lunedì 23 ottobre 2017
Il Diario di Spinoza: La sinistra metaconcettuale
Il Diario di Spinoza: La sinistra metaconcettuale: di Franco Cilli In sintesi esiste una metacomunicazione. È un processo mentale che permette di comunicare sulla comunicazione ste...
giovedì 5 ottobre 2017
Il voto tedesco accelera la crisi europea. Recuperiamo la sovranità nazionale per difendere la democrazia
Dopo le elezioni in Germania si corre verso una nuova crisi dell'eurozona: per contrastare da una parte le suicide imposizioni autoritarie delle istituzioni europee e l'austerità imposta dai mercati finanziari, e dall'altra la montante onda dei nazionalismi xenofobi, l'unica possibilità di riscossa democratica è quella di difendere strenuamente gli interessi nazionali ripristinando la sovranità delle istituzioni elette dai cittadini.
di Enrico Grazzini da Micromega
Le elezioni tedesche e la fine delle illusioni europeiste
Nonostante i roboanti discorsi dell'ex banchiere Rothschild ed attuale presidente francese, Emmanuel Macron, e del premier italiano Paolo Gentiloni sulla “rifondazione europea”, il destino dell'eurozona appare sempre più cupo. Macron e Gentiloni possono declamare finché vogliono le magnifiche e progressive sorti dell'Europa vendendo illusioni europeiste con l'intento di distrarre i loro popoli dalla distruzione dello stato sociale e dalle controriforme del mercato del lavoro che i due leader stanno imponendo ai loro paesi.
Tuttavia, a parte i proclami franco-italiani, non la Francia e tanto meno l'Italia saranno determinanti per l'avvenire dell'Europa e della moneta unica: sarà sempre e solo la Germania a decidere del futuro dell'Unione Europea e dell'euro. E gli ultimi risultati elettorali indicano chiaramente una volta di più che – dopo lo spietato assoggettamento della Grecia – la Germania punterà a sganciarsi da qualsiasi vincolo europeo e a soddisfare esclusivamente i suoi interessi nazionalistici a scapito delle altre nazioni dell'eurozona.
La sorpresa che ha guastato le pur ostinate illusioni europeiste viene dalla Germania, proprio dal centro di gravità dell'Europa. Quasi tutti gli osservatori politici questa volta sono d'accordo: il nuovo probabile governo “giamaica” formato dai popolari, dai liberali e dai verdi, e guidato dalla inossidabile (anche se indebolita) Merkel, sarà ancora più inflessibile e duro di quello precedente verso le prospettive europeiste e in particolare verso i paesi mediterranei. Non avrà alcuna volontà di perseguire politiche europee di ampio respiro e di attuare politiche espansive. Non vorrà assolutamente mai mutualizzare i debiti e correre il rischio di trasferire risorse verso i “pigri e indolenti” paesi bagnati dal Mediterraneo. In una parola: nessuna volontà di cooperazione.
La Germania continuerà senza alcun dubbio ad avere record mondiali di avanzo commerciale, continuerà a fare una politica economica ultrarestrittiva che porta ad attivi di bilancio pubblico, e continuerà così ad esportare deflazione e disoccupazione in tutta Europa e nel mondo. Non ci sarà alcun accordo con Macron sulle sue richieste di una Europa più espansiva e più unita anche sul piano fiscale e politico: al massimo il nuovo governo Merkel riuscirà (forse) ad accordarsi con Macron per nominare un ministro del Tesoro europeo guardiano delle finanze dei paesi debitori, e soprattutto per condividere i costi del nucleare francese e delle avventure militari all'estero, e limitare drasticamente i flussi migratori dall'Africa e dall'Asia.
La nuova Germania che esce da queste elezioni è sempre più spostata a destra – grazie all'affermazione del partito AFD – e dichiaratamente nazionalista e anti-europea: nel nuovo probabile governo giamaica solo i verdi sono dichiaratamente pro-Europa. Però saranno costretti a puntare più sull'ecologia e sulle auto elettriche che sull'Europa unita. Tuttavia è dubbio che la prevedibile crescente durezza teutonica darà dei frutti: sarà difficile per il nuovo governo tedesco proseguire ancora più tenacemente nel soffocamento dei paesi debitori senza provocare nuove e più accese rivolte.
La moneta unica è stata fin dall'inizio basata sul dogma della libera e incontrollata circolazione dei capitali finanziari globali che mirano a sfruttare come parassiti le risorse economiche nazionali sfruttando i debiti dei Paesi più deboli. In questo contesto l'eurozona è diventata l'unione tra paesi creditori e paesi debitori. Un'unione monetaria snaturata e impossibile, gestita attraverso politiche neo coloniali di austerità che hanno come obiettivo la resa completa dei debitori, la svalutazione del lavoro e dei capitali produttivi nazionali, la spoliazione dei contribuenti, il depauperamento dei ceti medi dei paesi periferici. In una parola, questa eurozona serve ormai gli interessi puramente finanziari ed è molto utile ai paesi più forti per sottomettere quelli più deboli e impossessarsi delle loro risorse. A causa del risultato delle elezioni in Germania l'eurozona diventerà una camicia di forza ancora più stretta.
La convergenza dei paesi europei è diventata divergenza. Le diseguaglianze aumentano.
L'Unione Europea e l'eurozona sono nate per fare convergere le economia dei diversi paesi europei. Ma le diseguaglianze dentro e tra i Paesi dell'eurozona aumentano e non si riducono, come ha riconosciuto a chiare lettere e con dati statistici alla mano perfino Benoît Cœuré, membro dell'Executive Board della BCE.
Cœuré ha affermato “che non esiste quasi alcuna convergenza - misurata in termini di PIL pro capite - sin dai primi anni '90 tra i 12 Stati membri dell'area dell'euro che si sono uniti prima del 2002. E di recente abbiamo anche visto una vera e propria divergenza - certamente uno sviluppo preoccupante per una moneta unione. ...Le differenze nei livelli di reddito reale rimangono elevati e possono anche crescere... Senza prospettive credibili di recuperare i paesi con reddito più elevato, alcuni potrebbero mettere in discussione i vantaggi dell'appartenenza all'unione monetaria. In altre parole, senza una reale convergenza, non potremmo garantire la promessa che abbiamo fatto quando l'euro è stato introdotto, cioè che avrebbe portato prosperità e opportunità”. 1
Per salvare l'euro e il sistema finanziario europeo la BCE ha inondato di liquidità le grandi banche con il suo programma di Quantitative Easing da 2 triliardi (migliaia di miliardi) di euro. La BCE sta comprando i titoli di debito degli stati europei e le obbligazioni delle maggiori corporations europee (come in Italia ENEL, ENI, Telecom). La BCE sta in effetti creando una bolla finanziaria che arricchisce solo gli operatori finanziari che scommettono in borsa e negli altri mercati finanziari e valutari; tuttavia la BCE non è riuscita a risollevare l'economia reale, cioè a rilanciare consumi e investimenti. Ora si lamenta perfino che (proprio a causa della sua politica) i salari non sono cresciuti abbastanza da rilanciare la domanda! La bolla finanziaria creata dal Q.E. prima o poi è destinata a scoppiare coinvolgendo nella crisi anche gli stati creditori.
L'architettura della moneta unica impedisce alla BCE di intervenire per monetizzare direttamente il debito degli stati in difficoltà e sottrarli così alla speculazione finanziaria; inoltre impedisce alla BCE di finanziare direttamente l'economia reale. Così, quando – prevedibilmente entro il prossimo anno – finirà il programma di espansione monetaria della BCE di Mario Draghi, ovvero quando Draghi smetterà di acquistare i titoli di stato dell'eurozona, la grande finanza internazionale potrà speculare senza più limiti sui debiti nazionali e colpire gli stati più esposti. Il problema è che, come ha scritto a chiare lettere Joseph Stiglitz, l'euro è una moneta insostenibile – a meno che, ha aggiunto lui, non ci sia la volontà politica di riformare strutturalmente l'eurosistema; ma questa volontà manifestamente manca del tutto -2.
Sindacati e Confindustria favorevoli all'euro che però soffoca le attività produttive e il lavoro.
E' paradossale ma, nonostante la palese crisi strutturale dell'eurozona, gran parte degli intellettuali e delle istituzioni della produzione e del lavoro continuano a rimanere ancora testardamente fedeli alle illusioni sulla moneta unica. Sindacati e Confindustria sembrano essere afflitti dalla sindrome di Stoccolma verso quel sistema dell'euro che in pochi anni ha tolto all'Italia il 25% della sua capacità produttiva e ha portato la disoccupazione ai livelli massimi. Con il Fiscal Compact l'economia italiana verrebbe poi distrutta.
Non si comprende perciò perché quasi tutta l'intelligenza italiana - come, per fare dei nomi, Sergio Fabbrini, docente della LUISS, l'università della Confindustria, che vorrebbe una Europa più sovranazionale e meno intergovernativa (ovvero una Europa che non esisterà mai) o come Alberto Quadrio Curzio, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, che vorrebbe l'espansione degli investimenti europei (quando la Germania invece punta a contrarli) - continuino a illudersi e a illudere sulla possibilità di creare un'Europa più ricca ed equilibrata, mentre essa è invece egemonizzata dai concorrenti tedeschi e francesi.
Non si comprende come la confindustria e i sindacati, ma anche e soprattutto la sinistra, continuino a santificare l'Europa e l'euro, a illudersi di riuscire a farli diventare benevoli fattori di sviluppo e di crescita. Sindacati e Confindustria, in quanto rispettivamente rappresentanti (nel bene e nel male) del lavoro e del capitale industriale, dovrebbero invece difendere con vigore l'economia nazionale, le forze produttive, l'occupazione, senza subordinarsi agli interessi della finanza predatoria e al nazionalismo tedesco e francese.
I crediti germanici del Target 2 e il debito italiano
Il paradosso è che l'euro rischia di crollare addosso anche alla ricca Germania. Il Target 2 – il sistema dei pagamenti e di compensazione utilizzato dalle banche dell'eurozona – vede la Germania in credito (crescente) verso le altre nazioni dell'euro di ben 835 miliardi di euro – l'Italia ha invece un debito di 430 miliardi, anch'esso in crescita –. La Bundesbank ha il timore (peraltro in parte giustificato) di finanziare attraverso il Target 2 i deficit degli altri paesi europei, e, nel caso di una nuova probabile crisi, di non recuperare mai più centinaia di miliardi.
L'euro è intrinsecamente fragile e alla lunga si rivelerà controproducente per gli stessi creditori, Germania in primis.
Non a caso il tabù della moneta unica irreversibile – come scudo per i Paesi europei di fronte alle crisi – sta crollando. Il liberale Christian Wolfgang Lindner, ministro in pectore delle finanze tedesche, ha già affermato che non è più disposto a finanziare con fondi europei la Grecia e gli altri paesi debitori, e che è piuttosto preferibile che questi escano dall'euro. Probabilmente molti del costituendo governo tedesco preferirebbero perfino concordare lo scioglimento dell'euro – e questo non sarebbe male, anzi! – pur di non accollarsi il peso di una nuova crisi.
La fine dell'euro “strutturalmente insostenibile” – già preconizzata da Joseph Stiglitz nel suo libro sull'euro – potrebbe essere vicina. 3
E' per questo motivo che Mario Draghi ritarda continuamente la fine del Q.E.
La situazione è confusa e incerta. Ma un fatto è certo. Di fronte all'irrigidimento nazionalistico di Germania e Francia, di fronte alla caduta delle illusioni europeiste, occorre riconoscere finalmente che bisogna innanzitutto salvaguardare con grande vigore e forza i nostri interessi nazionali. Recuperare la sovranità (che è potere decisionale autonomo) significa recuperare anche la democrazia, ovvero il potere dei cittadini di decidere, senza delegare a istituzioni sovranazionali e intergovernative (incontrollabili e incontrollate) il proprio destino.
La legge di bilancio di Padoan: l'Italia corre il pericolo di fare la fine della Grecia
I conti sono semplici ma spietati. La crescita reale del PIL italiano è attualmente di 1,5%, l'aumento dell'inflazione è pari a 0,8%, quindi noi cresciamo nominalmente del 2,3%, mentre il tasso di interesse che paghiamo ai mercati finanziari è del 3%. Questo significa che la nostra crescita reale e il tasso di inflazione non bastano a ripagare l'interesse sul debito pubblico e che dobbiamo indebitarci sempre di più per ripagare una posizione debitoria che continua a crescere.
Una situazione disastrosa che il grande economista americano Hyman Minsky descriveva come “la condizione Ponzi”, che porta dritto al crack finanziario. Una condizione ancora più grave se si considera che, come ha dimostrato Marcello Minenna in un recente articolo sul Financial Times, dal marzo 2015 al giugno 2017 circa 250 miliardi hanno lasciato l'Italia per essere investiti all'estero4. Ovvero gli investitori italiani e stranieri fuggono dall'Italia temendo il crollo. La fuga di capitali verso l'estero vale molto di più del saldo positivo della bilancia commerciale (50 miliardi). Quindi l'economia nazionale continua a perdere euro.
Per diminuire il debito pubblico il nostro ineffabile ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, nel Documento di economia e finanza (DEF) che prepara la prossima (assolutamente invotabile) legge di bilancio, ha programmato per i prossimi anni un saldo positivo tra entrate e spese pubbliche (il cosiddetto avanzo primario) pari al 3,5 % del PIL. Si tratta di un gigantesco e insopportabile salasso. Da due decenni ormai l'avanzo primario italiano – che segnala il fatto gravissimo che i contribuenti pagano più tasse di quanto lo stato spende per i servizi ai cittadini, cioè che lo stato depreda i cittadini per pagare il sistema finanziario – vale circa l'1-2% del PIL (dai 20 ai 30 miliardi circa). Questi avanzi non sono però sufficienti a coprire il debito dello stato e quindi lo stato è stato costretto a chiedere soldi al mercato finanziario per coprire gli oneri del debito stesso (circa 60-80 miliardi all'anno).
Per rompere il circolo vizioso, l'ineffabile Padoan intende fare crescere l'avanzo primario dal 1,7% del 2017 al 3,5% circa del PIL del 2020. Ovvero: più entrate e meno spese, cioè più tagli alla spesa sociale, più privatizzazioni dei beni comuni e anche più tasse! In questo modo i contribuenti dovrebbero pagare ogni anno ai creditori dello stato circa 67 miliardi all'anno per servire il debito pubblico e fare in modo che non aumenti. Una somma enorme che deriverebbe da ulteriori riduzioni selvagge a sanità, istruzione, pensioni, ecc e, certamente, dall'aumento della pressione fiscale.
Ma anche questo piano suicida è destinato a fallire miseramente dal momento che ogni taglio alla spesa pubblica comporta anche una più che proporzionale diminuzione del PIL (moltiplicatore keynesiano negativo). Vale a dire che i tagli peggiorano la situazione economica. E' così assolutamente prevedibile che il debito pubblico sul PIL continuerà a crescere, e che l'Italia dovrà sopportare una nuova condizione di grave crisi finanziaria (e sociale).
Non a caso anche il segretario del PD Matteo Renzi è entrato in conflitto con la politica di Padoan e con il suo furore europeista: Renzi, da politico consumato, ha compreso che i progetti di Padoan sono un suicidio economico compiuto sull'altare della servile subordinazione all'Europa, e che per cercare di conquistare l'elettorato e tentare di mantenersi in sella al governo occorre al contrario fare politiche espansive e cominciare a contestare le politiche europee.
Sovranità nazionale e sovranità monetaria
Nel mondo si assiste al contrasto sempre più acceso tra la globalizzazione incontrollata guidata dai capitali speculativi e il nazionalismo più bieco e sciovinista. Non si può ovviamente approvare né la globalizzazione finanziaria né lo sciovinismo commerciale e culturale. Ma occorre prendere atto che la grande finanza è per sua natura cosmopolita e “internazionalista”, mentre il lavoro ha forti radici nazionali: è un dato di fatto imprescindibile che le lotte del lavoro per la democrazia e per i diritti sociali si svolgono quasi esclusivamente dentro i confini dello stato nazionale. E' inoltre un dato di fatto che la neo-colonizzazione monetaria non solo attacca il lavoro ma svalorizza anche il capitale produttivo nazionale. La lotta per la democrazia e il progresso non può quindi che fondarsi innanzitutto sulla difesa dell'interesse nazionale sia sul piano economico che politico.
La difesa della sovranità nazionale dovrebbe essere il primo obiettivo delle forze progressiste e della sinistra democratica, mentre al contrario sembra che esse da tempo abbiano rinunciato alla salvaguardia degli interessi nazionali, forse per paura di confondersi con la destra sciovinista e razzista. Ma questo timore è assurdo: per esempio, destra e sinistra hanno entrambi votato contro la controriforma della Costituzione di Renzi, ma a nessuno è saltato in mente di pensare che le loro politiche convergano. La difesa dell'interesse nazionale dalle imposizioni di istituzioni europee non elette e dalle scorrerie del capitalismo speculativo non dovrebbe essere appannaggio della destra ma della sinistra. Senza riconquistare sovranità a livello nazionale è impossibile ricominciare a costruire una Europa cooperativa.
Con la svolta a destra della Germania, è possibile fare una previsione: tutti i grandi riformatori idealisti di sinistra, da Tsipras a Varoufakis, alla sinistra spinelliana, ai verdi europei, dovranno ben presto rinunciare a ogni bel sogno di riformare … tutto il continente! Le forze progressiste non sono riuscite a sconfiggere l'austerità nel loro Paese e hanno lasciato le classi più svantaggiate in mano alle retoriche nazionaliste delle destre scioviniste e xenofobe, dichiaratamente anti-europee. L'ondata di destra è pericolosa e crescente. E' ora che le forze progressiste riprendano a difendere gli interessi nazionali e popolari, altrimenti le destre domineranno definitivamente la scena politica.
Senza l'intervento deciso e massiccio dello stato, senza forme di moneta nazionale, senza una banca pubblica di sviluppo, senza investimenti pubblici, senza un Piano del Lavoro, senza politica industriale, non si esce dalla crisi. Se vogliamo risolvere la crisi occorre che le questioni della sovranità nazionale, della sovranità monetaria, della democrazia e della finanza – tutte strettamente collegate tra loro – tornino a essere centrali per realizzare a livello nazionale una politica di sviluppo sostenibile. In quest'ambito la sovranità monetaria gioca un ruolo fondamentale che non si può sottostimare. Per sostenere questa tesi vorrei qui citare alcune fonti autorevoli e autorevolissime.
Abramo Lincoln: «Il governo […] non ha necessità né deve prendere a prestito capitale pagando interessi come mezzo per finanziare lavori governativi e imprese pubbliche. Il governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta e il credito necessari per soddisfare il potere di spesa del governo e il potere d’acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solamente una prerogativa suprema del governo, ma rappresenta anche la maggiore opportunità creativa del governo stesso. […] La moneta cesserà di essere la padrona e diventerà la serva dell’umanità. La democrazia diventerà superiore al potere dei soldi»5,
Mayer Amschel Rothschild: “Datemi il controllo della moneta di una nazione e non mi importa di chi farà le sue leggi.6
W. L. Mackenzie King, primo ministro canadese 1935-1948. "Se una nazione perde il controllo della moneta e del credito, non importa poi nulla chi fa le leggi. Fino a quando il controllo della moneta e del credito non viene recuperato dal governo e riconosciuto come la sua responsabilità più sacra, tutti i bei discorsi sulla sovranità del parlamento e della democrazia sono assolutamente inutili”7.
Luciano Gallino: “Scegliendo di entrare nella zona euro, lo stato italiano sì è privato di uno dei fondamentali poteri dello stato, quello di creare denaro . Per gli stati dell’eurozona, in forza del Trattato di Maastricht soltanto la BCE può creare denaro in veste di euro, sia esso formato da banconote, depositi, regolamenti interbancari o altro; a fronte, però, del divieto assoluto, contenuto nell’art. 123 (mi riferisco alla versione consolidata del Trattato) di prestare un solo euro a qualsiasi amministrazione pubblica – a cominciare dagli stati membri. … Al tempo stesso accade che le banche private abbiano conservato intatto il potere di creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili. Tutto ciò ha messo gli stati dell’eurozona in una posizione che si sta ormai rivelando insostenibile. Debbono perseguire politiche economiche fondate su una moneta straniera, appunto l’euro, ma se hanno bisogno di denaro debbono chiederlo in prestito alle banche private, pagando loro un interesse assai più elevato di quello che esse pagano alla BCE”8.
Ricordo che Luciano Gallino ha promosso insieme a un gruppo di intellettuali ed economisti – me compreso – il progetto di moneta fiscale che costituisce un primo ma decisivo passo verso la ripresa della sovranità monetaria. Per dirla con le parole di Gallino: “La questione centrale è che questa proposta di moneta fiscale rappresenta nella UE il primo tentativo concreto di togliere alle banche il potere esclusivo di creare denaro in varie forme, per restituirlo almeno in parte allo stato. E’ una delle maggiori questioni politiche della nostra epoca”.
Infine in un libro appena pubblicato “Reclaiming the State. A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World” William Mitchell e Thomas Fazi si propongono di dimostrare che la sovranità nazionale è indispensabile per contrastare la globalizzazione che arricchisce l'1% e impoverisce i popoli9.
“La lotta per difendere la sovranità e la democrazia dall'attacco della globalizzazione neoliberale è l'unica base sulla quale può essere rifondata la sinistra (e può anche venire contrastata con successo la destra nazionalista). Considerando la guerra costante che il neoliberismo conduce contro la sovranità, non dovrebbe sorprenderci il fatto che la questione della sovranità sia diventata il problema principale e il quadro di contesto della politica contemporanea... Lo svuotamento della sovranità nazionale e la compressione dei meccanismi di democrazia popolare – ovvero il processo definito spesso come “depoliticizzazione” – sono elementi essenziali del progetto neoliberista, finalizzato ad isolare le politiche macroeconomiche dalla critica popolare e a rimuovere qualsiasi ostacolo ai flussi commerciali e finanziari... Il fatto che la richiesta di sovranità nazionale sia stata al centro delle campagne di di Donald Trump e della Brexit, e che attualmente domini il discorso pubblico, che abbia un carattere reazionario e quasi-fascista – dal momento che la sovranità è definita in gran parte lungo linee etniche, xenofobe e autoritarie – non dovrebbe impedirci di rivendicare la sovranità nazionale in quanto tale. La storia dimostra che la sovranità nazionale e l'autodeterminazione nazionale non sono concetti intrinsecamente reazionari e necessariamente collegati a una ideologia di patriottismo guerrafondaio: in effetti sovranità nazionale e autodeterminazione nazionale sono state le parole d'ordine dei socialisti del diciannovesimo e ventesimo secolo e dei movimenti di liberazione di sinistra … Sarebbe un errore grave cercare di comprendere come Trump abbia sedotto i lavoratori considerando solo che questi siano imbevuti di ideologia di estrema destra. In realtà le classi lavoratrici si sono semplicemente rivolte agli unici movimenti e ai partiti che (finora) hanno promesso di proteggerli dai brutali processi di globalizzazione neoliberista (anche se ovviamente è assai discutibile che questi partiti possano o vogliano veramente mantenere la promessa)”.
Secondo Mitchell e Fazi per riconquistare la sovranità politica e la democrazia è indispensabile recuperare anche e soprattutto la sovranità monetaria.
NOTE
1
“Convergence matters for monetary policy” Speech by Benoît Cœuré,
Member of the Executive Board of the ECB, at the Competitiveness
Research Network (CompNet) conference on "Innovation, firm size,
productivity and imbalances in the age of de-globalization" in
Brussels, 30 June 2017
2 Joseph Stiglitz “L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa” Einaudi, 2017
3 Joseph Stiglitz “L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa” già citato
4 Marcello Minenna “The ECB’s story on Target2 doesn’t add up” Financial Times, 14 settembre 2017
5
A. Lincoln, in R.L. Owen, «National Economy and the Banking System of
the United States», 76th Cong., 1st sess. Senate Doc. 23, United
States Govt. Print. Off., Washington D.C. 1939.
6 Frase attribuita a Rothschild e citata in Monetarists Anonymous, Economist.com, 29 settembre 2012.
7 Citato da Sergio Cesaratto “Sovranità monetaria e democrazia” Economia e politica, 11 giugno 2011
8
Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come
uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone,
Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la
prefazione di Luciano Gallino.
9
William Mitchell e Thomas Fazi ““Reclaiming the State. A Progressive
Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World”, Pluto Press 2017.
La traduzione in italiano delle frasi citate è responsabilità mia.
sabato 23 settembre 2017
Per una Sinistra di Nuovo Grande
di William Mitchell e Thomas Fazi (da
American
Affairs)
traduzione di Domenico D'Amico
Attualmente l'Occidente si trova nel
bel mezzo di una ribellione contro l'establishment, una ribellione di
proporzioni storiche. Il voto sulla Brexit nel Regno Unito,
l'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, il rifiuto della
riforma costituzionale neoliberista di Matteo enzi in Italia,
l'inopinata crisi di legittimità dell'Unione Europea – per quanto
questi fenomeni, pur correlati, differiscano quanto a fini e
motivazioni ideologiche, rappresentano tutti il rifiuto dell'ordine
(neo)liberista che ha dominato il mondo, particolarmente l'Occidente,
negli ultimi trent'anni.
Anche se il sistema si è dimostrato
capace (per lo più) di assorbire e neutralizzare simili agitazioni
elettorali, nell'immediato non ci sono segni che questa rivolta
contro l'establishment possa placarsi. (1) Nel mondo industrializzato
il consenso per i partiti anti-establishmant è al suo massimo dagli
anni 30, e continua a crescere. (2) Contemporaneamente, il sostegno
per i partiti maggiori, inclusi quelli di tradizione
socialdemocratica, è crollato. Le cause immediate di questa reazione
avversa sono piuttosto ovvie. La crisi finanziaria del 2007-2009 ha
posto sotto gli occhi di tutti la terra bruciata che il neoliberismo
lascia dietro di sé, per nascondere la quale le élite hanno fatto
grandi sforzi, sia materialmente (tramite la finanziarizzazione) sia
ideologicamente (tramite i richiami alla “fine della Storia”).
Mentre il credito si esauriva, diventava evidente che per anni
l'economia aveva continuato a crescere perché le banche stavano
distribuendo, per mezzo del debito, il potere di acquisto che
l'impresa non forniva col salario. Per parafrasare Warren Buffett,
l'abbassamento della marea sollevata dal debito ha rivelato che quasi
tutti, di fatto, stavano nuotando nudi.
La situazione, ieri come oggi, si è
aggravata ulteriormente a causa delle politiche di austerità e di
deflazione salariale perseguite dopo la crisi da molti governi
occidentali, particolarmente quelli europei. Questi governi hanno
visto nella crisi l'opportunità di imporre un regime neoliberista
ancora più drastico, e di perseguire politiche delineate per
compiacere il settore finanziario e le classi abbienti, a spese di
chiunque altro. Per cui il progetto (ancora da portare a termine) a
base di privatizzazioni, deregolamentazioni e tagli allo stato
sociale, è stato rilanciato con rinnovato rigore.
In un contesto di crescente
insoddisfazione popolare, disordini sociali e disoccupazione di massa
in molti paesi europei, le élite politiche di entrambe le sponde
dell'Atlantico hanno risposto con argomentazioni e politiche in
continuità col passato. Come risultato, il contratto sociale che
lega i cittadini ai tradizionali partiti di governo è più a rischio
oggi di quanto lo sia mai stato dai tempi della II Guerra Mondiale –
e in alcuni paesi è probabilmente già saltato.
Il Declino della Sinistra
Anche limitando il raggio della nostra
analisi al periodo postbellico, movimenti e partiti anti-sistema non
sono una novità in Occidente. Almeno fino agli anni 80,
l'anticapitalismo rimaneva una forza rilevante con cui si doveva fare
i conti. La novità è che oggi – a differenza di venti, trenta o
quaranta anni fa – sono movimenti e partiti di destra ed estrema
destra (insieme a nuove formazioni del neoliberista “estremo
centro”, come il partito La République en Marche del
neo-presidente francese Emmanuel Macron) a guidare la rivolta. Messi
insieme, destra ed “estremo centro” sopravanzano di gran lunga
movimenti e partiti di sinistra, sia in termini di forza elettorale
sia in termini di influenza sull'opinione pubblica. A parte poche
eccezioni, nella maggior parte dei paesi i partiti di sinistra –
vale a dire quelli a sinistra dei tradizionali partiti
socialdemocratici – sono relegati ai margini dello spettro
politico. Contemporaneamente, paese europeo dopo paese europeo, le
tradizionali forze socialdemocratiche vengono “pasokizzate” -
cioè ridotte all'irrilevanza parlamentare, alla pari di molte delle
loro controparti di centro-destra, per via della loro adesione al
neoliberismo e all'incapacità di offrire credibili alternative allo
status quo. (Il termine “pasokizzato” si riferisce al
partito socialdemocratico greco PASOK, praticamente spazzato via nel
2014 come conseguenza della sua inetta gestione della crisi debitoria
della Grecia, dopo aver dominato la scena politica per più di
trent'anni). Un destino analogo si è abbattuto su molti ex giganti
dell'establishment socialdemocratico, quali il Partito Socialista
francese e il Partito Laburista olandese (PvdA). Il consenso dei
partiti socialdemocratici è oggi al livello più basso degli ultimi
settant'anni – e la discesa continua. (3)
Come dovremmo spiegarci il declino
della Sinistra – non soltanto il declino elettorale di quei partiti
che sono comunemente associati all'ala sinistra dello spettro
politico, a prescindere dal loro effettivo orientamento politico, ma
anche il declino dei valori fondamentali della Sinistra sia nei
partiti sia nella società in generale? Come mai la Sinistra
anti-establishment si è finora dimostrata incapace di riempire il
vuoto provocato dal crollo della Sinistra di potere [establishment
Left]? Più in generale, com'è giunta la Sinistra a contare così
poco nella politica globale? È possibile per la Sinistra, sia
culturalmente sia politicamente, tornare a essere una forza di primo
piano nella nostra società? E nel caso, in qual modo?
In questi ultimi anni la Sinistra ha
fatto qualche progresso in alcuni paesi. Esempi significativi
includono Bernie Sanders negli Stati Uniti, il partito Podemos in
Spagna e Jean-Luc Mélenchon in Francia, così come l'ascesa al
potere di Syriza in Grecia (prima che venisse rapidamente rimessa in
riga dall'establishment europeo). Tuttavia è innegabile che, per lo
più, i movimenti e partiti di estrema destra siano stati più
efficaci di quelli di sinistra o progressisti nell'attingere al
malcontento di masse diseredate, marginalizzate, impoverite ed
espropriate dalla quarantennale lotta di classe scatenata dalle
classi dominanti. In particolare, queste sono le sole forze capaci di
fornire una risposta (più o meno) coerente alla diffusa – e
crescente – aspirazione a una maggiore sovranità territoriale o
nazionale. Questa esigenza viene vista sempre di più come l'unico
modo, in mancanza di un reale meccanismo rappresentativo
sovranazionale, per riconquistare un qualche grado di controllo
collettivo su politica e società, e in particolare sui flussi di
capitale, sugli scambi e sulle persone che formano il nucleo della
globalizzazione neoliberista.
Data la guerra che il neoliberismo ha
condotto contro la sovranità, non dovrebbe sorprenderci che “la
sovranità [sia] diventata lo schema dominante [master frame] [1]
della politica contemporanea,” come nota Paolo Gerbaudo. (4)
Dopotutto, lo svuotamento della sovranità nazionale e le restrizioni
al meccanismo della democrazia popolare – ciò che si è definito
come depoliticizzazione – è stato un elemento essenziale del
progetto neoliberista, mirante a proteggere le politiche
macroeconomiche dalla contestazione popolare, e a rimuovere qualsiasi
ostacolo si opponesse agli scambi economici e ai flussi finanziari.
Dati gli effetti nefasti della depoliticizzazione, è del tutto
naturale che la rivolta contro il neoliberismo debba primariamente e
principalmente assumere la forma di una richiesta impellente di
ripoliticizzazione dei processi decisionali nazionali.
Il fatto che alcune visioni della
sovranità nazionale si configurino per linee etniche, esclusiviste e
autoritarie, non dovrebbe essere visto come incriminante per la
sovranità nazionale in se stessa. La storia dimostra che la
sovranità nazionale e l'autodeterminazione nazionale non sono
intrinsecamente concetti reazionari e sciovinisti – di
fatto, essi sono stati il grido di battaglia di innumerevoli
movimenti di liberazione, socialisti e di sinistra, nel XIX e XX
Secolo.
Anche limitando la nostra analisi ai
maggiori paesi capitalisti, è evidente che in pratica tutti i
maggiori progressi sociali, economici e politici dei secoli passati
sono stati ottenuti tramite le istituzioni dello stato-nazione
democratico, e non per mezzo di istituzioni multilaterali,
internazionali o sovranazionali. Anzi, le istituzioni globali sono
state variamente utilizzate per far regredire quelle medesime
conquiste, come abbiamo visto nel contesto della crisi dell'Euro,
durante la quale istituzioni sovranazionali (che non rispondono a
nessuno) come la Commissione Europea, l'Eurogruppo e la Banca
Centrale Europea hanno usato il loro potere e la loro autorità per
imporre una rovinosa austerità a paesi in difficoltà. Il problema,
per farla breve, non è la sovranità in quanto tale, ma il fatto che
questo concetto sia stato abbandonato nelle mani di chi cerca di
imporre un progetto xenofobico e identitario. Sarebbe perciò un
grave errore liquidare la seduzione del “Trumpenproletariat” da
parte dell'Estrema Destra come un caso di falsa coscienza, come
osserva Marc Saxer. (5) Le classi lavoratrici si stanno semplicemente
rivolgendo agli unici (finora) movimenti e partiti che promettono
loro un minimo di riparo dai venti brutali della globalizzazione
neoliberista. Che intendano davvero mantenere simili promesse, questo
è un altro discorso. A ogni modo, ciò fa sorgere un interrogativo
ancora più grande: perché la Sinistra non è stata capace di
offrire alle classi lavoratrici e alle classi medie sempre più
proletarizzate un'alternativa credibile al neoliberismo e alla
globalizzazione neoliberista? Più di preciso, perché non è stata
capace di sviluppare una visione progressista della sovranità
nazionale? Come diciamo nel nostro libro di imminente uscita,
Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a
Post-Neoliberal World (Pluto, Settembre 2017), le ragioni sono
tante e intrecciate tra loro. Per cominciare, è importante
comprendere che l'attuale crisi esistenziale della Sinistra ha
profonde radici storiche, risalenti almeno fino a anni 60. Se
vogliamo capire lo sbandamento della Sinistra, è da qui che la
nostra analisi deve iniziare.
La Fine dell'Era Keynesiana
Oggi molti a Sinistra magnificano l'era
“keynesiana” del secondo dopoguerra come un'età dell'oro in cui
i lavoratori organizzati, insieme a pensatori e politici illuminati
(come lo stesso Keynes) furono capaci di imporre ai capitalisti
recalcitranti un “compromesso di classe” portatore di un
progresso sociale mai visto prima – che però è stato in seguito
rintuzzato dalla cosiddetta controrivoluzione neoliberista. Se ne è
dedotto, quindi, che per sconfiggere il neoliberismo basterebbe che
un numero sufficiente di appartenenti all'establishment adottasse un
ordine di idee alternativo [al loro]. Tuttavia, l'ascesa e declino
del keynesismo non si può spiegare semplicemente considerando il
potere della classe lavoratrice o la vittoria di un'ideologia
sull'altra, ma dovrebbe essere vista come il risultato della
convergenza fortuita, nel secondo dopoguerra, di una serie di
condizioni sociali, ideologiche, politiche, economiche, tecniche e
istituzionali.
Non facendolo, si commetterebbe lo
stesso errore che in molti, a Sinistra, commisero nell'immediato
dopoguerra. Non riuscendo a valutare fino a che punto il compromesso
di classe alla base del sistema fordista-keynesiano fosse, di fatto,
elemento fondamentale di quello specifico (storicamente) regime di
accumulazione, molti socialisti di quel periodo si convinsero “di
aver fatto più del dovuto nel modificare l'equilibrio del potere di
classe e la relazione tra stato e mercato”. (6) In linea con questo
ragionamento, ignorarono il fatto che la classe capitalista aveva
attivamente sostenuto il compromesso di classe solo nella misura in
cui era funzionale al profitto, e che perciò, una volta cessata la
sua utilità, l'avrebbe rigettato. Alcuni affermavano perfino che il
mondo industrializzato fosse già entrato in una fase
postcapitalista, nella quale tutti gli aspetti caratteristici del
capitalismo erano scomparsi per sempre, grazie a una fondamentale
traslazione di potere a favore del lavoro e a svantaggio del
capitale, e dello stato a svantaggio del mercato. Inutile dirlo, le
cose non stavano affatto così. In aggiunta, il monetarismo –
precursore ideologico del neoliberismo – aveva cominciato a
diffondersi nelle concezioni politiche della Sinistra sin dai tardi
anni 60.
In tal modo, nella Sinistra furono in
molti a trovarsi sprovvisti degli strumenti teorici necessari per
comprendere contrastare adeguatamente la crisi capitalistica
che negli anni travolse il modello keynesiano. Si convinsero invece
che la lotta distributiva sorta a quell'epoca si potesse risolvere
all'interno dei limiti angusti del sistema socialdemocratico. La
verità era che il conflitto capitale-lavoro riemerso negli anni 70
si sarebbe potuto risolvere solo in due modi: dalla parte del
capitale, attraverso una riduzione del potere contrattuale del
lavoro, o dalla parte del lavoro, attraverso un estensione del
controllo dello stato su produzione e investimenti. Come mostriamo in
Reclaiming the State, riguardo l'esperienza dei governi
socialdemocratici britannici e francesi degli anni 70 e 80, la
Sinistra non ebbe la volontà di percorrere questa strada. L'unica
scelta rimasta fu quella di “gestire la crisi del capitale per
conto del capitale”, come scriveva Stuart Hall, legittimando
ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione
per la sopravvivenza del capitalismo. (7)
Da questo punto di vista, il governo
britannico del laburista James Callaghan (1976-1979) reca gravi
responsabilità. In un famoso (o famigerato) discorso del 1976
Callaghan giustificava il programma governativo di tagli alla spesa e
moderazione salariale dichiarando che il keynesismo era morto,
legittimando indirettamente l'emergente dogma monetarista
(neoliberista) e creando di fatto le condizioni perché l'“austerity
lite” [austerità
moderata] del Partito Laburista venisse rimodulata da Margarett
Tatcher in un assalto totale alla classe lavoratrice. Forse ancora
peggio, Callaghan rese popolare il concetto che l'austerity fosse
l'unica soluzione per la crisi degli anni 70, anticipando il mantra
“non ci sono alternative” [there is no alternative (TINA)] di
Tatcher, sebbene al tempo alternative radicali esistessero,
come quelle proposte da Tony Benn e altri. Ma queste, tuttavia,
“nella comune percezione non esistevano più” [no
longer perceived to exist]. (8)
In questo senso, lo smantellamento del
sistema keynesiano postbellico non può essere spiegato semplicemente
come la vittoria di un'ideologia (“neoliberismo”) su un'altra
(“keynesismo”), ma interpretato come la risultanza di numerosi, e
intrecciati, fattori ideologici, economici e politici: la risposta
dei capitalisti al calo dei profitti e alle implicazioni politiche
delle strategie per la piena occupazione, i difetti strutturali del
“keynesismo reale” [actually existing keynesism]; e la
significativa incapacità della Sinistra di proporre una risposta
coerente alla crisi del sistema keynesiano, men che meno
un'alternativa radicale.
La Globalizzazione e lo Stato
Oltretutto, lungo gli anni 70 e 80, un
nuovo (ed errato) concetto condiviso a sinistra cominciò a
concretizzarsi nel contesto dell'internazionalizzazione economica e
finanziaria – quella che oggi chiamiamo “globalizzazione” - e
rese lo stato sempre più impotente rispetto alle “forze del
mercato”. Ne conseguiva, questo il ragionamento, che le nazioni non
avevano quasi altra scelta che abbandonare le strategie economiche
nazionali e qualsiasi strumento tradizionale di intervento
nell'economia – imposte e altre barriere commerciali, controllo del
capitale, manipolazione di valute e tassi di scambio, politiche
fiscali e politiche legate alle banche centrali. Al massimo,
avrebbero potuto solo sperare in forme di gestione economica
transnazionali o sovranazionali. In altre parole, l'intervento dei
governi nell'economia veniva visto non solo come inefficace ma,
sempre di più, come del tutto impossibile. Tale processo –
generalmente (ed erroneamente) descritto come passaggio dallo stato
al mercato – era accompagnato da un attacco feroce contro la stessa
idea di sovranità nazionale, sempre più denigrata come reliquia del
passato. Come scriviamo in Reclaiming the State, la Sinistra –
in particolare la Sinistra europea – in queste vicende ha giocato
anch'essa un ruolo essenziale, rafforzando la migrazione ideologica
verso una visione del mondo post-nazionale e post-sovranità,
spesso in anticipo sulla Destra. Al riguardo, uno dei punti di svolta
più consequenziali fu, nel 1983, la svolta verso l'austerità di
François
Mitterrand – il cosiddetto tournant
de la rigueur – appena
due anni dopo la storica vitoria elettorale socialista del 1981.
L'elezione di Mitterand fece credere a molti che una rottura radicale
col capitalismo – almeno con la sua forma estrema affermatasi nei
paesi anglosassoni – fosse ancora possibile. Giunti al 1983,
comunque, i socialisti francesi erano riusciti a “dimostrare”
l'esatto contrario: che la globalizzazione neoliberista era una
realtà inevitabile e ineluttabile. Secondo le parole di Mitterand:
“Ormai la sovranità nazionale non significa più granché, né
possiede un ruolo apprezzabile nella moderna economia globale. (…)
È indispensabile un alto grado di sovranazionalità”. (9)
Le ripercussioni del voltafaccia di
Mitterand sono percepibili tutt'oggi. Intellettuali progressisti e di
sinistra insistono spesso che quella svolta fosse prova del fatto che
la globalizzazione e l'internazionalizzazione della finanza avesse
posto fine all'era dello stato-nazione e alla sua capacità di
perseguire politiche che non siano in consonanza coi diktat del
capitale globale. Il concetto è questo: se un governo cerca
autonomamente di perseguire la piena occupazione e un piano
progressista e redistributivo, inevitabilmente verrà punito dalle
forze anonime del capitale globale. Si pretende che Mitterand non
avesse altra scelta che abbandonare i suoi progetti di riforme
radicali. Per molti sinistrorsi di oggi, Mitterand rappresenta quindi
un politico pragmatico consapevole delle forze capitalistiche globali
cui doveva far fronte, e abbastanza responsabile da fare quel che era
giusto per la Francia.
In realtà, uno stato sovrano che
emetta moneta – come la Francia degli anni 80 – lungi dall'essere
inerme dinanzi al capitale globale, possiede ancora la capacità di
fornire ai propri cittadini piena occupazione e giustizia sociale.
Quindi, com'è riuscita l'idea della “morte dello stato” a
mettere radici così profonde nella coscienza collettiva? A questa
visione postnazionale del mondo era (è) sottesa l'incapacità da
parte del personale intellettuale e politico della Sinistra di
comprendere – e in qualche caso il tentativo di nascondere – che
la “globalizzazione” non era (non è) il risultato di cambiamenti
economici e tecnologici inesorabili, ma in gran parte il prodotto di
processi gestiti dallo stato. Tutti gli elementi che associamo alla
globalizzazione neoliberista – delocalizzazione,
deindustrializzazione, libero flusso di merci e capitali eccetera –
sono stati (e sono), nella maggior parte dei casi, il risultato di
scelte fatte dai governi. Più in generale, gli stati continuano a
svolgere un ruolo cruciale nel promuovere, garantire e sostenere la
struttura neoliberista internazionale (per quanto le cose sembrino in
via di cambiamento) e insieme creare le condizioni interne che
permettono all'accumulazione globale di prosperare.
La medesima cosa si può affermare per
il neoliberismo tout court. È convinzione diffusa –
particolarmente a sinistra – che il neoliberismo abbia implicato
(anche oggi) una “marcia indietro”, uno “svuotamento” o
“esaurimento” dello stato, il che a sua volta ha rafforzato il
concetto che attualmente lo stato sia stato “sopraffatto” dal
mercato. Tuttavia, uno sguardo più attento noterà che il
neoliberismo non ha comportato un'uscita di scena dello stato quanto
piuttosto una sua riconfigurazione, mirata a porre il timone
della politica economica “nelle mani del capitale, e principalmente
degli interessi finanziari”, come scrive Stephen Gill. (10)
È lapalissiano, dopotutto, che il
processo neoliberista non sarebbe stato possibile se i governi
– e in particolare quelli socialdemocratici – non fossero ricorsi
a tutta una panoplia di strumenti per promuoverlo: la
liberalizzazione di merci e flussi di capitale; la privatizzazione di
risorse e servizi sociali; la deregolamentazione delle attività
d'impresa, e dei mercati finanziari in particolare; la riduzione dei
diritti dei lavoratori (primo e più importante, il diritto alla
contrattazione collettiva) e, più in generale, la repressione
dell'attivismo sindacale; la riduzione delle tasse sulla ricchezza e
sul capitale, a spese dei lavoratori e della classe media; la
decimazione dei programmi sociali, e via e via. Queste politiche sono
state sistematicamente perseguite in tutto l'Occidente (e imposte ai
paesi in via di sviluppo) con inedita determinazione, e col sostegno
di tutte le maggiori istituzioni internazionali e dei principali
partiti politici.
Perfino la perdita di sovranità
nazionale invocata nel passato, come lo è tuttora, per giustificare
le politiche neoliberiste, è in gran parte il risultato di una
volontaria e cosciente limitazione dei diritti sovrani degli stati da
parte delle varie élite nazionali. A questo scopo, le svariate
politiche adottate dai paesi occidentali includono: (1) ridurre il
potere dei parlamenti, a fronte di quella delle burocrazie di
governo; (2) rendere le banche centrali indipendenti dai governi, col
fine dichiarato di sottomettere questi ultimi a una “disciplina
basata sul mercato”; adottare una politica focalizzata
sull'inflazione come strategia principale delle banche centrali –
un approccio che mette in primo piano una bassa inflazione come
principale obbiettivo della politica monetaria, escludendo altri
obbiettivi quali, ad esempio, la piena occupazione; adottare regole
limitatrici dell'azione politica – sulla spesa pubblica, sulla
proporzione debito-PIL, sulla concorrenza eccetera – in modo da
limitare quello che i politici possono fare su mandato dei loro
elettori; (5) subordinare i settori di spesa al controllo delle
tesorerie; (6) riadottare tassi di scambio fissi, che limitano
gravemente la capacità dei governi di esercitare il controllo sulla
politica economica; e infine, cosa forse più importante, (7) cedere
prerogative nazionali nelle mani di istituzioni sovranazionali e
burocrazie interstatali quali l'Unione Europea.
La ragione per cui i governi
sceglievano volontariamente di “legarsi le mani” è fin troppo
chiara: come esemplifica il caso europeo, la creazione di “vincoli
esterni” autoimposti ha permesso alle classi politiche nazionali di
ridurre il costo politico della transizione neoliberista – che
implicava ovviamente politiche impopolari – dando la colpa a regole
prestabilite e a istituzioni internazionali “indipendenti”, che a
loro volta venivano presentate come il risultato inevitabile delle
nuove, crude realtà della globalizzazione.
Lo Statalismo del Neoliberismo
Inoltre, il neoliberismo è stato (ed
è) associato a varie forme di autoritarismo di stato – quindi il
contrario dello stato minimo invocato dai neoliberisti – dato che
gli stati hanno rinforzato il settore securitario e poliziesco,
componente di una generale militarizzazione della gestione delle
manifestazioni di protesta. In altre parole, non solo la politica
economica neoliberista richiede la presenza di uno stato forte, ma
addirittura di uno stato autoritario sia a livello nazionale
sia internazionale, in particolar modo quando si tratta di forme
estreme di neoliberismo, come quelle sperimentate dai paesi
periferici. In questo senso, l'ideologia neoliberista, almeno nelle
sue vesti antistataliste, dovrebbe essere considerata come un mero,
conveniente alibi per quello che è stato, ed è, un progetto
essenzialmente politico e statale. Il capitale rimane
dipendente dallo stato tanto oggi quanto al tempo del keynesismo –
per tenere sotto controllo le classi lavoratrici, salvare grandi
imprese che altrimenti finirebbero in bancarotta, aprire mercati in
altri paesi (utilizzando a volte l'intervento militare) eccetera.
L'ironia suprema, o chiamiamola indecenza, è che i partiti della
Sinistra tradizionale, sia al governo sia all'opposizione, sono
diventati i portabandiera del neoliberismo.
Nei mesi e anni seguenti al crollo
finanziario del 2007-2009, la perenne dipendenza del capitale – e
del capitalismo – la dipendenza dallo stato in un'era neoliberista
è diventata vistosamente evidente, visto che i governi degli Stati
Uniti, Europa e altrove hanno tratto in salvo le rispettive
istituzioni finanziarie a colpi di bilioni di dollari. Eppure a quel
tempo nessun importante opinionista ha strillato “E i soldi da dove
si prendono?” Ben presto, comunque, quegli stessi soggetti, alcuni
dei quali diretti beneficiari dei provvedimenti di salvataggio, sono
tornati al solito ritornello, ammonendoci che i governi sono in
bancarotta, che i nostri nipoti saranno stritolati dal crescente peso
del debito pubblico, e che l'iperinflazione è in agguato.
Successivamente alla cosiddetta crisi dell'euro del 2010, in Europa
tutto questo è stato accompagnato da un assalto su tutti i fronti
contro il modello socioeconomico europeo del dopoguerra, con
l'obbiettivo di ristrutturare e riprogettare le società e le
politiche europee secondo linee maggiormente favorevoli al capitale.
Una tale riconfigurazione radicale delle società europee – che, lo
ripetiamo, ha visto in prima linea i governi socialdemocratici –
non si basa su un arretramento dello stato rispetto al mercato, ma
piuttosto da una ri-intensificazione dell'intervento statale a favore
del capitale. (11)
Nondimeno, l'idea erronea del declino
dello stato-nazione è diventata ormai elemento integrante
[entrenched fixture] della Sinistra. Visto quanto sopra, non
sorprende affatto che le maggiori formazioni di sinistra siano oggi
del tutto incapaci di offrire una concezione positiva della sovranità
nazionale che si contrapponga alla globalizzazione neoliberista. A
peggiorare ulteriormente la situazione, molti a sinistra si sono
bevuti le favole macroeconomiche che l'establishmant utilizza per
scoraggiare qualsiasi uso alternativo delle misure fiscali dello
stato. Ad esempio, hanno accettato senza fare domande la cosiddetta
analogia del “bilancio familiare”, che sostiene che i governi
emittenti valuta, come un nucleo familiare, hanno limiti finanziari
ineludibili [are financially constrained], e che un deficit fiscale
diventa un carico rovinoso per le future generazioni.
Dall'Emancipazione alla
Ratificazione dello Status Quo
Tutto ciò procede di pari passo con un
altro, parimenti tragico, sviluppo. Dopo la sua storica sconfitta, la
tradizionale attenzione anticapitalista della Sinistra verso il
concetto di classe ha lasciato il campo a una versione
liberal-individualista dell'emancipazione. Soggiogati dalle teorie
postmoderniste e poststrutturaliste, gli intellettuali della Sinistra
hanno abbandonato le categorie marxiane di classe per concentrarsi
invece su elementi del potere politico sull'uso di linguaggio e
narrazioni come mezzo per consolidare i significati. Questo cambio di
rotta ha anche delineato nuove aree di lotta politica che sono
diametralmente opposte a quelle descritte da Marx. Negli ultimi
trent'anni l'attenzione della Sinistra si è spostata dal
“capitalismo” a questioni come il razzismo, la politica di
genere, l'omofobia, il multiculturalismo eccetera. La marginalità
non viene più descritta in termini di classe ma in termini di
identità. La lotta contro l'illegittima egemonia della classe
capitalista ha lasciato il campo alle lotte di una varietà di gruppi
e minoranze (più o meno) oppresse e marginalizzate: donne, neri,
LGBTQ eccetera. Il risultato è che la lotta di classe ormai non
viene più vista come la via per la liberazione.
In questo mondo postmodernista, solo le
categorie che trascendono i confini tra le classi vengono considerate
rilevanti. In aggiunta, le istituzioni sviluppatesi per difendere i
lavoratori contro il capitale – come sindacati e partiti
socialdemocratici – sono ormai succubi di questi obbiettivi
estranei alla lotta di classe [non-class struggle foci]. Come osserva
Nancy Fraser, il risultato che è emerso, praticamente in tutti i
paesi occidentali, è una perversa consonanza politica tra “le
correnti principali dei nuovi movimenti sociali (femminismo,
antirazzismo, multiculturalismo e diritti LGBTQ) da una parte, e
dall'altra i settori imprenditoriali di servizi 'simbolici' e di
fascia alta (Wall Street, Silicon Valley e Hollywood)”. (12) Il
risultato è un progressismo neoliberista “che mette insieme
ideali ridimensionati di emancipazione e forme letali di
finanziarizzazione,” con i primi che prestano il loro carisma a
queste ultime.
Man mano che la società si è andata
dividendo sempre di più tra una classe urbanizzata, socialmente
progressista, cosmopolita, ben educata, altamente mobile e
specializzata, e una classe periferica, a bassa specializzazione, di
bassa cultura, che lavora di rado all'estero e che affronta la
concorrenza degli immigrati, la Sinistra di governo ha costantemente
preso le parti della prima. In effetti, il divorzio tra le classi
lavoratrici e la Sinistra intellettuale e culturale può essere
considerato uno dei principali motivi dietro la ribellione di destra
che investe attualmente l'Occidente. Come ha affermato Jonathan
Haidt, il modo in cui le élite urbane globaliste parlano e agiscono
innesca involontariamente le tendenze autoritarie di una frangia di
nazionalisti. (13) In quest'orribile circolo vizioso, tuttavia, più
le classi lavoratrici si volgono verso populismi e nazionalismo di
destra, più la Sinistra intellettual-culturale moltiplica le sue
fantasie liberali e cosmopolite, esacerbando ancora di più
l'etnonazionalismo del proletariato.
Ciò è particolarmente evidente nel
dibattito politico europeo in cui, nonostante gli effetti disastrosi
di Unione Europea e unione monetaria, la Sinistra di governo –
appellandosi spesso ai medesimi argomenti utilizzati più di una
generazione addietro da Callaghan e Mitterand – resta aggrappata a
simili istituzioni. A dispetto di ogni prova del contrario, la
Sinistra di governo afferma che queste istituzioni possono essere
riformate in chiave progressista, e rifiuta ogni argomentazione a
favore di una nuova agenda progressista basata su una ritrovata
sovranità nazionale, bollandola come un “arretramento su posizioni
nazionaliste”, destinate inevitabilmente a far precipitare il
continente in un fascismo stile anni 30. (14) Una tale posizione, per
irrazionale che sia, non desta sorpresa, considerando che, dopotutto,
l'unione monetaria europea è un'idea partorita dalla Sinistra
europea. Tuttavia, questa posizione presenta numerosi problemi, che
in definitiva hanno la loro radice nell'incapacità di comprendere
l'autentica natura dell'Unione Europea e dell'unione monetaria. Per
prima cosa, si ignora il fatto che la costituzione politica e
l'economia dell'UE sono strutturate proprio per ottenere i risultati
che abbiamo sotto gli occhi: l'erosione della sovranità popolare, il
massiccio trasferimento della ricchezza dalle classi medie e basse a
quelle dominanti, l'indebolimento della classe lavoratrice, e più in
generale l'arretramento delle conquiste democratiche e
socioeconomiche ottenute nel passato dalle classi subordinate. L'UE è
progettata appositamente per impedire quel tipo di riforme radicali a
cui aspirano i progressisti integrazionisti e federalisti.
Ancora più importante è il fatto che
queste posizioni riducono la Sinistra al ruolo di difensore dello
status quo, permettendo in tal modo alla Destra politica di
monopolizzare le legittime rimostranze anti-sistema (e specificamente
anti-UE) dei cittadini. Questo significa cedere alla Destra e
all'estrema Destra la lotta discorsiva e politica per l'egemonia
post-neoliberismo. Non è arduo accorgersi che se un cambiamento in
chiave progressista si può attivare solo al livello globale o
europeo – in altri termini, se l'alternativa offerta all'elettorato
è tra un nazionalismo reazionario e un progressismo
globalista – allora per la Sinistra la battaglia è persa in
partenza.
Rivendicare lo Stato
Non dev'essere così per forza,
tuttavia. Come spieghiamo in Reclaiming the State, una visione
progressista, emancipazionista della sovranità nazionale
radicalmente alternativa a quelle della Destra e dei neoliberisti –
una visione basata sulla sovranità popolare, sul controllo
democratico dell'economia, sul pieno impiego, la giustizia sociale,
una redistribuzione dai ricchi verso i poveri, una politica di
inclusione, e più in generale la trasformazione socio-ecologica
della società e della produzione – una tale visione è possibile.
È anzi indispensabile. Come scrive J. W. Mason:
“Qualsiasi ordinamento
[sovranazionale] si possa immaginare in linea di principio,
l'applicazione concreta degli apparati di sicurezza sociale, delle
leggi sul lavoro, della protezione dell'ambiente e della
redistribuzione della ricchezza avviene a livello nazionale, ed è
perseguita da governi nazionali. Per definizione, ogni lotta mirante
alla conservazione la democrazia sociale di oggi è una lotta per
difendere le istituzioni nazionali.” (15)
In modo analogo, la lotta per difendere
la sovranità democratica contro l'offensiva della globalizzazione
neoliberista è l'unica base su cui si possa rifondare la Sinistra,
sfidare la Destra nazionalista e ricucire lo strappo tra la Sinistra
e la sua “naturale” base sociale – i diseredati. A questo fine,
la Sinistra deve anche abbandonare la sua ossessione per le politiche
identitarie e recuperare un “concetto di emancipazione più
allargato, antigerarchico, egualitario, di classe e
anticapitalistico” che un tempo era il suo marchio di fabbrica.
Simili priorità, ovviamente, non sono in contraddizione con le lotte
contro il razzismo, il patriarcato, la xenofobia e altre forme di
oppressione e discriminazione. (16) Abbracciare una concezione
progressista della sovranità significa anche lasciarsi alle spalle i
tanti falsi miti macroeconomici che affliggono i pensatori
progressisti e di sinistra. Come abbiamo già affermato, uno dei miti
più diffusi e persistenti è il presupposto che i governi siano
schiavi delle loro entrate. Dando credito a simili miti, la Sinistra
è diventata incapace di concepire alternative radicali. E tuttavia,
è proprio di alternative radicali che c'è bisogno. Come ha
osservato di recente Perry Anderson: “Per i movimenti anti-sistema
della Sinistra in Europa” - come altrove, del resto - “la lezione
di questi ultimi anni è chiara. Se non vogliono farsi sorpassare dai
movimenti di destra, non possono permettersi di essere meno radicali
nell'attaccare il sistema, e in questa opposizione devono essere
coerenti.” (17) In altre parole, la Sinistra deve tornare a
essere radicale. In Reclaiming the State illustriamo
quelli che riteniamo i requisiti necessari – in termini teorici,
politici e istituzionali – per la creazione di una concezione
all'interno della quale il perseguimento di un progetto socialmente
ed economicamente progressista sia tecnicamente possibile. Questo è
ciò che è necessario:
- Una concezione corretta delle capacità dei governi monetariamente sovrani (o comunque emittenti valuta), e più specificamente la consapevolezza che simili governi non sono mai vincolati alle entrate e alla solvibilità, dato che emettono la loro moneta con un atto legislativo e di conseguenza non possono “finire i soldi” o diventare insolventi. Questi governi hanno sempre una capacità illimitata di spendere la loro stessa valuta: cioè possono acquistare tutto ciò che vogliono, finché esistono beni e servizi acquistabili con la valuta da loro emessa, e possono utilizzare il loro potere di emettere moneta per finanziare massicci investimenti in infrastrutture sociali e materiali. Come minimo, possono reclutare i disoccupati e riutilizzarli produttivamente (ad esempio, con un Programma di Lavoro Garantito [job guarantee] [2] Questo, naturalmente, non si può applicare a paesi che facciano parte dell'Unione Monetaria Europea. La comprensione della realtà operativa delle moderne economie di emissione valutaria diviene quindi una conditio sine qua non per prefigurare una visione progressista ed emancipatoria della sovranità nazionale.
- Una drastica espansione del ruolo dello Stato – e un pari ridimensionamento del ruolo del settore privato – nel sistema di investimenti, produzione e distribuzione. Un progetto progressista per il XXI Secolo deve quindi di necessità comportare una larga ri-nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia – incluso, cosa più importante, il settore finanziario – e un nuovo e aggiornato concetto di pianificazione, mirato a porre le leve della politica economica sotto controllo democratico.
Questi due elementi, a nostro avviso,
forniscono la base su cui costruire un'alternativa progressista e
radicale al neoliberismo, i cui dettagli dovrebbero risultare da un
ampio dibattito tra pensatori progressisti, movimenti sociali e
pariti politici, a livello nazionale e internazionali.
Per finire, è chiaro che il possesso
di un programma socioeconomico convincente non basta per conquistare
il cuore e la testa della gente. A parte la centralità dello Stato
dal punto di vista politico-economico, la Sinistra deve farsi una
ragione del fatto che la gran maggioranza della gente che non
appartiene – e mai apparterrà – all'élite internazionale e
giramondo, la loro idea di cittadinanza, di identità collettiva e di
bene comune sono inestricabilmente legati al concetto di nazionalità.
Alla fine dei conti, essere un cittadino vuol dire dibattere con
altri cittadini all'interno di una comunità politica condivisa, e
far sì che la classe dirigente risponda delle proprie decisioni
[hold decision-makers accountable]. Oggi la Destra è vittoriosa
perché è in grado di intessere un'efficace narrazione dell'identità
collettiva in cui la sovranità nazionale viene sviluppata in
chiave nativista o addirittura razzista. I progressisti quindi devono
essere in grado di produrre narrazioni e miti altrettanto potenti,
che riconoscano il bisogno di appartenenza e interconnessione degli
esseri umani. In questo senso, una visione progressista della
sovranità nazionale dovrebbe mirare alla ricostruzione e
ridefinizione dello stato-nazione come luogo in cui i cittadini
possano trovare rifugio nella “sicurezza nella democrazia
[democratic protection], la legalità popolare, l'autonomia locale, i
beni collettivi e le tradizioni egualitariste” piuttosto che in una
società culturalmente ed etnicamente omogeneizzata, come dice
Wolfgang Streeck. (18) Questo è anche il requisito indispensabile
per la costruzione di un nuovo ordine internazionale, basato
sull'interdipendenza, e tuttavia indipendenza degli stati nazionali.
Articolo apparso in origine su
American Affairs,
Volume I, Numero 3 (Autunno 2017), pagg. 75-91
Note
1 See Perry Anderson, “Why the System
Will Still Win,” Le Monde diplomatique, Marzo 2017.
2 Ray Dalio et al., Populism: The
Phenomenon, Bridgewater, 22 marzo 2017.
3 “Rose Thou Art Sick,” Economist,
2 aprile 2016.
4 Paolo Gerbaudo, “Post-Neoliberalism
and the Politics of Sovereignty,” openDemocracy, 4 novembre
2016.
5 Marc Saxer, “In Search of a
Progressive Patriotism,” Medium, 15 aprile 2017.
6 Adaner Usmani, “The Left in Europe:
From Social Democracy to the Crisis in the Euro Zone: An Interview
with Leo Panitch,” New Politics 14, no. 54 (Inverno 2013),
http://newpol.org/content/left-europe-social-democracy-crisis-euro-zone-interview-leo-panitch.
7 Stuart Hall, “The Great Moving
Right Show,” Marxism Today (Gennaio 1979): 18.
8 Colin Hay, “Globalisation, Welfare
Retrenchment and ‘the Logic of No Alternative’: Why Second-Best
Won’t Do,” Journal of Social Policy 27, no. 4 (Ottobre
1998): 529.
9 John Ardagh, France in the New
Century: Portrait of a Changing Society (London: Penguin, 2000),
687–88.
10 Stephen Gill, “The Geopolitics of
Global Organic Crisis,” Analyze Greece!, 5 giugno 2015,
http://www.analyzegreece.gr/topics/greece-europe/item/231-stephen-gill-the-geopolitics-of-global-organic-crisis.
11 Richard Peet, “Contradictions of
Finance Capitalism,” Monthly Review 63, no. 7 (Dicembre
2011),
https://monthlyreview.org/2011/12/01/contradictions-of-finance-capitalism/.
12 Nancy Fraser, “The End of
Progressive Neoliberalism,” Dissent, January 2, 2017,
https://www.dissentmagazine.org/online_articles/progressive-neoliberalism-reactionary-populism-nancy-fraser.
13 Jonathan Haidt, “When and Why
Nationalism Beats Globalism,” American Interest 12, no. 1
(Luglio 2016),
https://www.the-american-interest.com/2016/07/10/when-and-why-nationalism-beats-globalism/.
14 Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili,
“Varoufakis: ‘A un anno dall’Oxi, non rifugiamoci nei
nazionalismi. Un’Europa democratica è possibile,’” La
Repubblica, July 8, 2016,
http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/08/news/varoufakis_a_un_anno_dall_oxi_non_rifugiamoci_nei_nazionalismi_un_
europa_democratica_e_possibile_-143703316/.
15 J. W. Mason, “A Cautious Case for
Economic Nationalism,” Dissent (Primavera 2017),
https://www.dissentmagazine.org/article/cautious-case-economic-nationalism-global-capitalism.
16 Fraser, “The End of Progressive
Neoliberalism.”
17 Anderson, “Why the System Will
Still Win.”
18 Wolfgang Streeck et al., “Where
Are We Now? Responses to the Referendum,” London Review of Books
38, no. 14 (14 luglio 2016),
https://www.lrb.co.uk/v38/n14/on-brexit/where-are-we-now.
note del traduttore
[1] Master frame: cfr. (a cura
di) Nicola Montagna, I movimenti Sociali e le Mobilitazioni
Globali, Franco Angeli 2007, pagg. 28 e sgg.
[2] Crf. qui.
venerdì 1 settembre 2017
Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa)
di Giuseppe Masala da contropiano
L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.
Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.
Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.
Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).
Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.
Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.
Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.
Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.
Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.
Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.
L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.
Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.
Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.
Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).
Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.
Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.
Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.
Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.
Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.
Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.
Rivoluzione d’Ottobre e democrazia
di Domenico Losurdo da marx21
Il testo è la rielaborazione nella forma della Conferenza pronunciata a Napoli, presso la libreria Feltrinelli, il 6 luglio 2007, nell’ambito del ciclo «I venerdì della politica» promosso dalla Società di studi politici.
Ho sviluppato i temi qui accennati in tre libri ai quali rinvio per gli approfondimenti e i riferimenti bibliografici: Controstoria del liberalismo (Laterza, 2005); Il linguaggio dell’Impero (Laterza, 2007), Stalin. Storia e critica di una leggenda nera (Carocci, 2008) (D.L)
L’ideologia e la storiografia oggi dominanti sembrano voler compendiare il bilancio di un secolo drammatico in una storiella edificante, che può essere così sintetizzata: agli inizi del Novecento, una ragazza fascinosa e virtuosa (la signorina Democrazia) viene aggredita prima da un bruto (il signor Comunismo) e poi da un altro (il signor Nazi-fascismo); approfittando anche dei contrasti tra i due e attraverso complesse vicende, la ragazza riesce alfine a liberarsi dalla terribile minaccia; divenuta nel frattempo più matura, ma senza nulla perdere del suo fascino, la signorina Democrazia può alfine coronare il suo sogno d’amore mediante il matrimonio col signor Capitalismo; circondata dal rispetto e dall’ammirazione generali, la coppia felice e inseparabile ama condurre la sua vita in primo luogo tra Washington e New York, tra la Casa Bianca e Wall Street. Stando così le cose, non è più lecito alcun dubbio: il comunismo è il nemico implacabile della democrazia, la quale ha potuto consolidarsi e svilupparsi solo dopo averlo sconfitto.
1. La democrazia quale superamento delle tre grandi discriminazioni
Sennonché, questa storiella edificante nulla ha a che fare con la storia reale. La democrazia, così come oggi la intendiamo, presuppone il suffragio universale: indipendentemente dal sesso (o genere), dal censo e dalla «razza», ogni individuo dev’essere riconosciuto quale titolare dei diritti politici, del diritto elettorale attivo e passivo, del diritto di votare per i propri rappresentanti e di essere eventualmente eletto negli organismi rappresentativi. E cioè, ai giorni nostri la democrazia, persino nel suo significato più elementare e immediato, implica il superamento delle tre grandi discriminazioni (sessuale o di genere, censitaria e razziale) che erano ancora vive e vitali alla vigilia dell’ottobre 1917 e che sono state superate solo col contributo, talvolta decisivo, del movimento politico scaturito dalla rivoluzione bolscevica.
Cominciamo con la clausola d’esclusione, macroscopica, che negava il godimento dei diritti politici alla metà del genere umano e cioè alle donne. In Inghilterra, le signore Pankhurst (madre e figlia), che promuovevano la lotta contro tale discriminazione e dirigevano il movimento femminista delle suffragette, erano costrette a visitare periodicamente le patrie prigioni. La situazione non era molto diversa negli altri grandi paesi dell’Occidente. Era Lenin invece, in Stato e rivoluzione, a denunciare l'«esclusione delle donne» dai diritti politici come una conferma clamorosa del carattere mistificatorio della «democrazia capitalistica». Tale discriminazione veniva cancellata in Russia già dopo la rivoluzione di febbraio, da Gramsci salutata come «rivoluzione proletaria» per il ruolo di protagonista svolto dalle masse popolari, com’era confermato dal fatto che la rivoluzione aveva introdotto «il suffragio universale, estendendolo anche alle donne». La medesima strada era poi imboccata dalla repubblica di Weimar, scaturita dalla «rivoluzione di novembre», scoppiata in Germania a un anno di distanza dalla rivoluzione d’ottobre e sull’onda e a imitazione di quest’ultima. Successivamente, in questa direzione si muovevano anche gli USA. In Italia e in Francia, invece, le donne conquistavano i diritti politici solo dopo la seconda guerra mondiale, sull’onda della Resistenza antifascista, alla quale i comunisti avevano contribuito in modo essenziale o decisivo.
Considerazioni analoghe si possono fare a proposito della seconda grande discriminazione, che ha anch’essa caratterizzato a lungo la tradizione liberale: mi riferisco alla discriminazione censitaria, che escludeva dai diritti politici attivi e passivi i non proprietari, i non abbienti, le masse popolari. Già efficacemente combattuta dal movimento socialista e operaio, pur fortemente indebolita, essa continuava a resistere pervicacemente alla vigilia della rivoluzione d’ottobre. Nel saggio sull’imperialismo e in Stato e rivoluzione Lenin richiamava l’attenzione sulle persistenti discriminazioni censitarie, camuffate mediante i requisiti di residenza o altri «"piccoli" (i pretesi piccoli) particolari della legislazione elettorale», che in paesi come la Gran Bretagna comportavano l'esclusione dai diritti politici dello «strato inferiore propriamente proletario». Si può aggiungere che proprio nel paese classico della tradizione liberale ha tardato in modo particolare ad affermarsi pienamente il principio «una testa, un voto». Solo nel 1948 sono dileguate le ultime tracce del «voto plurale», a suo tempo teorizzato e celebrato da John Stuart Mill: i membri delle classi superiori considerati più intelligenti e più meritevoli godevano del diritto di esprimere più di un voto, ciò che faceva rientrare dalla finestra la discriminazione censitaria cacciata dalla porta.
Per quanto riguarda l’Italia, sui manuali scolastici si può leggere che la discriminazione censitaria è stata cancellata nel 1912. In realtà continuavano a sussistere le «piccole» clausole di esclusione denunciate da Lenin. Ma non è questo il punto più importante. La legge varata in quell’anno concedeva graziosamente i diritti politici solo a quei cittadini di sesso maschile che, pur di modeste condizioni sociali, si fossero distinti o per «titoli di cultura e di onore» o per il valore militare mostrato nel corso della guerra contro la Libia terminata poco prima. In altre parole, non si trattava del riconoscimento di un diritto universale, bensì di una ricompensa in primo luogo per quanti avevano dato prova di coraggio e di ardore bellico nel corso di una conquista coloniale dai tratti brutali e talvolta genocidi.
In ogni caso, anche là dove il suffragio (maschile) era divenuto universale o pressoché universale, esso non valeva per la Camera Alta, che continuava a essere appannaggio della nobiltà e delle classi superiori. Nel Senato italiano vi sedevano, in qualità di membri di diritto, i principi di Casa Savoia: tutti gli altri erano nominati a vita dal re, su segnalazione del presidente del Consiglio. Non dissimile era la composizione delle altre Camere Alte europee che, a eccezione di quella francese, non erano elettive bensì caratterizzate da un intreccio di ereditarietà e nomina regia. Persino per quanto riguarda il Senato della Terza Repubblica francese, che pure aveva alle spalle una serie ininterrotta di sconvolgimenti rivoluzionari culminati nella Comune, è da notare che esso risultava da un'elezione indiretta ed era costituito in modo tale da garantire una marcata sovra-rappresentanza alla campagna (e alla conservazione politico-sociale), a danno ovviamente di Parigi e delle maggiori città, a danno cioè dei centri urbani considerati il focolaio della rivoluzione. Anche in Gran Bretagna, nonostante la secolare tradizione liberale alle spalle, la Camera Alta (interamente ereditaria, eccettuati pochi vescovi e giudici), non aveva nulla di democratico, e netto era il controllo esercitato dall’aristocrazia sulla sfera pubblica: era una situazione non molto diversa da quella che caratterizzava Germania e Austria. È per questo che un illustre storico (Arno J. Mayer) ha parlato di persistenza dell’antico regime in Europa sino al primo conflitto mondiale (e alla rivoluzione d’ottobre e alle rivoluzioni e agli sconvolgimenti che hanno fatto seguito a essa)
In quegli anni neppure negli USA erano assenti i residui di discriminazione censitaria. Rispetto all’Europa, però, l’antico regime si presentava in una versione diversa: l’aristocrazia di classe si configurava come aristocrazia di razza. Nel Sud del paese il potere era nelle mani degli ex-proprietari di schiavi, che nulla avevano perso della loro arroganza razziale o razzista e che non a caso erano bollati dai loro avversari quali Borboni; non era certo dileguato il regime talvolta celebrato dai suoi sostenitori e talaltra criticamente analizzato dagli studiosi contemporanei come una sorta di ordinamento castale, in quanto fondato su raggruppamenti etnico-sociali resi impermeabili dal divieto di miscegenation, e cioè dal divieto di rapporti sessuali e matrimoniali inter-razziali, severamente condannati e puniti in quanto suscettibili di mettere in discussione la white supremacy.
2. La duplice dimensione della discriminazione razziale
E veniamo così alla terza grande discriminazione, quella razziale. Prima della Rivoluzione d’Ottobre essa era più viva che mai e manifestava la sua vitalità in due modi. A livello globale il mondo era caratterizzato dal dominio incontrastato, per dirla con Lenin, di «poche nazioni elette» ovvero di un pugno di «nazioni modello» che attribuivano a se stesse «il privilegio esclusivo di formazione dello Stato», negandolo alla stragrande maggioranza dell’umanità, ai popoli estranei al mondo occidentale e bianco e pertanto indegni di costituirsi quali Stati nazionali indipendenti. E dunque, le «razze inferiori» erano escluse in blocco dal godimento dei diritti politici già per il fatto di essere considerate incapaci di autogoverno, incapaci di intendere e di volere sul piano politico. Tale esclusione era ribadita a un secondo livello, a livello nazionale: nell’Unione sudafricana e negli USA (il paese sul quale soprattutto ci soffermeremo), i popoli di origine coloniale erano ferocemente oppressi: essi non godevano né dei diritti politici né di quelli civili.
Si pensi ad esempio ai linciaggi che, tra Otto e Novecento, negli Stati Uniti erano riservati in particolare ai neri. Un illustre storico statunitense (Vann Woodward) ne ha dato una descrizione secca ma tanto più efficace e raccapricciante:
«Notizie dei linciaggi erano pubblicate sui fogli locali e carrozze supplementari erano aggiunte ai treni per spettatori, talvolta migliaia, provenienti da località a chilometri di distanza. Per assistere al linciaggio, i bambini delle scuole potevano avere un giorno libero.
Lo spettacolo poteva includere la castrazione, lo scoiamento, l'arrostimento, l'impiccagione, i colpi d'arma da fuoco. I souvenir per acquirenti potevano includere le dita delle mani e dei piedi, i denti, le ossa e persino i genitali della vittima, così come cartoline illustrate dell'evento».
Vediamo qui all’opera non la democrazia propriamente detta di cui favoleggia la storiella edificante di cui ho parlato agli inizi, bensì quella che eminenti studiosi statunitensi hanno definito la Herrenvolk democracy, una democrazia riservata esclusivamente al popolo dei signori, il quale esercitava una terroristica white supremacy non solo sui popoli di origine coloniale (afroamericani, asiatici ecc.) ma talvolta anche sugli immigrati provenienti da paesi (quali l’Italia) considerati di dubbia purezza razziale.
Ancora negli anni ’30 i neri, che pure nel corso della prima guerra mondiale erano stati chiamati a combattere e a morire per la «difesa» del paese, continuavano a subire un regime di terrore che al tempo stesso funzionava come una ripugnante società dello spettacolo. Eloquenti sono di per sé i titoli e le cronache dei giornali locali del tempo. Li riprendiamo dall’antologia (100 Years of Lynchings) curata da uno studioso afroamericano (Ralph Ginzburg): «Grandi preparativi per il linciaggio di questa sera». Nessun particolare doveva essere trascurato: «Si teme che colpi d’arma da fuoco diretti al negro possano andare fuori bersaglio e colpire spettatori innocenti, che includono donne con i loro bambini in braccio»; ma se tutti si atterranno alle regole, «nessuno sarà deluso». L’inedita società dello spettacolo procedeva in modo implacabile. Vediamo altri titoli: «il linciaggio eseguito pressoché come previsto nell’annuncio pubblicitario»; «la folla applaude e ride per l’orribile morte di un negro»; «cuore e genitali recisi dal cadavere di un negro».
A subire il linciaggio non erano solo i neri colpevoli di «stupro» ovvero, il più delle volte, di rapporti sessuali consensuali con una donna bianca. Bastava molto meno per essere condannati a morte: l’«Atlanta Constitution» dell’11 luglio 1934 informava dell’avvenuta esecuzione di un nero di 25 anni «accusato di aver scritto una lettera “indecente e insultante” a una giovane ragazza bianca della contea di Hinds»; in questo caso la «folla di cittadini armati» si era accontentata di riempire di pallottole il corpo dello sciagurato. Per di più, oltre che sui «colpevoli», la morte, inflitta in modo più o meno sadico, incombeva anche sui sospetti. Continuiamo a sfogliare i giornali dell’epoca e a leggere i titoli: «Assolto dalla giuria, poi linciato»; «Sospetto impiccato a una quercia sulla pubblica piazza di Bastrop»; «Linciato l’uomo sbagliato». Infine la violenza non si limitava a prendere di mira il responsabile o il sospetto responsabile del misfatto a lui attribuito: accadeva che, prima di procedere al suo linciaggio, venisse data alle fiamme e bruciata completamente la capanna in cui abitava la sua famiglia.
È da aggiungere che la terza grande discriminazione finiva col colpire anche certi membri e certi settori della stessa casta o razza privilegiata. Sfogliando sempre l’antologia relativa ai cento anni di linciaggi negli USA, ci imbattiamo nel titolo di un articolo del «Galveston (Texas) Tribune» del 21 giugno 1934: «Una ragazza bianca è rinchiusa in carcere, il suo amico negro è linciato». Su quella ragazza bianca il regime di terroristica white supremacy si abbatteva in modo duplice: sia privandola della sua libertà personale, sia colpendola pesantemente nei suoi affetti.
3. Movimento comunista e lotta contro la discriminazione razziale
In che direzione, a quale movimento e a quale paese guardavano le vittime di tale orrore, per cercare solidarietà e ispirazione nella lotta di resistenza e di emancipazione? Non è difficile indovinarlo. Subito dopo la rivoluzione d’ottobre, gli afroamericani che aspiravano a scuotersi di dosso il giogo della white supremacy erano spesso accusati di bolscevismo, ma pronta era la replica di un militante nero che non si lasciava intimidire: «Se lottare per i nostri diritti significa essere bolscevichi, ebbene io sono bolscevico e che gli altri si rassegnino una volta per sempre».
Sono gli anni in cui i neri che diventavano militanti del Partito comunista degli USA o che visitavano la Russia sovietica facevano un’esperienza inedita e esaltante: si vedevano finalmente riconosciuti nella loro dignità umana; su un piano di parità con i loro compagni potevano partecipare alla progettazione di un mondo nuovo. Si comprende allora che essi guardassero a Stalin come al «nuovo Lincoln», al Lincoln che avrebbe messo fine questa volta in modo concreto e definitivo alla schiavitù dei neri, all’oppressione, alla degradazione, all’umiliazione, alla violenza e ai linciaggi che essi continuavano a subire. Non c’è da stupirsi per questa visione. Si tenga presente che per lungo tempo, nel periodo in cui la discriminazione razziale e il regime di supremazia bianca infuriavano pressoché indisturbati all’interno degli USA e a livello mondiale nel rapporto tra metropoli capitalistica e colonie, il termine «razzismo» ha avuto una connotazione positiva, quale sinonimo di comprensione sobria e scientifica della storia e della politica, una comprensione scientifica che solo gli ingenui (per lo più socialisti o comunisti) si ostinavano a ignorare o a mettere in discussione.
Quando interveniva il momento di svolta nella storia degli afroamericani? Nel dicembre 1952 il ministro statunitense della giustizia inviava alla Corte Suprema, che era stata chiamata a discutere la questione dell’integrazione nelle scuole pubbliche, una lettera eloquente: «La discriminazione razziale porta acqua alla propaganda comunista e suscita dubbi anche tra le nazioni amiche sull’intensità della nostra devozione alla fede democratica». Già per ragioni di politica estera occorreva sancire l’incostituzionalità della segregazione e della discriminazione anti-nera. Washington – osserva lo storico statunitense (Vann Woodward) che ricostruisce tale vicenda – correva il pericolo di alienarsi le «razze di colore» non solo in Oriente e nel Terzo Mondo ma nel cuore stesso degli Stati Uniti: anche qui la propaganda comunista riscuoteva un considerevole successo nel suo tentativo di guadagnare i neri alla «causa rivoluzionaria», facendo crollare in loro la «fede nelle istituzioni americane». In altre parole, non si poteva arginare la sovversione comunista senza mettere fine al regime di white supremacy. E dunque: la lotta ingaggiata dal movimento comunista e la paura del comunismo finivano con lo svolgere un ruolo essenziale nella cancellazione negli USA (e poi nel Sudafrica) della discriminazione razziale e nella promozione della democrazia.
A questo punto s’impone una riflessione. Le opzioni politiche di ciascuno di noi possono essere le più diverse. E, tuttavia, chi voglia fondare le sue affermazioni su una sia pur elementare ricostruzione storica, deve riconoscere un punto essenziale: la storiella edificante dalla quale abbiamo preso le mosse, e che continua a essere strombazzata dall’ideologia dominante, è per l’appunto una storiella. Se per democrazia intendiamo quantomeno l’esercizio del suffragio universale e il superamento delle tre grandi discriminazioni, è chiaro che essa non può essere considerata anteriore alla Rivoluzione d’Ottobre e non può essere pensata senza l’influenza che quest’ultima ha esercitato a livello mondiale.
4. La discriminazione razziale tra USA e Terzo Reich
Se da un lato spingeva le sue vittime a riporre le loro speranze nel movimento comunista e nell’Unione Sovietica, dall’altro il regime di white supremacy vigente negli USA e a livello mondiale suscitava l’ammirazione del movimento nazista. Nel 1930, Alfred Rosenberg, che poi sarebbe diventato il teorico più o meno ufficiale del Terzo Reich, celebrava gli Stati Uniti, con lo sguardo rivolto soprattutto al Sud, come uno «splendido paese del futuro» che aveva avuto il merito di formulare la felice «nuova idea di uno Stato razziale», idea che si trattava allora di mettere in pratica, «con forza giovanile», senza fermarsi a mezza strada. La repubblica nord-americana aveva coraggiosamente richiamato l’attenzione sulla «questione negra» e anzi l’aveva collocata «al vertice di tutte le questioni decisive». Ebbene, una volta cancellato per i neri, l’assurdo principio dell’uguaglianza doveva essere liquidato sino in fondo: occorreva trarre «le necessarie conseguenze anche per i gialli e gli ebrei».
Non c’è dubbio, il regime di white supremacy ha profondamente ispirato il nazismo e il Terzo Reich. È un’influenza che ha lasciato tracce profonde anche sul piano categoriale e linguistico. Proviamo a interrogarci sul termine-chiave suscettibile di esprimere in modo chiaro e concentrato la carica di de-umanizzazione e di violenza genocida insita nell’ideologia nazista. In questo caso non c’è bisogno di ricerche particolarmente tormentose: è Untermensch il termine-chiave, che in anticipo priva di qualsiasi dignità umana quanti sono destinati a essere schiavizzati al servizio della razza dei signori o a essere annientati quali agenti patogeni, colpevoli di fomentare la rivolta contro la razza dei signori e contro la civiltà in quanto tale. Ebbene, il termine Untermensch, che un ruolo così centrale e così nefasto svolge nella teoria e nella pratica del Terzo Reich, non è altro che la traduzione dall’americano Under Man! Lo riconosce Rosenberg, il quale esprime la sua ammirazione per l’autore statunitense Lothrop Stoddard: a lui spetta il merito di aver per primo coniato il termine in questione, che campeggia come sottotitolo (The Menace of the Under Man) di un libro pubblicato a New York nel 1922 e della sua versione tedesca (Die Drohung des Untermenschen) apparsa tre anni dopo. Per quanto riguarda il suo significato, Stoddard chiarisce che esso sta a indicare la massa di «selvaggi e barbari», «essenzialmente incapaci di civiltà e suoi nemici incorreggibili», con i quali bisogna procedere a una radicale resa dei conti, se si vuole sventare il pericolo che incombe di crollo della civiltà. Elogiato, prima ancora che da Rosenberg, già da due presidenti statunitensi (Harding e Hoover), Stoddard è successivamente ricevuto con tutti gli onori a Berlino, dove incontra non solo gli esponenti più illustri dell’eugenetica nazista, ma anche i più alti gerarchi del regime, compreso Adolf Hitler, ormai lanciato nella sua campagna di decimazione e schiavizzazione degli «indigeni» ovvero degli Untermenschen dell’Europa orientale, e impegnato nei preparativi per l’annientamento degli Untermenschen ebraici, considerati i folli ispiratori della rivoluzione bolscevica e della rivolta degli schiavi e dei popoli delle colonie.
Ben lungi dal poter essere assimilate l’una all’altra quali nemiche mortali della democrazia, Unione Sovietica e Germania hitleriana si sono storicamente collocate su posizioni contrapposte: la prima ha svolto un ruolo d’avanguardia nella lotta contro la terza grande discriminazione (quella razziale), mentre la seconda si è distinta nella lotta per radicalizzare ed eternizzare la terza grande discriminazione e, nel far ciò, si è richiamata all’esempio costituito dagli USA. Nel complesso, l’analisi storica costringe a riconoscere il contributo essenziale o decisivo fornito dal movimento scaturito dalla rivoluzione d’ottobre al superamento delle tre grandi discriminazioni e dunque alla realizzazione di un presupposto ineludibile della democrazia.
5. Un incompiuto processo di democratizzazione
Conviene ora porsi un’ultima domanda: le tre grandi discriminazioni sono oggi del tutto dileguate? Già diversi anni fa, un eminente storico statunitense, Arthur Schlesinger Jr, che è stato anche consigliere del presidente John Kennedy, tracciava un quadro ben poco lusinghiero della democrazia nel suo paese: «L'azione politica, una volta imperniata sull'attivismo, s’impernia ora sulla disponibilità finanziaria». Dati i «costi spaventosamente alti delle recenti campagne elettorali», si delineava nettamente la tendenza a «limitare l’accesso alla politica a quei candidati che hanno fortune personali o che ricevono denaro da comitati d’azione politica», ovvero da «gruppi di interessi» e lobbies varie. In altre parole, era come se la discriminazione censitaria, cacciata dalla porta, fosse rientrata dalla finestra. Conviene prenderne atto: la campagna neoliberista contro i «diritti sociali ed economici», solennemente proclamati e sanciti dall'ONU nel 1948 ma denunciati da Friedrich August von Hayek quali espressione dell'influenza (da lui considerata rovinosa) della «rivoluzione marxista russa», ha finito con l‘investire anche i diritti politici.
Nell’atto di accusa contro la Rivoluzione d’Ottobre formulato dal patriarca del neoliberismo (e premio Nobel per l’Economia nel 1974) si può e si deve leggere un grande riconoscimento. Quella rivoluzione ha contribuito alla realizzazione dei diritti economici e sociali e all’edificazione anche in Occidente; non a caso, ai giorni nostri, al venire meno della sfida del movimento comunista corrisponde lo smantellamento dello Stato sociale nella stessa Europa, con il risultato che la discriminazione censitaria finisce col ripresentarsi in forme nuove.
E per quanto riguarda le altre due grandi discriminazioni? Non c’è tempo per un’analisi approfondita, ma non posso fare a meno di una breve osservazione a proposito della terza grande discriminazione. Certo, la storia non è l’eterno ritorno dell’identico, come pretendeva Nietzsche. Sarebbe errato e fuorviante ignorare i mutamenti intervenuti e i risultati conseguiti dalla lotta di emancipazione. Ai giorni nostri nessuno oserebbe fare professione di razzismo e proclamare ad alta voce la necessità di difendere o ristabilire la white supremacy. Non bisogna però dimenticare che, storicamente, un aspetto essenziale della terza grande discriminazione è stato la gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni. L’ha ben compreso Lenin che abbiamo visto definire l’imperialismo come la pretesa di «poche nazioni elette» ovvero di poche «nazioni modello» di riservare esclusivamente a se stesse il diritto di costituirsi in Stato nazionale indipendente. È stata abbandonata una volta per sempre tale pretesa? In occasione di gravi conflitti politici e diplomatici, l’Occidente e in particolare il suo paese-guida si rivolgono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU perché autorizzi l’intervento militare da loro auspicato o programmato, ma al tempo stesso dichiarano che, anche in assenza di autorizzazione, essi si riservano il diritto di scatenare sovranamente la guerra contro questo o quel paese. E’ evidente che, arrogandosi il diritto di dichiarare superata la sovranità di altri Stati, i paesi occidentali si attribuiscono una sovranità dilatata e imperiale, da esercitare ben al di là del proprio territorio nazionale, mentre per i paesi da loro presi di mira il principio della sovranità statale è dichiarato superato e privo di valore. In forme nuove si riproduce la dicotomia (nazioni elette e realmente fornite di sovranità/popoli indegni di costituirsi in Stato nazionale autonomo) che è propria dell’imperialismo e del colonialismo. Con la forza delle armi continua a esser fatto valere il principio della gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni.
Nel caso degli USA questa sedicente gerarchia è proclamata ad alta voce e viene persino religiosamente trasfigurata. Nel settembre del 2000, nel condurre la campagna elettorale che l’avrebbe portato alla presidenza, George W. Bush enunciava un vero e proprio dogma: «La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo». È un dogma ben radicato nella tradizione politica statunitense. Bill Clinton aveva inaugurato il suo primo mandato presidenziale, con una proclamazione ancora più enfatica del primato degli USA e del diritto-dovere a dirigere il mondo: «La nostra missione è senza tempo»!
Si direbbe che alla white supremacy sia subentrata la western supremacy ovvero l’American supremacy. Resta fermo il principio della gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni, una gerarchizzazione naturale, eterna e persino consacrata dalla volontà divina, come nella monarchia assoluta dell’Antico regime! Almeno per quanto riguarda la sua dimensione internazionale, la terza grande discriminazione non è dileguata. Detto altrimenti: almeno per quanto riguarda i rapporti internazionali, siamo ben lontani dalla democrazia. Il processo di democratizzazione iniziato con la rivoluzione d’ottobre è ancora ben lungi dalla sua conclusione.
Testo pubblicato dalla Casa editrice «La Scuola di Pitagora», Napoli. Ringraziamo Domenico Losurdo, Presidente dell'Associazione Marx XXI, per la richiesta di pubblicazione nel nostro sito.
Iscriviti a:
Post (Atom)
-
Il senso della sinistra per la fregatura Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintantoché è ...
-
di Tonino D’Orazio Renzi sfida tutti. Semina vento. Appena possono lo ripagano. Che coincidenza! Appena la legge anticorruzione app...