e ai disabili è forte. «Il welfare funziona bene in Danimarca, i cittadini ne sono parecchio contenti, e molta gente si direbbe anche pronta a pagare più tasse di quelle che già paga per avere servizi ancora migliori», racconta a Linkiesta la genovese Irene Biasioli, che vive ad Aarhus, grande città portuale nella Danimarca continentale «Ti posso assicurare che rispetto all’Italia i servizi sono molto, molto buoni. La sanità è organizzata molto bene. Qui il medico curante non si limita a prescrivere medicine e visite, fa tutto lui: se hai bisogno degli esami del sangue ti preleva il sangue, se devi fare un test ti chiama in ambulatorio ed è lui a occuparsene». Il fidanzato di Irene, Paolo Masulli, concorda. Laureato in matematica a Genova e a Copenaghen, sta conseguendo un dottorato all’Università di Aarhus. «Gli studi universitari sono gratuiti per i cittadini della UE – racconta – Quando facevo il master all’Università di Copenaghen non pagavo nulla. Il dottorato invece è considerato un impiego: io sono stato assunto dall’Università di Aarhus e quindi ho uno stipendio, e ho diritto a ferie, malattia, paternità».
Anche se molti danesi si sono spostati a destra negli ultimi anni (la Venstre, cioè i Liberali, resta il primo partito nazionale), il welfare resta popolare. Come spiega a Linkiesta la professoressa Karina Kosiara-Pedersen, politologa dell’Università di Copenaghen, «i fondamentali del nostro welfare ricevono un buon sostegno da un capo all’altro dello spettro politico. Solo l’Alleanza Liberale [un partitino liberista] vuole fare qualcosa di più drastico, ma alla fine neanche così tanto». Fondato sul principio che a tutti i cittadini devono essere garantiti certi diritti fondamentali in caso di malattia, disoccupazione o altre difficoltà sociali, il welfare danese è universalista. Proattivo. Decentralizzato. Funziona, ma costa. E molto. Se si vuole tenerlo in piedi, bisogna dunque far ripartire l’economia. Che nel 2012, secondo le stime del FMI, dovrebbe crescere di appena l’1,5%. Ecco perché il nuovo governo ha molteplici obiettivi: deve aumentare la produttività e la competitività salariale; rafforzare gli investimenti in ricerca e istruzione, e tenere il debito a freno. Il tutto partendo da condizioni generali non proprio idilliache.
«Anche la Danimarca è stata colpita dall’esplosione della bolla immobiliare-finanziaria e dal congelamento dei mercati finanziari internazionali avvenuti nella metà del 2008», spiega a Linkiesta Niels Blomgren-Hansen, professore emerito presso il dipartimento di economia della Copenhagen Business School. «Queste calamità non sono state immeritate [per la Danimarca]. Una politica fiscale rilassata, e la liberalizzazione del settore bancario, hanno generato una bolla dei prezzi degli asset, parzialmente finanziata da prestiti a breve. Quando i mercati sono crollati le banche hanno avuto difficoltà a rifinanziare i prestiti, i prezzi degli asset sono diminuiti molto e l’economia è stata colpita da una contrazione del credito. Il Pil è calato dell’1,1% nel 2008 e del 5,2% nel 2009, l’occupazione è scesa di circa 5 punti (un calo significativo rispetto a numerosi Stati)». Oggi la situazione del regno, però, è meno grave che in tanti altri Paesi. La disoccupazione è sì alta, ma per gli standard danesi, non europei. È vero che l’economia cresce poco, a causa del calo degli investimenti privati e dei consumi; le esportazioni tuttavia sono salite, e la bilancia dei pagamenti è in attivo.


Piste ciclabili a Copenhagen (Flickr – Mikael Colville-Andersen)
Come altri Paesi scandinavi, e nordeuropei in generale, la Danimarca esporta, bene e tanto. Sarà la posizione geografica favorevole, che la fa confinare con la locomotiva tedesca, e la colloca tra Mar Baltico e Mare del Nord; saranno le infrastrutture eccellenti; sarà il fatto che quasi tutti i danesi parlano un inglese splendido, o che Copenaghen è un hub regionale. Sta di fatto che la Danimarca è una piccola tigre dell’export. «Ci sono due ragioni principali per investire in Danimarca», dice a Linkiesta Niels Julien Onteniente, manager di Invest in Denmark. «La prima è che se si hanno clienti nei Paesi nordici, area molto ricca e con un alto potere d’acquisto, a un certo punto diventa necessario avere una presenza fisica e legale, e allora si può scegliere di aprire una sede in Danimarca, come hanno fatto molte società, che hanno lì il loro quartier generale regionale». I numeri colpiscono. Per esempio la percentuale di pmi danesi che esportano fuori dalla UE sono il 6,6%, contro il 3,9% della media europea. Nella classifica FT Global 500 2011 delle maggiori società per capitalizzazione, la Danimarca ha 3 campioni, come la Norvegia, e più della Finlandia: la farmaceutica Novo Nordisk; la Danske Bank; e la Møller-Maersk, colosso dell’estrazione petrolifera e soprattutto dello shipping (i suoi container sono noti ai pendolari italiani, che talvolta li avvistano sui treni della Val Padana). Bisogna essere chiari su un punto: i danesi credono nell’uguaglianza e nella solidarietà, ma pure nei benefici della globalizzazione e della concorrenza. Non potrebbe essere altrimenti: nel 2009 la Danimarca ha attirato quasi 8 miliardi di dollari in investimenti stranieri diretti (Fdi), più di Finlandia o Norvegia.
«La seconda ragione per investire da noi è l’ambiente imprenditoriale davvero buono. La flexicurity danese non è solo un brand. Significa che la Danimarca cerca di offrire le migliori condizioni possibili alle aziende», spiega Onteniente. «Abbiamo una legislazione molto liberale in materia di assunzioni e licenziamenti e questo è importante, anche perché quando un’azienda fa un grosso investimento lontano dal suo Paese d’origine, ha limitate informazioni locali e tende a commettere più errori. Dunque è importante essere in grado di licenziare una persona sbagliata più facilmente che altrove». Le statistiche sono dalla parte di chi investe in Danimarca. Il regno è forse il luogo meno corrotto del pianeta. È ottavo nella classifica della libertà economica. Dodicesimo in quello della competitività globale.
«La Danimarca è il sesto Paese al mondo dove è più semplice fare affari», sottolinea Chiara Dell’Oro, della Futura Camera di Commercio italo-danese ad Aarhus. 29 anni, sposata con un danese, la Dell’Oro spiega che non è difficile, per un imprenditore straniero, entrare nel mercato locale. «Le tempistiche relative agli adempimenti burocratici qui sono fortemente ridotte rispetto all’Italia, anche perché la dimensioni del Paese sono molto più contenute di quelle italiane. È minore la tempistica relativa all’espletamento di pratiche legali e allo svolgimento dei processi: ad esempio qui manca l’istituto del notaio. Per il danese la parola data conta molto più che per l’italiano, ma anche per la stipula di contratti scritti è tutto assai più veloce. Per l’acquisto di un immobile si passa solo attraverso il proprio avvocato: è lui a dover leggere il contratto, e quando dà l’approvazione l’atto viene stipulato senza ulteriori scartoffie».
Ancora, la pubblica amministrazione è davvero amica delle imprese. «È molto agevole, per esempio, gestire la propria attività senza neanche la necessità di trasferirsi fisicamente in Danimarca, perché sia il settore privato sia la pubblica amministrazione si appoggiano a una solida e avanzata struttura altamente informatizzata, che garantisce una comunicazione rapida ed efficiente per tutti gli utenti». Insomma, il sistema giuridico-amministrativo danese usa (davvero) internet, è trasparente e semplice. I cittadini ringraziano e ricambiano. Con una forte osservanza delle regole. Anche nelle piccole cose. «Io studio all’Università di Copenaghen, e all’interno c’è un bar gestito da studenti, con una lavagna che indica i prezzi – racconta Riccardo Traverso, studente veneziano di economia – Tu vai là, prendi da solo quello che vuoi, e versi i soldi indicati sulla lavagna, senza che nessuno controlli». Se il rispetto delle regole è uno degli ingredienti del capitalismo, il regno nordico dovrebbe essere il paradiso degli imprenditori. E in effetti fare impresa, in Danimarca, è più facile che altrove.


Bryggen e sotto la stazione di Dybbølsbro (Flickr – me, charlotte e SirPecanGum)
Anche quando si è giovani, stranieri e si vuole creare dal nulla una start-up high-tech. O almeno questa è la storia della Evertale, e di uno dei suoi fondatori, Matteo Danieli. Ventisette anni, vicentino di Sossano, dopo la doppia laurea in ingegneria a Padova e al Politecnico di Copenaghen Danieli è rimasto in Danimarca per un dottorato. «Dopo un anno e mezzo ho capito però che il PhD non faceva per me. Allora insieme a due amici italiani, Luca Ferrari e Francesco Patarnello, ho deciso di sviluppare l’idea alla base di Evertale – racconta – Pian piano la cosa è cresciuta sempre di più finché non abbiamo attirato l’attenzione di importanti investitori, e ora siamo qui, a Copenaghen, a lavorare al prodotto». Evertale è un’applicazione per smartphone che realizza in automatico una sorta di diario virtuale delle esperienze quotidiane dell’utente. Un’idea vincente, a quanto pare, dato che i tre hanno ricevuto finanziamenti da Mangrove, venture capital in Lussemburgo che ha fatto la sua fortuna investendo su Skype agli albori. Danieli è soddisfatto della sua scelta. «La Danimarca è un Paese che funziona. Vivendo in Italia pensi che certe cose siano destinate a non funzionare mai, e invece… La Danimarca è un esempio brillante di come le belle idee, tipo semplificare la burocrazia, o convincere la gente a lasciare a casa l’auto e andare in bici, possano essere implementate. Qui in Danimarca hanno un senso dello Stato molto più forte del nostro, si identificano nella cosa pubblica: non è come in Italia, dove lo Stato è un’entità nemica, che devi combattere, ad esempio cercando di pagare meno tasse possibili».
La tassazione in Danimarca è tra le più alte al mondo. Nel 2009 le entrate fiscali sono state pari al 48,2% del Pil. Più del 46,4% svedese. O del 43,5% italiano. Solo che lo Stato danese, in cambio delle tasse, offre molto. «Qui siamo davvero esigenti nei confronti dello Stato – dice l’italianista Giese – Gli italiani forse sono, in genere, più diffidenti, mentre noi danesi siamo molto esigenti, nel bene e nel male». Che una nazione con tasse così alte possa funzionare ha dell’incomprensibile, come l’enigma del calabrone, che vola anche se non dovrebbe. «Il calabrone danese può volare perché c’è un’interazione positiva tra il settore pubblico e il settore privato – spiega a Linkiesta Mogens Lykketoft, ministro delle finanze tra il 1993 e il 2000, e attuale speaker del Folketing – E anche grazie al cosiddetto modello danese della flexicurity, che significa che non è così costoso licenziare la forza-lavoro in esubero. Il modello però fa sì che nei periodi di crescita, come fu all’inizio degli anni Novanta in Danimarca, le società assumano più personale».
Socialdemocratico, famoso per il suo acume e il suo carattere forte, Lykketoft è autore di un testo, “Den Danske Model, en europæisk succeshistorie” (Il modello danese, una storia di successo europea) che cerca di spiegare come funziona la Danimarca.
Sette sono i punti di forza: un buon sistema d’istruzione, che fa sì che il regno abbia più iscritti all’università di Norvegia o Svezia; molte aziende piccole e dinamiche; una politica industriale liberale, che non corre al salvataggio delle imprese in difficoltà, ma protegge i cittadini dai monopoli privati; una politica economica che sostiene la crescita e il cambiamento nel settore privato; apertura ai mercati internazionali e alle nuove produzioni; la mitica flexicurity. E la flexicurity, di cui si parla tanto anche nel nostro Paese, ha due volti: da un lato consente agli imprenditori di licenziare più facilmente, incentivandoli però ad assumere (perché non assumere, se poi si è liberi di licenziare?); dall’altro offre una rete di sicurezza che garantisce sussidi di disoccupazione che in alcuni casi raggiungono il 90% dell’ultima paga. Naturalmente chi perde il suo impiego deve riqualificarsi, in modo da tornare competitivo sul mercato del lavoro.


Il porto di Nyhavn a Copenhagen e pale eoliche marine a Middelgrunden vicino la capitale (Flickr - AtilaTheHun e andjohan)
«Questa flessibilità è una sorta di compromesso storico, sviluppato non con un accordo specifico ma in molti anni, che dice: bene, è molto più facile assumere e licenziare, ma lo Stato deve occuparsi dei disoccupati. – spiega Lykketoft – Dunque si combina questa flessibilità nella fase di assunzione e licenziamento con un alto livello di protezione». Ed è proprio la flexicurity uno dei segreti del modello danese. Che anziché puntare sulla sicurezza del posto di lavoro, punta sulla sicurezza di lavorare. In realtà il testo di Lykketoft evidenzia altri due punti di forza dell’economia danese: il fatto che molte donne lavorino; e una fiscalità che aiuta chi fa impresa. Secondo la Banca Mondiale, nel 2010 le aziende danesi hanno versato al fisco circa il 29,3% dei loro profitti commerciali, contro il 30,1% di quelle svizzere, il 40,8% di quelle finlandesi e il 68,6% di quelle italiane. E se i datori di lavoro non devono versare contributi, sono invece significativamente più alte della media le tasse su redditi e consumi (comprare un’auto, in Danimarca, è un vero salasso).
Tra i vincitori del modello danese sembrano esserci i giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile, in Danimarca, è più basso che altrove: secondo Eurostat nel 2010 ha sfiorato il 14%, contro il 21,1% della media europea e quasi il 28% italiano. «Mi sto trovando molto bene, qui. In Italia non mi sentivo benaccetto come giovane – dice a Linkiesta Dario Zanotti, studente di diritto da Ravenna, in Erasmus a Copenaghen – Vivendo qui vedo che i giovani danesi hanno molte più possibilità. Alcuni studenti fanno due, tre lavoretti senza problemi e si riescono a mantenere da soli mentre in Italia è difficile. Qui in Danimarca non si capacitano del fatto che in Italia siano i genitori a pagare gli studi dei figli». Ma non è solo questione di lavoretti.
La società danese è giovane (gli abitanti sotto i 15 anni sono il 18%, contro il 15,4% dell’eurozona e il 14,2% italiano). Crede nel merito. Ed è poco gerontocratica. Il ministro delle finanze, Bjarne Corydon, ha 38 anni. E il suo collega che si occupa di fisco ha appena 26 anni. Il ministro dell’ambiente, Ida Auken, è nato nel 1978: due anni più giovane del collega addetto a ricerca, innovazione e istruzione superiore. Lo stesso primo ministro, Helle Thorning-Schmidt, ha 45 anni. E alcuni dei politici più promettenti del regno, come la super-socialista Johanne Schmidt-Nielsen (classe 1984), o la liberale Ellen Trane Nørby (classe 1980), in Italia sarebbero considerati ancora dei lattanti. «Penso che la Danimarca sia un Paese aperto in molti sensi. Vediamo che abbiamo molte donne in politica, e che questo nuovo parlamento è il più giovane d’Europa – racconta a Linkiesta Emilie Turunen. Danese, 27 anni, è il più giovane membro del Parlamento europeo, ma è già famosa per le sue battaglie a favore dei giovani europei – È normale che i danesi votino per giovani politici, perché è legittimo che i giovani abbiano un ruolo nella nostra democrazia, e che le nuove generazioni siano rappresentate».
Forse è anche perché crede nei suoi figli, che la Danimarca punta così tanto sulle energie rinnovabili. Già oggi il regno è tra i più importanti produttori di energia eolica del mondo (Vestas, colosso del settore, è danese). E per il 2050 sogna addirittura di affrancarsi dalle energie fossili. Un obiettivo molto ambizioso. Anche per un Paese così civile e progredito. Non esente da problemi, però. A cominciare da una certa auto-referenzialità culturale, che forse contribuisce a rafforzare forze di destra come il Partito popolare danese. Il terzo partito del regno, dopo Liberali e Socialdemocratici. Ma ben diverso da entrambi. Basta leggere una frase del suo programma per capirlo: «la Danimarca non è un paese d’immigrazione e non lo è mai stato. Perciò non accetteremo che sia trasformato in una società multietnica».
È il Partito popolare danese il principale artefice delle durissime leggi anti-immigrazione varate dalla Danimarca sotto il governo del centrodestra. Ironia della sorte, il partito è guidato da un’occhialuta signora di 64 anni che sembra più una bibliotecaria che un tribuno dalla retorica di fuoco: Pia Kjærsgaard. In Danimarca e all’estero la Kjærsgaard è spesso bersaglio di dure critiche. Che però non sembrano scalfire troppo il suo carisma, e il suo fiuto politico. «Anche se non ti piace quello che rappresenta, la Kjærsgaard è intelligente; un’intelligenza da classe lavoratrice – spiega a Linkiesta Olav Hergel. Giornalista influente, Hergel è autore di uno splendido thriller, Il fuggitivo (Iperborea), che mette a nudo le contraddizioni dei media e della politica danesi – Credo che la Kjærsgaard rappresenti una parte non-progressista della società danese. Ci sono molti danesi che, pur non essendo poveri, hanno mezzi limitati, sono poco istruiti o anziani e queste persone, tagliate fuori dalla società e da internet, amano il modo in cui la Kjærsgaard parla della Vecchia Danimarca, dei vecchi valori danesi». Hergel si sofferma a lungo sulla questione, che conosce bene. «Ciò che la Kjærsgaard dice piace a molta gente, piace alla classe lavoratrice. E infatti molti sondaggi dicono che sono proprio i meno istruiti, quelli con i redditi bassi o che non parlano inglese, a votare la Kjærsgaard. Ecco perché, sotto molti aspetti, lei è una socialdemocratica vecchio stile. Ma per una cosa non è affatto di sinistra: quando si tratta di stranieri o immigrazione, è davvero di destra».
Se il Partito popolare rimane il terzo partito di Danimarca è appunto perché molti danesi temono il multiculturalismo. Abituati come sono a un Paese piatto. Piccolo. Culturalmente e linguisticamente omogeneo. Non a caso nell’agosto del 2011 l’allora ministro per l’immigrazione e l’integrazione, il liberale Søren Pind, in un’intervista al Copenaghen Post paragonava i danesi a un popolo di hobbit (facendo riferimento al Signore degli Anelli di Tolkien), felici di bere la loro birra e starsene in disparte a chiacchierare. A una società timida e tribale. Un giudizio in parte corretto, quello di Pind. «Fondamentalmente, la società danese odierna è il prodotto storico della vecchia società agraria del passato. Una società molto unita, di cui abbiamo adottato tanti valori e usi basati sul consenso e il basso profilo – spiega a Linkiesta il professor Knud J.V. Jespersen, dell’Università della Danimarca Meridionale, e autore de “A History of Denmark” (Palgrave MacMillan) – Non parlerei però di “ritribalizzazione” [della società danese], piuttosto il contrario. È meglio parlare di una “detribalizzazione”, sviluppatasi sotto l’influenza della globalizzazione e della crescente immigrazione, che sta rapidamente trasformando la mentalità e l’autopercezione nazionale. Anche l’adesione all’Unione europea nel 1973 ha contribuito a tale graduale ma fondamentale trasformazione. Per come la vedo io, oggi la maggioranza dei danesi è più aperta e “detribalizzata” che mai; e questo nonostante gli sforzi del Partito popolare danese di fare appello alla paura verso gli immigrati, e a una specie di danesità tribalizzata». Il giudizio di Jespersen non può che far piacere. Perché anche se la Danimarca forse non sarà mai «il modello a cui gli altri Paesi europei guarderanno nei secoli a venire», potrebbe senz’altro offrire qualche buono spunto agli italiani. Meritocrazia, flessibilità e uguaglianza non sono valori solo dei danesi.
Sono i numeri a dirlo. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito. Terza nell’indice di democrazia. Sesta per qualità dell’ambiente imprenditoriale e capacità tecnologica. Settima per Pil pro capite. Ottava per libertà economica. Decima per creatività economica. Dodicesima per competitività globale. Purtroppo anche la nazione scandinava è stata investita dalla bufera della crisi. Nel 2011, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il suo Pil è cresciuto di appena l’1,5%. Un risultato peggiore di due Paesi nordici altrettanto piccoli come la Norvegia (+1,7%) e la Finlandia (+3,5%).
Tuttavia i danesi continuano ad avere fiducia nel loro Paese, perché alla fine funziona. Lo conferma la Better Life Initiative dell’Ocse: «la Danimarca ottiene risultati eccezionalmente buoni nelle misurazioni del benessere, come dimostra il fatto che è tra i migliori Paesi in un grande numero di voci del Better Life Index». Per l’Ocse i danesi non conoscono rivali quanto a «soddisfazione personale» ed «equilibrio tra vita e lavoro», e ottengono buoni risultati pure in voci importanti come «comunità»: il 97% dei danesi pensa di conoscere qualcuno su cui poter contare nei momenti di bisogno, contro il 94% dei tedeschi e il misero 86% degli italiani (la media Ocse, bisogna sottolinearlo, sfiora il 91%).
«Anche solo girare per Copenaghen rende evidente una sensazione di benessere – racconta con sincerità Lucia Baruzzi, studentessa bolognese ventenne, in trasferta all’Università di Copenaghen – Basta osservare le famiglie, i giovani, le persone insomma. La società danese trasmette una vibrazione positiva, oserei dire». Una società unita, coesa e paritaria, quella danese. Dove tutti si danno del tu, racconta a Linkiesta l’italianista Jacob Giese, ekstern lektor dell’Università di Copenaghen. «Rispetto agli italiani siamo meno formali e gerarchici. La cultura danese ha radici contadine, è all’insegna della stabilità e della democrazia – spiega nel suo eccellente italiano – Per capire la nostra cultura basta confrontare i giornali danesi con quelli italiani. I vostri usano un linguaggio abbastanza elitario, complesso; i giornalisti ricorrono spesso a un mucchio di sinonimi per fare bella figura, e far capire come sono bravi. Noi danesi invece siamo un po’ più piatti, preferiamo passare inosservati. Il che non vuol dire anonimi».
Vecchio poster di promozione turistica
Da tre mesi primo ministro di questo Paese piatto (in tutti sensi: l’Himmelbjerget, “Montagna del Cielo” in danese, è alto 147 metri), è una signora: Helle Thorning-Schmidt. Leader dei Socialdemocratici, che tornano al potere dopo dieci anni di governo conservatore, è il primo Statsminister donna della storia danese. «Personalmente, da cittadina danese, sono felice che finalmente abbiamo un primo ministro donna, circa trent’anni dopo che la Norvegia ha avuto il suo, Gro Harlem Brundtland – dice a Linkiesta la professoressa Karen Christensen, sociologa dell’Università di Bergen – È importante che pure le donne possano arrivare ai vertici, in questo caso politici, della nostra società; non in ultimo perché fungeranno da modelli per le generazioni più giovani nel loro percorso formativo e lavorativo. Inoltre avere come primo ministro una donna (e per la prima volta) stimolerà le politiche dell’uguaglianza di genere in Danimarca».
Uguaglianza e solidarietà sono un mantra del nuovo governo che ha promesso di rendere più egualitario un Paese che negli ultimi anni ha creduto molto nel libero mercato. Non che in Danimarca regni la legge della giungla, sia chiaro: è già oggi uno dei luoghi più egualitari del pianeta, con un coefficiente di Gini (che misura la disparità nella distribuzione del reddito) più basso di quello svedese o norvegese. L’egualitarismo non è solo economico, ma sociale e culturale, trionfa pure in istituzioni altrove ingessate come i tribunali o le università. «Tra i professori danesi e gli studenti c’è rapporto totalmente diverso da quello che esiste in Italia», racconta a Linkiesta la torinese Francesca Sacco, studentessa a Copenaghen che si dice «innamorata delle città del Nord Europa. I professori danesi non vogliono che ci sia un divario tra docenti e studenti. Un professore una volta mi ha chiesto di essere meno formale nelle email che gli scrivevo, di chiamarlo per nome e di firmare a mia volta per nome».
I rapporti sembrano essere nel segno della parità e della partecipazione anche nel mondo del lavoro. Secondo il sito di Invest in Denmark, «molti stranieri in Danimarca descrivono la cultura lavorativa danese come informale e strutturata orizzontalmente. Questo significa, per esempio, che tutti gli impiegati e i manager si chiamano l’uno all’altro con il nome di battesimo, e che la maggior parte delle decisioni sono discusse in incontri dove tutti gli impiegati hanno uguale voce in capitolo». Ma per quanto i danesi diano valore all’uguaglianza come pilastro dell’identità nazionale, non è detto che la nuova coalizione di governo riesca a realizzare la sua agenda. È molto eterogenea: i socialdemocratici sono affiancati dal Partito popolare socialista, e dai social-liberali. Al Folketing, l’assemblea monocamerale danese, sono cruciali i dodici voti della Enhedslisten, partito di sinistra radicale che sogna la Tobin Tax e una Danimarca fuori dall’Unione europea. «Una delle promesse importanti del nuovo governo ai danesi è che ridurrà, nei prossimi anni, le diseguaglianze tra ricchi e poveri», conferma a Linkiesta la Christensen. «Peraltro i Socialdemocratici non hanno ricevuto tanti voti quanti speravano, e loro e il Partito popolare socialista devono perciò fare dei compromessi con i Social-liberali guidati da Margrethe Vestager, che politicamente va più a destra».
Il teatro dell’Opera di Copenhagen e una vista della capitale della Danimarca (Flickr – Wojtek Gurak e Troels Dejgaard Hansen)
Il contrasto all’ineguaglianza passa dal rilancio del famoso welfare danese. Che davvero si prende cura dei suoi cittadini “dalla culla alla tomba”: chi ha un figlio riceve un generoso assegno annuale; gli studenti hanno diritto a un sussidio, e a prestiti statali a tassi agevolati; l’assistenza sanitaria è gratuita, universale e di qualità; l’attenzione agli anziani e ai disabili è forte. «Il welfare funziona bene in Danimarca, i cittadini ne sono parecchio contenti, e molta gente si direbbe anche pronta a pagare più tasse di quelle che già paga per avere servizi ancora migliori», racconta a Linkiesta la genovese Irene Biasioli, che vive ad Aarhus, grande città portuale nella Danimarca continentale «Ti posso assicurare che rispetto all’Italia i servizi sono molto, molto buoni. La sanità è organizzata molto bene. Qui il medico curante non si limita a prescrivere medicine e visite, fa tutto lui: se hai bisogno degli esami del sangue ti preleva il sangue, se devi fare un test ti chiama in ambulatorio ed è lui a occuparsene». Il fidanzato di Irene, Paolo Masulli, concorda. Laureato in matematica a Genova e a Copenaghen, sta conseguendo un dottorato all’Università di Aarhus. «Gli studi universitari sono gratuiti per i cittadini della UE – racconta – Quando facevo il master all’Università di Copenaghen non pagavo nulla. Il dottorato invece è considerato un impiego: io sono stato assunto dall’Università di Aarhus e quindi ho uno stipendio, e ho diritto a ferie, malattia, paternità».
Anche se molti danesi si sono spostati a destra negli ultimi anni (la Venstre, cioè i Liberali, resta il primo partito nazionale), il welfare resta popolare. Come spiega a Linkiesta la professoressa Karina Kosiara-Pedersen, politologa dell’Università di Copenaghen, «i fondamentali del nostro welfare ricevono un buon sostegno da un capo all’altro dello spettro politico. Solo l’Alleanza Liberale [un partitino liberista] vuole fare qualcosa di più drastico, ma alla fine neanche così tanto». Fondato sul principio che a tutti i cittadini devono essere garantiti certi diritti fondamentali in caso di malattia, disoccupazione o altre difficoltà sociali, il welfare danese è universalista. Proattivo. Decentralizzato. Funziona, ma costa. E molto. Se si vuole tenerlo in piedi, bisogna dunque far ripartire l’economia. Che nel 2012, secondo le stime del FMI, dovrebbe crescere di appena l’1,5%. Ecco perché il nuovo governo ha molteplici obiettivi: deve aumentare la produttività e la competitività salariale; rafforzare gli investimenti in ricerca e istruzione, e tenere il debito a freno. Il tutto partendo da condizioni generali non proprio idilliache.
«Anche la Danimarca è stata colpita dall’esplosione della bolla immobiliare-finanziaria e dal congelamento dei mercati finanziari internazionali avvenuti nella metà del 2008», spiega a Linkiesta Niels Blomgren-Hansen, professore emerito presso il dipartimento di economia della Copenhagen Business School. «Queste calamità non sono state immeritate [per la Danimarca]. Una politica fiscale rilassata, e la liberalizzazione del settore bancario, hanno generato una bolla dei prezzi degli asset, parzialmente finanziata da prestiti a breve. Quando i mercati sono crollati le banche hanno avuto difficoltà a rifinanziare i prestiti, i prezzi degli asset sono diminuiti molto e l’economia è stata colpita da una contrazione del credito. Il Pil è calato dell’1,1% nel 2008 e del 5,2% nel 2009, l’occupazione è scesa di circa 5 punti (un calo significativo rispetto a numerosi Stati)». Oggi la situazione del regno, però, è meno grave che in tanti altri Paesi. La disoccupazione è sì alta, ma per gli standard danesi, non europei. È vero che l’economia cresce poco, a causa del calo degli investimenti privati e dei consumi; le esportazioni tuttavia sono salite, e la bilancia dei pagamenti è in attivo.
Piste ciclabili a Copenhagen (Flickr – Mikael Colville-Andersen)
Come altri Paesi scandinavi, e nordeuropei in generale, la Danimarca esporta, bene e tanto. Sarà la posizione geografica favorevole, che la fa confinare con la locomotiva tedesca, e la colloca tra Mar Baltico e Mare del Nord; saranno le infrastrutture eccellenti; sarà il fatto che quasi tutti i danesi parlano un inglese splendido, o che Copenaghen è un hub regionale. Sta di fatto che la Danimarca è una piccola tigre dell’export. «Ci sono due ragioni principali per investire in Danimarca», dice a Linkiesta Niels Julien Onteniente, manager di Invest in Denmark. «La prima è che se si hanno clienti nei Paesi nordici, area molto ricca e con un alto potere d’acquisto, a un certo punto diventa necessario avere una presenza fisica e legale, e allora si può scegliere di aprire una sede in Danimarca, come hanno fatto molte società, che hanno lì il loro quartier generale regionale». I numeri colpiscono. Per esempio la percentuale di pmi danesi che esportano fuori dalla UE sono il 6,6%, contro il 3,9% della media europea. Nella classifica FT Global 500 2011 delle maggiori società per capitalizzazione, la Danimarca ha 3 campioni, come la Norvegia, e più della Finlandia: la farmaceutica Novo Nordisk; la Danske Bank; e la Møller-Maersk, colosso dell’estrazione petrolifera e soprattutto dello shipping (i suoi container sono noti ai pendolari italiani, che talvolta li avvistano sui treni della Val Padana). Bisogna essere chiari su un punto: i danesi credono nell’uguaglianza e nella solidarietà, ma pure nei benefici della globalizzazione e della concorrenza. Non potrebbe essere altrimenti: nel 2009 la Danimarca ha attirato quasi 8 miliardi di dollari in investimenti stranieri diretti (Fdi), più di Finlandia o Norvegia.
«La seconda ragione per investire da noi è l’ambiente imprenditoriale davvero buono. La flexicurity danese non è solo un brand. Significa che la Danimarca cerca di offrire le migliori condizioni possibili alle aziende», spiega Onteniente. «Abbiamo una legislazione molto liberale in materia di assunzioni e licenziamenti e questo è importante, anche perché quando un’azienda fa un grosso investimento lontano dal suo Paese d’origine, ha limitate informazioni locali e tende a commettere più errori. Dunque è importante essere in grado di licenziare una persona sbagliata più facilmente che altrove». Le statistiche sono dalla parte di chi investe in Danimarca. Il regno è forse il luogo meno corrotto del pianeta. È ottavo nella classifica della libertà economica. Dodicesimo in quello della competitività globale.
«La Danimarca è il sesto Paese al mondo dove è più semplice fare affari», sottolinea Chiara Dell’Oro, della Futura Camera di Commercio italo-danese ad Aarhus. 29 anni, sposata con un danese, la Dell’Oro spiega che non è difficile, per un imprenditore straniero, entrare nel mercato locale. «Le tempistiche relative agli adempimenti burocratici qui sono fortemente ridotte rispetto all’Italia, anche perché la dimensioni del Paese sono molto più contenute di quelle italiane. È minore la tempistica relativa all’espletamento di pratiche legali e allo svolgimento dei processi: ad esempio qui manca l’istituto del notaio. Per il danese la parola data conta molto più che per l’italiano, ma anche per la stipula di contratti scritti è tutto assai più veloce. Per l’acquisto di un immobile si passa solo attraverso il proprio avvocato: è lui a dover leggere il contratto, e quando dà l’approvazione l’atto viene stipulato senza ulteriori scartoffie».
Ancora, la pubblica amministrazione è davvero amica delle imprese. «È molto agevole, per esempio, gestire la propria attività senza neanche la necessità di trasferirsi fisicamente in Danimarca, perché sia il settore privato sia la pubblica amministrazione si appoggiano a una solida e avanzata struttura altamente informatizzata, che garantisce una comunicazione rapida ed efficiente per tutti gli utenti». Insomma, il sistema giuridico-amministrativo danese usa (davvero) internet, è trasparente e semplice. I cittadini ringraziano e ricambiano. Con una forte osservanza delle regole. Anche nelle piccole cose. «Io studio all’Università di Copenaghen, e all’interno c’è un bar gestito da studenti, con una lavagna che indica i prezzi – racconta Riccardo Traverso, studente veneziano di economia – Tu vai là, prendi da solo quello che vuoi, e versi i soldi indicati sulla lavagna, senza che nessuno controlli». Se il rispetto delle regole è uno degli ingredienti del capitalismo, il regno nordico dovrebbe essere il paradiso degli imprenditori. E in effetti fare impresa, in Danimarca, è più facile che altrove.
Bryggen e sotto la stazione di Dybbølsbro (Flickr – me, charlotte e SirPecanGum)
Anche quando si è giovani, stranieri e si vuole creare dal nulla una start-up high-tech. O almeno questa è la storia della Evertale, e di uno dei suoi fondatori, Matteo Danieli. Ventisette anni, vicentino di Sossano, dopo la doppia laurea in ingegneria a Padova e al Politecnico di Copenaghen Danieli è rimasto in Danimarca per un dottorato. «Dopo un anno e mezzo ho capito però che il PhD non faceva per me. Allora insieme a due amici italiani, Luca Ferrari e Francesco Patarnello, ho deciso di sviluppare l’idea alla base di Evertale – racconta – Pian piano la cosa è cresciuta sempre di più finché non abbiamo attirato l’attenzione di importanti investitori, e ora siamo qui, a Copenaghen, a lavorare al prodotto». Evertale è un’applicazione per smartphone che realizza in automatico una sorta di diario virtuale delle esperienze quotidiane dell’utente. Un’idea vincente, a quanto pare, dato che i tre hanno ricevuto finanziamenti da Mangrove, venture capital in Lussemburgo che ha fatto la sua fortuna investendo su Skype agli albori. Danieli è soddisfatto della sua scelta. «La Danimarca è un Paese che funziona. Vivendo in Italia pensi che certe cose siano destinate a non funzionare mai, e invece… La Danimarca è un esempio brillante di come le belle idee, tipo semplificare la burocrazia, o convincere la gente a lasciare a casa l’auto e andare in bici, possano essere implementate. Qui in Danimarca hanno un senso dello Stato molto più forte del nostro, si identificano nella cosa pubblica: non è come in Italia, dove lo Stato è un’entità nemica, che devi combattere, ad esempio cercando di pagare meno tasse possibili».
La tassazione in Danimarca è tra le più alte al mondo. Nel 2009 le entrate fiscali sono state pari al 48,2% del Pil. Più del 46,4% svedese. O del 43,5% italiano. Solo che lo Stato danese, in cambio delle tasse, offre molto. «Qui siamo davvero esigenti nei confronti dello Stato – dice l’italianista Giese – Gli italiani forse sono, in genere, più diffidenti, mentre noi danesi siamo molto esigenti, nel bene e nel male». Che una nazione con tasse così alte possa funzionare ha dell’incomprensibile, come l’enigma del calabrone, che vola anche se non dovrebbe. «Il calabrone danese può volare perché c’è un’interazione positiva tra il settore pubblico e il settore privato – spiega a Linkiesta Mogens Lykketoft, ministro delle finanze tra il 1993 e il 2000, e attuale speaker del Folketing – E anche grazie al cosiddetto modello danese della flexicurity, che significa che non è così costoso licenziare la forza-lavoro in esubero. Il modello però fa sì che nei periodi di crescita, come fu all’inizio degli anni Novanta in Danimarca, le società assumano più personale».
Socialdemocratico, famoso per il suo acume e il suo carattere forte, Lykketoft è autore di un testo, “Den Danske Model, en europæisk succeshistorie” (Il modello danese, una storia di successo europea) che cerca di spiegare come funziona la Danimarca.
Sette sono i punti di forza: un buon sistema d’istruzione, che fa sì che il regno abbia più iscritti all’università di Norvegia o Svezia; molte aziende piccole e dinamiche; una politica industriale liberale, che non corre al salvataggio delle imprese in difficoltà, ma protegge i cittadini dai monopoli privati; una politica economica che sostiene la crescita e il cambiamento nel settore privato; apertura ai mercati internazionali e alle nuove produzioni; la mitica flexicurity. E la flexicurity, di cui si parla tanto anche nel nostro Paese, ha due volti: da un lato consente agli imprenditori di licenziare più facilmente, incentivandoli però ad assumere (perché non assumere, se poi si è liberi di licenziare?); dall’altro offre una rete di sicurezza che garantisce sussidi di disoccupazione che in alcuni casi raggiungono il 90% dell’ultima paga. Naturalmente chi perde il suo impiego deve riqualificarsi, in modo da tornare competitivo sul mercato del lavoro.
Il porto di Nyhavn a Copenhagen e pale eoliche marine a Middelgrunden vicino la capitale (Flickr - AtilaTheHun e andjohan)
«Questa flessibilità è una sorta di compromesso storico, sviluppato non con un accordo specifico ma in molti anni, che dice: bene, è molto più facile assumere e licenziare, ma lo Stato deve occuparsi dei disoccupati. – spiega Lykketoft – Dunque si combina questa flessibilità nella fase di assunzione e licenziamento con un alto livello di protezione». Ed è proprio la flexicurity uno dei segreti del modello danese. Che anziché puntare sulla sicurezza del posto di lavoro, punta sulla sicurezza di lavorare. In realtà il testo di Lykketoft evidenzia altri due punti di forza dell’economia danese: il fatto che molte donne lavorino; e una fiscalità che aiuta chi fa impresa. Secondo la Banca Mondiale, nel 2010 le aziende danesi hanno versato al fisco circa il 29,3% dei loro profitti commerciali, contro il 30,1% di quelle svizzere, il 40,8% di quelle finlandesi e il 68,6% di quelle italiane. E se i datori di lavoro non devono versare contributi, sono invece significativamente più alte della media le tasse su redditi e consumi (comprare un’auto, in Danimarca, è un vero salasso).
Tra i vincitori del modello danese sembrano esserci i giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile, in Danimarca, è più basso che altrove: secondo Eurostat nel 2010 ha sfiorato il 14%, contro il 21,1% della media europea e quasi il 28% italiano. «Mi sto trovando molto bene, qui. In Italia non mi sentivo benaccetto come giovane – dice a Linkiesta Dario Zanotti, studente di diritto da Ravenna, in Erasmus a Copenaghen – Vivendo qui vedo che i giovani danesi hanno molte più possibilità. Alcuni studenti fanno due, tre lavoretti senza problemi e si riescono a mantenere da soli mentre in Italia è difficile. Qui in Danimarca non si capacitano del fatto che in Italia siano i genitori a pagare gli studi dei figli». Ma non è solo questione di lavoretti.
La società danese è giovane (gli abitanti sotto i 15 anni sono il 18%, contro il 15,4% dell’eurozona e il 14,2% italiano). Crede nel merito. Ed è poco gerontocratica. Il ministro delle finanze, Bjarne Corydon, ha 38 anni. E il suo collega che si occupa di fisco ha appena 26 anni. Il ministro dell’ambiente, Ida Auken, è nato nel 1978: due anni più giovane del collega addetto a ricerca, innovazione e istruzione superiore. Lo stesso primo ministro, Helle Thorning-Schmidt, ha 45 anni. E alcuni dei politici più promettenti del regno, come la super-socialista Johanne Schmidt-Nielsen (classe 1984), o la liberale Ellen Trane Nørby (classe 1980), in Italia sarebbero considerati ancora dei lattanti. «Penso che la Danimarca sia un Paese aperto in molti sensi. Vediamo che abbiamo molte donne in politica, e che questo nuovo parlamento è il più giovane d’Europa – racconta a Linkiesta Emilie Turunen. Danese, 27 anni, è il più giovane membro del Parlamento europeo, ma è già famosa per le sue battaglie a favore dei giovani europei – È normale che i danesi votino per giovani politici, perché è legittimo che i giovani abbiano un ruolo nella nostra democrazia, e che le nuove generazioni siano rappresentate».
Forse è anche perché crede nei suoi figli, che la Danimarca punta così tanto sulle energie rinnovabili. Già oggi il regno è tra i più importanti produttori di energia eolica del mondo (Vestas, colosso del settore, è danese). E per il 2050 sogna addirittura di affrancarsi dalle energie fossili. Un obiettivo molto ambizioso. Anche per un Paese così civile e progredito. Non esente da problemi, però. A cominciare da una certa auto-referenzialità culturale, che forse contribuisce a rafforzare forze di destra come il Partito popolare danese. Il terzo partito del regno, dopo Liberali e Socialdemocratici. Ma ben diverso da entrambi. Basta leggere una frase del suo programma per capirlo: «la Danimarca non è un paese d’immigrazione e non lo è mai stato. Perciò non accetteremo che sia trasformato in una società multietnica».
È il Partito popolare danese il principale artefice delle durissime leggi anti-immigrazione varate dalla Danimarca sotto il governo del centrodestra. Ironia della sorte, il partito è guidato da un’occhialuta signora di 64 anni che sembra più una bibliotecaria che un tribuno dalla retorica di fuoco: Pia Kjærsgaard. In Danimarca e all’estero la Kjærsgaard è spesso bersaglio di dure critiche. Che però non sembrano scalfire troppo il suo carisma, e il suo fiuto politico. «Anche se non ti piace quello che rappresenta, la Kjærsgaard è intelligente; un’intelligenza da classe lavoratrice – spiega a Linkiesta Olav Hergel. Giornalista influente, Hergel è autore di uno splendido thriller, Il fuggitivo (Iperborea), che mette a nudo le contraddizioni dei media e della politica danesi – Credo che la Kjærsgaard rappresenti una parte non-progressista della società danese. Ci sono molti danesi che, pur non essendo poveri, hanno mezzi limitati, sono poco istruiti o anziani e queste persone, tagliate fuori dalla società e da internet, amano il modo in cui la Kjærsgaard parla della Vecchia Danimarca, dei vecchi valori danesi». Hergel si sofferma a lungo sulla questione, che conosce bene. «Ciò che la Kjærsgaard dice piace a molta gente, piace alla classe lavoratrice. E infatti molti sondaggi dicono che sono proprio i meno istruiti, quelli con i redditi bassi o che non parlano inglese, a votare la Kjærsgaard. Ecco perché, sotto molti aspetti, lei è una socialdemocratica vecchio stile. Ma per una cosa non è affatto di sinistra: quando si tratta di stranieri o immigrazione, è davvero di destra».
Se il Partito popolare rimane il terzo partito di Danimarca è appunto perché molti danesi temono il multiculturalismo. Abituati come sono a un Paese piatto. Piccolo. Culturalmente e linguisticamente omogeneo. Non a caso nell’agosto del 2011 l’allora ministro per l’immigrazione e l’integrazione, il liberale Søren Pind, in un’intervista al Copenaghen Post paragonava i danesi a un popolo di hobbit (facendo riferimento al Signore degli Anelli di Tolkien), felici di bere la loro birra e starsene in disparte a chiacchierare. A una società timida e tribale. Un giudizio in parte corretto, quello di Pind. «Fondamentalmente, la società danese odierna è il prodotto storico della vecchia società agraria del passato. Una società molto unita, di cui abbiamo adottato tanti valori e usi basati sul consenso e il basso profilo – spiega a Linkiesta il professor Knud J.V. Jespersen, dell’Università della Danimarca Meridionale, e autore de “A History of Denmark” (Palgrave MacMillan) – Non parlerei però di “ritribalizzazione” [della società danese], piuttosto il contrario. È meglio parlare di una “detribalizzazione”, sviluppatasi sotto l’influenza della globalizzazione e della crescente immigrazione, che sta rapidamente trasformando la mentalità e l’autopercezione nazionale. Anche l’adesione all’Unione europea nel 1973 ha contribuito a tale graduale ma fondamentale trasformazione. Per come la vedo io, oggi la maggioranza dei danesi è più aperta e “detribalizzata” che mai; e questo nonostante gli sforzi del Partito popolare danese di fare appello alla paura verso gli immigrati, e a una specie di danesità tribalizzata». Il giudizio di Jespersen non può che far piacere. Perché anche se la Danimarca forse non sarà mai «il modello a cui gli altri Paesi europei guarderanno nei secoli a venire», potrebbe senz’altro offrire qualche buono spunto agli italiani. Meritocrazia, flessibilità e uguaglianza non sono valori solo dei danesi.
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