domenica 4 marzo 2012

Chi s’indigna per l’epiteto “pecorella”, ma non osa criticare la polizia

L'innocua provocazione di un manifestante ha creato scandalo in molti commentatori, mentre le manganellate e le cariche gratuite delle forze dell'ordine passano inosservate. E nessuno ricorda nulla dei precedenti, a cominciare da Genova G8. Perché in Italia non si riesce a parlar male della polizia quando se lo merita?

di Lorenzo Guadagnucci, da altreconomia.it (via Micromega)

Fa davvero impressione il coro di commenti indignati e perbenisti scatenato dal filmatino che mostra l’innocua provocazione di un manifestante della Val di Susa verso un carabiniere. Si è scomodato Pasolini, si è parlato di squadrismo, si è evocato il rischio di un’escalation di violenze, il tutto senza mostrare il minimo senso del ridicolo, nonostante l’acme della provocazione sia stato individuato - dagli indignati commentatori - nell’epiteto “pecorella”.

Epiteto, peraltro, usato dallo “squadrista” per segnalare alla telecamera che riprendeva la scena, la curiosa condizione che viviamo in Italia, un paese dove i cassieri del supermercato esibiscono sul petto un’etichetta di riconoscimento, ma i poliziotti no: e dire che si tratterebbe di una misura in favore della legalità: o qualcuno ha dimenticato l'impunità ottenuta al G8 di Genova da decine di agenti picchiatori, mai indagati perché non identificabili? (E peraltro nemmeno sottoposti a procedimenti disciplinari, ma questa è una precisa scelta dei vertici delle forze dell'ordine).

Ma in Italia non si può parlare di polizia e forze dell’ordine, se non per omaggiarle, o per scandalizzarsi se un agente fra mille è fatto oggetto di sberleffo. Vorrei chiedere agli indignati commentatori di questi giorni, perché non domandano a chi ha gradi e funzioni di comando, di rispondere ad Alberto Perino, pacifico manifestante che denuncia d’essere stato manganellato senza ragione, riportando la frattura del braccio.

E perché non si indignano, e non si preoccupano per la tenuta democratica del nostro paese, di fronte agli agenti antisommossa che aggrediscono gruppi di cittadini all’interno di una stazione. E ancora: nulla da dire sull’impiego smodato di lacrimogeni, sulle brutalità dello sgombero dell’altra sera a Bussoleno (poche righe in articoli di cronaca del tutto secondari), su Luca Abbà inseguito sul traliccio, o andando indietro di qualche mese sui candelotti sparati ad altezza d’uomo, con sprezzo del pericolo (corso dagli altri) e delle leggi?

Non voglio farne un fatto personale, ma gli indignati commentatori di questi giorni, dov’erano quando dipendenti dello stato, tenuti all’applicazione delle leggi e al rispetto dei diritti costituzionali, massacravano persone inermi durante il G8 del 2001, usando in qualche caso, ad esempio alla scuola Diaz, “armi letali” (definizione del capo del reparto che lo utiliizzò) come il manganello denominato Tonfa? Fatti antichi, non pertinenti? Mica tanto, se si pensa che le bravate di Genova, le prove tecniche di colpo di stato, secondo la definizione di Andrea Camilleri (uno che va bene ai benpensanti solo quando scrive fiction), hanno fatto scuola e sono diventate regola.

Sanno o non sanno gli indignati commentatori che la nostra polizia di stato non ha mai rinnegato gli scempi dei corpi e delle leggi compiuti in quelle tragiche giornate? Che non hanno mai chiesto scusa né alle loro vittime dirette né alla cittadinanza? Che i dirigenti - di rango nazionale! - imputati e condannati in appello non hanno subito il minimo rimprovero e oggi occupano posizioni ancora più importanti al vertice della polizia italiana?

Perché non diciamo la verità? La verità è che stiamo subendo un’offensiva autoritaria terribile, con un movimento civile, una fetta importante della popolazione valsusina che vengono criminalizzati, per affermare - più che la volontà di realizzare un’opera inutile e costosa, che non sarà realizzata per mancanza di soldi - un principio di fondo, e cioè che non c’è spazio per mettere in discussione gli affari, cioè i soldi pubblici destinati ad aziende private, né per contestare un modello di (anti)sviluppo che quanto più è in crisi, tanto meno tollera interferenze di sorta.

Gli indignati commentatori si facciano un esame di coscienza. Si domandino se non stiano partecipando più o meno consapevolmente al teatro della propaganda per la grande opera in quanto tale e si chiedano se la canea scatenata da quella “pecorella” non sia la spia di un accecamento collettivo, di un conformismo così radicato che induce a scandalizzarsi per un epiteto di troppo e a non vedere i manganelli che spezzano le ossa, i lacrimogeni che avvelenano i polmoni, le cariche senza senso e le inutili brutalità contro cittadini che manifestano - che piaccia o meno - il proprio dissenso.

Perché in Italia non è possibile parlare male delle forze di polizia, quando se lo meritano?

La storia islandese insegna: la democrazia è una rivoluzione che parte dal basso


 

Eppure quindici anni di crescita economica avevano reso l'Islanda uno dei paese più ricchi del mondo. Una ricchezza basata sul modello del neo liberismo puro che aveva consentito un rapida ed effimera crescita. Tutto comincia nel 2001 con l'inizio della privatizzazione delle banche.
Nel 2003 tutte le banche del paese erano completamente privatizzate e si adoperavano ossessivamente per attirare investimenti stranieri nel paese. Le banche, come esca, adottavano la tecnica dei conti online, che riducevano drasticamente i costi di gestione, e permettevano tassi di interesse più alti.

Il programma si chiamava IceSave. In poco tempo arrivarono moltissimi stranieri, per la maggior parte inglesi e olandesi, che depositarono i propri risparmi.Il meccanismo da un lato accresceva gli investimenti, ma dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 L'Islanda aveva un debito pari al 200% del suo Pil. Quattro anni dopo era del 900%. Ma non finisce qui. Il colpo di grazia arrivo con i mutui subprime nel 2008. Le tre maggiori banche Landbanki, Kapthing e Glitnir, esposte per circa 10 miliardi di Euro, fallirono drasticamente e vennero nuovamente nazionalizzate. Fu così  che la corona crollò, rispetto l'euro, del 85% decuplicando il debito insoluto e alla fine di quell'anno l'Islanda fu dichiarata stato in bancarotta. Fu questo il drammatico risveglio degli islandesi. Il primo ministro conservatore alla guida del paese, chiese subito l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale il quale accordò prontamente un prestito di due miliardi e cento milioni di euro, mentre alcuni paesi nordici intervennero con altri due miliardi e mezzo.
Nel frattempo, la popolazione scalpitava e protestava contro un destino a cui nessuno poteva più sottrarsi. A gennaio, dopo 14 settimane, il presidio di cittadini che da giorni presidiano il parlamento, ottiene le dimissioni del governo conservatore di Geir Haarde e ottiene le elezioni anticipate. Intanto i poteri finanziari internazionali spingevano l'Islanda verso misure drastiche, l'FMI ed Europa chiedevano al paese di farsi carico del debito, anzi sulle spalle della popolazione. A detta del Fondo Monetario quello, era l'unico modo per saldare il debito e salvare l'Islanda.

Nel gioco delle parti, Olanda e Inghilterra, avevano garantito ai connazionali il rimborso di quanto perso, per cui diventava imperante che lo Stato Islandese rientrasse con il debito il prima possibile. Tuttavia con le elezioni anticipate, arriva il nuovo governo, questa volta di sinistra, che dopo aver criticato il neo-liberismo, cede alle richieste forti della finanza mondiale. All'epoca fu fatta una proposta esorbitante alla nazione. Una manovra economica estrema avrebbe restituito 3 miliardi e mezzo di euro del debito. La cifra sarebbe stata suddivisa fra tutte le famiglie islandesi per 15 anni con un interesse pari al 5,5%. In pratica la tassa proposta altro non era che un prelìievo di 100 euro al mese ad ogni cittadino, per 15 anni, con un carico di 18 mila euro a testa per islandese al fine di saldare un debito contratto da un privato verso un altro privato.
Ma il presidente Grimsson, ascoltate le proteste popolari, si rifiutò di ratificare la norma della super tassa e indisse un referendum sulla tassa stessa. Insomma furono i cittadini a decidere.
La mossa del politico infiammò il potere finanziario,  addirittura si scatenarono contro l'Islanda. Inghilterra e Olanda che minacciarono un “embargo”, mente l' FMI intima il blocco degli aiuti. L'Inghilterra, intanto,  annuncia provvedimenti antiterrorismo e congelamento dei conti bancari degli islandesi.
Grimsson riassume così quei giorni: “Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord. Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord".

Il referendum fu un no secco alla manovra. Il 93% dei cittadini rigettò il debito il quale viene dichiarato “detestabile”. Per i cittadini islandese non è esigibile. Il Fondo Monetario Internazionale congelò immediatamente il denaro. Il governo Islandese aprì un'inchiesta, civile e penale, a carico dei banchieri e dei manager responsabili della crisi finanziaria. L'interpol emise un mandato di arresto internazionale per l'ex presidente della banca Kaupthing. Iniziò così la grande fuga dei banchieri islandesi,  molti dei quali finirono in manette. Sotto spinta popolare, si decise di riscrivere, ex novo, una Costituzione capace di impedire lo strapotere bancario internazionale e del denaro virtuale. La Costituzione vigente risaliva all'indipendenza dell'Islanda dalla Danimarca, infatti ne era una copia tale quale che si differenziava solo per alcune parole “Re/presidente”.

Inizia in questo modo il metodo innovativo di una vera e propria democrazia partecipata, facendo leva sulla memoria degli errori passati. Per la prima volta un governo affidà la modifica radicale della Costituzione ai suoi cittadini.  Venne eletta una Commissione Costituente di 25 cittadini eletti da una base di 522 candidati. I requisiti per candidarsi erano: maggiore età, l'appoggio di almeno 30 persone, e non essere iscritto a nessun partito politico.

Nacuq così la prima costituzione 'crowdsourcing', ovvero un testo realizzato da utenti in rete attraverso mail e social network. Ogni cittadino poteva visionare in rete gli elaborati, assistere alle riunioni via Streaming e contribuire, da casa, alle proposte, esprimendo liberamente le proprie opinioni. Una rivoluzione dal basso. Da quel momento, l'Islanda ha dissolto quell'incantesimo maligno basato sulla convinzione che il debito è una identità sovrana per cui è sacrificabile una nazione intera. Non solo. La volontà e l'impegno islandese ha distrutto l'idea che le leggi debbano essere scritte in gran segreto e da pochi eletti. La Magna Carta, così definita, frutto della Commissione Costituzionale, è stata vagliata, discussa e modificata grazie ai cittadini. Una giovane partecipante all'esperienza disse: “Ho capito per la prima volta cosa  significa davvero la parola democrazia. Avere contribuito a scrivere la Carta, oltre a riempirmi di orgoglio  mi fa sentire molto responsabile verso il mio Paese e verso la libertà della mia gente”.
Oggi, contro ogni previsione del Fmi, società di rating, ed europee, gli investitori internazionali sono tornati a credere nell'Islanda  e fatto importante è che la stessa Islanda non ha perso alcuna sovranità monetaria.
L'isola dell'estremo nord diffonde un massaggio di speranza chiaro: “i cittadini non sono responsabili dei debiti contratti dai poteri forti, per cui le nazioni non sono sacrificabili”.

Ciotti, Vendola, De Magistris l'appello per una trattativa

Tra i primi firmatari dell'iniziativa di Legambiente, il fondatore di Libera e il giurista Pepino. Ma ci sono anche i sindaci di Napoli e Bari e il leader nazionale di Sel: "Il governo riceva i primi cittadini della Val Susa senza riserve mentali"


di Sara Strippoli da Repubblica
 

La richiesta al governo di ricevere i sindaci della Valle di Susa "senza riserve mentali" e aprire un confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali proposte alternative alla Torino-Lione, un tavolo pubblico con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali. Questo l’appello che vede come primi firmatari don Luigi Ciotti e il giurista Livio Pepino, sottoscritto dal leader nazionale di Sel Nichi Vendola e da sindaci come Michele Emiliano, primo cittadino di Bari, e Luigi De Magistris, sindaco di Napoli.  L’appello arriva in parallelo al vertice, convocato da Monti con i ministri Passera e Cancellieri, in corso a Roma e fra i firmatari ci sono anche il sociologo Marco Revelli, il docente di diritto Ugo Mattei, Giorgio Airaudo, responsabile nazionale della Fiom Auto. E nomi del territorio come il consigliere di Sel Michele Curto e figure nazionali come il presidente nazionale dell’Arci Paolo Beni. "Dopo mesi in cui la politica ha omesso il confronto e il dialogo necessari con la popolazione della valle - scrivono nel documento - la situazione di tensione in Val di Susa ha raggiunto il livello di guardia, con una contrapposizione che sta provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni".

Il presidente di Legambiente Cogliati Dezza, che ha promosso l'iniziativa, dichiara: "Le nostre motivazioni contro la realizzazione di questo progetto per l'alta velocità sono sostenute

dalle opinioni di autorevoli studiosi, tecnici ed esperti del settore. Per questo riteniamo fondamentale ottenere ora, a lavori ancora fermi, un incontro con il Presidente del Consiglio Monti, affinché la politica intelligente e lungimirante possa far superare questo conflitto che rischia di svilire e inquinare la lecita opposizione e i contenuti della protesta, che deve essere sempre corretta, pacifica e trasparente".

L’appello mette al primo posto la condanna della violenza ma aggiunge che non ci si può limitare a questo. "La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. La costruzione della linea ferroviaria è una questione non solo locale ma riguarda il nostro modello di sviluppo". Un governo di tecnici, è la conclusione "non può avere paura dello studio, dell’approfondimento, della scienza".

L’egopatia di Aldo Busi e la denigrazione di Lucio Dalla

di Marco Alloni da Micromega

Aldo Busi è un autore che leggo e rileggo, non certo perché mi interessi la sua opera ma perché mi interessa la sua scrittura, fonte inesauribile di invenzioni che arricchiscono la possibilità del dicibile e aiutano la scrittura altrui, qualunque uso essa faccia dei suoi testi, a progredire. Sul piano dell'impegno civile Busi è però ingombrante quanto facilmente "contro". Nemmeno la parola più elaborata riesce a levargli quell'aria di prevedibile pasionario che sottende a ogni sua polemica.

L'aggressione alla salma di Dalla ne è una prova ulteriore: come chi voglia sottacere la grandezza lirica di D'Annunzio in nome del suo proto-fascismo o chi denigri il pensiero di Heidegger in virtù del suo filo-nazismo (presunto), così Busi degrada nello retrovie dell'ipocrisia sociale una figura che andrebbe viceversa presa nel suo insieme o nel suo insieme ignorata.

Tanto più che solo una egopatia portata agli estremi può giustificare, nei confronti di Dalla, una denigrazione che avrebbe ragion d'essere anche per l'autore di Seminario sulla gioventù, almeno se non vogliamo tacere le mille e una forme di autopromozione che lo stesso ha riservato alla propria persona e firma per guadagnare gli scranni dell'attenzione bovina del popolo bue. Leggi: per incrementare – su sua stessa confessione – le vendite dei propri libri.

Peccato, perché le santificazioni suonano sempre macabre, tolgono umanità ai laici e li consegnano a un'eternità che non vale un'oncia degli attimi fugaci che le loro opere – o canzoni – ci hanno consegnato. Ma peccato, soprattutto, perché Busi potrebbe essere, sempre, più convincente se cessasse di esserlo, sempre (e solo) a danno altrui. Soprassediamo poi sulle vittime della Uno Bianca, che nessun osservatore potrebbe immaginare non suscitare l'appassionata e bovina approvazione del popolo bue.

Aldo Busi: “Lucio Dalla? Un chierichetto furbastro”


di Aldo Busi, da dagospia.it via Micromega

Conta di più la vita o l'opera? L'opera, se la vita ne è la superflua coerenza. Se la vita non è coerente con l'opera che produce, il dibattito resta aperto, ma non per me: non conta né l'una né l'altra, entrambe contano solo per l'occasione sprecata di farne tutt'uno. Quindi, via, giù nell'imbuto dell'oblio delle cose che ne nascondono troppe altre per non appartenere più alla fogna dell'arrivare con meno problemi al ventisette del proprio mese che al ruscello di acqua davvero sorgiva e ristoratrice in tutte le sue preziose molecole per l'umanità assetata.

Anch'io, come Joseph Hansen, penso che "un Dostoevskij che non accenna alla sua epilessia o alla sua dipendenza dal gioco" non sarebbe arrivato lontano e che è superflua ogni opera di chi, invece di raccontare innanzitutto di quanto gli è più prossimo e sa perché accade in lui, fa un balzello in avanti per rimuovere l'indicibile e fastidioso ostacolo della sua umanità per quel che è e si cimenta con i grandi orizzonti esistenziali tanto più gratificanti, che poi risultano essere striminziti tra i piccoli paraocchi di un lirismo demagogico o di una sociologia d'accatto, grazie ai quali arriverà alla santificazione del popolo bue, così attento a glorificarsi attraverso i suoi campioni del sentimentalismo universale.

E' uno scarto psichico inevitabile, una sensazione di imbarazzo, un sapore di fregatura sistematica: un omosessuale non pubblicamente dichiarato che quindi se ne strafotta della morale sessuale cattolica, che mai nulla ha espresso contro l'omofobia di matrice clericale che impesta il suo Paese, che mai una volta ha preso posizione aperta per i diritti calpestati dei cittadini suoi simili di sventura politica e civile e razziale, un tipo così che, per esempio, scrive e canta il suo amore per una donna viene prima (per mediocrità di carattere, ipocrisia deliberata, amore del quieto vivere a discapito di chi lotta per i suoi stessi diritti da lui per primo negati) della bellezza o bruttezza della sua dedica impropriamente musicata.

Non vedi l'omaggio alla donna, vedi la ridicola falsità e la necessità estetica per conto terzi che vi soggiace. Ho sempre pensato che Lucio Dalla fosse un checchesco buontempone, un chierichetto furbastro - le sue interviste sono un vero florilegio di banalità in ossequio alla morale comune e all'autorità costituita, alla maniera di Celentano, che a me non piace nemmeno quando canta - e non basta la morte per cancellare la magagna del gay represso cattolico (represso alla luce del sole, il che non ne inibisce certamente il godimento tra le tenebre della vita privata, anzi, le implementa, come ben si sa) che si permette tutte le scorciatoie di comodo (l'arte, il fine superiore e balle varie) pur di non prendere la strada maestra più sensata della basilare affermazione di sé, anche se più accidentata.

Ho sempre pensato, senza mai lasciargli il tempo di aprire bocca per cantare, che un artista che si fa un problema di un tale nonnulla sessuale e che così sessisticamente ruminando offende tutti coloro che, con grande sprezzo del rischio e grossi patimenti personali, hanno ribaltato lo pseudoproblema addosso a chi gli imponeva di farsene uno, sia un povero cristo scansafatiche indegno di altra attenzione.

I ben documentati rapporti di Dalla con Craxi e l'Opus Dei, nonché con l'angelo custode che dichiarò di avere visto al suo fianco, me lo rendono poi addirittura indigesto, per amore della pila sapeva individuare bene dove andare a fare il baciapile, non erano certo le protezioni in alto loco a mancargli, era trasgressivo dove esserlo è di moda e alla portata di qualunque reazionario di mondo, anche se gli sono debitore di molte risate allorché fece un programma televisivo con Sabrina Ferilli in cui si sforzava di dare a vedere che la desiderava - invano, per sua fortuna, e non certo perché fosse di una struggente laidezza fisica.

Non so se le canzoni di Dalla sono belle o brutte, come ne sento l'attacco alla radio, spengo. In questo senso, è in buona compagnia, tutti di autorinnegati di successo. Ve la lascio tutta, o prefiche e sorcini degli scomparsi ad arte già in vita. Io, da parte mia, continuerò a pensare che i veri eroi di Bologna sono i famigliari delle vittime della Uno Bianca e della strage della stazione ferroviaria rimasta impunita, eroi silenziosi sempre più dimenticati, quasi rimossi, attorno a loro io non smetterò un istante di stringermi in un cordoglio senza fine, e purtroppo senza pace.

sabato 3 marzo 2012

L'invasione della Grecia



E voi vi accontentate di versare qualche Euro per replicare il Summit MMT in Grecia? Starete a casa a ricordare con struggimento l’emozione di Rimini, dove voi c’eravate? No. Questa è una guerra e voi, come ho detto in conclusione del nostro evento, siete in lotta. Una guerra orribile, perché globale, perfida e travestita da speranza, tante vittime sono già morte, in Italia, in Irlanda, in Grecia. Io e voi siamo l’esercito unico possibile, e questo esercito ora ‘invade’ la Grecia.
Diffondete: il prossimo Summit MMT in Grecia vedrà due cose:
CINQUE ECONOMISTI INTERNAZIONALI CHE RIVELANO AI GRECI CHE LA SALVEZZA C’E’
E
L’INVASIONE DELLA GRECIA DA PARTE DEGLI ITALIANI COMUNI, CHE LA’ SI RECHERANNO IN UNA DIVISIONE ORDINATA E DISTINGUIBILE PER FORMA E COLORE, COL SEGUENTE SLOGAN:
QUESTO E’ IL VERO INTERVENTO UMANITARIO. SPERANZA AL POSTO DELL’ONU ED ECONOMIA SALVA-VITE AL POSTO DELLE BOMBE.
Da una parte l’organizzazione del Summit, di cui io e il mio gruppo ci occupiamo, col finanziamento di tutti. Dall’altra voi protagonisti organizzate questo esercito, contattandovi, unendo gruppi, studenti, famiglie. Se il Summit MMT in Grecia nascerà, si farà a Giugno, in un sabato, è caldo. Vi dotate di una fascia di tricolore italiano da mettere al braccio, che vestirete dalla partenza al ritorno. Ciascuno di voi avrà un breve depliant che vi forniremo, tradotto in greco, uno a persona, che una volta sul suolo greco farete leggere a chiunque voglia parlarvi, a qualsiasi greco possiate fermare per strada. Semplicemente glielo fate leggere. Poi il giorno del Summit, in ordine e SENZA FORMARE ALCUN CORTEO O MANIFESTAZIONE, vi recherete all’evento e lì sarete un gruppo unico.
Il messaggio simbolico è immenso. Un popolo ‘invade’ un altro Paese per liberarlo, questa volta con SPERANZA AL POSTO DELL’ONU ED ECONOMIA SALVA-VITE AL POSTO DELLE BOMBE.
Da questo momento siete arruolati. Basta chiedervi “E adesso che si fa?”. Questo si fa, perché questo è anche per l’Italia, è combattere anche per noi. Iniziate le chiamate e i contatti. E non è detto che anche altri cittadini di altri Paesi non si uniranno a noi. Possiamo diventare un’ondata internazionale, un’invasione internazionale. Fatelo da ora, voi, protagonisti. Cambiate la Storia. Questa è L’INVASIONE DELLA GRECIA.

Non tollereremo altra violenza oltre alla nostra

Radio Blackout 

Il Re è nudo e mostra tutta la sua violenta ed arrogante debolezza!
La lotta No Tav, non è solo e giusta lotta di salvaguardia della vita dei valsusini, non è solo e giusta lotta per la salvaguardia dell’ambiente e del territorio, non è solo e giusta lotta contro una grande ed inutile opera, ma è lotta di tutti, del popolo che si oppone al continuo e crescente saccheggio di denaro pubblico per il profitto dei pochi, una lotta che vuole contrastare in maniera ferma e decisa l’instaurarsi di un regime che annulla la democrazia ed usa la violenza (sotto il falso ed ipocrita termine di ordine pubblico) contro qualsiasi contestazione ed opposizione! NO TAV !



venerdì 2 marzo 2012

In Val Di Susa un dialogo è possibile.

di Luigi De Magistris da Sostiene De Magistris
 
Dopo mesi in cui la politica ha omesso il confronto e il dialogo necessari con la popolazione della valle, la situazione di tensione in Val Susa ha raggiunto il livello di guardia, con una contrapposizione che sta provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni, nella vita e nella economia dell’intera valle. Ad esserne coinvolti sono, in diversa misura, tutti coloro che stanno sul territorio: manifestanti e attivisti, forze dell’ordine, popolazione.

I problemi posti dal progetto di costruzione della linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione non si risolvono con lanci di pietre e con comportamenti violenti. Da queste forme di violenza occorre prendere le distanze senza ambiguità. Ma non ci si può fermare qui. Non basta deprecare la violenza se non si fa nulla per evitarla o, addirittura, si eccitano gli animi con comportamenti irresponsabili (come gli insulti rivolti a chi compie gesti dimostrativi non violenti) o riducendo la protesta della valle – di tante donne e tanti uomini, giovani e vecchi del tutto estranei ad ogni forma di violenza – a questione di ordine pubblico da delegare alle forze dell’ordine.

La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. La costruzione della linea ferroviaria (e delle opere ad essa funzionali) è una questione non solo locale e riguarda il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali. Per questo è necessario riaprire quel dialogo che gli amministratori locali continuano vanamente a chiedere. Oggi è ancora possibile. Domani forse no.

Per questo rivolgiamo un invito pressante alla politca e alle autorità di governo ad avere responsabilità e coraggio. Si cominci col ricevere gli amministratori locali e con l’ascoltare le loro ragioni senza riserve mentali. Il dialogo non può essere semplice apparenza e non può trincerarsi dietro decisioni indiscutibili ché, altrimenti, non è dialogo. La decisione di costruire la linea ad alta capacità è stata presa oltre vent’anni fa. In questo periodo tutto è cambiato: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo. I lavori per il tunnel preparatorio non sono ancora iniziati, come dice la stessa società costruttrice. E non è vero che a livello sovranazionale è già tutto deciso e che l’opera è ormai inevitabile. L’Unione europea ha riaperto la questione dei fondi, dei progetti e delle priorità rispetto alle Reti transeuropee ed è impegnata in un processo legislativo che finirà solo fra un anno e mezzo. Lo stesso Accordo intergovernativo fra la Francia e l’Italia sarà ratificato solo quando sarà conosciuto l’intervento finanziario della UE, quindi fra parecchi mesi. E anche i lavori sulla tratta francese non sono iniziati né prossimi.

Dunque aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternative non provocherebbe alcun ritardo né alcuna marcia indietro pregiudiziale. Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica. Un tavolo pubblico, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare nello spazio di un mese, è nell’interesse di tutti. Perché tutti abbiamo bisogno di capire per decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali..

Un Governo di “tecnici” non può avere paura dello studio, dell’approfondimento, della scienza. Numerose scelte precedenti sono state accantonate (da quelle relative al ponte sullo stretto a quelle concernenti la candidatura per le Olimpiadi). Noi oggi chiediamo molto meno. Chiediamo di approfondire i problemi ascoltando i molti “tecnici” che da tempo stanno studiando il problema,, di non deludere tanta parte del Paese, di dimostrare con i fatti che l’interesse pubblico viene prima di quello dei poteri forti. Lo chiediamo con forza e con urgenza, prima che la situazione precipiti ulteriormente.

2 marzo 2012


primi firmatari:
1) don Luigi Ciotti (presidente Gruppo Abele e Libera)
2) Livio Pepino (giurista, già componente Consiglio superiore magistratura)
3) Michele Curto (capogruppo Sinistra, ecologia e libertà, Comune Torino)
4) Ugo Mattei (professore diritto civile, Università Torino)
5) Marco Revelli (professore Scienza Amministrazione, Università del Piemonte orientale)
6) Giorgio Airaudo (responsabile nazionale auto Fiom)
7) Nichi Vendola (presidente Regione Puglia)
8) Monica Frassoni (presidente Verdi europei)
9) Michele Emiliano (sindaco di Bari)
10) Luigi de Magistris (sindaco di Napoli)
11) Tommaso Sodano (vicesindaco di Napoli)
12) Paolo Beni (presidente nazionale Arci)
13) Vittorio Cogliati Dezza (presidente nazionale Legambiente)
14) Filippo Miraglia (Arci)
15) Gabriella Stramaccioni (direttrice Libera)
16) don Armando Zappolin (presidente nazionale Cnca)
17) don Tonio dell’Olio (Libera international)
18) Giovanni Palombarini (giurista, già Procuratore aggiunto Cassazione)
19) don Marcello Cozzi (Libera)
20) Sandro Mezzadra (professore Storia dell dottrine politiche, Università Bologna)

Il TAV e la primavera italiana

Quella che si profila è una primavera italiana calda, in piena somiglianza con la primavera araba. Il TAV ha segnato una linea di demarcazione netta, fra chi intende la democrazia come partecipazione e gestione del bene comune e chi una finzione necessaria (come dicono i padri del liberalismo alla “grande bestia” bisogna dare l’idea di avere voce in capitolo), un paravento oscuro dietro il quale nascondere interessi particolari. 
Ieri a Servizio Pubblico Bersani ci ha fatto capire in maniera inequivocabile, seppure se ce ne fosse stato bisogno, da che parte sta lui e la gran parte del suo partito. Argomentazioni deboli, reazioni irate che cercavano di dare il senso di una lesa maestà e allo stesso tempo di una genuinità dei propri comportamenti e delle proprie intenzioni, un pragmatismo posticcio, soppesato in modo grave, ma su una bilancia truccata e con una conoscenza approssimativa. Tutto questo è l’inestricabile potere della corruzione, non solo quella spicciola, ma quella del senso vero della politica, ossia l'amministrazione della polis. La polis ora è solo terreno di caccia e di spoliazione delle risorse, con l’alibi del realismo della politica a fare da palo.
Oggi, dopo gli accadimenti ultimi si realizza un evento simbolico dagli esiti imprevedibili: il Tav va ben oltre le rivendicazioni pratiche che hanno generato la protesta su un’opera inutile, è il disvelamento non di una menzogna, ma di un sistema basato sulla menzogna.Un compagno mi ha detto: oggi si vede chiaro  tondo quali sono le discriminanti essenziali, il TAV è la discriminante essenziale. Alcuni ancora tentennano, anche a sinistra, non si decidono ad operare una cesura netta col passato, convinti di poter lucrare ancora sul vecchio sistema di potere e le sue regole. Il TAV è una discriminante perché finalmente stabilisce il valore reale del nostro agire, lo spread fra la doppiezza del potere e fra chi lotta con animo puro per un futuro migliore.
Non possiamo lasciare l’Italia alle grandi intese di Casini e Berlusconi, il movimento ha bisogno di referenti politici e di uno sbocco politico, non mi si venga a dire che questo snaturerebbe la natura del movimento stesso, perché il finale sarebbe uno solo: Casini presidente del consiglio, Berlusconi presidente delle Repubblica, il Pd in Clinica Psichiatrica e noi ridotti a cani randagi. 

giovedì 1 marzo 2012

La nostra notte degli oscar a Rimini


di Michael Hudson da counterpunch via ComeDonChisciotte
 
Sono appena ritornato da Rimini in Italia, dove ho sperimentato uno degli spettacoli più sorprendenti della mia carriera accademica. Quattro associati dell'Università del Missouri di Kansas City (UMKC) sono stati invitati a tenere una conferenza di tre giorni sulla Teoria Monetaria Moderna (MMT), per spiegare perché oggi l'Europa ha così tanti problemi monetari, e per mostrare che esiste un'alternativa rispetto all'austerità imposta al 99% e che l’enorme e violento rastrellamento della ricchezza da parte dell’1% non è una legge di natura.

Stephanie Kelton (prossima direttrice del Dipartimento di Economia dell’UMKC e redattrice del blog economico, New Economic Perspectives), il criminologo e professore di legge Bill Black, il banchiere di investimento Marshall Auerback oltre a me (insieme a un economista francese, Alain Parquez) abbiamo fatto ingresso venerdì sera nel palazzetto dello sport. Abbiamo camminato in lungo e in largo, anche oltre nel corridoio centrale, in mezzo a un folto pubblico, la cui presenza è stata di 2100 persone. Quando sono stati pronunciati i nostri nomi, è stato come entrare alla serata degli Oscar. Alcuni ci hanno riferito di aver letto per intero i nostri blog economici. Stephanie ha detto di aver capito cosa possono aver provato i Beatles. C’è stato un applauso prolungato, e questo per un incontro intellettual, non per un avvenimento sportivo.
Con una differenza, ovviamente: non c'erano i nostri avversari. Erano presenti molti rappresentanti della stampa, ma gli Euro-tecnocrati al potere (i lobbisti di banca che determinano le politiche economiche europee) sperano che quanto meno si discuta delle possibili alternative all'austerità, tanto più facile sarà realizzare la loro brutale morsa finanziaria.
Tutti i membri del pubblico avevano contribuito a racimolare i fondi per farci volare dagli Stati Uniti (e dalla Francia per Alain) e per ospitarci al Grande Hotel di Federico Fellini sulla spiaggia di Rimini. La conferenza è stata organizzata dal giornalista Paolo Barnard che ha studiato la MMT con Randall Wray e che ha compreso come ci fosse una grande richiesta in Italia per una discussione culturale di massa su quello che sta determinando le condizioni di vita in Europa, e sull’emergente élite finanziaria che spera di utilizzare questa crisi come un'opportunità per diventare una nuova signoria finanziaria per costruire feudi, per privatizzare i beni pubblici svenduti dai governi che non hanno una banca centrale per finanziare i deficit, obbligati a seguire gli obbligazionisti e gli Eurocrati provenienti dal campo neoliberista.
Paolo e il suo enorme gruppo di supporto di traduttori e collaboratori ha fornito un'opportunità di sentire un approccio alla teoria monetaria e fiscale che fino a poco tempo fa era praticamente ignorata negli Stati Uniti. Solo una settimana fa il Washington Post ha pubblicato una recensione della MMT, seguita da una lunga discussione sul Financial Times. Ma la teoria rimane confinata principalmente al dipartimento di economia dell'UMKC e al Levy Institute al Bard College, a cui noi siamo in gran parte associati.
Il vettore principale della nostra argomentazione è che i governi possono creare soldi, così come le banche commerciali creano elettronicamente il credito sulle tastiere dei loro computer (creando un credito su un conto corrente dei mutuatari per ricevere in cambio le rate di pagamento e gli interessi). Non c'è alcun bisogno di prendere in prestito dalle banche, dato che le tastiere dei computer possono offrire la creazione di credito pressoché gratuito per finanziare la spesa.
La differenza, chiaramente, è che i governi spendono i fondi (almeno in linea di principio) per promuovere la crescita a lungo termine e il lavoro, per investire nelle infrastrutture pubbliche, per la ricerca e sviluppo, per fornire le cure sanitarie e altre funzioni economiche basilari. Le banche hanno una necessità temporale più a breve termine. Prestano fondi in cambio di collaterali. Circa l’80% dei prestiti delle banche sono mutui per l’acquisto di beni immobili. Gli altri prestiti sono fatti per finanziare investimenti a leva e per rilevamenti societari. Ma la gran parte dei nuovi investimenti in capitale fisso da parte delle grandi aziende viene finanziata con i profitti già incamerati.
Sfortunatamente, il flusso degli introiti viene ora sempre più deviato dal settore finanziario, non solo per pagare gli interessi e le penali alle banche, ma anche gli acquisti di azioni per sostenerne le quotazioni, per rivalutare anche le stock option che vengono elargite ai direttori delle società finanziarizzate. Per quanto riguarda la borsa – che gli esempi da manuale ancora descrivono come la raccolta dei fondi per i nuovi investimenti di capitale - è stata trasformata in un veicolo per rilevare aziende a credito (ad esempio, con obbligazioni spazzatura che hanno alti tassi di interesse) e per sostenere la ricchezza con il debito. Visto che i pagamenti per gli interessi sono deducibili dalle imposte - come se fossero un costo necessario per fare impresa -, le imposte versate dalle grandi aziende subiscono un abbattimento. E quello che viene raccolto dagli esattori delle tasse viene messo a disposizione per pagare i banchieri e gli obbligazionisti che si fanno ricchi appesantendo l'economia con il debito.
Benvenuti nell'economia post-industriale finanziarizzata. Il capitalismo industriale è passato attraverso una serie di fasi di capitalismo finanziario, dall'Economia delle Bolle alla fase del Negative Equity, al periodo dei sequestri degli immobili per ipoteca, allo sgonfiamento del debito, all'austerità, e a quello che in Europa sembra essere uno schiavismo del debito, soprattutto per i paesi PIIGS, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. (I paesi baltici di Lettonia, Estonia e Lituania sono già talmente gravati dal debito che le loro popolazioni stanno emigrando per trovare lavoro e per evitare di affogare nei mutui per l’acquisto di immobili. Lo stesso è successo all'Islanda da quando i sotterfugi bancari provocarono il suo collasso nel 2008.)
Perché gli economisti non descrivono questo fenomeno? La risposta è data da una combinazione di ideologia politica e di analisi fatta con i paraocchi. Appena terminata la conferenza di Rimini nella sera di domenica, ad esempio l’articolo di lunedì 27 febbraio del Times a firma di Paul Krugman, “What Ails Europe?” (Cosa Addolora l'Europa?, ndt) ha valutato i problemi dell'euro sono nell'inabilità dei vari paesi di poter svalutare le proprie monete. Ha giustamente criticato la linea del partito Repubblicano, che attribuisce la colpa dei problemi dell’eurozona alla spesa sociale, dando poi la colpa di tutto ai deficit di bilancio.
Quello di cui non ha parlato è la camicia di forza della Banca Centrale Europea incapace di monetizzare il passivo, e ciò è dovuto da una politica economica fallimentare scritta nella costituzione dell’UE.
"Se le nazioni periferiche avessero ancora una propria valuta, potrebbero e utilizzerebbero la svalutazione per ripristinare rapidamente la competitività. Ma non lo fanno, e ciò significa che dovranno subire un lungo periodo di disoccupazione di massa e una flessione lenta e continua. Le loro crisi debitorie sono principalmente un sottoprodotto di questa infausta prospettiva, perché le economie depresse portano a deficit di bilancio e una flessione aumenta il peso del debito."
Il deprezzamento abbasserebbe il costo del lavoro e aumenterebbe il prezzo delle merci importate. L’ammontare del debito denominato in valuta straniera salirebbe di pari passo con la svalutazione, creando problemi a meno che il governo non vari una legge per ridenominare tutti i debiti in valuta nazionale. Ciò sarebbe in linea con la Prima Direttiva del finanziamento internazionale: un debito sempre denominato nella propria valuta, come fanno gli Stati Uniti.
Nel 1933 Franklin Roosevelt annullò la Gold Clause nei contratti di prestito statunitensi, che permetteva alle banche e agli altri creditori di essere pagati nel valore equivalente in oro. Ma, con la sua solita impostazione neoclassica, Krugman ignora il problema del debito:
"Le nazioni colpite, in particolare, hanno a disposizione solo cattive scelte: o soffrono le conseguenze della deflazione o decidono drasticamente di uscire dall'euro, e non è politicamente fattibile a meno che non falliscano (un punto a cui la Grecia sembra avvicinarsi). La Germania potrebbe collaborare, invertendo le sue politiche di austerità e accettando un'inflazione più alta, ma non è di questo avviso."
Ma uscire dall'euro non è sufficiente per evitare l’austerità, i mancati pagamenti dei mutui e la deflazione del debito se la nazione che esce conserva ancora le politiche neoliberiste che affliggono l'euro. Supponiamo che l'economia post-euro abbia una banca centrale che si rifiuti ancora di finanziare i passivi di bilancio, costringendo il governo a prendere in prestito dalle banche commerciali e dagli obbligazionisti. Supponiamo che il governo decida di dover intervenire sul bilancio invece che potenziare l'economia con la spesa per incrementare la crescita.
Supponiamo che il governo tagli la spesa sociale, o che salvi le banche per le loro perdite, o che inserisca nei propri bilanci le scommesse azzardate delle banche, come successo in Irlanda. Oppure, cosa accadrebbe se i governi non depennassero i mutui da pagare per gli immobili o altri debiti che le persone non sono in grado di rimborsare, proprio come avvenuto in Islanda? Il risultato sarà ancora una deflazione del debito, la confisca delle proprietà, la disoccupazione, e un’ondata crescente di emigrazione in parallelo alla contrazione dell’economia e delle opportunità di lavoro.
Quindi, qual è l’aspetto fondamentale? È avere una banca centrale che opera nel modo per cui sono state fondate: per monetizzare il passivo di bilancio e per spendere fondi nell'economia, nel modo adatto a promuovere la crescita economica e la piena occupazione.
Questo era il messaggio della MMT per cui cinque di noi sono stati invitati a Rimini. Alcuni partecipanti ci hanno spiegato di essere venuti dalla Spagna, altri dalla Francia e dalle città di tutta Italia. E, anche se abbiamo rilasciato molte interviste ai giornali, alla radio e alle televisioni, ci hanno detto che i media più diffusi ci hanno ignorato perché non siamo politicamente corretti.
Questo è lo spirito censorio dell'austerità monetaria neoliberista. Il suo motto è TINA: “There Is No Alternative” per mantenere le cose così come stanno. Fino a che riusciranno a reprimere le discussioni sulle migliori alternative esistenti, hanno la speranza è che il pubblico rimanga acquiescente anche se il tenore di vita peggiora e la ricchezza viene risucchiata dalla vetta piramidale dell’1%.
Il pubblico ha chiesto soprattutto chiarimenti teorici da Stephanie Kelton, che ha tenuto la conferenza di argomento economico più chiara che abbia mai ascoltato, una presentazione euclidea della logica della MMT. Qui c’è un video della grandezza dell'evento. Alla fine, ci siamo sentiti come star di un concerto.
La quantità di pubblico che ha riempito il palasport per sentire le nostra spiegazioni economiche su come dovrebbe funzionare una banca centrale per evitare l'austerità e per promuovere, invece che per scoraggiare, il lavoro, ha mostrato che il tentativo del governo di fare il lavaggio del cervello alla popolazione non sta funzionando. Non sta funzionando così come è successo alla classe Economics 101 di Harvard, da cui gli studenti sono usciti per protesta contro la proposta di universo parallelo irrealistico, che descrive l’economia escludendo l’analisi del debito, i benefici dei benestanti e il parassitismo finanziario.

Sara Tommasi e la bufala del signoraggio

di Dario Ferri (da Giornalettismo)

Ovvero: come usare il linguaggio del corpo… per non dire nulla



Entrare alla Camera dei Deputati per un bel convegno, e trovarsi in una sala anche discretamente gremita. Siamo nel magico mondo di Alfonso Luigi Marra e del voler cambiare il mondo a partire dalle banche, dimostrando però di sapere un po’ poco di come funzionino e di come il sistema mondiale di credito e finanziamento giri. Siamo nel magico mondo del sempre attivo complotto signoraggista, quello che dice che le banche centrali sono ladre, aguzzine e affamatrici di popoli, il che, peraltro, è anche discretamente vero. Ma in un perfetto esempio di distrazione di massa, continuare a denunciare cose che le banche molto semplicemente non fanno significa distogliere l’attenzione politica su quello che è corretto imputare loro. E’ esattamente questo che fa il frastagliato e litigiosissimo mondo signoraggista, che dall’incipit di Sandro Pascucci – l’inventore inconsapevole della bufala – ha trovato molti copycat estimatori i quali, lo si nota dai litigi divertentissimi tra di loro, si odiano tra di loro perché ognuno è convinto che l’altro gli abbia rubato l’idea.

CONFERENZIERI - Alfonso Luigi Marra ha deciso di lanciare un’Opa sul movimento dei signoraggisti, attraverso l’utilizzo di tecniche pubblicitarie e di propaganda molto interessanti, tra cui quella di imbarcare show girls e starlette come testimonial. Una tecnica – quella di attirare la gente con la topa – a cui anche alcuni deliranti personaggi che popolano l’internet non si sono sottratti. Ma vuoi mettere un finto asciugamano da togliere alla fine del video con le bellezze che chiama Marra? E’ chiaro che non c’è partita. Aritirate Cappellò. E proprio in quest’ottica è necessario inquadrare la scelta di tirar fuori dal cilindro, fra le relatrici al meeting di Marra, Sara Tommasi, la showgirl-attrice-economista della Bocconi che nel ruolo di conferenziera ha partecipato al convegno promosso in uno dei locali della Camera dai diarchi del Partito d’Azione per lo Sviluppo, Alfonso Luigi Marra appunto e Domenico Scilipoti, quelli che vogliono “abolire il signoraggio bancario”, ovvero il guadagno che una banca fa per la stampa e la gestione del processo monetario. La Tommasi, “esperta di Finanza” dopo aver illustrato la tesi del “suo mentore”, appunto Alfonso Luigi Marra, si è diretta per le strade di Roma, zona Camera dei Deputati, dove si è alzata la gonna e ha – di nuovo – mostrato al mondo che non portava le mutande. “Tesi del mentore”, quella spiegata da Sara Tommasi, esposta nel documento sul signoraggio bancario “primario e secondario”, aggiornato al gennaio 2012 dopo “importanti cambiamenti” nel Marra-pensiero.


SIGNORAGGIO! – Vediamo cosa imputa Marra alle banche:
Signoraggio primario della BdI/BCE e delle altre banche centrali che consiste in quel che segue. Nello stampare continuamente le banconote al costo della carta e dell’inchiostro (dal 1929 non occorre alcun corrispettivo in oro, né è mai realmente occorso). Banconote la cui quantità è nota solo a loro, perché i numeri di serie non sono progressivi, e non se ne conosce il significato. Usarle (al valore in euro, dollari ecc. su esse stampato) per comprare dagli Stati – udite udite – un pari importo in titoli del debito pubblico (BOT, CCT, BPT, CTZ).
Il fatto che le banche “usino” il denaro stampato vorrebbe dire di per sé che esse lo possiedano. E invece non è vero. Ce lo spiegava Vincenzo Pinto in un pezzo d’annata, sempre un classico: primo, non sono gli stati a ricevere i contanti, nell’assetto attuale, ma le banche, che cedono alla Banca Centrale i titoli  cosiddetti “eleggibili”. E, secondo, non è un regalo: è un prestito. Funziona così.
Cosa fa la Banca Centrale quando riceve il suo bel carico di banconote dal poligrafico? Purtroppo per Trichet e Bernanke, non può spenderle in prostitute d’alto bordo, ma solo per comprare titoli (e solo quelli “eleggibili”) dal sistema bancario. L’acquisto avviene però (quasi sempre) tramite operazioni a termine: alla scadenza dell’operazione, la Banca Centrale riceve indietro i soldi e la controparte bancaria i titoli. Semplificando, la Banca Centrale le banconote le presta solo – e si dice che se gliele ridanno sgualcite si incazzi pure. Per evitare che la domanda di liquidità sia infinita (che non sta bene), la Banca Centrale fa pagare alle banche un tasso d’interesse su questi prestiti: il famoso tasso di riferimento che la BCE stabilisce ogni primo giovedì del mese. Ma non provate a spiegarlo ad una ragazza per fare colpo, vi assicuro che non funziona. A livello teorico, quindi, la banconota da 10 euro che avete in tasca (pezzenti) torna sempre al punto di partenza: la Banca Centrale la stampa, la usa per comprare titoli dal sistema bancario, voi la prelevate al bancomat, ci pagate la figurina di Pizzaballa, il venditore la deposita presso il sistema bancario che, alla scadenza dell’operazione a termine di cui sopra, la rende alla Banca Centrale in cambio dei titoli. I più svegli si saranno resi conto che è il tasso di cui sopra, e non la differenza tra valore facciale e costo di produzione, il guadagno della Banca Centrale – il famigerato signoraggio.
E già questo basterebbe a neutralizzare il Marra-pensiero.


OCCULTISMO E CAFFE’ – Ma andiamo avanti.
Vendere i titoli alle aste, riprendendosi i soldi e lasciando allo Stato il ‘debito pubblico’ inventato mediante questo crimine. Iscrivere fraudolentemente al passivo l’importo delle banconote stampate a costo zero allo scopo di ‘pareggiare’ iscrivendo all’attivo i titoli o il ricavato della loro vendita, e di occultare queste enormi somme.
Non è così che funziona. Lo Stato finanzia il suo debito mettendolo all’asta. A tale asta possono partecipare banche, privati e altri investitori. Le banche centrali possono ben comprare titoli di stato sovrano ma, se succede (e di norma), li comprano sul mercato secondario, ovvero dalle altre banche, come abbiamo già visto. Sono queste ultime che si dirigono presso la banca centrale e depositano i cosiddetti “titoli eleggibili” contro i quali chiedono, appunto, denaro da immettere nel sistema della liquidità.
Riciclare il denaro così truffato mediante centrali interbancarie mondiali, fra cui innumerevoli fonti Internet indicano la Clearstream, l’Euroclear, la Swift e altre.
Basare una teoria economica rivoluzionaria su fonti approssimative è di certo una scelta politica migliorabile. Così, se “innumerevoli fonti internet” non meglio precisate – e probabilmente scelte tra svalvolati di razza – dicono che la Clearstream, l’Euroclear e la Swift sono “centrali interbancarie mondiale” dedite al riciclaggio di denaro truffato dai contribuenti, non vuol dire che sia poi vero. Si chiama “settlement” ed è una normale pratica finanziaria che serve alle banche per scambiarsi valori. La Clearstream, peraltro, è la società che gestisce questi servizi finanziari “delicati” direttamente alle dipendenze della Borsa di Francoforte, di cui è società dipendente. Wikipedia ci spiega con evidente chiarezza a che cosa servono istituti del genere: “Clearstream è stata descritta spesso come una banca per le banche, visto che pratica le operazioni chiamate “settlement and custody”. Di base, il suo dovere è registrare transazioni fra i conti di differenti banche e usare questi dati per calcolare le relative posizioni finanziarie. Così una banca può ordinare una transazione fra il suo conto e quello di un’altra banca in luogo di altri metodi meno sicuri – come portare una valigia piena di contanti per strada; la banca trasmette un ordine di accredito/addebito fra uno dei suoi conti e quelli di un’altra banca. Questo è un sistema usato da compagnie regolari, governi e banche in tutto il mondo”. Insomma, se si vuole evitare che i soldi dei contribuenti siano portati in giro per strada, magari è utile utilizzare un servizio del genere”.


IL MOLTIPLICATORE! – E infine arriva il signoraggio secondario:
Opera di falsificazione delle Banche Centrali (signoraggio primario), e poi delle banche di credito (peraltro loro proprietarie) attraverso il meccanismo del ‘moltiplicatore monetario’ (signoraggio secondario). Moltiplicatore monetario in virtù del quale le banche, secondo prassi che una prona e scellerata dottrina di regime dà per scontate, ma sono il massimo della criminalità, realizzano prestiti per un ammontare 50 volte maggiore del denaro che detengono. In sostanza, se Tizio versa su Banca Intesa/San Paolo (proprietaria del 44,25% di BdI) 100.000 euro, essa banca tratterrà il 2% come riserva (per arrotondare, in realtà è l’1,6%), e presterà il 98% che, una volta depositato in un’altra banca, di nuovo, a cascata, sarà prestato al 98% all’infinito. Finché, non la singola banca, ma il sistema bancario, attraverso un giro di prestiti di un importo ogni volta più basso del 2%, avrà azzerato i 100.000 euro iniziali, ma avrà lucrato interessi su prestiti per 5.000.000.
Lezione di economia di base: differenza fra base monetaria e offerta di moneta. La seconda è pari alla moneta circolante, quella nei nostri portafogli, più i nostri depositi presso le banche; la base monetaria è composta dal circolante, dalla cassa contante (ovvero dal contante detenuto dalle banche, ovvero i depositi sopracitati) più dalle riserve delle banche obbligatorie o in eccedenza presso la banca centrale; c’è, come dice Marra, un tasso di riserva obbligatorio per le banche, che di ogni deposito ricevuto dai cittadini devono trattenerne una parte. Ma se tutti noi possiamo ricevere un mutuo, un prestito, un finanziamento per aprire l’azienda, dobbiamo ringraziare proprio il meccanismo del moltiplicatore monetario, che non è particolarmente difficile da comprendere: poniamo che il pubblico abbia 100 euro, e decida di trattenerne 10 in tasca e depositare 90 in banca; la banca a sua volta tratterrà 20 e restituirà al pubblico 70, che tratterrà altri 10 e rimetterà in banca altri 60. La base monetaria, in sé, non è cresciuta se non dei 100 euro originari: ma questo aumento ha creato un aumento più che doppio della corrispondente offerta di moneta non nella singola banca, ma nel sistema bancario nel suo complesso. In breve, il moltiplicatore monetario è quello che manda avanti lo sviluppo fondato sul credito bancario: in breve, il moltiplicatore monetario “misura il massimo ammontare di denaro da banche commerciali che si può creare per una data unità di denaro da banca centrale. Il che, in un sistema a riserve frazionate, corrisponde all’ammontare totale di prestiti che le banche commerciali possono fornire legalmente, che è un multiplo della riserva”. Tutto qui. Nessun complotto, purtroppo. Le banche in Italia truffano i clienti, appioppano junk bond alle vecchiette, si rendono protagoniste di operazioni finanziarie spericolate, introducono costi occulti nei conti correnti, salvano gente che ha rubato per secoli soldi dei contribuenti e lasciano fallire e morire le aziende. Di tutto, di più. Ma quella del signoraggio è una bufala. E chi la propaganda distoglie l’attenzione, volontariamente o involontariamente, dai veri problemi e drammi del sistema creditizio italiano.