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mercoledì 19 agosto 2015

Uscire dall'Euro: Come? (1)

Note sul seminario teorico di Castiglione del Lago: le tesi della me-mmt   
da Sollevazione


Introducendo il Seminario “Uscendo dall’euro” svoltosi a Castiglione del Lago il 18 luglio scorso, [QUI il filmato] ho esordito che il dibattito sull’uscita dalla gabbia euro(pea), malgrado l’ostracismo degli economisti del mainstream, è in Italia più “avanzato” che negli altri paesi.
Ciò non vuol dire affatto che tra gli economisti, ed in genere tra coloro che ritengono necessario il ritorno alla sovranità monetaria, ci sia accordo sulla via da seguire, sulle misure economiche immediate da adottare nel momento della rottura —valutarie, bancarie, fiscali, di bilancio e commerciali. Né c’è sintonia, quindi, su due questioni di fondo e che a noi paiono invece ineludibili: (1) quale debba essere, passata la tempesta iniziale, l’architettura sistemica nuova che dovrà necessariamente rimpiazzare quella liberista e bancocratica oggi vigente e, (2) quale dovrà essere —una volta disconnessosi dall’euro, e dall’Unione aggiungiamo noi— l'eventuale collocazione economica e geopolitica che il Paese nel “sistema mondo”.
E’ un fatto che questa pluralità di voci e di proposte produce tra gli attivisti del campo sovranista (per molti dei quali l’economia con le sue tecnicalità resta una disciplina di difficile accesso), un doppio effetto, di spiazzamento e quindi si scoraggiamento: “come potremo vincere la battaglia se tra noi abbiamo idee tanto diverse”?

Questo sentimento è comprensibile, le diversità andrebbero superate. Occorre però capire che mentre certe differenze sono superabili (appunto confrontandosi con spirito aperto alle critiche) altre invece non lo sono, e non lo sono perché —al netto della situazione inedita in cui ci troviamo con la moneta unica e date le peculiarità del sistema di capitalismo-casinò— dietro ad esse vi sono diverse e consolidate teorie economiche (non solo monetarie), in certi casi diverse idee di società. 
La dico come la penso: il nostro Paese si troverà ad uscire dall’euro prima che gli economisti abbiano siglato un accordo in punto di dottrina. Aprire la via della rottura è infatti una questione squisitamente politica, sarà il gruppo dirigente che si troverà a guidare il processo di liberazione a sciogliere gordianamente i nodi di politica economica e geopolitici su cui oggi ci si accapiglia senza apparentemente venirne a capo.
Ciò non significa che chi guiderà il Paese nel momento del passaggio si muoverà tentoni, o solo empiricamente; significa piuttosto che chi governerà la transizione adotterà certi provvedimenti piuttosto che altri in base: (1) alle urgenza dettate dalla situazione oggettiva, (2) alla difesa degli interessi sociali che riterrà siano da tutelare in prima battuta e (3) all'idea di società di cui vuole gettare le fondamenta.
 

Ma torniamo al Seminario.

Assieme agli amici della Me-Mmt umbro-toscani l’abbiamo concepito come un contraddittorio. Abbiamo così impostato il seminario: voi della Me-Mmt presentate e spiegate le vostre tesi sull’uscita dall’eurozona, mentre Cesaratto, Screpanti e Mazzei svolgeranno le loro contro-argomentazioni.

Dico subito che secondo me il seminario è stato di grande interesse poiché ha consentito di capire le differenze tra la visione Me-Mmt e gli altri oratori presenti e, grazie a ciò, di sviscerare alcuni decisivi aspetti di politica monetaria, bancarie, commerciale e di bilancio che il ritorno alla sovranità chiama in causa —così come aspetti geopolitici della questione. Nonostante l’insopportabile calure estiva e la complessità dei temi, non solo i presenti hanno seguito con attenzione il confronto, hanno anche rivolto numerose e spesso congrue domande che hanno consentito ai relatori di esporre con maggiore chiarezza i loro punti di vista.
Come sappiamo la chiave di volta della Modern Money Theory è che con la moneta Fiat, per uno Stato sovrano che controlli della banca centrale, non ci sono limiti invalicabili nell’emissione monetaria; in quanto decisivo fattore di stimolo al ciclo economico essa dovrà essere immessa nel mercato fino all’ottenimento della piena occupazione —piena occupazione che, assieme ad un reddito dignitoso per tutti i cittadini, costituiscono appunto, per la MMT, gli scopi supremi della politica economica — ciò che, lato sensu, qualifica la MMT come una versione radicale del keynesismo.
Mario Volpi e Filippo Abbate della MMT hanno scelto tuttavia di non sviluppare questo aspetto basilare della loro teoria monetaria, e bene han fatto, poiché sia per Mazzei, che per Screpanti e Cesaratto —al netto di criticità di teoria monetaria che restano— è vero che uno Stato a moneta sovrana può e deve subordinare le sue politiche economiche e di bilancio all’obbiettivo della piena occupazione, quindi con politiche espansive di spesa in deficit.
Gli amici della MMT hanno preferito concentrarsi su alcuni aspetti, per loro dirimenti, riguardanti la gestione del PROCESSO DI TRANSIZIONE dall’euro alla nuova lira. Tra questi aspetti quello, oltre ai “piani di lavoro garantito” che lo Stato deve attivare con politiche di spesa pubblica in deficit, quello che Volpi e Abbate considerano molto importante è che i depositi bancari (non solo quindi i modesti risparmi dei cittadini) non debbano essere convertiti in nuove lire, ma lasciati in euro.
Questa tesi è stata contestata sia da Cesaratto, che da Screpanti che dal Mazzei. Non si tratta di una questione secondaria, poiché essa tira in ballo appunto le modalità dell’uscita dall’euro. Vedremo quali saranno le obiezioni fondamentali alla tesi degli amici della MMT. Proprio per facilitare la comprensione della disputa anche ad un pubblico non avvezzo a certe tecnicalità, abbiamo chiesto agli amici della MMT di ricapitolare con la massima precisione questa loro proposta.
D’appresso l’esposizione scritta che gli amici Volpi e Abbate, su nostra richiesta, ci hanno gentilmente inviato. Seguirà la seconda parte con le obiezioni di Cesarato, Screpanti e quelle nostre, non solo alla proposta della MMT ma pure ai due amici economisti. (Moreno Pasquinelli)                     

Proposta di gestione
del processo di transizione da euro a nuova lira 

 
«Ipotizziamo che nel giorno X il governo italiano darà vita al processo di uscita dall'euro ed ipotizziamo che l’euro continuerà ad esistere come valuta di altri Stati europei (tale ipotesi è necessaria poiché, secondo molti analisti, se l’Italia uscisse dall’euro ci sarebbe la deflagrazione dell’intera Eurozona e quindi della moneta unica: se ciò si verificasse verrebbero meno tutte le riflessioni che seguiranno).
L’unico momento in cui il tasso di cambio della Nuova Lira (in seguito NL) sarà fisso è all’inizio del processo; tale cambio sarà di 1 ad 1, quindi 1 euro varrà come 1 NL. Da quel momento in poi il tasso di cambio sarà flessibile e quindi libero di fluttuare. Ciò significa che la BCI potrà comunque intervenire con operazioni di politica monetaria per difendere il valore della NL da eventuali apprezzamenti o deprezzamenti nell’interesse pubblico ma non vincolerà il suo valore a quello di altre valute internazionali attraverso accordi di cambio fisso o semifisso.

Arriva il giorno X:

Lo Stato pagherà stipendi pubblici, commesse pubbliche, pensioni e trasferimenti in NL. Gli stipendi verranno convertiti alla pari e quindi uno stipendio pubblico annuo di 30.000 euro diverrebbe di 30.000 NL.

Lo Stato allo stesso tempo accetterà come valuta per l’estinzione degli obblighi fiscali soltanto le NL (soltanto le NL verranno accettate come mezzo di pagamento per le tasse). Ciò determinerà una crescente domanda di NL anche nel settore privato - dipendenti privati ed imprese chiederanno di essere pagati in NL perché soltanto con queste potranno pagare le tasse. La crescente domanda di NL in una fase in cui questa sarà ancora scarsa nel sistema difenderà il valore della valuta.

Se ricordate, quando abbiamo cambiato valuta ed abbiamo adottato l’euro, cosa è successo al settore privato? non eravamo obbligati a pagare stipendi in euro, avremmo potuto pagarli in altra valuta (dollari, yen); ma avendo ridenominato tutte le tasse in euro, siamo stati di fatto costretti a spendere e riscuotere in euro. Tutta la monetizzazione del paese in NL potrebbe avvenire nella stessa maniera.

Veniamo ai depositi ed ai prestiti. La nostra proposta prevede di:

- Lasciare i depositi bancari esistenti in euro che saranno convertiti soltanto su richiesta del cittadino. Quindi se avete soldi in banca nessuno li denominerà in NL; se avete dei soldi in banca non sarete costretti a convertirli in NL; ma se volete potrete andare presso la banca o altri operatori e farvi cambiare gli euro in NL a prezzi di mercato

- Lasciare i prestiti bancari esistenti in euro che saranno denominati in NL soltanto su richiesta del cittadino – vale lo stesso discorso che abbiamo fatto per i depositi. Ovviamente da oggi i nuovi prestiti erogati dal settore bancario saranno in NL

Nel caso in cui i cittadini richiedano la conversione in NL dei depositi e dei prestiti bancari, il governo obbligherà le banche a soddisfare le richieste dei clienti in tempi brevi, al tasso di cambio vigente, attraverso leggi, regolamenti e controlli.

Quanto maggiori saranno le conversioni spontanee da euro a NL tanto più l'operazione avrà successo ed è importante tener presente quali siano gli incentivi a convertire i depositi esistenti:

- Il fatto che tasse, multe, imposte si possono pagare soltanto in NL renderà necessaria la conversione di almeno parte dei risparmi

- Il fatto che lo Stato spenderà in NL determinerà l’apertura di depositi in NL e ciò incentiverà anche la conversione di parte dei depositi in euro

- il fatto che soltanto i depositi in NL saranno garantiti illimitatamente dalla BCI mentre quelli in euro saranno garantiti nei limiti delle norme di legge vigenti

- il fatto che i depositi in NL saranno più economici di quelli in euro (poichè questi ultimi saranno equiparati a depositi in valuta estera e quindi saranno più costosi) sarà un ulteriore incentivo alla conversione

A nostro parere denominare immediatamente depositi e prestiti in NL non è prudente per almeno 8 motivi che elenchiamo di seguito:

1) La ridenominazione immediata dei depositi in NL incentiverebbe la corsa agli sportelli e le fughe di capitali; i cittadini consapevoli che il governo denominerà i depositi bancari in NL, nel timore che la NL si svaluterà rispetto all’euro, potrebbero ritirare contanti o potrebbero spostare presso banche estere i loro risparmi in euro. Questo comportamento, se effettuato in massa, genererebbe problemi al settore bancario (vedere caso greco). Lasciando la scelta di convertire i propri risparmi al cittadino, si ridurrebbero quantomeno tali comportamenti.

2) La ridenominazione immediata dei depositi in NL incentiverebbe il deprezzamento della NL. Cerchiamo di comprendere un meccanismo importante: se noi in massa vendiamo NL per comprare euro, la NL di deprezzerà e l'euro si apprezzerà. Viceversa, se vendiamo euro per comprare NL quest'ultima si apprezzerà e l'euro si deprezzerà. Supponiamo che il 30% degli italiani preferiscano detenere i propri risparmi in NL e l’altro 70% invece in euro (è solo un' ipotesi ma il ragionamento vale anche cambiando le percentuali). In seguito alla ridenominazione immediata, il 70% che preferisce detenere risparmi in euro potrebbe riconvertire i propri risparmi di nuovo in euro – vendendo NL - generando così il deprezzamento della NL. Se i depositi invece fossero lasciati in euro potrebbe accadere che il 70% (che preferisce detenere i depositi in euro) non porrà in essere alcuna azione mentre il 30% di italiani che vogliono NL - perché devono pagarci le tasse o perché preferiscono detenere depositi nella nuova valuta perché garantita dallo Stato - potrebbero convertire euro in NL sostenendo così il valore della nuova valuta. Tenete inoltre presente che se la NL si apprezza la BCI sarà sempre in grado di contenerne l’ apprezzamento; mentre se la NL si deprezza repentinamente, la BCI potrebbe non essere in grado di contenerne il deprezzamento. Lasciare i depositi in euro sarebbe quindi utile per sostenere il valore della nuova valuta evitando una svalutazione repentina all’inizio del processo e favorendo un deprezzamento graduale e gestibile.

3) Con la ridenominazione immediata dei depositi la NL sarà subito abbondante nel sistema e ciò potrebbe provocare ulteriori pressioni svalutative. Nel caso contrario invece la nuova valuta sarà scarsa e la BCI sarebbe l’unico soggetto ad avere NL da vendere (quantomeno nella fase iniziale); ciò darà alla BCI un certo grado di potere nell’influenzare il tasso di cambio. Sarà soltanto la BCI a disporre di NL e sarà presumibilmente lei a decidere quanti euro ci vogliono per ottenere una unità della nuova valuta, quanto meno inizialmente. Tenete inoltre presente che, oltre alla domanda interna di NL, ci sarà un’ immediata e crescente domanda anche da parte degli operatori finanziari (dealers) che necessitano della nuova valuta per soddisfare le richieste internazionali della stessa (cittadini esteri che vorranno venire in vacanza in Italia, cittadini ed imprese estere che vorranno acquistare merci italiane o che vorranno investire nel nostro paese). La domanda estera si aggiungerà a quella interna e ne sosterrà il valore. In seguito, man mano che l'afflusso derivante dalla domanda di NL diminuisce e le NL aumentano nel sistema in seguito alle conversioni spontanee dei soggetti economici, si potrà verificare un morbido e graduale deprezzamento della NL.

4) Lasciare i depositi in euro permetterebbe alla BCI di accumulare euro man mano che soggetti economici, interni ed esteri, venderanno euro per ottenere NL. La BCI infatti, sarebbe l'unico soggetto economico a poter soddisfare la domanda iniziale di NL potendo così accumulare euro. Gli euro così accumulati potrebbero essere utilizzati dallo Stato per far fronte alle sue passività denominate in euro. Proprio in conseguenza a ciò proponiamo di non ridenominare, quantomeno inizialmente, i TDS esistenti ed attualmente in circolazione. Come detto in precedenza, la forte domanda di NL da parte di soggetti interni ed esteri, non solo ci difenderebbe da una violenta svalutazione iniziale, ma consentirebbe allo Stato di accumulare gli euro necessari a quantomeno ridurre il debito pubblico in euro. Le prime scadenze dei titoli potrebbero essere onorate in tal modo ed in un secondo momento, quando l'afflusso di euro calerà d'intensità, si prenderanno le giuste decisioni nell’interesse pubblico. La denominazione dei depositi in NL al momento dell'uscita dall'euro, non consentirebbe alla BCI di accumulare euro e si perderebbe tale opportunità.

5) Lasciare i depositi in euro permetterebbe una transizione graduale che fornirebbe il tempo necessario per le modifiche degli sportelli automatici e darebbe modo alle NL di entrare nel circuito economico evitando il rischio di penuria di liquidità che invece si potrebbe verificare nel caso in cui, dalla notte al giorno successivo, tutto venisse immediatamente denominato in NL.

6) Con la ridenominazione iniziale dei depositi si presterebbe il fianco ai media che bombarderanno con l'assioma " se usciamo dall’euro la Nuova Lira si svaluterà enormemente"; in effetti le conseguenze di tale scelta daranno ragione ai media nel senso che la denominazione immediata in NL ne provocherà una svalutazione repentina per i motivi argomentati precedentemente.

7) I cittadini, già vessati dalla crisi e dalle politiche di austerità dei precedenti governi, vedrebbero la ridenominazione iniziale dei depositi in NL come l’ennesima coercizione del governo a loro spese; ciò farebbe perdere consenso politico al governo che si appresterà a compiere questo importante processo. Preferiamo non entrare in riflessioni di natura politica ma crediamo che questo aspetto sia di enorme importanza e non debba essere assolutamente sottovalutato.

8) La ridenominazione immediata dei depositi è una scelta NON REVERSIBILE. Una volta fatta non si torna più indietro. Lasciare i depositi in euro, non solo presenta i vantaggi precedentemente esposti, ma mantiene la possibilità per il governo di poterli convertire in un secondo momento.

Secondo la maggior parte degli economisti, lasciare i depositi in euro sarebbe sconveniente o addirittura impossibile. Ci teniamo a precisare che entrambe le opzioni consentirebbero allo Stato di perseguire politiche anticicliche e quindi di espandere i deficit pubblici nell’interesse dei cittadini. Riconosciamo inoltre che la ridenominazione immediata è per alcuni aspetti più semplice mentre lasciare i depositi in euro richiede un costante monitoraggio delle situazioni che si verranno a creare per poter elaborare di volta in volta la scelta migliore. Infine siamo profondamente consapevoli delle criticità che si potrebbero generare perseguendo la soluzione da noi proposta. Tuttavia siamo altrettanto convinti che lasciare depositi in euro sia più pratico, più vantaggioso e meno traumatico per il sistema economico che comunque si troverebbe a vivere un processo decisamente delicato come quello della sostituzione della valuta di Stato ed, in ogni caso, rimarrebbe sempre l’opportunità di ridenominarli in NL se ciò diventasse vantaggioso o necessario.

NB

· Prima dell’inizio del processo di transizione sopra descritto, cioè nel momento in cui il governo neoeletto che è intenzionato ad uscire dall'euro salirà al potere, potrebbe essere necessario introdurre dei limiti ai quantitativi di prelievi mensili in euro onde evitare la situazione che si è venuta a creare in Grecia. Il limite può essere individuato intorno ai 2.000,00 euro al mese per singolo c/c. Sempre nel periodo precedente al processo di transizione, potrebbe essere vantaggioso accompagnare questa limitazione con l'impossibilità da parte dei correntisti di spostare i propri risparmi su c/c esteri.

· Durante la fase di transizione potrebbe essere vantaggioso impedire il prelievo in contanti di euro: il cittadino potrebbe in ogni caso effettuare pagamenti elettronici in euro ma se necessita di contante potrà prelevare soltanto il controvalore (tasso di cambio vigente) in NL.

· Man mano che l'afflusso di euro alla BCI (in seguito alla domanda di NL parte dei soggetti economici interni ed esteri) diminuisce determinando un aumento di NL nel sistema, la nuova valuta inizierebbe a deprezzarsi. Tale deprezzamento consentirebbe ai cittadini di ottenere più NL per lo stesso controvalore in euro. Ciò costituirebbe un ulteriore incentivo per la conversione dei depositi ancora rimasti in euro».


venerdì 16 agosto 2013

Tasse e usura: salvare l’Italia dall’orrore dell’Eurozona

da libreidee

L’Italia uscì dalla seconda guerra mondiale povera, distrutta, semi-analfabeta, ma ricca di tre doti immense: la Costituzione del 1948, lo Stato democratico a Parlamento sovrano, una propria moneta. Nell’arco di meno di trent’anni, questa penisola priva di grandi risorse, senza petrolio, finanziariamente arretrata, diventa la settima potenza economica del mondo, prima fra tutte per risparmio delle famiglie. Fu il ‘miracolo italiano’ scaturito dalle tre immense doti di cui sopra. Oggi quelle doti sono state distrutte, e il paese è sprofondato nella vergogna dei Piigs, i ‘maiali’ d’Europa. I trattati europei, in particolare quelli associati all’Eurozona, ci hanno tolto la sovranità costituzionale, quella parlamentare e quella monetaria. Ci hanno tolto tutto. La crisi che oggi sta distruggendo l’economia e i diritti delle famiglie e delle aziende italiane come mai dal 1945 a oggi, viene da questo.
Si segua questo percorso: viene creata una valuta che non è di alcuno Stato. Viene emessa da banche centrali direttamente nelle riserve dei mercati di capitali privati (banche, assicurazioni, fondi pensione privati, ecc.). Si uniscono 17 Stati sotto questa valuta, e li si priva delle loro precedenti valute nazionali. I 17 governi dovranno sempre batter cassa presso i mercati di cui sopra per ottenere la moneta con cui attuare la spesa pubblica, esattamente come un cittadino che fosse sempre costretto a indebitarsi con la finanziaria sotto casa per mantenere la famiglia. Ecco nata l’Eurozona. Così funziona la moneta euro. I debiti pubblici di questi Stati, precedentemente denominati in una valuta di loro proprietà, vanno ora ripagati in quella valuta ‘estera’, cioè di qualcun altro, come se all’improvviso l’intero debito degli Usa fosse trasformato da dollari in yen. Ne consegue che alcune economie fra quei 17 paesi si ritrovano schiacciate non da eccessivi debiti pubblici, ma da debiti pubblici divenuti eccessivi perché denominati di colpo in una valuta ‘straniera’.
Ogni prestito concesso dai mercati ai governi resi a rischio d’insolvenza dall’artificio sopra descritto alimenta un circolo vizioso di tassi che aumentano sempre, così come la finanziaria applica a quel cittadino già indebitato un tasso sempre più usuraio per ulteriori prestiti. E più aumentano i tassi, più i debiti sono insostenibili; e più sono insostenibili, più aumentano i tassi. Schiacciati da questo paradosso, i governi in oggetto hanno una sola scelta: usare tagli alla spesa e una tassazione soffocante per ripianare quei debiti denominati in quella moneta ‘estera’, cioè l’euro. Di conseguenza il risparmio di cittadini e aziende si prosciuga, calano i consumi, da cui precipitano i profitti, da cui derivano tagli di salari e occupazione, con ulteriori crolli dei consumi, che deflazionano l’economia; cala così il Pil, da cui minori gettiti fiscali, e ciò peggiora il debito, ma questo preoccupa i mercati che aumentano i tassi, che… È una spirale distruttiva senza fine.
Benvenuti nell’Eurozona. Nasce da un progetto del 1943 per sottomettere le economie dei concorrenti industriali di Francia e Germania, e oggi ha purtroppo raggiunto quell’obiettivo. Le prove a sostegno di questa affermazione sono pubblicate in studi di statura accademica, in inchieste giornalistiche apparse sui maggiori quotidiani internazionali, ma sono insite anche nell’operato di grandi tecnocrati europei come, fra gli altri, Perroux, Hayek, Rueff, Attali, Delors, Schäuble, Juncker, Issing, Ciampi, Scognamiglio, Padoa Schioppa, Draghi, Prodi, cioè dei padri ideologici della moneta unica euro al servizio (talvolta non inconsapevolmente) di esigue élites di grandi industriali franco-tedeschi, di speculatori e delle banche d’affari internazionali.
Invitiamo il cittadino a pensare a chi sono oggi i ‘vincitori’ nel sistema Eurozona: 1) gli speculatori che hanno scommesso sul crollo dei titoli di Stato di Italia, Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna, con profitti incalcolabili; 2) le grandi banche d’affari che guadagnano parcelle parassitarie di miliardi come intermediari nelle privatizzazioni selvagge dei beni di Stato nel sud Europa, imposteci da questa crisi del tutto artificiosa; 3) ma soprattutto le corporation franco-tedesche (a discapito dei loro stessi lavoratori), che hanno visto, grazie ai complessi meccanismi imposti dall’euro, disintegrarsi la temibile concorrenza delle aziende italiane, da sempre le uniche in Europa a impensierire Berlino e Parigi.
Infatti l’Italia della lira era nel 2000 la prima in Europa per produzione industriale; oggi siamo fra gli ultimi. Nel 2000 la Germania era ultima in Europa per produzione industriale, oggi è prima. È forse possibile che l’intero sistema industriale italiano, che per decenni ha fatto la nostra ricchezza, si sia ‘suicidato’ in soli 12 anni? O l’Eurozona ne è la vera causa? Ci si pensi. Prima dell’euro eravamo primi al mondo per risparmio privato; oggi ce lo stanno divorando, è ridotto a un quarto di allora. Abbiamo ora i redditi più bassi dell’Eurozona, le tasse sono fra il 47 e il 60%, abbiamo pensioni che al 50% non arrivano ai 1.000 euro mensili, la disoccupazione giovanile è al 35% e falliscono 40.000 aziende all’anno. La nostra economia è quindi ‘deflazionata’, così che gli investitori franco-tedeschi possano fare shopping delle nostre migliori marche a prezzi stracciati, citando il fatto che siamo in crisi. E sta accadendo ogni giorno.
Il costrutto dell’Eurozona, cioè una moneta non posseduta da alcuno Stato, è un’aberrazione monetaria che non ha precedenti in 5.000 anni di storia. Non deve sopravvivere. Ne va del destino di milioni di famiglie e aziende del nostro paese, che già patiscono sofferenze sociali inenarrabili. Nel 2002 la prestigiosa Federal Reserve americana titolò uno studio “L’euro: non è possibile, è una pessima idea, non durerà”. Gli autori, decine di economisti tra i più autorevoli al mondo, avevano seguito la creazione di questa moneta dal 1989, e così avevano sentenziato. Andavano ascoltati. Al contrario, riacquisire la sovranità monetaria uscendo dall’Eurozona significherebbe per l’Italia la salvezza dell’economia nonostante il suo alto debito.
I nostri macroeconomisti internazionali lo spiegano in questo programma. Il Giappone oggi ha circa il 240% debito/Pil ma paga tassi d’interesse vicini allo 0, ha un tasso d’inflazione vicino allo 0. E non è nei Piigs. Il suo debito di Stato enorme non è un problema, e non è il debito dei cittadini; al contrario, è l’attivo dei cittadini che ne detengono una grossa fetta. Lo Stato giapponese non ha alcun problema a ripagare i suoi creditori nonostante l’immenso indebitamento, e nulla cambierebbe se i creditori fossero stranieri. Inoltre la valuta giapponese, lo yen, è tra le più richieste come valuta di riserva sui mercati internazionali. Questo perché Tokyo possiede la sua moneta sovrana. E dunque, come detto dal Nobel Krugman, «nazioni che hanno una moneta sovrana non soffrono i danni dell’Eurozona, infatti l’America che ha una moneta propria non ha questo tipo di problemi». Ma possiamo uscirne, possiamo salvare il nostro paese e riportarlo dove stava, fra le maggiori economie del mondo.
(Paolo Barnard, “Non eravamo Piigs, torneremo italiana”, introduzione al programma “Me-Mmt di salvezza economica per il paese”, basato sulla Modern Money Theory rielaborata dall’economista statunitense Warren Mosler).
La Mmt “Mosler Economics” è una scuola di economia democratica che eredita 100 anni di sapere economico da giganti come Friedrich Knapp, John Maynard Keynes, Abba Lerner, Michal Kalecki, Wynne Godley, Hyman Minsky. Il programma elaborato per l’Italia, assicura Barnard, «è una guida di massima autorevolezza che spiega in ogni dettaglio di finanza dello Stato come l’uscita pilotata del paese dalla sciagura dell’Eurozona non solo non costerebbe alla nazione miliardi, ma rilancerebbe la ricchezza nazionale di miliardi, con la piena occupazione e la piena produzione aziendale, col rilancio delle infrastrutture, l’arrivo di investimenti internazionali e, non ultimo, il recupero delle sovranità monetaria e parlamentare totalmente perdute per volere di trattati europei mai votati dagli italiani». Conclusione: «Ne va del nostro futuro, della democrazia stessa: torniamo Italia».

venerdì 15 marzo 2013

L'avvento del Grillo

di Franco Cilli  
E’ davvero cambiato tutto? Siamo nel bel mezzo di una cambiamento epocale, di una sorta di rivoluzione copernicana, di cambio di paradigma nel modo illustrato da Khun? Sarebbe bello poter dire di si. Ogni epoca ha vissuto il fremito incalzante di un avvento, l’avvento del regno di Dio in terra, atteso sin dagli albori delle comunità cristiane dove sembrava che Jesus is back fosse questioni di anni, evento poi procrastinato per secoli, fino al più laico avvento del comunismo, della fine della storia e della dialettica, con il proletariato figura centrale, unica, nella mente contorta di György Lukács , in grado di sfuggire al pessimismo tragico della borghesia, e farsi garante di una centralità del processo evolutivo della società. Volete che la mia, la nostra generazione, come quelle precedenti si faccia mancare il grande avvento? Le moltitudini che finalmente spazzano via il conflitto artificioso fra il bisogno di sicurezza realizzato per mezzo del contratto sociale, e la necessità di una democrazia vera e di una giustizia realizzata che dia potere ad una massa di eguali, ripudiando l’alibi delle differenze di ceto, di razza, di quoziente intellettivo, quale pretesto per togliere la responsabilità della politica a un tutto indistinto. Ebbene io non credo che Grillo o chi per lui rappresenti l’avvento di qualcosa e nemmeno un cambiamento radicale, a meno che le cose non vadano per il meglio. Non lo credo perché appellarsi al moralismo degli sprechi della casta e del tradimento della politica, non affronta e non risolve certo il vero nodo della questione: il potere, quello delle oligarchie economiche e di un paradigma economico presentato in maniera inappellabile e incontestabile come fosse la legge di gravità o la necessità di un antibiotico per curare la polmonite. Di fatto Grillo dice poco o niente in merito al potere, se non nelle forma di un ampliamento del potere decisionale del “cittadino”. Dove sono gli organismi sovranazionali, le grandi potenze regionali, che a dispetto dell’Impero negriano continuano a comportarsi come stati nazioni colonizzatrici, e la grande finanza? Grillo è omogeneo a tutto ciò o semplicemente crede che questi poteri, come predica il visionario Casaleggio, diverranno degli involucri privi di sostanza una volta che la rete li avrà avviluppati e risucchiati nei suoi spazi dove ogni istanza rimbalza fra un nodo e l’altro senza possibilità di individuare una centralità del potere? Questo mi rende dubbioso su Grillo, non certo i resort in Costa Rica. Il nodo del potere va risolto in un ambito generale e non certo derubricato a un problema di ruba-galline della periferia dell’impero. Per Barnard il nodo è l’economia e lui ha risolto il tutto con l’adozione di un’economia sana (la ME-MMT ) che prosciugherebbe l’acqua dove sguazzano gli squali che si nutrono di sovranità nazionale e monetaria, impoverendo le persone. Per noi sovversivi la cosa si declina in maniera diversa. I nodi sono a seconda delle categorie di riferimento, l’Impero, l’imperialismo, il conflitto capitale/lavoro (vecchia storia).Ovvio che anche Grillo, come pensano molti rivoluzionari che lo hanno votato per calcoli politici può rientrare in qualsiasi schema, è sufficiente assumere la disarticolazione del sistema e l’azione dirompente di un movimento come necessità strategica e il gioco è fatto. Ma davvero la frattura che può aprire un Grillo può risolvere il nodo del potere? Ci risiamo, siamo solo in Italia e il discorso dell’effetto domino vale fino ad un certo punto. Di certo è che di fronte all’immobilismo, al fallimento della sinistra e all'efficacia di un interclassismo grilliano che contenta tutti, meglio Grillo che la sola speranza o l’attesa snervante di ciò che si conosce sin troppo bene o che non si conosce affatto. Almeno per il momento. 

domenica 17 febbraio 2013

Perché siamo entrati nell'euro. Intervista a Loretta Napoleoni

da byoblu

Nel giugno scorso, su questo blog Nino Galloni ci informava di un accordo tra Mitterrand, Kohl e la politica italiana di fine anni '80 circa un processo di deindustrializzazione del nostro tessuto produttivo, usato come merce di scambio per l'ingresso nell'Euro. Oggi Loretta Napoleoni, che io e voi, nsieme, abbiamo intervistato in crowd funding, dà la sua risposta alla domanda fondamentale che tutti si sono posti: "perchè?".

Nino Galloni, il "funzionario oscuro che faceva paura a Kohl", sarà nostro ospite la settimana prossima.

MESSORA: Loretta Napoleoni, economista internazionale, esperta in tante cose, anche di terrorismo. Oggi sei qua perché hai scritto un libro che si chiama “Democrazia Vendesi”, ma sei qua anche perché sei largamente nota al nostro pubblico. Siccome Byoblu.com è un posto particolare, è un luogo di persone molto ispirate e soprattutto informate, intuiamo perché tu hai scritto “Democrazia vendesi”, non devi convincerci. Ma sicuramente oggi sei qui perché manderemo in galera un po' di persone, farai qualche affermazione forte. Come cominciamo?

NAPOLEONI: Cominciamo con il motivo per il quale ho scritto un libro di questo tipo che è uscito poco prima dell'inizio della campagna elettorale: perché bisogna smettere di votare questi individui, perché se ne devono andare. Il problema economico è un sintomo del problema politico ed è per questo che il titolo del libro è “Democrazia vendesi”.

MESSORA: Ma questa democrazia l'abbiamo già venduta o possiamo ancora fare qualcosa?

NAPOLEONI: No, non l'abbiamo venduta tutta. Per prima cosa non l'abbiamo venduta noi ma l'hanno venduta loro. Il concetto fondamentale è che in tre anni di emergenza economica, che poi è diventata la normalità, diciamo, quello che è successo è che noi abbiamo perso pezzi sempre più grandi della nostra democrazia proprio attraverso questa emergenza. Decisioni importanti sono state prese da individui e organizzazioni che non sono elette da noi, quindi noi dobbiamo difendere questa nostra democrazia, perché molto presto non rimarrà nulla, rimarranno solamente le macerie. Tra l'altro è interessantissimo, e io ne parlo nel libro, il parallelo con il 1992. In realtà anche il '92, il famoso annus horribilis dell'Italia, fu un anno in cui venne svenduto il patrimonio nazionale attraverso delle politiche di emergenza che scavalcarono completamente i principi democratici e, guarda caso, questa politica è stata portata avanti dagli stessi uomini che la portano avanti oggi; Mario Draghi era capo del Tesoro e ha guidato le grandi privatizzazioni, che poi furono delle svendite, dei saldi del patrimonio nazionale italiano, a un gruppo di famiglie, a un gruppo di poli industriali e finanziari e non al popolo, come invece avvenne in Inghilterra. L'idea della privatizzazione è sempre quella lì di allargare l'azionariato e quindi di dare la possibilità a tutti di partecipare al bene comune attraverso una struttura che è una struttura privata, per esempio la privatizzazione delle Ferrovie dello Stato Britanniche. Ecco, qui non è avvenuto questo, qui il processo di privatizzazione ha creato degli oligopoli. La stessa cosa sta succedendo oggi in Europa e, guarda caso, chi guida questo processo, secondo me altamente antidemocratico, è di nuovo Mario Draghi che si trova ad essere il governatore della Banca Centrale Europea.

MESSORA: Sono sempre gli stessi. Mario Draghi, se non mi sbaglio, era vicepresidente di Goldman Sachs quando Goldman Sachs truccò i conti, operazione che permise alla Grecia di entrare nell'euro.

NAPOLEONI: Sì, in effetti nel libro c'è un capitolo che si dedica ai soliti noti, perché sono sempre loro, e io ricordo al lettore il loro curriculum vitae, perché è fondamentale. Gran parte di questi signori che hanno svenduto il nostro patrimonio nazionale nel 1992, poi vennero assorbiti come consulenti dalle grandi banche d'affari, tra le quali appunto Goldman Sachs, che guidarono questo processo di privatizzazione, intascando lauti guadagni semplicemente per una operazione di supervisione del processo, e Mario Draghi andò appunto alla Goldman Sachs. Ma anche Mario Monti andò alla Goldman Sachs.

MESSORA: Romano Prodi.

NAPOLEONI: E Romano Prodi. Questo è l'orizzonte.

MESSORA: Cioè c'è un oligopolio economico-finanziario che tira un po' le fila e decide un po' le sorti. Questo ormai lo abbiamo tristemente capito.

NAPOLEONI: Sì, ma una cosa interessante, secondo me, che non succede all'estero, è questa, perché i nostri, una volta fatta l'operazione, una volta fatto il salvataggio del paese, appunto nel '92, non rimangono in carica e quindi non ricostruiscono il paese, non danno al paese un contributo per potersi rialzare. No, se ne vanno all'estero e vanno a lavorare per i grossi finanzieri mondiali. Questo non succede in Spagna, non succede in Francia, sicuramente non succede in Germania.

MESSORA: Cioè una volta che tu compi il tuo mandato, sei chiamato a risponderne politicamente di fronte all'elettorato e quindi continuare a guidare il paese, se no così sembra che hai fatto un lavoro sporco e poi te ne sei andato.

NAPOLEONI: Sì. Insomma, uno arriva a questo tipo di conclusioni, nel senso che si entra e si esce dal sistema pubblico e dal sistema privato a seconda della convenienza personale, della propria carriera, ma anche e soprattutto degli interessi dei grandi gruppi finanziari con i quali si fanno affari nel momento in cui uno si trova nella situazione di avere una carica pubblica e subito dopo passa dall'altra parte della barricata e diventa invece un iniziatore di attività di questo tipo, vedi il caso di Draghi e la Grecia.

MESSORA: Quindi c'è una sorta di conflitto che andrebbe regolamentato, che è quasi superiore a quello di interessi di Silvio Berlusconi, è un conflitto proprio tra la guida delle moderne democrazie e la guida degli istituti finanziari privati che detengono grandi quantità di capitali. Questo conflitto secondo te come si potrebbe risolvere?

NAPOLEONI: Sì, io penso che sia proprio così. Abbiamo quasi un rapporto incestuoso tra il settore pubblico e l'alta finanza. Penso che Berlusconi, il fenomeno Berlusconi che non è così vicino tanto alla finanza quanto invece all'informazione e quindi ai media, sia un po' la punta dell'iceberg. Come si risolve? Si risolve, secondo me, attraverso un processo culturale, non si può risolvere in nessun altro modo. Nel senso che la popolazione deve raggiungere la consapevolezza di quello che sta succedendo e per raggiungere questa consapevolezza deve sapere quello che succede. È chiaro che se i media queste cose non ce le dicono, noi dobbiamo andare a cercare questo tipo di informazione da qualche altra parte. Una volta ottenuto questo tipo di informazione ci sarà la consapevolezza. Raggiunta la consapevolezza, a quel punto si farà qualcosa per sbarazzarsi di questi individui. Però se noi rimaniamo nell'ignoranza, che poi è quello che è successo in questo paese negli ultimi trent'anni... Perché nessuno si ricorda quello che ha fatto Mario Draghi, nessuno si ricorda cosa faceva Prodi prima della fine della prima Repubblica, né tantomeno Mario Monti. Questi sono tutti democristiani.

MESSORA: Cosa faceva Mario Monti?

NAPOLEONI: Mario Monti era vicinissimo a De Mita, quindi era uno dei personaggi, giovane, chiaramente ai tempi, giovanissimo, che si muoveva nell'area di De Mita. Adesso io non è che dico che assolutamente noi dobbiamo non credere a questi individui per questo tipo di passato, però che questo tipo di passato esca fuori e se ne parli. Invece no, tutti quanti cercano continuamente di indossare abiti che sono abiti puliti e tutti quanti cercano di ricrearsi la verginità.

MESSORA: E poi se li vanno a lavare in questi grandi gruppi internazionali, dove si prendono decisioni sovranazionali nell'interesse di tutti, decisioni estremamente importanti che non vengono però discusse nei parlamenti nazionali. Anticipo una delle domande che ti sta per porre la rete, perché questa intervista è stata ampiamente promozionata in rete e una delle domande ricorrenti era proprio quella relativa al Gruppo Bilderberg, perché tu sai che ci sono delle dichiarazioni da parte di Imposimato che dice che dalle sue carte, che risalgono a 20-30 anni fa, addirittura emergerebbe un suo coinvolgimento dietro gli anni delle stragi, gli anni di piombo, il terrorismo italiano. Poi tu sei esperta di terrorismo, magari ci puoi dire qualche cosa. C'è chi dice che dentro al gruppo Bilderberg ci sono queste riunioni – lo dico a beneficio di chi non lo sapesse ancora – dove si incontrano a porte chiuse le stesse persone che poi vengono nei parlamenti nazionali a prendere delle decisioni, quindi non si tratta di essere complottisti, si tratta di domandarsi: come mai, se io ti eleggo e ti pago lo stipendio, io non posso capire che tipo di decisione prendi? Dietro queste persone sembrerebbe che ci fosse la CIA oppure addirittura che fossero dietro l'abbattimento del muro di Berlino. Qual è la tua opinione e quali sono le tue conoscenze circa questi consessi privati?

NAPOLEONI: Noi non abbiamo le prove. Sicuramente il Bilderberg esiste, si riuniscono regolarmente ogni anno e quindi non è un segreto. Che poi il Bilderberg manovri il mondo nel modo in cui molti pensano, questo noi non lo possiamo provare, anche perché le riunioni sono tutte a porte chiuse. Però è significativo, secondo me, che alcuni individui ruotano sempre intorno a determinati poli di potere. È anche significativo che alcune decisioni vengono prese da questi individui. Quindi un tentativo di manovrare il mondo che conta sicuramente c'è. Che poi questo tentativo funzioni ho dei dubbi. Perché poi questi individui non sono diversi da noi, cioè non è che hanno un'intelligenza superiore, quindi il potere li consuma nello stesso modo in cui il potere consuma chiunque e quindi ogni tanto incappano in grossi problemi. Esempio: il crollo della Lehman Brothers. Se uno rianalizza il crollo della Lehman Brothers, è molto interessante come il rapporto personale che esisteva tra quei banchieri che si sono riuniti per tutto quanto il fine settimana prima dell'annuncio della bancarotta della Lehman, ha avuto un'importanza maggiore della razionalità finanziaria. La Lehman doveva essere salvata dal punto di vista razionale e lo potevano fare, perché hanno salvato organizzazione ben più grandi della Lehman.

MESSORA: La FED ha emesso 7.500 miliardi di dollari.

NAPOLEONI: Esatto. Però c'era un elemento personale all'interno di questo gruppo nei confronti dei vertici della Lehman. La Lehman stava antipatica. Alla fine, secondo me, quello che è molto interessante nel comportamento di questi individui che noi consideriamo un po' i sacerdoti di questo nostro mondo, è che alla fine le passioni umane sono sempre quelle che governano, è la famosa buccia di banana su cui cadono tutti. Certo, poi le conseguenze le paghiamo anche noi. Quindi io penso che sicuramente il Bilderberg esiste, sicuramente il suo scopo è quello di poter riuscire a controllare, però non ci riescono e quindi ogni tanto scoppia una bella crisi, ogni tanto c'è un grande crollo, perché il mercato è la forza più indipendente e più democratica che c'è, nessuno lo controlla.

MESSORA: Il debito pubblico è brutto, sporto e cattivo ed è il motivo per cui ci troviamo in queste condizioni oppure no?

NAPOLEONI: Una buona parte del debito pubblico direi che è un debito odioso. Che cos'è il debito odioso? Il debito odioso è un debito di usura ed è un debito che viene contratto con false pretese, con false informazioni. Nel caso dell'Italia io penso che un buon 45% del debito che è nelle mani del settore estero ancora potrebbe essere rinegoziato sulla base proprio di questo concetto del debito odioso, che poi è il concetto che è stato portato avanti anche dall'Ecuador. Qual è la strategia da seguire? La strategia da seguire è che indebitarsi per pagare gli interessi sul debito è illegale, è anatocismo per quanto riguarda l'individuo privato, quindi la persona fisica. Perché non lo deve essere per uno Stato? Noi in realtà ci stiamo indebitando per pagare degli interessi e questo secondo me non dovrebbe essere accettato. Ma c'è anche un altro aspetto che è ancora più importante e che è l'origine della ricchezza finanziaria, proprio perché il sistema bancario è un sistema che poggia sul concetto di impresa privata, quindi le banche centrali sono tutte di proprietà della banche private, per esempio la Banca d'Italia, una parte della Banca d'Italia è della Deutsche Bank, un'altra parte è della BNP Paribas. Quindi qual è l'origine della ricchezza finanziaria? È il debito. Noi ci indebitiamo, gli Stati si indebitano, le banche producono liquidità, quindi le banche centrali producono liquidità, quindi stampano la moneta dal nulla e noi ripaghiamo non solo quella moneta prodotta dal nulla ma anche il tasso di interesse. Se noi ci troviamo in una situazione, tipo l'Italia, con 2.000 miliardi di debito, con un tasso di crescita a -2,6, con un decennale di crescita intorno allo 0,5%, quel debito non potrà mai essere ripagato. Quel debito può essere ripagato solamente con un tasso di crescita al 10%. La Cina cresce tra il 7 e l'8, quindi è impossibile. Allora se io sono il sistema finanziario e io vivo sulla produzione del debito e mi trovo di fronte a una situazione in cui un debito non potrà mai essere ripagato, è nel mio interesse azzerare quel debito al più presto possibile, per poi ricominciare a crearne un altro. Ed ecco quello che noi dovremmo fare, noi dovremmo rinegoziare quel debito. Chiaramente il debito che noi abbiamo con gli italiani, coi risparmiatori italiani, quello deve essere onorato.

MESSORA: Secondo un conto che avevo fatto, il debito detenuto dalle famiglie italiane ammonta a circa il 12%.

NAPOLEONI: Il debito delle famiglie italiane ammonta al 12%. Poi c'è tutto il debito che è stato ricomprato negli ultimi tre anni dalle banche italiane, e siamo circa al 50-55%. Chiaramente le banche italiane quel debito lo hanno ricomprato coi nostri risparmi. Quindi se io non lo ripago... Sicuramente io posso fare un'operazione in cui negozio quel 45%, lo riduco del 50%, mi accordo e poi esco dall'euro, creo un euro a due velocità e quel debito automaticamente mi scende, perché io avrò una svalutazione del 30-40%, ma non importa, perché tanto la moneta che viene utilizzata dal risparmiatore italiano, dalle banche italiane, è la stessa, perché non ho quel rischio di cambio che invece avrei se io mantenessi il debito in euro. Il debito con l'estero l'ho rinegoziato, ho anche rinegoziato il rapporto di svalutazione, perché è chiaro che nella rinegoziazione si parlerà anche di questo, a questo punto io mi trovo in una situazione migliore di quella in cui mi trovo adesso.

MESSORA: Mi domandano sempre dalla rete, siccome tu hai menzionato l'Ecuador prima, se soluzioni alla Ecuador e alla Argentina anche, che si è trovata a rinegoziare il debito - e adesso c'è sempre un dibattito acceso tra la Kirchner e Cristine Lagarde – sono o non sono applicabili per l'Italia, anche in vista del fatto che noi abbiamo delle risorse naturali diverse o anche più scarse, se vuoi?

NAPOLEONI: Io penso che la rinegoziazione del debito possa avvenire in Italia come è avvenuta in Ecuado e come è avvenuta in Grecia. Perché la Grecia questo ha fatto. Alla Grecia è stato abbuonato il 75% del debito, che è una rinegoziazione, è un default tecnico.

MESSORA: Controllato.

NAPOLEONI: Esatto. Però è stato fatto. Non mi sembra che il mercato sia impazzito. Anzi, alla fine del 2012 hanno ricominciato a comprarsi il debito greco.

MESSORA: La Grecia ha meno risorse di noi.

NAPOLEONI: Esatto. Adesso si sono ricomprati anche il debito portoghese. Quindi il mercato non ha nessun problema riguardo a questo. In più alla Grecia è stato abbuonato, nel 2012 – ecco perché io dico se c'è una volontà di azzerare questo debito, perché se no qui non riparte il volano della creazione di ricchezza attraverso il debito – anche quella parte di debito che aveva con organizzazioni sovranazionali e quindi la BCE, l'Unione Europea e il Fondo Monetario. Loro non hanno partecipato a quella riduzione del 75%, però hanno fatto un'altra riduzione. Questo è stato fatto in sordina, non se n'è accorto nessuno, perché era sotto Natale, e lo hanno fatto apposta, perché non vogliono che la Germania in un anno elettorale debba confrontarsi con un elettorato che le domanderà: ma allora a questi qui gli abbiamo abbuonato tutto? Esistono tutti questi meccanismi che chiaramente chi conosce la finanza, chi è operativo sul mercato finanziario tutti i giorni, queste cose le sa e quindi presumo che anche la nostra classe politica le sappia; se non le sanno allora veramente sono degli incompetenti.

MESSORA: Mario Monti è arrivato e c'era lo spread a 587, “fate presto! Fate presto!” e c'erano certi parametri nella nostra economia. Adesso se n'è andato con i parametri tutti peggiorati, in più l'incertezza delle elezioni, e lo spread è a 287, adesso 280, fintamente, per la dichiarazione di Berlusconi sull'IMU. Lui si rivende questa discesa dello spread come un suo risultato. Secondo te dipende da lui o non c'è questa stretta correlazione tra la politica di un governo e lo spread?

NAPOLEONI: Lo spread non è un indicatore economico, quindi non importa se lo spread sta a 500 o a 200. Quello che dobbiamo vedere è l'economia. Se noi avessimo lo spread a 500 con un'economia che cresce al 10%, sarebbe fantastico. Noi invece abbiamo uno spread che è sceso al 2,6-2,8 e abbiamo tutti gli indicatori economici, tutti altamente negativi e in più siamo in contrazione al 2,6%. Quindi che cosa ha fatto Mario Monti? Ha fatto quello che doveva fare per riattivare il volano del debito. Ecco che con un debito vicino al 7% l'investitore straniero non vuole toccare l'Italia, è troppo pericoloso, perché chiaramente l'Italia potrebbe saltare. Saltando l'Italia, quindi bancarotta non volontaria o controllata ma vera e propria bancarotta, perderebbe tutto il suo investimento. Quindi bisogna portare giù, bisogna abbattere lo spread, il tasso di interesse. Il tasso di interesse, lo spread, è l'indicatore del sentimento di mercato nei confronti di un determinato paese.

MESSORA: Ma lo ha abbattuto Monti questo spread o lo ha abbattuto Mario Draghi con le famose LTRO e poi con la dichiarazione secondo la quale avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l'euro?

NAPOLEONI: Lo hai detto. Lo ha abbattuto Mario Draghi. Allora, Mario Monti è stato il fiancheggiatore, quindi ha creato le condizioni in Italia per poter offrire all'elettorato del nord Europa un'immagine di un'Italia completamente diversa da quella di Berlusconi. Che vuol dire? Un'Italia non spendacciona, un'Italia più simile alla Germania, in cui si fanno grandi sacrifici e anche un'Italia che accetta la punizione, come è avvenuto in Grecia, quindi che a testa bassa dice: sì, va bene, noi faremo questi sacrifici perché abbiamo sperperato. Ma chi ha rassicurato il mercato finanziario è stato Mario Draghi che ha immesso sul mercato, nel giro di 11 mesi, 2.000 miliardi di euro. 2.000 miliardi di euro! E dove sono finiti 2.000 miliardi di euro? Sono finiti nelle banche. E che cosa hanno fatto queste banche con questi 2.000 miliardi di euro?

MESSORA: Hanno ricomprato il debito.

NAPOLEONI: Hanno ricomprato il debito. Però – interessantissimo quello che è successo – le banche italiane hanno ricomprato il debito italiano, le banche greche chiaramente hanno cercato di arginare il debito greco, ma improvvisamente, alla fine del 2012, ci si è resi conto che il ritorno dell'investimento, il guadagno dell'investimento di chi aveva comprato il debito greco, sul mercato secondario chiaramente, era stato del 74% perché la crescita non è saltata. Perché con tutte queste politiche che poi hanno fatto, questi rendimenti sono saliti, perché è inversamente proporzionale il rendimento sui titoli. Invece chi aveva investito nei titoli di Stato tedeschi aveva guadagnato il 4%. Quindi a dicembre del 2012 questa liquidità che girava ancora nel sistema si è spostata tutta verso il debito della periferia. È questa la grande rotazione di cui chiaramente in Italia non parla nessuno, nessun giornale lo ha scritto. Però diciamo che i giornali stranieri hanno fatto i titoloni su questo. Quindi si è riiniziato a comprare il debito della periferia. Parliamo del Portogallo, Grecia, Italia e via dicendo. Perché il tasso di interesse era più elevato di quello che uno poteva ottenere investendo invece nei titoli non a rischio. Perché? Perché si vuole sempre avere un guadagno rapido. Invece di investire questi soldi nel settore dell'economia reale, le banche hanno ignorato il settore dell'economia reale e hanno ricominciato a fare soldi al grande casinò della finanza. Questa è la situazione attuale.

MESSORA: Tra l'altro dei 30 miliardi che sono stati dati alla Grecia attraverso le operazioni di aiuti dell'Europa, BCE e Unione Europea, al governo greco è impressionante vedere come non sia stata devoluta che una piccolissima percentuale, tutto il resto è finito alle banche che si sono ricomprate il debito e conseguentemente hanno ritrasferito indietro i soldi alle stesse economie che avevano poi generato e prodotto i soldi che si sono presi. Quindi è un giro del fumo senza fine. Secondo te l'euro si romperà, usciremo dall'euro? E aggancio a questa domanda anche la considerazione se secondo te con una moneta sovrana ripartiremmo o sarebbe la catastrofe.

NAPOLEONI: No, io penso che noi dobbiamo uscire. L'ho sempre detto, io sono sempre stata euroscettica, anche quando non c'era nessun euroscettico in questo paese. Noi dobbiamo uscire dall'euro. L'euro è una costruzione monetaria sbagliata. L'euro doveva essere un punto di arrivo e non un punto di partenza, lo dice la teoria economica. Quindi che cosa ha fatto l'euro? L'euro in realtà ha dato ai paesi del nord Europa, in particolare alla Germania, una competitività che non aveva. Quindi ha aumentato la competitività del prodotto tedesco ed ha abbattuto la competitività del nostro prodotto. Perché non dimentichiamoci che l'euro ha bloccato non solo il meccanismo di svalutazione della lira ma anche il meccanismo di rivalutazione del marco. Un tempo tutti volevano comprarsi la BMW, però non lo potevano fare perché c'era un tasso di cambio, quindi con il tempo il marco saliva e la lira scendeva. Oggi che differenza c'è tra una BMW e una Panda? Nel senso, in termini monetari i prezzi sono fissi, quindi è chiaro che la concorrenza, specialmente in alcuni settori del prodotto tedesco, è stata schiacciata e ha portato chiaramente alla chiusura di imprese ma anche alla dissoluzione di alcune industrie. L'industria manifatturiera greca, che contribuiva al 35% del PIL nel 1981, quando la Grecia è entrata nell'Europa Unita è scomparsa, nel 2010 non c'era più nella bilancia dei pagamenti. Il 75% del PIL greco proveniva dai consumi, dove c'è sicuramente anche il turismo, e dagli aiuti economici e finanziari che arrivavano dall'Europa Unita. Quindi ecco il fenomeno della cosiddetta colonizzazione prodotta dall'euro all'interno dell'eurozona o cannibalizzazione, perché poi stiamo tutti insieme, siamo un'area economica, noi distruggiamo parti della nostra stessa economia. Quindi uscire dall'euro è l'unico modo per riprendersi una parte di questa competitività, ma anche per ricostruire quell'industria che è andata distrutta e per farlo abbiamo bisogno di una sovranità monetaria e per avere la sovranità monetaria, quindi per stampare moneta, noi dobbiamo uscire dall'euro, perché altrimenti è la BCE che decide quanto si stampa e dove finiscono questi soldi. Perché ha stampato 2.000 miliardi, che è tantissimo, però noi di questi 2.000 miliardi... Io arrivo dal Veneto, il Veneto è in ginocchio, quello era il volano dell'economia italiana. Il medio-piccolo, ma anche il grande imprenditore del Veneto di quei 2.000 miliardi non ha visto nulla.

MESSORA: Mi chiedono, sempre dalla rete, se conosci la Modern Money Theory, o MMT, e se hai una critica positiva o negativa.

NAPOLEONI: La MMT è, diciamo, una teoria che si interessa principalmente della creazione della moneta e del modo in cui poi questa moneta circola, e va benissimo, nel senso che è molto interessante come teoria. Però noi qui non abbiamo bisogno di una teoria tecnica, di teorie tecniche ce ne abbiamo tantissime. Qui noi abbiamo bisogno di una politica economica. Allora la decisione di uscire dall'euro, la decisione di rinegoziare la nostra posizione all'interno dell'Europa Unita e la decisione di come poi indirizzare la nostra economia, è una decisione politica. La MMT non mi risolve questo problema, assolutamente no. Quindi direi che è una parte tecnica di un processo molto molto più ampio, che però è un processo politico. Non dimentichiamoci che l'economia è sempre subordinata alla politica e questo è l'errore che fanno in molti. Qual è l'errore fondamentale del neoliberismo? Che l'economia funziona meglio. Ricordiamoci Reagan. Reagan è quello che ha lanciato: qual è il vostro problema? Il problema è lo Stato, è il Governo, quindi riduciamolo e sostituiamo il mercato. I risultati sono disastrosi. La teoria marxista, per esempio, anche la teoria di Ricardo, la teoria di Adam Smith, erano teorie sociologiche, politiche ed economiche. Di questo abbiamo bisogno, di tornare a quel tipo di politica che vede l'economia come una sua branca importantissima, ma che prende delle decisioni. Oggi come oggi c'è un tentativo di controllo da parte dell'élite del mercato. Il mercato è libero e quindi il mercato si regola da solo e praticamente dà a questa élite una serie di risultati negativi proprio perché il mercato è libero, quindi non crede alle élite; le élite cercano di condizionarlo. Quindi il mercato è una grandissima forza democratica, ma il mercato non è la politica. Nel senso, il mercato crea anche dei grandi squilibri nella ricerca del profitto. Quindi le due cose sono assolutamente relazionate. Cioè l'élite non può controllare il mercato. Solamente lo Stato può regolarizzare il mercato, non controllare. Ma se io do al mercato il potere dello Stato, allora è la fine. È quello che sta succedendo oggi, che alcune élite, che sono élite del denaro, cercano di manipolare il mercato. Ecco quello che sta succedendo.

MESSORA: Democrazia vendesi.

NAPOLEONI: Infatti! Democrazia vendesi.

MESSORA: L'Europa Unita è un processo elitario ottenuto senza il consenso dei popoli, tutte le volte che sono stati consultati hanno spesso risposto di no. Tu sei europeista oppure credi che l'Europa debba in qualche maniera disgregarsi o come debba trasformarsi?

NAPOLEONI: No, io sono a favore dell'Europa. Secondo me l'idea dell'Europa è fantastica. Nel senso che noi ci siamo trucidati a vicenda per 2000 anni e adesso invece siamo in pace. In passato una crisi tipo questa sarebbe sfociata in un conflitto, ce lo dice la storia. Quindi sicuramente questo l'Europa ce l'ha dato, ci ha dato un'area di pace. Però l'Europa va fatta nel modo giusto, come avevano pensato i famosi padri fondatori dell'Europa. È un processo lunghissimo. Immaginiamo che noi nel giro di 50 anni riusciamo a risolvere i problemi culturali, le tensioni politiche, i risentimenti e via dicendo, di 2000 anni di sangue in Europa. È impossibile. Allora bisogna avere pazienza e non manipolare questa Europa. Perché, insomma, l'euro esiste oggi perché c'è stata una manipolazione da parte della signora Thatcher e di Francois Mitterand con la caduta del muro di Berlino. Nessuno aveva pensato che l'euro sarebbe arrivato nel 2000. Anzi l'euro era, diciamo, l'ultimo obiettivo da raggiungere dopo un processo di integrazione, che iniziava con un'integrazione commerciale, passava per un'integrazione economica, arrivava a un'integrazione fiscale, politica, e poi, alla fine, c'era questa monetina, il premio di questo lungo processo. Invece no. Crolla il muro di Berlino, Helmut Kohl riunifica la Germania. Guardate che io che l'ho vissuto molto da vicino, perché io ho lavorato oltrecortina, dall'80 all'82 io ho lavorato con la Banca Nazionale d'Ungheria e quindi ho vissuto oltrecortina e conosco quelle zone, poi ho lavorato per tre anni per una banca russa, nel 1984-85 l'idea che quel muro crollasse era assurda. Il muro è crollato improvvisamente, ha preso tutti in contropiede. Noi non ce lo ricordiamo perché noi abbiamo una memoria cortissima, infatti non ci ricordavamo che Mario Draghi aveva guidato le privatizzazioni del '92, quindi figuriamoci se ci ricordiamo con quale velocità è crollato il muro. Allora, Mitterand e la signora Thatcher, siamo in piena guerra fredda ancora, cioè la mentalità del politico occidentale era stata forgiata con l'idea che la guerra fredda sarebbe durata per sempre, questi due vengono presi dal panico, infatti io racconto nel libro che quando fu detto a Mitterand che Kohl aveva iniziato le negoziazioni per la riunificazione, ebbe una crisi isterica che è durata mezza giornata. Nel senso, lì era il panico più totale perché la Germania riunificata è chiaro che sarebbe diventata la più grande potenza, perché la Germania è sempre stata la più grande potenza, i numeri ce lo dicono, per cui la decisione fu: acceleriamo l'euro e imponiamo l'euro alla Germania, di modo che la Germania sarà legata a noi a doppio filo e quindi noi la terremo sotto controllo. L'euro ha dato alla Germania la possibilità di essere la super potenza che è oggi. La Germania nel 1989, con la riunificazione, si trovava in condizioni economiche molto molto peggiori delle nostre, perché non dimentichiamo che la Germania dell'Ovest ha riunificato ed ha eguagliato il marco della Germania dell'Est al marco della Germania dell'Ovest. Lo sforzo economico è stato assolutamente enorme. Infatti hanno alzato i tassi di interesse perché non ce la facevano e lì c'è stato un movimento di capitali massiccio, perché chiaramente i capitali si spostano secondo il tasso di interesse, ed hanno pagato questa riunificazione attraverso questa manovra finanziaria che chiaramente gli è costata tantissimo, perché la Germania poi ha dovuto ripagare. Però adesso con i tassi praticamente allo 0,75%, all'1%, sta guadagnando su questo processo. Quindi ci ha guadagnato all'inizio e ci ha guadagnato anche alla fine. Ma tutto questo perché c'è l'euro. Se non avessimo avuto l'euro tutto questo non sarebbe successo, perché il marco tedesco oggi come oggi sarebbe alle stelle, quindi questo avrebbe frenato l'esportazione. La Germania è il secondo esportatore al mondo. Dopo la Cina c'è la Germania e poi ci sono gli Stati Uniti. Quindi quella politica isterica della signora Thatcher e di Mitterand è alla base di quello che è successo. Gli inglesi infatti nel '92 hanno cacciato la signora Thatcher e anche in malo modo, perché la signora Thatcher insisteva sul Trattato di Maastricht, voleva appunto entrare nell'euro e l'hanno cacciata. Quindi il suo stesso partito l'ha cacciata. Hanno eletto John Major che è andato a Maastricht e ha detto “noi non c'entriamo, perché questa è una camicia di forza e potrebbe diventare un cappio al collo”.

MESSORA: E noi ci siamo entrati.

NAPOLEONI: Noi ci siamo entrati, abbiamo svenduto il patrimonio nazionale, ci hanno fatti entrare i signori appunto che poi sono andati a lavorare per Goldman Sachs. Perché ci siamo entrati? La risposta è semplice: perché l'entrata nell'euro ha sancito la transizione tra la prima e la seconda Repubblica. Non dimentichiamoci che il '92 è stato anche l'anno delle stragi. Quindi c'è una transizione politica in cui la vecchia Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, cioè quelle entità che erano tipiche della guerra fredda, si dissolvono e ne nascono delle altre e queste altre ottengono la loro legittimazione attraverso il progetto europeista. È l'Europa che legittima queste forze. Quindi noi dobbiamo entrare nell'euro.

MESSORA: Ci hai dato una grandissima spiegazione, perché questo dubbio mi attanagliava fin da una precedente intervista con Nino Galloni che raccontava questo processo che aveva vissuto dall'interno con Andreotti e però non riuscivamo a capire come mai i nostri politici avessero accettato questa proposta di deindustrializzazione italiana che si porta dietro l'ingresso nell'euro insieme a tutto il resto. Adesso invece abbiamo capito che è stato un gioco politico per una transizione tra un vecchio ceto politico e il nuovo ceto politico.

NAPOLEONI: Assolutamente. Infatti io ne parlo nel libro, ci sono due capitoli dedicati a questo, perché il '92 è un anno fondamentale. Fondamentale per l'euro, è un anno fondamentale per noi, ma anche un anno fondamentale per l'Europa in genere, perché l'Inghilterra, che si trova in una situazione del tutto simile alla situazione italiana, perché l'Inghilterra non regge allo SME; il motivo per il quale noi abbiamo svalutato è perché c'è stata questa massiccia speculazione nei confronti della lira, partita da Soros, perché la lira non reggeva all'interno dello SME, quindi questo serpente monetario dentro il quale le monete potevano oscillare solamente del 2,5% in positivo o in negativo, e nel caso dell'Italia e della Gran Bretagna del 6%. Quindi non reggono queste economie. Allora che succede? Si spacca questo sistema e l'Inghilterra si trova nella stessa situazione dell'Italia. L'Inghilterra non fa una svalutazione come quella italiana perché non ha Soros che la sta minacciando, però il tasso di interesse dell'Inghilterra – io abitavo in Inghilterra in quel periodo – sale al 18%. Io avevo un mutuo e ho dovuto praticamente prendere un secondo lavoro perché non ce la facevo. Noi avevamo contratto un mutuo al 5%, nel giro di due anni è andato al 18. Quindi l'Inghilterra stava in ginocchio, assolutamente in ginocchio, esattamente come stavamo noi. Però gli inglesi non svendono il patrimonio nazionale per risanare le finanze ed entrare nei parametri di Maastricht, ammettono che non possono entrarci, ammettono che non ce la fanno perché non hanno un'economia che sia in grado di poter reggere le economie invece degli altri paesi. Noi non lo facciamo. È chiaro che noi non lo facciamo per motivi politici, non per motivi economici. L'Inghilterra non doveva legittimare nulla. Cacciata la signora Thatcher il Partito Conservatore ha continuato a gestire il paese, ma qui la Democrazia Cristiana non c'era più, qui il Partito Comunista non c'era più. Ecco qual è la spiegazione.

MESSORA: Se usciamo dall'euro dobbiamo uscire anche dall'Europa? Della sovranità nazionale cosa ne pensi?

NAPOLEONI: No, noi non dobbiamo uscire dall'Europa. La Gran Bretagna, la Svezia, la Danimarca non fanno parte dell'euro però stanno in Europa esattamente come ci stiamo noi, quindi si può benissimo uscire. Non esiste un protocollo per farlo, però lo creiamo, lo facciamo, lo negoziamo, nel senso che nulla dura per sempre, sicuramente non gli imperi né tantomeno le unioni tra nazioni. Ma soprattutto noi siamo un paese sovrano, quindi possiamo fare quello che vogliamo, possiamo negoziare quello che vogliamo fintanto che rimaniamo un paese sovrano. Certo, se poi non siamo più un paese sovrano e diventiamo una colonia, la situazione cambia.

MESSORA: Anche perché stiamo firmando un memorandum di intesa su memorandum e ci stiamo impiccando con i Fondi salva-Stati come il MES, poi sarà sempre più difficile dire “no, scusate, vorremmo fare un'altra strada”.

NAPOLEONI: Certo. Apposta “Democrazia vendesi”, perché più andiamo avanti meno democrazia abbiamo, ma anche meno sovranità nazionale abbiamo, fino al momento in cui non ne avremo più nessuna. Già il debito è un cappio.

MESSORA: Ma tu la vedi una soluzione possibile, nella pratica?

NAPOLEONI: Ma certo.

MESSORA: uno potrebbe davvero farlo in Italia o è quasi impossibile? Adesso forse si attrezzeranno per un Monti bis...

NAPOLEONI: Due anni fa a chi avesse detto che la Grecia avrebbe negoziato il 95% di sconto del proprio debito e che non sarebbe implosa, la gente avrebbe detto “ma scherzi? È impossibile”. Su tutti i mercati la Grecia la davano per spacciata, invece è arrivato Mario Draghi, ha fatto queste manovre, che poi ha fatto esattamente quello che gli economisti dicevano che avrebbe dovuto fare: stampare cartamoneta. Però l'ha fatto in un modo in cui nessuno lo sa che lo ha fatto. Cioè in Germania, in Olanda, in Finlandia, c'è il sospetto però non è sicuro.

MESSORA: Sì, però non sono uscite dall'euro. Quello che vorremmo fare noi è uscire dall'euro.

NAPOLEONI: No, ma uscire dall'euro è la stessa cosa, cioè nel senso che tutto si può fare, purché si faccia bene. Noi non siamo in emergenza ancora, ma lo saremo molto presto perché questo è un debito ingestibile. 2.000 miliardi! Quindi noi alla fine del 2013 staremo peggio di come stiamo oggi. Arriveremo a un punto, magari non nel 2013 ma nel 2014, nel 2015, in cui i mercati diranno “ma questi? Gli vogliamo ancora dare dei soldi? Ma non vedete che praticamene la situazione non si risolve?”. Il Giappone è una nazione che ha un debito molto elevato rispetto al PIL, 200%.

MESSORA: Però è interno.

NAPOLEONI: Però è interno, quindi quello non è un problema. Ma nel momento in cui noi abbiamo bisogno di soldi che vengono da fuori... Il Giappone ha la sovranità nazionale, il che vuol dire che il Giappone può stampare tutti i soldi che vuole, li può mettere in circolazione nelle banche e le banche possono acquistare il debito. Ma noi questo non lo possiamo fare, quindi noi siamo dipendenti dall'estero, dalle banche estere e dal denaro all'estero. Arriverà un punto in cui non ce li daranno più o se ce li danno, ce li danno a tassi molto elevati. Quindi prima di arrivare alla crisi totale e di ritrovarci in emergenza, negoziamo prima, negoziamo in tempi di pace, diciamo. Però ci vuole una classe politica che sappia fare questo. Siccome noi abbiamo una classe politica che opera solamente in emergenza perché è una classe non democratica, perché solo chi non è democratico approfitta delle situazioni eccezionali per poter prendere delle decisioni che non sarebbero mai approvate. Noi abbiamo approvato il Fiscal Compact, che è il pareggio di bilancio, senza sapere quello che facevamo. Noi ogni anno dobbiamo tagliare 50 miliardi. Mettiamo caso che nel 2012 si verifica una grandissima alluvione e che noi dobbiamo ricostruire una parte dell'Italia, una grossa regione, noi però abbiamo il Fiscal Compact e quindi non lo possiamo fare. Perché dove li troviamo quei 50 miliardi in più dei 50 miliardi? Perché noi dobbiamo tagliare 50 miliardi! Allora tagliamo la scuola. Ma se io ho una spesa eccezionale, la scuola la taglio non del 10%, la dovrò tagliare del 70%, perché come faccio poi a trovare i soldi per risolvere questo problema di un disastro naturale? Allora io dico, ma questi che l'hanno firmata, ma a che cosa pensavano in quel momento, in Parlamento? Oppure stavano tutti sull'Ipad e stavano su Twitter e Facebook?

MESSORA: Questo è incomprensibile. Io so perché Monti l'ha firmato, perché Monti vuole costruire gli Stati Uniti d'Europa e gli servono dei paesi deboli perché così riesce a fare l'Europa politicamente unita. Quelli che, giustamente tu dici, stavano con l'Ipad in mano, non si capisce che pensavano, che cosa hanno avuto un cambio. Anche lì è un mistero incomprensibile.

NAPOLEONI: Ma io non ho capito. Ma Monti chi è? Un nuovo dittatore? Monti vuole fare l'Europa? Ma è un giocattolo? Ma stiamo giocando a Monopoli? Non ho ben capito. Questo è un paese sovrano. Siamo tutti sovrani. Se vogliamo fare l'Europa la devono fare i cittadini, la devono fare gli italiani, i francesi, gli spagnoli, no Mario Monti. Però questa è la mentalità di chi non vive nella realtà, perché questi sono individui che non vivono a contatto con la realtà, si muovono con la scorta di sei persone, hanno l'autista che li porta da A a B. Io dubito che Mario Monti sia mai salito su un autobus. Forse magari quando andava a scuola dai Gesuiti, non lo so. Però io che prendo l'autobus, prendo il treno e non ho la scorta, non ho l'autista, vivo in un'altra dimensione. Mario Monti ha scritto questo libro che è uscito quasi in contemporanea al mio, lui l'ha presentato e c'era un articolo mi sembra su La Repubblica, chiaramente, dove c'è questa foto... Mario Monti ha presentato il suo libro sull'Europa a Bruxelles, di fronte a una folla di euroburocrati. Io sono praticamente tre settimane che giro l'Italia sui treni, i traghetti e via dicendo e lo presento alla gente comune. Ecco, questa è la differenza. Noi avremmo più bisogno di gente tipo me che invece di andare a Bruxelles a parlare agli eurocrati, parla alla gente. Le campagne elettorali ormai non le fanno più così, le fanno a Bruxelles. È significativo. Bersani va a Bruxelles, Bersani va a Berlino, incontra la Merkel in campagna elettorale. Ma quando mai un politico britannico durante una campagna elettorale, a due settimane dalle elezioni, va a Berlino? Ma sarebbe uno scandalo pazzesco! Perderebbe una quantità incredibile di voti! Invece no, qui viene presentato come un bel gesto: bravo! È quello che noi vogliamo che tu faccia! Non lo so, saranno trent'anni che vivo all'estero ma certe volte non capisco.

MESSORA: Noi avevamo bisogno di qualcuno che rappresentasse gli interessi degli italiani all'estero e ci siamo trovati qualcuno che rappresenta gli interessi esteri in Italia.

NAPOLEONI: Esatto. Ecco perché vanno a Berlino. Ma guarda che questa cosa che vanno a Berlino a due settimane dal voto è molto significativa e tutti i giornali la presentano come una cosa positiva.

Grazie a Maria Laura Borruso per la trascrizione

mercoledì 5 dicembre 2012

Brevi note sulla MMT* Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo

di Emiliano Brancaccio sinistrainrete.info

 

“Mezzogiornificazione” europea: Paul Krugman (1991) l’aveva preannunciata in tempi non sospetti ed altri, poi, l’hanno riesaminata e ne hanno studiato gli sviluppi. Con questa espressione possiamo intendere, sinteticamente, quei processi  di desertificazione produttiva, annientamento o assorbimento estero dei capitali nazionali, ed emigrazione di massa dei lavoratori, che soprattutto a seguito della crisi economica stanno determinando profondi mutamenti nella struttura produttiva dei paesi periferici dell’Unione monetaria europea. La “mezzogiornificazione” indica, in sostanza, che il dualismo economico che ha duramente segnato la storia dei rapporti tra Nord e Sud Italia non costituisce più un caso particolare limitato al nostro paese, ma andrebbe ormai riletto come caso anticipatore ed emblematico di un dualismo molto più ampio, che si riproduce oggi su scala continentale tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa, e che rischia di compromettere gravemente i loro futuri rapporti economici e politici.
Non suscita quindi particolare meraviglia che i cittadini meridionali, oggi, risultino particolarmente sensibili ai mutamenti in corso negli assetti dell’eurozona. Subendo gli effetti del dualismo economico già da tempo, essi sembrano intuire più rapidamente di altri quali siano i rischi che l’Europa oggi sta correndo. Non credo sia del tutto casuale, dunque, che iniziative come questa, che mirano a diffondere maggior consapevolezza dei processi economici in atto, maturino proprio lì da voi, a Reggio Calabria, città estrema situata esattamente al centro del Mediterraneo, nei pressi di Scilla e al cospetto di Cariddi. 
Con questo intervento audio da Napoli cercherò di non sottrarre tempo alle ulteriori relazioni dei colleghi Kelton, Auerbach e Black, di cui ho letto con interesse vari lavori e che saluto. Pertanto, in quel che segue mi limiterò ad accennare solo ad alcuni degli snodi concettuali e delle questioni aperte riguardanti la “modern money theory” (MMT), la “teoria della moneta moderna”, definita anche “teoria monetaria moderna”.
La prima questione verte sul concetto di “novità”. E’ lecito definire la teoria monetaria moderna una novità assoluta nel campo della teoria economica? Io credo di no: la teoria monetaria moderna non rappresenta un inedito. La mia posizione riflette per certi versi quella dell’economista canadese Marc Lavoie (2011). Secondo Lavoie le proposizioni chiave della teoria monetaria moderna possono essere ricavate dagli schemi tipici della tradizione Post-Keynesiana; in particolare, dalle versioni di quegli schemi dette del “circuito monetario”, che in Italia hanno avuto una certa diffusione grazie soprattutto al contributo dell’economista Augusto Graziani (2003).
Va ricordato, inoltre, che la teoria monetaria moderna eredita dalla più ampia tradizione dei filoni di pensiero economico critico una tesi cruciale, direi attualissima: una economia capitalistica di mercato, lasciata a sé stessa, non è in grado di garantire stabilmente la piena occupazione del lavoro e delle altre forze produttive esistenti, né nel “breve” né nel “lungo periodo”. Tra le numerose implicazioni di questa tesi vi è l’idea che il finanziamento monetario della spesa pubblica, a date condizioni, può determinare aumenti duraturi della produzione fisica e della stessa capacità produttiva, con effetti sull’inflazione che solo per caso risulterebbero proporzionali all’entità del finanziamento monetario della spesa.
Credo sia utile ricordare che questa tesi trova un rigoroso fondamento di teoria dei prezzi relativi e della distribuzione negli sviluppi della cosiddetta teoria della produzione, alla quale, tra gli altri, Leontief e soprattutto Sraffa hanno dato fondamentali contributi (cfr. Pasinetti 1975; Kurz e Salvadori 1995; Petri 2004). In particolare, è proprio alla luce della teoria della produzione che la tesi suddetta e le sue implicazioni possono essere estese al cosiddetto “lungo periodo”, e le obiezioni di Krugman (2011) alla MMT possono quindi essere efficacemente criticate.
Ora, questo rinvio alla storia, alla tradizione, al profondo substrato di pensiero critico sul quale la “teoria monetaria moderna” inevitabilmente poggia, è un fatto che magari potrà creare qualche imbarazzo tra gli apologeti di quella diffusa malattia politica che va sotto il nome di “nuovismo”, ma a ben pensarci dovrebbe esser considerato positivo. In particolare, dovrebbe essere considerato una vera fortuna da parte di coloro che intendano realmente contribuire alla edificazione di un fronte alternativo, autorevole e non evanescente, nella durissima battaglia delle idee in campo economico.
Il guaio è che il nuovismo è una malattia atavica e tenace. Mi vengono in mente, per esempio, gli agitatori russi che nel 1920 pretendevano di costruire una nuova cultura rivoluzionaria sulle rovine di quella vecchia, e si dichiaravano pronti a bruciare le opere rinascimentali di Raffaello pur di raggiungere il loro scopo. Dovette scomodarsi addirittura Lenin (1977) per spiegare che essi erano soltanto dei poveri illusi, per un motivo che in un’ottica storico-materialista risulta subito evidente: una nuova cultura, che possa dirsi realmente rivoluzionaria, non sbucherà mai fuori dal nulla ma potrà solo scaturire da uno sviluppo del sapere che l’umanità ha sedimentato nel corso della sua Storia. Nei tempi confusi che viviamo, che sono anche tempi di rivoluzioni di cartone, coltivo il sospetto che simili puntualizzazioni non siano del tutto banali.
Mi permetto di far notare, a questo riguardo, che anche gli aspetti apparentemente più sorprendenti, che sembrano un pochino più eretici, della teoria monetaria moderna, in realtà possono esser considerati dei casi molto particolari degli schemi Post-Keynesiani. Faccio un esempio: una tesi apparentemente sconcertante di alcuni esponenti della teoria monetaria moderna è che da un punto di vista logico verrebbe prima la spesa pubblica del governo, e solo dopo di essa potrebbero verificarsi il prelievo fiscale e i prestiti al governo da parte dei privati. In altri termini, secondo questa visione, se il governo prima non spende, non ci potrà essere né prelievo fiscale né prestiti privati allo stesso governo. Ora, l’idea secondo cui la spesa pubblica viene logicamente prima di ogni altra cosa, a prima vista sembra incredibile. Tuttavia, come Lavoie ha mostrato, essa deriva da una semplice convenzione contabile: alcuni teorici monetari moderni analizzano la banca centrale e lo stato come se fossero un unico settore consolidato. L’arcano è facilmente risolto, dunque. Tuttavia bisogna anche aggiungere che questo consolidamento, nella attuale realtà politico-istituzionale, non esiste. Magari è auspicabile, ma non esiste ancora. E in periodi confusi come questi, forse sarebbe il caso di tenere sempre ben distinti i meri auspici dai fatti.
I colleghi presenti mi scuseranno per queste precisazioni, che loro forse reputeranno scontate. Io tuttavia credo si tratti di chiarimenti necessari. Perché a mio avviso, se davvero si vuol contribuire alla lunga e faticosa opera di formazione di una coscienza critica collettiva in grado di avanzare precise obiezioni alla visione economica dominante e di suggerire una  teoria economica alternativa e moderna, magari anche una “teoria monetaria moderna”, allora è indispensabile sfrondare tale teoria dagli orpelli, e soprattutto dagli eventuali errori.
A proposito di errori. In un interessante documento a supporto della teoria monetaria moderna, leggo che «nell’economia reale le importazioni sono un beneficio, mentre le esportazioni sono un costo» (Mosler et al. 2012). Ora, intendiamoci bene: se questo vuole essere un modo per criticare l’odierno assetto capitalistico mondiale, che induce interi paesi a deflazionare l’economia e a creare disoccupazione interna nello strenuo tentativo di gareggiare sui mercati internazionali, io apprezzo le buone intenzioni. Al tempo stesso, però, credo che questa modalità di avanzare la critica all’assetto vigente sia potenzialmente fuorviante.
Sotto questo aspetto, c’è un punto della teoria monetaria moderna che appare ancora opaco, e che rischia di rivelarsi debole se non viene meglio approfondito: si tratta dei rapporti che un paese sovrano ha con il resto del mondo, che vengono sinteticamente espressi proprio dall’andamento delle importazioni e delle esportazioni, e più in generale della bilancia dei pagamenti verso l’estero.
A me pare che su questo punto alcuni elementi di debolezza della MMT emergano non solo nei documenti di propaganda, inevitabilmente limitati dalle necessità della sintesi, ma anche in contributi accademici caratterizzati da un livello di raffinatezza superiore: per esempio, quando uno dei più autorevoli esponenti della teoria monetaria moderna sembra suggerire che la soluzione chiave per gestire i problemi di bilancia dei pagamenti risiede in un tasso di cambio flessibile (Wray 1998). Ebbene, io non credo che le cose stiano esattamente in questi termini. Mi spiego.
L’obiettivo principale della MMT è di fare in modo che un paese sovrano usi il finanziamento monetario della spesa pubblica per rendere praticabile l’attuazione di un programma nazionale per la piena occupazione. Alcuni esponenti della MMT parlano in questo senso dello stato come “occupatore di ultima istanza” (Wray, cit.), proponendo così una feconda parafrasi del concetto di “prestatore di ultima istanza” di Bagehot. Prendendo spunto da Leontief, invece, personalmente credo che un programma per la piena occupazione dovrebbe farsi carico di alcuni problemi tipici della pianificazione, tra cui l’esigenza di intervenire sugli squilibri strutturali fra i territori. Per questo preferisco parlare dello stato come “occupatore di prima istanza”. Tali differenze però possono essere affrontate anche a un secondo livello di analisi. L’idea preliminare della MMT, di finanziare con moneta la spesa pubblica, è a mio avviso corretta e condivisibile. Tuttavia, è necessario soffermarsi sul fatto che tale politica farebbe aumentare anche le importazioni dall’estero. Ed è difficilmente contestabile che tale aumento delle importazioni potrebbe creare problemi rilevanti alla bilancia dei pagamenti e, più in generale, all’intera struttura del sistema produttivo nazionale. Problemi che vanno ben al di là delle scelte intorno alla mera gestione del tasso di cambio e alla stessa sovranità monetaria.
Gli italiani, i latino americani, gli stessi britannici, sanno benissimo, per esperienza diretta, che i problemi di bilancia dei pagamenti non possono essere gestiti tramite la mera dinamica del cambio. Anzi, dal punto di vista del nesso tra bilancia dei pagamenti e sovranità, al pari e anche più rapidamente della deflazione interna, un cambio flessibile può ridurre il valore dei capitali nazionali, può quindi esporre a facili acquisizioni estere e può dunque diminuire, anziché aumentare, il grado di sovranità. Ecco perché in passato, in Italia, in America Latina e in Gran Bretagna, anche in periodi di fluttuazione dei cambi, venivano evocati e talvolta venivano anche realizzati dei programmi detti di “sostituzione delle importazioni”: cioè dei programmi più o meno protezionistici, di limitazione dei movimenti di capitali, di disciplinamento degli investimenti esteri e, laddove necessario, di controllo dei movimenti di merci.
Verrebbe a questo punto da chiedersi per quale motivo alcuni esponenti statunitensi della MMT tendono a sottovalutare questi problemi, e talvolta arrivano per questa via a giudicare in termini acriticamente ottimistici gli stessi investimenti diretti esteri. Questo in un certo senso è un paradosso, se si considera che il finanziamento monetario della spesa pubblica è stato adoperato, in molti casi storici, proprio per scongiurare la perdita di sovranità che può derivare dalle acquisizioni estere. In una fase in cui il tema dell’inserimento di capitali esteri negli assetti proprietari e di controllo sembra travalicare l’ambito degli ultimi asset strategici in mano pubblica e arriva a lambire persino il sistema bancario, sarebbe bene fare molta più chiarezza, su questo punto. Ma se mi dilungassi qui pure su questi aspetti finirei per prendere troppo tempo.
Ciò che conta stabilire immediatamente, in questa sede, è che la teoria e la storia ci dicono che se davvero si vuol ripristinare un certo grado di sovranità – e a fortiori di sovranità democratica - allora la bilancia dei pagamenti verso l’estero diventa una variabile cruciale. Ed è opportuno aggiungere che per controllare questa variabile bisogna passare per forza tra Scilla e Cariddi: o si attua un coordinamento internazionale tra paesi, oppure si attuano forme più o meno stringenti di protezionismo finanziario e  commerciale, oppure ancora si realizza una combinazione tra le due opzioni. Le scelte sui cambi fanno senz’altro parte del problema ma di certo non lo esauriscono, né possono esser considerate l’aspetto decisivo.
E qui veniamo alla questione politica fondamentale. E’ la questione della scelta tra una strategia di profonda revisione del palinsesto della moneta unica e del mercato unico europeo da un lato, e una strategia alternativa, che sia basata non soltanto sullo sganciamento dalla moneta unica ma anche, se necessario, su una revisione critica del mercato unico europeo. In Italia e altrove, come voi sapete, si stanno formando due fronti, su questo tema. Curiosamente, noto che persino tra i sostenitori della teoria monetaria moderna sono emerse posizioni diversificate, a questo riguardo.
Ebbene, in un libro recente abbiamo provato a suggerire una via dialettica per cercare di affrontare questo decisivo snodo politico (Brancaccio e Passarella 2012). La nostra proposta parte da una serie di evidenze, che provo qui ad esporre in estrema sintesi.
Osserviamo in primo luogo che la “mezzogiornificazione” europea ha fatto registrare una forte accelerazione a seguito della crisi economica. I portatori degli interessi prevalenti, in Germania e nei paesi “centrali” dell’Unione, traggono grandi vantaggi, relativi e assoluti, da questo processo. La crisi ovviamente colpisce anche tali paesi, ma in termini comparati il suo impatto su di essi è più modesto, il che accresce la forbice rispetto alle aree “periferiche” dell’Unione. Basti guardare allo spread, non solo tra i tassi d’interesse ma anche tra le bancarotte aziendali e, soprattutto, tra i livelli di occupazione: dal 2007 al 2012 i paesi del Sud Europa hanno perso quasi quattro milioni di posti di lavoro, mentre la Germania ha addirittura accresciuto l’occupazione di circa un milione e mezzo di unità. Ma c’è di più: la miscela di mezzogiornificazione e crisi, in ultima istanza, implica “centralizzazione” dei capitali nel senso di Marx, e di Hilferding (2011). Rilevo, a questo proposito, che a seguito della crisi gli indici azionari della Germania da un lato, e dei paesi del Sud Europa dall’altro, si sono chiaramente divaricati. La forbice, si badi bene, in termini relativi caratterizza anche il settore bancario. Questo aumento generalizzato della varianza dei valori azionari contribuisce a spiegare perché il rapporto tra investimenti diretti esteri netti e formazione lorda di capitale fisso della Germania verso l’Italia sia mutato di segno a cavallo del 2008-2009. Mentre nei primi anni dell’euro i proprietari tedeschi sono risultati venditori netti di capitale, dopo la crisi essi hanno nuovamente assunto il ruolo storico di acquirenti netti.
I dati insomma segnalano che siamo al cospetto di una tremenda accelerazione del processo di centralizzazione dei capitali e di “egemonizzazione” tedesca dell’Unione europea. Un processo che ovviamente genera contraddizioni e conflitti, che a un certo punto potrebbero rivelarsi ingestibili. A tale riguardo, i portatori degli interessi prevalenti in Germania sanno che l’allargamento dei divari economici e i connessi meccanismi di centralizzazione dei capitali potrebbero a un certo punto rivelarsi politicamente insostenibili per le nazioni periferiche. Questi fenomeni dunque accrescono la probabilità di una deflagrazione della moneta unica europea. E’ interessante notare, sotto questo aspetto, che ai vertici delle istituzioni tedesche sembra piuttosto diffuso lo scetticismo intorno alla reale efficacia della strategia di riequilibrio deflazionistico a carico dei soli paesi debitori che viene perseguita dalla Banca centrale europea. In effetti, benché gli ultimi dati sugli spread e sulle bilance commerciali sembrano rinnovare le speranze tra le file degli ottimisti (cfr. Congiuntura Ref. 2012), allo stato dei fatti ritengo anche io, con molti altri, che vi siano tuttora valide ragioni per  nutrire forti dubbi sulla tenuta futura dell’eurozona (cfr. ad esempio le posizioni di Stiglitz e dello stesso Krugman; tra gli italiani fu Graziani uno dei primi a dubitare della sostenibilità della zona euro; più di recente, cfr. ad esempio Bagnai 2012, una lettura istruttiva anche se una critica alle radici neoclassiche della teoria delle aree valutarie ottimali sarebbe stata molto opportuna; cfr. anche la mia risposta a Barba Navaretti sul Sole 24 Ore, in Brancaccio 2012a).
Sarà forse la memoria del fallimento delle politiche di Bruning, o magari un sussulto di “cattiva coscienza” politica, ma in Germania sembrano in effetti più consapevoli di noi della difficoltà di aggiustare gli squilibri intra-europei a colpi di deflazione nei paesi debitori. Ecco perché le autorità tedesche non nascondono di attendersi una crescita delle tensioni politiche future, e una ulteriore accentuazione della fragilità dell’eurozona. Non è un caso, del resto, che abbiano messo in conto prima di tutti l’eventualità di una sua deflagrazione. La forza dei tedeschi, ai tavoli delle trattative europee, deriva anche da questa capacità di anticipazione degli eventi. E’ evidente cioè che essi sono già pronti a sostenere i costi di una implosione della moneta unica, anche perché dal tracollo potrebbero trarre persino dei vantaggi ulteriori: infatti, come abbiamo cercato di mostrare, il solo mutamento dei rapporti di cambio tra le valute non frenerebbe il processo di centralizzazione in atto, ma anzi potrebbe addirittura intensificarlo (Brancaccio e Fontana 2011).
L’unica vera paura che agita i portatori degli interessi prevalenti in Germania è che una eventuale crisi della moneta unica sia accompagnata anche da una crisi del mercato unico europeo. Essi cioè temono che i paesi periferici siano a un certo punto tentati dall’adozione di soluzioni di tipo “neo-protezionistico”, sui mercati finanziari ed anche sui mercati delle merci. In Germania discutono animatamente di questo pericolo, poiché sanno che il processo di egemonizzazione tedesca dell’Unione europea subirebbe una pesante battuta d’arresto se venisse messa in discussione la libera circolazione dei flussi finanziari e delle merci. Il dibattito interno alle associazioni imprenditoriali, in Germania, ci pare emblematico in questo senso (cfr. ancora Brancaccio e Passarella, cit.).
Una volta che si tenga conto di tutti questi elementi, diventa a nostro avviso ragionevole tentare di tratteggiare una linea d’azione politica. La nostra proposta, in questo senso, si dispiega lungo due traiettorie interconnesse, e può essere sintetizzata nei seguenti termini.
Da un lato, ai tavoli delle trattative europee, le autorità italiane e degli altri paesi periferici dell’Unione dovrebbero riunirsi intorno a un progetto organico di riforma dell’Unione monetaria europea, che si proponga di affrontare alla radice, in termini strutturali e non assistenzialistici, gli squilibri tra le economie del continente. I contributi alla definizione di un piano sostenibile di riforma, in questo senso, sono già numerosi (cfr. per esempio il Manifesto per l’Europa del Sole 24 Ore, nonché la www.letteradeglieconomisti.it del 2010; si veda anche la proposta di “standard retributivo europeo”, in Brancaccio 2012b).
Dall’altro lato, per far sì che simili progetti non siano destinati alla critica roditrice dei topi, è indispensabile che le autorità di quegli stessi paesi dichiarino esplicitamente che, se in Europa non dovesse farsi largo una generale volontà riformatrice nel senso indicato, il rischio che esse reagiscano non solo con una uscita dall’euro ma anche con una svolta di tipo neo-protezionista, dovrà ritenersi concreto.
Questa, a nostro avviso, è l’unica carta politica di cui i paesi periferici reamente dispongono oggi in sede europea. Tale strategia, si badi bene, è valida in ogni caso: sia per indurre le autorità tedesche a riconsiderare l’entità dei costi di una eventuale deflagrazione, e quindi a non ostacolare una eventuale riforma dell’Unione, sia eventualmente per far sì che i paesi periferici si attrezzino al meglio per uscire da un’eurozona eventualmente irriformabile.
Per inciso, segnalo pure che una strategia di gestione del break-up che ammettesse anche la possibilità di limitazioni del mercato unico europeo potrebbe avere – per usare un termine antico ma tutt’altro che desueto - una precisa connotazione “di classe”, poiché a date condizioni consentirebbe di salvaguardare maggiormente gli interessi dei lavoratori subordinati.
Beninteso, sappiamo tutti che fino ad oggi le autorità italiane e degli altri paesi periferici hanno agito in direzione esattamente opposta a quella che ho cercato qui di tratteggiare. Basti notare che negli ultimi mesi le redini degli esecutivi dei paesi periferici dell’eurozona sono state affidate ad alcuni tra i più risoluti fautori del liberoscambismo europeo. Sotto questo aspetto Mario Monti rappresenta l’antitesi ideale di una opzione neo-protezionista: egli mai si sognerebbe di evocarla in sede di trattativa, nemmeno di fronte alla prospettiva di una depressione di lungo periodo. E forse nemmeno di fronte a un assorbimento delle banche nazionali ad opera di capitali esteri. In questo senso, potremmo dire che il Professor Monti incarna una clausola di salvaguardia non solo e non tanto della moneta unica, ma anche e soprattutto del mercato unico europeo.
Il mondo però si muove, e la crisi avanza in fretta. Vale la pena di ricordare che la stessa Commissione europea ravvisa numerosi sintomi di revisione della politica del libero scambio già in varie parti del mondo (EU Commission 2012). Inoltre, è interessante notare che anche all’interno del mainstream svariati studiosi, tra cui Dani Rodrik (2011), hanno avviato una critica all’ideologia liberoscambista.
Il messaggio di fondo di questa nota è dunque il seguente: ci sono buoni motivi per ritenere che alle numerose critiche alla perdita di sovranità sulla moneta sia giunto il tempo di affiancare anche una critica più generale al liberoscambismo europeo.
In tal senso domando: la MMT è liberoscambista o neo-protezionista? La mia opinione è che la coerenza logico-politica della MMT richieda un impianto di tipo neo-protezionista. Per quel che mi è dato sapere, alcuni suoi esponenti la pensano così. Non tutti, però. O sbaglio?
Naturalmente, questo cruciale interrogativo dovrebbe porsi in ambito non solo scientifico ma anche e soprattutto politico. Per esempio, tutti i partiti eredi più o meno diretti della tradizione del movimento dei lavoratori dovrebbero prender coscienza, in Europa, che il liberoscambismo, in particolare il liberoscambismo di sinistra, deve essere abbandonato in fretta. Il rischio maggiore, invece, è che tali forze politiche scelgano di restare arroccate a tutti i costi in difesa dell’euro e del mercato unico (Brancaccio, Bragantini, Pianta 2012). Così facendo, tuttavia, esse lasceranno praterie sempre più vaste di potenziali consensi nelle mani di forme nuove di nazionalismo ideologico, e al limite di nuove formulazioni dell’orrida triade di suolo, sangue e razza. Con il tracollo del Pasok e l’ascesa di Alba Dorata, e con le incertezze della stessa Syriza sull’euro, la Grecia costituisce in questo senso l’immagine più nitida del possibile futuro europeo che tanti aborriscono ma che pochi, in questo momento, si preoccupano di scongiurare. Occorrerà lavorare molto, io credo, affinché l’Europa non si tramuti entro qualche anno in un laboratorio sociale in cui magari verificare, questa volta, che la tesi storiografica del fascismo quale mera “reazione” era sbagliata, e che aggregazioni di stampo neofascista possono in realtà espandersi anche nell’assenza totale di movimenti rivoluzionari di matrice comunista. Qualsiasi possibile apporto a questo durissimo lavoro che ci attende dovrà ritenersi, a mio avviso, benvenuto.
*Versione riveduta e ampliata dell’intervento audio di Emiliano Brancaccio alla conferenza “MMT Calabria Europa” del 30 dicembre 2012. L’autore ringrazia il blog http://vocidallestero.blogspot.it/ per l’aiuto nella fase di trascrizione. La riproduzione è consentita citando la fonte. 
   
Bibliografia
Bagnai, A. (2012). Il tramonto dell’euro, Imprimatur editore, Reggio Emilia.
Brancaccio, E. (2012a), Quale austerità?, Il Sole 24 Ore, 13 maggio. http://www.emilianobrancaccio.it/2012/05/13/botta-e-risposta-quale-austerita
Brancaccio, E. (2012b). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a European wage standard, International Journal of Political Economy, vol. 41-1. http://www.emilianobrancaccio.it/2012/09/14/lo-standard-retributivo-europeo-sullinternational-journal-of-political-economy/
Brancaccio, E., Bragantini, S., Pianta, M. (2012). Dibattito sull’euro e sulla crisi, Micromega, n. 5. http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2012/09/micromega-luglio-2012-brancaccio1.pdf
Brancaccio, E., Fontana, G. (2011), The Taylor Rule, the Solvency Rule and capital centralisation in a monetary union, Fmm Conference, Berlino, 28-29 ottobre.
Brancaccio, E., Passarella M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, Il Saggiatore, Milano. http://www.emilianobrancaccio.it/2012/04/04/lausterita-e-di-destra-2/
Congiuntura Ref. (2012). Cambiamenti della posizione competitiva dei paesi europei, anno XIX, n. 19, 13 novembre.
European Commission (2012), Ninth report on potentially trade restrictive measures.
Graziani, A. (2003). The monetary theory of production, Cambridge University Press, Cambridge UK.
Hilferding, R. (2011). Il capitale finanziario, Mimesis, Milano-Udine (orig. 1910).
Krugman, P. (1991). Geography and trade (trad. it. Geografia e commercio internazionale, Garzanti, Torino 1995).
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