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domenica 10 febbraio 2013

Monti forever? L’antidoto c’è…si chiama Ingroia.

di Fabio Marcelli da ilfattoquotidiano


A due settimane dal voto il popolo italiano sembra essere precipitato nel peggiore degli incubi. Nonostante anni di sacrifici (tanti) e di lotte (insufficienti) pare che la scelta sia fra un ritorno di Berlusconi che con le sue false promesse parrebbe far breccia nel cuore degli Italiani o, nella migliore degli ipotesi, una riconferma del tristo mietitore portavoce della finanza Monti.
Si tratta in realtà di due ipotesi che si rafforzano a vicenda. Se è infatti impossibile che Berlusconi prenda la maggioranza, il suo recupero gli consentirà di esercitare un potere di ricatto che renderà inevitabile il ritorno di Monti con appoggio bipartisan.
Va detto però chi è il responsabile di questa morsa nella quale siamo finiti. Si tratta di Pierluigi Bersani e dei suoi coadiutori di destra (Renzi, Letta junior, ecc.) e di sinistra (Vendola). E’ infatti di straordinaria piattezza la campagna elettorale di Pd-Sel, del tutto incapace di parlare al Paese e ai suoi problemi reali, pur di fronte a un momento di estrema crisi come quello che stiamo vivendo attualmente. Perché mai un operaio, un disoccupato, un pensionato, un giovane senza prospettive dovrebbero votare Pd-Sel, guidati da un leader che ha avuto come proprio bersaglio, nel corso della sua ultradecennale carriera politica, solo i tassisti. E riuscendo a perdere la propria battaglia perfino con loro. Perché mai chi sta pagando sulla sua pelle il prezzo della crisi dovrebbe riconfermare la sua fiducia a chi nell’ultimo anno e mezzo ha appoggiato in Parlamento le peggiori misure antipopolari e si dichiara pronto a convergere con Monti sotto l’egida del fiscal compact europeo che costituisce la base dell’attuale recessione?
E’ in questa situazione di scoramento della gente che si inserisce la furbesca campagna del redivivo Berlusconi che si traveste da antieuropeo e si scatena in proposte fantasiose. Si tratta di un pagliaccio, è evidente. Ma di fronte al nulla di Bersani anche il pagliaccio Berlusconi rischia di trovare credibilità in settori disorientati e preda dell’analfabetismo politico e sociale di ritorno che sta imperversando nel nostro Paese. Eppure forse non tutto è perduto. Esiste un antidoto per questo veleno. Si chiama Rivoluzione Civile
I venti o trenta deputati di Rivoluzione Civile che si accingono ad entrare in Parlamento potranno in effetti costituire la pattuglia su cui far convergere tutte le forze che non si rassegnano alla lenta ma inesorabile agonia del nostro Paese soffocato da annosi problemi interni e nuovi vincoli europei e internazionali.
E’ possibile fin d’ora varare un programma di massima su cui lottare nel Parlamento e nel Paese, insieme al Movimento Cinque Stelle e ai settori del Pd-Sel che inevitabilmente saranno costretti ad abbandonare Bersani e le sue politiche suicide quando, subito dopo le elezioni, emergerà con ancora maggior chiarezza la sua fin da ora evidente subalternità a Monti e al potere finanziario che rappresenta.
Punti di questo programma sono: 1. No alle grandi opere, a partire dalla Tav; 2. Reddito minimo garantito per disoccupati e studenti; 3. No alla partecipazione italiana ad ogni guerra, sia pure camuffata da missione di pace; 4. Recupero salariale e dei diritti da parte di lavoratori e lavoratrici; 5. Imposta patrimoniale che colpisca pesantemente i ricchi ;6. Apertura di un’inchiesta di massa sul debito pubblico e la spesa pubblica, per individuare il modo di ridurre il primo e qualificare la seconda; 7. Riduzione drastica dei benefici delle caste di ogni genere.
E’ questo il programma che consentirà di liberarci delle tre malefiche C (caste, cricche e cosche) e di rilanciare una politica di sviluppo basata sulle sette benefiche S (salute, scuola, sicurezza, socialità, solidarietà, sovranità, sport). Per un’Italia che sia esempio per tutto il mondo di una nuova possibile strada alternativa. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Revelli: “Voterò Ingroia ma si è persa l’occasione per rinnovare”


Intervista a Marco Revelli di Giacomo Russo Spena da Micromega
“Alla fine voterò Rivoluzione Civile. Spero superi il quorum del 4 per cento, sarebbe grave una tale dispersione, e che elegga alla Camera 20 esponenti di cui 10 significativi di un impegno sociale. Persone che non appartengono al ceto dei professionisti della politica”. Il sociologo Marco Revelli ha pochi dubbi su chi sosterrà il 24 e 25 febbraio ma, nello stesso momento, è consapevole che la lista di Ingroia “è un’occasione persa per parlare ad un pubblico più ampio del recinto della sinistra radicale, non è all’altezza della sfida e non rappresenta quella nuova politica di cui ci sarebbe bisogno”.
Lei è stato tra i promotori dell’appello di “Cambiare si può”. Che progetto avevate in testa?
Siamo partiti da un semplice appello che chiedeva discontinuità in contenuti e metodo. Dopo un ventennio di berlusconismo e un centrosinistra incapace di fare opposizione, partivamo dalla sensazione del fallimento della politica italiana. In tal senso la vicenda Monti, nel novembre 2011, è stata emblematica: la politica si è messa da parte per far largo ai tecnici. Il Parlamento si è spogliato delle sue funzioni, Napolitano ha assunto il ruolo di un sovrano, il potere politico si è suicidato, in soldoni abbiamo assistito ad un’eutanasia istituzionale. Volevamo ripartire da qui, provare a ricostruire un rapporto tra la società e le istituzioni, tra rappresentanti e rappresentati, in una fase di decadenza del sistema partitico. Qualcosa di nuovo, nato dal basso, dalla cosiddetta società civile, per parlare a tutti, non solo alla sinistra-sinistra. Esiste una parte amplissima di elettorato disorientato, spaventato e disgustato a cui pensavamo poter dare un’alternativa non solo di programmi ma di metodo: nuovi criteri di selezione dei candidati e ferrea separazione tra politica e denaro. Le stesse primarie del centrosinistra sono state più un’operazione di marketing che una reale riconquista della fiducia dei cittadini. Noi – col nostro appello – siamo riusciti a mobilitare, per parafrasare Hannah Arendt ho visto “felicità pubblica”. Il piacere di molti di partecipare ad un’impresa comune.
Ma un certo punto, come “Cambiare si può”, vi siete relazionati con Antonio Ingroia ed è naufragato tutto nel momento della composizione delle liste. Hanno vinto le logiche di partito? Ingroia l’ha delusa?
Ho massima stima per la sua persona: come magistrato non si discute. E anche la personalizzazione della lista è più subita che voluta da Ingroia stesso. Come altri avrei preferito un gruppo, una gestione collegiale in base alle rispettive competenze: penso ad esempio a personalità come Gallino, il quale non ha mai nascosto la necessità di occuparsi in primis delle istanze sociali. O alle grandi personalità esperte di beni comuni e all’attenzione dei territori. Noi ad un certo punto abbiamo fallito per nostra inadeguatezza e ingenuità: abbiamo sottovalutato il peso degli apparati e i richiami identitari di partiti, seppur piccoli. Oltre al non presentare i propri simboli avremmo gradito un passo indietro dei loro leader, non è stato possibile. Non sono contro i professionisti della politica né per lo scontro tra partiti e società civile, credo debbano camminare insieme ma ritengo – in questa fase – un errore non aver dato peso alle personalità impegnate nel sociale, la politica tradizionale doveva fare un passo indietro.
Quindi malgrado non sia la “sua” lista, comunque voterà Rivoluzione Civile. Alcuni dentro “Cambiare si può” non la pensano così, come Gallino che ha espresso proprio su MicroMega preferenza per Sel. Non avete fatto una discussione interna e preso una posizione comune?
Chiuso il percorso di “Cambiare si può” ognuno ha preso la sua scelta. Mi sforzo di praticare stili diversi della politica consueta, evitando schemi autoreferenziali e risse a sinistra, non mi scandalizza Gallino che vota Sel, per l’attenzione al programma economico e tra l’altro a Torino ha come candidato Giorgio Airaudo della Fiom. Personalmente, ritengo quella di Vendola una scelta suicida: Sel doveva stare nell’area di ricostruzione di un’alternativa, è diventata invece un’appendice del Pd siglando e sottoscrivendo la Carta d’Intenti. Temo nel Parlamento si troverà in grandissima difficoltà, soprattutto nel nuovo Senato chiamato a prendere decisioni terribili e con l’asse Monti-Pd che sarà il baricentro di tutto.
Voterà Rivoluzione Civile anche al Senato? Non crede sia giusto un “voto utile” per arginare un Berlusconi in rimonta?
Non sottovaluto il pericolo ed ho il terrore di B. e del suo meccanismo distruttivo. Un avventuriero spregiudicato che con il solo annuncio sull’Imu – “sparata” che gli serve per guadagnare un punto percentuale nei consensi – costa una quarantina di punti di spread, ovvero 4-5 milioni di euro di interessi sul debito pubblico che dovremmo pagare noi cittadini. Quindi, siamo chiaramente davanti alla follia di un uomo. Con la gente che lo appoggia ancora malgrado i disastri e i fallimenti commessi in passato. Pur avendo paura del Cavaliere trovo sbagliato il concetto del voto utile: un concetto offensivo e antidemocratico. Al contrario, bisognerebbe tessere l’elogio del voto inutile: atto di piena libertà. E comunque in soldoni lo scenario sarà alla Camera maggioranza del centrosinistra e al Senato una convergenza tra Pd e Monti.
Ultima domanda. Fine 2011, Lei – preoccupato dal default – ritiene Monti un male necessario per risollevare le sorti del Paese. Parla di “baciare il rospo”. Si è pentito?
Assolutamente no. Non si poteva andare al voto e Monti rappresentava l’unica soluzione possibile per riorganizzare le forze in campo: avevamo tanto tempo per dare alle sinistre la possibilità di costruire un’alternativa. Invece si è deciso o la sottomissione ai tecnici o le guerre fratricide. Il Monti politico, di ora, che avanza con l’idea di una democrazia cristiana post-tecnocratica mi piace ancora meno del semplice tecnico.

sabato 2 febbraio 2013

Alcune riflessioni sulle prossime elezioni politiche: le tre destre e "un mondo unito sotto il cielo stellato"

di Franco Cilli

Il voto a Rivoluzione Civile, come pure il voto a Grillo ha a mio modo di vedere una duplice funzione. In primo luogo quella  dirompente: un buon successo di entrambi imporrebbe un registro diverso alla politica italiana con nuove regole e nuovi comportamenti, in una cornice prevedibilmente più democratica e più ancorata ai valori della costituzione, ancorché depurata da certo mignottame e da corruttele oltre il livello di decenza. In secondo luogo, e forse la cosa più importante,  quella di mettere al centro della riflessione politica il tema dell’austerità, rompendo il dogma del pensiero unico e del liberismo, in base al quale non si sa perché siamo condannati a trasmutare il debito privato delle banche in debito pubblico, a sua volta utilizzato come grimaldello per smantellare e privatizzare il welfare. Sebbene queste due compagini possano insidiare il primato assoluto delle tre destre, vale a dire le destre rappresentate da Monti, Bersani e Berlusconi, rimane però il problema di una pletora delle destre stesse, con la loro occupazione totalizzante e pervasiva dello spazio politico, le ovvie ripercussioni sulla dialettica istituzionale e i rischi di una balcanizzazione della scena politica. Qualcuno a questo punto si pone il problema se non sia più importante sconfiggere la destra peggiore e far vincere quella migliore piuttosto che sperare in un'azione dirompente di Grillo ed Ingroia. A parte il fatto una destra è sempre una destra, e quindi non si vede la convenienza di una sua vittoria, ma sfido chiunque a scegliere quale sia la destra migliore.

Va detto che l’occupazione nominale dello spazio politico riservato alla sinistra da parte di una delle destre, cioè quella di Bersani, ha imposto a Rivoluzione Civile la ridefinizione del perimetro elettorale, e una nuova lottizzazione dell’area di sinistra, allo scopo di guadagnare nuovi spazi, e a Grillo la collocazione in una dimensione autonoma e parallela, “né di destra, né di sinistra”, in grado di creare un'osmosi dai comparti tradizionali della politica verso un'area indifferenziata. A conti fatti sembrerebbe naturale stare a vedere se la scommessa di Igroia ha una qualche possibilità di vittoria e far sì che la situazione a sinistra ridiventi fluida. C'è però una tesi, sostenuta da alcuni miei amici, che si insinua in un gioco politico apparentemente dominato da geometrie di tipo euclideo. Questa tesi, che si riallaccia in qualche maniera alla teoria della destra migliore,  afferma che la frammentazione del quadro politico sia il prodotto di riflessi identitari e di rendite di posizione, i quali ritarderebbero l’uscita del corpo sociale dal novecento, rimandando la necessaria reductio del quadro politico a sostanza unica, nella fattispecie il Pd, il quale dovrebbe assumere necessariamente il ruolo di contenitore unico della materia politica, permettendo la ripresa di una dialettica storica nel segno dell’unità. In soldoni, facciamo vincere questa destra, quella che più autenticamente riflette lo spirito dei tempi, ripuliamo il campo da ridondanze inutili e poi ripartiamo da qui. Così facendo sgombriamo l'arena politica da partitini buoni solo a se stessi e dalla volgarità berlusconiana, serio pericolo di un’involuzione autoritaria, all’insegna della totale anencefalia delle masse e del volto decadente e corrotto di una dittatura di stampo bananiero.

Vorrei dire a questi miei amici che forse in questo modo usciremmo dal novecento, ma solo per rientrare nell’ottocento. Tesi del genere sanno di neo-storicismo e neo-hegelismo. Si intravede la nostalgia per il ritorno alla totalità e un'insofferenza verso gli elementi particolari della realtà visti unicamente come residui di un passato non ancora pienamente sussunto nelle nuove forme della politica e della società .

Il guaio di queste metafore filosofiche è che sono molto suggestive, ma sono ben lontane da una realtà che non si lascia piegare alle esigenze della filosofia. La natura del Pd è in verità molto prosaica ed è fatta di scelte puramente contingenti maturate in un contesto dove predomina un unico pensiero. Inoltre questo partito è talmente compromesso con un tipo di politica affaristico-clientelare ed è così dominato da lotte intestine, che resta paralizzato da un sistema di veti difficilmente eludibili. Difficile infatti conciliare l'anima riformista di questo partito (seppure esiste) con il carrozzone clientelare ereditato dalla sinistra DC, cresciuto all'ombra di connivenze con il campo avversario al punto tale da configurare un unico sistema di potere. L'unica opzione seria a questo punto sarebbe quella di smantellare del tutto questo sistema del quale anche il Pd è parte integrante. Ma voglio prendere per buona la necessità di semplificare il quadro politico e scongiurare il pericolo berlusconiano, “un mondo unito sotto il cielo stellato”. Ebbene in questo caso c'è da augurarsi che vinca il Pd, ma che allo stesso tempo abbiano una buona affermazione Ingroia e Grillo e che venga finalmente asfaltato il berlusconismo. Un risultato siffatto permetterebbe (in teoria) il riavvio di una dialettica democratica, con la speranza (a mio avviso vana) di un cambiamento di rotta del Pd, che pressato dalle falangi grilline e rivoluzionarie sarebbe costretto ad un'inversione di rotta di 180 gradi, dando finalmente sollievo al suo popolo da tempo bistrattato e costretto ad ingoiare rospi.

Bene se qualcuno a questo punto  vuole assumersi il compito di far vincere il Pd, assumendosi anche il rischio che rifaccia un'alleanza con Monti per riaffermare la politica del rigore, con Fiscal Compact e annessi, faccia pure. E' un compito arduo e ingrato, ma d'altronde qualcuno dovrà pur fare il lavoro sporco.

Io sono un vile, e credo poco nelle soluzioni sofferte, voterò per Ingroia, per quello che potrà servire. 

venerdì 4 gennaio 2013

La lista Ingroia è un punto di inizio

di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo
 
La consultazione interna al movimento «Cambiare si può», che ha visto la maggioranza esprimersi per la realizzazione di un vasto fronte con candidato premier Antonio Ingroia, indica la necessità di compattare a sinistra un solido e plurale punto di riferimento che nasca dalle lotte dei movimenti e da quei partiti che da subito si sono contrapposti al neoliberismo dell’Agenda Monti, sostenuta da Bersani, Casini e Alfano. Chi l’avrebbe detto fino a qualche settimana fa che sarebbe nato uno spazio politico a sinistra della coalizione Pd-Sel?
Tuttavia, è necessario rafforzare questo polo, soprattutto con il peso e l’energia dei movimenti che, con le loro lotte per la democrazia dal basso, in questi anni hanno dato linfa a una nuova passione politica e hanno posto la questione della crisi della rappresentanza, dei suoi sistemi di selezione e dell’urgenza di nuove forme della politica.
E’ evidente che il processo politico, pur con successi anche simbolici ragguardevoli, avrebbe dovuto caratterizzarsi attraverso atti più coraggiosi, espressione di una netta discontinuità rispetto ai modelli del passato, e soprattutto rispetto alle modalità di investitura, alla degenerazione del sistema dei partiti, al tradimento dello spirito dell’art. 49 della Costituzione, alla loro ingerenza e autoreferenzialità.
Il processo costituente di “Rivoluzione civile” non nasce dunque perfetto, ma perfettibile, ed in questo senso dovrà caratterizzarsi per divenire una reale area di confronto e di dialettica tra le diverse anime.
Le imperfezioni e le criticità non possono tuttavia far perdere di vista prospettive, scenari e nuovi orizzonti che possono aprirsi.
Con la nascita di questo nuovo spazio pubblico della sinistra, si dovrà lavorare per costruire un programma politico anticonformista, altermondialista che, partendo dall’affermazione dei principi costituzionali, sappia dar luogo ad un intreccio virtuoso tra diritti civili, politici e sociali.
Occorre lavorare dall’interno per costruire un soggetto politico che, dalla parte dei più deboli e degli esclusi, sappia rinnovare profondamente gli istituti classici della rappresentanza, ormai logori, attraverso un continuo collegamento con i movimenti, con i territori, le pratiche locali e le forme più evolute della democrazia diretta e partecipativa; attraverso la capacità di connettersi ed intercettare conflitti e dissensi, destrutturando sovranità e proprietà a vantaggio delle nuove categorie della partecipazione e dei beni comuni. Insomma, occorre guardare con coraggioso entusiasmo ai nuovi modelli di rappresentanza che si stanno sviluppando nel neo-costituzionalismo sudamericano, soprattutto quelli che hanno posto il problema del diritto all’insolvenza per i debiti sovrani incautamente assunti.
E’ dunque soltanto il punto di partenza di un processo che vede la costruzione di un polo che si contrappone alle politiche liberiste che hanno visto coinvolto da protagonista anche il Pd.
Ripartire dalla centralità del lavoro e soprattutto dare al lavoro una rappresentanza che, anche attraverso i referendum, sappia fronteggiare in maniera decisa e diretta le politiche insensate di Berlusconi prima, poi di Monti e della Fornero, che hanno svuotato di ogni valore fondativo l’art. 1 della nostra Costituzione.
Ripartire dall’affermazione dello stato sociale, spiegando che le sue radici, oltre che nella Costituzione, possono e devono essere ricercate anche in un’Europa libera dai vincoli imposti dalle multinazionali e dalle banche.
Ripartire dai punti programmatici di “Cambiare si può” che hanno ben indicato la strada da seguire.
Per questi motivi, il primo atto da porre in essere da parte della nuova compagine elettorale dovrà essere la proposta di abrogazione dell’attuale articolo 81 della Costituzione, che introducendo il pareggio di bilancio ha negato di fatto l’esistenza del welfare statale e locale e quindi la tutela e la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini.


Fonte: Il Manifesto 4.01.2013 



mercoledì 2 gennaio 2013

Le parole che vorremmo sentire da Ingroia

Adesso vorremmo sentire parole del tipo: abolizione della riforma Fornero, più soldi per ospedali, scuole, università, al diavolo il Fiscal Compact e l'austerità, rimessa in discussione dei vincoli europei, il liberismo è una sciagura provata e non un'idea vincente di società (e soprattutto non è di sinistra), lo stato produce moneta propria e non chiede prestiti alle banche, la troika (Commissione Europea + BCE + Fondo Monetario Internazionale) sta affamando i greci e vuol affamare anche l'Italia, riformismo non significa “togliere certe anacronistiche rigidità dei diritti dei lavoratori” ecc ecc.
Aspettiamo con ansia che Ingroia pronunci parole del genere, se non le conosce se le faccia suggerire, per noi va bene lo stesso.

lunedì 31 dicembre 2012

Lista Ingroia, la legalità non basta

di  Giorgio Cremaschi da Micromega
 
Siccome non son mai stato una vittima del nuovo in politica, di quel nuovismo attraverso il quale si sono perpetuate da trenta anni le stesse politiche e le stesse classi dirigenti, non mi scandalizza che la lista del cosiddetto quarto polo sia diventata l’ennesima lista personale, ove il leader è la sostanza della proposta. Né mi sconvolge che i partiti siano alla fine l’architrave della lista. I partiti esistono sempre e chi li rifiuta semplicemente ne sta fondando un altro.
Ciò che non mi convince della coalizione Ingroia è l’ordine delle priorità e il messaggio di fondo del programma annunciato dal suo leader.
L’Italia è un paese devastato dalla corruzione e dalle mafie, una parte della classe politica è soggetto contraente di questo sistema, i berlusconiani, una parte è debole o subalterna, Monti e anche il PD. Una lotta vera alle mafie e alla corruzione finora non si è fatta per colpa di questa classe politica e il paese ne paga i costi con la crisi economica. Mettere al governo una classe dirigente che distrugga davvero le mafie è condizione di giustizia e base per una ripresa economica non pagata dai più poveri.
Questa a me pare la sintesi del pensiero di Ingroia e non c’e dubbio che essa individui uno dei nodi della crisi italiana. Il peso della corruzione, della evasione fiscale, della criminalità nella nostra economia è da tempo documentato.
Tuttavia non mi pare che questo possa essere sufficiente a motivare una lista alternativa ai principali schieramenti ed in particolare a Monti. Il quale ha nella sua agenda temi e proposte molto vicine a quelle di Ingroia proprio su questo terreno.
L’attuale presidente del consiglio mette al centro del suo programma liberista l’idea che in Italia una buona economia emergerà dalla distruzione dell’economia corporativa e criminale. E non a caso individua in Marchionne l’esempio imprenditoriale da esaltare sulla via delle ”riforme’. Il liberismo è spesso criminale per i suoi risultati sociali, ma chi lo propugna può proporsi di combattere l’economia criminale.
Naturalmente Monti mette al primo posto della sua agenda la politica di austerità, così come viene definita dai vincoli del fiscal compact, del pareggio costituzionale di bilancio, dei trattati europei. La lotta alla criminalità economica e mafiosa sarebbe ancora più stimolata da questi vincoli, perché essi ci imporrebbero di trovare lì i soldi che servono per lo sviluppo. Ingroia afferma di combattere il montismo, ma perché allora non contesta questo punto che è il punto cardine di esso? Perché nel suo discorso d’investitura è assente la critica ai vincoli europei e del capitalismo internazionale, quello formalmente onesto?
A mio parere questo non avviene perché Ingroia pensa che la questione sociale ed economica siano una derivata della questione criminale e che basti essere rigorosi davvero e non a parole, per creare le condizioni economiche per la giustizia e lo sviluppo. No non è così.
Per affrontare questa crisi economica da una punto di vista alternativo a quello di Monti si deve programmare un gigantesco intervento pubblico nell’economia e la rottura di tutti i vincoli europei. O si segue questa strada oppure ci si deve affidare al mercato magari regolato.
Non è un caso che il PD sia spiazzato dalla candidatura di Monti. Perché ha sinora sostenuto una politica di mercato e non ha alcun programma realmente alternativo ad essa.
Una politica del pubblico e dell’eguaglianza sociale richiede un forte controllo democratico sull’economia. E qui diventa decisiva la lotta a mafie e corruzione. Perché il liberismo si è sempre alimentato con il corrompimento della classe politica.
Tutto il sistema delle partecipazioni statali è stato privatizzato sventolando le tangenti e le mazzette dei manager pubblici e dei politici che li controllavano. È lì che è nata la egemonia anche a sinistra della ideologia del mercato come antidoto alla corruzione. Ma come ci ha insegnato Bertold Brecht è più profittevole fondare una banca che rapinarla.
Nella crisi attuale la priorità è la lotta alla disoccupazione ed al super sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Questa la può fare davvero solo il pubblico, e per questo il potere pubblico dev’essere liberato dalla criminalità e dalla corruzione. Perché dobbiamo affidargli una nuova politica economica e sociale.
Per me l’alternativa a Monti nasce dalla rottura con le politiche liberiste Europee e con quella economia criminale amministrata dalla Troika internazionale che ha distrutto la Grecia. Dove oggi trionfa l’economia illegale. La questione sociale comanda sulla lotta alla criminalità e non viceversa. Questa è la differenza di fondo tra la lotta alle mafie dei liberali onesti e quella del movimento operaio socialista e comunista. Una differenza ancora più vera oggi, se davvero ci si vuol collocare su un fronte alternativo a tutto il quadro politico liberista dominante.



domenica 30 dicembre 2012

Cambiare si può - Due ragioni alternative -

di Guido Viale da soggettopoliticonuovo 
Due sono le ragioni – per me e per altre decine di amici e compagni che ho incontrato negli ultimi mesi, ma verosimilmente anche per decine di migliaia di persone che si sono entusiasmate e poi spese per proporre e sostenere la presentazione di una lista di cittadinanza radicalmente alternativa all’agenda Monti – che ci hanno portato a questo passo, pur consapevoli del fatto che si trattava e si tratta di una scelta rischiosa.
La prima ragione è che all’interno dei vincoli dell’agenda Monti, accettati dal centro-sinistra, non è praticabile una politica di promozione o di sostegno dell’occupazione e del reddito della maggioranza della popolazione italiana; così come non è praticabile una politica di equità, di lotta al precariato, di reddito di cittadinanza, di difesa e potenziamento del welfare, della scuola e delle università pubbliche, della ricerca e della cultura.
Per non parlare di un programma di conversione ecologica per un effettivo contributo del nostro paese al contenimento sempre più urgente dei mutamenti climatici e una base produttiva e occupazionale sostenibile in mercati e contesti ambientali che presto saranno radicalmente diversi da quelli a cui siamo abituati.
Chi sostiene il contrario, come i firmatari di un appello per il “voto utile” reso noto alcuni giorni fa – tra cui Piero Bevilacqua, Paolo Leon, Mario Tronti e altri – o come Giorgio Airaudo o Giulio Marcon, che si sono aggiunti ai candidati di Sel, dovrebbero spiegare come pensano di promuovere anche solo una parte di quelle misure.
Come pensano di farlo senza mettere radicalmente in discussione non l’euro, non l’Unione europea, non il suo consolidamento, ma un quadro di vincoli che, con il pareggio in bilancio e il fiscal compact, imporrà all’Italia di sottrarre alle entrate fiscali 150 miliardi ogni anno per pagare gli interessi sul debito e i ratei ventennali della sua riduzione. Una modo in realtà c’è, ed è imbrogliare le carte come sta facendo Monti – in questo degno emulo di Berlusconi – il quale ha presentato una “agenda” tuttofare, che comprende riduzione delle tasse, aumento delle retribuzioni, finanziamenti a scuola università e ricerca pubbliche, reddito di cittadinanza (che per lui è «reddito di sopravvivenza»: una bella identificazione tra cittadinanza e sopravvivenza) e persino green economy. Bisognerebbe per lo meno chiedersi come mai in un anno non ha fatto e nemmeno impostato una qualsiasi di queste misure. Anche senza avere ancora a che fare con i tagli imposti dal fiscal compact…
La seconda ragione è che l’unico modo per attenuare il baratro e il disgusto che separano la classe politica – tutta – dai cittadini chiamati al voto è quella di presentare una lista totalmente nuova e alternativa, nel programma ma anche nelle candidature, pur all’interno dei vincoli imposti dalla mostruosa legge elettorale che in un anno di governo né Monti né i partiti che lo sostenevano hanno avuto la voglia o la capacità di cambiare.
Si è fatta molta retorica sulle primarie del centro-sinistra per la premiership e ora di Pd e Sel per una parte delle loro candidature; ma nessuna di queste pratiche restituisce alla cittadinanza e agli elettori che lo desiderano un ruolo attivo di orientamento e di controllo sul programma, o sull’operato dei loro rappresentanti in parlamento, o su quello del futuro governo. Per questo i promotori dell’appello cambiare#sipuò hanno proposto di spendersi per «un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi».
E’ evidente che i tempi a disposizione per la definizione e la presentazione della lista non consentono di portare a fondo questo progetto (ma non lo consentirebbero nemmeno se avessimo avuto a disposizione due mesi in più); ma è anche evidente che il modo in cui si affronta questo problema decide del carattere dell’intero progetto, che potrà essere perfezionato in corso d’opera (mi riferisco a tutto l’arco della prossima legislatura) se ci si atterrà a due regole fondamentali.
La prima è stata enunciata il 21 dicembre scorso da Antonio Ingroia nel prospettare la sua candidatura alla testa di una lista unitaria con le caratteristiche di una lista civica. Cioè, i partiti e le organizzazioni politiche che ne condividono le finalità devono fare «un passo avanti» per offrire al progetto il loro sostegno; poi devono fare «un passo di lato», per consentire che si facciano avanti gli esponenti delle lotte, delle iniziative, dei comitati che sono stati i protagonisti della resistenza e dell’opposizione sociale alle politiche governative degli ultimi anni; e, infine, devono fare «un passo indietro» per non caratterizzare in senso partitico questo tentativo (come è stato fatto invece con gli accordi di vertice che hanno portato al fallimento della lista Arcobaleno nel 2008).
La seconda regola è quella adottata dall’assemblea di cambiare#sipuò della provincia di Milano il 16 dicembre scorso: «L’assemblea ribadisce il valore del tentativo di mettere insieme dal basso, e senza vincoli di appartenenza, un primo insieme di persone, di organizzazioni e di forze che si riconoscono in un progetto comune e si impegna, quale che siano l’esito di questa iniziativa elettorale e i risultati conseguiti dalla lista, a riconvocarsi per consolidare e approfondire questo percorso unitario in vista delle battaglie politiche e sociali che ci attendono nei prossimi mesi e anni. Nel caso che la lista porti in parlamento degli eletti, l’assemblea si impegna ad affrontare insieme a loro le questioni in discussione e a costituire dei comitati di sostegno, composti da persone che abbiano competenze nelle materie trattate, per fornire agli eletti tutta l’assistenza necessaria».
Sappiamo che nel corso di molte delle assemblee convocate in tutta Italia da cambiare#sipuò tra il 14 e il 16 dicembre si sono verificati episodi di aperta e violenta contrapposizione che hanno poi trovato puntuale conferma nella presa in ostaggio della seconda parte dell’assemblea del 22 dicembre al Teatro Quirino di Roma da parte di numerosi membri e dirigenti del Prc. In queste assemblee non era e non è mai stato messo in discussione qualcuno dei punti programmatici, ma solo, in maniera a volte esplicita, a volte sottintesa, la modalità di selezione delle candidature.
Questo clima non ha fortunatamente caratterizzato l’assemblea di Milano, anche grazie al modo in cui ne è stata preparata e condotta la presidenza, alternando rigorosamente interventi di uomini e donne, parlando esclusivamente di politiche e rimandando al “dopo” la discussione sulle regole per la selezione delle candidature. Che l’atmosfera fosse positiva lo ho rilevato in un articolo (il manifesto 19-12) e non capisco che cosa mi rinfaccino i firmatari del comunicato “Cittadinanza attiva siamo anche noi”, pubblicato dal manifesto domenica scorsa. Quel “dopo”, comunque, deve ancora venire; perché grazie all’iniziativa di Antonio Ingroia, tra le organizzazioni politiche che sostengono il progetto di una lista unitaria antiliberista, si sono aggiunti al Prc diversi altri partiti, dall’Idv al PdC, dai Verdi al movimento arancione; e sono emerse come protagoniste del progetto molte organizzazioni i cui esponenti hanno sottoscritto l’appello cambiare#sipuò: non solo di Alba, ma anche della Lista civica nazionale, di Su la testa, di Alternativa e di altre ancora.
E’ evidente quindi che occorre trovare un accordo tra tutti nel rispetto delle regole che ho ricordato. Ma a dirimere molte delle incomprensioni che sono intervenute in questi ultimi giorni possono bastare, secondo me, le risposte a due domande, implicite nella mia precedente affermazione secondo cui cambiare#sipuò non è un taxi per portare in parlamento chi non riesce più ad andarci con le sue sole forze. Innanzitutto: a chi risponderanno del loro operato i parlamentari che verranno eletti nella lista unitaria? Ai partiti di appartenenza, se hanno un’appartenenza, o ai comitati che si sono formati e che si formeranno per sostenerli e accompagnarli nel loro percorso, prima e dopo l’elezione? La prima soluzione è la negazione degli impegni presi aderendo a cambiare#sipuò o a “Io ci sto”. La seconda offre la possibilità di mettere l’esperienza di chi ha già, o ha già avuto, importanti incarichi istituzionali o di direzione politica a disposizione dei nuovi arrivati, e di far loro da tutor: senza ricalcare il modello di una carriera politica precostituita che tanti danni ha già fatto. E poi, in attesa che vengano eliminati, come ci auguriamo, i “rimborsi elettorali” e gli altri emolumenti ingiustificati, che sono una delle cause della degenerazione della politica italiana – per essere sostituiti da forme di sostegno alla comunicazione politica paritarie e sostenute con fondi sottoposti a un pubblico rendiconto – a chi saranno destinate le risorse che “eccedono le esigenze del mantenimento e dello svolgimento del mandato” dei nuovi parlamentari? “Alle finalità che verranno loro indicate da queste assemblee”, come recita la mozione di Milano, o al mantenimento di una struttura partitica già esistente? Sappiamo che molti dei partiti che partecipano a questo progetto si sono retti utilizzando i rimborsi elettorali, in vigore, per quel che sappiamo, fino al 2011 anche per quelli che non erano più in parlamento. E’ stato un elemento di forte disparità nei confronti dei movimenti che si autofinanziano; una disparità che, da ora in poi, andrebbe comunque eliminata.

mercoledì 26 dicembre 2012

Ingroia, come se ci fosse qualcosa di cui giustificarsi

di Matteo Pucciarelli da movimentoarancione.com

Antonio Ingroia si candida e nel farlo deve chiedere pure scusa.

Ovvio: dopo che per decenni abbiamo avuto come leader politici puttanieri, banchieri, ladri conclamati, gente in odore di mafia e burocrati che a 8 anni facevano i discorsi con presente Palmiro Togliatti, appena ti arriva una persona per bene – sulla cui onestà neanche il peggior nemico ha mai osato proferire parola – gli si domanda: «Oh ma sei diventato scemo?».

E allora Ingroia è lì, in balia di conduttori televisivi e commentatori diventati improvvisamente rigorosissimi, a doversi giustificare. Nel Paese delle controriforme, degli assassini che tornano a casa omaggiati dal Capo dello Stato, del pensiero unico dominante per cui dopo un anno di governo Monti tutti gli indici economici sono peggiorati eppure «Monti ha messo a posto i costi», delle grandi opere che vanno fatte per forza ma nessuno ha capito perché, dei grandi manager osannati come eroi e che poi si rifanno sulla pelle degli operai non rispettando le sentenze, ecco in questo Paese un magistrato che ha portato avanti le proprie idee senza girarsi dall’altra parte – le idee della nostra Costituzione – passa per un sovversivo.

Ed è vero, probabilmente: Ingroia è un sovversivo rispetto all’Italia che ci troviamo davanti. Dove la destra è in balia di un vecchio e schizofrenico miliardario, dove il centro è in balia come sempre dei voleri del Vaticano – scusi, ma l’Imu? – e dove la sinistra è in balia dei dettami neoliberisti di Bruxelles, tacciati per impegni irrinunciabili: tagli al welfare e ciao.

L’Italia dei normali invece chiede impegni veri e forti per combattere l’evasione e la corruzione; l’Italia dei normali sa che il 10 per cento della popolazione detiene il 50 per cento della ricchezza e forse accanirsi con pensionati e precarie non è eticamente corretto; non chiede missioni militari ma diritti sociali e civili; l’Italia dei normali pretende il lavoro per tutti, un lavoro dignitoso, e lo pretende giustamente perché è su quello che si fonda la nostra Costituzione.

Per questo, nel Paese del mondo alla rovescia camminare in direzione ostinata e contraria non è un vezzo. È un dovere.

PS. Silvio Berlusconi è stato premier tre volte dopo essersi misurato con il voto, per fortuna e purtroppo. Monti vuol esserlo la seconda volta, e anche questa senza candidarsi. Nel Paese alla rovescia succede, e succede con estrema naturalezza.

da MicroMega del 23-12-2012 


lunedì 24 dicembre 2012

Ingroia, Grillo, Bersani: Il Buono, il Brutto, il Cattivo.

di Franco Cilli
 
La cosa migliore sarebbe stata quella di vedere la nascita di un soggetto unico della società civile, che dentro un unica cornice fosse riuscito a contenere un bestiario variopinto e berciante, ma capace di agire come un sol uomo al momento giusto. Né Grillo né Ingroia che marciano divisi nella speranza di lanciarsi segnali di fumo, ma un unico simbolo di riscossa democratica. Utopia per il momento, ma un dì verrà, è inevitabile, ne va della nostra sopravvivenza. Quando la storia avrà finalmente assolto al suo ruolo catartico e avrà spazzato via personalismi e contenuti privati della relazione, i cui fraseggi hanno l'unico scopo di misurare il proprio ego, anteponendoli all'interesse comune e all'altruismo, allora saremo uniti. Forse. Da parte mia, come tutti gli sciocchi che non conoscono le sottigliezze e i sotterfugi della politica, ho da sempre lottato per l'unità di coloro che hanno a cuore la politica come bene comune. Anche Grillo e i grillini, che ho seguito dagli esordi con curiosità e molti dubbi, mi sembrava potessero fare massa con gli altri. Certo con Grillo ho passato tutte gli stadi del percorso della consapevolezza, dall'interesse, alla valutazione “obiettiva e distaccata”, fino al ripudio, per poi tornare indietro sui miei passi ed approdare finalmente ad una valutazione realistica e più “politica” del suo agire. D'accordo, si dirà le discriminanti esistono: si può non dare valore discriminante a certe frasi razziste del comico genovese, a certe allusioni poco correct nei confronti di certi avversari politici? Si può dare per buono il fatto che riesca a parlare a tutti i segmenti della società, dicendo a ciascuno, leghista o ambientalista o operaio incazzato o giustizialista, ciò che ciascuno si aspetta di sentirsi dire? Non so, ma mi riesce difficile pensare che singole frasi possano rappresentare l'essenza di un movimento così composito e generalmente democratico e che possano avere significati tali da svelarne l'intima natura reazionaria e fascistoide. Grillo il brutto, ma dai grandi numeri, Grillo il re delle folle giustamente indignate e incazzate, protese verso l'ennesimo messia. Con lui Ingroia vuole dialogare e fa bene, è l'atteggiamento saggio e giusto di chi non vuole vivere in una riserva, ma vuole conquistarsi una nazione. Questo è lo spirito giusto, purché sia sincero, o perlomeno abbastanza sincero.
Sono ormai fermamente convinto che quando andrò alle urne avrò dovuto digerire bocconi amari da parte dei miei: ambiguità, democrazia sbandierata e mai realmente praticata, doppiezze togliattiane mai sopite, candidati imposti ecc. Ma lo farò, ingoierò il rospo, no favorirò divisioni e frazionismi, ben sapendo che il mondo non è perfetto e che comunque vadano le cose, il saldo finale sarà positivo, perché dall'altra parte, dalla parte dei Bersani, dei Vendola, dei Monti e dei Berlusconi, la risultante non potrà che essere assolutamente negativa. Non si tratta di differenze in termini quantitativi, ma di una netta separazione delle dimensioni di senso. Qui si che possiamo essere manichei o aristotelici se preferite: chi dice non A quando noi diciamo A per significare bene comune, non può stare nel nostro insieme. Ciò significa che quando Ingroia nomina la parola dialogo dobbiamo consideralo un tradimento? No. Come ho già detto e come mi sembra sia logico supporre, il dialogo in politica è un obbligo, l'alleanza no. E qui sta il punto. Ciò che chiediamo a questo nuovo soggetto arancione è la chiarezza, niente alleanze con chi ha sostenuto l'agenda Monti ed è stato complice del suo massacro. Convergenze con il Pd ce ne potranno anche essere su singoli punti, ma niente alleanze, nessuna omologia, sarebbe contro-natura.

Cambiare si può, si deve, non a prescindere, ma malgrado tutto.

 

martedì 18 dicembre 2012

Fate presto: Gino Strada, Fiorella Mannoia ed altri 70 firmano appello per il quarto polo

da controlacrisi

Le prossime elezioni politiche saranno un momento costituente per la ricostruzione del nostro paese: dalla nuova legislatura - se ci impegneremo tutti - può nascere un'Italia più civile, più onesta, più giusta. Che sostiene il pubblico e non il privato, rifiuta la guerra, combatte davvero la corruzione e l'evasione.
 

Ad aprire questa porta verso il futuro saranno i cittadini e le cittadine: non le banche, non i poteri forti, non le cancellerie europee.
Nelle ultime settimane si è andata formando, per molti versi in modo spontaneo e fuori dagli apparati dei partiti, un'area civica e politica che si ispira alla pagina più bella della storia italiana recente: quella dei referendum vittoriosi sull'acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento; quella dei nuovi sindaci che hanno vinto a sorpresa in tanti comuni piccoli e grandi.
Quest'area civica e politica, che viene oggi chiamata arancione, si è presentata il 1° e il 12 dicembre a Roma, con le assemblee di Cambiare si può e del Movimento Arancione. Ma sta già attraendo decine di migliaia di semplici cittadini così come di attivisti di associazioni, movimenti, sindacati, ma anche militanti di base ed elettori di partiti già esistenti come Sinistra Ecologia e Libertà, Partito democratico, Italia dei Valori, Federazione della sinistra, Verdi, Radicali e altri ancora.
Per questo chiediamo che ci si organizzi rapidamente in un unico progetto di unione civica arancione in vista delle elezioni del 2013.
Per questo chiediamo un atto di grande generosità e di altruismo da parte dei vertici dei partiti più vicini a questo progetto - Italia dei Valori e Rifondazione in testa - perché rinuncino al nome e al simbolo così come alla spartizione delle liste arancioni.
Per questo chiediamo un atto di grande responsabilità ad Antonio Ingroia, a Luigi De Magistris e ai promotori di Cambiare si può perché si impegnino in prima persona e insieme nella definizione dell'unione civica arancione e nella creazione di un comitato elettorale di garanzia per arrivare alle liste delle candidature e dare il via alla campagna elettorale.

Il tempo è poco, bisogna fare presto!

CLAUDIA ADAMI
ISSI ADEMI
ANDREA BAGNI
OLIVIERO BEHA
GIULIANA BELTRAME
VALERIANO CAPPELLO
ALESSANDRO CAPRICCIOLI
CHIARA CANDELA
DANIELA CARAMEL
EGIDIO CASATI
FABRIZIO CATTARUZZA
MICHELE CAVALIERE
SALVO CENTAMORE
GABRIELE CIAPPARELLA
ADRIANO COLAFRANCESCO
BARBARA COLLEVECCHIO
FRANCESCO COLONNA
CRISTINA CUCCINIELLO
EMMANUELE CURTI
MINO DENTIZZI
ARTURO DI CORINTO
FEDERICO DI FAZIO
LUCA D'INNOCENTI
VALENTINA FEULA
JULIA FILINGERI
FRANCESCA FORNARIO
ALESSANDRO GILIOLI
MAURIZIO GIUDICE
CHIARA GIUNTI
PATRIZIA GRANDICELLI
MARCELLO GUERRA
ALEXANDER HILAL BERAKI
ANDREA LECCESE
LOREDANA LIPPERINI
BRUNELLA LOTTERO
MASSIMO MALERBA
FRANZ MANNINO
FIORELLA MANNOIA
MARCELLA MARRARO
GIANFRANCO MASCIA
TERESA MASCIOPINTO
ANTONELLA MONASTRA
CATIA NAFISSI
LUCA NIVARRA
MASO NOTARIANNI
ALDO NOVE
PIERGIORGIO ODIFREDDI
MONI OVADIA
LUIGI PANDOLFI
FRANCESCO PAPETTI
DANIELA PASSERI
PIERGIORGIO PATERLINI
ITALO PATTARINI
VERONICA PASSARO
MATTEO PUCCIARELLI
MARCO QUARANTA
MASSIMO ROSSI
GABRIELLA ROSSI CRESPI
GIACOMO RUSSO SPENA
VALERIA SANFILIPPO
LUCA SAPPINO
ANTONIO SCIOTTO
GUIDO SCORZA
GINO STRADA
GLORIA TEDESCHI
EMANUELE TOSCANO
ELENA TRIMARCHI
ENZA TURRISI
GUIDO VIALE
PASQUALE VIDETTA 


venerdì 14 dicembre 2012

De Magistris: “Quarto polo e Ingroia candidato premier”

Nessuna pregiudiziale contro il centrosinistra, ma per il sindaco di Napoli appare ad oggi difficile trovare un dialogo con questo Pd: “Avanti con una lista arancione composta da cittadini con la schiena dritta”. E domani sarà alla manifestazione di Salvatore Borsellino per ribadire il suo sostegno alla procura di Palermo.

colloquio con Luigi De Magistris di Giacomo Russo Spena da Micromega

“Nessuna pregiudiziale contro il centrosinistra, ma se il Pd continua su questa strada è anni luce lontano da me. Ad oggi immagino un Quarto Polo arancione con Ingroia candidato premier. Una lista nata dal basso composta da persone dalla ‘schiena dritta’, un qualcosa di innovativo capace non solo di scassare ma di costruire perché siamo la maggioranza del Paese”. Per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, è finito il tempo di tifare, “dobbiamo metterci tutti in gioco per un reale cambiamento nel Paese”. E domani sarà in piazza Farnese a Roma per la manifestazione organizzata da Salvatore Borsellino in difesa della procura di Palermo.

Sindaco, partiamo da questo appuntamento. La lista arancione sarà la lista dei pm?Assolutamente no, ci sono magistrati e magistrati. Domani sarò in piazza per difendere la Costituzione e la giustizia e quei pm che si stanno battendo per la verità su una delle stagioni più buie del nostro Paese. Ancora una volta Salvatore Borsellino con le Agende Rosse ha chiamato la parte più impegnata dell’Italia, ha smosso le coscienze democratiche e l’indifferenza di molti. Vorrei immaginare un prossimo Parlamento in cui si farà senatore a vita uno come Borsellino e non Andreotti: sarebbe un bel cambiamento per lo Stato e la politica.

Che ne pensa del ruolo nella vicenda del Presidente Napolitano?Innanzitutto il mio non è un attacco alle istituzioni in generale, la questione è specifica: critico la decisione di sollevare il conflitto di attribuzione nei confronti della procura di Palermo e la sentenza della Corte, che non condivido da un punto di vista giuridico. Dalla strage di Piazza Fontana alle bombe 1992-93 lo Stato è stato attraversato da deviazioni e chi ha responsabilità nelle istituzioni dovrebbe supportare i magistrati che combattono depistaggi e segreti. Aprire loro le varie stanze buie di quei Palazzi dove il compromesso morale rilascia un olezzo insopportabile. Invece si fanno bizantinismi politici. Dobbiamo fare luce. E non si può stare nel mezzo: io sto con la procura di Palermo.

Il 12 dicembre a Roma, in un gremito Teatro Eliseo, Lei ha sancito la nascita del suo movimento arancione. L’ha definito “anarchico” e composto da “sovversivi”. Non le sembra di aver esagerato? Mercoledì scorso c’è stata l’ufficializzazione ma il movimento già esiste da tempo: è quello della primavera dei sindaci, del referendum per l’acqua pubblica, delle piazze di questi ultimi anni. I contenuti sono gli stessi. Ora proviamo a fare un passo ulteriore: organizzare il tutto con grande entusiasmo perché queste battaglie sono condivise dalla maggioranza del Paese. Il movimento sarà orizzontale, senza padroni: in questo senso anarchico. Deve infatti finire l’era del personalismo, veniamo da una stagione dove i partiti sono proprietà privata dei vari Berlusconi, Casini, Fini, Di Pietro. Preferisco ispirarmi, in tal senso, ai liberi pensatori anarchici, come De André. Poi se i pm Di Matteo e Ingroia vengono accusati di essere sovversivi, “rei” di cercare ostinatamente la verità di fronte ad ostacoli e impedimenti… allora anch’io sono sovversivo. Siamo al paradosso: difendere i diritti e lottare per libertà e giustizia è diventato un fatto rivoluzionario!

Ma ci sarà una lista elettorale arancione quindi?Il movimento arancione deve essere un soggetto protagonista nella politica del Paese, al di là della contingenza elettorale. Poi, ovvio, auspico alle prossime elezioni la nascita di una lista di liberazione da cricche, masso-mafie, corrotti dove il faro sia la nostra Costituzione. Nella lista ci devono essere cittadini con la “schiena dritta” che lottano nei propri territori, con una storia. Non per forza nomi noti a livello nazionale. Quelli potrebbero stare nel comitato promotore di sostegno, sul modello della campagna referendaria per l’acqua.

Nel frattempo sta procedendo un altro progetto arancione: quello di Cambiare si può che ha portato centinaia di persone al Teatro Vittoria di Roma il primo dicembre scorso e per domani ha organizzato un centinaio di assemblee pubbliche sui territori per costruire un nuova lista a sinistra. Qual è il rapporto tra i due movimenti? Si parlano o sono concorrenti?Stiamo facendo lo stessa strada, non penso sia proponibile un percorso separato: sarebbe una follia politica. In questa fase bisogna unire ed è un fattore positivo anche la pluralità di iniziative e di luoghi arancioni: uniti nella diversità.

Sì ma rimane il nodo della collocazione politica: mentre Cambiare si può si presenta come Quarto Polo, fuori dal centrosinistra, Lei sembra intenzionato ancora a dialogare con Bersani. Come se ne esce?Dobbiamo rappresentare un’alternativa assolutamente netta, radicale e forte nei contenuti e nelle persone candidate al Sistema che ha governato finora. Fatto sì da Berlusconi ma anche da chi ha sostenuto convintamente Monti e le sue politiche economiche, sul lavoro, sul sociale. Non vedo compromessi politici e morali. Però sarebbe anche sbagliato inserire pregiudiziali contro il centrosinistra, dipende dai contenuti. Non dobbiamo limitarci a fare mera testimonianza o solo protesta ma spostare gli equilibri esistenti affinché non vinca nuovamente Monti.

Quindi nessuna pregiudiziale anti centrosinistra, però quel che ha detto finora come fa a combaciare con il Bersani che ha affermato ieri che, dopo il voto, vuole aprire al Centro e non vuole rintrodurre l’art 18 così com’era? Ad oggi non ho alcun dubbio, soprattutto dopo aver sentito le ultime sortite di Bersani: mi vedo come Quarto Polo. Tra i non-allineati, tra coloro che non hanno sostenuto il montismo. Sono convinto di raggiungere il quorum sia alla Camera che al Senato. Se poi – ipoteticamente – dovesse arrivare nei prossimi giorni dall’area che ha vinto le primarie una proposta di dialogo, noi dovremmo essere pronti ad ascoltare. Ma non credo questo accadrà visto lo scenario che si sta delineando: l’idea malsana di un accordo Bersani premier e Monti al Quirinale. Un’altra ipotesi in campo è una nostra campagna elettorale forte, radicale nei programmi. Per ottenere un ottimo risultato elettorale e solo successivamente al voto provare a dialogare col centrosinistra per spostarlo verso politiche antiliberiste e in difesa della Costituzione.

Altra ipotesi Sindaco. Bersani, i primi di gennaio, la invita a sedersi al tavolo delle trattative. Quali sono i tre capisaldi principali che porta sul tavolo di confronto? Sono talmente tanti che bisognerebbe avere molte cartelle a disposizione. E’ necessario cambiare completamente: eliminare le leggi ad personam, il segreto di Stato dai delitti mafiosi, attuare diritti civili nel Paese, cambiare politiche economiche, il Fiscal Compact, il pareggio di bilancio, la riforma del lavoro etc… Bisognerebbe tornare alla sinistra di Berlinguer, a quel punto sì che mi siedo al tavolo delle trattative.

Va bene ho capito, sarà Quarto Polo.Ti ho risposto in maniera sincera alla domanda (e ride).

Antonio Ingroia sarà della partita arancione?
Mi auguro di sì. Lui candidato premier sarebbe un grande segnale di discontinuità, un elemento di rottura e di costruzione nello stesso tempo.

Nella lista arancione ci saranno anche i partiti come Rifondazione, Verdi e Idv?Certo, ma mi auguro che la lista sia composta da persone della società civile: volti nuovi quindi candidature innovative. I partiti non allineati con Monti spero abbiano l’intelligenza di fare un passo laterale e in avanti rinunciando al proprio simbolo e alla loro storia – formale non valoriale – sostenendo candidature forti e limpide sulla questione morale.

Quindi no alla candidatura di Ferrero e di Di Pietro? A me interessa che appoggino l’operazione della lista arancione poi non ho specifiche pregiudiziali contro qualcuno. Preferirei che facessero come me che rimango a fare il sindaco: un passo indietro per far largo alla società civile e a quei militanti di partito meno conosciuti ma bravi e da valorizzare. L’apertura ad un cambiamento anche nel ceto politico sarebbe un bel segnale.