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sabato 5 dicembre 2015

La religione nell'ora di storia

Che accadrebbe se ai credenti venissero improvvisamente  mostrati divinità e profeti nella loro dimensione storica e non religiosa? Che ne sarebbe dei comandamenti, dei sacri valori, delle regole di comportamento, dei principi etici? Che ne sarebbe del maiale impuro, delle donne velate, delle pruderie sessuali, dell'odio verso i gay, della libertà di scegliere quando morire, dell'embrione persona inviolabile ?
Niente, non cambierebbe niente. La fede nel divino non  verrebbe minimamente scalfita dall'autorità della storia. 
Ai credenti non interessa la storia, non vogliono mordere la mela dell'albero della conoscenza, è peccato e non fa bene alla fede. 
Le parole impresse su libro di storia sarebbero lettera morta o scarabocchi illegibili.
La fede è in antitesi con il sapere, ce lo dicono sin da quando eravamo piccoli quelli che danno la parola a un Dio che per quanto che ne so non ha mai parlato.
I credenti preferiscono l'identità rassicurante del mito alla responsabilità di trovare da sè le risposte.
Mi rimane un dubbio, continuerebbero ad esistere quelle persone straordinarie che fanno cose grandiose spinte da un fede cieca?
 

domenica 11 gennaio 2015

Charlie Hebdo e i limiti della satira: Occidente e Oriente, due culture e due storie


da Blasting News
 

Dopo l'eccidio dei redattori d Charlie Hebdo l'asticella della satira si è alzata. I fondamentalisti di tutti gli schieramenti sono stati messi con le spalle al muro e sono stati costretti ad accettare il concetto che la satira non può essere contenuta entro recinti prestabiliti e che fatte salve le critiche nessuno può imporre limiti alla libera espressione col pretesto delle sensibilità personali o collettive. Fa specie dirlo, ma il sacrificio dei ragazzacci di Chialie non è stato vano. Ci troviamo al paradosso, come dice Travaglio, gente che ha ucciso la satira in Italia, con la scusa che non faceva audience o che non era satira, ma comizio politico, si ritrova a difendere la satira più urticante di Charlie in nome di una libertà che essi consideravano a senso unico, cioè la libertà del potere di autoincensare se stesso e di proibire qualsiasi dissenso. Dall'altro lato anche i religiosi più convinti del principio "la religione non si tocca" si sono dovuti arrendere al fatto che se la religione non si tocca, non si toccano nemmeno quelli che la deridono.
Rimango convinto di un principio elementare e cioè che le idee di laicità debbano viaggiare di pari passo con le idee di tolleranza, di pace e di solidarietà. Solo se sono solidale, solo se condanno le guerre senza se e senza ma, solo se tendo la mano ai più deboli e gli do riparo, solo allora potrò dire al mio fratello musulmano che non sono d'accordo con lui, che ho poco da condividere con lui in tema di diritti, e che sono persino convinto che non ci sia nessun dio. Ha ragione Marco Bascetta, l'Islam politico è destinato ad entrare per forza di cose in collisione con l'Occidente, ma l'impatto può essere contenuto solo in una cornice di tolleranza e di equità. Il nostro riferimento deve essere la dichiarazione dei diritti universali dell'uomo e la parte migliore dell'occidente deve scrollarsi di dosso i sensi di colpa per il colonialismo e per le guerre di conquista. Noi parte laica e libertaria dell'Occidente, non ci sentiamo colpevoli delle guere coloniali, considerate il giusto corollario del senso di presunta superiorità dei colonialisti sui selvaggi, noi, come soggetto extratemporale, siamo quelli che combattevano il dogma con l'eresia, che venivano bruciati e torturati per le loro idee, che propugnavano la ragione contro l'oscurantismo, che difendevano i lavoratori contro le ingiustizie di un sistema economico iniquo a costo della vita. Noi quelli siamo e possiamo camminare a testa alta rivendicando la nostra storia e parlare in nome di questa e non della superiorità della nostra civiltà. 
Per noi non esiste l'identità dell'Occidente, ma esistono le storie dell'Occidente, così come esistono le storie dell'Oriente. Sia chiaro non abbiamo niente a che fare con razzisti e suprematisti di ogni genere e grado. Noi siamo un'altra cosa.

mercoledì 19 marzo 2014

Prostituzione di stato.

di Tonino D'Orazio

Tralascio la parte storica della prostituzione nell’era antica, dove veniva considerata addirittura un obbligo sacro da Assiri, Babilonesi, Egiziani e anche Greci e Romani. Divenne poi estremamente riprovevole e punibile dalla cristianità statalizzata in poi, fino al tardo medioevo. Ma non per tutte (e tutti), perché le prostitute venivano considerate e divise diciamo in “escort” di lusso o volgarmente puttane. A secondo del rango e dell’utilizzo necessario. Il tema è scabroso, ma in fondo vi dirò perché analogico, interessante e premonitorio.

A Roma, siamo nel Cinquecento, come era avvenuto tempo prima per la costruzione delle Terme di Caracalla e successivamente per il selciato di Piazza del Popolo anche la Basilica di San Pietro fu finanziata da una imposta sulla prostituzione che fruttò una somma quattro volte superiore a quella ricavata dalla vendita di indulgenze.

Le prostitute erano chiamate in gergo ufficiale Donne Curiali perché dipendevano direttamente dalla Curia che rilasciava regolare licenza di esercizio, assegnava determinati posti dove potevano svolgere la loro attività, imponeva la tassa sul “mestiere” e le costringeva tutti i sabato pomeriggio a recarsi nella chiesa di S. Agostino per ascoltare la predica al fine di ricondurle alla retta via. L’ipocrisia è proprio un arte.
 

A Napoli erano costrette a portare gonne sopra al ginocchio, per distinguersi dalle donne oneste mentre in Francia dovevano portare un laccetto rosso tra i capelli, lungo circa un braccio e mezzo.
A Bologna potevano andare in giro solo nei giorni di mercato indossando un cappuccio con un sonaglio. A Venezia i ruffiani erano obbligati a palesare il loro mestiere indossando abiti gialli. Staremo a vedere quale articolo della legge ci proporrà cosa.

Comunque, la prima casa autorizzata dalla legge e di fatto costruita, aprì i battenti a Messina nel 1432 durante il regno di Alfonso d'Aragona. Nell’editto era scritto a chiare lettere che "Le femmine non hanno diritto a preferenza in fra questo e quell'ospite. Tutti quelli che si presentano devono essere ricevuti e accontentati eccezion fatta per i leprosi, i briachi fuori di senno e coloro che mostrassero pustole e piaghe ripugnanti all'eccesso" (Ma un pochino sì!).

Per ragioni sempre legate al controllo dell’ordine pubblico si divisero le prostitute in diverse categorie: la donna innamorata, una specie di cortigiana del tempo, la concubina che frequentava uomini di elevato ceto sociale, la cantunera, cioè colei che si prostituiva per le strade, la “donna di partito” che esercitava nei luoghi autorizzati dalla legge, la “schiava”, costretta con la violenza a prostituirsi.

Anche nel periodo rinascimentale la prostituzione sopravvisse tra la proibizione e la tolleranza. Ad esempio Alfonso d'Aragona, re delle Due Sicilie, legalizzò di fatto lo sfruttamento dando ad un suo confidente la "patente di roffiano". Era autorizzato, cioè, a tenere donne atte al meretricio in uno stabile civile, perché potessero concedersi all'ospite con pace e decoro. Il roffiano era autorizzato a tenere metà del prezzo pattuito, l'altra spettava alla donna. Possiamo considerare roffiano lo Stato ? Magari insieme a biscazziere per il gioco d’azzardo?

A Roma, i palazzi della curia erano pieni di questo tipo di donne e la Chiesa condannava duramente solo le “puttane libere” in quanto sfuggivano al controllo e al pagamento delle imposte. Infatti le comuni prostitute quando morivano non avevano diritto alla sepoltura cristiana e venivano inumate ai piedi del Muro Torto dove esisteva un cimitero sconsacrato che accoglieva tutti coloro che lasciavano questo mondo senza la benedizione della Chiesa. Tuttavia queste povere donne venivano perdonate ed evitavano la vergogna di una simile sepoltura se ad un certo punto della loro vita peccaminosa, si pentivano o addirittura si facevano monache. Quindi le puttane in grazia di Dio avevano la possibilità di ritirarsi in un monastero in Via delle Convertite e dedicato a Santa Maria Maddalena, la più celebre prostituta “convertita” della storia. Fatte salve le malelingue su Gesù.

La Chiesa anche in questa circostanza, sempre prima dello Stato, adocchiò il business e con l’ordinanza di Papa Clemente VIII si impose che tutti i beni di queste donne fossero devoluti al monastero che faceva da tramite verso le casse del Vaticano. In questi beni erano ricompresi anche le proprietà di quelle signore, la cui vita di piacere era stata scoperta solo dopo la morte. Le prostitute che invece facevano in tempo a redigere testamento erano obbligate a lasciare alle Convertite un quinto dei loro beni.

Da considerare che tale ostracismo e l’intervento dell'autorità e del clero diede una forte impennata ai prezzi (il mercato è mercato!) e quindi relegò il fenomeno ad una attività di nicchia.

Siamo nel periodo della controriforma. Furono chiusi i bordelli municipali e le ètuves (una sorta di bagni pubblici, luoghi ideali) e la Chiesa diede inizio alla "ghettizzazione" delle prostitute identificandole con segni distintivi come poteva essere per esempio un fiocco rosso. (Famosa la Lettera scarlatta).

La Prussia (quando si dice l’efficienza tedesca) fu il primo paese europeo, nel 1700, ad adottare una nuova politica contro la prostituzione e le malattie: il sistema di controllo che venne varato rendeva obbligatori l'autorizzazione delle case di tolleranza, la schedatura delle loro pensionanti e i controlli sanitari. Ben presto altri paesi seguirono l'esempio.

La Gran Bretagna rese obbligatoria la visita medica alle prostitute che lavoravano nelle zone portuali e militari. Tale misura diede luogo ad una sorta di “sesso sicuro ed affidabile” per cui circoscrisse il fenomeno relegandolo in zone ben identificate. Alle forze di polizia erano concessi poteri straordinari per identificare e registrare prostitute, costrette a subire ispezioni corporali obbligatorie. Le donne che rifiutavano di sottoporsi volontariamente potevano essere arrestate, portate davanti a un magistrato e identificate come prostitute. La schedatura ad esclusivo giudizio della polizia scatenava evidenti ingiustizie sotto forma di soprusi e ricatti. Basta riferirsi anche ad oggi, quando i problemi sociali diventano solo di “ordine pubblico”. La legge sul divorzio introdotta nel 1857 (però!!) consentì ad ogni uomo di divorziare dalla propria moglie per adulterio, ma viceversa una donna poteva divorziare dal marito adultero solo se l'adulterio si associava alla crudeltà. (Sic!)
 

In Italia solo nel 1859 Camillo Benso conte di Cavour emise un decreto che autorizzava l'apertura di "case" in Lombardia sotto controllo diretto dallo Stato. La legge venne fatta più per un favore all’alleato francese che per dovere di regolare il fenomeno, in quanto Napoleone III, in occasione dell’appoggio ai piemontesi contro gli austriaci, si preoccupò che la sua truppa avesse bordelli a disposizione.

Tale decreto segna di fatto la nascita delle "case di tolleranza" (tollerate dallo Stato) in Italia seguito nel 1860 da una legge più in dettaglio che regolava la modalità di apertura di una casa, le imposte (ovviamente), il controllo igienico e le tariffe che al tempo andavano dalle 5 lire per le case di lusso alle 2 lire per le case popolari (cifre comunque alte se si pensa che la paga giornaliera di un operaio ammontava a 3 lire). Alcuni anni dopo la legge del 1860 fu emendata e allo scopo di favorire il sesso nelle case chiuse rispetto alla prostituzione libera vennero abbassate le tariffe, ridotte fino a 1 lira (agevolazioni tradizionali: 50 centesimi per i militari e 70 centesimi per i sottufficiali) per le case popolari. Quando si dice uguaglianza di classe. Case concepite nell’esclusivo utilizzo di erogazione di servizi legati al sesso per cui fu vietata la vendita di cibo, bevande o l’organizzazione di feste e balli e quant’altro. Era inoltre vietata l'apertura delle medesime in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole e, soprattutto, le persiane della casa dovevano restare sempre chiuse. Ecco il perché del nome "case chiuse".
 

Nel 1949, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la “Convenzione per la soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui”, affermando che la prostituzione forzata è incompatibile con la dignità umana, richiedendo a tutte le parti coinvolte di punire i protettori e i proprietari dei bordelli e gli operatori (anche lo Stato?) e di abolire tutti i trattamenti speciali o la registrazione delle prostitute. La convenzione fu ratificata da 89 paesi ma la Germania, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti (sempre all’avanguardia!) non parteciparono. Si vede che ebbero altri criteri sulla dignità umana.

Oggi, in Germania la prostituzione è riconosciuta come un vero e proprio lavoro. Le case chiuse legalizzate. Le lavoratrici del sesso godono di garanzie assicurative in materia di malattia, disoccupazione e pensione. L’orario è regolamentato (5 giorni a settimana), come le ferie (un mese l’anno) e nessun obbligo di prestazioni sessuali non volute. Iscritte al sindacato. Vuoi vedere quanto la legge di Renzie sarà vicino alla concezione della Merkel?
 

Nei primi anni del nuovo secolo e soprattutto con l’avvento della cultura fascista i bordelli (chiamati così perché situati ai bordi delle città) diventano icone di virilità e celebrazione del maschio.

Il funzionamento delle case chiuse era molto semplice. La tenutaria generalmente ex prostituta, reclutava le "pensionanti". Generalmente rimanevano quindici giorni, contro i rischi di innamoramento e di protettori. Prendevano il 50% della marchetta, il resto andava alla tenutaria e alle tasse. Il numero delle prestazioni giornaliere di ciascuna prostituta si aggirava attorno alla quarantina e il pagamento era sempre anticipato. Le ragazze dovevano essere titolari di un libretto sanitario, in assenza del quale non era possibile “lavorare”. Ad un certo punto anche la tessera del partito fascista.

Le case furono definitivamente chiuse nel 1958 quando entrò in vigore la legge Merlin. Il 20 settembre 1958 furono chiuse ben 560 case d’appuntamenti con oltre 3300 posti letto frequentate ufficialmente da 2705 ragazze registrate come prostitute professionali che contribuivano ad un fatturato totale di circa 15 miliardi di vecchie lire dell’epoca. Una manna! Magari per l’integerrima Guardia di Finanza un nuovo studio di settore. Per favore non cominciamo a contare quanti milioni potrebbe incassare oggi lo Stato, in questo caso pappone, altrimenti toccherà capire anche come la sempre avida casta se li spartirebbe. E se ne dessero una piccola parte ai pensionati?
 

Ora si torna indietro, per il “bene di tutti”, argomento indiscutibile del pensiero unico e grimaldello per un altro piccolo passo verso l’abolizione della libertà individuale. Ovviamente: “Non si tratta di legalizzare la prostituzione, ma di regolamentare quello che avviene nella realtà, togliendo il fenomeno dalle strade e sottraendolo alla malavita”. Certo, si intende anche quella maschile.

Chi potrebbe non essere d’accordo.

Il corpo è mio e lo gestisco io? Delle donne? Ma vah!

La storia qui riportata, che potete leggere in dettaglio sul sito http://www.liberaeva.com, (in fondo alla pagina web nel riquadro: Storia della prostituzione) serve semplicemente a verificare se la prossima legge di regolamentazione del fenomeno (in greco:ciò che appare) riesca ad inserire, articolo per articolo, tutti questi argomenti repressivi, e connotativi, chiesa cattolica permettendo o aiutando. Oppure come verrà aggirata la legge, salvo i voyeurs e gli spioni bigotti.

domenica 6 maggio 2012

Prego, il vero Gesù alzi la mano


di David Fitzgerald (dal suo prossimo libro Jesus: Mithyng in Action) (da freethoughtblogs.com)

traduzione di Domenico D'Amico



Il “Gesù della storia” è davvero più reale del “Gesù della fede”?

Il Cristianesimo è sulla breccia da molto, molto tempo. Ma ormai abbiamo superato da un pezzo il punto in cui sarebbe razionale mostrarsi agnostici riguardo il cosiddetto “Gesù della fede”. È ridicolo far finta che la mancanza di riscontri storici degli eventi spettacolari narrati dai Vangeli, tralasciando le contraddizioni presenti all'interno dello stesso Nuovo Testamento, non costituisca un problema esiziale per Gesù il divino Figlio di Dio.

giovedì 12 aprile 2012

A ruota libera: Paese di merda (repost; Luglio 2008)

Questo è un testo ascientifico, sono solo opinioni espresse in libertà e non pretendo siano vere, sebbene io creda fermamente che lo siano.


L’Italia è un paese di merda, e questa merda è tracimata al punto di invadere i cervelli delle persone. Siamo un paese corrotto, patetico, debole e vigliacco.
Il tutto è cominciato all’indomani del’unità d’Italia, quando il regime “democratico” espressione della borghesia del Nord ha stipulato un patto di sangue con l’aristocrazia indolente e fortemente conservatrice del Sud: voi garantite il potere dello stato centrale nelle vostre regioni  e noi chiudiamo un occhio sui vostri privilegi di terroni aristocratici: niente riforme agrarie serie, garanzie per le vostre clientele, tasse a piacere ecc.ecc. Siamo andati avanti con questo sistema fino ad ora, con qualche ritocco e con qualche rimodellamento dei soggetti in campo. Solo che la DC, figlia legittima di quell’aristocrazia, ha finito per trasformarsi da partito in sistema di potere, dando l’avvio a una generale corruzione del tessuto politico sociale italiano, con l’opposizione di una metà dell’Italia stretta tra la doppiezza togliattiana, le frange marxiste post sessantottine con misto anarcoide-insurrezionale e le aspirazioni riformiste, subito liquidate come socialfasciste e divenute minoritarie. Oggi, con modalità diverse, il patto si rinnova. I nordisti di oggi, però, non sono più i grigi burocrati di marca austro-ungarica di una volta, austeri e rigorosi, o gli sdegnosi cugini dei francesi (i piemontesi), un po’ schifati dalla cafonaggine terrona. I nordisti odierni sono di due specie: quelli assimilati per contiguità di interessi ai mafiosi del sud e alleati di questi ultimi, e quelli che fanno finta di essere gli eredi della stirpe celtica, garanzia di una razza superiore. Un puro e semplice delirio causato da un’intossicazione di malta bergamasca che produce come sintomi: stronzaggine estrema, analfabetismo, razzismo, violenza verbale e tendenza a favorire la parentela.
Accade qualcosa di paradossale: chi vorrebbe strappare il Nord produttivo e sano dall’Italia mafiosa del Sud, si allea, per proprio tornaconto, con i partiti che meglio di altri rappresentano gli interessi di Cosa Nostra. Non finisce qui. Tutto ciò è solo un effetto di facciata, perché anche una buona parte della flaccida opposizione sarebbe disposta a fare patti di qualsiasi genere con chicchessia, magari con meno folclore e più aplomb, pur di conservare i propri privilegi. Si tratta della solita e vecchia casta.
La sinistra che fa? Si dibatte tra i soliti dilemmi: far finta di essere puri e farlo vedere in giro per tenersi stretti i cuori puri, bandiera rossa e falce e martello, oppure essere “realisti”, quindi ipocriti?
Io ricette non ne ho, rimango di sinistra perché è molto meglio che essere di destra, ma non mi spingo oltre. Anch’io vorrei un’Italia normale, dove gente come Berlusconi e D’Alema sparisse per sempre dalla circolazione, e vorrei almeno intravedere un percorso che porti da qualche parte, magari se non al comunismo almeno alla abolizione della servitù della gleba, tornata in auge con la legge 30. Una cosa è certa: se ci sarà una nuova rivoluzione francese le decapitazioni si arresteranno solo dopo  che il  Billionaire non avrà più nemmeno un cliente e tutto questo sarà solo colpa dell’inguaribile fetentissima stronzaggine della destra. L’odio di classe però è salutare, più energetico e meno narcotico del sogno italiano di diventare velina. Il fatto è che gli italiani hanno smesso di odiare i ricchi perché di questi tempi è preferibile il genere favole a lieto fine (che è di destra), popolate da ricconi, principi e principesse dal volto raggiante che infondono ottimismo, piuttosto che il genere pulp (che è di sinistra), con finali spesso tragici e dove i personaggi sono impegnati a farsi saltare il cervello l’un l’altro. Tutto ciò evidentemente non infonde nessun ottimismo.
Una gran fregatura: a me non piacciono né le favole né il pulp.

Franco Cilli

domenica 15 febbraio 2009

Vittime della fede cristiana

Gesta memorande e mirabili compiute per la maggior gloria di Dio (dal sito dell'UAAR)


Avvertenza: sono qui elencati solamente fatti avvenuti per ordine o con partecipazione diretta delle autorità ecclesiastiche, oppure azioni commesse in nome e per conto della cristianità. Come è ovvio, la lista non ha pretese di completezza.

domenica 26 ottobre 2008

Cosa canteremo il 4 Novembre?

di Bifo (da Rekombinant)



Il Ministro della Difesa ha dato disposizione che il 4 Novembre in duecento scuole superiori si tengano discorsi di persone inviate dall'esterno per celebrare quel giorno che sui calendari è segnato come il giorno delle Forze Armate, e nella retorica patriottarda viene definito come il giorno della vittoria.
Davvero il 4 novembre è un giorno da festeggiare?
C'è qualcosa di cui andare orgogliosi in quella orrenda inutile carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale?
C'è qualcosa della partecipazione italiana alla Prima Guerra Mondiale di cui andare orgogliosi?
In quali condizioni quella guerra si svolse?
Perché l'Italia partecipò a quella guerra?
Perché l'Italia scelse di partecipare dalla parte dell'Inghilterra e della Francia piuttosto che dalla parte dell'Austria e della Germania, con cui aveva da tempo stretto un'alleanza?
Quanti italiani morirono in quella bella guerra?
E quali furono gli italiani che si arricchirono con quella guerra?
E quanti degli italiani che si arricchirono presero parte attiva in quella guerra?
Queste sono le domande alle quali il Ministro della Difesa Ignazio La Russa dovrebbe rispondere.
Ma siccome sappiamo che il Ministro non risponderà, siccome sappiamo che gli esperti che il Ministero della Difesa mobiliterà non risponderanno, allora a queste domande dobbiamo rispondere noi.



4 Novembre LEZIONI DI STORIA

postato da oniat alle ore 19:07 domenica, 26 ottobre 2008
Rinfrescare la memoria ogni tanto fa bene, se gli italiani fossero meno ignoranti  forse eviterebbero di farsi sempre del male.

Ciccio Matarazzofoto di Ciccio Matarazzo

COSA CANTEREMO IL 4 NOVEMBRE?
Di Bifo (da Rekombinant)

Il Ministro della Difesa ha dato disposizione che il 4 Novembre in duecento scuole superiori si tengano discorsi di persone inviate dall'esterno per celebrare quel giorno che sui calendari è segnato come il giorno delle Forze Armate, e nella retorica patriottarda viene definito come il giorno della vittoria.
Davvero il 4 novembre è un giorno da festeggiare?
C'è qualcosa di cui andare orgogliosi in quella orrenda inutile carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale?
C'è qualcosa della partecipazione italiana alla Prima Guerra Mondiale di cui andare orgogliosi?
In quali condizioni quella guerra si svolse?
Perché l'Italia partecipò a quella guerra?
Perché l'Italia scelse di partecipare dalla parte dell'Inghilterra e della Francia piuttosto che dalla parte dell'Austria e della Germania, con cui aveva da tempo stretto un'alleanza?
Quanti italiani morirono in quella bella guerra?
E quali furono gli italiani che si arricchirono con quella guerra?
E quanti degli italiani che si arricchirono presero parte attiva in quella guerra?
Queste sono le domande alle quali il Ministro della Difesa Ignazio La Russa dovrebbe rispondere.
Ma siccome sappiamo che il Ministro non risponderà, siccome sappiamo che gli esperti che il Ministero della Difesa mobiliterà non risponderanno, allora a queste domande dobbiamo rispondere noi.

Breve storia di una lunga guerra

Quando, nel giugno del 1914 uno studente nazionalista serbo uccise l'arciduca Ferdinando, fratello dell'Imperatore d'Austria, l'Europa si trovò di fronte alla prospettiva di una guerra.
Il continente era a quel tempo diviso in due schieramenti opposti: in uno di questi si trovavano la Francia la Gran Bretagna e la Russia. Nell'altro si trovavano la Germania l'Austria e l'Italia.
Pochi giorni dopo l'assassinio dell'Arciduca l'Austria pose condizioni durissime alla Serbia, e la Serbia le accettò tutte, tranne una: gli austriaci avrebbero voluto entrare in Serbia per arrestare il colpevole, mentre la Serbia rispose lo arrestiamo noi ed effettivamente Gavrilo Prinzip, responsabile di quell'omicidio venne arrestato. Ma all'Austria non bastava, per cui l'Impero aggredì la Serbia. Dietro quella decisione c'era la fragilità dell'Impero austro-ungarico che cercava con una guerra di rinsaldare il suo potere declinante, e c'era soprattutto la pressione dell'imperialismo tedesco, che voleva modificare l'equilibrio europeo e si proponeva di umiliare la Francia, nemico da lungo tempo del Reich.
La Francia e la Russia erano alleate della Serbia, per cui nel 1914 si delineava una guerra franco-tedesca a occidente e una guerra austro-russa ad oriente. Che c'entrava l'Italia?
L'Italia era alleata dell'Austria, ma appena la guerra si presentò gli italiani si resero conto che non avevano nessuna voglia di combattere a fianco dei loro alleati. Il patto di alleanza li avrebbe costretti ad intervenire se la guerra avesse avuto carattere difensivo, ma siccome l'Austria aveva iniziato la guerra, ed era dunque il paese aggressore (anche se c'era stata una provocazione di cui la Serbia non era responsabile come stato). L'Italia aveva dunque buone ragioni per non intervenire a fianco dell'Austria. Semmai gli italiani avevano rivendicazioni da avanzare contro l'Austria, infatti l'Impero austro-ungarico manteneva il dominio dei territori del trentino e del triestino.
Quando l'Austria dichiarò guerra alla Serbia, sapendo che gli italiani non avevano intenzione di seguirla, pensarono bene di evitare un tradimento completo degli italiani, e offrirono la garanzia che Trento e Trieste sarebbero state restituite alla fine della guerra se l'Italia si fosse astenuta dall'intervenire.
La neutralità era dunque la condizione naturale per l'Italia, e Giolitti, che era allora Primo Ministro italiano, fece del suo meglio per difendere questa posizione, appoggiato dai socialisti e dai cattolici che non volevano che il paese venisse coinvolto in una guerra che si annunciava dura, sanguinosa e che per l'Italia sarebbe soprattutto stata inutile.

Purtroppo esisteva in Italia una componente nazionalista che univa studenti esaltati desiderosi di menare le mani e borghesia industriale che sperava di poter guadagnare maggiori profitti dall'intervento che dalla neutralità. Inoltre un gruppo politico, guidato da un maestro elementare romagnolo di nome Benito Mussolini cominciò ad acquistare potere dall'incitazione quotidiana alla guerra. I nazionalisti accusarono Giolitti di essere un codardo e accusarono i socialisti di essere "panciafichisti". Solo partecipando alla guerra, secondo le loro menti irragionevoli, si sarebbe potuta realizzare una vera unità nazionale, e solo partecipando alla guerra l'Italia avrebbe conquistato il rispetto delle altre nazioni europee, e avrebbe potuto partecipare alle trattative per la spartizione post-bellica.
Dirigenti politici italiani incontrarono a Londra dirigenti francesi e inglesi che promisero mari e monti se l'Italia avesse attaccato da sud l'Austria che fino al giorno prima era un alleato, e che aveva promesso di cedere su tutte le richieste in cambio della neutralità.

Nel 1915, i nazionalisti riuscirono a imporre al Parlamento il rovesciamento delle alleanze. L'alleanza con Austria e Germania viene tradita a favore di un'alleanza con Francia e Inghilterra, e la guerra viene preparata apertamente.
In parlamento solo i socialisti si oppongono. Filippo Turati dichiara: "Noi restiamo socialisti. Faccia la borghesia italiana la sua guerra, nessuno sarà vincitore, tutti saranno vinti." Ma ormai gli eventi precipitano, il tradimento è compiuto.
Il 9 maggio Giolitti commenta le decisioni che si stanno prendendo in un parlamento ormai succube dei fanatici con queste parole: "Spezzare il trattato adesso, passare dalla neutralità all'aggressione è un tradimento come ce n'è pochi nella storia."
In un messaggio al popolo, Francesco Giuseppe, Imperatore austriaco dice:
"Il re d'Italia mi ha dichiarato guerra. Un atto di infedeltà, di cui la storia non conosce l'eguale è stato perpetrato dal regno d'Italia verso i suoi due alleati. Dopo un'alleanza di trenta anni durante la quale ha potuto accrescere il suo territorio e sviluppare un insospettato benessere, l'Italia ci ha abbandonati nell'ora del pericolo e a bandiere spiegate è passata nel campo dei nostri nemici. Noi non abbiamo minacciato l'Italia, non abbiamo toccato il suo prestigio, non abbiamo intaccato il suo onore e interessi, noi abbiamo seguito i doveri dell'alleanza e abbiamo offerto il nostro scudo quando è scesa in campo. Abbiamo fatto di più: quando l'Italia ha spinto il suo sguardo avido oltre i nostri confini ci eravamo decisi a grandi e dolorosi sacrifici per mantenere la pace e salvare l'alleanza. Ma l'avidità dell'Italia non poté essere placata perché pensava di poter sfruttare il momento."
Come negare che Francesco Giuseppe avesse qualche ragione? I nazionalisti italiani si resero in quel momento odiosi a chiunque non fosse indegno come loro. Odiosi agli austriaci e ai tedeschi traditi, ma anche odiosi per i francesi e gli inglesi, che usarono dei servigi militari (scarsissimi) che gli italiani poterono offrire, ma non li considerarono mai alleati bensì soltanto - quali erano - servi. E dimostrarono di disprezzare gli italiani quando, dopo la fine della guerra, al Congresso di Versailles, le richieste italiane vennero trattate con assoluta indifferenza da francesi inglesi e americani, che si consideravano, ed erano, i veri vincitori e consideravano gli italiani per quello che erano: degli utili traditori.

Chi pagò per quella guerra?

Ma chi pagò per quella guerra inutile? Come sempre nella guerra pagarono coloro che non c'entravano niente, coloro che non avevano nulla da guadagnare dalla guerra e che non l'avevano voluta: i contadini meridionali che non sapevano neanche cosa fosse l'Austria e gli operai che avevano manifestato sotto le bandiere pacifiste contro il nazionalismo.
La conduzione della guerra fu un esempio di viltà e di incompetenza da parte di coloro che avevano trascinato il paese nell'abisso. A Caporetto i morti italiani furono 11.000 i feriti 19.000, i prigionieri 300.000, 400.000 furono gli sbandati. Ancor più grave fu la battaglia di Gorizia, che costò 40.000 morti italiani.
Nel frattempo però la Francia e l'Inghilterra combattevano contro i tedeschi sul fronte occidentale, e gli americani si preparavano ad intervenire, dopo che i russi, in seguito alla rivoluzione comunista del 1917, avevano deciso di abbandonare la guerra. L'intervento americano fu decisivo e accelerò i tempi della sconfitta degli austro-tedeschi.
Non ci fu dunque nessuna vittoria italiana. Ci fu una vittoria degli alleati occidentali contro l'alleanza austro-tedesca. E i nazionalisti italiani- traditori che avevano sulla coscienza la morte di decine di migliaia di soldati, si fecero belli di una vittoria che non esisteva. Al Congresso di Versailles la falsità di quella vittoria imbecille risultò chiara. I francesi e gli inglesi si rifiutarono persino di stare ad ascoltare le richieste di Salandra e Sonnino, il nuovo Primo Ministro e il Ministro della Difesa del Regno d'Italia. Quei due rappresentanti di un paese straccione e codardo che aspirava ad essere un paese imperialista ed aggressore, volevano la Dalmazia, l'Albania l'Etiopia e chissà cosa d'altro. I paesi imperialisti e aggressori veri, coloro che nel crimine e nella sopraffazione erano dei professionisti risero dei dilettanti italiani e Salandra e Sonnino lasciarono il Congresso senza neppure essere salutati. Nasceva così il mito della vittoria mutilata, da cui trasse energia il Partito Nazionale Fascista fondato da Benito Mussolini sull'onda dell'umiliazione e del rancore.

Canteremo?

Qualcuno può pensare che questo cumulo di idiozia, tradimento ed infamia debba essere celebrato nelle scuole di un paese civile, come vorrebbe il Ministro della Difesa, questo signore col pizzetto che si chiama Ignazio la Russa? Qualcuno può cantare "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio" per celebrare quella vergogna e quel crimine?
Forse il 4 novembre canteremo, se ne avremo voglia. Ma per quel che mi riguarda io canterò


La mattina del cinque d'agosto
si muovevan le truppe italiane
per Gorizia, le terre lontane
e dolente ognun si partì

Sotto l'acqua che cadeva a rovesci
grandinavan le palle nemiche
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu

O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letto di lana
venditori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a lottar

Voi chiamate il campo d'onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì

Cara moglie che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col suo nome nel cuor

Traditori signori ufficiali
Che la guerra l'avete voluta
Scannatori di carne venduta
E rovina della gioventù

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.

Brevissima storia di quello che accadde dopo

L'infamia del comportamento dei nazionalisti che spinsero il paese a partecipare alla prima guerra mondiale è superata soltanto dall'infamia dei nazionalisti italiani che portarono l'Italia all'intervento nella seconda guerra mondiale.
In quell'occasione effettivamente ogni record di codardia e di imbecillità fu battuto.
L'entrata in guerra dichiarata da Mussolini il 10 giugno 1940 con un discorso che rimane alla storia per la sua ipocrisia e per la sua falsità.
"L'ora delle decisioni irrevocabili è giunta" disse Mussolini che fino a pochi istanti prima aveva tentennato, e aveva pensato che forse non era il caso di entrare in quella guerra che Hitler aveva iniziato improvvisamente, cogliendo di sorpresa l'alleato italiano, che attendeva sì la guerra, ma l'attendeva per il 1942.
Mussolini sapeva che l'esercito italiano non era preparato, perciò aveva dichiarato in un primo momento che il paese sarebbe rimasto in una posizione di "non belligeranza".
Ma il 1 settembre 1939 le truppe di Hitler avevano invaso la Polonia, e in poche settimane avevano occupato tutto il territorio. Poi le truppe tedesche avevano attaccato e sottomesso la Norvegia, e infine nella primavera del 1940 avevano iniziato l'assalto contro la Francia, giungendo in poche settimane fino a Parigi, e sottomettendo il paese all'ordine militare nazista.
A quel punto Mussolini - spinto dai suoi seguaci più vigliacchi e più estremisti - pensò che Hitler avrebbe ineluttabilmente vinto la guerra, anzi che la guerra era già vinta. Perché non intervenire, allora? Non sarebbe forse stata una passeggiata? Non si sarebbe forse così aperta la strada a un ruolo egemone dell'Italia?
A un generale che gli faceva notare che avrebbe potuto esserci qualche problema perché l'esercito non era preparato al conflitto, Mussolini disse: "Ho bisogno solo di qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo delle trattative."
Così pensano, così ragionano i fascisti: qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo delle trattative.
E così il 10 giugno Mussolini dichiarò guerra alla Francia, il cui territorio era già interamente sottomesso alle truppe tedesche. I codardi da cui il Ministro La Russa discende aggredirono un paese già sconfitto, e qualcuno mormorò: "Vil Maramaldo, tu uccidi un uomo morto."
Come andarono poi le cose lo sappiamo. La partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale fu una spaventosa catastrofe. L'invasione della Grecia (cui Mussolini voleva spezzare le reni) si rivelò un rovescio perché la resistenza greca respinse gli aggressori. Poi la vittoria certa di Hitler si rivelò un'illusione e alla fine il conflitto costò centinaia di migliaia di morti, la rovina del paese, la guerra civile, l'umiliazione e la vergogna da cui solo la Resistenza - cui inizialmente parteciparono poche minoranze coscienti che non si erano piegate al consenso - riscattò, parzialmente, il paese.

Nota finale su quel che accade adesso

Ma fin qui si tratta di storia, ora parliamo del tempo presente.
Gli stessi codardi imbecilli che trascinarono l'Italia nella prima guerra mondiale, gli stessi che venti anni dopo trascinarono il paese nel secondo conflitto sono oggi al governo di Roma, sono oggi ministri della difesa e dell'istruzione, e mentre ci chiamano a cantare il Piave tutti in piedi e sull'attenti, stanno trascinando il paese in un nuovo conflitto, non meno criminale e non meno perdente dei due precedenti.
Come Mussolini trascinò l'Italia in una guerra che sembrava già vinta e invece si rivelò ben presto un inferno e si risolse in una sconfitta - così Berlusconi nel 1993 ha creduto alle parole del suo amico George W. Bush: Mission accomplished.
La guerra è già vinta, pensò il furbissimo Berlusconi, perché non approfittarne? E spedì le truppe italiane in Iraq. E, con l'accordo delle stesse opposizioni, spedì le truppe italiane anche in Afghanistan.
Non erano guerre vinte in partenza, come assicurava l'alleato americano?
Quelle guerre non solo non erano vinte in partenza, ma sei anni dopo tutti vedono bene che quelle guerre sono perse.
È persa la guerra in Iraq, che pure è costata diciassette morti all'Arma dei Carabinieri (diciassette morti che stanno sulla coscienza di Berlusconi e dei suoi amici, diciassette morti cui il tiranno ridente non ha ancora chiesto scusa).
È persa la guerra in Iraq, dopo centomila vittime civili innocenti, dopo violenze, torture, massacri che hanno avvelenato il rapporto tra l'Occidente e un miliardo di musulmani nel mondo.
Ma anche la guerra in Afghanistan si è rivelata un fallimento colossale. Quella guerra è nata dal desiderio cieco di vendetta da parte del gruppo dirigente repubblicano, incapace di arrestare il gruppo dirigente di al Qaida.
Sei anni dopo, quella vendetta si sta rivelando un terribile errore: l'Occidente sta perdendo quella guerra e al Qaida ha piegato il gruppo dirigente americano, lo ha sconfitto di fronte a tutto il mondo.
L'aggressione al popolo afghano ha permesso a un gruppo di criminali terroristi islamici di acquistare una statura gigantesca, la statura di un gruppo che riesce a sconfiggere la più grande potenza militare di tutti i tempi.
Bel risultato davvero.
L'idea che fosse possibile sottomettere un popolo con bombardamenti che hanno ucciso migliaia di civili, si è rivelata un'idea imbecille.
Ma quella guerra non è finita. Per quanto la sconfitta dell'occidente sia evidente, i fanatici militaristi non la vogliono ancora riconoscere. Truppe italiane sono impegnate su quel fronte, e non sappiamo quali sviluppi avrà la situazione nei prossimi mesi e nei prossimi anni.
Il Ministro della Difesa italiano, incurante del ridicolo e della vergogna, intende continuare nella sua guerra, intende rafforzare il contingente ed esporlo a pericoli crescenti. La guerra è del resto la sola prospettiva che rimane a questa classe dirigente, ora che hanno distrutto l'economia e si preparano a smantellare quel che resta delle strutture sociali.
Quando si fa la guerra è indispensabile mettere da parte l'intelligenza, è necessario che i cittadini si trasformino in sudditi ubbidienti, è necessario che nessuno abbia strumenti culturali per un pensiero indipendente.
Ecco allora che coloro che vogliono la guerra vogliono anche distruggere la scuola.
Ecco allora che le spese militari aumentano con i governi di destra come con quelli di centro sinistra (durante il governo Prodi la spesa militare italiana è aumentata del 23%, mentre la spesa per la scuola e la ricerca veniva ridotta).
Ecco allora che il Ministro dell'Istruzione vara una riforma che punta a distruggere la scuola pubblica proprio mentre il Ministro della Difesa invita gli studenti a cantare canzoni indecenti.

Al momento di marciare molti non sanno
Che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
È la voce del loro nemico
E chi parla del nemico
È lui stesso il nemico




Bibliografia per chi volesse saperne di più

Gian Enrico Rusconi: L'Azzardo del 1915, Bologna, 2005
R. Bencivenga: Saggio Critico sulla Nostra Guerra, Roma, 1930
M. Isnenghi, G. Rochat: La Grande Guerra. 1914-1918, Firenze, 2004
George Mosse: Le Guerre Mondiali. Dalla Tragedia al Mito dei Caduti, Bari, 2005
Renzo de Felice: Intervista sul fascismo, Bari 1999

L'Italia è in guerra anche oggi.
L'Afghanistan, la disfatta che cercano di nascondere.
Distruggono la scuola e preparano la guerra.