intervista a Leo Panitch di Nicola Melloni da Micromega
Leo Panitch è professore all’Università di York, a Toronto, editore del Socialist Register
e, recentemente, autore, con Sam Gindin, di “The Making of Global
Capitalism”, un libro di fondamentale importanza per capire le origini e
le evoluzioni del capitalismo moderno e l’egemonia americana.
Iniziamo
parlando delle tendenze del capitalismo globale alla luce della crisi
finanziaria del 2007. Il capitalismo del XX secolo ha avuto diverse
trasformazioni, scaturite da crisi sistemiche ma mai irreversibili. Nel
vostro libro, tu e Sam Gindin sostenete che lo Stato moderno è comunque e
sempre uno Stato capitalista le cui istituzioni sono costruite ed
implementate per favorire gli interessi e la riproduzione del capitale:
lo Stato Sociale è stato lo strumento per mercificare il lavoro, la
finanziarizzazione è stata la risposta alla crisi degli Anni 70 per
agevolare le occasioni di profitto e di consumo. Questa nuova crisi cosa
modifica nel Capitalismo del XXI secolo?
La prima e più
importante considerazione da fare è che questa crisi ha soprattutto
mostrato la forza strutturale, la capacità di resistenza e quella di
contenimento della crisi dello Stato capitalista. Non vi sono dubbi che
lo sviluppo capitalista mostra moltissime contraddizioni, fallimenti,
irrazionalità, ma questa fase di globalizzazione iniziata non negli anni
80, ma nel 1944 sotto l’egida di quello che chiamiamo Impero Americano
non si è fermata.
Certo, non tutto funziona perfettamente.
Geopoliticamente sono in corso mutamenti con la formazione di blocchi
regionali antagonisti all’America, ma per ora senza nessuna vera
possibilità di contrastarne l’egemonia.
Il contenimento della crisi
ha mostrato grande efficienza da parte delle istituzioni americane, ma
molto meno in Europa – dove è soprattutto la Germania ad avere grandi
responsabilità. L’austerity ha danneggiato la ripresa economica ed
acuito la crisi, eppure solo in un paese, la Grecia, un governo
socialista ha preso il potere e pure quel caso è stato normalizzato nel
giro di pochi mesi, confermando appunto la forza delle istituzioni del
capitale.
Queste contraddizioni, però, rischiano di
acuirsi, mi sembra. La politica economica europea è fallimentare e
foriera di una nuova ondata nazionalista, mentre un po’ ovunque si
ricomincia a parlare di protezionismo economico e politiche del tipo
beggar thy neighbour. Tu hai scritto che la principale differenza tra la
congiuntura attuale ed il 1929 è proprio il fatto che la
globalizzazione del capitale non si sia fermata e che la crisi viene
risolta in maniera pacifica. Ma non c’è un rischio che queste
contraddizioni ancora in nuce possano esplodere?
Il più
grave pericolo arriva dalla destra europea, aiutata enormemente dalle
politiche di austerity della UE. Le colpe sono chiaramente della
Germania che ha dimostrato di essere molto meno capace degli Stati Uniti
di rispondere alle crisi economiche, e, soprattutto, recalcitrante ad
assumersi le sue responsabilità di leader all’interno dell’Europa.
Questa situazione non è per nulla ben vista in America, dove si teme una
divisione europea che danneggerebbe il commercio transatlantico e gli
interessi del capitale globale – non a caso gli Stati Uniti hanno fatto
pressioni, inascoltate, per condizioni più morbide sul caso greco. La
destra europea comunque si è fatta più forte. Non è chiaro se Marine Le
Pen vincerà le elezioni in Francia ma la cosa non si può certamente
escludere. La differenza fondamentale con gli anni 30 è, però, che le
borghesie nazionali europee, che pure esistono, non sono pronte, né
capaci, di puntare sull’autarchia e sulla rottura della globalizzazione
economica. Il capitalismo americano le ha rese transnazionali nelle loro
relazioni economiche.
Il problema non è però solo economico ma anche
e soprattutto culturale, la libertà di movimento e Schengen sono messe
sotto pressione, e questo potrebbe portare a sviluppi imprevisti per la
sopravvivenza della UE.
Anche a sinistra, ovviamente, qualcosa si
muove: non solo Syriza e Podemos ma anche l’incredibile vittoria di
Corbyn e la rinascita del Labour su basi di sinistra, una novità storica
all’interno di un partito di quel genere, dove la sinistra di Tony Benn
è sempre stata minoranza. Qualche vero cambiamento sarà però possibile
solo nel lungo periodo, nel breve periodo non ci sono le forze
sufficienti per modificare le relazioni di forza che sono chiaramente
sfavorevoli. Almeno finché non vedremo cambiamenti politici in senso
progressista in Francia, Germania e nei paesi scandinavi.
Andiamo
indietro un attimo ai cambiamenti del capitalismo globale, questa volta
dal lato politico. Il capitalismo ha dimostrato di funzionare benissimo
con la liberal-democrazia, che pure si è evoluta con i cambiamenti
della struttura economica – dalla re-distribuzione e compromesso sociale
del Welfare State, fino all’accesso al mercato del credito e
all’illusione monetaria del finanz-capitalismo, che per inciso ha
portato alla crisi dei subprime proprio per favorire il consumo dei ceti
più disagiati. La crisi attuale ha ripercussioni importanti su questo
modello sociale, perché blocca l’economia del debito (tanto pubblico che
privato) e non riapre certo canali di redistribuzione del profitto. Lo
scontento è cresciuto e così la repressione poliziesca. Non pensi che la
democrazia occidentale rischi di entrare in crisi?
Iniziamo
dicendo che sarebbe meglio non romanticizzare e sopravvalutare gli
spazi democratici che c’erano in passato. I socialisti ed il mondo del
lavoro, è vero, erano forti e si erano conquistati spazi e diritti, ma
comunque nel contesto di un capitale molto forte – che non permetteva di
andare oltre un certo limite. Non bisogna dimenticare quanto fosse
forte e violenta la repressione negli anni 60 e 70, non possiamo
minimizzare il ruolo avuto dalle forze di sicurezza in molte pagine nere
della democrazia occidentale, soprattutto nel vostro Paese, in Italia.
Si trattava di una violenza che era in qualche modo una risposta alla
forza della sinistra – e non mi riferisco certo al Terrorismo che in
Italia conoscete bene – quanto alla forza reale tanto dei movimenti
quanto della sinistra istituzionale impegnata in un confronto aspro con
il Capitale. Per meglio capire la forza politica della repressione e gli
spazi limitati della democrazia, basti pensare che una delle più
importanti svolte politiche del PCI, quella Berlingueriana del
Compromesso Storico, fu dettata dalla paura della repressione dopo il
colpo di Stato in Cile. E che forse la deriva a destra del PD attuale
può trovare le radici proprio in quella svolta. Quegli anni, è vero,
erano basati anche su un compromesso tra Capitale e Lavoro, ma era un
compromesso fragile e c’erano forze all’interno della sinistra che se ne
rendevano conto e puntavano al superamento della socialdemocrazia (si riferisce a Tony Benn nel Labour, al Piano Meidner in Svezia e pure a Pietro Ingrao nel PCI, nda).
La
repressione è in realtà calata solo quando quei movimenti sono stati
sconfitti e i partiti di sinistra hanno smesso di lottare per cambiare
il sistema.
Ora vediamo un ritorno della repressione, di sicuro il
peggiorare delle condizioni materiali, la mancanza di accesso al credito
induriscono lo scontro sociale. Allo stesso tempo la nascita di
movimenti come Occupy o gli Indignados aumenta la repressione delle
classi dominanti, appunto come in passato.
C’è di più. Se la destra
europea dovesse continuare la sua crescita, a sinistra si riproporrebbe
l’opzione dei Fronti Unitari contro la destra – che le classi dominanti
accetterebbero solo in cambio di una rinuncia ad ogni pretesa di
cambiamento, riducendo di conseguenza gli spazi politici e democratici.
E’ uno scenario fosco perché sarebbe un dilemma che porterebbe comunque
ad una sconfitta – lotta contro la destra per difendere la democrazia,
al costo di una netta riduzione degli spazi di agibilità politica – ed
ad una contraddizione insanabile nella dialettica democratica.
Che
spazi ci sono, allora, per la Sinistra. Anche Syriza, a prescindere
dalla resa finale, non sembrava aver un piano davvero di cambiamento
radicale del sistema, ricordo un famoso articolo di Varoufakis sul Guardian dove si spiegava che il compito storico della sinistra era, ad oggi, di salvare il capitalismo europeo dai capitalisti.
Il
problema in Grecia è il bilanciamento delle forze a livello europeo – e
globale. Tanto Varoufakis che Tsipras avevano detto fin dall’inizio che
erano disposti a lottare solo all’interno dello spazio europeo, e
questo spazio alla prova dei fatti è risultato inesistente. Tsipras ha
cercato una sponda nel Sud-Europa, chiaramente non da Renzi, ma
piuttosto sperando in una vittoria di Podemos in Spagna. In ogni caso,
anche questo non sarebbe bastato. Varoufakis stesso non aveva nessun
vero piano B per uscire dall’Euro. Le possibilità di cambiare a livello
europeo esistono solo qualora le cose cambino in Francia e Germania.
Su
una cosa poi bisogna essere molto chiari. Gran parte della sinistra
europea chiede una Unione politica più forte per fronteggiare moneta e
mercato unico. Si tratta di uno sbaglio clamoroso: così si accentra solo
il potere, lo si porta lontano dai luoghi sociali, si restringono le
possibilità di azione della sinistra.
Quello, invece, da cui la
Sinistra deve ripartire sono pratiche sociali diverse, dalla produzione
al consumo che siano in contrasto con i paradigmi non solo economici ma
anche culturali del capitalismo dominante. Certo serve mobilizzarsi,
serve manifestare, serve l’azione politica, ma serve soprattutto la
ricostruzione di una coscienza sociale, di classe, alternativa.
Parliamo
del Canada. Un paese per molti misterioso, un mix di liberalismo
progressista – diritti dei gay, aperto all’immigrazione, sanità pubblica
– ma anche una sorta di protettorato americano. Spesso, fuori dai
confini candesi, non è molto chiara la prepotente svolta a destra che si
è compiuta negli ultimi dieci anni sotto il governo di Harper. Un paese
che ha fatto molto meglio di altri durante la crisi finanziaria ma che è
ora in recessione, soprattutto a causa del crollo del prezzo delle
materie prime, di cui è grande esportatore. Cosa ci puoi dire?
Per
molti miei amici americani, progressisti e socialisti, il Canada è un
po’ la Svezia d’America. In realtà, è mancata la percezione di quanto a
destra siano stati i mandati di Harper. La guida politica è in mano a
ideologi neo-liberali che hanno costruito una base di consenso
attraverso una serie infinita di tax breaks per le più svariate
categorie sociali a cui si è aggiunta una alleanza con la destra
cristiana fondamentalista. L’aspetto che però io considero più
allarmante e deteriore di questo governo è l’affermazione di una cultura
militarista, totalmente estranea alla cultura del Canada. Questa non è
una destra libertaria, come quella di Ron Paul in America, ma una destra
retriva e conservatrice, reazionaria. Il Canada non ha mai avuto un
tale DNA – non aveva partecipato alla guerra in Vietnam, e neanche
all’invasione dell’Iraq – ed invece Harper ha spinto in questa direzione
con forza. Basta assistere ad un qualsiasi evento pubblico o sportivo,
dove al pubblico è richiesto di alzarsi per applaudire qualche persona
in divisa. E’ un cambiamento culturale profondo molto preoccupante.
Naturalmente
anche in passato c’era un notevole livello di ipocrisia da parte dei
liberali al governo, ma quantomeno non si insisteva in modo così
plateale su una cultura militarista come col governo attuale. Jean
Chretien (allora Primo Ministro, ndr) non mandò le truppe in Iraq –
naturalmente aumentò il contingente canadese in Afghanistan, ma almeno
si fece passare il messaggio, non da poco, che non si possono fare
guerre senza mandato ONU.
Lo stesso tipo di atteggiamento smodato e
vergognoso lo si rileva su un tema importante quale quello dei
cambiamenti climatici: quando erano al governo i liberali predicavano
bene ma razzolavano male, ma per quanto condannabile questo
atteggiamento rimane ben diverso da quello dei conservatori che negano
il global warming e che semplicemente se ne infischiano delle
conseguenze delle loro azioni. E’ un cambiamento molto significativo, e
molto sinistro.
La cosa positiva è che sembra che ora finalmente ci
sia una reazione da parte della maggioranza dei canadesi. I conservatori
alle ultime elezioni hanno ottenuto il 39%, ma ora i sondaggi li danno
ai 29%. Un quarto di meno. E anche se riusciranno a raggiungere il 34%,
il significato sarà comunque molto chiaro: la maggioranza dei canadesi
rigetta questa svolta a destra.
Le motivazioni economiche ci sono,
ma non sono decisive: i canadesi hanno sempre saputo che la recessione
ha colpito di meno le nostre banche solo grazie all’intervento pubblico e
che la recessione è stata contenuta – ma comunque sanguinosa – grazie
al prezzo del petrolio, allora alto. Anche ora sanno che la recessione è
figlia di una congiuntura economica estremamente sfavorevole – e certo
di un modello economico sbagliato – ma l’attesa sconfitta dei
conservatori, io credo, parte soprattutto da un rigetto del modello
culturale della destra. E penso che questo sia uno sviluppo estremamente
positivo, anche a prescindere dalla pochezza delle alternative, i
liberali e l’NDP.
Parliamo allora di queste alternative.
L’NDP era un partito socialista, elettoralmente marginale che alle
ultime elezioni per la prima volta è arrivato secondo – divenendo
l’opposizione ufficiale al governo conservatore – ed ora è dato in testa
ai sondaggi per le elezioni di Ottobre. In 10 anni il Partito ha
decuplicato i seggi, ma questo è avvenuto con un graduale spostamento
verso il centro, puntando a rimpiazzare i liberali come principale
partito progressista – a tal punto che ora i Liberali criticano da
sinistra l’NDP per non voler rompere definitivamente il ciclo
dell’austerity e rimanere fedele al feticismo del pareggio di bilancio.
Cosa ci puoi dire sulla sinistra canadese?
L’NDP è un
partito con una lunga storia di sinistra, socialista, per quanto da
sempre anti-comunista. Ha sempre avuto un forte radicamento nella
provincia canadese ed è stato all’avanguardia nello stabilire un sistema
sanitare pubblico e non mercificato (il Canada ha una sanità pubblica
molto simile a quella italiana, ndr). Naturalmente lungo la strada ha
perso le sue ambizioni progressiste, come è successo d’altronde ai
partiti socialisti europei. Ha sostituito il cambiamento sociale con la
difesa della sanità – ed in fondo va bene così. Non possiamo farci
illusioni: ogni volta che è andato al governo a livello locale, l’NDP si
è sempre compromesso con i poteri forti, accettando la logica
dell’austerity, dei tagli. Per molti dirigenti l’orizzonte è divenuto
quello della Terza Via blairiana, abbracciando la mercificazione dei
rapporti sociali invece di combatterla. L’obiettivo è chiaramente
sostituire i Liberali (da sempre il partito del potere, in Canada, ndr).
Trovo terribile che un partito che si dichiara di sinistra si riferisca
ai capitalisti come “creatori di posti di lavoro”, esaltandone il
coraggio e cancellando completamente, anche nell’immaginario collettivo,
la dialettica sociale e le contrapposizioni tra capitale e lavoro.
Detto
questo, l’NDP offre un piano per una scuola materna universale, difende
la sanità pubblica, e soprattutto si oppone alla mercificazione del
settore farmaceutico. Sono chiaramente cose positive. Come è positivo
che i Liberali li pungolino da sinistra con proposte di politica
economica keynesiane.
L’aspetto più importante non è tanto il
cambiamento che un nuovo governo potrà introdurre, quanto, appunto,
l’opposizione a questa destra. NDP e Liberali hanno diverse somiglianze e
dovranno probabilmente governare insieme (forse con un governo di
minoranza dei primi) ma non riescono a raggiungere una intesa minima
sulla strategia elettorale, nella forma quantomeno di una desistenza nei
collegi dove una divisione tra Liberali e NDP favorirebbe una vittoria
conservatrice (nel Canada vige un sistema maggioritario secco, ndr).
Finiamo
parlando degli Stati Uniti. L’aspetto che mi sembra più interessante
analizzare è una qual certa radicalizzazione e polarizzazione della
politica americana. Come noto, il sistema politico americano si è da
sempre basato sul binomio Repubblicani-Democratici. Come scrivi nel tuo
libro, nonostante ci siano delle differenze, entrambi i partiti sono
espressione di un certo tipo di interessi, quelli del capitale e dell’
“impero” americano, più militaristi i Repubblicani, mentre i
Democratici, con Clinton ad esempio, sono stati decisivi per la
penetrazione del capitale finanziario in tutti gli angoli del globo.
Quello cui ci troviamo però di fronte ora sono fenomeni se non nuovi,
quantomeno non usuali. Negli ultimi anni abbiamo avuto Occupy e i Tea
Party, ora abbiamo Bernie Sanders (l’unico senatore americano che si
definisce socialista) e anche Donald Trump. Cosa ci puoi dire su questa
possibile evoluzione della democrazia americana?
Pare
anche a me che ci sia una certa polarizzazione. A destra c’è una
radicalizzazione evidente con i Tea Party. Non è un fatto nuovo, in
realtà questa destra “esaltata” è sempre esistita negli Stati Uniti,
risorgendo a livello nazionale a intervalli regolari. Come scrive il mio
amico Frances Fox Peven, esperto di movimenti sociali americani, è
sempre esistito un 30% di americani “politicamente certificabili come
squilibrati i a destra”; era vero nel 1930 con Father Coughlin (un
predicatore radiofonico, ndr) e nel1840 con il Know Nothing Movement (un
movimento anti-cattolico e anti-immigrazione, ndr) e ora vedi Trump o
Fiorina, e sembrano tornati quei tempi lugubri. Non bisogna
sottovalutarli, perché sono molto forti nel Congresso e hanno una vera
influenza politica. Allo stesso tempo non sono mai davvero riusciti a
bloccare lo Stato americano, il Tesoro, la FED. Perché? Perché sanno che
i bond americani, che lo Stato americano, è il centro fondamentale ed
imprescindibile del capitalismo globale – un santuario intoccabile. E’
comunque assai curioso che sia la destra estrema e non certo la sinistra
a mettere in pericolo l’impero americano. Di sicuro questo dimostra la
disfunzionalità della politica americana, e certo è preoccupate vedere
questi movimenti prendere forma e forza così spesso negli Stati Uniti.
A
sinistra, insieme al radicalismo quasi anarchico di Occupy, ci sono
stati anche molti movimenti locali e grassroot auto-organizzati di
lavoratori, di consumatori, di cittadini. Sono organizzazioni molto vive
e molto attive che sorprenderebbero tanti osservatori europei. Non
esiste però alcuna forma di strutturazione e di organizzazione politica,
soprattutto a livello nazionale, e questi movimenti spariscono in
fretta come sorgono, non lasciando purtroppo molte tracce. La
candidatura di Sanders è una cosa ottima, su una piattaforma molto
progressista su molti punti. Nuovamente però, si tratta, credo, di una
candidatura, per quanto importante, un po’ fine a se stessa perché senza
le ambizioni di costruire qualche cosa che duri nel tempo, oltre la
campagna elettorale.
Non ho molte aspettative a dire il vero. Nel
Partito Democratico è impossibile che Sanders possa davvero vincere la
nomination, la sua candidatura è estranea alla natura di quel Partito e
sono sicuro che se si avvicinasse ad una impresa del genere, verrebbe
fuori all’ultimo momento un nuovo candidato per unificare il resto del
Partito contro di lui. E’ vero che nel passato i Democratici hanno già
avuto momenti di radicalizzazione, non bisogna dimenticare la campagna
di Jesse Jackson e soprattutto il movimento che portò alla candidatura
di McGovern nel 1972 e che fu poi distrutto dai Sindacati che
preferirono vedere Nixon vincere piuttosto che la Sinistra conquistare
il paese. Per concludere, c’è sicuramente una nuova ondata di
movimentismo politico, ma non mi sembra in grado di mettere davvero in
difficoltà la forza dell’ “Impero” Americano.
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sabato 3 ottobre 2015
lunedì 28 settembre 2015
Quel che resta di Toni Negri (Non si muove foglia che il capitale non voglia)
Quel che resta di Toni Negri (Non si muove foglia che il capitale non voglia).
da Dacci Oggi il nostro Pane Quotidiano
da Sebastiano Isaia via Ubu Re
Secondo Toni Negri, teorico
dell’Impero, della Moltitudine e della crisi della marxiana legge del valore,
«Parlare di Stato-nazione e di imperialismo senza periodizzarne la
figura e la durata diviene molto pericoloso – quasi reazionario».
Nientedimeno! Francamente non comprendo in che consista esattamente
quel pericolo. Certo, se ci riferiamo a qualcuno che maneggia quei
concetti in modo apologetico il «quasi» non ha ragion d’essere,
e il pericolo che ci si para dinanzi possiamo fronteggiarlo con efficacia.
In realtà la punta della critica negriana è rivolta contro la sinistra
statalista, nostalgica del vecchio Capitalismo di Stato e sostenitrice di
politiche neokeynesiane. E su questo punto egli mi trova del tutto in
sintonia, e non da oggi.
Ma il tipo di critica che il bravo
intellettuale scaglia contro chi vede «nella figura e nella presenza dello
Stato-nazione la condizione essenziale dell’agire politico» non è aliena
da ambiguità, e lascia immaginare una sua certa vicinanza, sebbene polemica e
sofferta, a coloro che la sostengono, quasi fossero «compagni
che sbagliano». Personalmente li ritengo funzionari del dominio sociale
capitalistico alla stessa stregua dei cosiddetti «liberisti selvaggi»,
con l’aggravante, rispetto ai secondi, di aver non poco lordato la
terminologia che ai tempi di Marx e di Lenin alludeva alla possibilità della
rivoluzione sociale e dell’emancipazione universale.
Negri sostiene che «lo Stato-Nazione è
in crisi». Bella scoperta! Nel Capitalismo avanzato lo Stato nazionale
vive una condizione di crisi permanente, perché i sempre più
rapidi mutamenti sociali innescati dal processo di produzione del valore
stressano sempre di nuovo il politico, costretto a inseguire i mutamenti
economici, tecnologici, psicologici, esistenziali nell’accezione più
ampia e radicale del concetto, nel tentativo di smussarne le asperità, e
di ricondurli, per quanto possibile, a un principio unitario. Sorto
storicamente sulla base dello Stato nazionale, il Capitale ha avuto fin dal
principio un carattere sovranazionale che gli deriva dalla sua
smisurata necessità di trasformare l’intero pianeta e
l’intera esistenza degli individui in occasioni di profitto.
Già nei primi
scritti di Marx è chiaramente annunciata quella tendenza aggressiva
ed espansiva del Capitale che agli occhi della «moltitudine» del
XXI secolo appare in forma talmente dispiegata, da essere considerata come
un fenomeno naturale e banale. Anche per questo il pensiero
critico-radicale trova così tanta difficoltà ad affermarsi presso le «larghe
masse»: la prossimità del Dominio lo rende quasi invisibile ai loro occhi,
almeno nella sua interezza, nella sua reale dimensione. Ma più che di
prossimità, dovremmo piuttosto parlare di intimità, di più: di
consustanzialità. Infatti, sempre più il Dominio ci crea «a sua propria
immagine e somiglianza»,
come il buon Dio dell’Antico Testamento.
La violenta espansione geografica ed
esistenziale (corpi “umani” compresi, ovviamente) delle esigenze
economiche marchiate dal Capitale ci dà, a mio avviso, il
corretto concetto di imperialismo e di globalizzazione. Due modi diversi di
chiamare lo stesso processo sociale. Noi avvertiamo come «crisi
dello Stato-Nazione» il suo continuo processo di adattamento a una
società in continua trasformazione, quantitativa e
qualitativa, a cagione della natura «rivoluzionaria», nell’accezione
marxiana del concetto, del Capitalismo. Questo permanente stato di
precarietà, o di «liquidità», per civettare con la sociologia alla
moda, si acuisce nelle fasi di repentina accelerazione della tendenza
«globalizzante». Non c’è dubbio che il ventennio che ci sta alle spalle
abbia rappresentato un momento di accelerazione, che ha radicalmente
cambiato la dislocazione del Potere (economico e politico) su scala
mondiale.
Scrive Marx: «Con la concorrenza
universale [la grande industria] costrinse tutti gli individui alla
tensione estrema delle loro energie. Essa distrusse il più possibile
l’ideologia, la religione, la morale, ecc. e quanto ciò non le fu possibile ne fece
flagranti menzogne. Essa produsse per la prima volta la storia
mondiale, in quanto fece dipendere dal mondo intero ogni nazione
civilizzata, e in essa ciascun individuo, per la soddisfazione dei suoi bisogni,
e in quanto annullò l’allora esistente carattere esclusivo delle
singole nazioni». La creazione del mercato mondiale da parte della grande
industria, caratterizzata dalla sussunzione reale della capacità
lavorativa sotto il dominio aggressivo ed espansivo del Capitale, crea la
storia mondiale, nel cui seno esistono ed agiscono anche i Paesi non ancora
giunti alla maturità capitalistica o addirittura ancora fermi a strutture
sociali precapitalistiche. È, questo, lo spazio rigato dalla «legge dello
sviluppo ineguale»
e dallo scontro sistemico tra le moderne potenze
imperialistiche.
«In generale [la grande industria] creò dappertutto gli
stessi rapporti tra le classi della società e in tal modo distrusse
l’individualità particolare delle singole nazionalità. E, infine, mentre la
borghesia di ciascuna nazione conserva ancora interessi particolari, la grande
industria creò una classe che ha il medesimo interesse in tutte le nazioni
e per la quale la nazionalità è già annullata, una classe che è realmente
liberata da tutto il vecchio mondo e in pari tempo si oppone ad esso».
Qui è posta per la prima volta la fondamentale «contraddizione
dialettica» tra il carattere universale e mondiale del Capitale, e la sua
ristretta base storico-sociale d’origine: la Nazione. Questa dialettica di
universalità e particolarità sta alla base delle relazioni internazionali e della
crisi permanete della Sovranità politica sopra delineata.
La base del «vecchio imperialismo»
era costituita dall’incessante ricerca da parte del Capitale di
profitti sempre più pingui e rapidi (non di rado attraverso le forme più
disparate di speculazione), di materie prime, di forza-lavoro a basso costo e
di mercati «di sbocco». Una voracità talmente violenta e
insaziabile da trascinare nelle spire imperialistiche lo Stato, la cui
potenza d’altra parte riposava interamente sulla capacità
industriale, e quindi finanziaria, scientifica, organizzativa, culturale, in una sola
parola sistemica, del Paese. Come notò J.A. Hobson nella sua giustamente
celebre opera del 1902, l’imperialismo «implica l’uso
della macchina di governo da parte degli interessi privati, principalmente
capitalistici, per assicurare loro vantaggi economici fuori del proprio
paese». Sempre all’acume critico dello studioso inglese dobbiamo la
documentata relazione tra investimenti esteri e imperialismo
politico (militarismo incluso): «Le statistiche degli investimenti
all’estero gettano una chiara luce sulle forze economiche che dominano la nostra
politica [...] non è esagerato dire che la politica estera moderna
della Gran Bretagna si è concretizzata in una lotta per
accaparrarsi profittevoli mercati d’investimento».
C’è una pagina
di quell’importante studio, dedicata agli gnomi della finanza del suo tempo,
che sembra scritta oggi: «Come speculatori o finanzieri essi
costituiscono il più grave fattore specifico dell’economia dell’imperialismo.
Creare nuovi debiti pubblici, lanciare nuove società, provocare notevoli
fluttuazioni del valore dei titoli sono tre condizioni necessarie per svolgere
la loro profittevole attività. Ciascuna di queste condizioni li spinge
verso la politica,
e li getta dalla parte dell’imperialismo».
È forse mutata la base del «nuovo
imperialismo», al punto da determinarne il tramonto, o quantomeno
la sua trasformazione nell’Impero concettualizzato da
Negri? A me non pare proprio, e soprattutto quanto ci capita di
osservare negli ultimi anni mi suggerisce l’idea che lungi dall’essersi
indebolita, la radice sociale dell’imperialismo si è piuttosto
rafforzata enormemente. Concetti quali «post imperialismo» e «post
Capitalismo» non hanno alcun senso e testimoniano l’incapacità, di chi li
teorizza, di afferrare l’essenza della vigente formazione storico-sociale, la
quale vive necessariamente una permanente condizione transeunte: il
cambiamento, per essa, non è un’eccezione, ma la regola. Di più:
un imperativo categorico.
La società capitalistica è sempre
«post», «oltre», «smisurata»: deve esserlo, con assoluta e “demoniaca”
necessità. Si tratta di mettere a nudo il momento di continuità che
persiste nel processo e che realizza la continua trasformazione della
Società-Mondo dominata dal rapporto sociale capitalistico. Sul piano della
politica mondiale Negri compie la stessa operazione “astrattiva”,
ideologica più che metafisica, che ormai da quarant’anni caratterizza la sua
analisi della politica nazionale in rapporto al processo di valorizzazione
del capitale. Egli osserva talmente da vicino le tendenze
storiche, da precipitarvi dentro, diventando una cosa sola con il suo
oggetto. La sua analisi risulta in questo modo priva di quelle mediazioni
concettuali necessarie a cogliere la reale dimensione e la reale
natura della tendenza, il suo rapporto con i processi reali che a
volte la contraddicono, a volte la confermano, in una incessante
dialettica.
Ed è proprio questa mediazione reale e concettuale il punto
nodale da cui muovere, la realtà concreta in un’accezione non
volgarmente empirica. Per dirla in breve e più chiaramente,
Negri non coglie in tutta la sua portata e radicalità lo scontro
sistemico tra le potenze imperialistiche e tra le macro aree capitalistiche
(Europa, America, Asia). Proprio oggi gli avvinazzati del «sogno europeo»
scoprono con sgomento che, come ha scritto poche settimane fa il Wall
Street Journal, «dietro la solidarietà europea si nascondevano
gli interessi delle nazioni europee».
Tutti parlano e scrivono di
«ritorno dei particolarismi nazionali», di «ritorno della
politica di potenza» anche in Europa, soprattutto in riferimento al nuovo
ruolo egemonico della Germania e all’operazione franco-inglese in
Libia. Per non parlare delle scosse telluriche che si registrano con sempre
più frequenza e maggiore intensità nella «faglia del
Pacifico», dove orbitano le più grandi potenze capitalistiche del pianeta.
Nessun «ritorno»: è la storia del Capitalismo che continua, una storia
sempre «vecchia» eppure sempre «nuova», perché i rapporti di forza
interimperialistici mutano sempre di nuovo, in intima relazione con i
processi di ascesa e di declino economico delle Nazioni e delle macro
aree geoeconomiche.
L’ideologia antiamericana di matrice
stalinista e maoista, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale
e fino a qualche anno fa, impedì a gran parte dei “marxisti”
occidentali di vedere, dietro l’esibita compattezza dell’Alleanza
imperialistica centrata sugli Stati Uniti, i conflitti di natura economica, politica
e strategica tra i diversi Paesi “fratelli”, con tutto ciò che ne
seguì sul piano della loro – cattiva – prassi politica «antimperialista». Il
rapporto tra Stati Uniti e alleati veniva da essi ricondotto nel risibile
schemino di Padrone e «servi sciocchi», con ciò misconoscendo la
reale dialettica che ha plasmato quel rapporto, peraltro oggi sempre più
sfilacciato, debole e contraddittorio.
Pur non essendo un volgare
antiamericano, Negri è concettualmente assai vicino a quel tipo di
impostazione dei problemi internazionali: la figura dell’Impero, infatti, gli
preclude di cogliere la ricca e complessa dialettica che struttura la politica
internazionale degli Stati, peraltro da egli concepiti come entità in via di
estinzione. «Oggi noi viviamo certo un interregno, fra la fine della
modernità e l’apertura della postmodernità, fra l’estinzione
dello Stato-nazione e la fondazione dell’Impero. Mille contraddizioni
attraversano questo periodo e nessuno può opporre Stato-nazione e
Impero come se si trattasse di figure opposte per natura.
Nell’interregno, il capitale gioca piuttosto la compenetrazione di queste due figure e
talora si illude sull’evoluzione dell’una nell’altra: la dialettica
per il capitale funziona sempre, e così all’affermazione dello Stato-nazione segue la negazione dell’interregno, poi la sua
necessaria sublimazione nell’Impero».
A mio avviso la realtà mostra una dialettica
assai diversa, e il concetto di Impero è, a mio avviso, destinato a
fare la stessa fine del Superimperialismo teorizzato negli anni
Venti da intellettuali di diverse tendenze politiche e culturali. Da buon «materialista dialettico»,
Negri fonda la sua teoria dell’estinzione dello Stato-Nazione,
«sublimato nell’Impero», sulla prassi economica del Capitalismo del
XXI secolo, ossia de «postCapitalismo», di un Capitalismo
che, a quanto pare, è andato «oltre Marx». «La legge del valore
(e dunque del plusvalore), considerata secondo la definizione
elementare che ne dà Marx, è divenuta inefficace salvo, forse, in
settori marginali dello sviluppo. Lo sfruttamento si configura come
espropriazione dei valori della cooperazione e della circolazione
produttiva, come appropriazione capitalista dell’eccedenza innovatrice del lavoro immateriale nell’organizzazione sociale del
lavoro, come captazione del comune».
Suona bene, non c’è che dire. Ma si
tratta, appunto, di suoni, che alludono bensì a una realtà concreta,
come del resto i sogni e qualsivoglia costruzione intellettuale
per quanto fantasiosa; senza però riuscire mai a toccarla. Voglio
prenderla, per così dire, alla larga, con ciò testimoniando la coerenza di pensiero
di Negri, il quale batte il chiodo, invero storto e spuntato, del
superamento della marxiana legge del valore da molti lustri.
In un suo breve saggio del 1974, Crisi
dello Stato-piano, Negri cita un importante passo di Marx: «Nella
misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza
reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di
lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti degli agenti che vengono
messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta – questa
loro powerful effectiveness – non è minimamente in rapporto al tempo di
lavoro immediato che costa alla produzione, ma dipende invece dallo
stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia o
dall’applicazione di questa scienza
alla produzione».
Qui Marx delinea il fondamentale
concetto di lavoro sociale astratto, mediante il quale spiega il
passaggio del Capitalismo dalla precedente fase manifatturiera
(«sussunzione formale del lavoro sotto il Capitale») alla sua piena maturità,
con l’introduzione di criteri e di mezzi altamente razionali (scientifici)
e tecnologicamente avanzati nel processo di creazione del valore –
perché le merci, bisogna sempre ricordarlo, sono meri contenitori di
valore che attende di essere realizzato sul mercato. A questa
altezza dello sviluppo capitalistico il prezzo della merce non dipende dal
lavoro peculiare che l’ha immediatamente prodotta, ma dalla media
sociale dei singoli e particolari lavori che in altre
fabbriche e in altre parti del mondo producono quel tipo di «crisalide di
valore», quel valore di scambio che agogna il «salto mortale» della
compra-vendita
per manifestarsi come denaro.
È appunto il lavoro sociale
astratto la base oggettiva che rende possibile l’esistenza del denaro in
quanto «equivalente universale», la cui enigmatica natura è fonte di
continue aberrazioni feticistiche. Ed è a questa altezza che prende corpo il
fenomeno per cui il Capitale più produttivo, quello a più alta
«composizione organica», ossia incardinato su una base
tecnologico-scientifica assai sviluppata, drena una parte del plusvalore smunto alla
capacità lavorativa sfruttata da un Capitale relativamente meno produttivo,
a più bassa «composizione organica». Il Capitale a più alta
«composizione organica» sfrutta dunque anche il concorrente
relativamente più arretrato sul piano della strumentazione tecnica e
dell’organizzazione del lavoro. Detto di passata, storicamente la formazione del
moderno Sistema Finanziario è radicata nel processo qui appena
abbozzato: infatti, l’alta produttività del lavoro
1) ha liberato risorse
finanziarie in precedenza vincolate direttamente alla sfera produttiva;
2)
ha costretto le imprese a ricorrere sempre più spesso ai capitali messi a
disposizione dalla Finanza – la tecnologia e la scienza, come sappiamo,
hanno un elevato costo –, rafforzandone la potenza di fuoco
(l’allusione all’imperialismo è voluta) e la tendenza
all’autonomizzazione (base materiale di ogni feticismo passato, presente e futuro);
3) la sfera finanziaria si è presto dimostrata una sorta di attrazione
fatale per i capitali desiderosi di grassi e facili profitti.
Come Marx ha
dimostrato nel Terzo libro del Capitale, l’alta composizione
tecnologica dell’impresa industriale ha sul saggio del profitto, ossia sul
rendimento del capitale investito nella produzione, effetti assai
contraddittori sul processo di accumulazione, e non di rado tali da spingere il
Capitale a battere le vie dell’imperialismo (investimenti
diretti e indiretti all’estero) e della speculazione finanziaria. Ma non
spingiamoci oltre.
Se diamo a questa complessa dialettica
capitalistica una dimensione
mondiale, come ci obbliga a fare la
realtà, illuminiamo da un’essenziale – radicale –
prospettiva la prassi e il concetto di imperialismo. Ecco perché l’odierna
bagarre intorno al debito sovrano, al Welfare, al mercato del lavoro, alla
spesa pubblica improduttiva e via discorrendo è connessa intimamente
a quella prassi e a quel concetto. Infatti, si tratta di rendere
più produttivo il Sistema-Paese nel suo complesso, con tutte le conseguenze
sociali e politiche che necessariamente ne derivano.
Che
l’accumulazione capitalistica che io chiamo – con scarsa originalità, lo
riconosco – primaria o originaria, ossia quella afferente al settore
industriale (agricoltura compresa, ovviamente), stia alla base della
cornucopia finanziaria che tante teste metafisiche ha fatto girare; come del
cosiddetto Welfare allargato, è stato dimostrato sul piano empirico
dalla crisi economica, la quale da sempre ha avuto la funzione di
accendere un potente fascio di luce sulla notte dove tutte le vacche sembrano
nere. La svalutazione universale di tutti i valori, che la crisi realizza,
oltre a costituire il processo di risanamento che rimette in carreggiata
il treno dell’accumulazione, rappresenta un’eccezionale occasione
di crescita teorica e politica, per chi riesce a coglierla.
Ma vediamo adesso il commento di Negri
alla precedente citazione
marxiana: «Se dunque lo scambio di
forza lavoro non è più qualcosa che avvenga – con determinazioni
quantitative e con specifiche qualità – all’interno del processo di
capitale, se invece un interscambio di attività, determinate da bisogni e
scopi sociali, è il presupposto stesso della produzione sociale e la socialità
è la base della produzione, se infine il lavoro del singolo è posto
fin dal principio come lavoro sociale, il prodotto stesso del lavoro
complessivo non può essere rappresentato come valore di scambio.
[...] Lavorare è già una partecipazione immediata al mondo della
ricchezza. [...] Il contenuto di massa del progetto
dell’organizzazione operaia, nella misura stessa in cui si estende all’intera figura
del lavoro astratto, si determina attorno al programma
dell’appropriazione sociale diretta della ricchezza sociale prodotta».
Negri ha sempre amato vedere realizzate
le tendenze che alludono alla possibilità del Comunismo hic et
nunc, nell’ambito dello stesso Capitalismo, e questo peraltro
comprensibile desiderio, che spiega il successo della sua infondata posizione
in non ristrette cerchie di giovani politicizzati, gli impedisce di
comprendere che quelle stesse tendenze oggettive si risolvono, hic et
nunc, in un continuo processo di radicamento e di espansione del dominio
sociale capitalistico.
La mia tesi è che, invece, non esiste alcun
«Comune», perché tutto quello che esiste sotto il vasto cielo della
società capitalistica mondiale (o «globale») appartiene con Diritto –
ossia con forza, con violenza – al Capitale, privato o pubblico che sia.
Il Capitale non si appropria arbitrariamente «il Comune», non lo
«privatizza», ma estende piuttosto continuamente la sua capacità di
trasformare uomini e cose in altrettante occasioni di profitto, e
può farlo perché l’intero spazio sociale gli appartiene, è una sua
creatura, una sua naturale riserva di caccia. Il lavoro (quello «materiale»
e quello «immateriale», quello produttivo di plusvalore originario e
quello produttivo di solo profitto, nelle sue diverse figure), la scienza,
la tecnologia, l’arte, la cultura e la stessa natura hanno, nel nostro tempo,
un’essenza necessariamente capitalistica, cioè a dire al contempo
essi esprimono
e riproducono sempre di nuovo
il rapporto sociale
dominante in questa epoca storica.
La crisi economica ha dimostrato come
alla base del Sistema Finanziario Internazionale
(speculazione compresa) e della Finanza Sovrana (quella che rende possibile il
Welfare e tutte le prassi finanziate dallo Stato attraverso il
drenaggio fiscale), ci sia la
produzione del plusvalore estorto ai
lavoratori sfruttati nella cosiddetta «economia reale». Proprio «l’analisi
marxiana della rendita fondiaria e le pagine sull’estrazione di
plusvalore nell’industria dei trasporti» cui rimanda Negri, spiegano perché solo
nel processo di produzione industriale si ha la generazione del
plusvalore originario, o primario, il quale sta alla base di ogni forma di
plusvalore derivato o secondario, chiamato da Marx profitto, rendita,
interesse, e così via.
Ciò spiega perché, tra l’altro, tutti gli
strati sociali che a diverso titolo campano di plusvalore hanno interesse a che il
salario dei lavoratori industriali sia e rimanga basso e la loro produttività
cresca continuamente. Sta qui, per un verso il vero limite
storico insuperabile del Capitale, la cui smisurata e insaziabile fame di
profitti deve misurarsi con quella miserabile base di valore, occultata in
tempi di vacche grasse dalla Chimera speculativa e che la crisi,
mandando per aria il gigantesco castello fatto di valori fittizi, mette
a nudo; e per altro verso la maledizione del lavoro salariato.
Ancora nel XXI secolo la marxiana legge
del valore, lungi dall’essere stata superata o messa ai
margini dal processo di creazione della ricchezza sociale nella sua forma
capitalistica, costituisce, a mio avviso, il solido punto di partenza –
non necessariamente di arrivo – di chi voglia elaborare un punto di vista
critico sulla vigente società.
Cambiando il moltissimo che c’è da
cambiare, il tentativo negriano di vedere limiti oggettivi insuperabili
nel processo di sviluppo del Capitalismo mi ricorda Rosa Luxemburg,
la quale, nel tentativo di dimostrare l’infondatezza della
politica riformista dei vari Bernstein, s’inventò la teoria secondo la quale
il Capitalismo, per sopravvivere, ha bisogno di aree non capitalistiche
nelle quali realizzare il plusvalore prodotto nelle metropoli dell’Impero. Appena il pianeta fosse caduto interamente nelle spire del
Capitalismo, il catastrofico crollo di quest’ultimo si sarebbe realizzato
con assoluta necessità, per l’impossibilità di realizzare il
plusvalore. L’ottimismo riformista, dunque, non aveva alcun fondamento.
Cosa assai significativa, la Luxemburg attribuì a Marx l’errore
capitale di ritenere sempre possibile la realizzazione del
plusvalore nell’ambito dei paesi capitalisticamente avanzati (vedi
L’accumulazione del capitale), più diverse e fondamentali magagne nella
spiegazione dell’accumulazione capitalistica.
Anche per Rosa i
marxisti sarebbero dovuti andare «oltre Marx». E non ci vedo nulla di male, in
questa perorazione, anzi! A patto che mi si offra una teoria
superiore! Per una puntuale critica dell’Accumulazione luxemburghiana
rimando a Il crollo del
Capitalismo di Henrik Grossmann. Gran parte degli errori teorici di
Negri si spiegano con il suo tentativo di colpire quello che negli
anni Settanta egli definiva «il movimento operaio ufficiale» (il PCI
di Togliatti-Longo-Berlinguer e la CGIL di Lama), concepito,
erroneamente, come espressione della vecchia composizione di classe,
fordista e keynesiana, superata dal Capitalismo «postmoderno», e non come
movimento politico-sociale borghese tout court. La teorizzazione
della «Moltitudine» di oggi ha molto a che fare con la teorizzazione
dell’«operaio sociale» di ieri.
Che cosa resta di Negri dopo l’avvento
della crisi capitalistica mondiale? Le sue suggestioni teoretiche e,
soprattutto, i suoi fondamentali errori teorici e politici. Solo se si afferra la dialettica del
processo capitalistico nel suo reale movimento, senza proiettarvi sopra i
nostri desideri, è possibile fare il punto politico e sociale della
situazione, per elaborare una teoria-prassi all’altezza dei tempi, i quali,
occorre riconoscerlo, attestano la tragica impotenza delle classi subalterne in
ogni latitudine del pianeta.
Non è coltivando l’«ottimismo della
rivoluzione», che crea l’illusione di «Moltitudini» sempre all’attacco,
sempre sul punto di afferrare il potere (o quantomeno di «appropriarsi
direttamente della ricchezza sociale prodotta»), che il pensiero critico
può sperare di intercettare la dialettica del reale, ossia la tensione
sempre crescente tra attualità e possibilità, presente e futuro.
domenica 28 ottobre 2012
A proposito di costituzione e capitale finanziario
da controlacrisi
Organizzerò il mio intervento su tre punti fondamentali. Cercherò
innanzitutto di definire la convenzione finanziaria che oggi ci domina e
come essa abbia modificato il rapporto tra privato e pubblico. In
secondo luogo cercherò di analizzare come il privato e il pubblico siano
stati fissati nella costituzione del 1948, ma soprattutto come essi si
presentino nel farsi della costituzione europea. Infine, cercherò di
capire come, in nome del comune, possa essere rotta la convenzione
costituzionale che ci lega, opponendo dispositivi antagonisti
all’esercizio del potere finanziario, costruendo una “moneta del comune”
– insomma, che cosa significa, dentro/contro l’attuale convenzione
finanziaria europea, procedere nella costruzione del comune?
1.1
La convenzione collettiva che oggi domina il rapporto costituzionale è una convenzione finanziaria. Laddove una volta era posto il valore-lavoro come norma regolatrice e misura delle attività sociali e produttive, ora è stata eletta la regola finanziaria.
Analizziamo quindi la relazione capitale finanziario / costituzione materiale. Il capitale finanziario, nella situazione attuale, si pone come autorità legitimante la costituzione effettiva della società postindustriale. Se in epoca fordista la Costituzione organizzava la società sulla base del tallone-misura del valore lavoro, e tale era lo schema di organizzazione della società industriale, ora, a quello standard, si sostituisce una misura finanziaria. Ne vengono subito alcune conseguenze. Mentre la misura-lavoro, nella costituzione fordista, era dura e relativamente stabile, direttamente dipendente dal rapporto di forza fra le classi (tale fu la condizione di ogni costituzione nel “secolo breve”), la convenzione finanziaria quando si materializza in forma costituzionale, quando cioè incarna in maniera egemone il rapporto politico capitalista, si presenta come potenza indipendente ed eccedente. I lavori di André Orléan e di Christian Marazzi hanno insistito opportunamente su questa evenienza istituzionale. Si tratta di un’indipendenza che, dal punto di vista del valore, consolida e fissa un “segno proprietario” (nei termini della “proprietà privata”: vedi soprattutto Leo Specht) ma che contemporaneamente si presenta anche come “crisi”, come “eccedenza” non semplicemente rispetto alle vecchie e statiche determinazioni del valore-lavoro ma soprattutto in riferimento a quell’“anticipazione” e a quell’“incremento” continui che gli sono propri nel confrontarsi con la captazione finanziaria del valore socialmente prodotto e nell’operare alla sua estensione sul livello globale. La convenzione finanziaria si presenta quindi, istituzionalmente, come governance globale, perché la crisi è permanente, in quanto organica al regime del capitale finanziario. Meglio è, in queste condizioni, parlare di varie fasi del business cycle, piuttosto che di crisi.
Sia chiaro quindi che, in questa nuova configurazione della regola costituzionale, permane la base materiale della legge del valore: non più lavoro individuale che diviene astratto, ma lavoro immediatamente sociale, comune, direttamente sfruttato dal capitale. La regola finanziaria può porsi in maniera egemone perché nel nuovo modo di produzione il comune è emerso come potenza eminente, come sostanza di rapporti di produzione, e va sempre più invadendo ogni spazio sociale come norma di valorizzazione. Il capitale finanziario insegue questo estendersi, cerca di anticiparlo, incalza il profitto e lo anticipa come rendita finanziaria. Bene dice Harribey, discutendone con Orléan, il valore non si presenta più qui in termini sostanziali ma neppure come una semplice fantasmagoria contabile: è il segno di un comune produttivo, mistificato ma effettivo, che si sviluppa sempre più intensivamente ed estesamente.
Facciamo il punto. Da un lato possiamo sottolineare che, nella società contemporanea, nei processi di sussunzione della società nel capitale, valore d’uso e valore di scambio si sovrappongono. Dall’altro lato, si avverte che il lavoro astratto non differisce dal lavoro concreto solo perché esso rappresenta l’astrazione della forma concreta del lavoro: questa è, per così dire, una differenza puramente epistemologica. La vera differenza – quella positiva –consiste nel fatto che, nel lavoro astratto, si eguagliano ora tutte le forme del lavoro, e ciò avviene nel quadro di uno scambio multilaterale e cooperativo di attività singolari produttive.
Su questa base si trarranno due conseguenze:
la prima è che quella sussunzione della vita, quando si presenta come comando sulle attività produttive attraverso i mezzi della finanza, incarna un biopotere, cioè la capacità di sfruttare, di estrarre plusvalore, di accumularlo sull’insieme della vita sociale. Il denaro, i prodotti finanziari, la Banca diventano mezzi di produzione, non come forze produttive ma come strumenti di estorsione di plusvalore. (Per esempio, oggi in Francia tutta l’imposta sul reddito serve a pagare il servizio del debito);
la seconda conseguenza è che il valore si presenta sul mercato non tanto come sostanza, non tanto come mera quantità di merci, ma come insieme di attività e di servizi, sempre maggiormente cooperativi, e che la vita è così sussunta dal potere nella sua interezza e nell’insieme delle sue singolari espressioni; insomma, che i rapporti di produzione pongono in contraddizione i mercati e/o la finanza con il comune produttivo.
1.2
A partire degli anni ‘90 – dopo la lunga crisi iniziata negli anni ’70 con la demolizione degli standard di Bretton-Woods – si determina dunque, in maniera sempre meno caotica, un nuovo standard globale che sostituisce quello lavorista.
Due condizioni ne permettano lo sviluppo. La prima è il compiersi della globalizzazione: è confrontandosi alla globalizzazione che la convenzione fordista cede su un elemento centrale della sua legittimità e funzione, intendiamo lo Stato-nazione, come base sovrana. La convenzione monetaria è sottratta allo Stato-nazione e condotta a standard globali. Il debito pubblico è sottratto alla regolazione sovrana (congiuntamente dal capitale e dai singoli Stati-nazione) e sottoposto ai meccanismi di valore determinati, sul mercato globale, dai soggetti detentori del capitale finanziario. La concorrenza fra questi attori si fa sempre solidarietà nei confronti degli sfruttati.
La seconda condizione consiste nel fatto che, con la crisi della sovranità (nazionale), ilpubblico viene sostanzialmente patrimonializzato in maniera privatistica, anche prima di esserlo giuridicamente. Voglio dire che le finalità dell’accumulazione vengono piegate alle regole dell’appropriazione privata diretta di ogni bene pubblico. In questa situazione, la funzione di mediazione fra gli interessi di classe che il potere e la proprietà pubblici (a partire dagli anni ’30) esercitavano (e qui andrebbe definito fino a che punto la stessarappresentanza politica democratica non si confonda con quella funzione di mediazione), è profondamente indebolita quando non venga interamente meno (la proprietà pubblica è tanto indebolita quanto lo è la rappresentanza politica perché questa non è più finalizzata al governo ed al possesso del pubblico, dopo essere stata nella globalizzazione sempre maggiormente svuotata della sovranità).
Alla ricerca di nuove convenzioni si susseguono le bolle (new ecomonics, asiatica, argentina, ecc.). “I mercati, per così dire, impazziscono – notano Marazzi e Orléan – ma questo è del tutto coerente con il principio della concorrenza applicato alla finanza”. Ivi, infatti, un bene non è ricercato perché è raro, ma paradossalmente sempre più ricercato quanto più è richiesto. Ne consegue che la crisi non è “dovuta al fatto che le regole del gioco finanziario sono state aggirate ma al fatto che sono state eseguite.” La crisi, in altre parole, èendogena. Essa dipende esclusivamente dalla deregolazione dei mercati di capitali e dalla privatizzazione crescente dei beni pubblici. Ogni valore d’uso è così trasformato in beni (titoli) finanziari soggetti a speculazione. La sussunzione reale della società nel capitale agisce attraverso la finanziarizzazione. “In questo processo, la finanziarizzazione ha imposto la sua logica al mondo intero, facendo della crisi il fondamento del suo stesso modo di funzionare. È un processo, quello della finanziarizzazione, di inclusione della cooperazione, del comune cognitivo e sociale, e poi di esclusione, cioè di estensione del modo capitalistico di produzione a mercati pre-capitalistici, e di successiva espulsione e pauperizzazione di coloro che in questo processo sono stati privati dell’accesso ai beni comuni. Una sorta di riedizione continua dell’accumulazione primitiva, di recinzione delle terre (beni) comuni e di proletarizzazione di masse crescenti di cittadini”.
Meglio detto:
1) il dispositivo costituzionale nella maturità capitalista subordina all’astrazione finanziariadel processo di valorizzazione la forza-lavoro viva come società cognitiva e cooperativa. La biopotenza del comune è totalmente sottoposta al feticismo della convenzione finanziaria.
2) il dispositivo costituzionale capitalista vuole dare misura, fissare un tallone regolamentare all’interno di quelle crisi che abbiamo percorso, laddove cioè la rottura del rapporto keynesiano-fordista esige nuove convenzioni-misura. Valore-misura? Certo, come già abbiamo visto, questa misura non è qui qualcosa di sostanziale; è piuttosto una “convenzione politica”, di volta in volta determinata. O meglio: se alla sua base non c’è un valore sostanziale, tuttavia ciò che rende la convenzione “capitalista” (cioè adeguata all’attuale organizzazione del lavoro sociale per estrarne profitto o per accumulare rendita finanziaria) è comunque una misura, una misura di classe, un dispositivo di potere. Non val qui la pena di ricordare che Marx ha sempre definito il valore subordinandolo al plusvalore. Ora, questa misura sarà ancora fondata sul rapporto fra tempo necessario e sovrappiù di tempo non pagato – certo, ma solo se questo rapporto sociale sarà considerato globalmente, e in ciò, nella tensione di questo sforzo indefinito, nella tendenza ad approssimare un limite assoluto, in questo affastellarsi di bambole russe, consiste anche la permanenza della crisi.
3) Per fissare questa misura politica, il potere costituzionale capitalista (e la convenzione che lo regge) deve costruire una nuova forma di governo – la governance, appunto. Essa non agisce principalmente come “potere di eccezione”, ma come governo di un’“emergenza continua” (è un’eccezione spalmata sul tempo che rivela, negativamente, una continua instabilità; positivamente, captazioni impreviste di eccedenza, salti e dismisure, ecc.) dentro una temporalità fratturata, un’inattualità permanente.
Aggiungiamo a margine che, ora, in questa fase, il carattere “costituente” dell’azione neoliberale si affianca a potenti strategie “destituenti” (la minaccia del default, gli spostamenti di capitale come minaccia politica, ecc.). E notiamo anche che sul terreno dei movimenti, l’immaginazione costituente è piena di contenuti destituenti (solo per fare un esempio, il diritto all’insolvenza come primo passo per riconquistare un uso della moneta liberato dallo sfruttamento diretto).
Ne viene che una riflessione “costituzionale” oggi presuppone anche la messa in discussione ed il ripensamento dei linguaggi e delle pratiche di movimento su cui abbiamo fondato fino ad oggi la nostra riflessione. Si tratta di individuare degli “strumenti con i quali imporre al capitale finanziario un nuovo rapporto di forza”.
2.1
Torniamo a noi, alla costituzione italiana, a quell’art. 1 – la repubblica è fondata sul lavoro – che fin da piccoli ci ha tormentato (o fatto ridere). Ricordiamo semplicemente che l’operaismo nasce dalla dichiarazione che, in quella formula, in continuità con lo statalismo intervenzionista anni ’30, era fissata la convenzione keynesiano-fordista, come norma dello sfruttamento operaio e di regolazione politica di una società in cui – per ben che andasse – il pubblico era totalmente funzione della riproduzione allargata del capitale. La costituzione del ’48 promuove una società capitalista in termini riformisti: da poco l’Unione sovietica aveva battuto le armate del fascismo europeo, solo il riformismo era ormai concesso ai capitalisti. In queste condizioni, si comprende come, nella lotta di classe, possa esercitarsi la pressione dei proletari sul salario operaio, come strumento (badate bene!) di democrazia, da praticare dentro e contro la produttività del sistema: questo processo aumenta il reddito (diretto ed indiretto) della classe operaia e della società lavoratrice.
In questo quadro il pubblico si definisce come funzione di mediazione del rapporto sociale capitalistico, ovvero della lotta di classe – ed è attorno a questa funzione che si coagula e prende figura la rappresentanza politica borghese (nella fattispecie, italica). Come si sa, la Costituzione italiana non è mai stata realizzata completamente. Anche se lo fosse stata, non sarebbe comunque costitutiva di quel mondo di meraviglie socialiste di cui ci raccontano. Non volendo confonderla con lo spirito della Resistenza e della Costituente repubblicana, come troppi retori facevano e fanno, M.S. Giannini sottolineava, già negli anni ’60, che pensare che lo spirito di quest’ultima fosse ancor vivo, significava farsi beffa dei cittadini o truffarli. Comunque, la Costituzione del ’48 è stata presto “omologata” e cioè adattata allo sviluppo incrementale del capitalismo italiano attraverso l’azione di regolazione dello Stato, come rappresentante del capitale sociale, cioè come mediatore della lotta di classe. E quando arrivano la crisi degli anni ’70 e le riforme capitaliste degli anni ’80, si avvia piuttosto quel processo reazionario di ristrutturazione generale del sistema, nel quale ancora viviamo. Che cos’era avvenuto? Che le lotte operaie al centro dell’impero e le lotte di liberazione dal dominio coloniale avevano rotto la possibilità della regolazione fordista. Il capitale raccoglie la sfida e promuove il biocapitalismo nella forma finanziaria. E non è ricorrendo a Foucault che, già allora, negli anni ’60, abbiamo cominciato a parlare di lavoro sociale e di sfruttamento del bios nel definire le nuove figure della regolazione capitalista, attorno e dopo lo scossone del ’68. Ci riferivamo semplicemente al fatto che, dentro le ripetute crisi fiscali della regolazione pubblica, il capitale aveva incominciato a ricorrere ai fondi pensione ed alle assicurazioni sociali per risistemare i suoi conti. Che cos’era successo? Che, a fronte alle trasformazioni che le lotte di classe operaia determinano dall’interno del sistema industriale, a fronte degli effetti micidiali del “rifiuto del lavoro” fordista ed in relazione alla pressione biopolitica del lavoratore sociale, a fronte della crisi dello Stato-piano, la risposta capitalistica avviene attraverso una ripresa di controllo politico dall’esterno del sistema industriale e la determinazione dell’egemonia politica della sfera monetaria sull’insieme della produzione sociale. La crisi fiscale di New York sta all’inizio di questo nuovo ciclo politico. E lo raffigura esemplarmente.
Occorre fare molta attenzione a questo passaggio (d’altra parte Marazzi, Offe, O’Connor, Aglietta ed altri già allora ne segnalarono il carattere sociale) perché qui non si verifica solo la destituzione del pubblico dalla sua funzione di mediatore dello sfruttamento (a tutto vantaggio dei cosiddetti “mercati”) ma comincia a svilupparsi una nuova figura dello sfruttamento – lo sfruttamento diretto del bios, l’esaltazione del welfare come base di valorizzazione finanziaria. Il mondo della produzione di sanità, dell’assicurazione dell’infanzia e della vecchiaia, della istruzione e dell’educazione, ecc., il mondo cioè della “produzione dell’uomo per l’uomo” diviene la materia prima, meglio, il sangue che circola nel sistema arterioso del capitale finanziario globale. Il mondo del lavoro è sfruttato in quanto bios, non solo in quanto “forza-lavoro” ma in quanto “forza vivente”, non solo in quanto macchina di produzione ma in quanto corpo comune della società lavorativa.
Ecco dunque che cosa diventa il pubblico nello sviluppo di queste pratiche di sfruttamento e di conseguente valorizzazione che la nuova costituzione europea contiene ed impone attraverso i cosiddetti “governi tecnici”. Dopo aver personificato la mediazione del potere capitalistico, nella sua lotta contro la classe operaia e i produttori sociali, dopo esser stato lo strumento attraverso il quale, vista l’impossibilità di sbloccare la rigidità del salario verso il basso e di recuperare attraverso l’inflazione i vantaggi relativi di reddito della società operaia… ecco dunque il pubblico che, in nome del capitale, comincia a saccheggiare i fondi pensione, a svuotare il Welfarestate del suo senso emancipatorio, a nutrirsi direttamente del comune produttivo. Tutto questo avviene attraverso i nuovi regimi monetari che sono imposti ai soggetti europei. Nella moneta europea il pubblico è totalmente assoggettato, violentato dal privato.
2.2
Se consideriamo molto rapidamente come si configuri giuridicamente il pubblico nella costituzione europea che viene formandosi, ci troviamo ovviamente a fronte di una sorta di codificazione di quanto siamo venuti fin qui definendo come il nuovo ordinamento del biopotere capitalista.
Ormai, quando si parla di costituzione europea, si parla essenzialmente di economic governance, e quando si parla di governance economica, spesso si traduce sostantivamente il concetto nel tedesco Ordo-liberalismus (ci è stato detto che questa traduzione si è data anche in documenti ufficiali). Vale a dire in una autoritaria “economia sociale di mercato” che, non a caso, sotto la pressione dei mercati, ha perduto ogni dimensione sociale e riformista per esaltare al massimo quella autoritaria ed ordinativa. Prodotto da una scuola che, assumendo diverse – e spesso inquietanti – figure politiche, si prolunga e si trasforma dagli anni ’20 ad oggi: essa domina gli attuali processi costituenti europei.
Stabilità dei prezzi, regolazione repressiva di ogni deficit budgetario inappropriato, unione monetaria separata dall’unione politica, sono diventati principi cui attenersi – con alcune conseguenze dissolutive di ogni pur formale regola democratica. Il controllo e la supervisione burocratica dei bilanci sono infatti privi di ogni legittimazione democratica (non solo delle istituzioni nazionali ma anche di quelle comunitarie); gli interventi regolatori sono di volta in volta individualizzati fuori da ogni norma generale – il carattere di giustizia dell’azione comunitaria è del tutto svuotato; e, in terzo luogo, le politiche europee di regolazione sociale, distributive e compensatorie, risultano effettivamente dissolte. Per dirla con Jörges, nella crisi l’Europa è passata da una costruzione giurisdizionale ad una costituzione autoritaria e da un deficit di democrazia ad un default democratico.
Ma, una volta fissata la temibile faccia di questa nuova costituzione del pubblico, ci lasceremo affascinare ed imprigionare dal suo gorgonesco sorriso? No di certo. Di nuovo riscendiamo a livello della composizione materiale della moltitudine europea, la si voglia o no considerare come classe. Ora, la separazione fra ordinamento economico del potere e strutturazione sociale delle classi lavoratrici, il primo centralizzato nella Costituzione europea, la seconda lasciata ai singoli Stati-parte, non rivela solo una crisi democratica profonda; essa produce – ancora riprendendo Jörges – una sorta di big bang. Rivelando paradossalmente proprio quello che si voleva celare.
E cioè: che l’affidamento dello sviluppo costituzionale europeo ad un potere monetario democraticamente incontrollabile, che lo sganciamento di un biopotere tecnicamente indipendente ed economicamente eccedente rispetto alla miseria sociale che impone, che la costruzione di un meccanismo regolatore sottratto ad ogni bilanciamento che non sia quello di un’austerità sociale insopportabile – bene, tutto ciò dimostra solamente che il “nuovo” potere pubblico incarnato dal MES (meccanismo europeo di stabilità) e nel TSCG (trattato per la stabilità, il coordinamento e la governance) rappresenta una spaventosa macchina di accumulazione privatistica originaria contro quel tessuto comune di cooperazione sociale e quel sostrato di attività produttive comuni che le lotte di classe operaia e i sommovimenti sociali avevano fin qui costruito.
E se è vero che questo processo distrugge ogni possibilità di una politica nazionale più o meno democratica (ma abbiamo già visto quanto il “meno” prevalesse); se è vero che non aiuta determinare nuove potenze comunitarie – è tuttavia anche vero che nel processo di unificazione in atto, paradossalmente, l’applicazione della golden rule mette in luce, meglio, fa risaltare con forza una nuova consistenza moltitudinaria, effettualmente resistente e virtualmente antagonista… da governare! Ma non sarà facile governare questo proletariato che, nella cooperazione e nella produzione, può organizzare la propria autonomia comune.
3.1
Come si può rompere, dal punto di vista dei lavoratori e con la forza del comune, ovvero della lotta di classe, la convenzione finanziaria (costituzionale) che ora ci domina? Per tentare di avanzare su questo terreno, ricordiamo alcune definizioni e, prima di tutto, alcuni presupposti della nostra analisi.
Il capitale finanziario è capitale, tout court, quindi non è una realtà parassitaria né un semplice insieme di strumenti di conto; è bensì una figura del capitale in senso pieno, così come lo è stato ed è e continuerà ad essere il capitale industriale, e come sono state altre figure padronali, storicamente date e/o dismesse nello sviluppo della lotta di classe. Un rapporto sociale: fra chi e chi?
Per comprenderlo bene occorre definire con il massimo di esattezza la posizione del “capitale costante” rispetto al “capitale variabile”, e cioè del comando capitalistico rispetto alla forza lavoro; e percorrere le forme attuali del processo di sottomissione del secondo da parte del primo. Ora, questo processo di sottomissione – pur essendo “reale”, cioè totale – è nuovo e singolare. Nel passaggio che analizziamo, la forza lavoro si è infatti riappropriata – in quanto forza-lavoro cooperativa e cognitiva – di parti (frammenti, attributi, modi, ecc.) del “capitale fisso”.
Se per “capitale costante” intendiamo l’insieme delle condizioni produttive nelle mani del capitale; se per “capitale variabile”, l’insieme dei valori trasferiti ai lavoratori perché si riproducano; e se per “capitale fisso” intendiamo le macchine e le strutture messe a disposizione del processo produttivo – va ora riconosciuto (nel passaggio che analizziamo) che la forza-lavoro, lungi dal funzionare semplicemente come capitale variabile, è venuta appropriandosi, meglio, incorporando quote di capitale fisso. Essa si mette così in una situazione di virtuale (relativa ma potenziale) estraneità rispetto al comando, cioè alla sintesi capitalista. Si aggiunga che, se alla rivelazione della sottrazione e dell’incorporazione di quote del capitale fisso da parte della moltitudine lavoratrice, si assommano gli episodi o le vicende di riappropriazione di “capitale circolante” (nella figura, per esempio, della forza-lavoro migrante), allora la situazione può mostrare una soglia critica nuova e positiva.
È in questa condizione modificata, che si realizza in una prima figura la sussunzione del lavoro vivo nel capitale costante, cioè nel capitale finanziario, cioè nel comando capitalistico nella figura principale che oggi presenta. E se così la composizione tecnica della forza-lavoro è divenuta assai rigida, avendo assorbito quote di capitale fisso e circolante, se dunque la sintesi capitalista deve comandare questa composizione (cioè rendere flessibile, meglio, frammentare, fracassare questa rigidità), allora il comando capitalista non potrà darsi che verticalizzandosi rispetto al piano della produzione, esternizzando (per così dire) e comunque esaltando il momento “politico” del comando su ogni altro elemento (ideologie, funzionalità, ecc.). Il capitale finanziario corrisponde a queste caratteristiche e svolge questo compito.
Ora, questa figura astratta del comando capitalista è sottoposta a grande tensione – e probabilmente a contraddizione – dal fatto che oggi il processo di valorizzazione, e quindi i processi di sfruttamento del lavoro vivo, debbano sempre di più diventare interni a quei corpi che esprimono direttamente funzioni produttive e, nella cooperazione sociale, esercitano funzioni organizzative del produrre. Tutto ciò comporta, di ritorno, l’investimento globale della vita da parte del capitale: il capitale diviene biopolitico. Ma di qui una contraddizione fondamentale: da un lato, il capitale esige una completa interiorizzazione del capitale variabile al processo di valorizzazione (come veniamo descrivendola or ora); dall’altro abbiamo, in funzione di comando, una forte, se non completa, astrazione del capitale costante (nella forma finanziaria) dal capitale variabile (in quanto lavoro vivo sociale ed in quanto lavoro cognitivo irriducibili – almeno per parte – alla mercificazione). Il capitale finanziario sembra dunque interpretare il rapporto sociale che costituisce il concetto di capitale come rapporto eminentemente politico.
Ora, come abbiamo visto, nella convenzione del capitale finanziario, il denaro prende il posto del valore-lavoro. Nella “relazione politica” che costituisce il capitale finanziario, laconvenzione di valore è monetaria. La convenzione monetaria prende luogo della convenzione valore-lavoro (cioè rappresenta una nuova figura dell’oltrepassamento della “legge del valore” interpretata, appunto, nella fase dello sfruttamento industriale del lavoro, alla maniera individualista, fabbrichista e salariale). Ora invece la convenzione è singolarizzata, sociale e debitoria. Al contrario di quanto avveniva nel keynesismo, essa definisce la parte salariale come il residuo delle unità monetarie di cui il lavoro astratto è l’equivalente.
Come muoversi a questo punto? Abbiamo (talora fastidiosamente) ripetuto che la richiesta di una nuova costituzionalizzazione del lavoro costituisce un tentativo completamente astratto di riproposizione di mediazioni pubblicistiche classiche ed abbiamo concluso (citando il documento di Giso Amendola, “Costituzione precaria”) che “oggi il senso della costituzionalizzione possibile sta nello sganciare l’idea stessa di costituzione dalla mediazione pubblico-sovranista entro la quale si è data originariamente e nell’intendere l’opposizione ai processi di decostituzionalizzazione come lotta per l’apertura continua diprocessi costituenti, lì dove la governance tende a neutralizzarli e a richiuderli nei canali di espressione costituiti. Si potrebbe dire, provocatoriamente ma neanche tanto, che le soggettività ‘precarie’ – più che la difesa della costituzione in quanto tale – hanno tutto l’interesse ad una ‘precarizzazione’ della costituzione stessa, a renderla cioè aperta allo sviluppo continuo a processi di autorganizzazione”.
Il nuovo terreno di lotta costituente, sul quale battersi, è dunque quello dellagovernamentalità. Che essa “non escluda il diritto ma piuttosto lo attraversi, provocandone la progressiva decentralizzazione e flessibilizzazione, e nello stesso tempo azzerandone la tradizionale pretesa di autonomia dalle altre scienze sociali”, mi sembra il punto sul quale insistere. Basti rifiutare, agendo la governance, l’illusione che ivi si possa dare una sorta di “dualismo di potere” che metta in tensione fino all’esplosione il processo costituente. No, non siamo sicuramente in una situazione insurrezionale, non sono ripetibili exploitsbolscevichi perché non si è di fronte ad un dualismo simmetrico di poteri in lotta; siamo invece a fronte dell’asimmetria potente della nuova figura della forza-lavoro cognitiva – la sua “ricca povertà” – che si confronta, certo, con il dominio del padrone, del capitale costante, ma non è indotta a precipitare nello scontro, poiché essa è nello stesso tempo irriducibilmente resistente, rigida anche nella precarietà, essendosi incorporata quote di capitale fisso e circolante.
Così arriviamo al vero problema, liberato da ogni presupposto catastrofico o palingenetico: cosa significa assumere i processi costituenti (a partire dalle sempre nuove produzioni di soggettività e di incorporazione di quote di capitale fisso) non come conclusivi ma come coessenziali ad un nuovo processo costituzionale? Certo, una nuova costituzionalizzazione del lavoro risulta essere un’idea del tutto reazionaria, pura nostalgia della mediazione pubblica-sovranista: ma di nuovo, cosa significa un processo costituente nell’accettazione della frammentazione, del pluralismo moltitudinario del lavoro e della società? Cosa significa costituire un “noi” comune dentro una realtà sociale in cui ogni identità sia stata dissolta ed ogni ricomposizione non possa essere, appunto, che “costituente”?
A questo punto ci permettiamo di insistere nuovamente sulla straordinaria opportunità che la convenzione costituzionale monetaria, imposta dal capitale, ci offre: quella di rivelare immediatamente che l’antagonismo anticapitalista non riguarda limitate sezioni della forza-lavoro sociale (esso non riguarda il lavoro vivo assunto in maniera individualistica, localizzata e salariale) bensì lo assume come moltitudine, quindi come realtà singolarizzata, sociale e in una relazione di dipendenza (indebitata, cioè) ma che tuttavia si prova nella riappropriazione della ricchezza, attraverso il riconoscimento e la costruzione del comune. Realtà moltitudinaria: certo, indebitata, sottoposta all’alienazione mediatica, invasa dalle tristi passioni dell’insicurezza, impedita nella rappresentanza democratica dal disgusto che essa merita e dall’impotenza politica che mostra – ma anche da ciò spinta ad esprimere una forte volontà di lotta. I movimenti “indignati” e quelli “occupy” hanno ampiamente avanzato questi comportamenti costituenti. I movimenti italiani sui “beni comuni” sono attivi essi stessi su questo terreno. Quello che ora è essenziale è di assumere la dimensione “costituente” per rompere con ogni momento “corporativo”, identitario e/o localistico di lotta. Non vogliamo certo negare che ogni momento di lotta sia legato ad interessi e/o luoghi specifici, ma la lotta oggi o è costruita contro l’universale immagine del dominio finanziario, o non c’è. Non siamo mai stati luddisti nei confronti del macchinario ma piuttosto sabotatori dello sfruttamento che veniva dall’organizzazione del lavoro, così oggi non spacchiamo i bancomat ma sabotiamo il sistema di dominio finanziario perché vogliamo costituzionalizzare – cioè appropriarci – delle banche, del potere che, attraverso la moneta, organizza e premia, separa e domina, capta e toglie il valore prodotto dai lavoratori, autonomamente e comunemente.
3.2
Autonomamente e comunemente.
Per quanto riguarda quell’“autonomamente”, ci spieghiamo subito. È a questo punto infatti che il nostro procedere si intreccia con quello di analisti che, nella rivoluzione post-sessantottesca dei saperi, hanno cominciato a riconoscere una nuova ontologia comune della società e del diritto. In particolare, come negli anni Settanta Claus Offe e i suoi compagni, così oggi Teubner e la sua scuola ci aiutano a comprendere (nella teoria delSocietal Constitutionalism) come la modernità (o la postmodernità) capitalista mostri ormai una insostenibile tensione insopportabile contro il dominio delle sterili alternative fra centralità del pubblico (statale) e istituzioni della proprietà privata – quando ormai le soggettività non appaiano più sulla scena come individui autoriflessivi ma piuttosto come reti di eventi sociali. Ci sono nuove forme di autopoiesis del collettivo che, attraverso i conflitti sociali, chiedono di farla finita con gli eccessi della proprietà privata ed ormai propongono nuove procedure di istituzionalità politica e di processualità sociale in differenti settori della società. [Su questi temi altri compagni interverranno]
Noi ci tratteremo piuttosto sull’altro termine posto in epigrafe: “comunemente”. Anche qui c’è da spiegarsi. Se c’è qualcosa da conquistare per trasformare in maniera vera questa società, questo qualcosa è il comune. Ed il comune non è una totalità ma un concetto di parte – si contrappone al privato e demistifica il pubblico. Se esso si presenta come totalità è perché il comando capitalistico se ne è impossessato e lo ha organizzato nell’indipendenza della Banca centrale, sottraendolo alla democrazia del 99%.
Di contro, quando noi non assumiamo più il comune come la “cattiva parte” da liberare ma come un compito da svolgere, come dispositivo da realizzare, lo opponiamo al privato ed al pubblico, e prima di tutto cominciamo col denunciare il feticismo del denaro, perché riconosciamo che in questa convenzione capitalista dell’istituzione sociale, esso ci è dato come simbolo e veicolo della violenza; mentre invece quella spettralità delle istituzioni finanziarie copre e mistifica un “qualcosa di comune” che non è più semplicemente una forza-lavoro complessiva della società (fissata come valore oggettivo nelle merci) ma un insieme molteplice di attività cooperative, creative, eccedenti [e – sottointeso – non più “popolo” ma “moltitudine” globale]. Così – nel progetto che emana da questa potenza, nel soggetto che lo incarna – nasce il desiderio di rimettere mano al nesso fra produzione e finanza, lottando contro l’impoverimento di coloro che, pur producendo nella cooperazione sociale, sono privati del comune prodotto – anche soprattutto di quello (il welfare, il benessere elementare) nel quale si riproducono miseramente.
La questione della Banca centrale e del sistema creditizio è dunque centrale dal punto di vista costituzionale. Il denaro è divenuto la misura costituzionale dei diritti dei cittadini ed ogni decisione politica – in nome dell’assolutezza del denaro e della sua funzione regolatrice – è stata così espropriata dalla Banca centrale. Essa infatti è divenuta non solo il deposito politico del valore ma il luogo dove si pone la questione del rapporto di forza fra le classi che compongono la società, quando la sostanza di valore sia intesa come un tessuto di rapporti sociali.
Il dispositivo utopico che guida la nostra pratica eversiva, consiste nell’imporre una convenzione costituzionale che fondi ed interpreti una “moneta del comune”. La moneta è sempre un’istituzione sociale che accompagna gli scambi, ed ogni valore sociale può essere espresso in forma monetaria. Se la banca produce moneta e se oggi essa la produce come mezzo di produzione, la democrazia, il comando del 99% deve impossessarsi della regola delle emissioni monetarie e piegarla al rapporto sociale nel quale, oggi, la forma del comune ha qualificato la cooperazione produttiva.
La costituzione consiste in genere nell’articolare il rapporto tra lavoro e scambi, nel fissare la circolazione fra attività e bisogni, subordinandoli alle necessità di rapporti produttivi comuni ed alle funzioni sociali che ne derivano. Solo se riusciremo in questo programma potremo restituire alla forza-lavoro sociale, alla fatica ed all’invenzione delle singolarità che compongono la moltitudine, il prodotto del comune. Così potremo realizzare la nostra utopia che consiste nello strappare il lavoro al plusvalore, alla schiavitù dello sfruttamento capitalista, alle determinazioni corporative della sua sindacalizzazione – ponendo dunque l’attività umana come misura della libertà e dell’uguaglianza della produzione del Comune, sull’orizzonte globale.
3.3
Ma tutto ciò è appunto un’utopia. D’altra parte, la capacità di rompere sulla quale un momento fa insistevamo, è il prodotto immediato della nostra indignazione. È possibile costruire una strategia costituente che realisticamente componga l’indignazione e il desiderio utopico? Quali dispositivi politici possiamo realisticamente mettere in azione per definire una strategia costituente?
O forse meglio, per prendere il potere? Troppo spesso ricordiamo a noi stessi che non c’è un Palazzo d’Inverno da conquistare. Ce lo siamo giustamente ripetuti, non volendo confondere il concetto di rivoluzione con quello di dittatura, l’idea di democrazia con quella dell’Uno sovrano. Talora abbiamo cancellato l’opportunità della prima per evitare le conseguenze del secondo. Il secolo XX° ce lo imponeva. Ora però siamo nel XXI° secolo. Che cosa vuol dire costruire quel “noi – potenza costituente – forza del comune” visto come un realistico punto di approdo delle lotte, davanti e contro all’unità costituzionale del denaro, dentro la nuova comune soggettivazione del lavoro astratto?
Ora, io penso che si tratti di muoversi evitando certo quel percorso utopistico e alla fine tragico che è stato del ‘secolo breve’ ma non per questo rinunciando ad un discorso istituzionale che non abbia paura di toccare, di slabbrare, di appropriarsi, attraverso un’esperienza militante, degli elementi universalistici delle rivoluzioni trascorse e delle attuali esperienze insurrezionali dentro/contro la democrazia capitalista. Per esempio: l’obbiettivo del reddito garantito incondizionato si appropria chiaramente di un momento universalistico ed interpreta allo stesso tempo un’istanza costituente, adeguata alle nuove forme di produzione delle merci ed alla nuova composizione sociale delle soggettività produttive. Ma così la montagna ha partorito un topolino, si ironizza! Vuol dire non comprendere come nel reddito garantito universale ed incondizionato sia implicito il riconoscimento di un soggetto produttivo comune.
Per esempio, ancora: c’è uno Zeitgeist che in tutto l’occidente (ma non solo) scredita i partiti politici, ne nega la rappresentatività, denuncia il senso di alienazione crescente che s’accompagna alla denuncia della corruzione del loro potere e dell’impotenza dei sudditi. È chiaro che qui, attraverso la critica della figura pubblicista del partito politico, si contesta di nuovo “il pubblico” – cioè la funzione della “rappresentanza politica” e la sua pretesa di non essere alle dipendenze della proprietà privata, la sua illusione di costituire uno strumento di decisione democratica. Ora, riprendendo il tema della sintesi di esperienze sovversive attuali e di proposte universaliste, si può certo concludere che solo il riconoscimento e la pratica del comune, come base produttiva e come scopo della produzione, come vita produttiva e ricerca della felicità, disposte insieme, possano oggi davvero fondare la democrazia. Perciò che cosa può essere il desiderio costituente se non la pulsione a incominciare subito a costruire strutture comuni che permettano di legalizzare azioni di espropriazione del privato, di legittimare strumenti di appropriazione del pubblico e di riconquistare la capacità di decidere assieme – e di organizzare così, in istituzioni adeguate, la forza del lavoro e la comune intelligenza delle moltitudini?
1.1
La convenzione collettiva che oggi domina il rapporto costituzionale è una convenzione finanziaria. Laddove una volta era posto il valore-lavoro come norma regolatrice e misura delle attività sociali e produttive, ora è stata eletta la regola finanziaria.
Analizziamo quindi la relazione capitale finanziario / costituzione materiale. Il capitale finanziario, nella situazione attuale, si pone come autorità legitimante la costituzione effettiva della società postindustriale. Se in epoca fordista la Costituzione organizzava la società sulla base del tallone-misura del valore lavoro, e tale era lo schema di organizzazione della società industriale, ora, a quello standard, si sostituisce una misura finanziaria. Ne vengono subito alcune conseguenze. Mentre la misura-lavoro, nella costituzione fordista, era dura e relativamente stabile, direttamente dipendente dal rapporto di forza fra le classi (tale fu la condizione di ogni costituzione nel “secolo breve”), la convenzione finanziaria quando si materializza in forma costituzionale, quando cioè incarna in maniera egemone il rapporto politico capitalista, si presenta come potenza indipendente ed eccedente. I lavori di André Orléan e di Christian Marazzi hanno insistito opportunamente su questa evenienza istituzionale. Si tratta di un’indipendenza che, dal punto di vista del valore, consolida e fissa un “segno proprietario” (nei termini della “proprietà privata”: vedi soprattutto Leo Specht) ma che contemporaneamente si presenta anche come “crisi”, come “eccedenza” non semplicemente rispetto alle vecchie e statiche determinazioni del valore-lavoro ma soprattutto in riferimento a quell’“anticipazione” e a quell’“incremento” continui che gli sono propri nel confrontarsi con la captazione finanziaria del valore socialmente prodotto e nell’operare alla sua estensione sul livello globale. La convenzione finanziaria si presenta quindi, istituzionalmente, come governance globale, perché la crisi è permanente, in quanto organica al regime del capitale finanziario. Meglio è, in queste condizioni, parlare di varie fasi del business cycle, piuttosto che di crisi.
Sia chiaro quindi che, in questa nuova configurazione della regola costituzionale, permane la base materiale della legge del valore: non più lavoro individuale che diviene astratto, ma lavoro immediatamente sociale, comune, direttamente sfruttato dal capitale. La regola finanziaria può porsi in maniera egemone perché nel nuovo modo di produzione il comune è emerso come potenza eminente, come sostanza di rapporti di produzione, e va sempre più invadendo ogni spazio sociale come norma di valorizzazione. Il capitale finanziario insegue questo estendersi, cerca di anticiparlo, incalza il profitto e lo anticipa come rendita finanziaria. Bene dice Harribey, discutendone con Orléan, il valore non si presenta più qui in termini sostanziali ma neppure come una semplice fantasmagoria contabile: è il segno di un comune produttivo, mistificato ma effettivo, che si sviluppa sempre più intensivamente ed estesamente.
Facciamo il punto. Da un lato possiamo sottolineare che, nella società contemporanea, nei processi di sussunzione della società nel capitale, valore d’uso e valore di scambio si sovrappongono. Dall’altro lato, si avverte che il lavoro astratto non differisce dal lavoro concreto solo perché esso rappresenta l’astrazione della forma concreta del lavoro: questa è, per così dire, una differenza puramente epistemologica. La vera differenza – quella positiva –consiste nel fatto che, nel lavoro astratto, si eguagliano ora tutte le forme del lavoro, e ciò avviene nel quadro di uno scambio multilaterale e cooperativo di attività singolari produttive.
Su questa base si trarranno due conseguenze:
la prima è che quella sussunzione della vita, quando si presenta come comando sulle attività produttive attraverso i mezzi della finanza, incarna un biopotere, cioè la capacità di sfruttare, di estrarre plusvalore, di accumularlo sull’insieme della vita sociale. Il denaro, i prodotti finanziari, la Banca diventano mezzi di produzione, non come forze produttive ma come strumenti di estorsione di plusvalore. (Per esempio, oggi in Francia tutta l’imposta sul reddito serve a pagare il servizio del debito);
la seconda conseguenza è che il valore si presenta sul mercato non tanto come sostanza, non tanto come mera quantità di merci, ma come insieme di attività e di servizi, sempre maggiormente cooperativi, e che la vita è così sussunta dal potere nella sua interezza e nell’insieme delle sue singolari espressioni; insomma, che i rapporti di produzione pongono in contraddizione i mercati e/o la finanza con il comune produttivo.
1.2
A partire degli anni ‘90 – dopo la lunga crisi iniziata negli anni ’70 con la demolizione degli standard di Bretton-Woods – si determina dunque, in maniera sempre meno caotica, un nuovo standard globale che sostituisce quello lavorista.
Due condizioni ne permettano lo sviluppo. La prima è il compiersi della globalizzazione: è confrontandosi alla globalizzazione che la convenzione fordista cede su un elemento centrale della sua legittimità e funzione, intendiamo lo Stato-nazione, come base sovrana. La convenzione monetaria è sottratta allo Stato-nazione e condotta a standard globali. Il debito pubblico è sottratto alla regolazione sovrana (congiuntamente dal capitale e dai singoli Stati-nazione) e sottoposto ai meccanismi di valore determinati, sul mercato globale, dai soggetti detentori del capitale finanziario. La concorrenza fra questi attori si fa sempre solidarietà nei confronti degli sfruttati.
La seconda condizione consiste nel fatto che, con la crisi della sovranità (nazionale), ilpubblico viene sostanzialmente patrimonializzato in maniera privatistica, anche prima di esserlo giuridicamente. Voglio dire che le finalità dell’accumulazione vengono piegate alle regole dell’appropriazione privata diretta di ogni bene pubblico. In questa situazione, la funzione di mediazione fra gli interessi di classe che il potere e la proprietà pubblici (a partire dagli anni ’30) esercitavano (e qui andrebbe definito fino a che punto la stessarappresentanza politica democratica non si confonda con quella funzione di mediazione), è profondamente indebolita quando non venga interamente meno (la proprietà pubblica è tanto indebolita quanto lo è la rappresentanza politica perché questa non è più finalizzata al governo ed al possesso del pubblico, dopo essere stata nella globalizzazione sempre maggiormente svuotata della sovranità).
Alla ricerca di nuove convenzioni si susseguono le bolle (new ecomonics, asiatica, argentina, ecc.). “I mercati, per così dire, impazziscono – notano Marazzi e Orléan – ma questo è del tutto coerente con il principio della concorrenza applicato alla finanza”. Ivi, infatti, un bene non è ricercato perché è raro, ma paradossalmente sempre più ricercato quanto più è richiesto. Ne consegue che la crisi non è “dovuta al fatto che le regole del gioco finanziario sono state aggirate ma al fatto che sono state eseguite.” La crisi, in altre parole, èendogena. Essa dipende esclusivamente dalla deregolazione dei mercati di capitali e dalla privatizzazione crescente dei beni pubblici. Ogni valore d’uso è così trasformato in beni (titoli) finanziari soggetti a speculazione. La sussunzione reale della società nel capitale agisce attraverso la finanziarizzazione. “In questo processo, la finanziarizzazione ha imposto la sua logica al mondo intero, facendo della crisi il fondamento del suo stesso modo di funzionare. È un processo, quello della finanziarizzazione, di inclusione della cooperazione, del comune cognitivo e sociale, e poi di esclusione, cioè di estensione del modo capitalistico di produzione a mercati pre-capitalistici, e di successiva espulsione e pauperizzazione di coloro che in questo processo sono stati privati dell’accesso ai beni comuni. Una sorta di riedizione continua dell’accumulazione primitiva, di recinzione delle terre (beni) comuni e di proletarizzazione di masse crescenti di cittadini”.
Meglio detto:
1) il dispositivo costituzionale nella maturità capitalista subordina all’astrazione finanziariadel processo di valorizzazione la forza-lavoro viva come società cognitiva e cooperativa. La biopotenza del comune è totalmente sottoposta al feticismo della convenzione finanziaria.
2) il dispositivo costituzionale capitalista vuole dare misura, fissare un tallone regolamentare all’interno di quelle crisi che abbiamo percorso, laddove cioè la rottura del rapporto keynesiano-fordista esige nuove convenzioni-misura. Valore-misura? Certo, come già abbiamo visto, questa misura non è qui qualcosa di sostanziale; è piuttosto una “convenzione politica”, di volta in volta determinata. O meglio: se alla sua base non c’è un valore sostanziale, tuttavia ciò che rende la convenzione “capitalista” (cioè adeguata all’attuale organizzazione del lavoro sociale per estrarne profitto o per accumulare rendita finanziaria) è comunque una misura, una misura di classe, un dispositivo di potere. Non val qui la pena di ricordare che Marx ha sempre definito il valore subordinandolo al plusvalore. Ora, questa misura sarà ancora fondata sul rapporto fra tempo necessario e sovrappiù di tempo non pagato – certo, ma solo se questo rapporto sociale sarà considerato globalmente, e in ciò, nella tensione di questo sforzo indefinito, nella tendenza ad approssimare un limite assoluto, in questo affastellarsi di bambole russe, consiste anche la permanenza della crisi.
3) Per fissare questa misura politica, il potere costituzionale capitalista (e la convenzione che lo regge) deve costruire una nuova forma di governo – la governance, appunto. Essa non agisce principalmente come “potere di eccezione”, ma come governo di un’“emergenza continua” (è un’eccezione spalmata sul tempo che rivela, negativamente, una continua instabilità; positivamente, captazioni impreviste di eccedenza, salti e dismisure, ecc.) dentro una temporalità fratturata, un’inattualità permanente.
Aggiungiamo a margine che, ora, in questa fase, il carattere “costituente” dell’azione neoliberale si affianca a potenti strategie “destituenti” (la minaccia del default, gli spostamenti di capitale come minaccia politica, ecc.). E notiamo anche che sul terreno dei movimenti, l’immaginazione costituente è piena di contenuti destituenti (solo per fare un esempio, il diritto all’insolvenza come primo passo per riconquistare un uso della moneta liberato dallo sfruttamento diretto).
Ne viene che una riflessione “costituzionale” oggi presuppone anche la messa in discussione ed il ripensamento dei linguaggi e delle pratiche di movimento su cui abbiamo fondato fino ad oggi la nostra riflessione. Si tratta di individuare degli “strumenti con i quali imporre al capitale finanziario un nuovo rapporto di forza”.
2.1
Torniamo a noi, alla costituzione italiana, a quell’art. 1 – la repubblica è fondata sul lavoro – che fin da piccoli ci ha tormentato (o fatto ridere). Ricordiamo semplicemente che l’operaismo nasce dalla dichiarazione che, in quella formula, in continuità con lo statalismo intervenzionista anni ’30, era fissata la convenzione keynesiano-fordista, come norma dello sfruttamento operaio e di regolazione politica di una società in cui – per ben che andasse – il pubblico era totalmente funzione della riproduzione allargata del capitale. La costituzione del ’48 promuove una società capitalista in termini riformisti: da poco l’Unione sovietica aveva battuto le armate del fascismo europeo, solo il riformismo era ormai concesso ai capitalisti. In queste condizioni, si comprende come, nella lotta di classe, possa esercitarsi la pressione dei proletari sul salario operaio, come strumento (badate bene!) di democrazia, da praticare dentro e contro la produttività del sistema: questo processo aumenta il reddito (diretto ed indiretto) della classe operaia e della società lavoratrice.
In questo quadro il pubblico si definisce come funzione di mediazione del rapporto sociale capitalistico, ovvero della lotta di classe – ed è attorno a questa funzione che si coagula e prende figura la rappresentanza politica borghese (nella fattispecie, italica). Come si sa, la Costituzione italiana non è mai stata realizzata completamente. Anche se lo fosse stata, non sarebbe comunque costitutiva di quel mondo di meraviglie socialiste di cui ci raccontano. Non volendo confonderla con lo spirito della Resistenza e della Costituente repubblicana, come troppi retori facevano e fanno, M.S. Giannini sottolineava, già negli anni ’60, che pensare che lo spirito di quest’ultima fosse ancor vivo, significava farsi beffa dei cittadini o truffarli. Comunque, la Costituzione del ’48 è stata presto “omologata” e cioè adattata allo sviluppo incrementale del capitalismo italiano attraverso l’azione di regolazione dello Stato, come rappresentante del capitale sociale, cioè come mediatore della lotta di classe. E quando arrivano la crisi degli anni ’70 e le riforme capitaliste degli anni ’80, si avvia piuttosto quel processo reazionario di ristrutturazione generale del sistema, nel quale ancora viviamo. Che cos’era avvenuto? Che le lotte operaie al centro dell’impero e le lotte di liberazione dal dominio coloniale avevano rotto la possibilità della regolazione fordista. Il capitale raccoglie la sfida e promuove il biocapitalismo nella forma finanziaria. E non è ricorrendo a Foucault che, già allora, negli anni ’60, abbiamo cominciato a parlare di lavoro sociale e di sfruttamento del bios nel definire le nuove figure della regolazione capitalista, attorno e dopo lo scossone del ’68. Ci riferivamo semplicemente al fatto che, dentro le ripetute crisi fiscali della regolazione pubblica, il capitale aveva incominciato a ricorrere ai fondi pensione ed alle assicurazioni sociali per risistemare i suoi conti. Che cos’era successo? Che, a fronte alle trasformazioni che le lotte di classe operaia determinano dall’interno del sistema industriale, a fronte degli effetti micidiali del “rifiuto del lavoro” fordista ed in relazione alla pressione biopolitica del lavoratore sociale, a fronte della crisi dello Stato-piano, la risposta capitalistica avviene attraverso una ripresa di controllo politico dall’esterno del sistema industriale e la determinazione dell’egemonia politica della sfera monetaria sull’insieme della produzione sociale. La crisi fiscale di New York sta all’inizio di questo nuovo ciclo politico. E lo raffigura esemplarmente.
Occorre fare molta attenzione a questo passaggio (d’altra parte Marazzi, Offe, O’Connor, Aglietta ed altri già allora ne segnalarono il carattere sociale) perché qui non si verifica solo la destituzione del pubblico dalla sua funzione di mediatore dello sfruttamento (a tutto vantaggio dei cosiddetti “mercati”) ma comincia a svilupparsi una nuova figura dello sfruttamento – lo sfruttamento diretto del bios, l’esaltazione del welfare come base di valorizzazione finanziaria. Il mondo della produzione di sanità, dell’assicurazione dell’infanzia e della vecchiaia, della istruzione e dell’educazione, ecc., il mondo cioè della “produzione dell’uomo per l’uomo” diviene la materia prima, meglio, il sangue che circola nel sistema arterioso del capitale finanziario globale. Il mondo del lavoro è sfruttato in quanto bios, non solo in quanto “forza-lavoro” ma in quanto “forza vivente”, non solo in quanto macchina di produzione ma in quanto corpo comune della società lavorativa.
Ecco dunque che cosa diventa il pubblico nello sviluppo di queste pratiche di sfruttamento e di conseguente valorizzazione che la nuova costituzione europea contiene ed impone attraverso i cosiddetti “governi tecnici”. Dopo aver personificato la mediazione del potere capitalistico, nella sua lotta contro la classe operaia e i produttori sociali, dopo esser stato lo strumento attraverso il quale, vista l’impossibilità di sbloccare la rigidità del salario verso il basso e di recuperare attraverso l’inflazione i vantaggi relativi di reddito della società operaia… ecco dunque il pubblico che, in nome del capitale, comincia a saccheggiare i fondi pensione, a svuotare il Welfarestate del suo senso emancipatorio, a nutrirsi direttamente del comune produttivo. Tutto questo avviene attraverso i nuovi regimi monetari che sono imposti ai soggetti europei. Nella moneta europea il pubblico è totalmente assoggettato, violentato dal privato.
2.2
Se consideriamo molto rapidamente come si configuri giuridicamente il pubblico nella costituzione europea che viene formandosi, ci troviamo ovviamente a fronte di una sorta di codificazione di quanto siamo venuti fin qui definendo come il nuovo ordinamento del biopotere capitalista.
Ormai, quando si parla di costituzione europea, si parla essenzialmente di economic governance, e quando si parla di governance economica, spesso si traduce sostantivamente il concetto nel tedesco Ordo-liberalismus (ci è stato detto che questa traduzione si è data anche in documenti ufficiali). Vale a dire in una autoritaria “economia sociale di mercato” che, non a caso, sotto la pressione dei mercati, ha perduto ogni dimensione sociale e riformista per esaltare al massimo quella autoritaria ed ordinativa. Prodotto da una scuola che, assumendo diverse – e spesso inquietanti – figure politiche, si prolunga e si trasforma dagli anni ’20 ad oggi: essa domina gli attuali processi costituenti europei.
Stabilità dei prezzi, regolazione repressiva di ogni deficit budgetario inappropriato, unione monetaria separata dall’unione politica, sono diventati principi cui attenersi – con alcune conseguenze dissolutive di ogni pur formale regola democratica. Il controllo e la supervisione burocratica dei bilanci sono infatti privi di ogni legittimazione democratica (non solo delle istituzioni nazionali ma anche di quelle comunitarie); gli interventi regolatori sono di volta in volta individualizzati fuori da ogni norma generale – il carattere di giustizia dell’azione comunitaria è del tutto svuotato; e, in terzo luogo, le politiche europee di regolazione sociale, distributive e compensatorie, risultano effettivamente dissolte. Per dirla con Jörges, nella crisi l’Europa è passata da una costruzione giurisdizionale ad una costituzione autoritaria e da un deficit di democrazia ad un default democratico.
Ma, una volta fissata la temibile faccia di questa nuova costituzione del pubblico, ci lasceremo affascinare ed imprigionare dal suo gorgonesco sorriso? No di certo. Di nuovo riscendiamo a livello della composizione materiale della moltitudine europea, la si voglia o no considerare come classe. Ora, la separazione fra ordinamento economico del potere e strutturazione sociale delle classi lavoratrici, il primo centralizzato nella Costituzione europea, la seconda lasciata ai singoli Stati-parte, non rivela solo una crisi democratica profonda; essa produce – ancora riprendendo Jörges – una sorta di big bang. Rivelando paradossalmente proprio quello che si voleva celare.
E cioè: che l’affidamento dello sviluppo costituzionale europeo ad un potere monetario democraticamente incontrollabile, che lo sganciamento di un biopotere tecnicamente indipendente ed economicamente eccedente rispetto alla miseria sociale che impone, che la costruzione di un meccanismo regolatore sottratto ad ogni bilanciamento che non sia quello di un’austerità sociale insopportabile – bene, tutto ciò dimostra solamente che il “nuovo” potere pubblico incarnato dal MES (meccanismo europeo di stabilità) e nel TSCG (trattato per la stabilità, il coordinamento e la governance) rappresenta una spaventosa macchina di accumulazione privatistica originaria contro quel tessuto comune di cooperazione sociale e quel sostrato di attività produttive comuni che le lotte di classe operaia e i sommovimenti sociali avevano fin qui costruito.
E se è vero che questo processo distrugge ogni possibilità di una politica nazionale più o meno democratica (ma abbiamo già visto quanto il “meno” prevalesse); se è vero che non aiuta determinare nuove potenze comunitarie – è tuttavia anche vero che nel processo di unificazione in atto, paradossalmente, l’applicazione della golden rule mette in luce, meglio, fa risaltare con forza una nuova consistenza moltitudinaria, effettualmente resistente e virtualmente antagonista… da governare! Ma non sarà facile governare questo proletariato che, nella cooperazione e nella produzione, può organizzare la propria autonomia comune.
3.1
Come si può rompere, dal punto di vista dei lavoratori e con la forza del comune, ovvero della lotta di classe, la convenzione finanziaria (costituzionale) che ora ci domina? Per tentare di avanzare su questo terreno, ricordiamo alcune definizioni e, prima di tutto, alcuni presupposti della nostra analisi.
Il capitale finanziario è capitale, tout court, quindi non è una realtà parassitaria né un semplice insieme di strumenti di conto; è bensì una figura del capitale in senso pieno, così come lo è stato ed è e continuerà ad essere il capitale industriale, e come sono state altre figure padronali, storicamente date e/o dismesse nello sviluppo della lotta di classe. Un rapporto sociale: fra chi e chi?
Per comprenderlo bene occorre definire con il massimo di esattezza la posizione del “capitale costante” rispetto al “capitale variabile”, e cioè del comando capitalistico rispetto alla forza lavoro; e percorrere le forme attuali del processo di sottomissione del secondo da parte del primo. Ora, questo processo di sottomissione – pur essendo “reale”, cioè totale – è nuovo e singolare. Nel passaggio che analizziamo, la forza lavoro si è infatti riappropriata – in quanto forza-lavoro cooperativa e cognitiva – di parti (frammenti, attributi, modi, ecc.) del “capitale fisso”.
Se per “capitale costante” intendiamo l’insieme delle condizioni produttive nelle mani del capitale; se per “capitale variabile”, l’insieme dei valori trasferiti ai lavoratori perché si riproducano; e se per “capitale fisso” intendiamo le macchine e le strutture messe a disposizione del processo produttivo – va ora riconosciuto (nel passaggio che analizziamo) che la forza-lavoro, lungi dal funzionare semplicemente come capitale variabile, è venuta appropriandosi, meglio, incorporando quote di capitale fisso. Essa si mette così in una situazione di virtuale (relativa ma potenziale) estraneità rispetto al comando, cioè alla sintesi capitalista. Si aggiunga che, se alla rivelazione della sottrazione e dell’incorporazione di quote del capitale fisso da parte della moltitudine lavoratrice, si assommano gli episodi o le vicende di riappropriazione di “capitale circolante” (nella figura, per esempio, della forza-lavoro migrante), allora la situazione può mostrare una soglia critica nuova e positiva.
È in questa condizione modificata, che si realizza in una prima figura la sussunzione del lavoro vivo nel capitale costante, cioè nel capitale finanziario, cioè nel comando capitalistico nella figura principale che oggi presenta. E se così la composizione tecnica della forza-lavoro è divenuta assai rigida, avendo assorbito quote di capitale fisso e circolante, se dunque la sintesi capitalista deve comandare questa composizione (cioè rendere flessibile, meglio, frammentare, fracassare questa rigidità), allora il comando capitalista non potrà darsi che verticalizzandosi rispetto al piano della produzione, esternizzando (per così dire) e comunque esaltando il momento “politico” del comando su ogni altro elemento (ideologie, funzionalità, ecc.). Il capitale finanziario corrisponde a queste caratteristiche e svolge questo compito.
Ora, questa figura astratta del comando capitalista è sottoposta a grande tensione – e probabilmente a contraddizione – dal fatto che oggi il processo di valorizzazione, e quindi i processi di sfruttamento del lavoro vivo, debbano sempre di più diventare interni a quei corpi che esprimono direttamente funzioni produttive e, nella cooperazione sociale, esercitano funzioni organizzative del produrre. Tutto ciò comporta, di ritorno, l’investimento globale della vita da parte del capitale: il capitale diviene biopolitico. Ma di qui una contraddizione fondamentale: da un lato, il capitale esige una completa interiorizzazione del capitale variabile al processo di valorizzazione (come veniamo descrivendola or ora); dall’altro abbiamo, in funzione di comando, una forte, se non completa, astrazione del capitale costante (nella forma finanziaria) dal capitale variabile (in quanto lavoro vivo sociale ed in quanto lavoro cognitivo irriducibili – almeno per parte – alla mercificazione). Il capitale finanziario sembra dunque interpretare il rapporto sociale che costituisce il concetto di capitale come rapporto eminentemente politico.
Ora, come abbiamo visto, nella convenzione del capitale finanziario, il denaro prende il posto del valore-lavoro. Nella “relazione politica” che costituisce il capitale finanziario, laconvenzione di valore è monetaria. La convenzione monetaria prende luogo della convenzione valore-lavoro (cioè rappresenta una nuova figura dell’oltrepassamento della “legge del valore” interpretata, appunto, nella fase dello sfruttamento industriale del lavoro, alla maniera individualista, fabbrichista e salariale). Ora invece la convenzione è singolarizzata, sociale e debitoria. Al contrario di quanto avveniva nel keynesismo, essa definisce la parte salariale come il residuo delle unità monetarie di cui il lavoro astratto è l’equivalente.
Come muoversi a questo punto? Abbiamo (talora fastidiosamente) ripetuto che la richiesta di una nuova costituzionalizzazione del lavoro costituisce un tentativo completamente astratto di riproposizione di mediazioni pubblicistiche classiche ed abbiamo concluso (citando il documento di Giso Amendola, “Costituzione precaria”) che “oggi il senso della costituzionalizzione possibile sta nello sganciare l’idea stessa di costituzione dalla mediazione pubblico-sovranista entro la quale si è data originariamente e nell’intendere l’opposizione ai processi di decostituzionalizzazione come lotta per l’apertura continua diprocessi costituenti, lì dove la governance tende a neutralizzarli e a richiuderli nei canali di espressione costituiti. Si potrebbe dire, provocatoriamente ma neanche tanto, che le soggettività ‘precarie’ – più che la difesa della costituzione in quanto tale – hanno tutto l’interesse ad una ‘precarizzazione’ della costituzione stessa, a renderla cioè aperta allo sviluppo continuo a processi di autorganizzazione”.
Il nuovo terreno di lotta costituente, sul quale battersi, è dunque quello dellagovernamentalità. Che essa “non escluda il diritto ma piuttosto lo attraversi, provocandone la progressiva decentralizzazione e flessibilizzazione, e nello stesso tempo azzerandone la tradizionale pretesa di autonomia dalle altre scienze sociali”, mi sembra il punto sul quale insistere. Basti rifiutare, agendo la governance, l’illusione che ivi si possa dare una sorta di “dualismo di potere” che metta in tensione fino all’esplosione il processo costituente. No, non siamo sicuramente in una situazione insurrezionale, non sono ripetibili exploitsbolscevichi perché non si è di fronte ad un dualismo simmetrico di poteri in lotta; siamo invece a fronte dell’asimmetria potente della nuova figura della forza-lavoro cognitiva – la sua “ricca povertà” – che si confronta, certo, con il dominio del padrone, del capitale costante, ma non è indotta a precipitare nello scontro, poiché essa è nello stesso tempo irriducibilmente resistente, rigida anche nella precarietà, essendosi incorporata quote di capitale fisso e circolante.
Così arriviamo al vero problema, liberato da ogni presupposto catastrofico o palingenetico: cosa significa assumere i processi costituenti (a partire dalle sempre nuove produzioni di soggettività e di incorporazione di quote di capitale fisso) non come conclusivi ma come coessenziali ad un nuovo processo costituzionale? Certo, una nuova costituzionalizzazione del lavoro risulta essere un’idea del tutto reazionaria, pura nostalgia della mediazione pubblica-sovranista: ma di nuovo, cosa significa un processo costituente nell’accettazione della frammentazione, del pluralismo moltitudinario del lavoro e della società? Cosa significa costituire un “noi” comune dentro una realtà sociale in cui ogni identità sia stata dissolta ed ogni ricomposizione non possa essere, appunto, che “costituente”?
A questo punto ci permettiamo di insistere nuovamente sulla straordinaria opportunità che la convenzione costituzionale monetaria, imposta dal capitale, ci offre: quella di rivelare immediatamente che l’antagonismo anticapitalista non riguarda limitate sezioni della forza-lavoro sociale (esso non riguarda il lavoro vivo assunto in maniera individualistica, localizzata e salariale) bensì lo assume come moltitudine, quindi come realtà singolarizzata, sociale e in una relazione di dipendenza (indebitata, cioè) ma che tuttavia si prova nella riappropriazione della ricchezza, attraverso il riconoscimento e la costruzione del comune. Realtà moltitudinaria: certo, indebitata, sottoposta all’alienazione mediatica, invasa dalle tristi passioni dell’insicurezza, impedita nella rappresentanza democratica dal disgusto che essa merita e dall’impotenza politica che mostra – ma anche da ciò spinta ad esprimere una forte volontà di lotta. I movimenti “indignati” e quelli “occupy” hanno ampiamente avanzato questi comportamenti costituenti. I movimenti italiani sui “beni comuni” sono attivi essi stessi su questo terreno. Quello che ora è essenziale è di assumere la dimensione “costituente” per rompere con ogni momento “corporativo”, identitario e/o localistico di lotta. Non vogliamo certo negare che ogni momento di lotta sia legato ad interessi e/o luoghi specifici, ma la lotta oggi o è costruita contro l’universale immagine del dominio finanziario, o non c’è. Non siamo mai stati luddisti nei confronti del macchinario ma piuttosto sabotatori dello sfruttamento che veniva dall’organizzazione del lavoro, così oggi non spacchiamo i bancomat ma sabotiamo il sistema di dominio finanziario perché vogliamo costituzionalizzare – cioè appropriarci – delle banche, del potere che, attraverso la moneta, organizza e premia, separa e domina, capta e toglie il valore prodotto dai lavoratori, autonomamente e comunemente.
3.2
Autonomamente e comunemente.
Per quanto riguarda quell’“autonomamente”, ci spieghiamo subito. È a questo punto infatti che il nostro procedere si intreccia con quello di analisti che, nella rivoluzione post-sessantottesca dei saperi, hanno cominciato a riconoscere una nuova ontologia comune della società e del diritto. In particolare, come negli anni Settanta Claus Offe e i suoi compagni, così oggi Teubner e la sua scuola ci aiutano a comprendere (nella teoria delSocietal Constitutionalism) come la modernità (o la postmodernità) capitalista mostri ormai una insostenibile tensione insopportabile contro il dominio delle sterili alternative fra centralità del pubblico (statale) e istituzioni della proprietà privata – quando ormai le soggettività non appaiano più sulla scena come individui autoriflessivi ma piuttosto come reti di eventi sociali. Ci sono nuove forme di autopoiesis del collettivo che, attraverso i conflitti sociali, chiedono di farla finita con gli eccessi della proprietà privata ed ormai propongono nuove procedure di istituzionalità politica e di processualità sociale in differenti settori della società. [Su questi temi altri compagni interverranno]
Noi ci tratteremo piuttosto sull’altro termine posto in epigrafe: “comunemente”. Anche qui c’è da spiegarsi. Se c’è qualcosa da conquistare per trasformare in maniera vera questa società, questo qualcosa è il comune. Ed il comune non è una totalità ma un concetto di parte – si contrappone al privato e demistifica il pubblico. Se esso si presenta come totalità è perché il comando capitalistico se ne è impossessato e lo ha organizzato nell’indipendenza della Banca centrale, sottraendolo alla democrazia del 99%.
Di contro, quando noi non assumiamo più il comune come la “cattiva parte” da liberare ma come un compito da svolgere, come dispositivo da realizzare, lo opponiamo al privato ed al pubblico, e prima di tutto cominciamo col denunciare il feticismo del denaro, perché riconosciamo che in questa convenzione capitalista dell’istituzione sociale, esso ci è dato come simbolo e veicolo della violenza; mentre invece quella spettralità delle istituzioni finanziarie copre e mistifica un “qualcosa di comune” che non è più semplicemente una forza-lavoro complessiva della società (fissata come valore oggettivo nelle merci) ma un insieme molteplice di attività cooperative, creative, eccedenti [e – sottointeso – non più “popolo” ma “moltitudine” globale]. Così – nel progetto che emana da questa potenza, nel soggetto che lo incarna – nasce il desiderio di rimettere mano al nesso fra produzione e finanza, lottando contro l’impoverimento di coloro che, pur producendo nella cooperazione sociale, sono privati del comune prodotto – anche soprattutto di quello (il welfare, il benessere elementare) nel quale si riproducono miseramente.
La questione della Banca centrale e del sistema creditizio è dunque centrale dal punto di vista costituzionale. Il denaro è divenuto la misura costituzionale dei diritti dei cittadini ed ogni decisione politica – in nome dell’assolutezza del denaro e della sua funzione regolatrice – è stata così espropriata dalla Banca centrale. Essa infatti è divenuta non solo il deposito politico del valore ma il luogo dove si pone la questione del rapporto di forza fra le classi che compongono la società, quando la sostanza di valore sia intesa come un tessuto di rapporti sociali.
Il dispositivo utopico che guida la nostra pratica eversiva, consiste nell’imporre una convenzione costituzionale che fondi ed interpreti una “moneta del comune”. La moneta è sempre un’istituzione sociale che accompagna gli scambi, ed ogni valore sociale può essere espresso in forma monetaria. Se la banca produce moneta e se oggi essa la produce come mezzo di produzione, la democrazia, il comando del 99% deve impossessarsi della regola delle emissioni monetarie e piegarla al rapporto sociale nel quale, oggi, la forma del comune ha qualificato la cooperazione produttiva.
La costituzione consiste in genere nell’articolare il rapporto tra lavoro e scambi, nel fissare la circolazione fra attività e bisogni, subordinandoli alle necessità di rapporti produttivi comuni ed alle funzioni sociali che ne derivano. Solo se riusciremo in questo programma potremo restituire alla forza-lavoro sociale, alla fatica ed all’invenzione delle singolarità che compongono la moltitudine, il prodotto del comune. Così potremo realizzare la nostra utopia che consiste nello strappare il lavoro al plusvalore, alla schiavitù dello sfruttamento capitalista, alle determinazioni corporative della sua sindacalizzazione – ponendo dunque l’attività umana come misura della libertà e dell’uguaglianza della produzione del Comune, sull’orizzonte globale.
3.3
Ma tutto ciò è appunto un’utopia. D’altra parte, la capacità di rompere sulla quale un momento fa insistevamo, è il prodotto immediato della nostra indignazione. È possibile costruire una strategia costituente che realisticamente componga l’indignazione e il desiderio utopico? Quali dispositivi politici possiamo realisticamente mettere in azione per definire una strategia costituente?
O forse meglio, per prendere il potere? Troppo spesso ricordiamo a noi stessi che non c’è un Palazzo d’Inverno da conquistare. Ce lo siamo giustamente ripetuti, non volendo confondere il concetto di rivoluzione con quello di dittatura, l’idea di democrazia con quella dell’Uno sovrano. Talora abbiamo cancellato l’opportunità della prima per evitare le conseguenze del secondo. Il secolo XX° ce lo imponeva. Ora però siamo nel XXI° secolo. Che cosa vuol dire costruire quel “noi – potenza costituente – forza del comune” visto come un realistico punto di approdo delle lotte, davanti e contro all’unità costituzionale del denaro, dentro la nuova comune soggettivazione del lavoro astratto?
Ora, io penso che si tratti di muoversi evitando certo quel percorso utopistico e alla fine tragico che è stato del ‘secolo breve’ ma non per questo rinunciando ad un discorso istituzionale che non abbia paura di toccare, di slabbrare, di appropriarsi, attraverso un’esperienza militante, degli elementi universalistici delle rivoluzioni trascorse e delle attuali esperienze insurrezionali dentro/contro la democrazia capitalista. Per esempio: l’obbiettivo del reddito garantito incondizionato si appropria chiaramente di un momento universalistico ed interpreta allo stesso tempo un’istanza costituente, adeguata alle nuove forme di produzione delle merci ed alla nuova composizione sociale delle soggettività produttive. Ma così la montagna ha partorito un topolino, si ironizza! Vuol dire non comprendere come nel reddito garantito universale ed incondizionato sia implicito il riconoscimento di un soggetto produttivo comune.
Per esempio, ancora: c’è uno Zeitgeist che in tutto l’occidente (ma non solo) scredita i partiti politici, ne nega la rappresentatività, denuncia il senso di alienazione crescente che s’accompagna alla denuncia della corruzione del loro potere e dell’impotenza dei sudditi. È chiaro che qui, attraverso la critica della figura pubblicista del partito politico, si contesta di nuovo “il pubblico” – cioè la funzione della “rappresentanza politica” e la sua pretesa di non essere alle dipendenze della proprietà privata, la sua illusione di costituire uno strumento di decisione democratica. Ora, riprendendo il tema della sintesi di esperienze sovversive attuali e di proposte universaliste, si può certo concludere che solo il riconoscimento e la pratica del comune, come base produttiva e come scopo della produzione, come vita produttiva e ricerca della felicità, disposte insieme, possano oggi davvero fondare la democrazia. Perciò che cosa può essere il desiderio costituente se non la pulsione a incominciare subito a costruire strutture comuni che permettano di legalizzare azioni di espropriazione del privato, di legittimare strumenti di appropriazione del pubblico e di riconquistare la capacità di decidere assieme – e di organizzare così, in istituzioni adeguate, la forza del lavoro e la comune intelligenza delle moltitudini?
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