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giovedì 28 febbraio 2013

"Cambiare si può". Back to the future


Ho votato Rivoluzione Civile perché, parafrasando una nota canzone, non avevo niente da fare e non sono pentito. Non ho mai nascosto, come altri compagni, il fatto che fosse un’operazione nata male e finita peggio, ma adesso per colmo di paradosso sono ottimista. Sono convinto che un ciclo si sia chiuso e la quiete necessaria sia stata finalmente raggiunta. Una quiete che si sostituisce al rumore assordante delle tante frizioni e “compatibilità” della sinistra, una quiete che poteva essere raggiunta solo dopo aver sperimentato tutti gli stadi dell’evoluzione. Non è infatti realistico pensare che una soggettività così composita e con rendite di posizione consolidate si abbandoni alla mutazione senza che un evento traumatico la costringa a farlo. Per come la vedo io Rivoluzione Civile è stato un passaggio necessario e anche benefico. Adesso si può ricominciare da dove avevamo lasciato, da una sigla che è anche un motto profetico: “Cambiare si può”. Adesso non ci sarà nessuno che potrà rubarci l’idea di una democrazia partecipata e farne la sua ancora di salvezza, adesso possiamo operare scelte, discutere dei metodi e  individuare gli obiettivi, in modo genuinamente democratico. Adesso è il momento di Cambiare si può. Grillo non è l’unica alternativa, e averlo sottovalutato, sottovalutando la rabbia e la determinazione di chi lo ha voltato, non significa che rappresenti l’unica via.
 

venerdì 4 gennaio 2013

La lista Ingroia è un punto di inizio

di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo
 
La consultazione interna al movimento «Cambiare si può», che ha visto la maggioranza esprimersi per la realizzazione di un vasto fronte con candidato premier Antonio Ingroia, indica la necessità di compattare a sinistra un solido e plurale punto di riferimento che nasca dalle lotte dei movimenti e da quei partiti che da subito si sono contrapposti al neoliberismo dell’Agenda Monti, sostenuta da Bersani, Casini e Alfano. Chi l’avrebbe detto fino a qualche settimana fa che sarebbe nato uno spazio politico a sinistra della coalizione Pd-Sel?
Tuttavia, è necessario rafforzare questo polo, soprattutto con il peso e l’energia dei movimenti che, con le loro lotte per la democrazia dal basso, in questi anni hanno dato linfa a una nuova passione politica e hanno posto la questione della crisi della rappresentanza, dei suoi sistemi di selezione e dell’urgenza di nuove forme della politica.
E’ evidente che il processo politico, pur con successi anche simbolici ragguardevoli, avrebbe dovuto caratterizzarsi attraverso atti più coraggiosi, espressione di una netta discontinuità rispetto ai modelli del passato, e soprattutto rispetto alle modalità di investitura, alla degenerazione del sistema dei partiti, al tradimento dello spirito dell’art. 49 della Costituzione, alla loro ingerenza e autoreferenzialità.
Il processo costituente di “Rivoluzione civile” non nasce dunque perfetto, ma perfettibile, ed in questo senso dovrà caratterizzarsi per divenire una reale area di confronto e di dialettica tra le diverse anime.
Le imperfezioni e le criticità non possono tuttavia far perdere di vista prospettive, scenari e nuovi orizzonti che possono aprirsi.
Con la nascita di questo nuovo spazio pubblico della sinistra, si dovrà lavorare per costruire un programma politico anticonformista, altermondialista che, partendo dall’affermazione dei principi costituzionali, sappia dar luogo ad un intreccio virtuoso tra diritti civili, politici e sociali.
Occorre lavorare dall’interno per costruire un soggetto politico che, dalla parte dei più deboli e degli esclusi, sappia rinnovare profondamente gli istituti classici della rappresentanza, ormai logori, attraverso un continuo collegamento con i movimenti, con i territori, le pratiche locali e le forme più evolute della democrazia diretta e partecipativa; attraverso la capacità di connettersi ed intercettare conflitti e dissensi, destrutturando sovranità e proprietà a vantaggio delle nuove categorie della partecipazione e dei beni comuni. Insomma, occorre guardare con coraggioso entusiasmo ai nuovi modelli di rappresentanza che si stanno sviluppando nel neo-costituzionalismo sudamericano, soprattutto quelli che hanno posto il problema del diritto all’insolvenza per i debiti sovrani incautamente assunti.
E’ dunque soltanto il punto di partenza di un processo che vede la costruzione di un polo che si contrappone alle politiche liberiste che hanno visto coinvolto da protagonista anche il Pd.
Ripartire dalla centralità del lavoro e soprattutto dare al lavoro una rappresentanza che, anche attraverso i referendum, sappia fronteggiare in maniera decisa e diretta le politiche insensate di Berlusconi prima, poi di Monti e della Fornero, che hanno svuotato di ogni valore fondativo l’art. 1 della nostra Costituzione.
Ripartire dall’affermazione dello stato sociale, spiegando che le sue radici, oltre che nella Costituzione, possono e devono essere ricercate anche in un’Europa libera dai vincoli imposti dalle multinazionali e dalle banche.
Ripartire dai punti programmatici di “Cambiare si può” che hanno ben indicato la strada da seguire.
Per questi motivi, il primo atto da porre in essere da parte della nuova compagine elettorale dovrà essere la proposta di abrogazione dell’attuale articolo 81 della Costituzione, che introducendo il pareggio di bilancio ha negato di fatto l’esistenza del welfare statale e locale e quindi la tutela e la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini.


Fonte: Il Manifesto 4.01.2013 



domenica 30 dicembre 2012

Cambiare si può - Due ragioni alternative -

di Guido Viale da soggettopoliticonuovo 
Due sono le ragioni – per me e per altre decine di amici e compagni che ho incontrato negli ultimi mesi, ma verosimilmente anche per decine di migliaia di persone che si sono entusiasmate e poi spese per proporre e sostenere la presentazione di una lista di cittadinanza radicalmente alternativa all’agenda Monti – che ci hanno portato a questo passo, pur consapevoli del fatto che si trattava e si tratta di una scelta rischiosa.
La prima ragione è che all’interno dei vincoli dell’agenda Monti, accettati dal centro-sinistra, non è praticabile una politica di promozione o di sostegno dell’occupazione e del reddito della maggioranza della popolazione italiana; così come non è praticabile una politica di equità, di lotta al precariato, di reddito di cittadinanza, di difesa e potenziamento del welfare, della scuola e delle università pubbliche, della ricerca e della cultura.
Per non parlare di un programma di conversione ecologica per un effettivo contributo del nostro paese al contenimento sempre più urgente dei mutamenti climatici e una base produttiva e occupazionale sostenibile in mercati e contesti ambientali che presto saranno radicalmente diversi da quelli a cui siamo abituati.
Chi sostiene il contrario, come i firmatari di un appello per il “voto utile” reso noto alcuni giorni fa – tra cui Piero Bevilacqua, Paolo Leon, Mario Tronti e altri – o come Giorgio Airaudo o Giulio Marcon, che si sono aggiunti ai candidati di Sel, dovrebbero spiegare come pensano di promuovere anche solo una parte di quelle misure.
Come pensano di farlo senza mettere radicalmente in discussione non l’euro, non l’Unione europea, non il suo consolidamento, ma un quadro di vincoli che, con il pareggio in bilancio e il fiscal compact, imporrà all’Italia di sottrarre alle entrate fiscali 150 miliardi ogni anno per pagare gli interessi sul debito e i ratei ventennali della sua riduzione. Una modo in realtà c’è, ed è imbrogliare le carte come sta facendo Monti – in questo degno emulo di Berlusconi – il quale ha presentato una “agenda” tuttofare, che comprende riduzione delle tasse, aumento delle retribuzioni, finanziamenti a scuola università e ricerca pubbliche, reddito di cittadinanza (che per lui è «reddito di sopravvivenza»: una bella identificazione tra cittadinanza e sopravvivenza) e persino green economy. Bisognerebbe per lo meno chiedersi come mai in un anno non ha fatto e nemmeno impostato una qualsiasi di queste misure. Anche senza avere ancora a che fare con i tagli imposti dal fiscal compact…
La seconda ragione è che l’unico modo per attenuare il baratro e il disgusto che separano la classe politica – tutta – dai cittadini chiamati al voto è quella di presentare una lista totalmente nuova e alternativa, nel programma ma anche nelle candidature, pur all’interno dei vincoli imposti dalla mostruosa legge elettorale che in un anno di governo né Monti né i partiti che lo sostenevano hanno avuto la voglia o la capacità di cambiare.
Si è fatta molta retorica sulle primarie del centro-sinistra per la premiership e ora di Pd e Sel per una parte delle loro candidature; ma nessuna di queste pratiche restituisce alla cittadinanza e agli elettori che lo desiderano un ruolo attivo di orientamento e di controllo sul programma, o sull’operato dei loro rappresentanti in parlamento, o su quello del futuro governo. Per questo i promotori dell’appello cambiare#sipuò hanno proposto di spendersi per «un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi».
E’ evidente che i tempi a disposizione per la definizione e la presentazione della lista non consentono di portare a fondo questo progetto (ma non lo consentirebbero nemmeno se avessimo avuto a disposizione due mesi in più); ma è anche evidente che il modo in cui si affronta questo problema decide del carattere dell’intero progetto, che potrà essere perfezionato in corso d’opera (mi riferisco a tutto l’arco della prossima legislatura) se ci si atterrà a due regole fondamentali.
La prima è stata enunciata il 21 dicembre scorso da Antonio Ingroia nel prospettare la sua candidatura alla testa di una lista unitaria con le caratteristiche di una lista civica. Cioè, i partiti e le organizzazioni politiche che ne condividono le finalità devono fare «un passo avanti» per offrire al progetto il loro sostegno; poi devono fare «un passo di lato», per consentire che si facciano avanti gli esponenti delle lotte, delle iniziative, dei comitati che sono stati i protagonisti della resistenza e dell’opposizione sociale alle politiche governative degli ultimi anni; e, infine, devono fare «un passo indietro» per non caratterizzare in senso partitico questo tentativo (come è stato fatto invece con gli accordi di vertice che hanno portato al fallimento della lista Arcobaleno nel 2008).
La seconda regola è quella adottata dall’assemblea di cambiare#sipuò della provincia di Milano il 16 dicembre scorso: «L’assemblea ribadisce il valore del tentativo di mettere insieme dal basso, e senza vincoli di appartenenza, un primo insieme di persone, di organizzazioni e di forze che si riconoscono in un progetto comune e si impegna, quale che siano l’esito di questa iniziativa elettorale e i risultati conseguiti dalla lista, a riconvocarsi per consolidare e approfondire questo percorso unitario in vista delle battaglie politiche e sociali che ci attendono nei prossimi mesi e anni. Nel caso che la lista porti in parlamento degli eletti, l’assemblea si impegna ad affrontare insieme a loro le questioni in discussione e a costituire dei comitati di sostegno, composti da persone che abbiano competenze nelle materie trattate, per fornire agli eletti tutta l’assistenza necessaria».
Sappiamo che nel corso di molte delle assemblee convocate in tutta Italia da cambiare#sipuò tra il 14 e il 16 dicembre si sono verificati episodi di aperta e violenta contrapposizione che hanno poi trovato puntuale conferma nella presa in ostaggio della seconda parte dell’assemblea del 22 dicembre al Teatro Quirino di Roma da parte di numerosi membri e dirigenti del Prc. In queste assemblee non era e non è mai stato messo in discussione qualcuno dei punti programmatici, ma solo, in maniera a volte esplicita, a volte sottintesa, la modalità di selezione delle candidature.
Questo clima non ha fortunatamente caratterizzato l’assemblea di Milano, anche grazie al modo in cui ne è stata preparata e condotta la presidenza, alternando rigorosamente interventi di uomini e donne, parlando esclusivamente di politiche e rimandando al “dopo” la discussione sulle regole per la selezione delle candidature. Che l’atmosfera fosse positiva lo ho rilevato in un articolo (il manifesto 19-12) e non capisco che cosa mi rinfaccino i firmatari del comunicato “Cittadinanza attiva siamo anche noi”, pubblicato dal manifesto domenica scorsa. Quel “dopo”, comunque, deve ancora venire; perché grazie all’iniziativa di Antonio Ingroia, tra le organizzazioni politiche che sostengono il progetto di una lista unitaria antiliberista, si sono aggiunti al Prc diversi altri partiti, dall’Idv al PdC, dai Verdi al movimento arancione; e sono emerse come protagoniste del progetto molte organizzazioni i cui esponenti hanno sottoscritto l’appello cambiare#sipuò: non solo di Alba, ma anche della Lista civica nazionale, di Su la testa, di Alternativa e di altre ancora.
E’ evidente quindi che occorre trovare un accordo tra tutti nel rispetto delle regole che ho ricordato. Ma a dirimere molte delle incomprensioni che sono intervenute in questi ultimi giorni possono bastare, secondo me, le risposte a due domande, implicite nella mia precedente affermazione secondo cui cambiare#sipuò non è un taxi per portare in parlamento chi non riesce più ad andarci con le sue sole forze. Innanzitutto: a chi risponderanno del loro operato i parlamentari che verranno eletti nella lista unitaria? Ai partiti di appartenenza, se hanno un’appartenenza, o ai comitati che si sono formati e che si formeranno per sostenerli e accompagnarli nel loro percorso, prima e dopo l’elezione? La prima soluzione è la negazione degli impegni presi aderendo a cambiare#sipuò o a “Io ci sto”. La seconda offre la possibilità di mettere l’esperienza di chi ha già, o ha già avuto, importanti incarichi istituzionali o di direzione politica a disposizione dei nuovi arrivati, e di far loro da tutor: senza ricalcare il modello di una carriera politica precostituita che tanti danni ha già fatto. E poi, in attesa che vengano eliminati, come ci auguriamo, i “rimborsi elettorali” e gli altri emolumenti ingiustificati, che sono una delle cause della degenerazione della politica italiana – per essere sostituiti da forme di sostegno alla comunicazione politica paritarie e sostenute con fondi sottoposti a un pubblico rendiconto – a chi saranno destinate le risorse che “eccedono le esigenze del mantenimento e dello svolgimento del mandato” dei nuovi parlamentari? “Alle finalità che verranno loro indicate da queste assemblee”, come recita la mozione di Milano, o al mantenimento di una struttura partitica già esistente? Sappiamo che molti dei partiti che partecipano a questo progetto si sono retti utilizzando i rimborsi elettorali, in vigore, per quel che sappiamo, fino al 2011 anche per quelli che non erano più in parlamento. E’ stato un elemento di forte disparità nei confronti dei movimenti che si autofinanziano; una disparità che, da ora in poi, andrebbe comunque eliminata.

lunedì 24 dicembre 2012

Ingroia, Grillo, Bersani: Il Buono, il Brutto, il Cattivo.

di Franco Cilli
 
La cosa migliore sarebbe stata quella di vedere la nascita di un soggetto unico della società civile, che dentro un unica cornice fosse riuscito a contenere un bestiario variopinto e berciante, ma capace di agire come un sol uomo al momento giusto. Né Grillo né Ingroia che marciano divisi nella speranza di lanciarsi segnali di fumo, ma un unico simbolo di riscossa democratica. Utopia per il momento, ma un dì verrà, è inevitabile, ne va della nostra sopravvivenza. Quando la storia avrà finalmente assolto al suo ruolo catartico e avrà spazzato via personalismi e contenuti privati della relazione, i cui fraseggi hanno l'unico scopo di misurare il proprio ego, anteponendoli all'interesse comune e all'altruismo, allora saremo uniti. Forse. Da parte mia, come tutti gli sciocchi che non conoscono le sottigliezze e i sotterfugi della politica, ho da sempre lottato per l'unità di coloro che hanno a cuore la politica come bene comune. Anche Grillo e i grillini, che ho seguito dagli esordi con curiosità e molti dubbi, mi sembrava potessero fare massa con gli altri. Certo con Grillo ho passato tutte gli stadi del percorso della consapevolezza, dall'interesse, alla valutazione “obiettiva e distaccata”, fino al ripudio, per poi tornare indietro sui miei passi ed approdare finalmente ad una valutazione realistica e più “politica” del suo agire. D'accordo, si dirà le discriminanti esistono: si può non dare valore discriminante a certe frasi razziste del comico genovese, a certe allusioni poco correct nei confronti di certi avversari politici? Si può dare per buono il fatto che riesca a parlare a tutti i segmenti della società, dicendo a ciascuno, leghista o ambientalista o operaio incazzato o giustizialista, ciò che ciascuno si aspetta di sentirsi dire? Non so, ma mi riesce difficile pensare che singole frasi possano rappresentare l'essenza di un movimento così composito e generalmente democratico e che possano avere significati tali da svelarne l'intima natura reazionaria e fascistoide. Grillo il brutto, ma dai grandi numeri, Grillo il re delle folle giustamente indignate e incazzate, protese verso l'ennesimo messia. Con lui Ingroia vuole dialogare e fa bene, è l'atteggiamento saggio e giusto di chi non vuole vivere in una riserva, ma vuole conquistarsi una nazione. Questo è lo spirito giusto, purché sia sincero, o perlomeno abbastanza sincero.
Sono ormai fermamente convinto che quando andrò alle urne avrò dovuto digerire bocconi amari da parte dei miei: ambiguità, democrazia sbandierata e mai realmente praticata, doppiezze togliattiane mai sopite, candidati imposti ecc. Ma lo farò, ingoierò il rospo, no favorirò divisioni e frazionismi, ben sapendo che il mondo non è perfetto e che comunque vadano le cose, il saldo finale sarà positivo, perché dall'altra parte, dalla parte dei Bersani, dei Vendola, dei Monti e dei Berlusconi, la risultante non potrà che essere assolutamente negativa. Non si tratta di differenze in termini quantitativi, ma di una netta separazione delle dimensioni di senso. Qui si che possiamo essere manichei o aristotelici se preferite: chi dice non A quando noi diciamo A per significare bene comune, non può stare nel nostro insieme. Ciò significa che quando Ingroia nomina la parola dialogo dobbiamo consideralo un tradimento? No. Come ho già detto e come mi sembra sia logico supporre, il dialogo in politica è un obbligo, l'alleanza no. E qui sta il punto. Ciò che chiediamo a questo nuovo soggetto arancione è la chiarezza, niente alleanze con chi ha sostenuto l'agenda Monti ed è stato complice del suo massacro. Convergenze con il Pd ce ne potranno anche essere su singoli punti, ma niente alleanze, nessuna omologia, sarebbe contro-natura.

Cambiare si può, si deve, non a prescindere, ma malgrado tutto.

 

mercoledì 19 dicembre 2012

Partigiani della costituzione

di Alberto Lucarelli  da lavorincorsoasinistra


Per ritrovare un’autentica passione nella politica, in grado di interpretare il senso della vita pubblica e della partecipazione democratica, e rilanciare con forza i valori che vi sono connessi, dobbiamo trasformarci in partigiani capaci di declinare, nei diritti e nei doveri, lo spirito autentico della Costituzione.
Diritti, principi, valori: vogliamo difendere la Costituzione in tutti i suoi modi e lo vogliamo fare non con sobrietà ma con passione, entusiasmo, felicità. Difendere la Costituzione da un gruppo di tecnocrati che ha devastato i principi costituzionali, al solo scopo di attuare il memorandum imposto dalla troika Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.
Quindi l’Europa delle banche e dei banchieri.
Cambiare si può, individuando tutti quegli aspetti che sono oggettivamente in contrapposizione con quello che ci sta proponendo un gruppo trasversale di interessi e di poteri che parte da Bersani, che passa attraverso Monti, Montezemolo,ed arriva al populismo riemergente di Silvio Berlusconi.
Cambiare si può e lo sanno comitati, movimenti, associazioni: tutto un mondo straordinario in costante fermento. E’ lo stesso magma che ho sentito nel giugno 2011, quando una maggioranza di 27 milioni di cittadini ha votato contro il saccheggio dei beni comuni. E non si trattava unicamente di un referendum a difesa dei servizi pubblici locali, ma della prima consistente presa di coscienza collettiva di un saccheggio dei nostri beni, del nostra patrimonio pubblico, della nostra identità comune.
In questo percorso si sono costruite sinergie e confronti: dai compagni di Rifondazione ai militanti do Italia dei Valori, agli amici di SEL – e sono tanti – che non si riconoscono nella “carta di intenti” di Bersani. Insomma, a tutte quelle persone che con la schiena dritta, come dice Luigi de Magistris, hanno combattuto battaglie difficili: penso ai compagni della FIOM ed alle persone per bene impegnate in SEL e nel PD. La bagarre mediatica di primarie calate dall’alto, che non hanno nulla a che vedere con la democrazia partecipativa, ha per alcuni giorni alimentato l’attenzione dei giornali, ma non è quella la democrazia partecipativa che vogliamo.
Non posso immaginare e credere che ci sia una maggioranza di italiani che abbia accettato tacitamente la riforma Fornero e lo stravolgimento dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; non posso credere che ci sia una maggioranza di italiani che abbia accettato supinamente l’approvazione dell’art. 8 della legge Sacconi che mortifica i diritti dei lavoratori; non posso e non voglio credere che una maggioranza di italiani abbia accettato la distruzione dello Stato sociale modificando e calpestando l’art. 81 della Costituzione; non posso credere che la maggioranza di italiani voglia un’Europa tecnocratica gestita dal Fondo Monetario Internazionale, da alcuni componenti della Commissione Europea, dalla BCE… Noi vogliamo un’ Europa dei diritti promossa dal basso, inclusiva, vogliamo un processo costituente, con un’Assemblea che quanto prima elegga un Parlamento in grado di ridisegnare i rapporti di forza e tutelare l’Europa politica e sociale così come era stata delineata nel suo progetto originario.
Non posso e non voglio credere che la maggioranza di italiani voglia cacciabombardieri, invece di scuole e asili nido, carri armati invece di diritti sociali; che voglia che i diritti sociali si debbano comprare, che le famiglie debbano pagare per le scuole, per l’università, per la sanità. Non credo che la maggioranza degli italiani sia disposta a questo, non credo che ci sia una maggioranza disposta a cadere nella trappola della contrapposizione tra diritto alla salute contro diritto al lavoro, come hanno tentato di farci credere per l’Ilva di Taranto. Non credo che ci sia una maggioranza di italiani che voglia grandi opere pubbliche, inutili e costose, come la TAV, il Dal Molin, il ponte sullo Stretto di Messina; credo, piuttosto, che ci sia una maggioranza che voglia opere ordinarie, non eventi straordinari che servono solo a sperperare il denaro pubblico. Ed allora questione morale e sociale devono camminare congiuntamente! Perché o si ha il coraggio di affrontare insieme questione morale e questione sociale oppure il rischio è quello di restare ancora subordinati a poteri forti, a lobby, cricche affaristiche trasversali, alla borghesia mafiosa che si annida nelle società pubbliche, che fa clientele, che condiziona i poteri all’interno di una Pubblica amministrazione troppe volte né autonoma nè indipendente.
La nostra è una Carta dei diritti, non dei privilegi, né delle rendite! Cambiare si può, anche ripartendo dai partiti, come intesi da Gramsci e Berlinguer, e non come degenerati nel tempo, mortificando la formula dell’art. 49 della Costituzione, che afferma che “tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Cambiare si può, con la consapevolezza che, in relazione ai suddetti contenuti, siamo maggioranza. E’ il momento di condividere questi contenuti, nuovi metodi e forme della politica, di essere disposti a cancellare rendite di posizione, cedere porzioni di sovranità e mettersi alla pari con tutti, forze politiche strutturate e non, comitati, movimenti, associazioni, per la grande battaglia di partigiani a difesa della Costituzione.

«Cambiare si può» non è un taxi

di Guido Viale da soggettopoliticonuovo

Avevo detto – all’assemblea milanese convocata dai promotori dell’appello cambiaresipuò: secondo me un successo, quasi seicento presenze, molta attenzione, un dibattito ricco, una mozione molto impegnativa, che a parte alcune richieste di integrazioni, ha unito tutti – che quella proposta elettorale non può essere un taxi per portare in parlamento politici e partiti tradizionali che non hanno più la forza e il seguito per andarci da soli, con le loro identità logorate da un passato che li ha messi alle corde.
Ma che ora su quel taxi ci vorrebbero salire, magari anche solo per portare acqua al centro-sinistra, rispetto a cui i promotori di cambiaresipuò hanno invece fin dall’inizio dichiarato di voler rappresentare una alternativa radicale.
Cambiaresipuò, soprattutto visto il tempo a disposizione che ha bruciato la possibilità di un processo di costruzione della lista sufficientemente ampio e partecipato, è una zattera troppo fragile per sostenere senza affondare il peso dei dinosauri che hanno deciso di imbarcarsi sopra di essa. Se restassero a riva, aiutandola e sostenendola nel suo viaggio, sarebbero i benvenuti; ma una volta a bordo – da Di Pietro a Diliberto, da Ferrero a Bonelli, con relativi seguiti – rischiano di occupare tutto lo spazio disponibile, quali che siano le loro dichiarazioni di principio (di cui, peraltro, in molte delle assemblee svoltesi finora – non quella di Milano – hanno dimostrato di tenere ben poco conto). Lasciando così le candidature espresse dai movimenti, dai comitati, dagli studenti, dai Gas, dalle fabbriche in lotta, che dovrebbero risultare la ragion d’essere di questa lista, in un ruolo di pura facciata.
Anche i 10 punti sottoscritti da Ingroia, Orlando e De Magistris soprassiedono a quella che è la vera discriminante che ha spinto molti di noi a spendersi per il progetto cambiaresipuò, cioè la necessità di una radicale revisione delle politiche di austerity promosse da Bce e Commissione europea; le quali politiche, in tutti i paesi dell’Europa mediterranea, sono il cappio messo al collo dell’occupazione e del reddito dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati, dei servizi sociali – scuola, sanità, Università, ricerca, cultura, housing – dei servizi pubblici locali, del patrimonio pubblico, condannati alla privatizzazione in nome del patto di stabilità. Con la conseguenza di condurci tutti verso quel destino di sfacelo economico, sociale, ambientale, politico e della convivenza civile a cui la cosiddetta Troika ha già condannato la Grecia. Di questa “dimenticanza” le aperture verso il centro-sinistra e, di conseguenza, verso un governo allineato sulla realizzazione della cosiddetta “agenda Monti”, non sono che un logico risvolto. E forse sono anche una delle ragioni di fondo della incapacità dei firmatari di quei 10 punti di misurarsi con un progetto di radicale rinnovamento dei comportamenti politici, e della scelta di trattare il progetto cambiaresipuò, duole dirlo, un po’ troppo come “cosa loro”. Senza nemmeno sentire il bisogno di metterne i promotori a parte delle loro decisioni, fino a che non le hanno sapute dai media. E delegando tutto a un’assemblea improvvisata, convocata a ridosso di quella che cambiaresipuò ha invece indetto a conclusione di un percorso durato oltre un mese, e dopo una consultazione sviluppata in tutto il paese con più di cento assemblee locali.
Certamente questa corsa a imbarcarsi sulla lista arancione, che fin dall’inizio si è presentata come partner di cambiaresipuò e che ora funge invece da passepartout per l’ingresso nella lista comune, è un segno e una conseguenza del riscontro che la nostra proposta ha riscosso in vastissimi strati della popolazione; e che molto di più ne potrebbe riscuotere mano a mano che avanzano, pur nei tempi stretti della scadenza elettorale, la crisi del movimento cinque stelle, finalmente rivelatosi proprietà privata di un leader e di una struttura aziendale; ma anche quella del Pd, che dopo l’apparente “trionfo” delle primarie, si trova a dover competere con l’ingombrante figura di Monti, che proprio il Pd ha contribuito a edificare nel corso dell’ultimo anno. Per non parlare dei partiti della residua sinistra, non a caso impegnati in una corsa al si salvi chi può. Ma il modo di fare è in questo campo sostanza; una vera alternativa di respiro generale al montismo, che aspiri a iniziare un percorso, certo non breve, in direzione della conquista della maggioranza in tutto il paese, richiede un approccio molto più attento alle condizioni necessarie per ottenere il sostegno del mondo del lavoro e della cittadinanza attiva a cui si rivolge.
A mio avviso – parlo a titolo personale, ma so che molti dei promotori della lista e di molte organizzazioni che hanno aderito con entusiasmo a questo progetto la pensano allo stesso modo – questo modo di fare tradisce tutte le premesse su cui, anche nella morsa imposta dai tempi strettissimi della presentazione delle liste, è nato il progetto cambiaresipuò e sono cresciute nel paese le aspettative che esso sta suscitando. Mi auguro che le assemblee del 21 e del 22 dicembre (cambiaresipuò) confermino quel “passo indietro” dei leader di partito e di quel che resta dei loro apparati organizzativi che i promotori del manifesto cambiaresipuò hanno sempre proposto, suggerendo loro di aggregarsi in un comitato di sostegno e non in una occupazione delle liste. Diversamente potrebbe diventare improponibile – per lo meno per me – la prosecuzione di un percorso comune. Non abbiamo bisogno di una nuova lista “arcobaleno”, magari agganciata al carro del centro-sinistra, senza nemmeno dichiararlo apertamente.
Comunque sia, le assemblee locali di cambiaresipuò e, in particolare quella di Milano che ho avuto l’onore di presiedere insieme ad altre cinque persone (uomini e donne in misura paritaria, come lo sono stati, rigorosamente, gli interventi) hanno evidenziato, di fronte allo sfascio del paese e della politica ufficiale, una spinta unitaria da parte di tutti gli intervenuti che nessuno spirito di parte o di partito potrà più – mi auguro – soffocare. Per questo la loro riconvocazione (a Milano, il giorno 29 dicembre), quale che sia la decisione che sulla presentazione e la caratterizzazione della lista e sull’eventuale selezione delle candidature, rappresenterà comunque un momento fondamentale del consolidamento di un percorso di aggregazione su un programma comune che può coinvolgere milioni di cittadine e di cittadini, di lavoratrici e di lavoratori, di disoccupate e di disoccupati. Un risultato da cui non si deve più tornare indietro.

Fonte: Il Manifesto 19/12/12

martedì 18 dicembre 2012

Fate presto: Gino Strada, Fiorella Mannoia ed altri 70 firmano appello per il quarto polo

da controlacrisi

Le prossime elezioni politiche saranno un momento costituente per la ricostruzione del nostro paese: dalla nuova legislatura - se ci impegneremo tutti - può nascere un'Italia più civile, più onesta, più giusta. Che sostiene il pubblico e non il privato, rifiuta la guerra, combatte davvero la corruzione e l'evasione.
 

Ad aprire questa porta verso il futuro saranno i cittadini e le cittadine: non le banche, non i poteri forti, non le cancellerie europee.
Nelle ultime settimane si è andata formando, per molti versi in modo spontaneo e fuori dagli apparati dei partiti, un'area civica e politica che si ispira alla pagina più bella della storia italiana recente: quella dei referendum vittoriosi sull'acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento; quella dei nuovi sindaci che hanno vinto a sorpresa in tanti comuni piccoli e grandi.
Quest'area civica e politica, che viene oggi chiamata arancione, si è presentata il 1° e il 12 dicembre a Roma, con le assemblee di Cambiare si può e del Movimento Arancione. Ma sta già attraendo decine di migliaia di semplici cittadini così come di attivisti di associazioni, movimenti, sindacati, ma anche militanti di base ed elettori di partiti già esistenti come Sinistra Ecologia e Libertà, Partito democratico, Italia dei Valori, Federazione della sinistra, Verdi, Radicali e altri ancora.
Per questo chiediamo che ci si organizzi rapidamente in un unico progetto di unione civica arancione in vista delle elezioni del 2013.
Per questo chiediamo un atto di grande generosità e di altruismo da parte dei vertici dei partiti più vicini a questo progetto - Italia dei Valori e Rifondazione in testa - perché rinuncino al nome e al simbolo così come alla spartizione delle liste arancioni.
Per questo chiediamo un atto di grande responsabilità ad Antonio Ingroia, a Luigi De Magistris e ai promotori di Cambiare si può perché si impegnino in prima persona e insieme nella definizione dell'unione civica arancione e nella creazione di un comitato elettorale di garanzia per arrivare alle liste delle candidature e dare il via alla campagna elettorale.

Il tempo è poco, bisogna fare presto!

CLAUDIA ADAMI
ISSI ADEMI
ANDREA BAGNI
OLIVIERO BEHA
GIULIANA BELTRAME
VALERIANO CAPPELLO
ALESSANDRO CAPRICCIOLI
CHIARA CANDELA
DANIELA CARAMEL
EGIDIO CASATI
FABRIZIO CATTARUZZA
MICHELE CAVALIERE
SALVO CENTAMORE
GABRIELE CIAPPARELLA
ADRIANO COLAFRANCESCO
BARBARA COLLEVECCHIO
FRANCESCO COLONNA
CRISTINA CUCCINIELLO
EMMANUELE CURTI
MINO DENTIZZI
ARTURO DI CORINTO
FEDERICO DI FAZIO
LUCA D'INNOCENTI
VALENTINA FEULA
JULIA FILINGERI
FRANCESCA FORNARIO
ALESSANDRO GILIOLI
MAURIZIO GIUDICE
CHIARA GIUNTI
PATRIZIA GRANDICELLI
MARCELLO GUERRA
ALEXANDER HILAL BERAKI
ANDREA LECCESE
LOREDANA LIPPERINI
BRUNELLA LOTTERO
MASSIMO MALERBA
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martedì 11 dicembre 2012

Cambiare si può: la parabola delle moltitudini

di Franco Cilli
 
Cambiare si può. Questa volta davvero, dopo secoli di paradigmi e cosmogonie che spaccavano il capello ci siamo arrivati. Questa volta le moltitudini hanno davvero l'occasione di governare, saltando a piè pari tutte le aporie che hanno paralizzato il loro incedere nel corso della storia: al diavolo le disquisizioni sulle derive nichiliste del potere, il parlamento come strumento della borghesia, e le doppiezze tattiche sulla conquista del potere. Non è più la purezza del pensiero e del ragionamento o la crudezza di un malinteso realismo della politica che segnano la linea di demarcazione fra giusto e ingiusto, ma è il principio di fondo, quello che ci rende tutti partecipi pur nelle differenze, un principio la cui fisionomia ha tratti compositi, frattalici e non lineari, ma non per questo caotici e inconcludenti: la politica come amministrazione del bene comune.
Finalmente dopo un lungo percorso siamo usciti dal novecento senza cedere alle lusinghe del pensiero debole e senza rintanarci dentro un post-modernismo di maniera. Finalmente le differenze non sono più materia ed escludendum, ma ricchezze da valorizzare, vettori di un percorso comune con diverse accelerazioni e differenti angoli di visuale.
Il progetto “Cambiare si può” non nasce per caso: l'idea di fare massa critica mettendo insieme esperienze, movimenti e partiti che lottano per il bene comune è figlia di un percorso che nasce forse da Seattle, passando per Genova e poi per i Social Forum. A seguire le manifestazioni contro la guerra, i referendum sull'acqua pubblica e le innumerevoli lotte all'insegna del bene comune. Difficile riassumere tutto in poche righe, ma ciò che mi preme, che ci preme ora è concretizzare un progetto politico che porti gente per bene e di valore a governare le nostre istituzioni o perlomeno a condizionare fortemente l'esercizio di governo, recuperando il senso originario della politica: quello del governo della polis. Sono convinto che occorra abbandonare le discriminanti e le diffidenze che hanno diviso le persone di buona volontà e unire le forze. Rimarranno certo imperfezioni nei programmi di governo, rimarranno alcuni distinguo fra sensibilità e biografie politiche differenti, ma l'importare è segnare un punto fermo da cui partire e creare uno spazio di discussione e di elaborazione politica collettiva.
I punti di cui si compone il manifesto di “Cambiare di può” non sono certo conclusivi, ma costituiscono principi generali, chiavi di lettura a cui seguiranno proposte concrete ed eventuali rimaneggiamenti, così come emergeranno dall'esercizio di una democrazia partecipata. Francamente non vedo altro al di fuori di questo. I movimenti di Occupy il mondo sono certo importanti e significativi, ma un “processo costituente” delle moltitudini è ancora troppo vago per rispondere all'emergenza del momento. “Cambiare si può” per quanto concepito come espediente per dare una rappresentanza istituzionale alle forze della società civile, può in questo contesto rappresentare un dispositivo utile alla realizzazione di un cambiamento radicale, che non inficia l'agire dal basso nè l'autonomia dei movimenti che compongono la galassia antiliberista.
Insomma abbiamo l'occasione di divenire un'alternativa reale e vincente al liberismo dei tecnici e di una socialdemocrazia che per amore del paradosso chiama riforme il massacro del welfare. A ben guardare siamo la maggioranza e finora siamo stati dominati da una minoranza abietta e senza scupoli. Basta.
Forse non saremo al 99%, ma possiamo andarci vicini. 

giovedì 6 dicembre 2012

Il Quarto Polo tra essere e non essere


L'assemblea di sabato scorso degli arancioni è stata un successo. Applausi e ovazioni per Luigi De Magistris e Antonio Ingroia. Ma il processo unitario è solo all'inizio. E la strada per trovare la quadra è in salita.
di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena da Micromega

Il Quarto Polo prende forma. Il Polo dei Partigiani. Il Movimento Arancione. "Cambiare si può". O chiamatelo come vi pare, che conta fino a un certo punto. Il soggetto è nato, seppur con mille difficoltà da superare ma con un’agenda politica abbastanza chiara: no all’ipotesi di un Monti-bis e sì ad un nuovo contenitore capace di attuare una nuova stagione di diritti civili e sociali. A sinistra del centrosinistra, l’alternativa ora mancante tra il Pd e il M5S di Grillo per un novello "New Deal" – come dice sempre uno dei promotori, il sociologo Luciano Gallino, una delle menti più lucide della sinistra italiana e non solo.

Sabato primo dicembre all’assemblea nazionale di Cambiare si può, al Teatro Vittoria di Roma, c'è stato l'esordio: quasi 500 persone arrivate sotto una pioggia battente, platea piena e in parecchi rimasti fuori. Una convention in cui si sono susseguiti gli interventi di esponenti della società civile, di sindacati, di movimenti ma anche di partiti. A sponsorizzare il progetto c'è il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che in un intervento applauditissimo ha sciolto i dubbi sulla collocazione politica: siamo fuori dal centrosinistra. Per il momento. Poi dopo il voto, un confronto programmatico con Bersani che «dovrà scegliere tra noi e Casini». Quasi sicuramente sceglierà il secondo. Comunque fino al voto massima autonomia: un Quarto Polo che potrebbe avere come candidato premier il pm Antonio Ingroia, anche lui presente ed acclamato al Teatro Vittoria. Sempre De Magistris, intanto, il 12 dicembre presenterà la sua lista arancione, interconnessa ovviamente a "Cambiare si può".

Tutto bene, tutto perfetto? Non proprio. Perché se tutti sono d’accordo nel reclamare un rilancio del welfare contro le politiche di austerity, nell’invocare più giustizia e meno disuguaglianza, nell’affermare più diritti civili nel Paese, nel ruolo fondamentale della Fiom e più in generale nel programma politico da attuare, allo stesso tempo appare molto più difficile costruire in pratica questo soggetto. Da una parte l’impostazione antipartitica – quindi a volte velata e a volte meno ostilità nei confronti di Rifondazione Comunista e di pezzi di Italia dei Valori – dall’altra i partiti stessi che prima di far sparire il proprio simbolo alle elezioni chiedono garanzie.

In mezzo c'è la missione principale: riuscire a far sentire anche in Parlamento una voce antiliberista, un'opposizione coerente e di sinistra, allergica al populismo ma capace di spiegare le origini della crisi e una via d'uscita credibile. «Contro il pensiero unico dominante, in direzione ostinata e contraria», diceva sempre il sindaco di Napoli. In mezzo, ancora, ci sono le diverse provenienze politico-culturali: gli intellettuali di Alba, i movimenti No Tav e No dal Molin, i comunisti, gli scontenti di Sinistra e Libertà, per ultima l'adesione di Antonio Di Pietro. Come fare? Sempre Alba, ad esempio, chiede «ai partiti e alle associazioni di credere e stare attivamente in questo progetto ma facendo due passi indietro: il primo passo richiede che non si pongano come protagonisti della lista, ma che con le proprie identità dichiarino l’appoggio al progetto (come abbiamo deciso anche noi), formando un comitato di sostegno sul modello dei referendum del 2011. Il secondo passo indietro comporta che le persone da candidare non abbiano avuto ruoli di direzione politica né di rappresentanza istituzionale nell’ultimo decennio a livello di partiti nazionali, parlamento italiano ed europeo, regioni. Proponiamo che tutte e tutti si facciano coerenti rappresentanti di quel messaggio di coalizione democratica antiliberista e di cittadinanza nuova che solo può offrirsi come alternativa credibile al non voto».

L’intento insomma non è costruire una riedizione della Sinistra Arcobaleno né un polo dei “non-allineati”, ma qualcosa di veramente nuovo sorretto dalla società civile e solo sostenuto dalle forze partitiche. Nel merito tutti più o meno convengono, sul metodo ci si divide. Il difficile è trovare una sintesi, capire chi deve “pilotare” il progetto ancora in fase embrionale. Il simbolo sarà uno solo, nessuna “bicicletta” o “triciclo”. Arancione il colore. Il nome da definire. Sul come comporre le liste, la frantumazione generale rischia di far naufragare tutto. Un vero peccato. E allora meglio concentrarsi, in primis, nella costruzione di uno spazio pubblico – di confronto e incontro – della sinistra alternativa: in ballo ad esempio la raccolta firme per i referendum su artt 8 e 18. Con i referenti locali che si potranno scegliere col metodo delle primarie. Una forma democratica “neutra” capace di sovrastare lo scontro partiti-società civile. Così anche a Roma per scegliere il candidato sindaco. Nessuna somma algebrica o fattore politicista, un Quarto Polo come occasione di vera alternativa nel Paese.

Dicembre sarà il mese della “svolta”. La tradizione della sinistra – quella gruppettara, scissionista e purista – rema contro la riuscita di questo progetto. Sta ai promotori smentire la storia e fare uno sforzo comune: riuscire a trovare una sintesi. Necessaria ad un Paese, poco interessato alla difesa dei piccoli orticelli.

mercoledì 5 dicembre 2012

ALBA per “Cambiare si può. Noi ci siamo” PER LA LIBERAZIONE DELLA DEMOCRAZIA E DEL VOTO


ALBA per “Cambiare si può. Noi ci siamo”
PER LA LIBERAZIONE DELLA DEMOCRAZIA E DEL VOTO
Noi di ALBA abbiamo vissuto due giorni intensi di riflessione nell’assemblea nazionale il 17-18 novembre scorso, durante i quali abbiamo deciso di appoggiare la campagna “Cambiare si può. Noi ci siamo”.
Abbiamo deciso di impegnarci per sostenere la costruzione di un percorso che verifichi la possibilità per le prossime elezioni di una Lista di cittadinanza politica, radicalmente democratica, alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono. Non ci interessano percorsi identitari o semplici aggiunte di sigle all’offerta politica esistente – tanto inflazionata quanto omologata a un pensiero, anzi a un comando unico: ce lo chiede l’Europa, non ci sono alternative, conta solo lo spread. A noi interessa dare voce a un’Italia che sentiamo essere ampia, tutt’altro che minoritaria, forte di un desiderio di partecipazione e autorappresentanza, capace di competenze e passioni che già danno vita nella società a pratiche politiche radicalmente alternative a quelle del neoliberismo.
Non è tanto o solo un’alternativa “di sinistra” quella per la quale ci impegniamo: è qualcosa che può parlare a un mondo molto più vasto, alternativo a questa visione bancaria e contabile dell’Europa e dell’Italia, a una lettura della crisi che la usa come uno strumento di distruzione di lavoro, stato sociale, diritti. Un mondo la cui identità politica è legata alla sua soggettività, al suo vissuto e alle sue pratiche, più che alle appartenenze o alle tessere di un tempo. Una società non solo civile ma politica, radicalmente democratica nel momento in cui la democrazia e la Costituzione sono manipolate e devastate in nome delle esigenze dei mercati, per i quali sono pericolose, sono rivoluzionarie.
L’assemblea nazionale di Cambiare si può al Teatro Vittoria di sabato 1 dicembre, ha visto una foltissima partecipazione ed è stata animata da un’energia e anche una speranza (malgrado la consapevolezza delle difficoltà che ha attraversato tutti gli interventi) che non erano affatto scontate di questi tempi. La varietà e la qualità degli interventi e delle forze coinvolte ha dimostrato che l’obiettivo è politicamente praticabile, ma la sua effettiva realizzabilità non è per niente semplice e potrà essere verificata solo con le assemblee territoriali del 15-16 dicembre, poi con l’ulteriore assemblea nazionale che seguirà.
Noi proponiamo questi principi e questi criteri come contributo concreto su cui confrontarsi nel percorso:
  • per noi si tratta di costruire non un soggetto politico nuovo ma una lista di cittadinanza e di società politica attiva, che come tale sia composta da singole persone, indipendentemente dalle tessere che possano avere oppure non avere, e che si fondi sulla parità di genere (alternando “a cerniera” donne e uomini) come cardine primario di democrazia. La costruzione di un soggetto politico richiede tempi e spazi, modalità diverse e complesse. Questo progetto si configura come una campagna di scopo con un obiettivo preciso: aprire un varco per la società attiva, dare una rappresentanza istituzionale a chi è senza rappresentanza;
  • chiediamo ai soggetti collettivi (partiti, associazioni) di credere e stare attivamente in questo progetto ma facendo due passi indietro: il primo passo richiede che non si pongano come protagonisti della lista, ma che con le proprie identità dichiarino l’appoggio al progetto (come ha già deciso ALBA stessa), formando un comitato di sostegno sul modello dei referendum del 2011. Il secondo passo indietro comporta che le persone da candidare non abbiano avuto ruoli di direzione politica né di rappresentanza istituzionale nell’ultimo decennio – a livello di partiti nazionali, parlamento italiano ed europeo, regioni. Proponiamo che tutte e tutti si facciano coerenti rappresentanti di quel messaggio di coalizione democratica antiliberista e di cittadinanza nuova che solo può offrirsi come alternativa credibile al non voto;
  • nella formazione delle liste si faccia attenzione a chi viene proposto ma anche, e soprattutto, a chi sceglie e come. Si dovrà individuare un metodo democratico di formazione delle candidature, con un equilibrio fra nomi di rilievo nazionale e persone capaci di essere espressione riconosciuta dei territori. Per questo occorrerà anche praticare un’altra virtù “rivoluzionaria” non sempre diffusa negli ambienti politici che abbiamo conosciuto, la fiducia reciproca: è necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di un Comitato di garanzia autorevole e riconosciuto nazionalmente, e insieme l’intrecciarsi delle proposte con momenti di legittimazione diffusi e democratici, assolutamente lontani da vecchie logiche da intergruppi;
  • il programma dovrebbe essere essenziale, partecipato e semplice nel linguaggio. Come ALBA abbiamo iniziato a contribuirvi con una proposta in 25 punti, e c’impegniamo nella promozione di momenti di democrazia partecipativa diffusa nei territori, per arricchire le proposte  e soprattutto per individuare le priorità;
  • il nostro massimo sforzo è diretto ad allargare sul fronte democratico le presenze e le realtà, coinvolgendo sui territori amministratori e liste civiche, dando corpo a quella trasversalità inclusiva di movimenti e volontariato, di culture e di esperienze diverse, che in questi anni ha rappresentato non solo la vera resistenza “costituente” al berlusconismo ma l’ossatura di una possibile alternativa all’agenda Monti.
Noi ci impegniamo a lavorare contro la sopravvivenza del vecchio sistema e per un reale cambiamento, ma non ci interessano altri  affidamenti a leader carismatici o a padroni di marchi politico-commerciali. Ci interessa la liberazione della democrazia e la liberazione del voto.
ALBA – Comitato operativo nazionale      5/12/2012

domenica 2 dicembre 2012

La mossa arancione - Cambiare si può -


di Daniela Preziosi da soggettopoliticonuovo
 
Al voto quelli di cambiare si può: «Non siamo monocromatici, ci rivolgiamo a tutti, chi firma la carta di intenti PD non è con noi». De Magistris: ci sto per vincere

A Roma sala strapiena al lancio delle liste «cambiare si può». Il 14 e il 15 dicembre una nuova mobilitazione. Lungo applauso a Ingroia: «Io non mi tiro indietro»
«Il ventennio berlusconiano ci ha lasciato le macerie delle leggi ad personam. L’Italia è come il Guatemala». E chi altro potrebbe dire una roba così, se non il pm Antonio Ingroia, fra gli applausi del teatro Vittoria, «un paese a sovranità limitata, con le reti criminali che ne considizionano l’economia. È questa la vera anomalia italiana». All’assemblea della campagna Cambiare si può – l’appello dei 70 per far nascere le liste arancioni, primi firmatari Gallino, Pepino e Revelli -, convocata alla vigilia delle primarie con ostentata noncuranza verso il vincitore, sono arrivati in mille da tutta Italia. Nello storico teatro di Testaccio si fanno i turni per entrare, il dibattito è amplificato per chi resta fuori sotto l’acquazzone. Lo diciamo subito, quello del magistrato palermitano non è un intervento fra gli altri. Applausi quando sale sul palco, molti in piedi. Il teatro viene giù quando conclude «io non mi sono mai tirato indietro, sia al palazzo di giustizia di Palermo che fuori. Io sarò con voi, dal Guatemala o dall’Italia». Ingroia è il corteggiato speciale del movimento arancione. Per una candidatura o anche meglio la leadership del futuribile quarto polo. E lui dice sì, o quasi, «la vostra iniziativa è lodevole e necessaria, cambiare si deve, dico di più: si può». Si fa avanti, aderendo al progetto di democrazia radicale, «non serve un salvatore della patria», ai toni anticasta e anti borghesia criminale, «l’antimafia italiana ha avuto come principio il contenimento delle mafie, la politica ha tutelato questo principio per tutelare i legami che aveva con la mafia», «bisogna progettare un politica che abbia l’ambizione di eliminare la mafia, ma non può farla questa classe politica», intendendo quella uscente e anche quella rientrante. Scende dal palco rincorso dagli applausi, dalle strette di mano e dai cronisti: lascerebbe già il suo incarico in Guatemala?, «Non è escluso, tutto è possibile». Intanto una firma ce la mette: sul referendum per il ripristino dell’articolo 18 e per la cancellazione dell’art.8 della legge Sacconi.
De Magistris: autonomi o alleati
Ripartiamo dall’inizio. Perché non è di leadership che si discute, per sette ore senza interruzione, 47 interventi su 220 richieste. Piuttosto di organizzazione, per non evaporare come successe ai girotondi. Fin dall’apertura Livio Pepino dà gambe al progetto, lanciando i «Cambiare si può day» per il 15 e il 16 dicembre. La strada è «unire tutte le forze anticapitaliste» (Antonio De Luca, uno dei 19 operai reintegrati di Pomigliano, altro papabile candidato), «praticare una rivoluzione pacifica di massa, rifondare la democrazia» (Paul Ginsborg, che invece annuncia di non volersi candidare). Dal palco arriva la voce No Tav di Gianna De Masi, quella «No Triv», no alle trivelle, di Guido Claps, fratello della giovane Elisa, uccisa dalla mafia basilisca (uno dei firmatari dell’appello è don Marcello Cozzi, responsabile di Libera in Basilicata e braccio destro di don Ciotti), degli insegnanti (Roberta Roberti, Parma), studenti, medici, l’attore Moni Ovadia, l’economista Giuseppe De Marzo (A sud): tutte le sfumature dell’antimontismo, dall’arancione al rosso di Prc e di Sinistra Critica. In platea voti noti e non, ex lontani o vicini da sempre: l’ex dipietrista Elio Veltri fa una puntatina, il regista Citto Maselli ascolta tutti dall’inizio alla fine.
Fino all’atteso Luigi De Magistris, l’unico sindaco arancione doc che l’assemblea riconosce. Il 12 dicembre a Roma presenterà la sua lista, ci saranno «un veneto attivista contro il nucleare, un siciliano contro il Ponte sullo stretto, un campano contro le discariche». Deve spiegare l’apertura all’alleanze con il centrosinistra, prima o dopo il voto, dichiarata in un’intervista al manifesto. In effetti qui gli appelli a rivolgersi anche a chi ha partecipato alle primarie – gli elettori di Vendola – sono tanti (tra gli altri, Tiziano Rinaldini), ma altrettante le scomuniche: «Una cosa è certa, chi ha firmato la carta d’intenti non sta con noi», dice l’assessore di Napoli Alberto Lucarelli.Eppure il giurista Ugo Mattei, fra i promotori dei referendum sull’acqua del 2011, ha appena svolto l’argomentazione opposta. De Magistris mette insieme tutto: «Le nostre idee sono maggioranza nel Paese. Se vogliamo combattere per vincerle, le elezioni, io ci sto. La sfida è battere le massomafie, realizzare la rivoluzione governando». Quanto alle alleanze «credo nell’autonomia, e con il centrosinistra così com’è ora non mi alleo». E però: «Non mi interessa il diritto di tribuna». Ai cronisti, poi, deve spiegare ancora: «Vendola e Bersani non sono nemici. Vorrei una legge elettorola con le preferenze e l’indicazione della coalizione».
Roma, partiti, e soggetto nuovo
Ieri Cambiare si può ha presentato una traccia di programma di governo, 25 punti dai bene comuni al taglio degli F35, alla difesa della scuola e della sanità pubblica. Ma c’è ancora strada da fare. Intanto nei rapporti interni. «Diciamocelo chiaro: qui non comandano i partiti, no alla riedizione della Sinistra Arcobaleno», si appassiona il toscano Massimo Torelli (Alba). Di quella nomenklatura in sala c’è qualche dirigente Sel in sofferenza (Alfonso Gianni, vicino a Fausto Bertinotti). Ma c’è il Prc al gran completo, dal segretario Ferrero a tanti militanti. Parlano dal palco (non Ferrero) ma a nome di altre militanze (No debito, Social forum). C’è chi chiede un passo indietro comunque. E chi dall’altra parte trattiene il malumore, è un po’ una beffa essere mescolato nel calderone della casta per il solo fatto di aderire a un partito, benché antimontiano, anticapitalista e movimentista. «Siamo lungimiranti», tranquillizza l’ex senatore Giovanni Russo Spena. Il problema non si porrà, se la legge elettorale consentirà a ciascuno di fare le sue liste, per poi unirsi in coalizione. Se no, se ne discuterà. Intanto è già partita la prima lista arancione alle amministrative di Roma. Il candidato è Sandro Medici, «la mia è un’esperienza che sta dentro quest’assemblea».
Anche la partenza verso le politiche è cosa fatta, alla fine un voto lo sancisce. Anche se alcuni saggi consigliano di non precipitare. Così Tonino Perna: «Per insegnare a nuotare a un bambino piccolo non lo butta all’improvviso nell’acqua». E sociologo Marco Revelli, in conclusione: «I ‘Cambiare si può day’ saranno una consultazione nei territori. Ci rivediamo entro dicembre e valutiamo com’è andata». Per vedere se il quarto polo davvero si può.
Fonte: Il Manifesto 2/12/12 


venerdì 9 novembre 2012

Cambiare si può

 

da cambiaresipuo.net

Per una presenza elettorale alternativa alle elezioni politiche del 2013

 Il sistema sta andando in pezzi.

Le differenze economiche e sociali crescono, le disonestà individuali o di gruppi sono diventate corruzione del sistema, la distanza tra stato e società e tra organi rappresentativi e cittadini non è mai stata così elevata. La possibilità di contare e di decidere sulla propria vita e sul proprio futuro è quotidianamente frustrata da decisioni verticistiche e incontrollabili. Così lo stesso desiderio di partecipazione politica si affievolisce, riducendosi a esplosioni di rabbia, alla fuga dal voto o all’adesione a proposte populiste (egualmente presenti dentro e fuori le forze politiche tradizionali). Prevale l’idea che non ci sia più nulla da fare perché ogni scelta è obbligata e «imposta dall'Europa» (cioè dai mercati). Il modello sociale europeo è cancellato dalle compatibilità economico-finanziarie in una concezione dell’economia che non lascia spazio alla politica.
Questa posizione è stata da tempo abbracciata dal Partito democratico e si è tradotta nell’appoggio senza se e senza ma al governo Monti, nel concorso all’approvazione del cosiddetto patto fiscale e della modifica costituzionale sul pareggio di bilancio, nel contributo alla riduzione delle tutele del lavoro, nel sostegno alle grandi opere, nel frequente aggiramento dell’esito referendario in favore dell’acqua pubblica. È una prospettiva nella quale si è inserito, da ultimo, il gruppo dirigente di Sel con la scelta di partecipare alle primarie, in una alleanza che ne sancisce la subalternità al Partito democratico (a prescindere dallo stesso esito delle primarie). Dall’altra parte c’è la posizione del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che, pur partendo da una condivisibile critica radicale di questa classe politica e di questi partiti, non offre risposte sul piano della democrazia costituzionale e di una diversa uscita dalla crisi in atto.


A fronte di ciò non è più possibile stare a guardare o limitarsi alla critica.

L’attuale pensiero unico e il conseguente orizzonte politico sono modificabili. Esiste un'alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista che, in tutta Europa, sta distruggendo il tessuto sociale senza dare soluzione a una crisi che non accenna a diminuire nonostante le rassicurazioni di facciata.
È un’alternativa che si fonda sulle promesse di civiltà contenute nella nostra Carta fondamentale: la Costituzione stabilisce che tutti i cittadini hanno diritto al lavoro e, in quanto lavoratori, a una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa: noi vogliamo che questi principi siano attuati e posti a base delle politiche economiche e sociali. È un’alternativa che esprime una cultura politica nuova, che si prende cura degli altri e rifiuta il leaderismo, che parla il linguaggio della vita della persone e non quello degli apparati, che include nelle discussioni e decisioni pubbliche la cittadinanza attiva. Un’alternativa capace di fare emergere, con l’impegno collettivo, una nuova rappresentanza politica preparata, capace, disinteressata al tornaconto personale e realmente al servizio della comunità. Un’alternativa in grado di produrre antidoti a quel sistema clientelare che ha generato corruzione e inquinamento mafioso e di trasformare lo stato rendendolo trasparente, de-centralizzato ed efficiente. Un’alternativa, quindi, che guarda a un mondo diverso, in cui si rispetti l’ambiente, siano valorizzati i beni comuni, si pratichi l’accoglienza, si assicuri a tutte e tutti la possibilità di una vita degna di essere vissuta anche se si è vecchi, malati o senza lavoro o se si è arrivati nel nostro paese per viverci e lavorare. Non è un’illusione, ma il compito di una politica lungimirante: il welfare, lungi dall’essere un lusso dei periodi di prosperità, è la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso. E non c’è solo una prospettiva di tempi lunghi. Ci sono azioni positive da realizzare e scelte sbagliate da contrastare. Subito.
L’elenco è semplice e riguarda sia gli interventi indispensabili che le modalità per recuperare le risorse necessarie. Da un lato, la rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive; un progetto di riconversione di ampi settori dell’economia in grado di rilanciare rapidamente l’occupazione con migliaia di piccole opere di evidente e immediata utilità collettiva; un piano di riassetto del territorio nazionale e dei suoi usi mirante a garantire la sicurezza dei cittadini e la riduzione del consumo di suoli agricoli; un’imposizione fiscale equa ed efficace (estesa ai patrimoni e alle rendite finanziarie nonché alle proprietà ecclesiastiche); il potenziamento degli interventi a sostegno delle fasce più deboli e dei presidi dello stato sociale; il ripristino delle tutele fondamentali del lavoro e dei lavoratori; la sperimentazione di modalità di creazione diretta di occupazione, anche in ambito locale, affiancata dall’introduzione di un reddito di cittadinanza; l’attuazione di forme di sostegno e promozione delle esperienze di economie di cooperazione e solidarietà; l'investimento a favore della scuola e dell'università pubblica, a sostegno della formazione, della cultura, della ricerca e dell’innovazione; il rispetto pieno e immediato dei referendum 2011 sui beni comuni e contro la vendita ai privati dei servizi pubblici locali; un’effettiva riforma del sistema dell’informazione e del conflitto di interessi; il pieno riconoscimento dei diritti civili degli individui e delle coppie a prescindere dal genere e l’accesso alla cittadinanza per tutti i nati in Italia.
Dall’altro: una reale azione di contrasto dell’evasione fiscale e della corruzione; il ritiro da tutte le operazioni di guerra e l’abbattimento delle spese militari; la definitiva rinuncia alle grandi opere (a cominciare dalla linea Tav Torino-Lione e dal ponte sullo Stretto); l’abrogazione delle leggi ad personam (che sanciscono la disuguaglianza anche formale tra i cittadini); la previsione di un tetto massimo per i compensi pubblici e privati e l’azzeramento delle indennità aggiuntive della retribuzione per ogni titolare di funzioni pubbliche.

I fatti richiedono un’iniziativa politica nuova e intransigente, per non restare muti di fronte a opzioni che non ci corrispondono.

Un’iniziativa politica nuova e non la raccolta dei cocci di esperienze fallite, dei vecchi ceti politici, delle sigle di partito, della protesta populista. Un’iniziativa che porti alla costituzione di un polo alternativo agli attuali schieramenti, con uno sbocco immediato anche a livello elettorale. Un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, amministratori di piccole e grandi città, lavoratrici e lavoratori, precari, disoccupati, studenti, insegnanti, intellettuali, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi.
È un’operazione complicata ma necessaria, che deve essere messa in campo subito. Negli ultimi giorni si sono susseguiti numerosi appelli in questo senso. È tempo di unire passione, intelligenze, capacità ed entusiasmo per costruire una proposta elettorale coerente con questa prospettiva, in cui non ci siano ospiti e ospitanti, leader e gregari ma un popolo interessato a praticare e promuovere cambiamento.

È questo il senso della campagna “CAMBIARE SI PUÒ! NOI CI SIAMO”, nella quale abbiamo deciso di impegnarci con l’obiettivo di presentare alle elezioni politiche del 2013 una lista di cittadinanza politica, radicalmente democratica, alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono.
Noi ci siamo e pensiamo che molte e molti vogliano costruire con noi questo percorso.
Per questo ti chiediamo di esserci e di mandare la tua adesione.


Ma le firme non bastano.

Serve che tutti noi, che aderiamo a questa campagna, ci incontriamo in una assemblea pubblica, che proponiamo per il 1° dicembre.