Visualizzazione post con etichetta Revelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Revelli. Mostra tutti i post

sabato 27 febbraio 2016

W Marx, W Lenin, W Revelli. Un passo di lato e due indietro

Della opportunità di uscire dall'euro si è detto scritto e riscritto fino allo sfinimento, adesso chi vuol capire capisca. Delle affabulazioni sull'Europa, mito moderno e ultima spiaggia degli irriducibili dell'ontologia antimetafisica, ma non per questo coi piedi per terra, si è pure detto e scritto tanto, che mi viene la nausea. Il solo pensare che basti immaginare un teatro di conflitto e imbastire storie romantiche sugli ultimi che scalzano la strega Merkel e la serva BCE, per far si che questa diventi una narrazione minimamente realistica, è da deficenti. 
Cosa altro c'è da dire se non che la logica e il buon senso è l'ultima inesplorata frontiera che ci rimane.
Ci fossero un Lenin o un Marx invece di un Revelli o un Frantoianni, avrebbero già capito da un pezzo che occorrono non due, ma tre passi indietro. Avrebbero capito che considerare l'Europa il baricentro politico di una politica progressiva, quando questa appare come un diposistivo impenetrabile e congegnato unicamente per far funzionare il liberismo, favorendo alcuni paesi a scapito di altri, è da pazzi. Olte tutto avrebbero colto la vaghezza e l'incostintenza di una proposta politica che più vaga e fumosa non si può, fatta di proclami, appelli, del "vogliamo un'Europa che..." del "sintonizzare i sentimenti", delle "nuove narrazioni" ecc ecc. Avrebbero capito che riaffermare la sovranità di uno stato per poter riaffermare allo stesso tempo diritti e redditi, non è una sconfita, o far tornare indietro le lancette della storia, ma una tappa obbligata per poter davvero scrivere un nuovo capitolo. Se la sinistra avesse spiegato quello che era già chiaro 40 anni fa e cioè che l'Europa era una trappola congegnata dalle oligarchie per affermare il libero mercato e comprimere i diritti dei lavoratori, studiando sodo la maniera di uscirne, e spiegando la convenienza ai lavoratori ed anche alle piccole imprese e a quella parte del capitalismo più illuminato (ammesso che ne esista uno), a quest'ora avremmo un obiettivo chiaro e un'arma potente da puntare contro queste infami oligarchie europee. 
Cari compagni, se persino Napolitano, l'ex compagno Napolitano aveva capito cosa stava succedendo, e ci metteva in guardia contro la moneta unica in un suo discorso al parlamento, perché voi avete perseverato nell'ignoranza e nell'ideologia? Sapevate cosa comportava Maastricht e nonostante tutto avete continuato ad alimentare l'idea di un Europa che con quella di Ventotene c'entrava ben poco. Possibile che l'ideologia vi abbia, ci abbia appannato la mente così tanto? Ce  la siamo presa con i compagni comunisti greci perché, forse a torto, osteggiavano Tsipras, ma non pensate adesso che magari un po' di ragione ce l'avessero pure loro? 
Parliamo di piani B. Ben vengano, ma dovete convincere prima di tutti  voi stessi e e poi tutti noi che possano costituire materia di un programma chiaro e condivisibile. Per avere l'entusiamo necessario a portarlo avanti dobbiamo crederci. 
Per adesso rimango convinto che occorra far un passo di lato e due indietro.

sabato 25 maggio 2013

Dalla protesta alla proposta, l'alternativa democratica


di Daniela Passeri
 

Se la fiducia degli italiani nei partiti politici è arrivata alla soglia minima dell'1,5% (Rapporto Istat 2013), dopo il tradimento del voto delle politiche, come si andrà a votare negli oltre 700 comuni che rinnovano sindaco e consiglio comunale domenica 26 e lunedì 27? Con il naso turato, le dita incrociate, in punta di piedi, a occhi chiusi? E soprattutto, quanti andranno a votare?
Alle amministrative l'offerta sfugge agli schemi della cosiddetta pacificazione nazionale del patto transgenico PD-PDL e al monopolio del voto di protesta firmato M5S. Qui la politica, nel senso più autentico di governo della polis, ritrova i suoi connotati più veri. Che, a dispetto della pacificazione, oggi sono di frantumazione, deflagrazione dell'offerta politica nella quale possiamo però scorgere una discreta vitalità.
Il metro e mezzo di scheda-lenzuolo che i romani si porteranno in cabina elettorale (45 liste, 19 candidati, tutti uomini) basta a descrivere questa polverizzazione. Ma come orientarsi nella selva di liste di cittadinanza che in questa primavera piovosa sono sorte come funghi all'ombra dei campanili?
Come discernere tra le macerie fumanti dei partiti che si scompongono in varie affiliazioni nel tentativo di ricomporsi nei ballottaggi, e le espressioni più genuine di quei cittadini che si sono rimboccati le maniche e sporcati le mani nelle strade, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, per dire molti no, ma soprattutto per proporre un modello di sviluppo del territorio più sostenibile (piccole opere diffuse a maggiore intensità di lavoro al posto di grandi opere inutili e imposte; riqualificazione energetica degli edifici, politiche di rifiuti zero, etc); per proporre modelli di gestione dei servizi pubblici diversi da quelli privatistici dove anche i rappresentanti dei lavoratori e delle associazioni siedono nei consigli di amministrazione; per proporre la valorizzazione dei beni comuni, cioè delle risorse di una comunità e sottrarli alla dittatura del privato; per proporre un modello di uguaglianza che affermi diritti civili irrinunciabili (ius soli, unioni civili); per proporre il riscatto del lavoro svilito, sfruttato e ricattato con la riformulazione di un'idea di impresa con una visione più ampia di quella del profitto; per proporre e rendere possibile una maggiore partecipazione dei cittadini alla politica e creare un sistema che veda i cittadini affiancare i propri rappresentanti, continuare con loro il dialogo dopo aver apposto una croce su un simbolo; per proporre la difesa della scuola pubblica e laica, come la mobilitazione che ha portato al referendum di Bologna di domenica.
Dunque, è nella capacità di proposta, oltre che di protesta, che troviamo una bussola. Un altro indicatore è poi la capacità di fare rete con altre realtà, di rendere queste proposte tanto più credibili quanto sono replicabili. Sfuggire dunque alla tentazione dell'autosufficienza allargando l'orizzonte ad uno scambio di pratiche, esperienze e proposte che si rafforzano a vicenda.
Un'esperienza in questo senso, un laboratorio significativo, è quello delle liste di cittadinanza, diverse di loro unite nella “Rete dei Comuni Solidali” (la lista “Repubblica Romana” a Roma che candida a sindaco Sandro Medici; “Una città in comune” a Pisa che candida Ciccio Auletta; “Sinistra per Siena” per Laura Vigni; “Brescia solidale e libertaria” per Giovanna Giacopini; “ABC: Ancona Bene Comune” per Stefano Crispiani; “Cambiamo Messina dal basso” per Renato Accorinti.
A queste liste è affidato un passo piccolo ma importante su una strada difficile ma irrinunciabile: essere e mostrare che esiste un’alternativa alla riproposizione di una prospettiva ormai non più in campo quale quella di condizionare “in qualche modo” il PD.
Sono candidati sindaci, liste ed esperienze che costruiscono un’alternativa legata dal filo rosso della democrazia radicale, come scriviamo noi di ALBA con Marco Revelli, lontano da Bisanzio e “fuori dalle mura” di quello che fu il centro-sinistra.
L'intento è quello di proseguire il dialogo anche dopo le elezioni, dagli scranni dei consigli comunali e ancora e sempre nelle piazze e nelle strade come nei luoghi di lavoro. A declinare e testimoniare un sistema di valori comuni là dove invece le liste effimere della mera tattica elettorale scompariranno.
Dietro le liste autentiche di cittadinanza attiva – altro indicatore importante - c'è un elemento soggettivo che non viene mai abbastanza sottolineato che è la passione per la politica che crea e trasforma i legami personali; c'è la condivisione della fatica di giornate passate a volantinare, fotocopiare, scrivere, intensificare il tam tam del social network anche (ma non solo) per uscire dall'oscuramento mediatico e supplire alla carenza di mezzi economici che le liste di cittadinanza, quelle vere, per scelta non posseggono. 


mercoledì 6 febbraio 2013

Revelli: “Voterò Ingroia ma si è persa l’occasione per rinnovare”


Intervista a Marco Revelli di Giacomo Russo Spena da Micromega
“Alla fine voterò Rivoluzione Civile. Spero superi il quorum del 4 per cento, sarebbe grave una tale dispersione, e che elegga alla Camera 20 esponenti di cui 10 significativi di un impegno sociale. Persone che non appartengono al ceto dei professionisti della politica”. Il sociologo Marco Revelli ha pochi dubbi su chi sosterrà il 24 e 25 febbraio ma, nello stesso momento, è consapevole che la lista di Ingroia “è un’occasione persa per parlare ad un pubblico più ampio del recinto della sinistra radicale, non è all’altezza della sfida e non rappresenta quella nuova politica di cui ci sarebbe bisogno”.
Lei è stato tra i promotori dell’appello di “Cambiare si può”. Che progetto avevate in testa?
Siamo partiti da un semplice appello che chiedeva discontinuità in contenuti e metodo. Dopo un ventennio di berlusconismo e un centrosinistra incapace di fare opposizione, partivamo dalla sensazione del fallimento della politica italiana. In tal senso la vicenda Monti, nel novembre 2011, è stata emblematica: la politica si è messa da parte per far largo ai tecnici. Il Parlamento si è spogliato delle sue funzioni, Napolitano ha assunto il ruolo di un sovrano, il potere politico si è suicidato, in soldoni abbiamo assistito ad un’eutanasia istituzionale. Volevamo ripartire da qui, provare a ricostruire un rapporto tra la società e le istituzioni, tra rappresentanti e rappresentati, in una fase di decadenza del sistema partitico. Qualcosa di nuovo, nato dal basso, dalla cosiddetta società civile, per parlare a tutti, non solo alla sinistra-sinistra. Esiste una parte amplissima di elettorato disorientato, spaventato e disgustato a cui pensavamo poter dare un’alternativa non solo di programmi ma di metodo: nuovi criteri di selezione dei candidati e ferrea separazione tra politica e denaro. Le stesse primarie del centrosinistra sono state più un’operazione di marketing che una reale riconquista della fiducia dei cittadini. Noi – col nostro appello – siamo riusciti a mobilitare, per parafrasare Hannah Arendt ho visto “felicità pubblica”. Il piacere di molti di partecipare ad un’impresa comune.
Ma un certo punto, come “Cambiare si può”, vi siete relazionati con Antonio Ingroia ed è naufragato tutto nel momento della composizione delle liste. Hanno vinto le logiche di partito? Ingroia l’ha delusa?
Ho massima stima per la sua persona: come magistrato non si discute. E anche la personalizzazione della lista è più subita che voluta da Ingroia stesso. Come altri avrei preferito un gruppo, una gestione collegiale in base alle rispettive competenze: penso ad esempio a personalità come Gallino, il quale non ha mai nascosto la necessità di occuparsi in primis delle istanze sociali. O alle grandi personalità esperte di beni comuni e all’attenzione dei territori. Noi ad un certo punto abbiamo fallito per nostra inadeguatezza e ingenuità: abbiamo sottovalutato il peso degli apparati e i richiami identitari di partiti, seppur piccoli. Oltre al non presentare i propri simboli avremmo gradito un passo indietro dei loro leader, non è stato possibile. Non sono contro i professionisti della politica né per lo scontro tra partiti e società civile, credo debbano camminare insieme ma ritengo – in questa fase – un errore non aver dato peso alle personalità impegnate nel sociale, la politica tradizionale doveva fare un passo indietro.
Quindi malgrado non sia la “sua” lista, comunque voterà Rivoluzione Civile. Alcuni dentro “Cambiare si può” non la pensano così, come Gallino che ha espresso proprio su MicroMega preferenza per Sel. Non avete fatto una discussione interna e preso una posizione comune?
Chiuso il percorso di “Cambiare si può” ognuno ha preso la sua scelta. Mi sforzo di praticare stili diversi della politica consueta, evitando schemi autoreferenziali e risse a sinistra, non mi scandalizza Gallino che vota Sel, per l’attenzione al programma economico e tra l’altro a Torino ha come candidato Giorgio Airaudo della Fiom. Personalmente, ritengo quella di Vendola una scelta suicida: Sel doveva stare nell’area di ricostruzione di un’alternativa, è diventata invece un’appendice del Pd siglando e sottoscrivendo la Carta d’Intenti. Temo nel Parlamento si troverà in grandissima difficoltà, soprattutto nel nuovo Senato chiamato a prendere decisioni terribili e con l’asse Monti-Pd che sarà il baricentro di tutto.
Voterà Rivoluzione Civile anche al Senato? Non crede sia giusto un “voto utile” per arginare un Berlusconi in rimonta?
Non sottovaluto il pericolo ed ho il terrore di B. e del suo meccanismo distruttivo. Un avventuriero spregiudicato che con il solo annuncio sull’Imu – “sparata” che gli serve per guadagnare un punto percentuale nei consensi – costa una quarantina di punti di spread, ovvero 4-5 milioni di euro di interessi sul debito pubblico che dovremmo pagare noi cittadini. Quindi, siamo chiaramente davanti alla follia di un uomo. Con la gente che lo appoggia ancora malgrado i disastri e i fallimenti commessi in passato. Pur avendo paura del Cavaliere trovo sbagliato il concetto del voto utile: un concetto offensivo e antidemocratico. Al contrario, bisognerebbe tessere l’elogio del voto inutile: atto di piena libertà. E comunque in soldoni lo scenario sarà alla Camera maggioranza del centrosinistra e al Senato una convergenza tra Pd e Monti.
Ultima domanda. Fine 2011, Lei – preoccupato dal default – ritiene Monti un male necessario per risollevare le sorti del Paese. Parla di “baciare il rospo”. Si è pentito?
Assolutamente no. Non si poteva andare al voto e Monti rappresentava l’unica soluzione possibile per riorganizzare le forze in campo: avevamo tanto tempo per dare alle sinistre la possibilità di costruire un’alternativa. Invece si è deciso o la sottomissione ai tecnici o le guerre fratricide. Il Monti politico, di ora, che avanza con l’idea di una democrazia cristiana post-tecnocratica mi piace ancora meno del semplice tecnico.

sabato 26 novembre 2011

Marco Revelli: Italia a rischio Weimar

di Marco Revelli da left
«Il pericolo è che da un lato il Pd si sdrai sulle posizioni del governo e che dall’altro una parte della  sinistra si sciolga in uno sterile neopopulismo anticapitalistico. Sarebbe una tragedia. Eppure il governo Monti è il male minore».
L’analisi è di Marco Revelli, storico e sociologo torinese, attento e partecipe osservatore dei  movimenti della politica e della società sotto il giogo berlusconiano. Qualche giorno fa il suo commento sul Manifesto dal titolo “Bacio il rospo”, in cui affermava senza mezzi termini di aver fatto il tifo per Monti, ha suscitato un vivace dibattito. Cosa accadrà alla sinistra da qui alla fine della legislatura? Il Governo dei tecnici sarà l’ultimo colpo fatale?
Professor Revelli cominciamo dal governo Monti: qual è il suo giudizio dopo la presentazione del programma? Continuo a sperare che la situazione non precipiti e sono convinto che questo Governo è una  condizione necessaria – non so se sufficiente – perché questo non avvenga. Non vedo altre alternative. E quando dico “altre alternative” non intendo quello che piacerebbe a me. Questo è importante perché invece molti commentatori fanno una sovrapposizine tra ciò che si vorrebbe e ciò che si può fare. Anch’io avrei preferito che se ne andasse Berlusconi, che si facesse una bella campagna elettorale da cui uscisse vincente il centrosinistra, o meglio ancora che la sinistra prendesse il 70 per cento. Mi sarebbe piaciuto tantissimo. Ma non sta nel piano di realtà.
Cosa vede dunque a sinistra? Vedo, e questo mi genera una rabbia profonda, una “sinistra sinistra” – quella radicale, che faceva capo a Rifondazione – che negli ultimi anni ha giocato a devastare se stessa con una serie impressionante di scissioni dimostrando stupidità politica perché questo significa mettersi fuori gioco in un momento di crisi profonda. Insomma, vedo pochissimo pensiero e molta riproposizione di schemi falliti, bandierine agitate per affermare la propria identità e non delle soluzioni. Per questo considero Monti il male minore. Non certo il bene.
Quando parla di piano della realtà, cosa significa? Che la politica come è stata fatta finora è fallita? Sicuramente sì. Dietro questa svolta c’è il fallimento della politica, intesa anche come dimensione, quella che i filosofi chiamano il Politico. Sette anni fa scrissi un libro dal titolo La politica perduta, ora ne vedo una conferma. Il fatto che il Parlamento abbia dovuto fare quello che eufemisticamente si chiama un passo indietro e che il Governo sia stato affidato a un gruppo di tecnici che, ripeto, è l’unica soluzione praticabile oggi, è il segno di questa sconfitta: il fallimento della forma partito e del partito come soggetto che ha come sede naturale il Parlamento all’interno del quale definire le scelte. Questo meccanismo è saltato, i partiti si sono rivelati contenitori vuoti e incapaci di generare in tempi utili una soluzione. Aggiungerei a nostra infamia nazionale che questo impresentabile governo Berlusconi è caduto prevalentemente per ragioni esogene. È vero che era cominciato a finire ben prima, il 14 dicembre, poi c’è stato il 13 febbraio con il movimento di “Se non ora quando”, le amministratve e il referendum: un lungo processo di secessione del Paese dai suoi governanti. Però è indubbio che il colpo di grazia gliel’ha dato lo spread.
Come vede il più grande partito d’opposizione, il Pd? Supposto che la squadra di tecnocrati guidata da Monti ci faccia guadagnare un po’ di tempo, questo dovrebbe essere considerato da tutta la sinistra una “grazia  ricevuta”. Potrebbe rappresentare una possibilità di riconfigurare il proprio cervello e la propria azione a livello delle sfide del tempo. Questo sarebbe auspicabile in primo luogo ponendosi in ascolto. Perché c’è un popolo di sinistra che ha parlato in tutti questi anni e che nessuno ha ascoltato, sono stati i 27 milioni di italiani che hanno votato al referendum per i beni comuni, oppure quelli che hanno lottato contro la Tav in Val di Susa, quelli che hanno votato per Pisapia e De Magistris, candidati non scelti dagli apparati. Se sapranno ascoltarlo, c’è qualche speranza. Io però sono un pessimista.
Perché? In particolare ho il terrore di due cose. Una è che il Pd si faccia influenzare verso l’alto, identificandosi con la politica di governo invece di utilizzare il tempo guadagnato per ridefinire una propria cultura. E poi temo che un pezzo di sinistra vada a finire nel populismo dei complotti, della congiura massonico, plutocratica, globale, eccetera. Se si confrontassero un’élite tecnocratica da una parte e un tumulto di populismi confusi e carichi di risentimento, dall’altra, sarebbe davvero Weimar.
Bersani alla Camera ha pronunciato un discorso in cui parlava dell’«orgoglio delle proprie idee». Bersani ha un compito improbo e ha davvero la mia simpatia. Deve tenere insieme tendenze anche centrifughe spaventose. Ma non giudicherei dai discorsi di maniera di questi giorni, invece monitorerei con molta attenzione quello che succederà a breve. Il rischio della decomposizione è grande: il Pdl senza più il magnete della leadership di Berlusconi potrebbe esplodere in molti frammenti centrifughi, perché è un agglomerato forte di interessi e di affari che tenderanno ad andare a giocare ognuno la propria  partita. Ma il rischio è anche simmetrico: nel Pd le identità che lo compongono non hanno un cemento solido e quindi è grande che il rischio che il vuoto che il Parlamento ha mostrato in questo anno diventi un dato permanente nel nostro sistema politico.
In questo contesto quanto pesa l’intervento della Chiesa? Nel vuoto della politica la Chiesa ha sempre fatto irruzione. Quanto più si fa rarefatta la sfera pubblica per assenza di soggetti credibili – i partiti in questo caso -, tanto più la Chiesa esce dal suo ruolo di magistero e assume una veste direttamente politica. Qui non si tratta del magistero morale ma del perseguimento dei propri interessi temporali: dall’Ici sul patrimonio immobiliare alla scuola privata, o alla bioetica. Su questo passeranno all’incasso.
Nel governo Monti sono stati nominati tre ministri donne in incarichi importanti. C’è qualcosa di nuovo? Vedo qualcosa di radicalmente nuovo rispetto al più immediato passato. Qui il merito e la competenza accedono ai posti di responsabilità, e devo dire che c’è stato un ruolo formidabile delle donne in questo ultimo anno. Inoltre, questo punto di vista femminile che privilegia per certi versi competenza e cura rispetto alla competitività e muscolarità della politica può essere un’uscita di sicurezza dal labirinto in cui ci siamo cacciati.