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mercoledì 6 marzo 2013

Il governo che verrà e la sfida alla dittatura della Troika

di Giorgio Cremaschi da MicroMega

Tutto il mondo politico italiano rappresentato nel nuovo parlamento, compreso il Movimento 5 Stelle, vive in una nuvola lontana anni luce dalle drammatiche scadenze della crisi economica e dai vincoli europei.
Pare che tutte le principali forze abbiano dimenticato le politiche di austerità che ci hanno portato ai confini della catastrofe sociale in cui già è sprofondata la Grecia e in cui stanno scivolando Portogallo e Spagna, in un terribile contagio destinato ad estendersi.
Così si ignora che il prossimo governo, ammesso che se ne faccia uno, ha già i compiti e le decisioni assegnate dagli impegni assunti dal governo Monti e approvati quasi alla unanimità dal precedente parlamento. Questi impegni sono stati furbescamente ignorati in una campagna elettorale concentrata sul ruolo dei partiti. La crisi economica è diventata così quasi una derivata della crisi di questi ultimi. Troppo facile, purtroppo.
Già alla fine di aprile i vincoli del pareggio di bilancio in Costituzione, che nessuna delle attuali forze parlamentari ha messo in discussione, faranno sentire il loro carico devastante. Quei vincoli fanno parte dell’insieme di servitù economiche contenute nel fiscal compact europeo, da noi sottoscritto nel totale vuoto di informazione della opinione pubblica.
Quel patto ci impegna a venti anni di politiche di austerità, tagli sociali, controriforme, per dimezzare il debito pubblico e pagarne i lauti interessi al sistema finanziario. E le autorità europee da questa primavera avranno il potere di controllo sulle nostre decisioni, mentre dall’autunno potranno addirittura correggere il nostro bilancio, se non sufficientemente austero e rigoroso, esautorando il parlamento.
Questo è scritto nella sequela di patti che hanno commissariato il nostro paese e sottoposto tutto il continente al governo autoritario della Troika formata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Europea, Commissione Europea.
La Troika si è macchiata dei più infami crimini economici in Grecia e ora sta preparando la stessa ricetta per Cipro, mentre somministra una diversa dose della stessa medicina a Portogallo e a Spagna e mette noi sotto osservazione, preparando l’intervento.
Questo mentre tutte le forze parlamentari parlano di altro e soprattutto mentre i cittadini italiani continuano a non sapere che la loro democrazia è commissariata, che le decisioni più importanti sono già prese chiunque governi.
In tutta Europa il confronto politico principale avviene attorno alle politiche di austerità, e per fortuna cresce nelle opinioni pubbliche il rifiuto verso di esse. Quello che qui viene presentato da tutto il palazzo come un dato naturale non contestabile, altrove è il principale oggetto del confronto e dello scontro.
Chi l’ha detto che si deve continuare a morire per il debito? Dove è scritto che bisogna cancellare l’Europa civile e sociale per far quadrare i conti della finanza, così come vogliono le banche tedesche e i vari Marchionne sparsi per il continente?
Le politiche di austerità sono il nemico principale della democrazia in Italia ed in Europa. La lotta alla corruzione politica e ai privilegi di casta, per quanto essi siano intollerabili, è solo una piccola parte della lotta alle ingiustizie sociali. Le grandi banche e la grande finanza in un solo minuto possono depredarci ben più di quanto possa fare la più corrotta delle caste politiche in una intera legislatura.
Sabato scorso un milione e mezzo di persone è sceso in piazza in Portogallo con un semplice ed inequivocabile appello: “Que se lixe a Troika”, che si fotta la Troika.
Nella Svizzera delle banche i cittadini hanno deciso con un referendum di mettere un tetto ai super bonus dei manager. In tutta Europa si diffonde uno spirito antiliberista e anticapitalista.
Noi non siamo ancora a questo, tutto il nostro conflitto politico sembra ridotto alla questione del potere dei partiti, non al potere della Troika o delle multinazionali.
Ma anche se mascherato e depistato, il rifiuto delle politiche di austerità è alla base dello sconquasso delle elezioni. E siccome la crisi economica continuerà ad aggravarsi e i vincoli europei saranno sempre più insopportabili, ben presto lo spirito della rivolta sociale che percorre il nostro continente si manifesterà senza mediazioni anche da noi.
La democrazia italiana che oggi ci pare bloccata si rimetterà in moto quando sarà sottoposta al conflitto tra le scelte vere da compiere. Il confuso e ambiguo quadro attuale si chiarirà nei suoi contorni e nelle sue alternative quando l’urlo “si fotta la Troika” si alzerà anche dalle nostre piazze.

domenica 10 febbraio 2013

La politica, merce fittizia


di Tonino Perna da soggettopoliticonuovo

Karl Polanyi , nel noto saggio «La grande trasformazione» spiegava l’avvento del mercato autoregolato come il frutto di una trasformazione in merce di tre fattori: il lavoro, la terra e la moneta. Nessuno dei tre, diceva Polanyi, è stato prodotto dall’uomo: «il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa la quale a sua volta non è prodotta per essere venduta(…) la terra è soltanto un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto». Per questo Polanyi parla di merci-fittizie, vale a dire di una finzione che ha reso merce ciò che non lo è, con conseguenze disastrose per la società e per gli ecosistemi.
Se fosse vissuto fino ai nostri giorni, credo che Polanyi avrebbe aggiunto «la politica» come merce-fittizia, in quanto il processo di mercificazione l’ha pienamente raggiunta ed inglobata. In Italia, questo fenomeno è più chiaro che in altri paesi, in quanto il processo di disgregazione/disfacimento dei partiti è in stato più avanzato. D’altronde, pochi lo sanno, ma noi siano stati un paese «laboratorio politico» per secoli, da cui sono pervenuti grandi contributi teorici, da Macchiavelli a Gramsci, ancora studiati in tante Università straniere.
Ma, è soprattutto, nel XX° secolo che l’Italia è emersa come avanguardia/laboratorio politico, nel bene e nel male. In Italia è stato «inventato» il fascismo, una forma moderna di dittatura che coniuga il nazionalismo con istanze sociali e che è stato ripreso dal nazifascismo di Hitler (che in una nota lettera riconosceva a Mussolini di averlo ispirato), e da alcune varianti: da Peron in Argentina, da Franco in Spagna e Salazar in Portogallo. Negli anni ’90 è arrivato il Berlusconismo, una forma politica nuova che nasce in concomitanza dello strapotere assunto dai mass media, in particolare la Tv. Anche questa forma politica è stata imitata da diversi paesi, dal Perù all’Indonesia, dove attraverso il controllo dei principali media leader politici sono arrivati al governo.
Infine, negli ultimi anni è nato il Grillismo, un movimento politico che usa per la prima volta internet/la rete in maniera «sostanziale» per dare a tutti l’impressione di contare e di partecipare direttamente alle scelte politiche, con una spiccata componente moralizzatrice ed una forte domanda di «democrazia diretta». Questo fenomeno sembra rispondere meglio di qualunque altro alla crisi verticale dei partiti, ma risponde ancora meglio – come ha ben messo in luce Giuliano Santoro nel suo saggio Un Grillo qualunque – alla evoluzione della società dello spettacolo, di cui parlava Guy Debord già negli anni ’70. Il Grillismo, detto anche Movimento 5 Stelle, che molti davano per effimero, si sta rivelando molto più radicato e convincente nell’era del «mercato elettorale», anche grazie all’innovazione efficacemente introdotta da Grillo: allo strumento postmoderno dei social network ha associato uno strumento antico come i comizi in piazza. Trovata geniale, come quella operata dalla Fiat quando lanciò la nuova 500, un mix di passato «nella forma» e futuro «nella tecnologia», o quella dei biscotti del Mulino Bianco che ti danno un’idea di naturalezza del prodotto insieme all’efficienza di una fabbrica moderna.
Questo è il dato assolutamente inedito della politica in tutti i paesi a capitalismo maturo, ovvero dove il processo di mercificazione ha inglobato tutto l’esistente, dalle relazioni sociali, agli affetti, al nostro rapporto con la Natura. Non c’è più la «Politica», intesa come lotta tra diverse visioni del mondo, tra diversi valori e ideologie, ma c’è il mercato elettorale, che è un segmento all’interno del più vasto ed onnicomprensivo «mercato mondiale». Nel «mercato elettorale» conta la novità dell’offerta- non a caso tutti si proclamano a favore del «Nuovo» – la forza del brand che si identifica con il capo, la capacità di suscitare emozioni nei consumatori/elettori attraverso slogan efficaci.
Le strategie messe in campo dalle forze/imprese politiche sono identiche a quelle che si usano per il lancio di un nuovo prodotto o per fidelizzare i consumatori rispetto ad un prodotto già presente sul mercato. I sondaggi, che in maniera ossessiva stanno accompagnando questa campagna elettorale, dimostrano come le preferenze degli elettori/consumatori seguano il trend dell’esposizione mediatica del leader di turno, la sua capacità di suscitare immagini accattivanti, di conquistare la simpatia degli utenti. Non importa se per esempio il Cavaliere le spara grosse – come i quattro milioni di posti di lavoro – oppure Grillo prometta un salario di cittadinanza con i risparmi dei costi della rappresentanza politica, e fa l’esempio della Sicilia dove i dodici consiglieri regionali M5S hanno rinunciato a circa 10.000 euro dei loro emolumenti per alimentare un fondo di microcredito (cosa c’entra con il «salario di cittadinanza» per milioni di disoccupati/inoccupati ?!). Anche un nuovo profumo viene pubblicizzato facendoti immaginare che puoi conquistare una donna/uomo bellissima/o, oppure una nuova auto che ti fa attraversare il polo nord.
Non è dunque un caso se nel nostro paese, che continua ad essere un’avanguardia/laboratorio politico, i comici fanno politica (e non solo Grillo), ed i politici fanno i comici (e non solo il Cavaliere). Certo, non tutti hanno gli stessi talenti. Il povero Fini, con i suoi ragionamenti articolati in buon italiano, è completamente fuori mercato, sembra un politico di un altro secolo. Il Professor Monti, invece, è diventato patetico da quando tenta di fare il simpatico, va in Tv in trasmissioni da avanspettacolo, tentando di uscire dal ruolo di statista, grigio e rigoroso, che gli era stato dato. Anche lui ha fondato un «partito personale», come hanno fatto negli ultimi venti anni nell’ordine: Berlusconi, Di Pietro, Casini, Fini, Vendola, e per ultimo Oscar Giannino. Su questo piano l’ultimo partito, insieme alla Lega Nord, che rimane sul campo politico è il Pd, ed ha sicuramente ragione Bersani a dire che i «partiti personali» sono il cancro della democrazia. Solo che scambia gli effetti con la causa che, come abbiamo ricordato, è legata al processo di mercificazione globale che ha ridotto anche la politica a merce, e l’elezioni politiche ad un mercato come gli altri.
Certo, non possiamo pensare che si possa tornare al secolo scorso, prima degli anni ’90, quando la gente votava «per la croce», per «falce e martello» o per la «fiamma tricolore», e non solo per la faccia e la simpatia riscossa dal leader di turno. Forse, bisognerebbe dare più valore e forza alle autonomie comunali, uno dei pochi luoghi che ha resistito a questa deriva mercatistica della politica, uno dei pochi luoghi dove ancora contano passioni e programmi, capacità di coinvolgimento e mobilitazione sociale, e non solo l’invenzione di un nuovo brand. Sicuramente, al di là dell’abolizione del Porcellum, la peggiore legge elettorale d’Europa, c’è da ripensare a come la Politica possa ritornare sulla scena e le elezioni possano avere più senso che vendere una nuova auto, computer o tablet.


Fonte: il Manifesto del 10/02/2013

 

Monti forever? L’antidoto c’è…si chiama Ingroia.

di Fabio Marcelli da ilfattoquotidiano


A due settimane dal voto il popolo italiano sembra essere precipitato nel peggiore degli incubi. Nonostante anni di sacrifici (tanti) e di lotte (insufficienti) pare che la scelta sia fra un ritorno di Berlusconi che con le sue false promesse parrebbe far breccia nel cuore degli Italiani o, nella migliore degli ipotesi, una riconferma del tristo mietitore portavoce della finanza Monti.
Si tratta in realtà di due ipotesi che si rafforzano a vicenda. Se è infatti impossibile che Berlusconi prenda la maggioranza, il suo recupero gli consentirà di esercitare un potere di ricatto che renderà inevitabile il ritorno di Monti con appoggio bipartisan.
Va detto però chi è il responsabile di questa morsa nella quale siamo finiti. Si tratta di Pierluigi Bersani e dei suoi coadiutori di destra (Renzi, Letta junior, ecc.) e di sinistra (Vendola). E’ infatti di straordinaria piattezza la campagna elettorale di Pd-Sel, del tutto incapace di parlare al Paese e ai suoi problemi reali, pur di fronte a un momento di estrema crisi come quello che stiamo vivendo attualmente. Perché mai un operaio, un disoccupato, un pensionato, un giovane senza prospettive dovrebbero votare Pd-Sel, guidati da un leader che ha avuto come proprio bersaglio, nel corso della sua ultradecennale carriera politica, solo i tassisti. E riuscendo a perdere la propria battaglia perfino con loro. Perché mai chi sta pagando sulla sua pelle il prezzo della crisi dovrebbe riconfermare la sua fiducia a chi nell’ultimo anno e mezzo ha appoggiato in Parlamento le peggiori misure antipopolari e si dichiara pronto a convergere con Monti sotto l’egida del fiscal compact europeo che costituisce la base dell’attuale recessione?
E’ in questa situazione di scoramento della gente che si inserisce la furbesca campagna del redivivo Berlusconi che si traveste da antieuropeo e si scatena in proposte fantasiose. Si tratta di un pagliaccio, è evidente. Ma di fronte al nulla di Bersani anche il pagliaccio Berlusconi rischia di trovare credibilità in settori disorientati e preda dell’analfabetismo politico e sociale di ritorno che sta imperversando nel nostro Paese. Eppure forse non tutto è perduto. Esiste un antidoto per questo veleno. Si chiama Rivoluzione Civile
I venti o trenta deputati di Rivoluzione Civile che si accingono ad entrare in Parlamento potranno in effetti costituire la pattuglia su cui far convergere tutte le forze che non si rassegnano alla lenta ma inesorabile agonia del nostro Paese soffocato da annosi problemi interni e nuovi vincoli europei e internazionali.
E’ possibile fin d’ora varare un programma di massima su cui lottare nel Parlamento e nel Paese, insieme al Movimento Cinque Stelle e ai settori del Pd-Sel che inevitabilmente saranno costretti ad abbandonare Bersani e le sue politiche suicide quando, subito dopo le elezioni, emergerà con ancora maggior chiarezza la sua fin da ora evidente subalternità a Monti e al potere finanziario che rappresenta.
Punti di questo programma sono: 1. No alle grandi opere, a partire dalla Tav; 2. Reddito minimo garantito per disoccupati e studenti; 3. No alla partecipazione italiana ad ogni guerra, sia pure camuffata da missione di pace; 4. Recupero salariale e dei diritti da parte di lavoratori e lavoratrici; 5. Imposta patrimoniale che colpisca pesantemente i ricchi ;6. Apertura di un’inchiesta di massa sul debito pubblico e la spesa pubblica, per individuare il modo di ridurre il primo e qualificare la seconda; 7. Riduzione drastica dei benefici delle caste di ogni genere.
E’ questo il programma che consentirà di liberarci delle tre malefiche C (caste, cricche e cosche) e di rilanciare una politica di sviluppo basata sulle sette benefiche S (salute, scuola, sicurezza, socialità, solidarietà, sovranità, sport). Per un’Italia che sia esempio per tutto il mondo di una nuova possibile strada alternativa. 

giovedì 13 dicembre 2012

Aperta la caccia al Grillo

di Franco Cilli

Non ho mai amato Grillo, l’ho detto e ribadito in più di un’occasione. I movimenti carismatici sospinti dal furore ereticale e dall'enfasi profetica sono roba vecchia. Purtuttavia va riconosciuto che Grillo è riuscito a creare un fenomeno con una notevole forza dirompente e aldilà del carisma il grillismo esprime tematiche e agire politico degni di interesse. Quello a cui assistiamo negli ultimi giorni da parte della politica e della stampa nei confronti del comico genoano è il segno palese di un riflesso di difesa ad opera di un regime decadente che si sente punto nel vivo e minacciato nei suoi interessi vitali. Il Movimento 5 stelle e il suo leader fanno paura c'è poco da fare. Politici e giornalisti uniti nella lotta, tutti contro il comico. Un attacco ampiamente prevedibile, e il duo Grillo Casaleggio era preparato a tutto ciò, sebbene alle volte sia apparso in affanno. Come non pensare che una classe politica screditata non schierasse l’artiglieria contro quel comico che guida  un movimento che potrebbe spazzarli via tutti? Come illudersi che una categoria di molluschi servili come quella dei giornalisti che vive di luce riflessa dalla politica, potesse giudicare con obiettività e distacco anglosassone un tizio che minaccia di bonificare l'acquitrino in cui nuotano? Allora dagli al despota fustigatore del dissenso. Dagli con le interviste ai traditori cacciati con atto di imperio come un ducetto dei carruggi, personaggi pieni di appeal che appaiono a loro agio davanti alla telecamere, in bella posa e senza risparmio di trucco. Commoventi gli ammiccamenti di solidarietà della Gruber nei confronti della martire Federica Salsi, bellona sapientemente agghindata e dalle pose telegeniche. La stampa, quella stampa che ha assistito indifferente agli scandali e alle infamie del regime più corrotto della storia d'Italia, sta facendo il pelo e il contropelo a Grillo, ergendosi a paladina della democrazia in difesa dei vari Favia e Salsi, vittime del dispotismo del dittatore genoano. Se Grillo è meno che perfetto è spacciato.

Da che pulpito. Parlano di democrazia, come se i partiti sostenitori di questo regime che oscilla dai satrapi barzellettieri ai tecnici succhia-sangue, marionette delle banche, avessero il marchio DOP di democratici. Chi è democratico, Bersani? Quello che in ossequio alla democrazia interna, leggasi spartizione delle candidature fra le correnti, ha fatto di tutto per perdere le elezioni regionali e avrebbe perso anche la Puglia se Vendola non si fosse incaponito? Quello il cui delfino si chiama Penati? Oppure è democratico Casini, che anche quando non ha incarichi politici nel partito è la sola e unica voce a dettare lo spartito. Casini, già quello di Cuffaro ecc. ecc. Vogliamo parlare della democrazia interna dentro il partito azienda di Berlusconi? Inutile sprecare parole, sappiamo benissimo come funzionano le cose da quelle parti, stiamo ancora pagando lo stipendio alla Minetti e garantendo un posto fuori dalle sbarre ai vari Dell'Utri e compagnia. Quale partito poi avrebbe tollerato accuse così pesanti al suo leader accusato di combutta con un nerd malvagio, allo scopo di fregare tutti? Magari è vero. Certo anche gli alieni di Mednev potrebbero essere veri. Il problema è che con Grillo si usa il metro dell'utopia, mentre con Bersani e Berlusconi si usa il metro di un realismo di comodo, che li vuole entrambi patentati a prescindere. Farebbe quasi ridere se non fosse osceno il tono impettito di certi giornalisti che per anni hanno detto che il guaio dell'Italia era la mancanza di dialogo e di riconoscimento reciproco fra i principali partiti, come se fosse normale dialogare con uno che stava minando le basi delle costituzione, che candidava mafiosi in parlamento e che faceva le leggi pro domo sua. Grillo non è perfetto. Ma va? Non voglio tirare fuori il discorso dell'autonomia della politica, quel tipo di autonomia è ciò che abbiamo sempre combattuto ed è sempre stato l'alibi delle peggiori nefandezze, ma è inutile nascondersi che in una fase costituente come quella che sta attraversando il movimento grillino, certe forzature e certe imperfezioni siano inevitabli. Da qui a parlare di fascismo e di mancanza di democrazia però ce ne passa. Ripeto, da che pulpito. Gente che da sempre trama con i poteri forti, che nasconde i suoi forzieri nei consigli di amministrazione di banche e cooperative si permette di dare lezioni di democrazia. Grillo avrebbe dovuto consentire che tipi del genere : “dottò porto 1500 voti, può interessare?” potessero fare un'OPA sul movimento, oppure che i suoi nemici soffiassero sul fuoco delle divisione in seno al movimento, un'arma che da che mondo e mondo funziona che è una favola, tanto che la sinistra è stata sempre fatta fuori e si è sempre fatta fuori grazie ad una frammentazione sistematica.

Grillo ha ragione, siamo in guerra e e se vuoi combattere occorre un esercito compatto.

Un'altra chicca polemica: il politically correct. Si attaccano a tutto pur di screditare il Movimetno 5 stelle e il suo fondatore. Tutti contro il comico in difesa della povera Salsi, sempre lei, vittima di un'intollerabile violenza di genere solo perché il Beppe ha alluso al Punto G delle donne. Attenti comici, satirici o semplici frequentatori di osteria, la sola allusione al sesso non è espressione di uno spirito sboccato e ridanciano, ma violenza di genere, razzismo allo stato puro. Non già la battutaccia maschilista, ma la pura e semplice allusione. Le mie zie troppo veraci sono avvertite. Se a questa gente non piace Grillo fondino un altro movimento, non è questo il momento di divisioni. Lo so, è brutto da dire, ma se il malessere che certa gente prova è reale o prendono atto che non è aria o tacciano almeno il tempo necessario perché il movimento faccia quello per cui è nato: spazzare via questa classe politica indecente.

Non voterò il M5S alle prossime elezioni, ma se fossi costretto scegliere fra Grillo e tutto il resto, non avrei dubbi, butterei a mare tutto il resto.