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venerdì 12 aprile 2013

La sostanza del Grillo

Che facciamo? C'è lo stallo, che si fa quando c'è uno stallo? Semplice si gioca un'altra partita. Non credo valga la pena di sprecare troppo parole: i grillini sono inaffidabili, anche se hanno ragione su molti punti, e su uno in particolare, l'irriformabilità di un sistema dove le varie componenti sono parti di un unica sostanza. 
Bersani biascica, non parla, allude, dice mezze frasi, lasciando il discorso in sospeso, esprime concetti generici e mai niente di specifico e di concreto. Perché Bersani è un così pessimo comunicatore? Perché la frase più graffiante che è stato in grado di dire è : “ ti conosco mascherina” riferendosi a Berlusconi? Colpa sicuramente di una forma mentis modellata dalle geometrie piatte della pianura padana e dalla nebbia appiccicosa che la avvolge, ma non solo. Persino un bambino saprebbe cantargliele ai berlusconiani, basterebbe evocare costantemente i Dell'Utri, i Mangano, i Previti, i soldi di provenienza dubbia, le leggi ad personam e infinite altre porcate e si potrebbero zittire per sempre, è solo una questione di modi e tempi nel pronunciare la battuta, ma i politici navigati queste cose dovrebbero conoscerle. Invece niente, mai niente, anzi addirittura spesso si fanno dare lezioni di morale dai pidiellini che di par loro non si fanno sfuggire un'occasione per suonargliele al Pd, fosse un Penati o qualche oscuro burocrate sorpreso con le mani in pasta. Perché tutto ciò? Semplice, perché cane non morde cane, o se preferite la metafora spinoziana, la sostanza ha mille attributi ma è sempre unitaria, ed è questa in poche parola l'essenza del pensiero grilliano, non si può fare accordi con un parte sapendo che tale parte non si può separare dal tutto. Il Pd non può fare opposizione al Pdl perché dovrebbe farla anche a se stesso e quindi non si può permettere di essere troppo incisivo nella sua azione, dovessero scoprirsi altarini e saltare puntelli fondamentali del sistema. Grillo ha ragione da vendere su questo, se non fosse che la politica è di per sé imperfetta e compromissoria, ed è per questo che la ragione anche se giusta come in questo caso, non funziona. 
Risolvere questo vecchio dilemma, è cosa difficile. Pare che la democrazia diretta l'abbiamo scoperta adesso, quando già Rousseau si è posto gli stessi nostri problemi duecento anni or sono, senza riuscire a venire fuori da un'aporia fondamentale, quello del non dover delegare le decisioni per non smentire il principio della “volontà generale”, senza poter evitare di doverlo fare in un contesto in cui le istituzioni risultano un elemento inaggirabile, per la necessità di un'azione rapida e l'impossibilità di mediare con ogni singola testa.

Vorrei avere un'idea più pratica per risolvere questo impasse, ma l'unica cosa che mi viene in mente è l'augurio che il Pd si scinda, nasca una sinistra in grado di governare e permetta a Grillo di fare un'opposizione seria. Augurio che presuppone una condizione ancora più utopistica della capacità dei grillini di governare.

venerdì 29 marzo 2013

La corrida a Cinque Stelle

di Nicodemo

Li avete visti la Lombardi e Crimi? Sembravano due concorrenti della Corrida. "Voi che sapete fare?" "I politici". "Vediamo un po'", risponde sornione il Gerrry Scotti di turno. Ed eccoli là i dilettanti allo sbaraglio, a soddisfare il voyerismo sbracato di chi si diverte a prendere per il culo quello che ha avuto la fortuna di fare lo scemo in TV. E' questa la formidabile intuizione di quei geni di Grillo e Casaleggio, mandare avanti due fessi per mandare tutto a carte quarant'otto? Giuro che quando sentivo parlare la Lombardi per un attimo ho creduto che Bersani fosse Talleyrand. "Noi abbiamo un programma di trent'anni per cambiare l'Italia". Ma va, ma prima un po' di Bunga Bunga, trent'anni in più, trent'anni in meno, cosa vuoi che cambi. Aho! Cittadina qui fra un anno non pagano più pensioni, sussidi e stipendi e tu parli della guerra dei trent'anni. Dio come vorrei misurarle il QI a questa. Il sarcasmo di un sacrestano, mescolato all'ignoranza di un concorrente scemo del Grande Fratello. Purtroppo Grillo con questa banda di allegroni ha sputtanto  Rousseau, la democrazia diretta, i soviet, le moltitidini spinoziane, e anche il 4-4-3- di Zeman. Era troppo bello, come posso essere stato così ingenuo al punto di credere che questi idioti si mettessero d'accordo con il Pd per fare cosette tipo una legge sul conflitto d'interessi, abolire la riforma Fornero, rimettere in discussione il Fiscal Compact, dare una spinta verde all'econmia e così via. No. Troppo semplice. Le menti raffinatissime di uno con la sindrome Asperger e un bipolare cronico hanno partorito una strategia ben più sofisticata, una cosa ispirata alla la ruota della fortuna e il baccarat, gioco d'azzardo per vacanzieri della politica insomma. Ma Grillo lo sa che in politica ci si accorda, si media, anche con i nemici se necessario, senza peraltro condividerne necessariamente valori, storie, obiettivi? Cazzo si fanno gli armistizi con il nemico, che sarà un accordo di governo. No, troppo facile, preferiamo il gioco dell'oca. Si torna al punto di partenza, si ricomincia con Berlusconi. Evviva.

venerdì 15 marzo 2013

Sinistra, una parola o i fatti.


di Tonino D’Orazio

Sinistra è una parola “svalutata” malgrado i concetti di giustizia sociale ivi contenuti diventino più forti e pressanti.

Sono per lo meno 15 anni che si discute intellettualmente sulla parola “cosa vuol dire sinistra” e sul tentativo di riunificazione di forze che si considerano tali. Era una trappola culturale. Si sono ricomposti e scomposti partiti e movimenti vari intorno al tema. Niente da fare. Sono stati sconfitti da una elezione all’altra perché rissosi e senza unità pur con identici intenti programmatici. Parimenti i movimenti vari, che però sembrano essersi riconosciuti, ognuno per il proprio pezzo, nel M5S.

Prima scompare dal parlamento e dai media la sinistra radicale (i comunisti) per cui il PD diventa la sola sinistra italiana riconosciuta, parlamentare e etichettata da Berlusconi.

Poi compare, veramente non all’improvviso, un movimento sull’onda che, con gran parte dei concetti programmatici degli altri, riesce ad unificare e ad essere profondamente credibile.

Un semplice sguardo comparativo e si capisce che “sinistra” sia passata dalla parola ai fatti ma non per chi se ne fregiava. A questi importano i concetti e i programmi radicali si nascondono dietro “né destra, né sinistra”. A parole, altre parole.

Ci vuole un quadro comparativo per capire differenze e sintonie vere.

Quanto il Pd sia vicino, con Bersani o Renzi, al programma del Pdl-Monti e lontano dal M5S ?

Entrambi vogliono la TAV, entrambi sono per il MES (Ponte Messina), entrambi per il Fiscal Compact, entrambi per il pareggio di bilancio, entrambi per le 'missioni di pace', entrambi per l'acquisto degli F-35, entrambi per lo smantellamento dell'art.18 e il mantenimento in toto della disastrosa legge Biaggi, entrambi per la perdita della sovranità monetaria e quindi del paese, entrambi per il finanziamento della scuola privata, entrambi per continuare a privatizzare, entrambi per i rimborsi elettorali (anche se il Pd oggi non può che proporne una diminuzione).  

In realtà, questi punti sono profondamente contrari al programma del M5S. I programmi del quale sono invece simili al programma della Federazione di Sinistra, insieme, fra l’altro, al recupero dei beni comuni (acqua, trasporti, energia, autostrade, una banca statale di garanzia …). Anche al “reddito di cittadinanza”. (Pensate alla raccolta delle firme della FdS e della Fiom-Cgil per una legge di iniziativa popolare). Uno sviluppo per le energie rinnovabili che ci avvicinerebbe al meglio del mondo e a Kyoto, invece di ridurci a succursale occidentale di maxi-consumi petroliferi. E per l’Abruzzo di trivellare e distruggere tutto il territorio, anche marittimo, come un groviera.

Un punto importantissimo è il recupero della corretta e imprescindibile valenza della Carta Costituzionale. (L’ultimo referendum vinto dal popolo, non dai partiti se ricordate, contro i “modificatori” e gli “sgretolatori”). Il dire “ci vediamo in parlamento” sta anche a ricordare ai partiti (anzi alle loro blindate segreterie) che hanno occupato uno spazio non disponibile a essere lottizzato, manipolato (vedi premi di maggioranza o legge Scelba accettando l’abominevole porcellum) e simonizzato da loro ad uso e consumo, cioè lo Stato repubblicano. A riportare le istituzioni nell’alveo giuridico naturale e cioè che esse sono di tutti e proprietà di nessuno. Tant’è che i partiti, nella normalità di una Costituzione di fatto, ne avevano perduto la nozione esatta. Ci voleva una folata di giovani “innocenti” per ricordarlo a tutti, anche a quelli che si fregiano di far parte dell’ANPI?

Per esempio, per ricordare al garante Napolitano che l’art. 11 della Costituzione ci impedisce di fare “le guerre di pace” e di comperare bombardieri che notoriamente non servono alla difesa del nostro paese. Ma questo M5S non sarà mica pacifista ! Sembra un altro tema caro alla sinistra storica e ai movimenti arcobaleno. Ma profondamente anche al pacifico popolo italiano, già trascinato in tre o quattro stupide guerre.

Che dire della legge sul conflitto di interesse (del 1957), mai applicata, con giudici e partiti consenzienti. O sulla Direttiva Europea che non consentiva a nessun privato di possedere più di due reti televisive. Solo questi due elementi ci avrebbero permesso di non essere lottizzati per 20 anni e probabilmente di diventare un paese europeo più o meno normale, magari con le stesse difficoltà degli altri, ma non ridicolo, divorato e distrutto. Per quelli che hanno accettato questi elementi è difficile ammettere lo sbaglio e tornare indietro. E perseverare si sta dimostrando difficile e diabolico.

Per poter discutere con l’Europa (se si fa ancora in tempo) quanta cessione di autonomia nazionale possiamo dare e a chi, se non a un parlamento vero e democratico come quello europeo, che possa essere legislativo per tutti e dare senso comunitario e progetto politico futuro. Allora sì. Perché invece dobbiamo cederla a tecnocrazie o oligarchie rapaci e strettamente private? Il M5S non vuole uscire dall’Europa perché, dice, ne siamo già fuori di fatto. In effetti siamo già Pigs (parola inglese sufficientemente indicativa) e economicamente colonizzati.

Tralascio la questione dignità del lavoro e il Piano del Lavoro, che a mio avviso andava presentato e contrattato direttamente con la Merkel per avere un minimo di successo, piuttosto che con quelli interessati solo elettoralmente e che sono ideologicamente Ichino dipendenti. Ugualmente non ho sentito nulla sull’abolizione degli ordini professionali, vero blocco per l’innalzamento, il ricambio delle giovani generazioni e della società.

Non so quanto il M5S possa portare a casa del loro programma alternativo, ma se riuscissero anche al 30% questo paese potrebbe veramente ripartire, con qualche speranza in più e probabilmente con un po’ di giustizia sociale. Potrebbe addirittura salvare anche la linea Bersani del Pd. I giovani hanno impostato un cambio generazionale di prepotenza, cambio bloccato da decenni, e in questo senso sono d’accordo con la visione e il sostegno dell’ambasciatore americano. Gli altri, di sinistra come etichetta, pur proponendo le stesse (quasi) riforme, purtroppo non sono più credibili.

Allora sinistra di parola o di fatti reali?

domenica 10 marzo 2013

Les italiens expliqués aux enfants

di Pierluigi Sullo da democraziakmzero


Nel 1988, Jean-François Lyotard pubblicò un libro dal titolo fulminante: “Le postmoderne expliqué aux enfants”, il postmoderno spiegato ai bambini. Che arrivava dopo “La condizione postmoderna”, uscito all’inizio degli anni ottanta. In quei libri, il filosofo francese analizzava la disgregazione delle “grandi narrazioni”, l’illuminismo (e il liberalismo) e il marxismo, alle prese con la trasformazione radicale della società, dell’economia, della geografia dei poteri. Dopo un quarto di secolo, gli elettori italiani “hanno votato due clown”, come ha detto il capo della Spd tedesca.
Qualcuno dovrebbe azzardarsi a scrivere un libro intitolato “Les italiens expliqués aux enfants”. C’è infatti chi pensa che gli italiani sono un popolo bizzarro, irresponsabile, e chi dice che sono annegati nel provincialismo, hanno cioè staccato le connessioni con il resto del mondo. Dappertutto gli elettori votano – sempre meno – per i partiti tradizionali, e tradizionalmente divisi in “destra” e “sinistra”, restando perfino in Grecia al di qua dell’abisso che si spalanca oltre l’orlo dell’euro (dato che il mondo è tornato piatto, ed ha la forma di una moneta). E dappertutto, quando protestano, i cittadini assumono lo stile degli Indignados, del movimento Occupy, della gente di piazza Tahrir al Cairo. Ovvero: i sistemi politici reggono, bene o male, mentre a ondate dalle società arrivano messaggi di sfiducia, di estraneità, di rigetto.
In Italia, al contrario, è accaduto che la marea del rifiuto della politica è entrata dentro la politica indossando la maschera non di Anonymous ma di Beppe Grillo.
Perché si producesse questo risultato dev’essere accaduto, nel profondo della società, un qualche cataclisma. E siccome è l’unico caso al mondo, converebbe appunto cercare di capire gli italiani, perché si potrebbe trattare non di una scelta di retroguardia, o di amore per la commedia dell’arte (sublime invenzione italiana), ma all’opposto di un annuncio, di una sperimentazione d’avanguardia.
Per capire meglio converrà ricordare – in breve – una caratteristica singolare, nel panorama europeo, dell’Italia: la debolezza e fragilità dello Stato nazionale. Il nostro è piuttosto un paese dalla lunga tradizione municipale. Lo Stato è nato tardi e male, la lingua italiana non si è diffusa davvero che dagli anni sessanta, grazie alla televisione prima, e agli studenti del 68 poi. I “trenta gloriosi”, i decenni del boom industriale e dei consumi, sono stati quelli della unificazione nazionale, della “modernizzazione”, dei grandi partiti di massa. La Resistenza al fascismo, la repubblica e la Costituzione erano le solide basi di un consenso nazionale che ha resistito alle pressioni contrapposte della guerra fredda. In quegli anni lo Stato ha svolto un ruolo importante. Secondo l’ideologia dell’epoca, il “pubblico” doveva creare le condizioni – sociali, finanziarie, del mercato interno, delle esportazioni – perché la produzione avesse fondamenta solide, creando i settori “strategici” (l’energia, l’acciaio, la chimica di base…), attenuando il divario tra nord e sud, e aiutando così la creatività imprenditoriale. Il tentativo ha avuto successo per un paio di decenni, tra il ’50 e il ’70. Poi la maionese è impazzita. Prima perché le masse di studenti create dalla scolarizzazione e le masse di operai create dall’industrializzazione si sono ribellati, in un 68 che in Italia è durato quasi un decennio; poi perché il capitalismo globale ha smantellato il fordismo e inventato la produzione globale “a rete”, insomma la globalizzazione, distruggendo le basi stesse della insorgenza operaia e di quell’ordine sociale: le grandi fabbriche.
* * *
E’ allora che Lyotard scrive “La condizione postmoderna”. La modernità si era gravemente ammalata. Il consumo come religione civile, l’atomizzazione e la dispersione delle classi, l’ideologia del “deciderà il mercato” ha, in questi decenni, fatto un’altra vittima eccellente: lo Stato nazionale. Nel nostro paese, lo Stato era debole già alla nascita, nello spirito civico della gente, però aveva svolto almeno quel ruolo di promotore economico. Una presenza tanto massiccia, quella dello Stato, che tutte le grandi industrie italiane o appartenevano allo Stato o contavano su finanziamenti pubblici. E’ la storia della Fiat, che è sopravvissuta soprattutto grazie al denaro pubblico, in ogni forma. E questa regia statale sulle grandi imprese ha nel tempo prodotto un fenomeno endemico, quello delle decisioni “poltiiche” più che economiche, degli aiuti “a pioggia”, infine della corruzione pura e semplice, perché se lo Stato aiutava l’economia, i potenti dell’economia aiutavano, cioè finanziavano, i partiti di governo, e così via. (Senza tener conto della mafia, la cui penetrazione nella finanza e nell’economia è incalcolabile, come incalcolabile è il suo apporto alla corruzione).
Questo equilibrio, pur malsano, è stato distrutto dall’ideologia liberista. Vietare gli “aiuti di Stato” e privatizzare tutte le grandi imprese italiane, o privatizzarne la gestione, ha voluto dire sottrarre un pilastro all’economia del paese, che oggi non ha più strategie nazionali di alcun tipo, e far esplodere la corruzione. La privatizzazione, cioè l’accaparramento di ciò che era pubblico, è stata condotta, dagli anni novanta in poi, con una frenesia paragonabile a quel che accadde in Unione sovietica dopo il crollo del regime. Allo stesso tempo, però, la creatività imprenditoriale che pure negli anni cinquanta e sessanta aveva creato una media industria efficiente, era a sua volta esplosa in una forma del tutto nuova: quella della piccola e media industria del nord, che, sfruttando vocazioni e saperi locali, aveva creato un intero settore della produzione in grado di sostenere la competizione globale. E’ qui la culla della Lega nord, la cui ragione principale era – ed è tuttora, sebbene fuori tempo – la separazione delle regioni del nord dai “parassiti” del sud: la frattura, all’epoca, correva tra regioni in grado di “competere” e regioni gettate ai margini. Alcuni di quegli imprenditori hanno avuto un successo globale: Del Vecchio con gli occhiali, Benetton con la maglieria, Della Valle con le scarpe, ecc.
Ora ci troviamo nella terza vita dell’Italia del dopoguerra. Il banco è saltato definitivamente quando Mario Monti ha formato il “governo tecnico”. Il suo mandato era costringere il paese nella camicia di forza del pareggio di bilancio e del “fiscal compact”, l’astratto e impossibile obiettivo da contabili di uniformare il bilancio pubblico italiano a quello tedesco. E così, per mantenere vivo il sistema di finanziamento pubblico a quel che resta delle grandi imprese italiane, in particolare per mezzo di “grandi opere”, il governo “tecnico” ha depredato la spesa statale in sanità, istruzione, ricerca, trasporti di prossimità, le casse dei comuni, e soprattutto ha colpito il bene principale degli italiani, la casa. Da un lato, la corruzione e i miliardi gettati per autostrade o treni ad alta velocità inutili e insopportabili, considerato il tipo di territorio italiano, e uno “sviluppo” affidato, come in Spagna, all’edilizia selvaggia; dall’altro lato, una riduzione mai vista prima della spesa sociale e dei redditi. Per di più, la crisi ha colpito la sola parte vitale dell’economia, le piccole e medie imprese, i cui mercati si sono ristretti sia perché i consumi calano, sia perché l’euro forte ostacola le esportazioni, infine perché le banche, pur finanziate dal governo e dalla Bce per evitarne il fallimento, hanno cessato di dare credito alle piccole industrie. La mortalità di imprese è impressionante, e va di pari passo con l’aumento straosferico di aiuti ai disoccupati. Ormai un terzo degli italiani ha un reddito insufficiente a vivere e un terzo dei giovani non trova lavoro (la metà nel sud).
* * *
Il comportamento elettorale di una persona non si sovrappone affatto – in un’epoca volatile, “liquida”, come questa – con i suoi comportamenti sociali. In Italia si è sempre votato molto (anche se il rifiuto del voto è cresciuto ancora, in queste elezioni), perché il lato convincente dello Stato, la Costituzione nata dalla Resistenza, gode tuttora di grande prestigio. Così come molto ampio è ancora l’insediamento culturale della sinistra storica, per la quale le elezioni sono il mezzo per “cambiare le cose”. Ma allo stesso tempo, negli ultimi dieci-quindici anni, il paese è stato l’incubatore di una grande quantità di movimenti sociali: forse il paese europeo più vivo, da questo punto di vista. L’evento fondativo è stata Genova, nel 2001; subito dopo i tre milioni in strada contro la guerra in Iraq (e i tre milioni di bandiere della pace alle finestre); la grande diffusione di iniziative altro-economiche e i record di agricoltura biologica, di aumento delle fonti pulite di energia e del numero di gruppi che praticano un commercio solidale e di prossimità; le ondate di proteste in scuole e università; le centinaia di movimenti e comitati locali contro le “grandi opere” e per il paesaggio; le reti di protezioen die migranti; la campagna per l’acqua pubblica.
Proprio quest’ultima vicenda fa da spartiacque: caso unico al mondo, si è votato per un referendum popolare che chiedeva che l’acqua fosse sottratta al mercato. Ventisette milioni di elettori hanno detto sì, l’acqua deve restare pubblica (e hanno detto no al nucleare). Quello è stato il punto più alto nel rapporto tra nuovi movimenti sociali e apparato istituzionale. Era un segnale potente che diceva: le politiche neoliberiste che la politica persegue sono sbagliate: un voto di sfiducia. Ma il referendum è stato aggirato, ignorato e contraddetto da ogni livello istituzionale e amministrativo. Politici e aziende delle “commodities” hanno finto non fosse accaduto nulla. Ne sarebbe pouta seguire una diserzione massiccia, alle elezioni. Quel che è capitato nell’ultimo voto in Sicilia, quando i non votanti sono stati più dei votanti. Ma gran parte delle proposte elaborate dai movimenti sono precipitate nel programma dei 5 Stelle, a cominciare dalla ricerca della democrazia diretta (lo stesso tema che ha animato gli Indignados o Occupy). E lì si sono trovate in compagnia di spinte diverse e in parte complementari: quella contro la corruzione e per la legalità, quella della delusione del nord nei confronti della Lega, anch’essa coinvolta nella corruzione, quella degli elettori di destra che Berlusconi – che ha perso la metà dei voti in numeri assoluti – non ammaliava più con l’”arricchitevi”, parola d’ordine fondamentale dell’ultimo ventennio.
L’accumulo di questa potenza sociale composta da molte tendenze, però convergenti nel rifiuto della “politica”, e che, come ha scritto Marco Revelli, non trovava più, come il magma di un vulcano otturato, una via di sfogo nei partti tradizionali, né era del tutto propensa a rifiutare il voto, ha usato come canale di espressione il movimento di Beppe Grillo.
* * *
La nascita e l’evoluzione dei 5 Stelle finirà nei manuali di marketing, oltre che in quelli di storia della politica. All’indomani delle elezioni, Grillo, in una delle rare dichiarazioni ai giornalisti televisivi, ha avuto un lapsus significativo. Parlando della sua campagna elettorale, ha detto che “eh sì, ho fatto settantasette spettacoli“. Spettacoli, non comizi o raduni di piazza. Lui e il suo consigliere e socio, Gianroberto Casaleggio, titolare di un’impresa di comunicazione, hanno creato una macchina perfettamenta funzionante, il cui il “logo” è di loro proprietà, il cui uso della Rete annichilisce le televisioni, costrette a rincorrere ciò che il web diffonde come un virus e, allo stesso tempo, rassicura i militanti del movimento sul fatto che “uno vale uno”, perché la Rete appare egualitaria. Lo stesso Grillo non è percepito come “capo” o “leader”, benché la sua parola alla fine valga come decisione finale, ma come un “garante” o un “portavoce”, colui che dà forza alle proposte del movimento con la sua efficacia retorica e con le iniziative spettacolari, come attraversare lo Stretto a nuoto prima delle elezioni siciliane. E’ una figura di tipo nuovo, che non ha più nulla a che fare con i “vertici” dei partiti novecenteschi e nemmeno con il signore delle televizioni, Berlusconi, che si trasformò subito in un “leader” politico, nel “capo del governo”. Grillo non si è nemmeno candidato al parlamento: resta a galleggiare in una sorta di “cloud”, di nuvola informatica, e per certi versi ricorda il ruolo di un profeta para-religioso. Ma, in ogni modo, non contraddice, nello stile della comunicazione, la convenzione della democrazia diretta. dentro il movimento e come soluzione per tutta la società.
Un accurato dosaggio dei contenuti da proporre – odio per i partiti e azzeramento dei loro privilegi sì, diritti dei migranti e diritti civili per i gay no – ha infine aggregato elettori di molte tendenze: secondo l’analisi dei flussi elettorali, un terzo degli elettori dei 5 Stelle proviene dalla destra, un terzo dal centrosinistra, un terzo dal non voto, il resto dalla Lega e da varie e più piccole fonti.
Il successo funziona da collante molto efficace: pur essendo evidenti le contraddizioni, per un lungo periodo tutte queste cose riusciranno probabilmente a convivere senza problemi. Ma, appunto, il comportamento elettorale non esaurisce l’esistenza delle persone. Chi fa parte di un movimento come quello dei No Tav valsusini, ed ha votato per Grillo, non è perciò un “grillino” e, salvo eccezioni, resta principalmente un No Tav. Capitò lo stesso quando nel 2006 la “sinistra radicale” ottenne, nella bassa Valle di Susa, il 40 per cento dei voti (i 5 Stelle hanno avuto il 38), e non per questo tutti i No Tav erano diventati comunisti o verdi. E resta naturalmente il problema principale: lo Stato. Ossia la possibilità effettiva di “cambiare le cose” entrando nelle istituzioni, specie quelle nazionali.
* * *
Con tutta probabilità il movimento di Grillo, i suoi parlamentari, faranno fallire ogni tentativo di formare un governo, sulla base della premessa “noi non facciamo alleanze, votiamo solo le leggi coerenti con il nostro programma”. Ma è evidente che se non esiste un governo non si può votare alcuna legge. Avendo il coltello dalla parte del manico i 5 Stelle avrebbero gioco facile – e ragionevole – nell’imporre al centrosinistra una serie di provvedimenti. Potrebbero insomma replicare, alla proposta degli “otto punti” di Bersani, con i loro punti, ad esempio la riduzione dei costi e la moralità della politica, l’energia pulita e l’acqua pubblica (la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia no, perché questo farebbe insorgere una parte del loro elettorato). Invece punteranno su nuove elezioni e su un ulteriore aumento dei loro voti, cioè sulla distruzione del sistema politico attuale.
Ma questo non fornisce una risposta alla domanda: a che serve entrare in parlamento? Si possono davvero cambiare el cose, da lì? In altre parole, la straordinaria faglia orizzontale, che in Italia non si è mai davvero saldata, tra la società e lo Stato, e che oggi è diventata una voragine, tale resta nonostante l’irruzione elettorale della potenza sociale accumulata in anni di movimenti. Lo Stato nazionale, già debole storicamente, già screditato dalla corruzione dilagante degli ultimi decenni, è oggi svuotato dalla globalizzazione, dal potere dei mercati finanziari e da quella forma “locale” di obbedienza ai mercati che è l’integrazione europea modellata dalla Germania. Così che accade – allo stesso tempo e da parte spesso delle stesse persone – che si cerchi di far saltare il banco del sistema politico votando per i 5 Stelle e si ricerchino forme di democrazia diretta, allo scopo di salvaguardare e autogovernare i beni comuni, ritrovando la storia municipale locale che in Italia, sebbene umiliata dalla “modernità”, è sempre rimasta viva, e insieme guardando a movimenti globali come quello per l’acqua, quello dei contadini a difesa della terra, quello contro le grandi opere (e i No Tav hanno tessuto alleanze in diversi paesi europei) e in generale contro la “crescita”, e così via.
Il fatto interessante è che al contrario i 5 Stelle sono sostanzialmente un movimento nazionale, benché spesso abbiano basi locali nei movimenti nati per altri scopi: il loro programma ignora l’autonomia municipale nonché l’orizzonte globale, anche se si citano l’”austerità” e il “fiscal compact”.
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Per spiegarlo aux enfants che vedono solo le facce della commedia dell’arte, nella vicenda italiana, il nostro è il paese che, nel bene e nel male, si è avventurato più lontano sul terreno sconosciuto e pericoloso, e chissà promettente, che si trova dopo quel pilastro della modernità occidentale che è lo Stato nazionale.

venerdì 1 marzo 2013

Il Pd non è più compact

di Roberto Musacchio da democraziakmzero


C’è voluto lo schiaffone elettorale per far dire a Bersani che questa Europa non è sostenibile, contraddicendo, almeno a parole, il cuore della Carta d’intenti del centrosinistra, e cioè l’adesione al Fiscal Compact, e la campagna elettorale tutta “tedesca”. Certo è che non basterà una telefonata a Hollande (che per altro è ai minimici storici di consenso) che il leader Pd ha annunciato.
La situazione è talmente drammatica che se non si svolta sul serio, non c’è alcun margine di ripresa sociale, già da subito. E per provare a svoltare c’è una sola cosa da fare: cancellare il Fiscal Compact. L’Italia non può permetterselo. E non può permetterselo l’Europa. Ed è bene che la Germania, e la Spd, lo sappiano prima di andare loro al voto, in autunno. Bersani sarà capace di una riflessione vera?
Di certo c’è che, appunto, c’è voluto il voto a Grillo per provocare uno choc all’Europa. Anche se con reazioni diverse. Se si guarda ai giornali francesi, Le Monde, o a quelli tedeschi, sostanzialmente tutti, la lettura dello “tsunami” delle elezioni italiane appare articolata. In Germania si tuona contro i ” due comici “, essendo l’altro Berlusconi, e contro il populismo. Con accenti tali che addirittura Napolitano ha dovuto prendere le distanze.
In Francia si riflette su una politica europea, quella della austerità, che appare sempre più insostenibile. D’altronde già da mesi il quotidiano transalpino va proponendo una rilettura dei clivage politici sulla base della adesione o meno a questa Europa, tenendo conto tra l’altro del declino, per non dire tracollo, dei consensi per Hollande. La differenza di lettura è poi una differenza di prospettiva politica. In Germania, nonostante il fondamentale antiberlusconismo dell’establishment, si chiede per l’Italia un governo stabile. Auspicio, questo, anche di Martin Schultz, presidente del Parlamento europeo, leader della Spd e candidato in pectoris a capeggiare le liste socialiste per le prossime elezioni europee come nome che gli stessi socialisti indicherebbero a Presidente della Commissione Europea.
Come è ormai consolidato in questa fase costituente dell’ Europa, ogni elezione nazione interagisce col quadro e, di converso, il quadro continentale influisce su di essa anche in forme preventive. Non a caso il Pd aveva scelto come asse per la propria collocazione elettorale, e di costruzione della coalizione, l’adesione al Fiscal Compact; arrivando per giunta in campagna elettorale ad un appiattimento sempre più marcato sulla road map tedesca, compresa l’accettazione del supercommissario ai bilanci voluto dai tedeschi. Come mi era capitato di scrivere, questa collocazione aveva garantito a Bersani un posizionamento favorevole perché considerato affidabile. Ma, avevo aggiunto, era una “forza debole”  perché difficilmente avrebbe garantito il consenso necessario a vincere sul serio le elezioni. Cosi è stato. E il voto di massa che arriva a Grillo anche dalle regioni storiche del Pd dice sì di una insofferenza ormai ampia a certi metodi politici ma anche di una difficoltà insostenibile per ampie aree produttive a vivere a valle dell’imposizione del modello tedesco, di una austerità al servizio delle proprie esportazioni. Materiali questi che hanno aiutato anche la ripresa delle destre e portato alla sconfitta del profilo di leadership dato alla “alleanza progressista” varata per le regionali lombarde. Il complesso dei risultati dice che neanche la vera prospettiva che c’era nel posizionamento elettorale del Pd, e cioè la convergenza con l’altro campo di europeismo tedesco, Monti, aveva un consenso adeguato.
Le elezioni italiane infatti sciolgono un dubbio che pure c’era. L’Italia apparterrà elettoralmente, oltreché  politicamente, all’area della stabilità europea, i sintesi quella nordica? Oppure si esprimeranno situazioni come quelle che si vivono nella Europa del Sud, devastata da queste politiche? Il voto italiano dice che, tra astensioni, Grillo, quel pochissimo di sinistra alternativa, l’adesione al quadro della governabilità è in realtà di minoranza.

Il voto a Grillo si presenta per altro in percentuali molto vicine a quelle di Syriza in Grecia. Naturalmente Grillo non è Syriza, e questo chiede di riflettere sul perché non ci sia una Syriza italiana e su cosa succederà invece con Grillo. Ma andiamo con ordine seguendo prima il quadro analitico. Innanzitutto quello europeo. Detto degli scricchiolii che si avvertono, non si può non dire che la fase costituente di cui si è parlato per l’Europa in parte importante è stata fatta. Il Fiscal Compact c’è e con esso tutto l’armamentario di intervento tecnocratico e a-democratico sulle scelte di bilancio, ma in realtà sociali, che comporta la shockausterity. Da ultimo è stato varato anche il Two-pack che consente gli interventi preventivi sui bilanci. Cioè il danno, pesantissimo, è stato fatto e in effetti il governo Monti e la sua maggioranza sono stati costituenti.
Ora la domanda è: si può convivere con questo danno o se ne devono cancellare i presupposti? E’ la stessa domanda che vale per ciò che ha determinato la devastazione sociale in cui siamo e cioè la precarizzazione del lavoro e lo smantellamento del solidarismo pensionistico. Sono domande di fondo che non si possono eludere in un momento come questo in cui la politica sta forse sospesa tra un nuovo incredibile ballon d’essai e qualche timido ripensamento.
E qui sta la cosiddetta apertura della coalizione Pd a Grillo e a ciò che c’è dietro quel voto. Per chi ha seguito la campagna ” antipopulista ” di Bersani e alleati, viene quasi da ridere a vedere che ora si punta a coinvolgere i cinquestelle per non fare il governissimo. Questo modo di fare la dice lunga sulla qualità politica, nella analisi e nei comportamenti, della coalizione Pd e dei suoi alleati. Ma tant’è, vediamo nel merito. Traguardare una sopravvivenza fino alle Europee per poi abbinare un doppio voto in cui chiedere consenso dicendo che i socialisti europei cambieranno l’Europa, oltrechè l’Italia, se non si fanno oggi fatti veri e concreti è una nuova pura velleità se non un imbroglio.
E il fatto concreto che cambia il quadro, costringe anche il mondo socialista europeo a scegliere, è, come dicevo all’inizio, rovesciare la carta d’intenti e uscire dal Fiscal Compact. Oggi e cioè prima delle elezioni tedesche di autunno, che puzzano tanto di grande coalizione e in modo di arrivare alle europee nella chiarezza.
So bene che questo punto cardine europeo è un poco meno ” grillino ” di altri, pure decisivi, come la riforma della politica. Anzi approfitto di aggiungere anche la TAV la cui cancellazione dovrebbe essere una precondizioni di ogni discussione e per questo la manifestazione nazionale in Val di Susa del 23 è importantissima. Ma senza un cambio europeo non c’è un vero cambio per l’Italia e sarebbe altresì probabilissimo che i cosiddetti antiberlusconi riperderebbero le prossime elezioni assai presumibilmente ravvicinatissime.

Poi magari invece sarà governissimo, o qualche altro giochino di palazzo di cui parlano i giornali, da subito e dunque non resterà che prendere atto che quello era il destino del Pd.
Non c’è Syriza in Italia, e questo è veramente un peccato. Perchè? Non so dirlo, ma bisognerà chiederselo con un coraggio nuovo e senza sconti.

venerdì 22 febbraio 2013

Il voto utile del Leviatano

Tempo di votare, tempo di riflessioni e di grandi dubbi. Sentiamo il peso della responsabilità di una scelta che grava su di noi, nemmeno se da questo dipendesse la tenuta della civiltà occidentale, con il rischio del ritorno al caos, all'anarchia, e a uno stato di natura che abbiamo da tempo abbandonato per rifugiarci fra le ali protettive del grande Leviatano, un mostro si, ma certo più clemente di una natura ferina e infida, purché gli si obbedisca e gli si dia da mangiare.
Molti filosofi e uomini di cultura fanno appello al voto utile, scorgendo ogni volta un pericolo che minaccia democrazia e stabilità, ossessionati da un ruolo che essi stessi si sono dati, quello della salvaguardia della unitarietà dello stato e della sicurezza dei cittadini. Rifiutano il pragmatismo in nome del pragmatismo stesso, altrimenti dovrebbero trarre le giuste conclusioni e ammettere che il loro voto utile è solo sinonimo di uno status quo pieno di miasmi velenosi, e allo stesse tempo ammettere il loro fallimento e la loro inutilità: ma come, dopo secoli di lotte, di riflessioni, di studi matti e disperatissimi, quello che abbiamo ora è uno stato liberal-liberista che promette lacrime e sangue ai poveri cristi, immolati, in quei templi chiamati banche, alla unica e vera divinità, la vera forza trascendente e immateriale dell'universo, il danaro. C'è chi chiama riforme delle vere e proprie crociate sanguinarie contro presunti infedeli, ma questo desta nei nostri filosofi solo un lieve levar di ciglia. C'è chi sputa impunemente sulla miseria, chiamando altra miseria per difendere le loro ricchezze, ma cose del genere sono solo inciampi della dialettica per queste menti fini. Lor signori non si curano del fatto che non si può disgiungere l'unità dello stato dal ruolo che questo assume nel difendere i suoi “sudditi”, non si occupano del fatto che quella unità verrà usata contro i cittadini e non per il loro “bene comune”. Asor Rosa lo posso capire, non è più lucido da tempo, mi sorprende invece Rodotà che invece mi è sempre parso lucidissimo. Capisco la loro preoccupazione, conoscono la storia e temono il suo ripetersi, si sentono forse un po' in colpa per il fascismo e per il nazismo, temono nuove guerre dei trent'anni, ma questo è il punto, fascismo e guerre prolifereranno e la sicurezza verrà minacciata finché si continuerà a sacrificare la carne e a versare il sangue in nome di un'unità astratta. Chiacchiere, se vince Berlusconi sono dolori, corruzione, mediocrità, volgarità e decadenza lasceranno solo macerie. Andiamo non esageriamo, lo ammetto Berlusconi è pericoloso, ma è soltanto un fantoccio, lo sappiamo i nostri governi sono destituiti di sovranità e non sarà certo chi ce l'ha tolta come i Bersani e i Monti che ce la restituiranno. Invece di unire chi davvero vuole fare le riforme, quelle vere, e avviare da tempo una discussione seria sul liberismo e i suoi guasti, questi intellettuali si sono gingillati fra disquisizioni accademiche e masturbazioni post-moderniste. Invece di viaggiare per l'Italia nutrendo le coscienze e sobillando gli animi hanno frequentato i salotti televisivi, e adesso si preoccupano della “stabilità”. Qui di stabile c'è solo l'inamovibilità del vecchio potere che vuole perpetuarsi con l'alibi della necessità. Tutto puzza di vecchio, si proprio tutto, ma meglio un vecchio pazzo che urla alla luna che un vecchio saggio che ti sfila il portafoglio perché lo vuole l'Europa.

venerdì 15 febbraio 2013

Grillo soluzione 30%

di Nicodemo

Mi chiedo, e se Grillo prendesse il 30% (cosa probabile a dar retta alle sensazioni e a qualche sondaggio clandestino) e Bersani il ventinove, il ventotto o addirittura meno, cosa succederebbe?  Chi verrebbe eletto presidente del consiglio? Che farebbero i grillini in parlamento, senza una guida, senza una strategia, senza esperienza? E poi per la politica estera come le mettiamo? Già è vero si farebbe una sorta di assemblea telematica permanente e deciderebbero di tutto ciò i cittadini. Buonanotte.
Sono domande che tutti si pongono, ma a ben pensarci quelli che votano M5S le domande  se le fanno più per una consecutio logica che per ambascia elettorale, perché la risposta che si danno è semplice: chi se frega cosa faranno Grillo e i grillini. La cosa che vogliono tutti coloro che hanno deciso di affidare le sorti della nazione a Grillo è una sola: fare fuori questa classe politica con tutto il marciume che si porta dietro, poi si vedrà. L’ex comico genovese è l’unico che da un reale speranza di cambiamento a questo paese, ormai si è capito, ed è l’unico che diffonde un messaggio non gravato da pesanti eredità del passato e che allo stesso tempo stimola la ricerca di novelty seeking degli esseri umani, e pungola il loro istinto del gioco. Voto (gioco) per vincere una scommessa, quella di riuscire a mandare al governo gente che con la vecchia politica non ha niente a che fare. E’ un’occasione troppo allettante. Mettiamoci anche la rabbia, la disperazione per i tanti soprusi e le tante ingiustizie e il gioco è fatto. Dall’altre parte cosa abbiamo: la licenza di uccidere e fare strame della civiltà per il proprio profitto, anche questo un istinto molto forte degli umani, e l’apparente saggezza di chi propone soluzioni ragionate e rassicuranti. Chi prevarrà? Il Grillo novità, rabbia, disperazione e vendetta contro i soprusi e le inequità, i Bersani - Monti, dioscuri di una ragione agognata in tempi di crisi, che nasconde l’inganno dell’austerità del “lo vuole l’Europa”,  lo vogliono i mercati, Dio, mia nonna, o prevarrà addirittura il Berlusconi delitto senza castigo, mignotte e sogni a costo zero per tutti. Fra non molto lo sapremo.
 

mercoledì 6 febbraio 2013

Perché votare la fotocopia?


di Tonino D’Orazio

In una campagna elettorale al limite della comprensione si stanno schiarendo alcuni tatticismi alla D’Alema.

Berlusconi incute nuovamente timore sia a Monti che a Bersani. E’ un po’ la sintesi di questi ultimi giorni di campagna elettorale, se le reti televisive hanno ragione e se il pilotaggio dei sondaggi prosegue. Bisogna partecipare al “duello” a tre? Quale è il voto utile visti (anzi sparati) i programmi?

Il chiarimento più limpido viene proprio da Bersani: “Noi abbiamo sostenuto il programma di Monti con fedeltà”; “Siamo pronti ad un accordo con lui per il proseguimento del programma europeo”. Insieme abbiamo salvato l’Italia. Bersani è onesto e chiaro e forse ci crede. A questo punto non ci sono alternative. E’ stato un bene spiegarlo anche alle banche tedesche. Adesso dovrà andare a dirlo anche al mite Hollande. Cioè ai padroni delle ferriere istituzionali e bancarie europee. E’ la premessa, lo steccato, di Monti per una “collaborazione strutturale” per ulteriori “riforme”. Le promesse, si sa, sono solo per le campagne (notate questa parola proveniente dalle strategie militari) elettorali. Ma non è che hanno fatto finta di litigare fino ad oggi e non ce ne eravamo accorti?

Sarà la cura da cavallo preparata dalla BCE e dal FMI? La stessa che per la Grecia e la Spagna, paesi notoriamente in via di guarigione? Sembra proprio di sì. Che il sistema elettorale sia una trappola “democratica” affinché non cambi nulla e si faccia finta? Sembra proprio di sì. Che questa trappola venga definita “real politic”, (tradotta: adattatevi all’ammucchiata), cioè realtà costruita per benino e non modificabile affinché il paese sia ingovernabile mettendo in contrapposizione la Camera e il Senato? Sembra proprio di sì. Per obbligare alla “grosse koalitzione” e con lievi distinguo politici dei partiti pur da declamare per i fans, il sistema è un meccanismo eccellente, soprattutto se non c’è uno stravincitore. Ci sono tutte le premesse. Stupidità realistica del bipolarismo inesistente perché diventato tripolare se non multipolare? Sembra proprio di sì. Dopo questa nuova tornata porcellum non si può tornare di nuovo al voto caro Vendola. Per fare che? Allora tutti al centro, ma ovviamente sulle politiche di destra. In democrazia vince la “maggioranza”. L’alt di Vendola non ha più peso davanti alle “sorti patriottiche dell’Italia”. Pur vincendo le elezioni con il Pd, Sel si ritroverà in minoranza e in una opposizione parlamentare ininfluente e di testimonianza. La parabola Di Pietro insegna.

E il lavoro? Problema reale del paese, il lavoro è completamente assente dal dibattito, tanto che pure la Cgil ne ha proposto un rapido piano nazionale esclusivo a Bersani e a Vendola, abbandonando per un attimo la proverbiale “autonomia sindacale”, ormai non solo in campagna elettorale. Penso anzi che, visti i risultati di un anno di “governo”,  tutti quelli hanno sostenuto il massacro Monti-Fornero sulle sorti del sociale e dei lavoratori si vergognino di parlarne. Bersani potrebbe finalmente ritrovare come ministro l’amico Ichino, passato all’altra sponda. Il lavoro, invece delle tasse, potrebbe essere il tallone di Achille dei maggiori partiti oppure il tema-assente preferito degli astensionisti. Persino Landini, segretario generale della Fiom, è costretto a schierarsi con la lista Ingroia per ricordare che effettivamente esistono due Cgil politiche e che il Pd non dà nessuna fiducia o garanzia di ripristino della legalità e della dignità del lavoro. Figuriamoci se alleato con la destra tecnocratica e bancaria di Monti.

Il dilemma è posto: votare l’originale o la fotocopia?

Il tutto davanti alle buffonerie di Berlusconi in ascesa, agli oracoli da sepolcro imbiancato di Monti, ai borbottii bonari di Bersani anche su chi deve apparire in Tv, alle farneticazioni di Maroni sul bottino fiscale e la secessione, alle urla di Grillo (ce lo fanno vedere sempre così), ai programmi semplificati seppure alternativi di Ingroia, al silenzio isolato di Di Pietro e piano piano al fantasma Vendola. Le proposte referendarie di Bagnasco, appena uscito dalla lobbie democristiana di Todi per selezionare le candidature fedeli,  e del Vaticano che “mai si è mischiato nella politica italiana”, nemmeno per lo Ior nel Monte Paschi.

Per il resto “Tout va très bien, madame la marquise!”. La palla al popolo.

sabato 2 febbraio 2013

Alcune riflessioni sulle prossime elezioni politiche: le tre destre e "un mondo unito sotto il cielo stellato"

di Franco Cilli

Il voto a Rivoluzione Civile, come pure il voto a Grillo ha a mio modo di vedere una duplice funzione. In primo luogo quella  dirompente: un buon successo di entrambi imporrebbe un registro diverso alla politica italiana con nuove regole e nuovi comportamenti, in una cornice prevedibilmente più democratica e più ancorata ai valori della costituzione, ancorché depurata da certo mignottame e da corruttele oltre il livello di decenza. In secondo luogo, e forse la cosa più importante,  quella di mettere al centro della riflessione politica il tema dell’austerità, rompendo il dogma del pensiero unico e del liberismo, in base al quale non si sa perché siamo condannati a trasmutare il debito privato delle banche in debito pubblico, a sua volta utilizzato come grimaldello per smantellare e privatizzare il welfare. Sebbene queste due compagini possano insidiare il primato assoluto delle tre destre, vale a dire le destre rappresentate da Monti, Bersani e Berlusconi, rimane però il problema di una pletora delle destre stesse, con la loro occupazione totalizzante e pervasiva dello spazio politico, le ovvie ripercussioni sulla dialettica istituzionale e i rischi di una balcanizzazione della scena politica. Qualcuno a questo punto si pone il problema se non sia più importante sconfiggere la destra peggiore e far vincere quella migliore piuttosto che sperare in un'azione dirompente di Grillo ed Ingroia. A parte il fatto una destra è sempre una destra, e quindi non si vede la convenienza di una sua vittoria, ma sfido chiunque a scegliere quale sia la destra migliore.

Va detto che l’occupazione nominale dello spazio politico riservato alla sinistra da parte di una delle destre, cioè quella di Bersani, ha imposto a Rivoluzione Civile la ridefinizione del perimetro elettorale, e una nuova lottizzazione dell’area di sinistra, allo scopo di guadagnare nuovi spazi, e a Grillo la collocazione in una dimensione autonoma e parallela, “né di destra, né di sinistra”, in grado di creare un'osmosi dai comparti tradizionali della politica verso un'area indifferenziata. A conti fatti sembrerebbe naturale stare a vedere se la scommessa di Igroia ha una qualche possibilità di vittoria e far sì che la situazione a sinistra ridiventi fluida. C'è però una tesi, sostenuta da alcuni miei amici, che si insinua in un gioco politico apparentemente dominato da geometrie di tipo euclideo. Questa tesi, che si riallaccia in qualche maniera alla teoria della destra migliore,  afferma che la frammentazione del quadro politico sia il prodotto di riflessi identitari e di rendite di posizione, i quali ritarderebbero l’uscita del corpo sociale dal novecento, rimandando la necessaria reductio del quadro politico a sostanza unica, nella fattispecie il Pd, il quale dovrebbe assumere necessariamente il ruolo di contenitore unico della materia politica, permettendo la ripresa di una dialettica storica nel segno dell’unità. In soldoni, facciamo vincere questa destra, quella che più autenticamente riflette lo spirito dei tempi, ripuliamo il campo da ridondanze inutili e poi ripartiamo da qui. Così facendo sgombriamo l'arena politica da partitini buoni solo a se stessi e dalla volgarità berlusconiana, serio pericolo di un’involuzione autoritaria, all’insegna della totale anencefalia delle masse e del volto decadente e corrotto di una dittatura di stampo bananiero.

Vorrei dire a questi miei amici che forse in questo modo usciremmo dal novecento, ma solo per rientrare nell’ottocento. Tesi del genere sanno di neo-storicismo e neo-hegelismo. Si intravede la nostalgia per il ritorno alla totalità e un'insofferenza verso gli elementi particolari della realtà visti unicamente come residui di un passato non ancora pienamente sussunto nelle nuove forme della politica e della società .

Il guaio di queste metafore filosofiche è che sono molto suggestive, ma sono ben lontane da una realtà che non si lascia piegare alle esigenze della filosofia. La natura del Pd è in verità molto prosaica ed è fatta di scelte puramente contingenti maturate in un contesto dove predomina un unico pensiero. Inoltre questo partito è talmente compromesso con un tipo di politica affaristico-clientelare ed è così dominato da lotte intestine, che resta paralizzato da un sistema di veti difficilmente eludibili. Difficile infatti conciliare l'anima riformista di questo partito (seppure esiste) con il carrozzone clientelare ereditato dalla sinistra DC, cresciuto all'ombra di connivenze con il campo avversario al punto tale da configurare un unico sistema di potere. L'unica opzione seria a questo punto sarebbe quella di smantellare del tutto questo sistema del quale anche il Pd è parte integrante. Ma voglio prendere per buona la necessità di semplificare il quadro politico e scongiurare il pericolo berlusconiano, “un mondo unito sotto il cielo stellato”. Ebbene in questo caso c'è da augurarsi che vinca il Pd, ma che allo stesso tempo abbiano una buona affermazione Ingroia e Grillo e che venga finalmente asfaltato il berlusconismo. Un risultato siffatto permetterebbe (in teoria) il riavvio di una dialettica democratica, con la speranza (a mio avviso vana) di un cambiamento di rotta del Pd, che pressato dalle falangi grilline e rivoluzionarie sarebbe costretto ad un'inversione di rotta di 180 gradi, dando finalmente sollievo al suo popolo da tempo bistrattato e costretto ad ingoiare rospi.

Bene se qualcuno a questo punto  vuole assumersi il compito di far vincere il Pd, assumendosi anche il rischio che rifaccia un'alleanza con Monti per riaffermare la politica del rigore, con Fiscal Compact e annessi, faccia pure. E' un compito arduo e ingrato, ma d'altronde qualcuno dovrà pur fare il lavoro sporco.

Io sono un vile, e credo poco nelle soluzioni sofferte, voterò per Ingroia, per quello che potrà servire. 

lunedì 7 gennaio 2013

Il silenzio dei prosciutti

La faccia di Monti mi ricorda il film di Carpenter “ Essi vivono”, non tanto perché Monti sia un alieno, Monti è molto “terreno”, ma perché quando vedo lui mi sembra di vedere in controluce l'immagine filigranata di uno zombie coi denti aguzzi affamato di sangue, uno insomma che dietro le spoglie umane nasconde la sua vera natura di predatore e i suoi reali proponimenti. E' questo ciò che accade in Italia, acclamiamo i nostri macellai, perché non abbiamo niente di meglio da fare e perché il macello appare come l'unica realtà fruibile. Inoltre il macellaio si presenta bene, è rassicurante ed è benedetto dalle tonache.

Prendete Bersani e il suo scudiero Vendola, nessuna persona sana di mente potrebbe bersi la favola che per salvare l'Italia era necessario segargli una gamba e venderla al miglior offerente per poi avere i soldi per comprarle una protesi. Eppure molta gente per bene se la beve. Sindrome di Stoccolma? No, più semplicemente un orizzonte dove l'unica cosa che riesci a vedere è quello che ti permettono di vedere e anche se ti sembra assurdo non c'è altro.

Bestie votate il macellaio e il vostro futuro sarà assicurato.

Altra scenetta che mi tormenta in questo periodo è quella di una vecchia pubblicità di una ditta di salumi, dove un' allegra brigata di maiali si avvia fischiettando al macello dentro una fabbrica di prosciutti, esibendo per entrare il “passaporco”. Non posso non scorgere le similitudini con la situazione politica attuale, sarà anche perché Bersani è emiliano e lì i prosciutti e porcilaie vanno alla grande.

Continuo a chiedermi, come è possibile che gente del genere venga a chiederti il voto dopo che ti ha tagliato pensioni, stipendi e welfare e dice che siamo appena all'inizio, subito dopo averti detto che la crescita è vicina a che siamo ormai fuori dal tunnel? Eppure ormai dovrebbe essere arrivata la voce che il prossimo anno taglieranno altri 46 miliardi di euro al bilancio dello stato. Eppure a volere tendere un po' l'orecchio uno dovrebbe aver sentito Monti che dice: tagliamo un tanto di IRPEF e di IVA, ma solo dopo aver ridotto la spesa pubblica. Tradotto: faccio finta di dati 10, ma poi ti tolgo 1000 di ospedali, scuole, assistenza agli anziani, ricerca e quant'altro, tanto, come ha avuto la sfacciataggine di affermare il professore la sanità non è più sostenibile e figuriamoci il resto. Non c'è verso.

Votiamo i macellai.

venerdì 4 gennaio 2013

La lista Ingroia è un punto di inizio

di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo
 
La consultazione interna al movimento «Cambiare si può», che ha visto la maggioranza esprimersi per la realizzazione di un vasto fronte con candidato premier Antonio Ingroia, indica la necessità di compattare a sinistra un solido e plurale punto di riferimento che nasca dalle lotte dei movimenti e da quei partiti che da subito si sono contrapposti al neoliberismo dell’Agenda Monti, sostenuta da Bersani, Casini e Alfano. Chi l’avrebbe detto fino a qualche settimana fa che sarebbe nato uno spazio politico a sinistra della coalizione Pd-Sel?
Tuttavia, è necessario rafforzare questo polo, soprattutto con il peso e l’energia dei movimenti che, con le loro lotte per la democrazia dal basso, in questi anni hanno dato linfa a una nuova passione politica e hanno posto la questione della crisi della rappresentanza, dei suoi sistemi di selezione e dell’urgenza di nuove forme della politica.
E’ evidente che il processo politico, pur con successi anche simbolici ragguardevoli, avrebbe dovuto caratterizzarsi attraverso atti più coraggiosi, espressione di una netta discontinuità rispetto ai modelli del passato, e soprattutto rispetto alle modalità di investitura, alla degenerazione del sistema dei partiti, al tradimento dello spirito dell’art. 49 della Costituzione, alla loro ingerenza e autoreferenzialità.
Il processo costituente di “Rivoluzione civile” non nasce dunque perfetto, ma perfettibile, ed in questo senso dovrà caratterizzarsi per divenire una reale area di confronto e di dialettica tra le diverse anime.
Le imperfezioni e le criticità non possono tuttavia far perdere di vista prospettive, scenari e nuovi orizzonti che possono aprirsi.
Con la nascita di questo nuovo spazio pubblico della sinistra, si dovrà lavorare per costruire un programma politico anticonformista, altermondialista che, partendo dall’affermazione dei principi costituzionali, sappia dar luogo ad un intreccio virtuoso tra diritti civili, politici e sociali.
Occorre lavorare dall’interno per costruire un soggetto politico che, dalla parte dei più deboli e degli esclusi, sappia rinnovare profondamente gli istituti classici della rappresentanza, ormai logori, attraverso un continuo collegamento con i movimenti, con i territori, le pratiche locali e le forme più evolute della democrazia diretta e partecipativa; attraverso la capacità di connettersi ed intercettare conflitti e dissensi, destrutturando sovranità e proprietà a vantaggio delle nuove categorie della partecipazione e dei beni comuni. Insomma, occorre guardare con coraggioso entusiasmo ai nuovi modelli di rappresentanza che si stanno sviluppando nel neo-costituzionalismo sudamericano, soprattutto quelli che hanno posto il problema del diritto all’insolvenza per i debiti sovrani incautamente assunti.
E’ dunque soltanto il punto di partenza di un processo che vede la costruzione di un polo che si contrappone alle politiche liberiste che hanno visto coinvolto da protagonista anche il Pd.
Ripartire dalla centralità del lavoro e soprattutto dare al lavoro una rappresentanza che, anche attraverso i referendum, sappia fronteggiare in maniera decisa e diretta le politiche insensate di Berlusconi prima, poi di Monti e della Fornero, che hanno svuotato di ogni valore fondativo l’art. 1 della nostra Costituzione.
Ripartire dall’affermazione dello stato sociale, spiegando che le sue radici, oltre che nella Costituzione, possono e devono essere ricercate anche in un’Europa libera dai vincoli imposti dalle multinazionali e dalle banche.
Ripartire dai punti programmatici di “Cambiare si può” che hanno ben indicato la strada da seguire.
Per questi motivi, il primo atto da porre in essere da parte della nuova compagine elettorale dovrà essere la proposta di abrogazione dell’attuale articolo 81 della Costituzione, che introducendo il pareggio di bilancio ha negato di fatto l’esistenza del welfare statale e locale e quindi la tutela e la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini.


Fonte: Il Manifesto 4.01.2013 



giovedì 27 dicembre 2012

Elezioni, ovvero bisticci di destra

di Tonino D’Orazio

Finita la sbornia mediatica positiva delle primarie del Pd, con un momentaneo rialzo delle intenzioni di voto, si torna alla realtà politica del paese. Cioè al “nuovo” programma delle destre italiane, in una ipocrisia e una ablazione cerebrale che non ha precedenti nella storia.
Un Monti che propone di continuare il massacro sociale e la privatizzazione del sociale di tutto il paese, all’americana tra banche, fondazioni e assicurazioni, sulla falsa riga di aver “salvato” il paese. Di quale è tutto da scoprire dimostra l’Istat. Un Berlusconi che ha approvato tramite la sua maggioranza in parlamento tutta l’agenda Monti, ma che ora spudoratamente rinnega, o fa finta, come sua costante abitudine. Anzi riparte su una proposta populista di sicuro effetto: abolizione dell’Imu, dimenticando, come molti italiani, che l’aveva personalmente reintrodotta in un decreto poco prima di lasciare lo scellerato (così la pensano molti italiani poveri) compito a Monti. Altra proposta, per la quale è stato rieletto premier per ben tre legislature è quella della diminuzione delle tasse. Probabilmente, in tempi del genere, non c’è tre senza quattro, visto che ha aggiunto anche la diminuzione dell’Iva.
Una cordata di imprenditori e banchieri che si stringe intorno a Monti, sceso in campo politico perché da tecnico, fino ad adesso, aveva solo scherzato. Una chiesa cattolica che chiede quasi esplicitamente al suo apparato di sostenere Monti, temendo la minaccia diretta che Berlusconi ha fatto in caso di ritorno al governo, sulla sua mancata e simoniaca riconoscenza per i benefit ricevuti. Insomma la rinascita di un centro “cattolico”, una nuova Democrazia Cristiana, con l’inossidabile Casini, la Fiat in campo con l’ineffabile Montezemolo, un gruppetto di ministri milionari che hanno preso gusto alla poltrona, un Riccardi che traina tutta la cooperazione sociale e internazionale dei giovani cattolici di centro-destra, qualche fuoriuscita del Pdl (non a caso gli ex Dc di lungo corso), un po’ di banchieri per dire alla finanza anglo-sassone e tedesca che “non è finita” e qualche pezzo del Pd, anche giovane, pronto a scivolarvi, lasciando Bersani con il cerino in mano.
Una Lega disperata, tra l’incudine di dover vincere e il martello di doverlo fare con l’odiato Berlusconi degli ultimi mesi, anche se per diciotto anni è andato tutto bene.
Con davanti un Berlusconi che ricostruisce il suo marketing politico con tutti gli strumenti mediatici a sua disposizione. Cioè tutti quelli nazionali, televisioni di stato, televisioni personali e private, giornali, riviste, sondaggi pilotati. Lo vedremo tutti i giorni a reti unificate. Deve aver rimesso all’opera uno staff eccezionale visto che alcuni bookmaker inglesi scommettono di nuovo sulla sua rinnovata vittoria e la democratica stupidità degli italiani.
Bisogna riconosce che da buon burattinaio ha utilizzato tutti, tramite la sua maggioranza in parlamento, a spingere sia Monti, sia Napolitano che Alfano a sostituirlo momentaneamente per poter ritornare più forte di prima. Lo stesso Monti lo teme, visto che con il sostegno di Napolitano, che fa finta di non aver capito che quando si è in scadenza si conta poco e che il prossimo presidente tocca alla vera destra, cerca di riunificare i gruppi parlamentari che lo hanno sostenuto in una “lista per l’Italia”. Berlusconi dice che veramente è per la Germania e che lo spread era una immensa e paurosa falsità, allineandosi a quello che hanno sempre detto economisti di fama mondiale e premi Nobel. Con una verità due piccioni. Proprio nel suo stile: la verità può essere falsa e viceversa.
L’appello a unificarsi intorno a questa lista, cioè a un “voto utile” contro il ritorno del vendicativo Berlusconi spiazza anche il Pd che poteva farne di nuovo la sua stessa solita rivendicazione in campagna elettorale. Ora Bersani dovrebbe chiedere il “voto utile” sia contro Berlusconi sia contro Monti. Con l’aggravante del sostegno senza se e senza ma dato all’agenda del F.M.I. di Monti. Dovrebbe battere due destre, in Italia, senza un programma alternativo? Con lo stesso concetto e con i risultati ottenuti nel “mettere i conti a posto” come il segretario del Pd Bersani e con lui molta parte del gruppo dirigente CGIL continuano a ripetere o a pensare. Senza nemmeno proporre di poter ritoccare le famigerate leggi sul disastro della controriforma delle pensioni, della controriforma dell’istruzione e del mercato del lavoro, del bilancio della Repubblica italiana in mano alla BCE tedesca? Dopo averle accettate e votate? Con un Napolitano che lo ammonisce chiedendo da mesi e da garante che non si tocchi nulla all’impianto anti Stato, antisociale (cioè contro il popolo sofferente) programmato per il futuro e che anzi manca ancora la distruzione totale della sanità pubblica, anche se già stata mangiata a pezzi? Anche se possono voler dire anni e anni di disoccupazione e miseria, di ritorno a condizioni di salute e di prospettiva di vita non più da primo mondo, ma da terzo o quarto? Chi ristabilirà la democrazia nelle fabbriche garantendo la libera rappresentanza di ogni componente sindacale nel rispetto della Costituzione? Anzi chi ci garantirà la forza egualitaria della Costituzione, quando sono tutti pronti a modificarla e piegarla ai propri disegni politici, anche personali? Qualcuno può ribadire che il lavoro non è una maledizione o un’elargizione, ma un diritto oltre che una fondamentale dimensione di realizzazione personale?
Programmi di sgretolamento della Costituzione che Berlusconi ha già messo in pratica da anni. Programmi che Monti, con l’aiuto di Napolitano, ha fortemente rafforzato e accelerato in pochi mesi (ne vediamo tutti i risultati), e che intende continuare, nessuno sa fino a dove, aspettando la fase due. Alcuni politici no, il popolo sì lo ha capito, con duro realismo. Per questo diventa terreno fecondo per qualsiasi “populismo”. Quando si ha davanti nessuna speranza, anzi una sadica continuità di misero futuro, o stupide promesse ribadite e nemmeno rispettate da anni, come andare a votare con proposte del genere? Cosa scegliere? Come all’Ilva di Taranto, lavoro e morte insieme aspettando l’autoriforma del capitalismo?
Chi potrà rendere il sistema politico più decente e presentabile, senza far cambiare radicalmente di mano le leve del potere economico, delle decisioni personalizzate e dell'assetto classista e profondamente ingiusto di questa società? Ci hanno portati tutti alla conclusione e alla convinzione che “non c’è alternativa”? Possibile che nessuno ha proposte politiche serie e credibili per quel più di 50% di cittadini, vera maggioranza elettorale silenziosa di questo paese, che non va a votare?
Possibile che la sinistra italiana continua a dividersi e a non accorparsi mai, lasciando il campo libero alle destre grazie a un sistema elettorale che queste ultime non avranno mai intenzione di cambiare? Per quanti anni o legislature ancora?


lunedì 24 dicembre 2012

Ingroia, Grillo, Bersani: Il Buono, il Brutto, il Cattivo.

di Franco Cilli
 
La cosa migliore sarebbe stata quella di vedere la nascita di un soggetto unico della società civile, che dentro un unica cornice fosse riuscito a contenere un bestiario variopinto e berciante, ma capace di agire come un sol uomo al momento giusto. Né Grillo né Ingroia che marciano divisi nella speranza di lanciarsi segnali di fumo, ma un unico simbolo di riscossa democratica. Utopia per il momento, ma un dì verrà, è inevitabile, ne va della nostra sopravvivenza. Quando la storia avrà finalmente assolto al suo ruolo catartico e avrà spazzato via personalismi e contenuti privati della relazione, i cui fraseggi hanno l'unico scopo di misurare il proprio ego, anteponendoli all'interesse comune e all'altruismo, allora saremo uniti. Forse. Da parte mia, come tutti gli sciocchi che non conoscono le sottigliezze e i sotterfugi della politica, ho da sempre lottato per l'unità di coloro che hanno a cuore la politica come bene comune. Anche Grillo e i grillini, che ho seguito dagli esordi con curiosità e molti dubbi, mi sembrava potessero fare massa con gli altri. Certo con Grillo ho passato tutte gli stadi del percorso della consapevolezza, dall'interesse, alla valutazione “obiettiva e distaccata”, fino al ripudio, per poi tornare indietro sui miei passi ed approdare finalmente ad una valutazione realistica e più “politica” del suo agire. D'accordo, si dirà le discriminanti esistono: si può non dare valore discriminante a certe frasi razziste del comico genovese, a certe allusioni poco correct nei confronti di certi avversari politici? Si può dare per buono il fatto che riesca a parlare a tutti i segmenti della società, dicendo a ciascuno, leghista o ambientalista o operaio incazzato o giustizialista, ciò che ciascuno si aspetta di sentirsi dire? Non so, ma mi riesce difficile pensare che singole frasi possano rappresentare l'essenza di un movimento così composito e generalmente democratico e che possano avere significati tali da svelarne l'intima natura reazionaria e fascistoide. Grillo il brutto, ma dai grandi numeri, Grillo il re delle folle giustamente indignate e incazzate, protese verso l'ennesimo messia. Con lui Ingroia vuole dialogare e fa bene, è l'atteggiamento saggio e giusto di chi non vuole vivere in una riserva, ma vuole conquistarsi una nazione. Questo è lo spirito giusto, purché sia sincero, o perlomeno abbastanza sincero.
Sono ormai fermamente convinto che quando andrò alle urne avrò dovuto digerire bocconi amari da parte dei miei: ambiguità, democrazia sbandierata e mai realmente praticata, doppiezze togliattiane mai sopite, candidati imposti ecc. Ma lo farò, ingoierò il rospo, no favorirò divisioni e frazionismi, ben sapendo che il mondo non è perfetto e che comunque vadano le cose, il saldo finale sarà positivo, perché dall'altra parte, dalla parte dei Bersani, dei Vendola, dei Monti e dei Berlusconi, la risultante non potrà che essere assolutamente negativa. Non si tratta di differenze in termini quantitativi, ma di una netta separazione delle dimensioni di senso. Qui si che possiamo essere manichei o aristotelici se preferite: chi dice non A quando noi diciamo A per significare bene comune, non può stare nel nostro insieme. Ciò significa che quando Ingroia nomina la parola dialogo dobbiamo consideralo un tradimento? No. Come ho già detto e come mi sembra sia logico supporre, il dialogo in politica è un obbligo, l'alleanza no. E qui sta il punto. Ciò che chiediamo a questo nuovo soggetto arancione è la chiarezza, niente alleanze con chi ha sostenuto l'agenda Monti ed è stato complice del suo massacro. Convergenze con il Pd ce ne potranno anche essere su singoli punti, ma niente alleanze, nessuna omologia, sarebbe contro-natura.

Cambiare si può, si deve, non a prescindere, ma malgrado tutto.

 

martedì 11 dicembre 2012

Bersani ha gettato la maschera

di Francesco Maria Toscano da Il Moralista 


In un’intervista pubblicata dal Wall Street Journal Bersani ha gettato la maschera (clicca per leggere). In caso di vittoria, l’ex comunista convertitosi al turbo-liberismo, applicherà alla lettera gli ordini impartiti dalla massoneria reazionaria che governa questo scempio di Unione Europea.  A differenza del “budino” Hollande, che per rimangiarsi le promesse elettorali ha almeno aspettato di farsi eleggere, Bersani si cala le braghe di fronte ai padroni prima ancora di scendere in campo. Cinque anni di governo Bersani, etero diretto dalla Troika che devasta i popoli europei, rappresentano proprio una prospettiva che fa rabbrividire. Resto convinto della assoluta pericolosità di tutti gli uomini politici che affondano la loro storia personale nel Partito Comunista. Chi è stato allevato sotto le insegne della falce e del martello conserva necessariamente una profonda sfiducia nel diritto delle masse di auto-determinarsi. L’ideologia comunista predica dappertutto il primato di alcune ristrette oligarchie burocratiche, spesso indottrinate nelle sedi di partito, depositarie esclusive del concetto di interesse generale. Il popolo, spesso strumentalmente rappresentato come massa informe incapace di perseguire interessi astratti e nobili, deve quindi lasciarsi guidare con fiducia da chi possiede gli strumenti tecnici (o tecnocratici?) utili a far sorgere il sol dell’avvenire. Quando Bersani rivendica continuità con le politiche di alcuni antesignani di Monti come Ciampi, Padoa Schioppa e Prodi, sposa, più o meno consapevolmente, una versione nefasta del peggiore socialismo tecnocratico teorizzato per primo da Saint Simon. In sintesi, questa versione di Unione Europea è molto simile alla suggestione dell’eurocomunismo, resuscitato inopinatamente in Occidente proprio  alla caduta del modello originale di stampo sovietico. Alla esaltazione del primato di una burocrazia ottusa rispetto alla politica, tipica dei regimi comunisti passati e presenti (pensate alla Cina), l’attuale Unione Europea mischia, ad adiuvandum, una volontà cinica e sterminatrice sopravvissuta sottotraccia nello spirito del popolo germanico infettato dal nazismo. Non a caso, il darwinismo sociale che sottende alcune scelte di politica economica volte a colpire i più deboli, altro non è se non l’applicazione su un piano più raffinato delle solite prassi eugenetiche con le quali i nazisti inseguivano il mito della razza ariana, finalmente depurata dalle imperfezioni rappresentate da ebrei, zingari, neri o diversamente abili. In questo lo spirito tedesco che guida l’Europa, oggi con la Merkel come ieri con Hitler, è rimasto sostanzialmente identico. Coloro i quali sperano in Bersani per risollevare le sorti dell’Italia si illudono grandemente. Bersani è oggi il principale pericolo per l’Italia. Perfino Berlusconi trova improvvisamente il coraggio di denunciare le politiche recessive messe in campo dal governo dei tecnici, mentre Bersani si preoccupa di dipingere Vendola e Fassina, agli occhi della speculazione finanziaria internazionale, alla stregua di due Pulcinella fissati con la crescita. Gli attacchi incrociati della stampa internazionale contro Berlusconi finiscono paradossalmente per legittimarne il ritorno. Berlusconi, dopo avere condiviso per calcolo tutte le scelte di indirizzo politico del governo Monti, comincia a dire la verità sulla reale finalità di alcuni provvedimenti chiaramente recessivi e scellerati. Il fatto che la verità circa il progetto di cinesizzazione dei popoli europei sia oggi  appannaggio quasi esclusivo di un politico come Berlusconi, la dice lunga sulla qualità complessiva delle nostre classi dirigenti.

lunedì 26 novembre 2012

La tentazione di votare Renzi

Mi viene voglia di votare Renzi. E' la reazione più naturale ad una sceneggiata che ci ha presentato un Bersani come il garante della continuità di una politica di sinistra all'interno del Pd. Vai con Bersani, non sia mai che vinca quel liberista un po' inciucione e con la faccia da prete di Renzi.  Bersani sarebbe l'antitesi del liberismo. Il solito ricatto del voto utile, ma questa volta di utile c'è solo quello delle banche e dei banchieri. Ma quale  antitesi al liberismo, nemmeno un ebreo ortodosso segue la Torah come questa gente segue i dettami del liberismo! Cosa sarebbe la riforma delle pensioni, socialismo? Dimenticavo, la crisi, ce lo chiede l'Europa. Un alibi che non reggerebbe nemmeno se avessero ragione. Sono stufo di citare i misfatti di questo governo perpetrati come rimedio ad una crisi considerata non già come il prodotto proprio del liberismo, ma come un evento naturale, la furia degli elementi che chissà come si scatena solo contro i più deboli. Se Bersani è di sinistra allora chiunque è di sinistra. 
Ho rispetto per gli elettori del Pd, perché malgrado tutto sono fra le persone migliori di questo paese: hanno uno spirito genuinamente democratico e presi singolarmente parlano lingue affatto diverse da quelle dei loro leaders. Ma perché si comportano in modo totalmente illogico? Con che spirito un insegnante, un infermiere, un operaio, può votare gente che ha condannato a morte la sua categoria e bombardato lo stato sociale? Perché non si riesce ad essere un minimo conseguenti? Eppure non stiamo ragionando di principi dottrinari, non è il sesso degli angeli, è la tragica concretezza di gesti palesemente ostili a ciò che lo stesso slogan dei piddini,  " Italia bene comune", intende mettere al centro della politica. La risposta credo che sia nella preponderanza di scelte identitarie rispetto alla logica più elementare. Il bisogno di una casa comune e di una famiglia di appartenenza prevale, almeno in quelli di sinistra. Per i berluscones il discorso è diverso, quelli sono di un'altra pasta, non li smuovi, lì prevale l'interesse puramente contabile e il desiderio di impunità.
Ma nei “nostri”, almeno in una buona parte di questi, la paura di perdere le coordinate di riferimento in una realtà sempre più complessa e di essere assaliti dal panico è più forte persino degli istinti vitali. Fino a quando. Forse fino a quando i morsi della fame non diventeranno più forti e sarà sempre più evidente chi sono i responsabili di questo stato di cose. Forse, ma c'è dell'altro. Questa crisi ha distrutto ogni speranza. Non si riesce a vedere un'alternativa a questo stato di cose. Qualsiasi visione alternativa della politica, opposta a quella dei tecnici e dei Napolitani è considerata più una costruzione narrativa che una possibilità reale. Come si può costruire un senso diverso rispetto a quello di chi monopolizza l'intero ambito del reale? L'Europa, il mondo delle banche, dell'economia, della finanza, interi eserciti di dispensatori di verità con tutti i loro pifferai al seguito che diffondono il verbo. E' ovvio che buona parte dell'umanità di questo paese come in altri cerchi rifugio o in partiti di plastica o nell'individualismo del si salvi chi può.
La tentazione di votare Renzi con l'idea di far cadere questo castello di menzogne e di costruire qualcosa di diverso sulle sue macerie, c'è ed è forte. Alla fine ci resta davvero solo Grillo o un cumulo di macerie, o magari entrambi. 
Se vogliamo rimanere freddi e lucidi ci sarebbe anche una componente tattica nella scelta di Renzi: lui vince e si libera un bel po' di spazio a sinistra, tolto l'alibi di Bersani molti del Pd guarderebbero altrove, finalmente verso un'area autenticamente antiliberista. La tentazione è davvero forte.
Speriamo di riuscire a intravedere qualcosa aldilà del muro.

venerdì 2 novembre 2012

Fra Grillo e Bersani preferirei qualcosa di meglio

Per il bene del paese Bersani non ci costringa a scegliere fra lui e Grillo, altrimenti la scelta sarà scontata. Se dobbiamo scegliere fra il pacato pragmatismo di chi vede il bene nel male dei poveri, sceglieremo senz'altro la furia scomposta di un eretico buffone. Siamo plebei in fondo, l'illuminismo borghese non ci è mai piaciuto troppo, abbiamo sempre preferito le lusinghe di preti, santi ed eretici, che ci offrivano il paradiso come orizzonte ultimo, al razionalismo di chi pretendeva di appagarci con la sua fredda ragione e col suo raffinato buongusto, promettendoci solo pezze al culo.
Per il bene del paese andate tutti a quel paese.

giovedì 16 agosto 2012

Il Pd ha già spartito i posti al governo: Bersani premier, D’Alema e Letta ministri

di Sara Nicoli da ilfattoquotidiano

Per una volta, la notizia non è il fatto in sè, quanto la sua conferma. Nel Pd c’è chi si è già spartito i posti del governo (e del potere) che verrà. Senza pensieri a compromessi con le parti più critiche del partito e senza neppure passare per le primarie. Dove, a quel che si apprende, i maggiorenti democratici farebbero pure a meno di passare. E parecchio a meno. Esiste, insomma, una sorta di “patto di sindacato” tra chi conta (e ha sempre contato) dentro il partito per dividersi quelli che saranno gli incarichi di maggior rilievo nella prossima legislatura. Al Foglio questo patto l’ha svelato una gola profonda interna al Pd, ma ilfattoquotidiano.it ha voluto vederci chiaro. E, soprendentemente, è arrivata la conferma. Sempre anonima, perché in questa fase nessuno ha voglia di scoprire le carte (le proprie), mentre invece sembra prepotente la voglia di rompere il gioco dei “soliti noti” prima che la vergogna – ma soprattutto l’ira della base democratica – travolga il Nazareno facendo implodere il partito senza la necessità rendere le primarie una guerra di successione o scomodare rottamatori di prima o seconda fascia.
Ecco, succede che dentro il Partito Democratico sono proprio sicuri di vincere le prossime elezioni. E’ vero che, complice il Pdl, ma anche l’Udc, si stanno ritagliando una legge elettorale dove nessuno esca davvero sconfitto, ma il gotha del partito è davvero convinto che stavolta conquisterà il potere e lo conserverà a lungo. “I sondaggi – ci dice la nostra fonte, che dalla prima linea dei “rottamatori” ha tutto l’interesse a svelare gli altarini dei “padri nobili” – non lasciano spazio a dubbi; se andassimo a votare domani, il Pd sarebbe il primo partito con una percentuale bulgara di oltre il 30% dei consensi”. Ma non si va a votare domani e, a meno di improvvisi strappi, le urne si apriranno solo ad aprile 2013. “Infatti il calcolo che fanno ‘i capi’ – prosegue la nostra fonte – è quello di una grossa coalizione dove, però, i democratici abbiamo un ruolo prioritario; i centri nevralgici del nuovo assetto politico li dovranno avere loro”.
Come? Eccoci a quello che Il Foglio ha ribattezzato “il papello del Pd” e a dire il vero ne ha tutta l’aria, anche per il senso evocativo del patto che rappresenta. L’elenco è breve, ma intenso: Bersani (Chigi-Economia). Secondo: Veltroni (Camera). Terzo: D’Alema (Esteri, Commissario Europeo). Quarto: Bindi (Vicepremier). Quinto: Letta (Sviluppo). Sesto: Franceschini (Segretario). Quelli che si leggono sono i nomi che compongono il “patto di sindacato del Pd”, e quelli che invece si leggono tra parentesi sono gli incarichi offerti o richiesti in vista del 2013: presidenza della Camera; ministro degli Esteri, o Commissario europeo; vicepresidenza del Consiglio; ministero dello Sviluppo; segreteria del partito. In alcuni casi si tratta di promesse esplicite, in altri casi di semplici richieste, in altri casi ancora di singole offerte. E per capire quello che sta succedendo nel partito in questi ultimi mesi, non si potrebbe prescindere da questo “papello”, almeno a detta delle fonti interne.
Quello a cui si sta lavorando nelle segrete stanze del Nazareno, insomma, è esattamente quello che esplicita ogni giorno Casini che ha avuto un ruolo non secondario nel disegno di questa strategia per il dopo Monti. Ovvero? Rieccola: la Grosse Koalition. Che implica, per quanto riguarda gli assetti interni al Pd “di governo”, che dietro la stessa barricata ci siano storici nemici giurati come Bindi e Franceschini o come D’Alema e Veltroni e che al momento, almeno così si racconta, si ritrova impegnata su alcuni fronti tutti a loro modo importanti: garantire al segretario un appoggio solido in una fase delicata come quella che sta attraversando l’Italia; tenere insieme sotto un unico tetto le anime in movimento del Pd (montiani, anti montiani, camussiani e anti camussiani, liberisti e anti liberisti); muoversi con cautela per non compromettere nel 2013 l’alleanza con il centro di Casini; fare di conseguenza di tutto per non accelerare troppo il percorso che dovrebbe portare da qui alle prossime elezioni alle primarie.
Ma, soprattutto, difendere con tutte le forze possibili il nucleo storico del partito dagli attacchi degli “sfascisti del Pd” (insomma, Renzi e compagnia) preservando così quel centro dei “grandi azionisti”, unico consesso – a loro dire, ovviamente – che può essere in grado (per esperienza e competenza, sa va sanz dire) di traghettare il partito lungo questa fase storica non adatta a “inesperti giovinastri in carriera”. In poche parole: dentro il Nazareno si stanno attrezzando per far finta di cambiare tutto perché nulla cambi ma, soprattutto, per mantenere intatte (e, casomai, esaltarle ancora di più) quelle rendite di posizione che hanno impedito fino ad oggi qualsivoglia ricambio interno, anche quello più flebile e meno minaccioso per i volti di sempre della (ex) sinistra italiana.
“Sembra di vivere all’interno di una specie di ‘congresso di Vienna’ in servizio permanente effettivo – ha raccontato al Foglio la fonte primaria – un congresso cioè in cui la regola, come nel primo dopoguerra, sembra essere quella di agire sullo spirito del ‘Conservare progredendo’ e in cui ovviamente i ‘big’, in questo contesto, hanno interesse a mantenere certi equilibri e a non mettere in discussione alcune rendite di posizione”. La nostra fonte, di certo più ruspante, ma non meno avvezza alla frequentazione di quelli che contano, la vede invece così: “La conservazione di alcune posizioni è senza dubbio la priorità di alcuni – sostiene – ma il vero motivo di questo movimento centripeto (tutto verso il ‘cuore’ del sistema, ndr) è che si deve ergere un muro granitico intorno alla segreteria per evitare con ogni mezzo le primarie; qualcuno dei ‘big’ l’ha già detto da tempo, che con il segretario in lizza, le primarie diventano sostanzialmente inutili. Nessuno lo ammetterà mai, ma Renzi fa paura e Vendola è certamente in grado di scompaginare, forse in modo definitivo, gli equilibri, già precari, del partito. Perché poi, se si fanno le primarie e si rompe il giocattolo, allora potrebbero alzare la voce anche i popolari che dall’alleanza con Casini pensano di guadagnare più di un posto al sole, figurarsi..”.
Appunto, i “centristi” del Pd. Nessuno ha pensato di escluderli, anzi di ritagliare per loro qualche ruolo di “cerniera” tra l’esecutivo (prossimo), l’Udc e – perché no – l’ala moderata del Pdl, lontana dagli ex An. Ai Fioroni e ai Carra, per dirla tutta, potrebbe essere riservato qualche sottosegretariato di spicco da dove dirigere giochi, equilibri e strategie della prossima spartizione di potere. Il tutto, ovviamente, nel nome della tenuta del “sistema Paese” e del garantire all’Italia quelle riforme “che servono allo sviluppo”. “E’ comunque un ‘papello’ scritto sulla carta velina – ragiona in conclusione la nostra fonte – anche perché bisognerà vedere quel che farà Monti nei prossimi mesi. Se davvero, cioè, sarà in grado di arrivare alla fine della legislatura portando a casa qualche risultato concreto sul fronte dello sviluppo, altrimenti questi assetti potrebbero essere rivisti: per loro, comunque (il “gotha” democratico, ndr) l’unica vera priorità è restare dove stanno e contare di più. Non disturbare il manovratore, insomma…”. Che pare proprio diventata la moda del momento. A tutti i livelli.