venerdì 12 settembre 2008

Basaglia in Cile

L'articolo che segue offre spunti interessanti, senza dubbio, sebbene  quel "fabbricare concetti"  mi stia un po' stretto. Il problema è proprio quello, ed è un problema che investe gran parte del pensiero post-moderno: l'idea che le analisi si "fabbrichino", attraverso un puro assemblaggio di concetti. Sarà che mi sto autoeducando al metodo scientifico e alla semplicità del ragionamento, ma non concepisco l'idea che la realtà possa essere la proiezione di un pensiero, seppure elaborato e carico di suggestioni. Mi sa di idealismo, e credo di non sbagliare se dico che è un'eredità, quella dell'idealismo, di cui non riusciamo a liberarci malgrado ci dichiariamo materialisti.
Una cosa è la fredda analisi di un fenomeno, supportata da dati materiali, quantitativi (brutta cosa la statistica) e verifiche fatte sul campo, altra cosa è descrivere fenomeni a colpo d'occhio e con l'ausilio dell'immaginazione (o dell'immaginario), o in forza di una coerenza che è solo coerenza di ragionamento e non di dati.
Mi rendo conto che è troppo pretendere che i nostri filosofi si trasformino in ragionieri, troppo sterile, troppo freddo il discorso. Chi li ascolterebbe? Le analisi però non si possono fare a cuor leggero, con la penna che scrive le note di un racconto. Le analisi sono strumenti del mestiere, che in quanto tali possono essere affilati o spuntati, ma in ogni caso devono servire a qualcosa. Finora le analisi dei post-moderni non mi pare siano servite a gran che.


RIVALUTAZIONE DEL MOVIMENTO ANTIMANICOMIALE DI BISAGLIA

La traiettoria vitale di Franco Basaglia si intreccia con il movimento degli anni 60/70 in Italia e nel mondo. Se pensiamo oggi alle forme di quel movimento dobbiamo innanzitutto collocarci per rendere conto del punto di vista da cui provengono le nostre osservazioni.
 Siamo, o per lo meno io sono, su navi irregolari, forse corsare, che attraversano un piano di consistenza caratterizzato dalla circolazione di merci ma non di soggetti e ci poniamo,mi pongo ,come nodo della rete,punto di incontro e reclutamento per difendere ed allargare questo spazio libero dove i soggetti non devono trasformarsi in merci per circolare. Infatti se non si è merce, forza lavoro richiesta, si può essere catturati e rinchiusi in luoghi appositi chiamati centri di detenzione temporanea o con altra terminologia, che altro non sono se non campi di internamento, solamente perché siamo dove non siamo richiesti come merce o dove un qualche potere dice che non dovremmo essere: siamo clandestini.
La condizione umana di essere in un luogo dove per qualcuno non dovremmo essere diviene priva di diritto: il soggetto non è titolare di habeas corpus, è ,come dice Giorgio Agamben, una nuda vita e sul suo corpo si esercita il controllo biopolitico.
Noi combattiamo questo controllo siamo out of control.
 In questo mondo ci sono pochi oppositori alla costituzione dei dispositivi totalitari di controllo, dispositivi che si costituiscono ovunque e privano i soggetti del diritto.
Ad esempio nel mondo del lavoro gli strumenti contrattuali sono sempre più "flessibili" cioè parcellizzati, individualizzati: la contrattazione collettiva è fortemente combattuta in nome della ideologia individualista che spezza e frantuma la forza della classe distruggendone la coscienza collettiva.
 La lotta di classe ha assunto nuove forme perché la classe operaia è stata sconfitta ed ha perso perfino la coscienza di essere, non è più presente a se e non si sa dove sia.
L´opposizione sociale si presenta con forme di ribellione che raramente superano l´orizzonte di una singola questione:in italia ad esempio, c’è il problema dei rifiuti a Napoli, la galleria nella val di Susa in Piemonte per il treno ad alta velocità,l´opposizione all´allargamento della base NATO a Vicenza,ma è molto difficile la riunificazione di questi "fronti di lotta" attorno ad una comune prospettiva di cambiamento.
 In buona sostanza c´è stato un cambiamento della forma di produzione capitalistica, ormai viviamo in una era che vede il dominio della produzione immateriale, cioè la merce che è prodotta non vale,come giustamente diceva Marx per il lato dell´uso, per la sua componente materiale, ma per il lato del valore di scambio, cioè per la sua componente immateriale.
Abbiamo raggiunto un livello produttivo in cui il feticismo della merce esprime il suo dominio sul pianeta tramite un vero sex appeal dell´inorganico come diceva Walter Benjamin.
Questo significa che non si produce tanto la cosa quanto il modo di consumarla ed il modo di consumarla determina una abitudine: un abito come direbbe Peirce. Per dirla in breve  la produzione attuale produce il consumatore, la sua soggettività e se vogliamo la sua coscienza o meglio la sua coscienza falsa,ci avrebbe detto Lukács,.
Così ci troviamo di fronte ad un apparato produttivo che si dispiega su vari piani, forse i millepiani di cui parlano Deleuze e Guattari e che ci si presenta come una macchina, cioè un apparato composto di parti biologiche e meccaniche che producono incessantemente modi di attribuzione di significati a significanti, cioè i macchinari contemporanei producono incessantemente ideologia di cui W.Reich ci ha mostrato la "forza materiale".
Questa è l’epoca del semiocapitalismo,una epoca in cui le varie province di significato, per dirla alla Schutz si riunificato sotto l´egida di una forma che cerca di tenere unite le varie semiotiche particolari: la produzione di segni e di significati determina gli abiti comportamentali e dunque le relazioni sociali contemporanee.
Parla più di noi un romanzo di Pilip Dick che un trattato di sociologia accademica.
Questa organizzazione sociale contemporanea sta producendo, ha prodotto, una mutazione antropologica.
Innanzi tutto pensiamo al tempo ed al ritmo del vivere:
da quando la popolazione delle città del mondo ha superato quella delle campagne,siamo entrati in un punto di non ritorno, l´equilibrio del pianeta si è definitivamente spezzato in favore delle zone antropizzate, le risorse mondiali vengono monopolizzate e distribuite per mantenere gli squilibri, la forma delle megalopoli è sempre più caotica imprevedibile e dominata dagli slum. La vita nello slum,come dimostra Mike Davis è il paradigma della vita contemporanea.
Lo slum non è solo Delhi è Los Angeles, le città non sono più organizzate secondo la logica centro,periferia, quartieri residenziali,quartieri popolari di operai, ma secondo recinzioni e barriere che distinguono stili di vita, mondi paralleli che non dovrebbero incontrarsi, piani e livelli di metropoli tipo la Los Angeles di Blade Runner.
Per questo abbiamo zone libere da prostituzione,quartieri a luci rosse,piccoli villaggi turistici dove si dovrebbe vivere la vita del Truman Show circondati da muri al di la dei quali vivono in riserve esseri deprivati da controllare perché pericolosi in se, violenti senza motivo e dunque tutti da rinchiudere in carcere come ha dimostrato Loic Wacquant.
Siamo di fronte di nuovo ad una situazione di "grande internamento" come all´inizio dell´era moderna, analizzata da Foucault ,quando i vagabondi, i non regolari, i non "borghesi"(che erano gli abitanti del borgo a cui si contrapponevano i villani o contadini e i vagabondi) dovevano essere controllati e rinchiusi perché considerati pericolosi per le proprietà del nuovo ordine sociale della borghesia nascente..
E di nuovo tornano gli appositi spazi che la biopolitica ha approntato per controllare e disciplinare i corpi,che trovano giustificazioni "scientifiche"per abolire l'habeas corpus e impedire la libera circolazione, si tratta di una applicazione su larga scala del riduzionismo biologico
.Ancora negli anni 70 del secolo scorso è incominciata l'offensiva del neoliberalismo e del riduzionismo con il Manhattan Institute e con libri come
 "The Bell Curve:Intelligence and Class Structures in American Life"
di Richard Herrnstein e Charles Murray, nel quale si sostiene che negli Stati uniti le ineguaglianze razziali e di classe rifletterebbero differenze individuali di "capacità cognitive". in questo testo si sostiene che:
 «Molti pensano che i criminali provengano dai'quartieri malfamati' delle città. Da un certo punto di vista hanno ragione, in quanto è proprio in quei quartieri che in larga parte risiedono le persone a bassa capacità cognitiva».
Per questi autori si diviene criminali non a causa delle privazioni materiali ["deprived"] caratteristiche di una società ineguale, ma per carenze mentali e morali ["depraved"].
Con questi principi si reintroduce l'idea che esistono delle persone "pericolose" in se,per basso quoziente cognitivo,in questo caso,non più per caratteristiche razziali, come dicevano dei nord africani  gli psichiatri francesi degli anni 50, duramente criticati da Franz Fanon.
Fanon diceva che si faceva dell'aggressività una caratteristica essenziale di una etnia e non l'effetto del colonialismo.
Così gli autori di "The bell curve" collegano l'aggressività e la pericolosità sociale al basso quoziente cognitivo e non relazionano questo quoziente alle caratteristiche sociali,all'accesso alla istruzione e così via...
Queste teorie hanno portato ad un aumento esponenziale dei reclusi nelle carceri degli USA.
Ma il grande internamento contemporaneo non è solo nelle carceri e nei centri di identificazione e detenzione temporanea per i migranti, sono sorti anche veri e propri campi di concentramento come Guantanamo dove non esiste nessuna graranzia di nessun tipo per le persone li rinchiuse.
Dunque siamo in presenza di una nuova riorganizzazione dello spazio nel pianeta,con la riduzione,fino alla scomparsa delle zone vergini,una mutazione del rapporto fra città e campagna in favore della città che diventa sempre più megalopoli ed una progressiva stratificazione degli spazi urbani in livelli differenziati che concretizzano la paura dell’altro da se in tentativi di controllare qualsiasi comportamento “deviante” con la biotecnologia: sistemi di telecamere onnipresenti,schedature del DNA selettive,banche dati di ogni tipo, controlli delle comunicazioni telefoniche e così via.
L’aumento della velocità di trasporto e comunicazione, come ha mostrato Virilio,ha altresì provocato una ulteriore mutazione delle abitudini della vita quotidiana,spostamenti individuali e di massa da una città all’altra, da una paese all’altro, da un continente all’altro hanno realizzato una mescolanza di abitudini di vita,comportamenti,credenze religiose che non ha riscontro in nessuna era passata. I vincoli sociali di tipo comunitario si sono affievoliti, le comunità intese come isole o province di significati sono scomparse.
Gli stessi stati nazionali si presentano come anacronistiche barriere di resistenza al flusso sempre più  veloce di comunicazione reale e virtuale ed  alla circolazione dei corpi e delle informazioni. Questa situazione di cambiamento si accompagna con l’ansia,come ha dimostrato Pichon Riviere, il cambiamento produce innanzi tutto una ansia depressiva,la paura di perdere le sicurezze acquisite,la paura di “perdere la presenza” se usiamo il linguaggio di Ernesto De Martino,quando estende all’analisi delle “apocalissi culturali” la sua ricerca sulla crisi della morte e sul lutto.
A questa paura si può reagire con una ansia confusionale, una perdita dei confini dell’identità che ritroviamo facilmente in molti migranti ma anche in molti abitanti delle metropoli che sono coinvolti in questi processi di cambiamento.
E’ uno stato di sofferenza psichica che non può essere negato. Qui è importante la lezione di Franco Basaglia che non ci ha mai detto che la malatta mentale non esisteva, ci diceva che non esisteva o meglio che era una sovrastruttura ideologica la nosografia psichiatrica,ci diceva che la categorizzazione della sofferenza era una reificazione che produceva come effetto la riduzione del soggetto alla propria definizione diagnostica,ci diceva che il manicomio, in quanto istituzione, non era solamente l’edificio in cui erano contenuti i folli ma il dispositivo ideologico che lo rendeva possibile e quindi tutto l’apparato nosografico catalogatore e distanziatore che produceva la malattia che diceva di curare.
Ma non ci ha mai detto che non esisteva la sofferenza psichica, ci ha detto invece che la psichiatria manicomiale a vocazione custodialistica si poneva dalla parte del controllo sociale e negava l’aspetto terapeutico, la cura della sofferenza dell’altro e che il nostro compito era la negazione dell’istituzione manicomiale attraverso l’analisi del nostro mandato sociale , il rifiuto di un mandato sociale custodialistico e l’accettazione di quello terapeutico. Questo significa che la nostra ideologia,si perché noi abbiamo una ideologia,  è quella sintetizzata in una scritta sul muro del manicomio di Trieste: la libertà è terapeutica. Questa idea si contrappone totalmente all’idea del controllo che sta dilagando nel pianeta è una idea che continua a dirci “do not panic” niente paura.
In questa confusione noi entriamo dalla parte di chi costruisce strumenti per pensare, per fabbricare concetti,ancora una volta Deleuze e Guattari che definiscono l’attività filosofica come la fabbricazione di concetti, ma anche Antonio Gramsci che ci ha insegnato a lavorare sul senso comune e ci ha detto che il senso comune è la sedimentazione nella vita quotidiana delle grandi filosofie e che il cambiamento del senso comune è la strategia per quella “riforma intellettuale e morale” che secondo lui era necessaria non solo in Italia ma nel mondo intero.
 Au contraire, esistono industriali della paura che diffondono attraverso i media mainstream la peste psichica di reichiana memoria. Questa peste non è altro che l’elaborazione paranoica del lutto,come diceva Franco Fornari quando ha analizzato i moventi inconsci della guerra. Anche per Pichon Riviere l’ansia paranoidea è una reazione al cambiamento, è una delle resistenze più potenti. Si individua nella novità,nella situazione nuova un pericolo: lo straniero, lo sconosciuto è potenzialmente pericoloso e quindi si apprestano sistemi di difesa per diminuirne la supposta pericolosità: esercito nelle strade, controllo dei campi nomadi, rilevazione delle impronte ai bimbi rom,perché così i “cittadini” si possono sentire più sicuri. Queste sono alcune azioni del nuovo governo di destra italiano debolmente contrastate da una evanescente opposizione. Ma  azioni analoghe avvengono ovunque nel pianeta.
Si tratta della continua ed incessante creazione di muri:muri che vorrebbero difendere e separare e allontanare l’altro, il pericoloso, il nemico. Il prototipo di questi muri sono i muri del manicomio che Franco Basaglia in Italia ha abbattuto. Ma, ci ha sempre ricordato Armando Bauleo esistono anche i manicomi mentali su cui si appoggia la resistenza al cambiamento.
 La resistenza al cambiamento si arrocca sul  bastione della identità, tutti hanno paura di confondersi, di perdere l’identità, per questo c’è un richiamo costante alla identità di etnia, di religione di comunità e così via e dunque si costruiscono  di muri e muraglie per striare e controllare lo spazio liscio della moltitudine nomade.
Ma Amartya  Sen ha dimostrato molto bene come  questo richiamo all’identità dell’identico si  accompagni alla violenza contro l’altro che non è me.
Questo altro,è pericoloso è minaccioso:non è me,ed in questo universo paranoico tutto ciò che non è me mi è nemico e deve essere annichilito.
E’ questo il vocabolo attualmente usato dai militari in guerra:” annichiliscili!
Noi lavoriamo su altro, contrastiamo l’ossessione dell’identità perché crediamo che l’altro sia costitutivo del me,perché sappiamo che non può esserci un io senza altro.
Siamo con Rimbaud: io è un altro.
Per questo in questo trentennale della legge 180 o legge Basaglia dobbiamo lanciare una controffensiva all’ideologia dominante della psichiatria nosografia classificatoria del DSM Questa è l’ideologia che permette il controllo e il contenimento dei comportamenti delle moltitudini migranti da parte di funzionari che tramite dei test applicano delle diagnosi stigmatizzanti che trasformano soggetti confusi e sofferenti dall’identità molteplice in individui ad una sola dimensione,come avrebbe detto Marcuse,quella psicopatologica. Siamo anche noi i replicanti di Blade Runner sottoposti al test per essere scoperti,ma siamo anche i funzionari che sottopongono il test.
 Proprio Franco Basaglia ci ha insegnato ad interrogarci su quello che facciamo, lui che aveva consuetudine con Sartre sapeva che ciascuno di noi non è uno psichiatra ma fa lo psichiatra,quindi deve interrogarsi su cosa sta facendo perché il suo essere non si esaurisce con il suo fare. E dunque così come il borderline è moltitudine e non solo borderline anche lo psichiatra che lo diagnostica è moltitudine per questo l’analisi sul mandato sociale è per noi psichiatri Basagliani ineludibile.
Franco Basaglia con la scoperta che si poteva e si doveva fare l’analisi del proprio mandato sociale  e trarne le conseguenze pratiche ci ha condannato. Non possiamo fare finta che non si possa fare, è come quando il dott.Semmelweis  ha scoperto che la febbre puerperale derivava dai chirurghi che non si lavavano le mani. C’è voluto molto tempo e molte battaglie per fare diventare senso comune questa scoperta, ma chi lo sapeva non poteva rendersi causa di sofferenza e morte anche se andava contro le leggi e le disposizioni del tempo.
Così la scoperta che il manicomio è una istituzione totale che produce la malattia che vorrebbe curare ci spinge ad una battaglia abolizionista e la consapevolezza che l’abolizione della libertà che si attua in qualsiasi istituzione totale è fonte di sofferenza e morte estende questo movimento ad una visione più ampia verso una autogoverno delle moltitudini desideranti che abitano questa contemporaneità e vogliono viverla fuori da ogni controllo paranoico perché sentono come compito comune come avrebbe detto Armando Bauleo la costruzione di una comunità a venire.


Leonardo Montecchi
Cile 30/08/2008
Da "Rekombinant"


Bibliografia


Franco Basaglia            L’istituzione negata                             Einaudi
                                    Che cosa è la Psichiatria                     Einaudi
                                     Scritti                                                Einaudi

Giorgio Agamben          Homo sacer                                       Einaudi
                                     La comunità che viene                        Einaudi

Karl Marx                     Il capitale                                           Editori Riuniti

Walter Benjamin           Angelus Novus                                    Einaudi

C. Peirce                      Scritti                                                   Bompiani

G. Lukács                     Storia e coscienza di classe                  Sugar

Deleuze e Guattari         Millepiani                                             Castelvecchi

W. Reich                      Psicologia di Massa del fascismo           Mondadori

A. Schutz                      Don Chisciotte e il problema della realtà  Armando Editore

Philip Dick                    Un oscuro Scrutare                                Fanucci
                                     Ubik                                                      Fanucci

Mike Davis                    Slum                                                     Feltrinelli

Loic Wacquant              Parola d’ordine tolleranza zero               Feltrinelli

Michel Foucault              Storia della follia                                    Rizzoli

Richard Herrnstein e Charles Murray    The Bell Curve: Intelligence and Class Structures in American Life
                                                                         A Free Press Paperbacks Book

Paul Virilio            Velocità e politica: saggio di dromologia              Milthipla

Pichon Riviere       Il processo gruppale                                           Lauretana

Armando Bauleo    Note di Psicologia  e Psichiatria Sociale
                              Psicanalisi e gruppalità                                       Borla

Amartya  Sen          Identità e violenza                                             Laterza

Artur Rimbaud        Opere                                                               Mondadori

mercoledì 10 settembre 2008

La scienza di sinistra

Il brevetto del NUOVO CAPITALE
«APPUNTI» PER CERCARE LE RAGIONI A SINISTRA
prima parte

Nuovo modo di produrre e nuovo ruolo della scienza, In un mondo messo a rischio nella sua esistenza materiale e nella sua ragione morale. Un contributo alla discussione per non rassegnarsi al declino, tra deriva moderata e resistenza testimoniale

di Marcello Cini

Condivido tuttora, nonostante l'attuale diaspora della sinistra, la domanda che Claudio Fava aveva posto a Chianciano con chiarezza: «Abbiamo paura di impegnarci nella costruzione di una sinistra che sappia finalmente elaborare le culture del comunismo e del socialismo per proporne una sintesi originale? Qualcuno di noi è così miope da vivere questa sfida culturale e politica, che forse prenderà il tempo e lo spazio di una generazione, come un tradimento ai sacri luoghi delle nostre identità? O pensiamo davvero che tra dieci o vent'anni ci saranno ancora, in questo paese, una sinistra cosiddetta 'socialdemocratica' e una sinistra cosiddetta 'comunista', ciascuna gelosa custode delle proprie liturgie e della propria storia? Un nuovo soggetto politico di sinistra non soffocato dall'ornamento dei propri aggettivi è solo una favola che ci raccontiamo o è realmente una sfida che ci mette tutti (tutti!) in discussione?». Penso ancora che il dibattito su come iniziare a costruire gli strumenti che possono contrastare l'offensiva travolgente che il capitalismo del XXI secolo sta portando avanti contro i popoli della Terra dovrebbe avere la priorità. Temo invece che l'obiettivo della ricostruzione di una sinistra senza aggettivi non sia ancora percepito nella sua urgenza. Certo non si potrà affrontarlo finché ognuno intende presentarsi all'appuntamento con la pretesa di usare la propria cassetta di attrezzi ereditata dal bisnonno. Proverò in questo testo - diviso in due parti - a elencare alcune differenze, secondo me essenziali, tra il capitalismo del XX e quello del XXI secolo sulle quali bisognerebbe costruire questo discorso comune.


Profitto «intangibile»
La prima differenza investe il modo di produzione della ricchezza. Essa è rappresentata dalla tendenza, suffragata da fatti sotto gli occhi di tutti, a fondare sempre più la formazione del profitto nel processo di accumulazione del capitale sulla produzione di merci non tangibili (non solo conoscenza, informazione, saperi, formazione, ma anche comunicazione, intrattenimento e addirittura modelli di vita). Non voglio dire che la produzione di merci materiali sia diventata inessenziale o quantitativamente secondaria, ma insisto che la produzione delle merci necessarie al soddisfacimento dei bisogni crescenti della popolazione umana è sempre più impregnata in ogni suo interstizio e resa concretamente possibile da una sempre maggiore e indispensabile componente non tangibile di conoscenza. L'obiettivo principale del capitalismo odierno è dunque di negare la differenza sostanziale tra la natura dei beni materiali e quella dei beni immateriali, nascondendo la proprietà fondamentale di questi ultimi che, contrariamente a ciò che accade per i beni materiali, è quella di poter essere goduti da parte di un «consumatore» lasciando intatta la possibilità che innumerevoli altri facciano altrettanto. Il «consumatore» dunque in realtà non «consuma» il bene di cui fruisce, che può continuare a essere a disposizione di tutti. La differenza non investe soltanto la fase del «consumo», ma anche quella della produzione. Mentre per l'operaio della fabbrica di merci materiali (nelle sue fasi successive dal fordismo al toyotismo) la categoria marxiana di lavoro astratto, misurabile quantitativamente, rappresentava tutto sommato la sostanza del rapporto capitale lavoro (e comunque stava alla base dell'analisi di Sraffa sulla «produzione di merci a mezzo di merci»), per il lavoratore della fabbrica delle parole (folgorante a questo proposito il film di Virzì sulla vita degli operatori dei call-center che vale più di tanti corposi saggi) la categoria della qualità caratterizza inevitabilmente il lavoro di ogni individuo. La differenza è sostanziale. Nel primo caso gli operai si sentivano oggettivamente e soggettivamente uguali, e dunque solidali tra loro. Si contrapponevano al capitale attraverso sindacati e partiti di classe. Nel secondo ogni lavoratore compete con gli altri con tutti i mezzi per sopravvivere. L'individualismo e la solitudine sono la regola. Questo spiega tante cose: in primo luogo la vittoria di Berlusconi. Il discorso andrebbe approfondito, e io non sono in grado di farlo: mi stupisce però che chi dovrebbe saperne più di me non lo faccia.



La Terra al collasso
La seconda differenza fondamentale è la scoperta dei limiti fisici dell'ecosistema terrestre. Sono rimaste inascoltate, e addirittura accusate di terrorismo intellettuale, fino a due o tre anni fa le grida d'allarme (che risalgono agli anni 70) dei primi ambientalisti, intesi a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sui sintomi dell'incipiente degrado che avrebbe investito il pianeta, nonostante che esse siano state via via rafforzate per trent'anni da fatti incontrovertibili e da analisi rigorose. Soltanto da un paio d'anni gli scienziati dell'IPCC (l'organismo delle Nazioni Unite per lo studio del cambiamento climatico) sono arrivari alla conclusione - ormai finalmente condivisa dalla maggior parte della comunità scientifica internazionale e fatta propria anche dai maggiori esponenti politici della Comunità Europea - che interventi concreti massicci e urgenti sono necessari per contrastare l'aumento dell'effetto serra e della temperatura globale del pianeta e impedire le sue conseguenze devastanti. Conseguenze del resto previste e quantificate nel notissimo rapporto redatto dal principale consulente economico di Tony Blair, Nicholas Stern, nel quale si prevede che, se si continua a non intraprendere alcuna azione significativa per ridurre l'emissione di CO2 nell'atmosfera, i danni del riscaldamento globale potranno arrivare nel giro di dieci, al massimo venti anni, a un tasso annuo tra il 5% e il 20% del Pil globale. Una cifra da confrontare con una spesa attorno all'uno per cento in misure preventive da iniziare subito. Non insisterei su questo argomento che è ormai ben noto, se non fosse per l'incomprensione da parte della tradizione comunista di questo processo, incomprensione che costituisce purtroppo una pesante palla al piede della sinistra.



La scienza «a servizio»
La terza differenza riguarda la scienza. Nell'immaginario collettivo la scienza ha assunto un peso enorme, carico da un lato di aspettative, e dall'altro di paure. Per capirne l'origine occorre rendersi conto che anch'essa ha subito un profondo mutamento. Esso consiste nel suo passaggio dal modello galileiano e newtoniano di conoscenza delle proprietà e della struttura della materia inerte, fondato sulla ricerca delle leggi generali e immutabili della natura che ne sarebbero la causa prima, al modello di conoscenza delle proprietà della materia vivente e della mente umana fondato sul riconoscimento dell'unicità di ogni processo nel quadro dei principi dell'evoluzione darwiniana e dell'autorganizzazione dei sistemi complessi. Non c'è più dunque una scala gerarchica di attività separate e distinte che vede al vertice una scienza «pura» come scoperta disinteressata e autonoma delle leggi generali della natura, dalla quale nasce una tecnologia che ne applica i risultati per creare oggetti destinati a fini utili, e a sua volta li consegna all'economia perché investa le risorse necessarie a immetterli nel modo più efficiente e profittevole sul mercato. Queste tre fasi si intrecciano strettamente tra loro. Molti scienziati seri e disinteressati, impegnati in un lavoro di ricerca «di base», che non si pone l'obiettivo immediato di ottenere risultati da immettere sul mercato, negano che questa svolta sia così radicale e sostanziale, e auspicano comunque che la barriera tra scienza e tecnologia venga ripristinata e rafforzata. Secondo me si tratta di una illusoria aspirazione a tornare ai bei tempi passati, che ignora il carattere irreversibile della trasformazione che ha investito il tessuto sociale negli ultimi due o tre decenni. Una trasformazione che non solo deriva dalla differenza epistemologica tra la scienza delle leggi e le scienze dei processi alla quale ho appena accennato, ma che ha anche una causa precisa: la deliberazione della Corte suprema degli Stati uniti del 1980 sulla brevettabilità degli organismi geneticamente modificati. Da quel momento in poi si brevetta tutto: qualsiasi pezzo di materia vivente e qualunque idea venga partorita da una mente umana.



«Lecito» e «illecito»
Oltre alla differenza sul piano epistemologico che abbiamo appena discusso, si è prodotta con il passaggio dalle scienze della materia inerte a quelle della vita e della mente una differenza radicale sul piano dell'etica professionale degli scienziati, e più in generale dell'etica pubblica. Una cosa è infatti manipolare, controllare, forgiare un oggetto fatto di materia inerte e altra cosa è compiere le stesse operazioni su un organismo vivente o addirittura sull'uomo. Lo sgretolamento della barriera tra fatti e valori sta accendendo un conflitto per l'egemonia nella società fra chi ritiene che soltanto perseguendo un crescente dominio razionale sui fatti e sulle relazioni che li connettono sia possibile affrontare i problemi della vita umana e della convivenza sociale e chi pretende di essere depositario e amministratore di valori assoluti di origine trascendente in grado di regolamentare ogni aspetto dei comportamenti umani. Ma la

Il brevetto del NUOVO CAPITALE
«APPUNTI» PER CERCARE LE RAGIONI A SINISTRA
prima parte

Nuovo modo di produrre e nuovo ruolo della scienza, In un mondo messo a rischio nella sua esistenza materiale e nella sua ragione morale. Un contributo alla discussione per non rassegnarsi al declino, tra deriva moderata e resistenza testimoniale

di Marcello Cini


Condivido tuttora, nonostante l'attuale diaspora della sinistra, la domanda che Claudio Fava aveva posto a Chianciano con chiarezza: «Abbiamo paura di impegnarci nella costruzione di una sinistra che sappia finalmente elaborare le culture del comunismo e del socialismo per proporne una sintesi originale? Qualcuno di noi è così miope da vivere questa sfida culturale e politica, che forse prenderà il tempo e lo spazio di una generazione, come un tradimento ai sacri luoghi delle nostre identità? O pensiamo davvero che tra dieci o vent'anni ci saranno ancora, in questo paese, una sinistra cosiddetta 'socialdemocratica' e una sinistra cosiddetta 'comunista', ciascuna gelosa custode delle proprie liturgie e della propria storia? Un nuovo soggetto politico di sinistra non soffocato dall'ornamento dei propri aggettivi è solo una favola che ci raccontiamo o è realmente una sfida che ci mette tutti (tutti!) in discussione?». Penso ancora che il dibattito su come iniziare a costruire gli strumenti che possono contrastare l'offensiva travolgente che il capitalismo del XXI secolo sta portando avanti contro i popoli della Terra dovrebbe avere la priorità. Temo invece che l'obiettivo della ricostruzione di una sinistra senza aggettivi non sia ancora percepito nella sua urgenza. Certo non si potrà affrontarlo finché ognuno intende presentarsi all'appuntamento con la pretesa di usare la propria cassetta di attrezzi ereditata dal bisnonno. Proverò in questo testo - diviso in due parti - a elencare alcune differenze, secondo me essenziali, tra il capitalismo del XX e quello del XXI secolo sulle quali bisognerebbe costruire questo discorso comune.


Profitto «intangibile»
La prima differenza investe il modo di produzione della ricchezza. Essa è rappresentata dalla tendenza, suffragata da fatti sotto gli occhi di tutti, a fondare sempre più la formazione del profitto nel processo di accumulazione del capitale sulla produzione di merci non tangibili (non solo conoscenza, informazione, saperi, formazione, ma anche comunicazione, intrattenimento e addirittura modelli di vita). Non voglio dire che la produzione di merci materiali sia diventata inessenziale o quantitativamente secondaria, ma insisto che la produzione delle merci necessarie al soddisfacimento dei bisogni crescenti della popolazione umana è sempre più impregnata in ogni suo interstizio e resa concretamente possibile da una sempre maggiore e indispensabile componente non tangibile di conoscenza. L'obiettivo principale del capitalismo odierno è dunque di negare la differenza sostanziale tra la natura dei beni materiali e quella dei beni immateriali, nascondendo la proprietà fondamentale di questi ultimi che, contrariamente a ciò che accade per i beni materiali, è quella di poter essere goduti da parte di un «consumatore» lasciando intatta la possibilità che innumerevoli altri facciano altrettanto. Il «consumatore» dunque in realtà non «consuma» il bene di cui fruisce, che può continuare a essere a disposizione di tutti. La differenza non investe soltanto la fase del «consumo», ma anche quella della produzione. Mentre per l'operaio della fabbrica di merci materiali (nelle sue fasi successive dal fordismo al toyotismo) la categoria marxiana di lavoro astratto, misurabile quantitativamente, rappresentava tutto sommato la sostanza del rapporto capitale lavoro (e comunque stava alla base dell'analisi di Sraffa sulla «produzione di merci a mezzo di merci»), per il lavoratore della fabbrica delle parole (folgorante a questo proposito il film di Virzì sulla vita degli operatori dei call-center che vale più di tanti corposi saggi) la categoria della qualità caratterizza inevitabilmente il lavoro di ogni individuo. La differenza è sostanziale. Nel primo caso gli operai si sentivano oggettivamente e soggettivamente uguali, e dunque solidali tra loro. Si contrapponevano al capitale attraverso sindacati e partiti di classe. Nel secondo ogni lavoratore compete con gli altri con tutti i mezzi per sopravvivere. L'individualismo e la solitudine sono la regola. Questo spiega tante cose: in primo luogo la vittoria di Berlusconi. Il discorso andrebbe approfondito, e io non sono in grado di farlo: mi stupisce però che chi dovrebbe saperne più di me non lo faccia.



La Terra al collasso
La seconda differenza fondamentale è la scoperta dei limiti fisici dell'ecosistema terrestre. Sono rimaste inascoltate, e addirittura accusate di terrorismo intellettuale, fino a due o tre anni fa le grida d'allarme (che risalgono agli anni 70) dei primi ambientalisti, intesi a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sui sintomi dell'incipiente degrado che avrebbe investito il pianeta, nonostante che esse siano state via via rafforzate per trent'anni da fatti incontrovertibili e da analisi rigorose. Soltanto da un paio d'anni gli scienziati dell'IPCC (l'organismo delle Nazioni Unite per lo studio del cambiamento climatico) sono arrivari alla conclusione - ormai finalmente condivisa dalla maggior parte della comunità scientifica internazionale e fatta propria anche dai maggiori esponenti politici della Comunità Europea - che interventi concreti massicci e urgenti sono necessari per contrastare l'aumento dell'effetto serra e della temperatura globale del pianeta e impedire le sue conseguenze devastanti. Conseguenze del resto previste e quantificate nel notissimo rapporto redatto dal principale consulente economico di Tony Blair, Nicholas Stern, nel quale si prevede che, se si continua a non intraprendere alcuna azione significativa per ridurre l'emissione di CO2 nell'atmosfera, i danni del riscaldamento globale potranno arrivare nel giro di dieci, al massimo venti anni, a un tasso annuo tra il 5% e il 20% del Pil globale. Una cifra da confrontare con una spesa attorno all'uno per cento in misure preventive da iniziare subito. Non insisterei su questo argomento che è ormai ben noto, se non fosse per l'incomprensione da parte della tradizione comunista di questo processo, incomprensione che costituisce purtroppo una pesante palla al piede della sinistra.



La scienza «a servizio»
La terza differenza riguarda la scienza. Nell'immaginario collettivo la scienza ha assunto un peso enorme, carico da un lato di aspettative, e dall'altro di paure. Per capirne l'origine occorre rendersi conto che anch'essa ha subito un profondo mutamento. Esso consiste nel suo passaggio dal modello galileiano e newtoniano di conoscenza delle proprietà e della struttura della materia inerte, fondato sulla ricerca delle leggi generali e immutabili della natura che ne sarebbero la causa prima, al modello di conoscenza delle proprietà della materia vivente e della mente umana fondato sul riconoscimento dell'unicità di ogni processo nel quadro dei principi dell'evoluzione darwiniana e dell'autorganizzazione dei sistemi complessi. Non c'è più dunque una scala gerarchica di attività separate e distinte che vede al vertice una scienza «pura» come scoperta disinteressata e autonoma delle leggi generali della natura, dalla quale nasce una tecnologia che ne applica i risultati per creare oggetti destinati a fini utili, e a sua volta li consegna all'economia perché investa le risorse necessarie a immetterli nel modo più efficiente e profittevole sul mercato. Queste tre fasi si intrecciano strettamente tra loro. Molti scienziati seri e disinteressati, impegnati in un lavoro di ricerca «di base», che non si pone l'obiettivo immediato di ottenere risultati da immettere sul mercato, negano che questa svolta sia così radicale e sostanziale, e auspicano comunque che la barriera tra scienza e tecnologia venga ripristinata e rafforzata. Secondo me si tratta di una illusoria aspirazione a tornare ai bei tempi passati, che ignora il carattere irreversibile della trasformazione che ha investito il tessuto sociale negli ultimi due o tre decenni. Una trasformazione che non solo deriva dalla differenza epistemologica tra la scienza delle leggi e le scienze dei processi alla quale ho appena accennato, ma che ha anche una causa precisa: la deliberazione della Corte suprema degli Stati uniti del 1980 sulla brevettabilità degli organismi geneticamente modificati. Da quel momento in poi si brevetta tutto: qualsiasi pezzo di materia vivente e qualunque idea venga partorita da una mente umana.



«Lecito» e «illecito»
Oltre alla differenza sul piano epistemologico che abbiamo appena discusso, si è prodotta con il passaggio dalle scienze della materia inerte a quelle della vita e della mente una differenza radicale sul piano dell'etica professionale degli scienziati, e più in generale dell'etica pubblica. Una cosa è infatti manipolare, controllare, forgiare un oggetto fatto di materia inerte e altra cosa è compiere le stesse operazioni su un organismo vivente o addirittura sull'uomo. Lo sgretolamento della barriera tra fatti e valori sta accendendo un conflitto per l'egemonia nella società fra chi ritiene che soltanto perseguendo un crescente dominio razionale sui fatti e sulle relazioni che li connettono sia possibile affrontare i problemi della vita umana e della convivenza sociale e chi pretende di essere depositario e amministratore di valori assoluti di origine trascendente in grado di regolamentare ogni aspetto dei comportamenti umani. Ma la scoperta che inevitabilmente la scienza si trova ad avere a che fare con giudizi di valore porta la religione ad appropriarsi del diritto di decidere in merito, con la scusa che la religione ha il monopolio della morale. Sappiamo tutti che questa è la pretesa del papa Benedetto XVI. E' una intrusione indebita, come hanno ampiamente dimostrato pensatori come Jurgen Habermas, Hans Jonas, e giuristi come Gustavo Zagrebelski. Deve essere tuttavia ben chiaro che la battaglia per l'autonomia della scienza contro l'ingerenza dei dogmi religiosi non può essere condotta in nome di una astratta scienza galileiana che ignora l'intreccio tra conoscenza e valori che caratterizza oggi le scienze della vita e della mente. Se si pretende che in tre secoli la scienza non sia cambiata si perde in partenza. Se invece si riconosce che l'intreccio fra conoscenza e valori è nelle cose, diventa legittimo, anzi necessario, rifiutarsi di «ritagliarne» i temi, come si dice oggi, «eticamente sensibili» per cederne la competenza a un unico soggetto esterno, per di più autoritario per natura, come il capo della Chiesa cattolica. La formazione del consenso sul lecito e l'illecito deve invece coinvolgere, nelle forme da costruire insieme, una molteplicità di soggetti, aperti al dialogo e al confronto reciproco, portatori di tradizioni culturali, istanze sociali, esperienze del passato e progetti per il futuro in grado di presentare punti di vista diversi diffusi, ma ignorati dai meccanismi di decisione attualmente adottati senza discussione, con affrettata arroganza e incoscienza dai detentori dei poteri e degli interessi più forti.



dal Manifesto del 09/09/08
seconda parte scoperta che inevitabilmente la scienza si trova ad avere a che fare con giudizi di valore porta la religione ad appropriarsi del diritto di decidere in merito, con la scusa che la religione ha il monopolio della morale. Sappiamo tutti che questa è la pretesa del papa Benedetto XVI. E' una intrusione indebita, come hanno ampiamente dimostrato pensatori come Jurgen Habermas, Hans Jonas, e giuristi come Gustavo Zagrebelski. Deve essere tuttavia ben chiaro che la battaglia per l'autonomia della scienza contro l'ingerenza dei dogmi religiosi non può essere condotta in nome di una astratta scienza galileiana che ignora l'intreccio tra conoscenza e valori che caratterizza oggi le scienze della vita e della mente. Se si pretende che in tre secoli la scienza non sia cambiata si perde in partenza. Se invece si riconosce che l'intreccio fra conoscenza e valori è nelle cose, diventa legittimo, anzi necessario, rifiutarsi di «ritagliarne» i temi, come si dice oggi, «eticamente sensibili» per cederne la competenza a un unico soggetto esterno, per di più autoritario per natura, come il capo della Chiesa cattolica. La formazione del consenso sul lecito e l'illecito deve invece coinvolgere, nelle forme da costruire insieme, una molteplicità di soggetti, aperti al dialogo e al confronto reciproco, portatori di tradizioni culturali, istanze sociali, esperienze del passato e progetti per il futuro in grado di presentare punti di vista diversi diffusi, ma ignorati dai meccanismi di decisione attualmente adottati senza discussione, con affrettata arroganza e incoscienza dai detentori dei poteri e degli interessi più forti.


dal Manifesto del 09/09/08
seconda parte

martedì 9 settembre 2008

Il Travaglio delle carceri

Abbiamo troppi detenuti, un corno! Cosa vuol dire “troppi detenuti”? In base a cosa? Quale sarebbe il numero perfetto di detenuti? Non esiste! Il numero dei detenuti dipende direttamente dal numero delle persone che violano la legge, vengono prese e vengono condannate a una pena che, secondo la legge, prevede il carcere. Quindi non esiste né il “troppi”, né il “troppo pochi”. Ci sono quelli che riusciamo a prendere. In un Paese che, tra l’altro, per certi tipi di reati i livelli di impunità sono quasi al 90%, immaginate che cosa succederebbe se conquistassimo 1% di efficienza in più all’anno.

L'ho sempre detto, Travaglio lo devi prendere per quello che è: a volte ti piace perché ti restituisce il piacere del buon senso e della verità, quella che hai sotto gli occhi e che molti si rifiutano di vedere, altre volte, come in questo passaggio, tira fuori la sua vena conservatrice e non ti piace affatto. Niente bei discorsi romantici e fumosi, niente analisi sociologiche buoniste, per carità: la legge è legge! Non mi piace: qualche volta si va in galera per amore delle proprie idee, spesso perchè sei un dannato della terra e basta.
L'illegalità di oggi può essere la legalità di domani. Gli schiavi che scappavano commettevano reato, oggi la schiavitù è reato. Se non sei un giudice o un poliziotto in servizio devi porti il problema delle ingiustizie e non solo dell'applicazione del codice, ciò significa che devi assumerti delle responsabilità. Si chiama conflitto sociale, esiste, è sempre esistito e non si può ignorarlo, è il motore della storia  e spesso  porta  la  gente in galera.
Altra cosa è la galera per mafiosi, corrotti e psicopatici assassini.
Su una cosa sono d'accordo: ognuno deve assumersi la responsabilità delle proprie illegalità. (F.C.)

domenica 7 settembre 2008

L'impero del dollaro

COME I RAGAZZI DI CHICAGO HANNO DEVASTATO L'ECONOMIA
di Mike Whitney (On line journal)
da ComeDonChisciotte
greed
Intervista a Michael Hudson

MW: L'attuale disavanzo dei conti degli Stati Uniti è di circa 700 miliardi di dollari. Si tratta di capitale “preso a prestito” sufficiente per pagare i 120 miliardi di dollari all'anno dei costi della guerra in Iraq, l'intero budget del Pentagono di 450 miliardi di dollari, e i tagli alle tasse per i ricchi operati da Bush. Come mai il resto del mondo continua a finanziare il militarismo americano attraverso l'attuale disavanzo dei conti oppure si tratta dell'inevitabile conseguenza della deregolamentazione della valuta, dell'”egemonia del dollaro” e della globalizzazione?

Michael Hudson: Come ho spiegato in “Super Imperialism”, le banche centrali degli altri paesi comprano dollari non perché pensano che il bene dollaro in sé sia un “buon acquisto” ma perché se NON riciclassero i loro avanzi commerciali e le spese per le acquisizioni e le spese militari degli Stati Uniti acquistando obbligazioni del Tesoro, di Fannie Mae e altri tipi di obbligazioni, le loro valute aumenterebbero di valore rispetto al dollaro. Tutto questo escluderebbe i loro esportatori dai mercati mondiali basati sul dollaro. Quindi gli Stati Uniti possono spendere soldi a sbafo.

La soluzione è (1) controllo dei capitali per bloccare ulteriori recepimenti del dollaro, (2) dazi variabili verso le importazioni provenienti dalle economie che recepiscono il dollaro, (3) acquisizione di investimenti americani nei paesi che recepiscono il dollaro (in modo che Europa e Asia utilizzino i dollari delle loro banche centrali per acquisire gli investimenti privati degli Stati Uniti al loro valore contabile), (4) sovvenzionare le esportazioni verso le economie che recepiscono il dollaro e che hanno una valuta deprezzata. Gli Stati Uniti farebbero lo stesso se fossero un paese con un avanzo nei pagamenti. In altre parole, Europa e Asia tratterebbero gli Stati Uniti come i ragazzi del Consenso di Washington trattano i debitori del Terzo Mondo: acquisendo le loro materie prime e le altre industrie, le piantagioni e i loro governi.



MW: L'economista Henry Liu ha scritto in un articolo che “l'egemonia del dollaro consente agli Stati Uniti di possedere indirettamente, ma di fatto, l'intera economia globale esigendo che le sue ricchezze siano espresse in dollari a corso forzoso che gli Stati Uniti possono stampare a piacimento con poco o nulla da temere in fatto di sanzioni monetarie... il commercio mondiale oggi è un gioco nel quale gli Stati Uniti producono dollari a corso forzoso dal valore di scambio incerto e dal valore intrinseco inesistente, mentre il resto del mondo produce beni e servizi che i dollari possono comprare a “prezzi di mercato” quotati in dollari.” Liu sta esagerando oppure la Federal Reserve e le élite bancarie occidentali hanno davvero capito come mantenere il controllo imperiale sull'economia globale semplicemente garantendo che la maggior parte dell'energia, delle materie prime e delle merci prodotte sia espressa in dollari? Se è così, allora sembrerebbe che il vero valore nominale del dollaro non abbia alcuna importanza fintanto che la divisa statunitense continua ad essere utilizzata nell'acquisto delle materie prime. E' esatto?


Michael Hudson: Henry Liu ed io parliamo di queste cose da tanti anni. Siamo assolutamente d’accordo e il brano che lei ha citato è del tutto corretto. I suoi articoli su Asia Times forniscono un'analisi costante sull'egemonia del dollaro.

MW: Qual è il rapporto tra i salari ristagnanti dei lavoratori e l'attuale crisi del credito? Se i salari fossero mantenuti al passo dei livelli di produzione, non sarebbe stato più difficile ritrovarsi nel pasticcio in cui ci troviamo oggi? E, se questo è vero, non dovremmo concentrarci di più nel ri-sindacalizzare il lavoro invece di cercare altre soluzioni provenienti dal patetico Partito Democratico?


Michael Hudson: La crisi del credito deriva dalla “magia dell'interesse composto”, vale a dire la tendenza dei debiti a raddoppiare e triplicare. Ogni tasso di interesse raddoppia nel tempo. Nessuna “vera” economia di produzione e nessun avanzo economico può tenere il passo di questa tendenza del debito ad aumentare più rapidamente. Quindi, la crisi finanziaria sarebbe avvenuta comunque, indipendentemente dai livelli dei salari.

Molto semplicemente, il prezzo di un'abitazione tende ad assorbire tutte il reddito a disposizione di chi ha comprato casa. Quindi, se i salari fossero aumentati più rapidamente anche i prezzi delle abitazioni sarebbero aumentati più rapidamente perché i lavoratori avrebbero impegnato una quota maggiore della loro busta paga per portare avanti un mutuo più elevato. I salari ristagnanti hanno aiutato solamente a tenere a freno i prezzi delle abitazioni a prezzi stratosferici, e non ancora a livelli fuori da questo mondo.

Quanto ai sindacati, non sono stati di nessun aiuto nel risolvere la crisi immobiliare. In Germania, dove mi trovo ora, i sindacati hanno patrocinato delle cooperative, come veniva fatto a New York, con una bassa quota di iscrizione. Quindi, i costi immobiliari assorbono all'incirca il 20% del bilancio della famiglia tedesca, in confronto al 40% degli Stati Uniti. Immaginate cosa si potrebbe fare se i fondi pensione avessero messo il denaro dei loro sottoscrittori nel mercato immobiliare invece del mercato azionario per comprare e far salire i prezzi per quelle azioni che gli amministratori delegati e gli addetti ai lavori stavano vendendo.

MW: Quando i politici o la classe dirigente della politica estera parlano dell'integrazione della Russia o della Cina nel “sistema internazionale”, che cosa intendono veramente? Intendono il sistema espressione del dollaro che è governato dalla Fed, dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dal WTO? I paesi compromettono la propria sovranità nazionale quando partecipano al sistema economico diretto dagli Stati Uniti?

Michael Hudson: Con “integrazione” intendono assorbimento, come un parassita che si integra in un organismo ospite. Intendono dire, secondo le norme del WTO e del FMI, che agli altri paesi sarà proibito arricchirsi nel modo in cui si sono arricchiti gli Stati Uniti durante il XIX e l'inizio del XX secolo. Solo agli Stati Uniti sarà permesso sovvenzionare la propria agricoltura, grazie al diritto unico di essere esentati nel loro appoggio ai prezzi. Solo gli Stati Uniti saranno liberi di aumentare i tassi di interesse per stabilizzare la propria bilancia dei pagamenti, e solo loro potranno consacrare la propria politica monetaria per favorire il credito facile e l'inflazione sul prezzo dei beni. E solo gli Stati Uniti potranno avere un disavanzo militare, obbligando le banche centrali straniere dei paesi che recepiscono il dollaro a lasciarli spendere a sbafo. In altre parole, non c'è niente di gratuito per gli altri paesi, solo per gli Stati Uniti.

Gli altri paesi rinunciano certamente alla propria sovranità nazionale. Gli Stati Uniti non hanno mai adattato la propria economia per creare un equilibrio con gli altri paesi. Per essere corretti, sotto questo aspetto solo gli Stati Uniti agiscono totalmente nel proprio interesse. Il grosso problema è che gli altri paesi non “giocano” proprio. Non si comportano come dei come veri governi. Per giocare occorre essere almeno in due. I governi hanno solamente dato la loro approvazione all'aggressione economica degli Stati Uniti.

MW: Quale pensa che sarebbe la reazione dell'amministrazione Bush se un paese più piccolo, come la Svizzera, vendesse centinaia di miliardi di dollari di securities garantite da ipoteche di nessun valore alle banche di investimento e alle società di assicurazione negli Stati Uniti? Non ne scaturirebbe una causa giudiziaria con la richiesta che entrambe le parti vengano ritenute responsabili? Quindi, come spiega il fatto che la Cina e i paesi dell'Unione Europea, che sono stati vittima di questo enorme raggiro, non abbiano boicottato i prodotti finanziari degli Stati Uniti o abbiamo richiesto i danni?

Michael Hudson: La legge internazionale non è chiara in merito alla frode finanziaria. La regola è che l'acquirente deve, all'atto dell'acquisto, fare attenzione a eventuali difetti di fabbricazione. Gli investitori stranieri hanno corso il rischio e si sono fidati di un sistema finanziario americano deregolamentato che ha reso semplice far soldi grazie alla frode finanziaria. Fondamentalmente, si sono fidati della deregolamentazione neoliberista - a casa propria come negli Stati Uniti. Anche l'Inghilterra ora si trova negli stessi pasticci. Si pensava che la “responsabilità” fosse delle società contabili e delle agenzia di rating. Gli investitori stranieri erano così ideologicamente accecati dalla retorica del libero mercato che hanno creduto alle storielle della “auto-regolamentazione” e del fatto che i mercati che si auto-regolano tendono verso l'equilibrio piuttosto che alla tendenza del mondo reale verso una polarizzazione finanziaria ed economica.

In altre parole, alla maggior parte degli investitori stranieri mancano le basi della teoria economica. Gli Stati Uniti potrebbero semplicemente ribattere che si devono assumere la responsabilità dei loro cattivi investimenti, come è stato detto ai fondi pensione degli Stati Uniti e ad altri investitori.

MW: Il Congresso ha recentemente approvato un disegno di legge che concede al segretario al Tesoro Henry Paulson l'autorità senza precedenti di utilizzare tutto il denaro necessario per mantenere la solvibilità di Fannie Mae e Freddie Mac. Paulson ha assicurato il Congresso che non avrà bisogno di più di 25 miliardi di dollari ma il disegno di legge di 400 pagine gli consente di aumentare il debito nazionale di altri 800 miliardi di dollari. Come influirà il salvataggio di Fannie e Freddie sul dollaro e sul budget del disavanzo? Probabilmente schizzeranno alle stelle i tassi di interesse?

Michael Hudson: La Fed può inondare l'economia di denaro, lo stile Alan Greenspan, per impedire l'impennata dei tassi di interesse. Nessuno sa realmente che cosa accadrà con Fannie Mae e Freddie Mac ma sembra che la crisi ipotecaria e finanziaria sarà peggiore, molto peggiore l'anno prossimo. Ci stiamo dirigendo nella tempesta dei mutui a tasso variabile (ARM) che verranno riformulati a tassi più elevati e dove le banche degli Stati Uniti devono ribaltare i debiti esistenti in un mercato in cui gli investitori stranieri temono che queste stesse banche non abbiano più utili a disposizione.

Qui vige il detto “il pesce grande mangia il pesce piccolo.” Wall Street sarà salvata e alle banche verrà permesso di “uscire dal debito” come fu fatto dopo il 1980, sfruttando i clienti individuali, soprattutti i clienti delle carte di credito e chi ha bisogno di un prestito. Ci saranno molti fallimenti e la gente soffrirà più che mai a causa della severa legislazione sui fallimenti tutta a favore dei creditori che il Congresso ha approvato su ordine dei lobbysti bancari.

MW: Alcuni mesi fa, il Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale in cui si affermava che si potevano ipotizzare due scenari da incubo se l'attuale crisi del credito non fosse stata gestita nel modo corretto. Ci sarebbe stata una corsa all'acquisto di dollari causandone un improvviso crollo del valore, oppure l'inaspettato fallimento di un'importante istituzione finanziaria avrebbe dato l'incipit ad un crollo del mercato azionario. La scorsa settimana, l'ex direttore del Fondo Monetario Internazionale ha innescato una svendita a Wall Street quando ha detto che “non stiamo solamente assistendo a delle banche di medie dimensioni che falliranno nei prossimi mesi, assisteremo a un disastro, un disastro davvero grosso - una delle grandi banche d'investimento.” E se Rogoff avesse ragione e Merrill, Citi o Lehman andassero a gambe all'aria? Sarebbe sufficiente per far precipitare il mercato azionario?

Michael Hudson: Non necessariamente. Citibank verrebbe nazionalizzata, e quindi svenduta. Il principio dovrebbe essere che se una banca è “troppo grande per fallire”, dovrebbe essere liquidata.

Questo dovrebbe iniziare con un l'abrogazione dell'abrogazione della legge Glass-Steagall1 ad opera dall'amministrazione Clinton.

In quanto a Lehman, riceverebbe lo stesso trattamento di Bear Stearns e sarebbe svenduta anch'essa - probabilmente ad un hedge fund. Merrill è molto più grande ma potrebbe essere lottizzata, credo. L'indice finanziario del mercato azionario precipiterebbe, ma non per forza anche i prezzi azionari dell'industria.

MW: Secondo MarketWatch: “Nei tre mesi da aprile a giugno, le banche hanno annunciato la loro seconda peggior prestazione negli utili dal 1991... utili che per il secondo trimestre ammontano a 5 miliardi di dollari che, in confronto ai 36,8 miliardi di dollari di un anno fa, rappresentano un calo dell’86,5%”. Inoltre, secondo un articolo comparso in prima pagina sul Wall Street Journal “le istituzioni finanziarie dovranno ripagare almeno 787 miliardi di dollari in titoli a tasso variabile e altre obbligazioni a medio termine prima della fine del 2009.” Come potranno mai pagare le banche quasi 800 miliardi di dollari (e 200 miliardi di dollari entro dicembre!) quando hanno avuto 5 miseri miliardi di utili in questo trimestre!? E come pensa la Federal Reserve di mantenere in funzione tutto il sistema quando gli utili non arrivano neppure a coprire le attuali passività? Le banche hanno qualche fonte di entrate segreta di cui non siamo a conoscenza oppure il sistema si sta dirigendo verso il disastro?

Michael Hudson: Il metodo convenzionale per estinguere un debito è quello di creare ULTERIORE debito. L'interesse dovuto viene semplicemente aggiunto al capitale e quindi il debito aumenta in modo esponenziale. Questo è il vero significato del concetto “la magia dell'interesse composto.” Significa che non solo i risparmi rimasti per accumulare interesse continuano a raddoppiare e triplicare, ma anche i debiti raddoppiano e triplicano perché i risparmi che sono dati a prestito nella sezione di “attività” dello stato patrimoniale del creditore (oggi, il 10% più ricco del paese) diventano debiti nella sezione di “passività” dello stato patrimoniale (il restante 90%).

Le banche non hanno una fonte di entrate segreta. E' tutto alla luce del sole. Portano le loro ipoteche spazzatura alla Federal Reserve e prendono a prestito il denaro al loro pieno valore nominale. Il governo rimane con la spazzatura.

Il governo può acquistare la banca, come ha fatto la Banca d'Inghilterra con la Northern Rock quando questa è fallita all'inizio di quest'anno, oppure può consentire alla banca di “guadagnare” ancora truffando ulteriormente i propri clienti.

MW: Dal 2000 al 2006, il valore complessivo del mercato immobiliare al dettaglio negli Stati Uniti è raddoppiato, passando da circa 11.000 miliardi di dollari a 22.000 miliardi di dollari in soli 6 anni. Negli ultimi 200 anni, il mercato immobiliare si è tenuto a malapena al passo dell'inflazione, di solito aumentanto del 2-3% all'anno. I bassi interessi della Federal Reserve sono stati la causa principale della bolla finanziaria senza precedenti eppure l'ex capo della Fed Alan Greenspan declina qualsiasi responsabilità per quella che l'Economist definisce “la più grande bolla della storia”. Greenspan ha capito i problemi che ha causato con le sue politiche monetarie “ammorbidite” oppure ci dev'essere stata qualche altra ragione dietro le sue azioni?

Michael Hudson: A Greenspan non importava nulla del problema. Si considerava la ragazza pon-pon per la gente che riusciva ad arricchirsi in modo rapido. Sono sempre stati i suoi clienti più importanti durante gli anni trascorsi a Wall Street e si è visto come il loro servo - una specie di esca per squali.

L'idea di Greenspan di “creazione della ricchezza” era quella di affrontare le linee di minor resistenza e gonfiare i prezzi dei beni. Pensava che il modo per consentire all'economia di andare avanti con il suo debito globale fosse quello di gonfiare i prezzi dei beni in modo che i debitori dovessero ricorrere al prestito dell'interesse in scadenza dando in pegno dei collaterali (proprietà immobiliari, azioni e obbligazioni) che stavano aumentando nel loro prezzo di mercato. Nella sua visione del mondo in stile Ayn Rand2, un modo di fare soldi era considerato economicalmente e socialmente produttivo come un qualsiasi altro modo. Comprare una proprietà e attendere che il suo prezzo si gonfiasse era ritenuto produttivo tanto quanto investire in nuovi mezzi di produzione.

Sin da quando era il co-fondatore della NABE (l'Associazione Nazionale degli Economisti), Greenspan ha visto solamente il PIL e lo stato patrimoniale del paese come indicatori economici, essendo “assolutamente oggettivi”. Questo era un suo limite intellettuale e concettuale. Egli voleva fornire un metodo per arricchirsi agli investitori smaliziati, e il metodo più semplice per arricchirsi era quello di rimanere in passivo e avere il pranzo pagato. La sua ideologia lo condusse a credere all'ideologia del “libero mercato” che il settore finanziario si sarebbe auto-regolamentato e perciò si sarebbe comportato onestamente. Ma Greenspan spalancò le porte ai truffatori finanziari. La sua serie di misure non faceva distinzione tra una Contrywide Financial che si arricchiva, una Enron che si arricchiva e una General Motors o altre industrie che espandevano i propri mezzi di produzione. L'economia veniva svuotata ma questo non compariva in nessuna delle misure che Greenspan prendeva in considerazione all’ombra della sua veranda alla Federal Reserve.

Così come i giornalisti e i mass media acclamano ogni flessione del mercato come “sorprendente” e “imprevista”, Greenspan era ingenuo come una pecora che corre a testa bassa verso il dirupo. E' un istinto innato per i ragazzi del libero mercato.

MW: Il mercato immobiliare sta precipitando, battendo ogni giorno nuovi record per pignoramenti, giacenze e prezzi in discesa. Il sistema bancario sta addirittura peggio, sottocapitalizzato e sepolto da una montagna di beni declassati. Sembra esserci un consenso crescente che questi problemi non facciano solamente parte di una normale flessione economica ma siano il diretto risultato delle politiche monetarie della Fed. Stiamo assistendo al crollo del modello delle banche centrali come un modo di regolamentazione dei mercati? Pensa che l'attuale crisi rafforzerà il sistema odierno oppure renderà più semplice agli americani la rivendicazione di un maggiore controllo sulla politica monetaria?

Michael Hudson: E lo considera un “fallimento”? La sua prospettiva guarda dal basso verso l'alto. Ma il modello finanziario è stato un grande successo visto dalla posizione di forza in cima alla piramide economica che guarda verso il basso. L'economia è stata polarizzata al punto in cui il 10% più ricco ora possiede l'85% delle ricchezze della nazione. Mai prima nella storia il restante 90% si è trovato così pesantemente indebitato, così dipendente dalla ricchezza. Dal loro punto di vista, il loro potere ha superato anche quello a cui le statiche economiche si sono da sempre attenute.

Deve rendersi conto che quello che stanno tentando di fare è ritornare indietro all'Illuminismo, ritornare alla filosofia morale e ai valori sociali dell'economia politica classica che ebbe il suo apice nelle leggi dell'epoca progressista, come pure le istituzioni del New Deal. Non stanno tentando di rendere l'economia più equa, non stanno tentando di spartire il loro potere. La loro avidità (come faceva notare Aristotele) è infinita. Dunque, quella che lei ritiene una violazione dei valori tradizionali è una riaffermazione dei valori pre-industriali e feudali. L'economia sta per essere riportata sulla strada dei servi della gleba. E questa strada non è il patrocinio del progresso economico e dell'innalzamento del tenore di vita da parte del governo. E’ lo smantellamento del governo, la dissoluzione delle agenzie di regolamentazione per creare una nuova élite di tipo feudale.

L'ex Unione Sovietica fornisce un modello di quello che i neoliberalisti vorrebbero creare. Non solo in Russia, ma anche negli stati baltici e nelle ex repubbliche sovietiche, essi hanno creato delle cleptocrazie locali in stile Pinochet. In Russia, i cleptocrati hanno fondato un partito di stampo dichiaramente pinochetista, il Partito delle Forze di Destra.

Affinché la popolazione americana e tutte le altre popolazioni rivendichino un maggiore controllo sulla politica monetaria, hanno bisogno di una teoria di quella che dovrebbe essere una buona politica monetaria. All'inizio del XIX secolo i seguaci di Saint-Simon in Francia iniziarono a sviluppare una politica simile. Alla fine di quel secolo, fu la volta anche dell'Europa Centrale, mobilitando il sistema bancario e finanziario a promuovere l'industrializzazione, in consulto con il governo (e catalizzato dalle spese militari e navali, per star sicuri). Ma tutto questo è scomparso dalla storia del pensiero economico, non viene più addirittura insegnato agli studenti di economia. I ragazzi di Chicago3 hanno avuto successo nel censurare qualsiasi alternativa alla loro razionalizzazione del libero mercato dello spoglio dei patrimoni e della polarizzazione economica.

Il mio personale modello sarebbe quello di collocare le banche centrali all'interno del Tesoro, e non semplicemente il Consiglio di Amministrazione dell'avido sistema bancario commerciale. Prima lei ha citato Henry Liu, e io penso che sia arrivato alla stessa conclusione nei suoi articoli su Asia Times.

MW: Vede la Federal Reserve come un'organizzazione economica ideata principalmente per mantenere l'ordine nei mercati attraverso i tassi di interesse e la regolamentazione oppure come un'istituzione politica i cui obiettivi sono quelli di imporre al resto del mondo un modello di capitalismo dominato dagli Stati Uniti?

Michael Hudson: Starà scherzando! La Fed ha trasformato in un eufemismo il concetto di “mantenimento dell'ordine” per consolidare il potere da parte del settore finanziario e, in generale, del settore FAI (Finanza, Assicurazioni, Immobiliare) sulla “vera” economia di produzione e di consumo. I suoi dirigenti vedono il proprio lavoro come quello di agire per conto del sistema bancario commerciale per consentirgli di fare soldi a scapito del resto dell'economia. Sotto le vesti del Consiglio di Amministrazione si adopera per combattere la regolamentazione, per appoggiare Wall Street, per bloccare qualunque risveglio di una legge anti-usura, per promuovere “liberi mercati” quasi indistinguibili dalla vera e propria frode finanziaria, per depenalizzare i cattivi comportamenti - e soprattutto gonfiare il prezzo della proprietà in relazione ai salari dei lavoratori e addirittura in relazione ai profitti dell'industria.

Il lavoro della Fed non è propriamente quello di imporre il Consenso di Washington al resto del mondo. Questo è il lavoro della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, coordinati dal Tesoro (l’esempio più famoso fu Robert Rubin sotto la presidenza Clinton) e dall'AID, insieme alle operazioni nascoste della CIA e del National Endowment for Democracy. Non c'è bisogno di una politica monetaria per fare questo, basta solamente una corruzione di massa. E chiamatela “lobbying” e promozione dei valori democratici - valori per combattere il potere del governo di regolamentare o controllare la finanza nel mondo. Il potere finanziario è intrinsecamente cosmopolita e, come tale, antagonista del potere dei governi nazionali.

La Fed e le altre agenzie governative, Wall Street e il resto dell'economia fanno parte di un sistema globale. Ciascuna agenzia deve essere vista nel contesto di questo sistema e delle sue dinamiche - e queste dinamiche sono quelle di polarizzare, soprattutto dalle cause finanziarie. Quindi, siamo tornati alla “magia dell'interesse composto”, ora allargata per includere la “libera” creazione del credito e l'arbitraggio.

Il problema è che nessuna di queste cose compare nei corsi di studio universitari. E il silenzio dei principali media per parlarne o addirittura per riconoscerle significa che sono invisibili tranne per quei beneficiari che stanno gestendo il sistema.

Mike Whitney


Traduzione a cura di JJULES per www.comedonchisciotte.org

NOTE DEL TRADUTTORE

1 La legge Glass-Steagall risale al 1933 e stabiliva la creazione della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) e comprendeva alcune riforme del sistema bancario, alcune delle quali volte a controllare la speculazione. Alcuni articoli che consentivano alla Federal Reserve di regolare i tassi di interesse nei conti di risparmio furono abrogati nel 1980, mentre altri articoli che proibivano l'acquisto di una banca da parte di un'altra società finanziaria furono abrogati nel 1999 dalla legge Gramm-Leach-Billey.

2 Ayn Rand è stata una scrittrice e filosofa statunitense, ma di origini russe, oggi nota per i suoi romanzi "La fonte meravigliosa" e "La rivolta di Atlante" e grazie alla corrente filosofica dell'oggettivismo, di cui fu fondatrice. La sua filosofia e la sua narrativa insistono sui concetti di individualismo, egoismo razionale ("interesse razionale") e capitalismo.

3 I cosiddetti “Chicago Boys” erano un gruppo di circa 25 giovani economisti cileni che insegnavano all’Università di Chicago all’inizio degli anni ’70, insieme a Milton Friedman e Arnold Herberger. In seguito lavorarono sotto l’amministrazione del dittatore Augusto Pinochet per creare un’economia di libero mercato e decentralizzare il controllo dell’economia.

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Michael Hudson è un ex economista di Wall Street specializzato in bilancia dei pagamenti e mercato immobiliare. Ha lavorato presso la Chase Manhattan Bank (ora JP Morgan Chase & Co.), Arthur Anderson e, in seguito, presso l'Hudson Institute (nessun rapporto di parentela).

Nel 1990 è stato di aiuto nella costituzione del primo fondo di debito sovrano al mondo per Scudder Stevens & Clark. Il dottor Hudson è stato consigliere economico di Dennis Kucinich nel corso delle recenti primarie del Partito Democratico, ed è stato consigliere per i governi di Stati Uniti, Canada, Messico e Lettonia, oltre all'Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione e la Ricerca (UNITAR). Professore emerito presso l'Università del Missouri, Hudson è l'autore di numerosi libri, tra cui Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire (Pluto Press, 2002).

sabato 6 settembre 2008

Buona crescita 3. La qualità della vita oltre il PIL

COMMENTO

LA QUALITÀ DELLA VITA OLTRE IL PIL

di Galapagos
 

Partendo dalla sua esperienza sul campo - in tutti i sensi - Pierluigi Sullo nella rubrica «Cantieri sociali» di ieri pone alcune domande alle quali cercherò di dare risposte «tecniche» che possono fare un po' di chiarezza (non è facile) sulla polemica che da sempre rende oscuro la formazione del Pil. Partendo da una vecchia considerazione che faceva Lord Keynes: «se un nobile sposa la sua cuoca, il Pil diminuisce». Statisticamente corretto: le norme internazionali non valutano l'ordinario lavoro domestico. Se lo facessero il Pil farebbe un balzo in avanti in tutti i paesi del mondo, a cominciare da quelli dove il lavoro femminile fuori delle mura domestiche è meno praticato. Giusto?
Forse no. In ogni caso a livello di confronti internazionali poco cambierebbe. La prima domanda che Pierluigi mi pone è: «quanto di questo reddito reale (derivante da autoproduzione) è intercettato dai parametri sulla base dei quali si elaborano il reddito pro capite e il Pil?». Teoricamente tutto: le convenzioni statistiche internazionali, infatti, prevedono anche una stima delle transazioni virtuali. Queste non sono limitate alle sole donazioni di beni di consumo, ma prevedono altre forme. Come ad esempio quelle dei compensi in natura. E fanno parte di questa categoria anche le ristrutturazioni degli immobili o le abitazioni autocostruite. Il vero problema è riuscire a misurarle correttamente.
mia opinione è che siano sottostimate. Ma non solo in Italia. La seconda domanda - implicita - fa riferimento ai gruppi di «acquisto solidali», «una nicchia di mercato rilevate (...) creata per correggere il mercato, anzi abolirlo a favore dello scambio diretto». Vale la prima risposta: anche questa realtà è inclusa nelle grandezze contabili che determinano il Pil. Diverso è il problema di misurarla correttamente e di darne una quantificazione per capire come e quanto si è sviluppata. La terza domanda, anch'essa implicita, riguarda la Calabria e le attività criminali che - anch'esse - fanno ufficialmente parte del Pil.
A parte l'economia criminale, va tenuto presente, nel caso della Calabria, l'economia sommersa che secondo stime autorevoli raggiunge livelli attorno al 50%. Non sono perciò d'accordo sull'affermazione che «a garantire la sopravvivenza dei calabresi è la rete informale dello scambio di cibo e servizi». Sullo si lamenta anche che l'Ocse abbia ridotto allo 0,1% la previsione di crescita del Pil. E afferma: «non sarebbe più saggio andare a vedere come la gente inventa il suo reddito al di fuori di quel parametro e misurarne per quanto possibile la vastità e sostenere lo sviluppo di questa non più sub economia, ma ormai, altra economia?».
Ci andrei cauto: nel Sud l'economia informale è il regno dell'arbitrio e la base del potere criminale. E non è tanto i pesci o le arance che ti regalano gli amici. Se nel Sud che cerca lavoro lo fa solo attraverso amici e conoscenti e non attraverso un collocamento pubblico strutturato, beh questa cosa non solo non è da sostenere, ma è da combattere: è una grave lesione della libertà personale e è causa dei più odiosi arbitrii. Infine Pierluigi sostiene che ha visto «la gente stare meglio dove può crearsi i suoi mercati di scambio». Concordo con lui, ma ho il timore che non sia così rilevante - anche se ha forti potenziali di crescita - la parte buona dei circuiti autonomi di scambio.

Dal Manifesto del 05/09/08

Buona decrescita

Visto che parliamo di decrescita, mi sembra utile riportare i punti essenziali di un programma politico incentrato sul concetto di decrescita economica, elaborato dal sito www.decrescitafelice.it.
I punti che seguono sono preceduti da un'ampia analisi, un vero e proprio manifesto che potrete leggere sul loro stesso sito. Personalmente ho molte perplessità su questo tipo di analisi. Il dibattito è aperto. Attendiamo contributi da parte di chiunque ci aiuti a chiarire meglio i concetti di crescita e di decrescita e a proporceli in una chiave di interpretazione politica soddisfacente.


Proposta di programma politico per la decrescita

Politica economica
  1. Uso della leva fiscale per realizzare politiche energetiche finalizzate alla riduzione delle emissioni di CO2.
  2. Incentivazione delle innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre il consumo di risorse e di energia, nonché la produzione di rifiuti per unità di prodotto.
  3. Incentivazione delle economie autocentrate e delle filiere corte.
  4. Riduzione delle tasse sul lavoro alle imprese e introduzione di una carbon tax da reinvestire in efficienza energetica e fonti rinnovabili.
  5. Incentivazione dei contratti “esco” e della vendita di negawattora.
  6. Liberalizzazione del mercato dell’energia e dei rifiuti, con eliminazione delle posizioni monopolistiche ricoperte da aziende private a prevalente capitale pubblico.
  7. Ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio pubblico con l’obbiettivo minimo di avere edifici in classe “C” (70 chilowattora al metro quadrato all’anno).
  8. Parziale riconversione dell’industria automobilistica alla produzione di micro-cogeneratori.
  9. Certificazione energetica degli edifici sulla base delle classi di efficienza energetica adottate dalla Provincia autonoma di Bolzano.
  10. Riduzione dell’orario di lavoro e incentivazione del part time.
  11. Incentivazione del telelavoro.
  12. Riduzione delle forme di precariato e flessibilità nei rapporti di lavoro dipendente.

Uso del territorio, edilizia, urbanistica
  1. Blocco delle aree di espansione edilizia nei piani regolatori delle aree urbane. Incentivazione delle ristrutturazioni qualitative ed energetiche del patrimonio edilizio esistente. Concessioni di licenze edilizie soltanto per demolizioni e ricostruzioni di edifici civili o per cambi di destinazioni d’uso di aree industriali dimesse, previa destinazione di una parte di esse a verde pubblico.
  2. Formulazione di allegati energetici-ambientali ai regolamenti edilizi vincolanti la concessione delle licenze edilizie al raggiungimento degli standard di consumo previsti dalla Provincia autonoma di Bolzano (classe C: 70 kWh al metro quadrato all’anno).
  3. Espansione del verde urbano nell’ottica di una riduzione dello squilibrio complessivo tra inorganico e organico, con fissazione di percentuali annue di incremento, al fine di:
    - migliorare i microclimi urbani;
    - aumentare l’alimentazione delle falde idriche riducendo l’impermeabilizzazione dei suoli; - potenziare la fotosintesi clorofilliana per incrementare l’assorbimento CO2.
  4. Valutazione strategica dell’impatto ambientale per qualsiasi intervento sul territorio.
  5. Uso nell’edilizia di materiali locali, per quanto possibile, e riuso di materiali provenienti dalle demolizioni.
  6. Recupero delle acque piovane canalizzando i flussi delle grondaie in serbatoi di accumulo per sciacquoni e irrigazione.
  7. Divieto di costruire parcheggi per edifici destinati ad attività lavorative, divieto totale di sosta nelle strade dei centri storici a eccezione dei residenti e destinazione agli stessi dei parcheggi sotterranei esistenti.

Mobilità 
  1. Riduzione del traffico di merci e persone incentivando:
    - il telelavoro;
    - l’autoproduzione di merci;
    - le filiere corte;
    - l’uso individuale e collettivo di automobili pubbliche (car sharing e taxi collettivi)
    - l’uso collettivo di automobili private (car pooling, sistema jungo).
  2. Potenziamento dei sistemi di trasporto pubblico, favorendo i mezzi a trazione elettrica alimentati da reti e affiancando ai mezzi di trasporto collettivi (filobus e tram), mezzi di trasporto pubblico a uso individuale utilizzabili con schede pre-pagate a consumo ricaricabili (sistema amica).
  3. Raddoppio delle linee ferroviarie a binario unico.
  4. Incentivazione di filobus alimentati da reti elettriche sul sedime stradale, in modo da poter estendere l’alimentazione anche ad automobili elettriche senza batterie.
  5. Blocco del traffico privato nei centri urbani.
  6. Blocco della costruzione di nuove infrastrutture viarie.
  7. Realizzazione di opere di mitigazione ambientale delle infrastrutture viarie esistenti.

Agricoltura
  1. Messa al bando degli organismi geneticamente modificati.
  2. Incentivazioni alle aziende contadine diretto-coltivatrici a conduzione familiare che praticano l’autoproduzione e vendono le eccedenze.
  3. Eliminazione degli obblighi fiscali e della tenuta di registri contabili per la vendita diretta dei prodotti delle aziende agricole a conduzione familiare che praticano l’autoproduzione e vendono le eccedenze.
  4. Incentivazione della biodiversità e delle colture biologiche.
  5. Incentivazione delle aziende agricole nei terreni collinari e montuosi, riconoscendo economicamente il loro ruolo di tutela idrogeologica.
  6. Incentivazione delle colture no food a fini energetici privilegiando:
    - quelle di cui non si utilizzano soltanto le parti a uso energetico (per esempio: i semi oleosi), ma anche le parti destinabili all’alimentazione umana o animale (per esempio: le componenti proteiche)
    - quelle che consentono di ridurre i consumi di energia (per esempio la canapa per la coibentazione delle abitazioni) piuttosto di quelle finalizzate a produrre energia (alcol metilico e biodiesel).

Acqua
  1. Definire una quantità pro-capite giornaliera minima gratuita e far pagare il surplus a costi crescenti in relazione alla crescita dei consumi.
  2. Nelle nuove costruzioni e nelle ristrutturazioni: obbligo del doppio circuito, acqua potabile per gli usi alimentari e non potabile per gli altri usi, obbligo di usare l’acqua piovana per gli sciacquoni.
  3. Obbligo del recupero delle acque piovane in vasche di accumulo.
  4. Incentivazione, dovunque sia possibile, degli impianti di fitodepurazione.
  5. Ristrutturazione della rete idrica per ridurne le perdite, con gare d’appalto che consentano di trasformare i risparmi sui costi di gestione in quote d’ammortamento degli investimenti (sul modello delle esco)

Istruzione
  1. Sostituzione degli asili nido con assegni triennali di genitorialità.
  2. Riduzione del tempo scuola.

Politica
  1. Limite di 2 mandati elettivi, in assoluto, allo stesso livello istituzionale.
  2. Restituzione agli elettori della sovranità elettorale sequestrata dai partiti.
  3. Riduzione degli stipendi dei parlamentari alla media europea.
  4. Riduzione degli stipendi dei dirigenti di aziende pubbliche, o di aziende private a prevalente capitale pubblico, ai livelli ridotti dei parlamentari.

giovedì 4 settembre 2008

Buona crescita

Mi sono sempre chiesto se l'idea della decrescita fosse una buona idea o se invece rappresentasse unicamente una delle tante visioni utopistiche, proiezioni di un mondo desiderabile, ma totalmente inattuale. Non sarebbe male consumare meno, ma forse per alcuni la crescita non significa solo aumento dei consumi, bensì ammodernamento della pubblica amministrazione, più welfare, più diritti, più lavoro. E' un bel problema, semplice da risolvere in una società razionale (consumare meno, consumare tutti e meglio), difficilissimo da risolvere in una realtà dove prevale l'interesse del più forte.

SOTTO I DEBITI

di Galapagos



Bankitalia ieri ha fatto sapere che indebitarsi costa sempre di più: a luglio i tassi sui mutui sono saliti oltre la soglia del 6 per cento. E ancora peggio va per chi cede alle «lusinghe» degli acquisti di beni di consumo a rate: i tassi sfiorano il 10% e salgono all'11,6% per i prestiti inferiori all'anno. Eppure siamo sommersi dalle promesse di «tasso zero» reclamizzate su tutti i media. Gli italiani sono diventati più attenti negli acquisti rateali, ci ha detto due giorni fa Assofin. Ma seguitano a indebitarsi, ci spiega la Banca d'Italia: dalla fine del 2004 lo stock di debito delle famiglie è cresciuto del 32%, superando i 463 miliardi di euro: un macigno che ipoteca il futuro. Delle famiglie e anche dell'economia: per fronteggiare il debito molti saranno costretti a consumare di meno con impulsi negativi sulla domanda globale e sulla crescita del Pil. Non a caso le previsioni aggiornate che ieri ha diffuso l'Ocse proprio brutte. Soprattutto per l'Italia: quest'anno la crescita del Pil sarà di appena lo 0,1 per cento. Ma non va meglio negli altri paesi industrializzati, quelli del G7, per intenderci. Con l'eccezione degli Usa che hanno potuto gettare sul piatto delle recessione centinaia di miliardi di sgravi fiscali e di aiuti alle banche, in tutti gli altri paesi la crisi morde in profondità. Dal Giappone alla Germania, dalla Francia alla Spagna la crescita sembra essersi bloccata e sono parecchi i paesi che nel secondo trimestre hanno registrato una crescita negativa. In questa ottica non è casuale che le quotazioni del petrolio stiano rapidamente scendendo: i mercati (e la speculazione) hanno fiutato che la domanda di greggio sta flettendo e che la crisi si sta rapidamente trasmettendo anche a paesi che contano tantissimo come la Cina e l'India. Non è un caso che rompendo la «sacralità» del Ferragosto in Spagna e Francia si siano tenute riunioni straordinarie dei rispettivi governi per predisporre pacchetti di misure anticrisi. Perché è certo che la crisi nel 2009 sarà ancora più violenta se non verrà fronteggiata tempestivamente. In Italia, invece, tutto tace. Peggio: è stata varata una manovra che va in direzione opposta al buon senso: tagli e ancora tagli che freneranno ulteriormente la crescita. Fra i lettori del manifesto ci sono molti sostenitori della «non crescita», fautori della qualità della vita più che della quantità dell'espansione illimitata del Pil. E di ragioni ne hanno. Ma con un dubbio: in un paese come l'Italia ci sono macro aree che necessitano di crescita quantitativa per colmare gap storici di reddito e sviluppo. Invece la politica economica di Tremonti e Berlusconi non muove in questa direzione. Anzi, i tagli e le riforme finiranno per penalizzare la qualità della vita di milioni di persone. E anche riforme apparentemente non «economiche» come la riforma della scuola, finiranno per penalizzare le donne (ributtate nella gestione della casa) e si risolveranno in un trionfo della scuola privata. Un privato sempre più invasivo che cerca nei servizi alle famiglie una nuova frontiera per ampliare l'area del profitto. Ieri il direttore dell'Ocse ha sentenziato: l'Italia non si azzardi a praticare una politica di alleggerimento della pressione fiscale. A parte l'interferenza di un istituto che da anni non ne azzecca una, nessun problema: l'autoriduzione fiscale, cioè l'evasione di massa sta ridiventando con Tremonti (lo dicono i dati sul fabbisogno dello stato) uno «sport» di massa.

dal Manifesto del 3 Settembre 2008