venerdì 20 novembre 2015

Tutte le menzogne di Paolo Mieli sulla Siria. Il Premio Pulitzer che lo sbugiarda




Pubblichiamo insieme alla redazione di Sibialiria un articolo di risposta alle falsità scritte ieri su il Corriere della Sera da parte di Paolo Mieli. Molte sono talmente superate nel dibattito che non c’era neanche bisogno. Questo se solo non fossero state scritte su un giornale di portata nazionale in grado di mistificare l’opinione pubblica di un paese che si crede ancora libero.

Si direbbe che il successo diplomatico di Putin (entrare nella coalizione anti ISIS, neutralizzando così il progetto NATO-Petromonarchie di invadere la Siria per spodestare Assad) abbia mandato in tilt il solitamente compassato Paolo Mieli. Solo così si potrebbe spiegare il suo facinoroso  articolo sul “Corriere della Sera” che snocciola tutta una serie di accuse senza citare nessuna fonte ad eccezione di un fantomatico “Rapporto della Commissione di inchiesta indipendente dell’Onu”.

Intanto, l’oramai famosa “strage con gas Sarin a Goutha” :
“...Assad cominciò a usare armi chimiche e gli Stati Uniti, pur avendo annunciato che quella sarebbe stata l’invalicabile «linea rossa» prima di un loro intervento, non ritennero di reagire”.
 
In effetti gli USA, nell’agosto 2013, dopo roboanti minacce si astennero da un intervento militare diretto. Ma questo perché la campagna mediatica che metteva Assad sul banco degli imputati si arenò dopo pochi giorni grazie anche alla inconsistenza di una indagine dell’ONU e a video dei “ribelli” talmente taroccati da insospettire ampi settori dell’opinione pubblica – e, forse anche le cancellerie occidentali. Da allora la credibilità delle accuse ad Assad per quella strage (grazie anche ad accurate inchieste giornalistiche, come quella del Premio Pultizer  Seymour Hersh, o le dichiarazioni di Carla Del Ponte, già Procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale) si è ridotta praticamente a zero. E, forse, in Italia ad indicare Assad come mandante di quella strage c’è rimasto solo Paolo Mieli.
 
Che pretende di addebitare ad Assad anche altre stragi:
 
“...la Lega araba votò al Cairo una dura reprimenda contro la Siria anche in conseguenza del fatto che proprio in quei giorni, secondo un rapporto della Commissione di inchiesta indipendente dell’Onu, le forze di Assad avevano ucciso una quantità impressionante di oppositori tra i quali «almeno 256 bambini”.
 
Non è così. Vero che la Siria, su pressione degli USA, fu espulsa dalla Lega Araba (che si affrettò a riconoscere i “ribelli” come “unici rappresentanti del popolo siriano”) ma il Rapporto della Commissione di inchiesta della Lega Araba  – boicottato da Qatar e Arabia Saudita, che fino all’ultimo si batterono per la sua segretazione – afferma cose completamente diverse da quello che vorrebbe far credere Paolo Mieli. E, si badi bene, il Rapporto della Commissione di inchiesta della Lega Araba si basava su innumerevoli sopralluoghi, verifica delle fonti, ricerca dei corpi... Non certo così un quasi contemporaneo rapporto di una delegazione delle Nazioni Unite (tra l’altro, capitanata dagli USA) che faceva sua la “notizia” dei 256 bambini uccisi dall’esercito di Assad dichiarando nel contempo - in una nota a piè di pagina (ovviamente trascurata dai media) -  che le sue “fonti” erano le stesse dei media e cioè i Comitati di coordinamento locale (alias i “ribelli”); puntualizzando, inoltre, di non essere in grado di verificare se le informazioni da essi forniti fossero esatte o veritiere.
 
A tal proposito, forse sarebbe stato opportuno apporre la stessa dicitura nell’articolo di Paolo Mieli. Si sarebbero così evitate legittime accuse di faziosità davanti alla sua “ricostruzione” della strage di Homs, della morte della giornalista Marie Colvin, dell’attacco al campo profughi palestinesi di Yarmuk, della  strage di bambini a Hula... Tutti episodi attentamente analizzati da giornalisti degni di questo nome (vedi i link) e che hanno tratto conclusioni diametralmente opposte a quelle di Paolo Mieli.

Il quale, dopo un panegirico in onore dei ribelli “buoni” (che, come egli stesso dichiara, neanche Obama è riuscito a trovare) e di Togliatti-Stalin (che salvarono il criminale di guerra Badoglio, come oggi verrebbe fatto per Assad) da’ il meglio di sé addebitando ad Assad “due o trecentomila uccisioni”.
 
Neanche il famigerato Osservatorio siriano per i diritti umani ha mai osato affermare una tale follia.

La Redazione di Sibialiria

martedì 17 novembre 2015

Sui morti di Parigi non ho niente da dire

Mi aspetto da me stesso, oltre che lo sdegno, un'idea, un ragionamento, un prendere parte e un incitare a qualcosa che abbia la forza di spostare equilibri malati e di ricreare un senso diverso dai ricorsi che la dannata storia ci ripropone. 
Eppure non ho niente da dire, quello che si dice e che si è detto in questi giorni basta e avanza e io non posso fare la differenza, perchè non c'è un noi al momento, ma solo un loro.
Posso solo dire che ciò che è accaduto mi addolora e mi preoccupa. Stanno usando la morte di quelle persone per privarci della nostra libertà, gli stessi che hano tramato con gli assassini, li hanno usati o semplicemente si sono girati dall'altra parte. 
Questo mi viene da dire, nell'attesa di capire cosa possiamo fare per combattere questi mostri. Noi.

martedì 10 novembre 2015

I numeri falsi del governo



di Tonino D'Orazio 
 
E delle informazioni televisive prezzolate. Una semplice carrellata di dati e concetti da fine maggio 2015 a ieri. Dati vari, crudi e nudi, raccolti sui mass media da istituti vari. Mi perdonerete il collage e i commenti inseriti. Non ho osato protrarre la lunghezza del documento, già lungo di per sé. La lista del disastro sarebbe veramente lunga. Le conclusioni sono vostre.
Abi (Assoc.Bancari Ital) per anno 2013.  Sono state 42.818, tra ottobre 2013 e marzo 2015, le domande di sospensione del pagamento delle rate nei confronti delle imprese per un valore complessivo di debito a 14,6 mld di euro e una maggior liquidità a disposizione delle imprese di 1,8 mld.
L’Istat a marzo registrava un aumento della disoccupazione al 13%, quella giovanile oltre il 43% e un calo degli occupati di oltre 110mila unità. Altro che magnifiche sorti e progressive del Jobs act e le ultraballe del governo. Lo stesso Def prevede una disoccupazione ancora al 12,3% per il 2015 e oltre l’11%, ancora nel 2018. Cioè la luce del tunnel non esiste. Si sono verificate soprattutto trasformazioni da contratti precari in rapporti a tempo indeterminato. Peccato che le tutele crescenti non abbiano più le garanzie dell’articolo 18. Si tratta di contratti stabili solo nel nome, visto che l’imprenditore può sempre mandarti via con un piatto di lenticchie. quando e come vuole. Vedremo alla scadenza triennale del “contratto”, pagato con i soldi dello stato, cioè i nostri.
Nuovi dati allarmanti sull’università italiana resi noti dal ministero dell’Istruzione. Dall’anagrafe degli studenti risulta che rispetto all’anno accademico 2004-2005 i diplomati che nell’anno corrente hanno deciso di proseguire gli studi sono diminuiti del 27,5 per cento su base nazionale. I picchi come era prevedibile sono a Sud, dove la situazione è ancora più critica: -56% Abruzzo, Molise -52,3 %, Sicilia - 50,7% , Basilicata -49,4, Calabria -43,8%. il 40% degli studenti che intraprendono un corso di primo livello non conclude gli studi e dopo il primo anno; circa il 15% abbandona gli studi nella triennale e altrettanti decidono di cambiare corso. (Rassegna.it Cgil). Nel frattempo l’intelligenzia universitaria è rappresentata in gran parte da canuti e spesso sorpassati professori settantenni. Sono talmente abbullonati alle loro poltrone che anche dopo essere andati in pensione riescono ad ottenere ulteriori contratti ad personam, o addirittura rimangono a gratis.
Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Udu (Unione Universitari): “Il dato sugli iscritti complessivi (-71.784 in un solo anno pari ad un calo del 4,23%) ci dice chiaramente che senza interventi immediati e strutturali l’università italiana rischia di morire”.
Almalaurea. Nel 2013 il 28% dei mana­ger aveva com­ple­tato solo la scuola dell’obbligo. In Ger­ma­nia tale quota è del 5%. La media Eu27 è del 10%. Alle imprese dirette da que­sta illuminata cate­go­ria il governo Renzi ha elar­gito 3,9 miliardi di euro in sgravi fiscali per assu­mere pre­cari «a tutele cre­scenti» in tre anni.
La ricerca per­mette inol­tre di com­pren­dere il com­plesso intrec­cio tra l’arretratezza cul­tu­rale, l’inesistenza delle poli­ti­che indu­striali, bassi salari (i lau­reati gua­da­gnano mille euro in media) e il fal­li­mento delle riforme dell’istruzione, a comin­ciare da quella del loquace Luigi Ber­lin­guer riven­di­cata da Renzi. Un disa­stro atte­stato dal basso tasso dei lau­reati (il 22% con­tro una media Ue al 37%) a cui oggi si aggiunge il crollo delle iscri­zioni all’università: dal 2003 (338 mila) al 2013 (270 mila), meno 20%. Invece di curarlo, que­ste «riforme» hanno peg­gio­rato il basso tasso di sco­la­riz­za­zione tra la popo­la­zione. Nel 2013 gli adulti in pos­sesso della scuola dell’obbligo erano il 64%, più del dop­pio della media euro­pea al 29%, per non par­lare di quella tede­sca al 18%.
Da aggiungere che in 7 anni circa un milione di cittadini italiani sono espatriati, tra questi più di 750.000 giovani tra laureati e diplomati. (Caritas. 2015). Oltre che economica anche la povertà intellettuale del paese avanza. Ha fatto bene Stefano Benni a rifiutare il premio De Sica agli scrittori elargito dal Ministro della Cultura Franceschini, visto che “per il governo la cultura è una risorsa non necessaria”.

Dipartimento Min Finanze per 2014: L'82,6% dei circa 41 milioni di contribuenti Irpef detiene prevalentemente reddito da lavoro dipendente o pensione (e quindi pagano obbligatoriamente le tasse perché trattenute alla fonte) e solo il 5,9% del totale ha un reddito prevalente derivante dall'esercizio di attività d'impresa o di lavoro autonomo, in linea con l'anno precedente. La percentuale di coloro che detengono in prevalenza reddito da fabbricati è pari al 3,8, in aumento rispetto al 2,5% del 2012, per effetto delle novità Irpef sui redditi immobiliari. Lo rileva l'analisi del Dipartimento delle Finanze sulle dichiarazioni fiscali presentate nel 2014 relative all'anno d'imposta 2013.
Tra evasione, elusione, ed altre pratiche illecite, nel 2013, il fisco italiano ha perso per strada circa un terzo del potenziale gettito Iva. Mancano nelle casse dello Stato 47,5 miliardi di euro, pari al 33,6%, del gettito previsto. Secondo i dati dell’ultimo rapporto della Commissione Europea, nel 2013 il gap italiano sull’Iva è aumentato di oltre un punto, passando dal 32% al 33,6%. Stabile il dato relativo all’Unione Europea che non ha registrato sostanziali miglioramenti rispetto al 2012: il totale dell’imposta sul valore aggiunto persa fra tutti i Paesi è di circa 168 miliardi di euro, circa 15,2% del gettito calcolato.  Tra i 26 Paesi analizzati, 15 hanno segnato dei miglioramenti, fra cui la Lettonia, Malta e la Slovacchia, mentre 11 presentano un’involuzione. A guidare la classifica dei peggiori ci sono Estonia e Italia.  (Reuters. Sett.2015).
Forse portando il tasso dell’Iva al 12/15% si eviterebbe la perdita del gettito e lo stato incasserebbe di più. (Teoria della legge di Laffer). E’ un consiglio spassionato dell’amico Netanyahu a Renzi !
Il presidente dell'Inps, il chiacchierone Boeri (tutte le sue proposte sono già state bocciate dalla Corte Costituzionale e sono uno specchietto per le allodole, anche perché se almeno le dicesse il ministro del lavoro…), ha reso noto che tra 2003 e 2014 oltre 36mila persone hanno deciso di passare la vecchiaia all'estero. I loro assegni “costano” (sic!) alle casse dell'istituto oltre 1 miliardo ogni anno. (La somma si riferisce però anche a 500.000 assegni sociali erogati a cittadini italiani già all’estero) A riequilibrare i conti sono i contributi previdenziali dei quasi 200mila immigrati che hanno lavorato nel nostro Paese ma non ricevono, né riceveranno mai, la pensione. Che si fa di questi evasori in libera tournée per il mondo e che non vogliono morire servi e in miseria a casa loro?? Tripla tassa sulla casa lasciata? Trattenute direttamente da Boeri?
Nei primi quattro mesi del 2015 le vittime sul lavoro sono state 305, con un incremento di oltre il 13 per cento sul 2014. Incidenza altissima del fenomeno tra gli over 65. Si muore di più di venerdì, dopo una settimana di lavoro. Se non si tiene conto degli infortuni mortali cosiddetti “in itinere” (avvenuti nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa): in questo caso si passa dai 196 morti del primo quadrimestre 2014 ai 223 del 2015 (+13,8%). Il rischio di infortuni gravi, o peggio mortali, cresca a dismisura con l’innalzamento dell’età anagrafica dei lavoratori, (over 65 anni), conseguenza a sua volte delle riforme pensionistiche varate negli ultimi anni. Non si va facilmente in pensione a 70 anni e per alcune pesanti professioni si rischia di morire prima. (Rapporto Vega Engineering).
Fisco, più di dieci milioni di italiani versano solo 55 euro all’anno. Le due facce del Paese: il 4,01% dei contribuenti paga il 32,6% dell’Irpef, mentre oltre 10 milioni di italiani versano in media 55 euro l’anno. I contribuenti effettivi (che pagano almeno un euro di tasse) sono circa 31 milioni. In altre parole, quasi la metà degli italiani non ha redditi e quindi vive a carico di qualcuno. Per valutare poi l’Irpef media versata, occorre fare il rapporto tra il numero dei dichiaranti e il numero di abitanti: a ogni dichiarante corrispondono 1,48 abitanti.
Analizzando in dettaglio le dichiarazioni, si arriva alle seguenti considerazioni:
1) Tra i contribuenti i primi 799.815 dichiarano redditi nulli o negativi.
2) Il totale di coloro che dichiarano redditi (compresi quelli con reddito nullo o negativo) fino a 7.500 euro annui sono 10.338.712 contribuenti, cioè il 25,23% del totale, e corrispondono a 15.331.084 abitanti. L’Irpef media dichiarata pro capite è pari a 55 euro l’anno. Per queste persone, oltre agli altri servizi, lo Stato deve provvedere a pagare circa 1.790 euro a testa per la sanità (109 miliardi il totale 2013). Per cui occorre reperire dagli altri contribuenti, per il solo servizio sanitario, circa 27 miliardi.
 3) Tra i 7.500 e i 15.000 euro di reddito annuo contiamo 8.740.989 contribuenti (circa 13 milioni di abitanti) che pagano una Irpef media di 649 euro. Anche qui per la sola sanità dobbiamo reperire altri 15 miliardi circa. In totale, con i 27 miliardi di prima, sono 42 miliardi in totale.
 4) Tra i 15.000 e i 20.000 euro di reddito dichiarato troviamo 6,2 milioni di contribuenti (9,31 milioni di abitanti) che pagano un’imposta media di 1.765 euro, quasi sufficiente per pagarsi la sanità.
Ricapitolando, i primi 19.079.701 di contribuenti (pari al 46,56% del totale), di cui 7.187.273 pensionati, dichiarano redditi da zero a 15.000 euro e quindi vivono con un reddito medio mensile inferiore ai 600 euro: meno di quello dei circa 6 milioni di pensionati che, come dice in modo errato l’Istat, hanno pensioni inferiori a mille euro al mese (per la metà sono superstiti). Questi primi 19.079.701 contribuenti a cui corrispondono 28,3 milioni di abitanti, anche per via delle detrazioni, pagano in media circa 300 euro l’anno e si suppone pochissimi contributi sociali, con gravissime ripercussioni sia sull’attuale sistema pensionistico sia sulla futura coesione sociale.
Gian Paolo Patta, già segre­ta­rio nazio­nale della Cgil, sot­to­se­gre­ta­rio alla sanità con il secondo governo Prodi, padre del testo unico su salute e sicu­rezza nei luo­ghi di lavoro e rap­pre­sen­tante della Cgil nel Con­si­glio di Indi­rizzo e Vigi­lanza dell’Inps, indaga, nel volume Primo rifor­mare le pen­sioni (Ediesse), il sistema pre­vi­den­ziale, sotto­li­neando come gli inter­venti adot­tati dal governo Monti e dall’allora lacrimosa Mini­stra For­nero hanno tra­sfor­mato la pre­vi­denza nel ban­co­mat di quasi tutti i governi venuti dopo. Le iper­bo­li­che denunce di spesa pre­vi­den­ziale fuori con­trollo, ormai sal­da­mente al di sopra del 16% del Pil, nascon­dono qual­cosa che in troppi si osti­nano a non vedere. Se depu­riamo la pre­vi­denza dall’imposta Ire e dal Tfr, (quest’ultimo isti­tuto non fa parte dello stato sociale, è denaro dei lavo­ra­tori), il rap­porto previdenza/Pil scende al di sotto del 13%. In altri ter­mini, l’Inps (ban­co­mat) tra­sfe­ri­sce ogni anno allo stato qual­cosa come 50 mld di euro. E non viceversa.
Se si vuole veramente riformare il sistema pensionistico, la prima e non banale pro­po­sta è di sepa­rare assi­stenza, pre­vi­denza e mer­cato del lavoro. Ma la chiarezza non serve al potere politico, meglio il polverone e la comoda frattura generazionale.
Chi avrà i soldi per pagare le pensioni agli oltre 10 milioni di soggetti privi di contribuzione? Il 61,88% dei contribuenti, pari a 37.613.497 abitanti, non supera i 20.000 euro di reddito lordo dichiarato l’anno (cioè poco più di 1.100 euro netti al mese). Oltre i 55.000 euro di reddito lordo troviamo solo 1,64 milioni di contribuenti (il 4,01%); tra i 100.000 e i 200.000 euro, 339.217 (lo 0,83%), e sopra i 200.000 euro lordi sono 106.356. Siamo proprio un Paese povero! Alcuni stati in via di sviluppo o emergenti hanno percentuali ben più alte.
Rovesciando la descrizione possiamo riassumerla anche così: Lo 0,19% dei cittadini paga il 6,9% dell’Irpef, il che ovviamente è clamoroso. L’1,02% dei contribuenti paga il 16,3% dell’Irpef, oppure il 4,01% paga il 32,6%, oppure ancora il 10,91% paga il 51,2% di tutta l’Irpef (il 38,1% paga quasi l’86% di tutta l’Irpef).
Impressionante la progressione delle imposte medie pagata. Tra i 20 ai 35.000 euro: 3.400 euro; tra i 35 e i 55 mila euro: 7.393 euro; tra i 55 e i 100 mila euro: 15.079 euro; tra i 100 e i 200 mila euro: 31.537 euro; sopra i 200.000 euro: 102.463 euro; oltre i 300.000 euro, la media della sola Irpef ed addizionali regionali e comunali è 163.021 euro, cioè oltre il 50% del reddito lordo a cui si sommano le altre imposte, tasse e accise; in pratica si lavora per i 2/3 per lo Stato e solo per 1/3 per la propria famiglia; si capisce il perché ogni anno questo numero di «vacche da mungere» diminuisce sempre più, anche perché a costoro sono precluse quasi tutte le agevolazioni tariffarie e sanitarie. Nell’immaginario collettivo sono quelli da spremere con patrimoniali e, se pensionati, con blocchi delle indicizzazioni, prelievi forzosi e, secondo alcuni movimenti, da espropriare oltre un certo livello di pensione.
La chiamano ripresa. Dal 2008 al 2014, si è cumulata una caduta del Pil di ben 9 punti. Altro che rallentamento. Altro che ripresa. Nello stesso periodo, l’economia mondiale è cresciuta del 20,5%, quella americana del 7,9%, mentre l’Eurozona ha registrato una flessione dello 0,8% (comunque 11 volte meno intensa di quella italiana), in cui agli estremi si trovano la Germania (+ 5,2%) e la Grecia (- 28,8%). Quelli della “ripresa” (nel senso di riprendersi tutto) è attualmente la parola giusta, mentono spudoratamente.
Investimenti e produzioni industriale si sono ridotti del 25% dal 2008 a oggi. Di conseguenza, il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,3% dell’ultimo trimestre 2007 (pre-crisi) al 13% del primo trimestre 2015, contando circa un milione di occupati in meno e gonfiando la platea dei disoccupati oltre la soglia dei 3 milioni di persone, a cui vanno aggiunti altri 700 mila disoccupati “potenziali” (scoraggiati, Neet, nuovi inattivi, sottoccupati ecc.). Più 1.000.000 di espatriati, non considerati o scomparsi dalla statistica. La negazione incredibile del fallimento del pensiero economico liberista ha addirittura indotto le istituzioni europee a moltiplicare la crisi attraverso le politiche dell’austerità, ovvero rigore fiscale e svalutazione del lavoro. Serve a poco l’allentamento monetario della Bce. La politica monetaria, per quanto non convenzionale, non risolve. La finanza non è la produzione, è solo carta.
Il tasso dei suicidi in Italia è, fortunatamente, basso, per quanto sapere che circa 4.000 persone all’anno si tolgono la vita nel Bel Paese è comunque triste. Recentemente i giornali hanno dato molto spazio a suicidi e tentati suicidi collegati alla crisi economica, con un tasso in aumento, addirittura raddoppiato, negli ultimi 3 anni.  Togliersi la vita non interessa mai solo la sfera personale del singolo, ma anche quella sociale e di rapporti personali. Questo vale anche per i suicidi tra i componenti delle forze dell’ordine/militari, che coinvolgono, certo a vari livelli, tutto il gruppo (Polizia, Carabinieri, Polizia Locale etc.), nei suoi rapporti umani e nelle dinamiche lavorative. Esercito e Carabinieri hanno delle statistiche Ufficiali (dal 2003 al 2013 ci sono stati 241 suicidi complessivi nell’Esercito, di cui 149 Carabinieri), mentre per la Polizia di Stato, per la Finanza e quella Penitenziaria non abbiamo dati ufficiali. Ma tra i Carabinieri, per i quali come dicevo possediamo dati certi, il tasso di suicidi è di circa 4 volte più alto rispetto la media italiana! Tutto nella norma se non fosse che la percentuale dei divorzi per questa categoria lavorativa è drasticamente più alta rispetto la media italiana. E se non fossero spesso protagonisti negli omicidi familiari, perché armati, insieme alle guardie private.
In que­sto lasso di tempo, dicono i rela­tori, la dimen­sione della povertà ali­men­tare in Ita­lia è rad­dop­piata: sono 5 milioni e mezzo le per­sone, di cui ben 1,3 sono mino­renni, che non hanno la pos­si­bilità di assi­cu­rarsi un’alimentazione equilibrata. Signi­fica che 14 fami­glie su 100 non hanno soldi a suf­fi­cienza per garan­tirsi cibo pro­teico ogni due giorni (il dato è più che rad­dop­piato dal 2007, quando erano 6 su 100). Il con­fronto con altri paesi è disar­mante: in Fran­cia sono 7,3 e in Spa­gna 3,5 le fami­glie altret­tanto povere. Alla luce delle sta­ti­sti­che però non si tro­vano tracce di bat­ta­glia ideo­lo­gica tra que­gli adulti ita­liani — per­sone disoc­cu­pate, inde­bi­tate o sepa­rate — che chie­dono di rice­vere un pacco ali­men­tare (la prin­ci­pale causa di povertà nel 2014 è stata nell’80% dei casi la per­dita del lavoro). Inol­tre, sot­to­li­neano i ricer­ca­tori, “è pro­prio tra chi ha meno di 18 anni che si nasconde il vero dramma della povertà in Ita­lia”. Quasi 14 bam­bini su 100 tra i 6 e i 14 anni “spe­ri­men­tano pro­blemi” di man­canza di cibo. Nel sud le cifre sono ancora più “impres­sio­nanti”: 19,3 bam­bini della fascia 6–14 anni su 100 sono poveri “anche dal punto di vista ali­men­tare”; e sono aumen­tati in modo “ver­ti­gi­noso”, erano 3 ogni 100 prima della crisi. E’ un virus pericoloso per un nuovo razzismo verso i migranti, che non può che aumentare la guerra tra poveri e aiutare i seguaci del neofascista Salvini. Ironia, sarcasmo? Tutte le reti televisive, a qualsiasi ora, hanno aumentato le trasmissioni di "cucina".
Sole 24ore: “quattro milioni e centoduemila connazionali si trovano in condizioni di povertà assoluta, il cuneo fiscale per il lavoratore dipendente single ha raggiunto il 48,2% nel 2014, mezzo punto in più rispetto al 2013 e dodici punti in più della media Oecd”.
Al massimo si giunge a dire che la disuguaglianza di reddito è “la grande questione morale del nostro tempo”, come sta facendo Bernie Sanders, l’avversario “socialista” della guerrafondaia Clinton. O papa Bergoglio che presto avrà tutta la struttura destroide della Chiesa contro se continua a scegliere come referenti “i poveri”, a puntare l’indice contro un capitalismo barbaro, disumano e contro la cultura cristiana fondamentalista.
Questione morale? Chissà perché quando si tratta dei soldi dei ricchi la questione è “morale”, ma quando si tratta del sudore e del sangue degli sfruttati la faccenda diventa maledettamente di “sostenibilità economica”.
Per il resto “Tout va bien, madame la marquise”. Ci avviamo ad una mirabolante ripresa dello zero virgola qualcosa, spesso smentito anche dagli organismi internazionali.

domenica 8 novembre 2015

Sinistra italiana. Per il momento sto alla finestra

Questa nuova sinistra italiana è la solita operazione veriticistica, nata dopo un lungo travaglio e fatta di carne lasciata frollare a lungo, aspettando che SEL e altre frattaglie si decidessero a rompere gli indugi e a dare il via allo show. 
Non importa, non è questo il punto. Non è quello che volevo, cioè una sinistra nata dal basso a suon di assemblee con il mandato di fare proposte, stilare programmi e rinnovare la classe dirigente. Archiviata da tempo l'esperienza dei Social Forum, ormai nelle muffe della storia e di aggregati come Cambiare Si Può e simili, dobbiamo accettare l'idea che in Italia non si possono replicare esperienze come quella di Podemos e per altri versi di Syriza, il primo nato sull'onda di un vasto movimento popolare e sulle ceneri di un'ideologia che suddivideva il mondo in categorie fruste come destra e sinistra, e la seconda come riverbero di una personalità fortemente carismatica. 
Per noi vale sempre la somma del pregresso e il nastro che si riavvolge per tornare sempre allo stesso punto. Per noi vale il fatto che a molta gente dobbiamo dare da campare e questi hanno solo la politica. 
Non è quello che volevo, ma va bene. Una cosa però non mi va giù: la mancanza di una visione chiara e condivisibile dell'Erupoa e della sua moneta, e quindi dell'economia. 
Questa nuova vecchia sinistra, stracolma di personaggi bolsi e incanutiti in cerca di autore e del senso placido di una poltrona all'ombra del potere, non dice nulla, non entra nel dettaglio, non fa proposte importanti, ma parla per proclami e categorie nobili, buone a scaldare cuori anemici. 
L'Europa, l'Unione dei popoli, il Welfare, il lavoro, i diritti ecc. Nuove categorie dello spirito. Se non si entra nel dettaglio e non si comincia a spiegare come si esce da questa crisi, come si rovescia il paradigma liberista, come si pensa di governare il cambiamento, con quale Europa, con quale moneta, con quale tipo di economia, siamo al manifesto politico buono per tutte le stagioni. 
Lo spirito e le buoni intenzioni a me non bastano e nemmeno le star come Stiglitz.

venerdì 6 novembre 2015

I problemi della sinistra oggi

da sinistrainrete

 

“Il movimento socialista è nato dall'incontro fra teoria scientifica e lotta di classe: da qui dobbiamo partire!”

 

 #politicanuova intervista Domenico Losurdo


Domenico Losurdo, Professore emerito di Storia della Filosofia all'Università di Urbino, tra i maggiori intellettuali contemporanei, che recentemente ha pubblicato “La sinistra assente” (Carocci, 2014), un'analisi a proposito dell'assenza, in Occidente, di una forza d'opposizione in grado di incidere nella realtà e d'offrire la prospettiva della trasformazione sociale (A cura di Aris Della Fontana)
stillman91. Lei afferma che «la sinistra dilegua proprio nel momento in cui è chiamata a reagire ai processi in atto». Come si spiega questa contraddizione?
Quando parlo del dileguare della sinistra, mi riferisco all'Occidente. La sinistra dilegua, per esempio, dinanzi all'aggravarsi della situazione internazionale. Oggi stiamo assistendo a una serie di guerre neo-coloniali, particolarmente nel Medio Oriente: è un dato di fatto che viene riconosciuto persino da commentatori borghesi, ma che la sinistra occidentale, invece, tace. E oggi i pericoli di guerra si stanno aggravando: ne “La sinistra assente” cito un illustre analista quale Sergio Romano, secondo cui gli Stati Uniti hanno come obiettivo l'acquisizione di una sorta di monopolio sostanziale dell'arma nucleare; e ciò, all'occorrenza, anche al fine di poter scatenare un primo colpo nucleare impunito. Ci troviamo, dunque, dinanzi a una prospettiva decisamente allarmante. Ma la sinistra occidentale latita. Nel libro spiego le ragioni storiche di questa latitanza, ma fermarsi a ciò non basta. Di fronte all'aggravarsi dei conflitti sul piano internazionale, delle tendenze neo-colonialiste e della minaccia imperialista, s'impone la necessità d'una chiara risposta da parte della sinistra – anche sul piano ideologico - e con ciò una sua riorganizzazione. Ma purtroppo siamo ancora disgraziatamente lontani da tale momento.
2. Di fronte alla «crisi economica e politica» e ad un «deteriorarsi della situazione internazionale» che desta importante preoccupazione in particolare per i venti di guerra che spirano sempre più forti, si pone, per la sinistra, la questione delle tempistiche, e cioè della necessità di agire in rapporto a margini non eternamente posponibili? Se la sinistra non si attiva ora, in seguito sarà troppo tardi?
Per quanto concerne lo stato della situazione internazionale, ribadisco quanto sostenuto poco sopra. La sinistra è indubbiamente in ritardo. Questo di per sé non è un fatto nuovo. Prendere coscienza di una situazione oggettiva è un processo faticoso e quindi un certo ritardo è quasi la regola. Però oggi ci troviamo dinanzi a qualcosa di assolutamente inedito. In seguito al trionfo occidentale nella Guerra Fredda ha avuto luogo una demolizione sistematica della complessiva storia del movimento comunista. Ciò ha prodotto effetti devastanti sul fronte dell'incisività politica ed egemonica. Occorre dunque prima di tutto colmare tale ritardo. E, pur essendo un obbligo morale, dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un'impresa estremamente complessa. Occorre sentirne l'urgenza, ma senza scoraggiarci per i ritardi, i quali in qualche modo sono inevitabili.
3. Attraverso il «monopolio delle idee e soprattutto delle emozioni» le classi dominanti hanno eseguito un “salto di qualità” nell'ambito del controllo del potere, e cioè dell'egemonia e della lotta di classe? Il concentrarsi, da parte delle prime, sulla suggestione spettacolare denota una lacunosità in fatto di argomenti sostanziali? E, se ciò fosse tale, esistono i margini, da parte della sinistra, per incidere proprio attraverso un solido apparato analitico? Quest'ultima operazione, ancorché valente, non rischierebbe di essere silenziata dai fini meccanismi della «società dello spettacolo»? In tal senso, come va impostata, a sinistra, la questione comunicativa?
La situazione odierna è più difficile che ai tempi di Marx. Egli constatò come la classe che detiene il monopolio della produzione materiale ha anche il monopolio della produzione intellettuale. Ma oggi c'è una novità: la borghesia detiene, oltre a quello delle idee, anche e soprattutto il monopolio delle emozioni; ed è grazie a quest'ultimo che che si scatenano le guerre e i colpi di stato dell'imperialismo.
E, per rispondere al quesito, mi pare esemplare proprio il caso del ricorso a quello che definisco il «terrorismo dell'indignazione»[1], ossia il fatto di suscitare scientemente una vera e propria ondata di indignazione in grado di giustificare la guerra: ciò denota anche una mancanza di argomenti razionali da parte delle classi dominanti. Questa particolare forma di terrorismo, come detto, ha avuto una funzione decisiva nello scatenamento delle ultime guerre. Però non è adeguato assolutizzarne gli effetti. Se per esempio confrontiamo la reazione che a sinistra si è verificata, poco tempo fa, per i fatti di Ucraina con quella avutasi, in un passato un po' meno recente, in occasione della guerra contro la Libia o di quella contro la Jugoslavia, si può osservare come il terrorismo dell'indignazione incontri qualche difficoltà in più.
A sinistra, infatti, c'è qualcuno che comincia a comprendere il funzionamento e le finalità di questo terrorismo dell'indignazione. E personalmente credo, con la mia ricerca, di poter contribuire all'allargarsi di questa importante presa di coscienza. Ovviamente è inutile farsi illusioni: non esiste un'arma magica che neutralizzi una volta per sempre il monopolio della diffusione delle emozioni e con ciò il terrorismo dell'indignazione. La priorità, in tal senso, è contrapporre ad esso un solido sistema di argomentazioni alternative, in grado di essere ampiamente condiviso. E, per conseguire tale finalità, il partito di tipo leninista rappresenta uno strumento essenziale.
4. Se c'è una «sinistra imperiale» che si cala nella realtà con argomenti e progetti pressoché indistinguibili dagli altri partiti borghesi, ce n'è anche un'altra che «non si appiattisce sull'esistente, rispetto al quale anzi vuole costruire un'alternativa radicale». Quest'ultima, però, è in grado di prendere le mosse «dai movimenti e dalle 'lotte reali'», e quindi di porre i presupposti per incidere politicamente? Esiste, in tal senso, il pericolo della «fuga nella teoresi» (Burgio), e cioè dell'elusione delle responsabilità politiche e organizzative conseguente all'oggettiva difficoltà di muoversi tra i corpi reali?
Credo sia sufficiente sottolineare un fatto storico di centrale importanza: il movimento che si è richiamato al socialismo è nato dall'incontro fra, da una parte, la teoria rivoluzionaria e scientifica e, dall'altra, il movimento concreto e cioè le lotte di classe reali. Ed è attorno a tale specifico incontro che oggi, ancora, dobbiamo puntare. Da questo punto di vista, concretamente, si tratta di non abbandonarsi né al teoreticismo astratto né all'empirismo. Questa, invero, è la fondazione e la storia del leninismo.
5. Ne La sinistra assente viene usata l'espressione «romanticismo rivoluzionario»; di esso si afferma il ruolo fortemente negativo allorquando pervade coloro i quali si confrontano con il processo d'indipendenza dei paesi ex coloniali. Ad esso possono essere collegati tendenze quali il «rozzo egualitarismo» e l'«ascetismo universale», trattate ne La lotta di classe (Laterza, 2013)?
Un'emblematica dimostrazione delle conseguenze del romanticismo rivoluzionario si ha nell'atteggiamento che taluni hanno di fronte alla figura di Ernesto Che Guevara. Egli suscita emozioni ed entusiasmo allorché si pensa al guerrigliero rivoluzionario – e ben si comprende, sia chiaro, questa intensa partecipazione. E, però, se riduciamo Che Guevara a questa raffigurazione, ne dimidiamo il profilo, poiché egli, oltre ad essere stato uno dei protagonisti della lotta armata che rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista, è stato anche il teorico della lotta di Cuba contro l'aggressione economica - espressione non a caso da egli coniata.
Il romanticismo rivoluzionario è la dinamica nell'ambito della quale, da un lato, ci si commuove e ci si indigna allorché è in atto una lotta armata e, dall'altro, invece, si è incapaci di concepire che tale lotta armata, ai giorni nostri, ha la sua continuazione più spiccata nella lotta finalizzata alla liberazione dalla dipendenza economica e tecnologica e cioè nell'emancipazione dal neo-colonialismo. Cito spesso un passaggio di Empire (2000), lo scritto di Michael Hardt e Antonio Negri. I due autori esprimono una solidarietà nei confronti della Palestina che, tuttavia, si verrebbe a dileguare laddove quest'ultima divenisse uno Stato nazionale. Una solidarietà, dunque, che si attiva esclusivamente nei confronti d'un popolo palestinese che subisce disfatte; invece, nella misura in cui esso conseguisse potenziali vittorie e, in legame a ciò, si edificasse quale Stato nazionale indipendente, tale vicinanza si dileguerebbe. Il seguace del romanticismo rivoluzionario s'emoziona per gli sconfitti, ma non riesce a provare sentimenti simpatetici allorché lo sconfitto tenta di andare oltre la situazione che lo caratterizza. Un caso emblematico è quello dei paesi che consolidano la propria indipendenza politica attraverso lo sviluppo economico e tecnologico: è un compito ben più prosaico e oscuro rispetto alla resistenza contro un mostruoso Golia militare e politico, e ciò non affascina il seguace del romanticismo rivoluzionario[2].
Per quanto riguarda l'«ascetismo universale», ne La lotta di classe denuncio soprattutto il populismo, ossia la tendenza che individua nella miseria anche il luogo dell'eccellenza morale. Questo non è mai stato il punto di vista di Marx. Egli, infatti, se, da una parte, non idolatrò mai la ricchezza – al contrario: rinunciò a una vita agiata per seguire la sua vocazione rivoluzionaria – dall'altra men che meno idealizzò la miseria. In tal senso era quantomai consapevole del fatto che proprio la povertà dei rapporti sociali e materiali rende maggiormente difficile l'elaborazione di idee in qualche modo più illuminate. E nel Manifesto del Partito Comunista criticò il «rozzo egualitarismo» e l'«ascetismo universale» quali visioni del mondo che possono essere proprie dei movimenti proletari solo nelle fasi iniziali del loro sviluppo, ma che certamente dovranno essere superate da un movimento socialista collocatosi sul piano scientifico. È necessario, perciò, distinguere Marx da altri movimenti di protesta contro la società di classe. E, inoltre, va sottolineato come un elemento essenziale della visione marxista si rifà alla constatazione secondo cui il socialismo rappresenta un sistema sociale nettamente superiore al capitalismo, non soltanto ché procede ad una più equa redistribuzione della risorse, ma anche ché è in grado d'accrescere la produzione stessa e con essa la ricchezza sociale, la quale, invece, viene distrutta dal capitalismo, come dimostrano le ricorrenti crisi di sovrapproduzione e come sta dimostrando la crisi scoppiata nel 2008.
6. La fine della guerra fredda ha decretato il formarsi di un quadro radicalmente diverso rispetto ai paradigmi vigenti nella fase storica apertasi dopo la fine della seconda guerra mondiale. A questo proposito, lei ritiene che ciò abbia aperto uno spazio nuovo e amplissimo per l'«universalismo imperiale». Quali sono i suoi lineamenti essenziali? E ad esso con quale modalità si lega il «neocolonialismo economico-tecnologico-giudiziario»? Quale ruolo giocano, in tutto ciò, le Organizzazioni non governative (ONG)?
Nella Seconda Guerra Mondiale le grandi potenze europee e occidentali si erano scontrate a partire da «valori» tra loro inconciliabili: quello che oggi chiamiamo Occidente appariva lacerato. Con l'affermarsi di un'incontrastata egemonia statunitense, il politeismo dei valori cedette il posto all'Occidente quale custode di un monoteismo dei valori da universalizzare. Gli Stati Uniti, in linea a ciò, nella fase finale della guerra fredda, sfruttarono il grave indebolimento dei paesi socialisti e del movimento comunista sul piano ideologico, politico e propagandistico: abbandonarono, da una parte, il protezionismo economico e, dall'altra, quello politico-ideologico – e con esso il culto dell'irriducibile peculiarità americana[3] - al fine di riempire, con le coordinate dell'universalismo imperiale, lo spazio nuovo e amplissimo apertosi.
L'universalismo imperiale si è concretato nell'imperialismo del libero mercato e dei diritti umani; attorno a questi ultimi si è venuta definendo una vera e propria religione civile (manipolata), chiamata a glorificare l'Occidente e a ricoprire di vergogna i suoi avversari. E, se, da una parte, non esiste una concordanza nel definire questi valori – si pensi alle divergenze a proposito di questioni quali l'aborto, il porto d'armi e, soprattutto, la pena di morte – va sottolineato, dall'altra, come laddove tali valori sono effettivamente definiti, come nel caso delle varie «libertà», è proprio l'Occidente il primo a calpestarli[4].
E dato che l'Occidente si ritiene interprete dei valori universali e dunque titolare esclusivo del diritto ad esportarli, le guerre di aggressione possono essere argomentate in base a tale schema, che comporta una sovranità dilatata e imperiale. In forme nuove si riproduce la dicotomia propria dell'imperialismo – nazioni elette e realmente fornite di sovranità versus popoli indegni di costituirsi in Stato nazionale autonomo. Oggi, specificatamente, il «neocolonialismo economico-tecnologico-giudiziario» si sostanzia in quattro elementi: esteso controllo economico; superiorità tecnologico-militare; dominio sul fronte multimediale; doppia giurisdizione, funzionale a garantire l'impunità dell'aggressore.
E, tra le varie istanze che si inseriscono in tali dinamiche, un ruolo significativo è svolto dalle Organizzazioni non governative. Innumerevoli e variegate, esse offrono un ampio spazio alle agenzie e ai servizi segreti delle grandi potenze; ma, se non mancano casi di ONG rappresentanti una traduzione immediata di un progetto imperiale, va detto che a svolgere un ruolo essenziale sono soprattutto l'influenza e l'egemonia ideologica: si pensi al contributo fornito da non poche ONG all'aizzamento di una nuova guerra fredda, sempre in agguato[5]. L'impatto egemonico si riscontra nitidamente nella gerarchia dei diritti umani stessi: non c'è più spazio per i diritti sociali ed economici, sanciti dall'Onu alla sua fondazione. Ciò è funzionale alla delegittimazione della rivoluzione anticoloniale. Per i paesi di nuova indipendenza, infatti, la priorità non può che essere la «libertà dalla paura» e la «libertà dal bisogno»: solo una volta sbarazzatisi della preoccupazione di dover fronteggiare l'aggressione e i tentativi di destabilizzazione, questi paesi, grazie allo sviluppo, possono garantire ai cittadini il diritto alla vita e avanzare sulla via del governo della legge e della democratizzazione dei rapporti sociali e delle istituzioni politiche.
7. In La lotta di classe (Laterza, 2013), tra le altre cose, si sviluppava criticamente un concetto di centrale importanza, ossia l'«idealismo della prassi». Di cosa si tratta?
Insistendo sulla trasformazione del mondo, il pensiero rivoluzionario è esposto all'«idealismo della prassi», in virtù del quale elementi quali il mercato, la nazione, la religione, lo Stato tendono a smarrire «il carattere dell'essere»[6]. Essi risultano cioè plasmabili in modo agevole e illimitato dall'azione politica; ma il confronto con la prassi effettuale non può che smentire una tale presunzione e rimettere al centro l'oggettività dell'essere sociale, dato che i fichtiani «vincoli delle cose in sé»[7] continuano a essere spessi e resistenti.

Concretamente, ogni grande movimento rivoluzionario è portato a pensare che la propria vittoria sia in grado di porre fine a tutte le contraddizioni. In tal senso, per esempio, immediatamente dopo la Rivoluzione d'Ottobre, alcuni pensarono che il trionfo del socialismo fosse sinonimo del dileguare d'ogni confine statale e d'ogni contraddizione nazionale e, persino, del dissolversi del mercato in quanto tale. Circa quest'ultima istanza è utile rifarsi ai passaggi dei Quaderni ove Gramsci sottolinea il concetto di «mercato determinato»: ivi dimostrò che il «mercato» non è sinonimo di capitalismo, bensì assume declinazioni diverse lungo il corso storico. In altri lavori, specialmente nel libro su Gramsci[8], sottolineo come la sua grandezza stia nell'aver insistito su un punto essenziale: dobbiamo sviluppare un'idea di emancipazione – quella comunista - decisamente radicale, che tuttavia non coincida con la fine della storia. E in linea a ciò non dobbiamo nemmeno pensare alla fine dello Stato; Marx stesso talvolta parla di una sua estinzione, altre volte, invece, si riferisce alla sua estinzione nell'attuale senso politico: ed è questa seconda variante quella corretta. Lo stesso discorso vale per la questione delle nazionalità. Esse non si dileguano col dileguare del sistema capitalistico; e si tenga conto che Karl Kautsky e anche alcuni bolscevichi credevano che col superamento del capitalismo sarebbe scomparsa persino la lingua russa, una sciocchezza contro la quale, come noto, polemizzò anche Stalin (le identità linguistiche, in tal senso, sono al tempo stesso identità nazionali).
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Note

[1] «Grazie alla televisione, ai telefonini, ai computer e ai social media, l'indignazione spontanea o artificialmente prodotta può contare su una diffusione di una capillarità e pervasività senza precedenti, e di essa il paese più potente anche sul piano della tecnologia della comunicazione può servirsi per destabilizzare il paese nemico già dall'interno». «Potendo disporre di strumenti che rendono impossibile distinguere la verità dalla manipolazione, la Psywar ha acquisito un'importanza senza precedenti». Domenico Losurdo, La sinistra assente, Carocci, Roma 2014, p. 75 e p. 85

[2] Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 245

[3] «F. D. Roosvelt, nel celebrare il “nostro sistema americano” e nel criticare Jefferson per essersi lasciato troppo influenzare dalle “teorie dei rivoluzionari francesi”, chiamava i suoi concittadini a opporsi non solo al comunismo ma anche a “qualunque altro “ismo” forestiero». Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 141

[4] «Ogni volta che a ragione o torto si è sentita in pericolo, la repubblica nordamericana ha proceduto a un rafforzamento più o meno drastico del potere esecutivo e a un restringimento più o meno pesante della libertà di associazione e di espressione. Ciò vale per gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione francese, per la guerra di secessione, la prima guerra mondiale, la Grande Depressione, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la situazione venutasi a creare dopo l'attacco alle torri gemelle». Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 168

[5] «Nel 2008 e nel 2014 esse si sono impegnate, se non a sabotare, a delegittimare le Olimpiadi estive di Pechino e quelle invernali di Sochi, accodandosi acriticamente alla campagna scatenata dall'Occidente prima contro la Cina e poi contro la Russia». Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 192

[6] György Lukács, Ontologia dell'essere sociale, trad. it. a cura di A. Scarponi, Editori Riuniti, Roma 1976-81, p. 3

[7] Si veda Domenico Losurdo, Hegel e la Germania. Filosofia e questione nazionale tra rivoluzione e reazione, Guerini-Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Milano, cap. III, § 2

[8] Domenico Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico», Gamberetti, 1997

giovedì 5 novembre 2015

Sull’uscita dall’euro non siamo “catastrofisti”. Una risposta a Gennaro Zezza


da keynesblog
 

AVVERTENZA: NULLA DI QUANTO CONTENUTO IN QUESTO ARTICOLO PUÒ ESSERE INTESO NEL SENSO DI UNA DIFESA DELL’UNIONE MONETARIA EUROPEA.
In un articolo pubblicato da Economia e Politica, Gennaro Zezza, tra le altre cose, risponde al nostro articolo sugli eccessivi ottimismi sull’uscita dall’euro. Ci pare però di poter dire che la risposta di Gennaro non fuga i dubbi lì espressi.
Preliminarmente chiariamo un fatto essenziale ai fini della discussione. Secondo Zezza:
La redazione di Keynes blog sembra concordare con Biasco sulle conseguenze catastrofiche, per il sistema finanziario internazionale, di una rottura della eurozona, ed enfatizza il modesto impatto che la svalutazione di una “nuova valuta” avrebbe sulla crescita.
Che l’uscita unilaterale dell’Italia o di un altro paese dell’eurozona condurrebbe ad una deflagrazione incontrollata dell’Unione Monetaria e a una nuova pesante crisi non è una conclusione dei “catastrofisti” Biasco e Keynes blog, come suggerisce Zezza (ma anche Realfonzo).

Tutti gli studi condotti da banche e società di consulenza finanziaria puntano a questa conclusione. Noi abbiamo voluto citare Jens Nordvig e Nick Firoozye di Nomura perché – in quanto favorevoli ad uno smantellamento controllato dell’euro – sono insospettabili di simpatie “euriste”. In altre parole, non siamo più “catastrofisti” dei più avveduti noeuro. Del resto l’ultima volta che qualcuno ha escluso un contagio finanziario era la vigilia del fallimento di Lehman Brothers. Sappiamo come è finita la storia.
Tali analisi sono inoltre concordi nel sostenere che l’uscita di un paese (in particolare un paese come l’Italia o la Spagna) innescherebbe un effetto domino che porterebbe all’esplosione incontrollata dell’eurozona, con gravi ripercussioni tanto sul paese che esce quanto sul resto della zona euro (e oltre). Ed è questo infatti il motivo per cui molti propongono dei piani di smantellamento controllato. Per ragioni simili Yanis Varoufakis, Stuart Holland e James Galbraith hanno elaborato la Modest Proposal.
Scrive Zezza:
Un aspetto che accomuna le diverse analisi citate è la convinzione per cui l’uscita di un Paese – in particolare dell’Italia – dall’ eurozona implicherebbe certamente una svalutazione della nuova lira, svalutazione di grandezza imprecisata, ma che molti indicano del trenta per cento rispetto all’euro (nel caso in cui l’Italia sia l’unico Paese ad uscire) o alla nuova valuta della Germania. Non c’è dubbio che vi siano dei differenziali di competitività di prezzo tra i Paesi dell’eurozona, ma questi sono dovuti in larga parte alla politica di compressione dei salari attuata in Germania nei primi anni dell’euro, mentre i divari di competitività tra Italia e Francia, o Italia e Spagna, sono molto più contenuti. Nel caso in cui l’eurozona si dissolva, è quindi altamente probabile che il nuovo marco tedesco si rivaluterebbe in modo consistente rispetto alla nuova lira, ma che la lira debba perdere valore rispetto al nuovo franco, o la nuova peseta, o al dollaro statunitense, è tutto da dimostrare.
Qui si dà per scontato che i mercati reagiranno alla dissoluzione dell’euro guardando i divari di competitività e prezzeranno le monete di conseguenza (Zezza tuttavia corregge successivamente questa impressione). Ciò è discutibile già in condizioni “normali” (e su questo si basa- ovviamente Gennaro lo sa benissimo – la critica Post Keynesiana alla teoria neoclassica del tasso di cambio; si veda in proposito Harvey qui e qui e per un modello alternativo qui). Ma, come abbiamo sottolineato nel nostro articolo, la dissoluzione dell’euro non sarebbe un evento “normale” paragonabile ad una semplice svalutazione. Richiamiamo alcuni argomenti già proposti nel nostro precedente articolo e che si ritrovano nelle analisi sui rischi di rottura incontrollata dell’eurozona (conseguenza ad esempio dell’uscita di un paese):
1. la dimensione dell’eurozona è imparagonabile a quella di altre unioni monetarie frammentatesi nel passato;
2. essendo l’euro una moneta unica e non un semplice accordo di cambio, l’intreccio finanziario (ovvero le relazioni di credito/debito) al suo interno non è paragonabile a quello degli accordi di cambio;
3. poiché l’euro è nato nel pieno della liberalizzazione finanziaria, neppure il suo intreccio finanziario con l’esterno è paragonabile a quello di altre unioni come l’URSS o la Cecoslovacchia; basti ricordare che l’euro è la seconda valuta di riserva del mondo e che il 40% delle transazioni sui mercati valutari coinvolge l’euro; 
4. l’incertezza sul valore futuro di una nuova valuta (o addirittura di più valute) porterà gli operatori a disfarsi delle attività denominate in tale valuta; appare sensato quanto sostiene UBS a tale proposito, quando sottolinea che la svalutazione delle nuove divise non potrà rispettare i “fondamentali”;
5. la ridenominazione sarà solo parziale, poiché una parte consistente dei debiti (soprattutto privati) nell’eurozona è sotto legge estera (il 30% solo considerando i bond denominati in euro); a questi si aggiungono i saldi Target2 e altre forme di debito; ciò metterà a rischio i bilanci di molte imprese nell’eurozona, del settore finanziario e non, e ciò a sua volta alimenterà ancora la fuga di capitali, oltre a produrre, almeno per alcuni paesi, una vera e propria balance sheet recession e a mettere a rischio i bilanci delle banche dei paesi creditori che si troverebbero piene di crediti (in euro) deteriorati o inesigibili, oltre alle perdite dovute alla svalutazione degli asset ridenominati;
6. l’incertezza sui derivati denominati in euro ma emessi quasi totalmente sotto legge UK e USA;
7. l’incertezza riguardo l’esito di contenziosi legali sulla ridenominazione;
Che una ridenominazione non sia una semplice svalutazione, del resto, ce lo dicono anche i contratti di credit default swap che, a meno del verificarsi di determinate condizioni (recentemente riviste proprio in relazione al rischi di rottura dell’eurozona), trattano una ridenominazione del debito pubblico, a differenza di una svalutazione, come un credit event alla pari di una ristrutturazione.
Quanto ai tassi di cambio della nuova lira rispetto ad altre valute, anche qui non si può fare affidamento su previsioni legate ai saldi commerciali o ai differenziali di competitività. Basti vedere gli effetti sul cambio dell’euro della crisi dei debiti sovrani. Dal luglio del 2011 al 25 luglio 2012 (il giorno del “whatever it takes”) l’euro si svaluta verso tutte le principali divise: l’euro perde il 16% rispetto al dollaro, il 18% verso lo Yen e il 15% verso la sterlina. L’euro torna poi ad apprezzarsi immediatamente dopo il discorso londinese di Draghi, sotto l’effetto della ritrovata fiducia sulla tenuta della zona euro, che induce i capitali a tornare verso l’UEM. 
Nulla di drammatico sia chiaro, ma questo ci dice che in caso di uscita, la nuova lira si svaluterebbe verso tutte le principali divise, non solo rispetto al marco, e in particolare rispetto a quelle dei paesi tradizionalmente considerati safe haven, (principalmente Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Canada, Australia e Svizzera). Con l’euro la svalutazione è stata “dolce”, ma per quanto detto non dobbiamo aspettarci che lo sia per le nuove valute dei paesi periferici a seguito dell’esplosione dell’UEM. 
Prosegue Zezza:
Il saldo delle partite correnti italiane è migliorato sia per gli effetti della crisi – che deprime le importazioni – ma anche per la buona tenuta delle imprese italiane sui mercati internazionali, soprattutto quelli esterni alla zona euro. Ad esempio, in una ricerca recente del Fondo Monetario Internazionale si nota che – nonostante gli indicatori di competitività basati sul costo del lavoro per unità di prodotto dovrebbero suggerire un tracollo dell’export italiano – la performance delle nostre imprese è stata di tutto rispetto, relativamente a quella di Paesi simili.
Se guardiamo gli andamenti dell’import e dell’export dell’Italia dal 2011, cioè da quando l’eurozona è piombata nella crisi degli spread, nel credit crunch e nelle controproducenti politiche di austerità, vediamo che il miglioramento della bilancia commerciale è imputabile esclusivamente alla riduzione delle importazioni (l’attuale livello di esportazioni è circa uguale al picco delle importazioni), mentre le esportazioni sono quasi ferme dall’inizio del 2011:
fredgraph
Un dato, questo, che accomuna gran parte dell’economia mondiale nel suo complesso, con il commercio internazionale praticamente fermo al 2011:
export
Continua Zezza:
La nuova lira potrebbe invece svalutarsi – dopo l’euroexit – se si consentono operazioni speculative sui mercati finanziari. E’ noto come questo tipo di scommesse speculative possano autorealizzarsi: se i mercati si aspettano una svalutazione della lira rispetto al nuovo marco tedesco, venderanno titoli in lire per acquistare titoli in marchi, aumentando quindi l’offerta di lire contro marchi e spingendo verso la svalutazione […] Nella prima fase successiva all’euroexit, queste operazioni devono quindi essere regolamentate. Una volta stabilizzati i mercati finanziari, e mostrata la possibile stabilità della nuova lira rispetto al dollaro e alle altre valute (e ad un nuovo marco tedesco rivalutato), le regolamentazioni dei mercati finanziari possono essere riviste.
Zezza lascia alla fantasia del lettore immaginare tali misure. Nel nostro articolo abbiamo già evidenziato che l’imposizione di controlli sui movimenti di capitali, mettendo di fatto l’Italia fuori dai mercati di capitali, probabilmente ci costringerebbe a chiedere un sostegno finanziario ponte alle istituzioni internazionali almeno per puntellare i debiti non convertibili del settore privato, finanziario e non. A questo si aggiungerebbero i saldi negativi con il sistema Target2. Nel blow up finanziario seguente la frantumazione dell’eurozona non è affatto detto che il ritorno sul mercato dei capitali sia rapido e indolore e che quindi sia possibile rimuovere velocemente le misure di controllo dei movimenti di capitali.
Lo diciamo non perché contrari a regolamentare i movimenti di capitali (tutt’altro!) ma perché è evidente che un conto è una regolamentazione a livello internazionale o anche solo nazionale, ma adottata dalla maggior parte dei paesi industrializzati (come accadeva prima della liberalizzazione finanziaria degli anni ’90), tutt’altro conto è l’autoisolamento finanziario di un paese con difficoltà a stabilizzare il valore della sua moneta per la pressione dei capitali in uscita.
Poco realistico è anche l’auspicio, espresso da Zezza, che l’uscita dall’euro ci regali spazi per la crescita della domanda e dell’occupazione. Dovremmo infatti finanziare le importazioni con le esportazioni e mantenere un certo surplus per ripagare i debiti con l’estero e con chi ci fornirà assistenza nel breve periodo. Ma il successo di tale operazione è tutt’altro che scontato. Per quanto detto l’Italia avrà difficoltà a mantenere le attuali (e non particolarmente brillanti) esportazioni nel momento in cui il resto dell’eurozona venisse colpita dal contagio finanziario che tutti gli studi – compresi come già detto quelli dei più avveduti noeuro – prevedono e nonostante la svalutazione della lira. Nel mentre, a causa della svalutazione, i costi delle importazioni cresceranno e questo potrebbe – come accaduto al Giappone e ad altri paesi, ridurre (invece che aumentare) – il nostro saldo con l’estero. Poco possiamo contare sul prezzo del petrolio, già in risalita. In questo scenario, insomma, l’Italia vedrebbe paradossalmente ridotti gli spazi per aumentare la sua domanda interna senza incorrere in un disavanzo con l’estero.
Esclusa l’uscita unilaterale, come del resto fanno i più avveduti tra i noeuro, rimangono due strade: uno smantellamento controllato dell’euro o la sua “riparazione in corsa” (come suggerisce la Modest Proposal di Varoufakis-Hollad-Galbraith). Può sembrare paradossale ma la prima strada richiede un livello di cooperazione e solidarietà di gran lunga superiore alla seconda, come si evince dalla lettura dei piani sviluppati in questi anni. La seconda, come è noto, è l’oggetto della battaglia del nuovo governo greco. La condizione per un pieno successo di tale prospettiva è che gli altri popoli europei – in particolare quelli dell’Europa meridionale – si affianchino a questo tentativo. Qualche segnale molto incoraggiante in tal senso viene dalla Spagna e dall’Irlanda dove forze radicali che (come Syriza) non propongono l’uscita dall’euro sono in testa ai sondaggi. Forse, lo diciamo sommessamente, non è un caso.