Visualizzazione post con etichetta Rivoluzione Civile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rivoluzione Civile. Mostra tutti i post

sabato 2 marzo 2013

Quelli che hanno capito tutto di Grillo


Molti dicono che tanti come me non hanno capito nulla di ciò che stava accedendo, che non avevamo ben compreso il potenziale di trasformazione e di trasmutazione di senso che Grillo rappresentava. Non è così. A differenza di altri non ho mai sottovalutato Grillo, seguo il suo blog dagli inizi e ho sempre più o meno sommessamente sperato che il fenomeno crescesse e spazzasse via questa classe politica indegna. Mi rifiuto però di considerare Grillo come messaggero della storia, perché significherebbe ricadere in un'idea della storia ormai stantia, simmetrica a quella che ha portato molti ad arroccarsi su posizioni superate, dicono alcuni novecentesche. Adesso tutti, persino tipi come Giulietto Chiesa o Bifo e molti insoppettabili marxisti, per una ragione o per l'altra scoprono le virtù taumaturgiche di Grillo e parlano con toni profetici. Ognuno a suo modo, chi per veteroleninismo da avanspettacolo (diamo consenso al clown così si aprono varchi nuovo per la “lotta di classe”), chi per l'atmosfera di un nuovo avvento, che naturalmente avevano capito prima di altri, sono felici di questo sconvolgimento grillesco. Un giorno quando il fenomeno decadrà faranno a gara a chi è stato più bravo ad individuarne le debolezze e le contraddizioni. Poveracci. Personalmente non ho mai creduto nell'avvento delle moltitudini negriane e prima di allora nemmeno nel sol dell'avvenire e adesso non credo neanche nella palingenesi grilliana. La storia non ha nessun disegno e nessuna missione da compiere. Quello che mi ha sempre interessato dei movimenti è stata la loro capacità di mutare i paradigmi dominanti e il loro contenuto liberatorio, la loro capacità di spostare l'ago della bilancia verso la direzione di una maggiore giustizia nella società, l'unico concetto immutabile che la storia ci ha regalato. Ecco questo è il punto che mi interessa. Cosa può produrre Grillo di buono? Di certo può dare una ramazzata ad una classe politica morente e spostare l'attenzione suo problemi reali, magari con qualche decisa sterzata in materia di economia e di ambiente. Lo dico in tutta sincerità il discorso della democrazia partecipativa mi seduce poco, sarà per un mio vezzo aristocratico, sarà per il disincanto, ma ci credo poco: le masse sono troppo volubili, però i fenomeni che si producono grazie al loro movimento possono sedimentare qualcosa di buono.
Mi dicono, hai sbagliato scommettendo su Ingroia, Rivoluzione Civile è stata un fallimento. Eppure Ingroia ha fallito perché l'enorme potenziale che il suo progetto rappresentava è stato soffocato da operazioni verticistiche, producendo un pastrocchio poco attraente. Alla fine per quanto mi riguarda ho votato quello che c'era, una scelta coerente dal mio punto di vista, sebbene non pura al cento per cento. Ciò non vuol dire che quel potenziale sia sparito, è semplicemente andato in prestito a Grillo, ma rimane energia pura, difficilmente comprimibile. I milioni dei movimenti per i beni comuni e per la pace sono sempre lì, non scordiamocelo. Rivoluzione Civile doveva servire ad aumentare ancora di più la forza d'urto del movimento grillino, aggiungendo a questo movimento sfumature diverse e a tratti più marcate, per quello l'ho concepita non per altro.
Vedremo se tutta l'energia bene-comunista resterà con Grillo o trasmigrerà altrove, l'importante ora è che ci si muova dal pantano, poi si vedrà.
Non dimentichiamo un piccolo, insignificante particolare: c'è ancora una destra che muove le sue pedine è non è affatto morta. Attenzione a non sottovalutarla.

 

domenica 10 febbraio 2013

Monti forever? L’antidoto c’è…si chiama Ingroia.

di Fabio Marcelli da ilfattoquotidiano


A due settimane dal voto il popolo italiano sembra essere precipitato nel peggiore degli incubi. Nonostante anni di sacrifici (tanti) e di lotte (insufficienti) pare che la scelta sia fra un ritorno di Berlusconi che con le sue false promesse parrebbe far breccia nel cuore degli Italiani o, nella migliore degli ipotesi, una riconferma del tristo mietitore portavoce della finanza Monti.
Si tratta in realtà di due ipotesi che si rafforzano a vicenda. Se è infatti impossibile che Berlusconi prenda la maggioranza, il suo recupero gli consentirà di esercitare un potere di ricatto che renderà inevitabile il ritorno di Monti con appoggio bipartisan.
Va detto però chi è il responsabile di questa morsa nella quale siamo finiti. Si tratta di Pierluigi Bersani e dei suoi coadiutori di destra (Renzi, Letta junior, ecc.) e di sinistra (Vendola). E’ infatti di straordinaria piattezza la campagna elettorale di Pd-Sel, del tutto incapace di parlare al Paese e ai suoi problemi reali, pur di fronte a un momento di estrema crisi come quello che stiamo vivendo attualmente. Perché mai un operaio, un disoccupato, un pensionato, un giovane senza prospettive dovrebbero votare Pd-Sel, guidati da un leader che ha avuto come proprio bersaglio, nel corso della sua ultradecennale carriera politica, solo i tassisti. E riuscendo a perdere la propria battaglia perfino con loro. Perché mai chi sta pagando sulla sua pelle il prezzo della crisi dovrebbe riconfermare la sua fiducia a chi nell’ultimo anno e mezzo ha appoggiato in Parlamento le peggiori misure antipopolari e si dichiara pronto a convergere con Monti sotto l’egida del fiscal compact europeo che costituisce la base dell’attuale recessione?
E’ in questa situazione di scoramento della gente che si inserisce la furbesca campagna del redivivo Berlusconi che si traveste da antieuropeo e si scatena in proposte fantasiose. Si tratta di un pagliaccio, è evidente. Ma di fronte al nulla di Bersani anche il pagliaccio Berlusconi rischia di trovare credibilità in settori disorientati e preda dell’analfabetismo politico e sociale di ritorno che sta imperversando nel nostro Paese. Eppure forse non tutto è perduto. Esiste un antidoto per questo veleno. Si chiama Rivoluzione Civile
I venti o trenta deputati di Rivoluzione Civile che si accingono ad entrare in Parlamento potranno in effetti costituire la pattuglia su cui far convergere tutte le forze che non si rassegnano alla lenta ma inesorabile agonia del nostro Paese soffocato da annosi problemi interni e nuovi vincoli europei e internazionali.
E’ possibile fin d’ora varare un programma di massima su cui lottare nel Parlamento e nel Paese, insieme al Movimento Cinque Stelle e ai settori del Pd-Sel che inevitabilmente saranno costretti ad abbandonare Bersani e le sue politiche suicide quando, subito dopo le elezioni, emergerà con ancora maggior chiarezza la sua fin da ora evidente subalternità a Monti e al potere finanziario che rappresenta.
Punti di questo programma sono: 1. No alle grandi opere, a partire dalla Tav; 2. Reddito minimo garantito per disoccupati e studenti; 3. No alla partecipazione italiana ad ogni guerra, sia pure camuffata da missione di pace; 4. Recupero salariale e dei diritti da parte di lavoratori e lavoratrici; 5. Imposta patrimoniale che colpisca pesantemente i ricchi ;6. Apertura di un’inchiesta di massa sul debito pubblico e la spesa pubblica, per individuare il modo di ridurre il primo e qualificare la seconda; 7. Riduzione drastica dei benefici delle caste di ogni genere.
E’ questo il programma che consentirà di liberarci delle tre malefiche C (caste, cricche e cosche) e di rilanciare una politica di sviluppo basata sulle sette benefiche S (salute, scuola, sicurezza, socialità, solidarietà, sovranità, sport). Per un’Italia che sia esempio per tutto il mondo di una nuova possibile strada alternativa. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Revelli: “Voterò Ingroia ma si è persa l’occasione per rinnovare”


Intervista a Marco Revelli di Giacomo Russo Spena da Micromega
“Alla fine voterò Rivoluzione Civile. Spero superi il quorum del 4 per cento, sarebbe grave una tale dispersione, e che elegga alla Camera 20 esponenti di cui 10 significativi di un impegno sociale. Persone che non appartengono al ceto dei professionisti della politica”. Il sociologo Marco Revelli ha pochi dubbi su chi sosterrà il 24 e 25 febbraio ma, nello stesso momento, è consapevole che la lista di Ingroia “è un’occasione persa per parlare ad un pubblico più ampio del recinto della sinistra radicale, non è all’altezza della sfida e non rappresenta quella nuova politica di cui ci sarebbe bisogno”.
Lei è stato tra i promotori dell’appello di “Cambiare si può”. Che progetto avevate in testa?
Siamo partiti da un semplice appello che chiedeva discontinuità in contenuti e metodo. Dopo un ventennio di berlusconismo e un centrosinistra incapace di fare opposizione, partivamo dalla sensazione del fallimento della politica italiana. In tal senso la vicenda Monti, nel novembre 2011, è stata emblematica: la politica si è messa da parte per far largo ai tecnici. Il Parlamento si è spogliato delle sue funzioni, Napolitano ha assunto il ruolo di un sovrano, il potere politico si è suicidato, in soldoni abbiamo assistito ad un’eutanasia istituzionale. Volevamo ripartire da qui, provare a ricostruire un rapporto tra la società e le istituzioni, tra rappresentanti e rappresentati, in una fase di decadenza del sistema partitico. Qualcosa di nuovo, nato dal basso, dalla cosiddetta società civile, per parlare a tutti, non solo alla sinistra-sinistra. Esiste una parte amplissima di elettorato disorientato, spaventato e disgustato a cui pensavamo poter dare un’alternativa non solo di programmi ma di metodo: nuovi criteri di selezione dei candidati e ferrea separazione tra politica e denaro. Le stesse primarie del centrosinistra sono state più un’operazione di marketing che una reale riconquista della fiducia dei cittadini. Noi – col nostro appello – siamo riusciti a mobilitare, per parafrasare Hannah Arendt ho visto “felicità pubblica”. Il piacere di molti di partecipare ad un’impresa comune.
Ma un certo punto, come “Cambiare si può”, vi siete relazionati con Antonio Ingroia ed è naufragato tutto nel momento della composizione delle liste. Hanno vinto le logiche di partito? Ingroia l’ha delusa?
Ho massima stima per la sua persona: come magistrato non si discute. E anche la personalizzazione della lista è più subita che voluta da Ingroia stesso. Come altri avrei preferito un gruppo, una gestione collegiale in base alle rispettive competenze: penso ad esempio a personalità come Gallino, il quale non ha mai nascosto la necessità di occuparsi in primis delle istanze sociali. O alle grandi personalità esperte di beni comuni e all’attenzione dei territori. Noi ad un certo punto abbiamo fallito per nostra inadeguatezza e ingenuità: abbiamo sottovalutato il peso degli apparati e i richiami identitari di partiti, seppur piccoli. Oltre al non presentare i propri simboli avremmo gradito un passo indietro dei loro leader, non è stato possibile. Non sono contro i professionisti della politica né per lo scontro tra partiti e società civile, credo debbano camminare insieme ma ritengo – in questa fase – un errore non aver dato peso alle personalità impegnate nel sociale, la politica tradizionale doveva fare un passo indietro.
Quindi malgrado non sia la “sua” lista, comunque voterà Rivoluzione Civile. Alcuni dentro “Cambiare si può” non la pensano così, come Gallino che ha espresso proprio su MicroMega preferenza per Sel. Non avete fatto una discussione interna e preso una posizione comune?
Chiuso il percorso di “Cambiare si può” ognuno ha preso la sua scelta. Mi sforzo di praticare stili diversi della politica consueta, evitando schemi autoreferenziali e risse a sinistra, non mi scandalizza Gallino che vota Sel, per l’attenzione al programma economico e tra l’altro a Torino ha come candidato Giorgio Airaudo della Fiom. Personalmente, ritengo quella di Vendola una scelta suicida: Sel doveva stare nell’area di ricostruzione di un’alternativa, è diventata invece un’appendice del Pd siglando e sottoscrivendo la Carta d’Intenti. Temo nel Parlamento si troverà in grandissima difficoltà, soprattutto nel nuovo Senato chiamato a prendere decisioni terribili e con l’asse Monti-Pd che sarà il baricentro di tutto.
Voterà Rivoluzione Civile anche al Senato? Non crede sia giusto un “voto utile” per arginare un Berlusconi in rimonta?
Non sottovaluto il pericolo ed ho il terrore di B. e del suo meccanismo distruttivo. Un avventuriero spregiudicato che con il solo annuncio sull’Imu – “sparata” che gli serve per guadagnare un punto percentuale nei consensi – costa una quarantina di punti di spread, ovvero 4-5 milioni di euro di interessi sul debito pubblico che dovremmo pagare noi cittadini. Quindi, siamo chiaramente davanti alla follia di un uomo. Con la gente che lo appoggia ancora malgrado i disastri e i fallimenti commessi in passato. Pur avendo paura del Cavaliere trovo sbagliato il concetto del voto utile: un concetto offensivo e antidemocratico. Al contrario, bisognerebbe tessere l’elogio del voto inutile: atto di piena libertà. E comunque in soldoni lo scenario sarà alla Camera maggioranza del centrosinistra e al Senato una convergenza tra Pd e Monti.
Ultima domanda. Fine 2011, Lei – preoccupato dal default – ritiene Monti un male necessario per risollevare le sorti del Paese. Parla di “baciare il rospo”. Si è pentito?
Assolutamente no. Non si poteva andare al voto e Monti rappresentava l’unica soluzione possibile per riorganizzare le forze in campo: avevamo tanto tempo per dare alle sinistre la possibilità di costruire un’alternativa. Invece si è deciso o la sottomissione ai tecnici o le guerre fratricide. Il Monti politico, di ora, che avanza con l’idea di una democrazia cristiana post-tecnocratica mi piace ancora meno del semplice tecnico.

sabato 2 febbraio 2013

Alcune riflessioni sulle prossime elezioni politiche: le tre destre e "un mondo unito sotto il cielo stellato"

di Franco Cilli

Il voto a Rivoluzione Civile, come pure il voto a Grillo ha a mio modo di vedere una duplice funzione. In primo luogo quella  dirompente: un buon successo di entrambi imporrebbe un registro diverso alla politica italiana con nuove regole e nuovi comportamenti, in una cornice prevedibilmente più democratica e più ancorata ai valori della costituzione, ancorché depurata da certo mignottame e da corruttele oltre il livello di decenza. In secondo luogo, e forse la cosa più importante,  quella di mettere al centro della riflessione politica il tema dell’austerità, rompendo il dogma del pensiero unico e del liberismo, in base al quale non si sa perché siamo condannati a trasmutare il debito privato delle banche in debito pubblico, a sua volta utilizzato come grimaldello per smantellare e privatizzare il welfare. Sebbene queste due compagini possano insidiare il primato assoluto delle tre destre, vale a dire le destre rappresentate da Monti, Bersani e Berlusconi, rimane però il problema di una pletora delle destre stesse, con la loro occupazione totalizzante e pervasiva dello spazio politico, le ovvie ripercussioni sulla dialettica istituzionale e i rischi di una balcanizzazione della scena politica. Qualcuno a questo punto si pone il problema se non sia più importante sconfiggere la destra peggiore e far vincere quella migliore piuttosto che sperare in un'azione dirompente di Grillo ed Ingroia. A parte il fatto una destra è sempre una destra, e quindi non si vede la convenienza di una sua vittoria, ma sfido chiunque a scegliere quale sia la destra migliore.

Va detto che l’occupazione nominale dello spazio politico riservato alla sinistra da parte di una delle destre, cioè quella di Bersani, ha imposto a Rivoluzione Civile la ridefinizione del perimetro elettorale, e una nuova lottizzazione dell’area di sinistra, allo scopo di guadagnare nuovi spazi, e a Grillo la collocazione in una dimensione autonoma e parallela, “né di destra, né di sinistra”, in grado di creare un'osmosi dai comparti tradizionali della politica verso un'area indifferenziata. A conti fatti sembrerebbe naturale stare a vedere se la scommessa di Igroia ha una qualche possibilità di vittoria e far sì che la situazione a sinistra ridiventi fluida. C'è però una tesi, sostenuta da alcuni miei amici, che si insinua in un gioco politico apparentemente dominato da geometrie di tipo euclideo. Questa tesi, che si riallaccia in qualche maniera alla teoria della destra migliore,  afferma che la frammentazione del quadro politico sia il prodotto di riflessi identitari e di rendite di posizione, i quali ritarderebbero l’uscita del corpo sociale dal novecento, rimandando la necessaria reductio del quadro politico a sostanza unica, nella fattispecie il Pd, il quale dovrebbe assumere necessariamente il ruolo di contenitore unico della materia politica, permettendo la ripresa di una dialettica storica nel segno dell’unità. In soldoni, facciamo vincere questa destra, quella che più autenticamente riflette lo spirito dei tempi, ripuliamo il campo da ridondanze inutili e poi ripartiamo da qui. Così facendo sgombriamo l'arena politica da partitini buoni solo a se stessi e dalla volgarità berlusconiana, serio pericolo di un’involuzione autoritaria, all’insegna della totale anencefalia delle masse e del volto decadente e corrotto di una dittatura di stampo bananiero.

Vorrei dire a questi miei amici che forse in questo modo usciremmo dal novecento, ma solo per rientrare nell’ottocento. Tesi del genere sanno di neo-storicismo e neo-hegelismo. Si intravede la nostalgia per il ritorno alla totalità e un'insofferenza verso gli elementi particolari della realtà visti unicamente come residui di un passato non ancora pienamente sussunto nelle nuove forme della politica e della società .

Il guaio di queste metafore filosofiche è che sono molto suggestive, ma sono ben lontane da una realtà che non si lascia piegare alle esigenze della filosofia. La natura del Pd è in verità molto prosaica ed è fatta di scelte puramente contingenti maturate in un contesto dove predomina un unico pensiero. Inoltre questo partito è talmente compromesso con un tipo di politica affaristico-clientelare ed è così dominato da lotte intestine, che resta paralizzato da un sistema di veti difficilmente eludibili. Difficile infatti conciliare l'anima riformista di questo partito (seppure esiste) con il carrozzone clientelare ereditato dalla sinistra DC, cresciuto all'ombra di connivenze con il campo avversario al punto tale da configurare un unico sistema di potere. L'unica opzione seria a questo punto sarebbe quella di smantellare del tutto questo sistema del quale anche il Pd è parte integrante. Ma voglio prendere per buona la necessità di semplificare il quadro politico e scongiurare il pericolo berlusconiano, “un mondo unito sotto il cielo stellato”. Ebbene in questo caso c'è da augurarsi che vinca il Pd, ma che allo stesso tempo abbiano una buona affermazione Ingroia e Grillo e che venga finalmente asfaltato il berlusconismo. Un risultato siffatto permetterebbe (in teoria) il riavvio di una dialettica democratica, con la speranza (a mio avviso vana) di un cambiamento di rotta del Pd, che pressato dalle falangi grilline e rivoluzionarie sarebbe costretto ad un'inversione di rotta di 180 gradi, dando finalmente sollievo al suo popolo da tempo bistrattato e costretto ad ingoiare rospi.

Bene se qualcuno a questo punto  vuole assumersi il compito di far vincere il Pd, assumendosi anche il rischio che rifaccia un'alleanza con Monti per riaffermare la politica del rigore, con Fiscal Compact e annessi, faccia pure. E' un compito arduo e ingrato, ma d'altronde qualcuno dovrà pur fare il lavoro sporco.

Io sono un vile, e credo poco nelle soluzioni sofferte, voterò per Ingroia, per quello che potrà servire. 

venerdì 4 gennaio 2013

La lista Ingroia è un punto di inizio

di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo
 
La consultazione interna al movimento «Cambiare si può», che ha visto la maggioranza esprimersi per la realizzazione di un vasto fronte con candidato premier Antonio Ingroia, indica la necessità di compattare a sinistra un solido e plurale punto di riferimento che nasca dalle lotte dei movimenti e da quei partiti che da subito si sono contrapposti al neoliberismo dell’Agenda Monti, sostenuta da Bersani, Casini e Alfano. Chi l’avrebbe detto fino a qualche settimana fa che sarebbe nato uno spazio politico a sinistra della coalizione Pd-Sel?
Tuttavia, è necessario rafforzare questo polo, soprattutto con il peso e l’energia dei movimenti che, con le loro lotte per la democrazia dal basso, in questi anni hanno dato linfa a una nuova passione politica e hanno posto la questione della crisi della rappresentanza, dei suoi sistemi di selezione e dell’urgenza di nuove forme della politica.
E’ evidente che il processo politico, pur con successi anche simbolici ragguardevoli, avrebbe dovuto caratterizzarsi attraverso atti più coraggiosi, espressione di una netta discontinuità rispetto ai modelli del passato, e soprattutto rispetto alle modalità di investitura, alla degenerazione del sistema dei partiti, al tradimento dello spirito dell’art. 49 della Costituzione, alla loro ingerenza e autoreferenzialità.
Il processo costituente di “Rivoluzione civile” non nasce dunque perfetto, ma perfettibile, ed in questo senso dovrà caratterizzarsi per divenire una reale area di confronto e di dialettica tra le diverse anime.
Le imperfezioni e le criticità non possono tuttavia far perdere di vista prospettive, scenari e nuovi orizzonti che possono aprirsi.
Con la nascita di questo nuovo spazio pubblico della sinistra, si dovrà lavorare per costruire un programma politico anticonformista, altermondialista che, partendo dall’affermazione dei principi costituzionali, sappia dar luogo ad un intreccio virtuoso tra diritti civili, politici e sociali.
Occorre lavorare dall’interno per costruire un soggetto politico che, dalla parte dei più deboli e degli esclusi, sappia rinnovare profondamente gli istituti classici della rappresentanza, ormai logori, attraverso un continuo collegamento con i movimenti, con i territori, le pratiche locali e le forme più evolute della democrazia diretta e partecipativa; attraverso la capacità di connettersi ed intercettare conflitti e dissensi, destrutturando sovranità e proprietà a vantaggio delle nuove categorie della partecipazione e dei beni comuni. Insomma, occorre guardare con coraggioso entusiasmo ai nuovi modelli di rappresentanza che si stanno sviluppando nel neo-costituzionalismo sudamericano, soprattutto quelli che hanno posto il problema del diritto all’insolvenza per i debiti sovrani incautamente assunti.
E’ dunque soltanto il punto di partenza di un processo che vede la costruzione di un polo che si contrappone alle politiche liberiste che hanno visto coinvolto da protagonista anche il Pd.
Ripartire dalla centralità del lavoro e soprattutto dare al lavoro una rappresentanza che, anche attraverso i referendum, sappia fronteggiare in maniera decisa e diretta le politiche insensate di Berlusconi prima, poi di Monti e della Fornero, che hanno svuotato di ogni valore fondativo l’art. 1 della nostra Costituzione.
Ripartire dall’affermazione dello stato sociale, spiegando che le sue radici, oltre che nella Costituzione, possono e devono essere ricercate anche in un’Europa libera dai vincoli imposti dalle multinazionali e dalle banche.
Ripartire dai punti programmatici di “Cambiare si può” che hanno ben indicato la strada da seguire.
Per questi motivi, il primo atto da porre in essere da parte della nuova compagine elettorale dovrà essere la proposta di abrogazione dell’attuale articolo 81 della Costituzione, che introducendo il pareggio di bilancio ha negato di fatto l’esistenza del welfare statale e locale e quindi la tutela e la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini.


Fonte: Il Manifesto 4.01.2013