venerdì 18 marzo 2016

Europa anti-costituzionale: "Per la riconquista dell'autonomia politica ed economica del nostro paese". Un appello.

da Politica&Economia
 

Appello originale qui
 

"Perché votare NO nel referendum costituzionale di ottobre - per la riconquista dell'autonomia politica ed economica del nostro paese contro la tirannia tecnocratica sovranazionale e dei trattati europei”.

Siamo di fronte a una delle più grandi mistificazioni politiche e culturali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La contro-riforma costituzionale adottata dal governo Renzi, il c.d. DDL Boschi, viene presentata, dal governo e dalla quasi totalità dei media nazionali, come la più importante razionalizzazione delle istituzioni mai realizzata nel nostro paese, dopo decenni di politica degenerata e corrotta, da parte di una classe politica "nuova", giovane e risoluta. In realtà, con questo disegno di legge costituzionale, di cui va considerata la sinergia con la "nuova" legge elettorale, l'Italicum, siamo di fronte ad una delle più grandi mistificazioni, politiche e culturali, a partire dalla fine della II Guerra Mondiale, pari se non peggiore della stessa "riforma" costituzionale di Berlusconi, Bossi e Fini del 2005, sonoramente battuta col voto referendario del 25-26 giugno 2006 dalla maggioranza del popolo italiano. 
L’attuale classe politica non appare certo migliore di quella del recente passato, soltanto perché giovane e, nella propria autorappresentazione, nuova. Essa agisce con grande determinazione e sfrontatezza, verbale e legislativa, oltre a scontare un vuoto culturale e del rispetto delle regole democratiche senza precedenti nel periodo repubblicano. Con questo atto il governo Renzi intende realizzare un progetto davvero ambizioso quanto pericoloso: esautorare il parlamento dalle sue fondamentali prerogative e porre il nostro paese, definitivamente, sotto il diretto controllo politico ed economico del capitale finanziario transnazionale, di cui l’Europa dell’Unione monetaria è parte integrante.  
Avalla e consolida le “riforme” imposte dai trattati europei che esautorano le politiche economiche nazionali ed erodono i principi democratici costituzionali
  1. A partire dalla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, con l’Atto Unico europeo, prima, ed il Trattato di Maastricht, adottato nel 1992 ma con particolare accentuazione negli anni successivi, a partire dall'ingresso dell'Italia nell’area della moneta unica, le più importanti istituzioni europee e mondiali (Commissione europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, G-8) insieme ai governi più forti e influenti dell’occidente hanno a più riprese auspicato e poi imposto al nostro paese le tanto sbandierate "riforme", cioè: - le riduzioni delle tutele e del potere di acquisto del lavoro e delle pensioni; - l'esautoramento di ogni autonoma politica economica nazionale; - l'adozione e la ratifica dei successivi e formidabili trattati europei, tanto invasivi quanto scellerati (fiscal compact, six pack accolto questo con l'inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, passo che non era affatto imposto, ma che entra nell’indirizzo politico di governo con il PNR 2011, deliberato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile 2011, al punto 2.2 a). In tal modo sono poste le premesse per la distruzione dell'apparato produttivo industriale, pubblico e privato, del paese e il conseguente impoverimento generale, ed è preclusa al paese l'adozione di sue proprie politiche di sviluppo a tutto vantaggio dei paesi più forti dell'Europa, Germania in testa, che in questi anni hanno goduto, anche grazie a ciò, di un ulteriore vantaggio competitivo.

Ma ciò, evidentemente, non era ancora sufficiente.

Diventava, infatti necessario (come raccomandato da J.P. Morgan Chase nel maggio 2013 con un suo Paper) mutare la cornice generale della convivenza civile e politica all'interno di ciò che rimane della residua sovranità popolare degli stati europei, specie nei paesi più fragili e periferici, e dunque attuare un superamento definitivo delle Costituzioni nazionali ove ancora è presente il riconoscimento dei diritti sociali, ed in particolare della nostra Costituzione repubblicana del '47, essendo tutto ciò visto e additato quale portato “ideologico” novecentesco di compromesso tra capitale e lavoro da superare secondo il volere dei " mercati" dei capitali (finanziari).

I Governi che negli ultimi anni si sono succeduti alla guida del paese hanno tutti attuato politiche controproducenti sul versante dello sviluppo quanto improntate alla più arcaica diseguaglianza, secondo il canone dell'austerità; con gradazioni diverse tra l'uno e l'altro, si sono dimostrati i più diligenti esecutori dei voleri del capitale transnazionale e, così facendo, hanno aggravato la crisi, tuttora in corso, oltre che reso ancora più lontane le condizioni fondamentali di convergenza tra i paesi centrali e periferici dell'eurozona, spingendo questi ultimi in una posizione di crescente “mezzogiornificazione”, ossia sempre più nelle retrovie dello sviluppo.
2. Negli ultimi 25 anni i trattati europei si erano del resto già progressivamente sovrapposti alle costituzioni novecentesche, con particolare accentuazione nei confronti della nostra Carta fondamentale, imbalsamandola nella sua intera prima parte e nei principi fondamentali, con la conseguenza pratica della disapplicazione nei suoi stessi principi supremi (a cominciare dal principio di uguaglianza, riconoscimento e tutela dei diritti sociali e del lavoro, ripudio della guerra, limitazioni di sovranità in condizioni di parità) che, al contrario, per consolidata giurisprudenza costituzionale sono considerati immodificabili. Queste due fonti hanno origini e programmi politici e culturali profondamente diversi e sotto certi aspetti antitetici. I trattati traducono in economia un programma liberale-liberista e consolidano una tecnocrazia a-democratica sul versante politico.

Le Costituzioni, in particolare la nostra, mirano invece ad una democrazia sociale con un'economia mista e con una significativa presenza del pubblico nei settori nevralgici per l'economia e la società quali industria, scuola, salute, credito, energia. In questo si traduce la forte affermazione di un principio di eguaglianza formale e sostanziale, di diritti e libertà nella I parte della Carta, che fu ad un tempo la novità storica della Costituzione del 1947 e la chiave per la sintesi delle diverse culture politiche che in essa si ritrovarono. Ma la I parte della Costituzione chiede di essere attuata e presuppone, a tal fine, politiche appropriate. Ma gli indirizzi di governo si definiscono nelle forme che assumono le istituzioni e ne sono decisivamente condizionati. L’attuazione della I Parte della Costituzione presuppone una forma di governo parlamentare incardinata su assemblee elettive ampiamente rappresentative. Come ha statuito la Corte costituzionale dichiarando la illegittimità costituzionale del Porcellum con la sent. 1/2014, rappresentanza politica, partecipazione democratica, voto libero e uguale sono le pietre angolari della nostra democrazia, e ne definiscono la forma e la sostanza. Questo assetto è radicalmente negato dalla riforma della Costituzione ora proposta, con la soppressione del Senato elettivo e la concentrazione del potere su Palazzo Chigi. Parimenti stravolgente è la legge elettorale già approvata, per la previsione di un altissimo premio di maggioranza a un solo partito, l’eventualità di un ballottaggio senza soglia, parlamentari in prevalenza sottratti alla scelta degli elettori con il voto bloccato sui capilista. “Riforme” devastanti, poste in essere da un parlamento sostanzialmente delegittimato per la certificata incostituzionalità del suo fondamento elettorale, e da maggioranze posticce alimentate dai cambi di casacca e pronte a ogni forzatura delle norme costituzionali e regolamentari. “Riforme” che non si giustificano certo con gli esili argomenti di una governabilità che rimane solo apparente e di irrisori risparmi nei costi delle istituzioni.

Questo contrasto deve essere sciolto opponendo per via referendaria alle politiche in atto la voce del popolo, e anzitutto vincendo il referendum costituzionale.

E ciò deve essere il primo passo per ripristinare la democrazia sociale costituzionale; a seguito del quale rivedere l'aberrante modifica dell'art.81 della Costituzione.

Votare NO nel referendum costituzionale significa, dunque, votare contro la tecnocrazia sovranazionale che, grazie alla presente manomissione della Costituzione potrà appoggiarsi ad una monocrazia nazionale, ancor più vassalla delle oligarchie europee e del capitale transnazionale, che continuerà ad affossare lo sviluppo del paese con ancor più risolutezza.

Il NO nel referendum è un SI’ al rilancio della democrazia prevista nella nostra Costituzione fondata sulla sovranità popolare.
Primi firmatari: Bruno Amoroso, Paolo Bagnoli, Patrizia Bernardini, Lanfranco Binni, Michelangelo Bovero, Nicola Capone, Antonio Caputo, Francesco Cattabrini, Sergio Cesaratto, Angelo Raffaele Consoli, Anna Fava, Thomas Fazi, Gianni Ferrara, Guglielmo Forges Davanzati, Roberto Lamacchia, Gerardo Marotta, Massimiliano Marotta, Siliano Mollitti, Tomaso Montanari, Daniela Palma, Andrea Panaccione, Marco Veronese Passarella, Roberto Passini, Marcello Rossi, Mario G. Rossi, Luca Rovai, Cesare Salvi, Gianpasquale Santomassimo, Francesco Sylos Labini, Stefano Sylos Labini, Paolo Solimeno, Lanfranco Turci, Massimo Villone. Questo documento è stato elaborato all’interno dell’Associazione Hyperpolis, (www.Hyperpolis.it) in vista del referendum costituzionale che verrà indetto nel corrente anno. Per adesioni: redazione@Hyperpolis.it

martedì 15 marzo 2016

Un altro amico fascista

di Tonino D'Orazio

Si avvicine, a passi felpati e ricattatori, in Europa. Erdogan, presidente della Turchia, benvenuto nel club dei governanti fascisti di questa Unione Europea.
Si tratta di considerare anche quanta destra “normale” possa essere considerata fascista perché anti lavoratori. Il club aumenta, oltre l’Ungheria e la Polonia, chiaramente fasciste, rimangono altri paesi sul filo anti-lavoratori, come la Svezia (Eh sì!), l’Estonia, la Lituania, la Lettonia, la Danimarca, la Norvegia, il Belgio con al governo i nazisti fiamminghi, aspettando la Francia (?) ed altri in avvicinamento come in Germania.
Nel novembre 2014 l’Assemblea Onu vota una risoluzione contro la rinascita e la glorificazione del nazismo. Votano contro la risoluzione gli Stati Uniti, il Canada (allora governata dalla destra) e l’Ucraina. Mancava questa volta l’alleato fedele Israele, ma sarebbe stato troppo.
Quanto a Erdogan sono cadute tutte le remore per questo grande uomo amico, che fino a qualche giorno fa era considerato uno dei peggiori dittatori occidentali. A suo carico una islamizzazione del paese, vicino ai rigidi sunniti arabi più retrogradi, abolendo di fatto la laicità, una volta orgoglio del paese. Uccide e massacra l’opposizione politica del suo paese fino a chiudere il loro giornale, anzi direttamente ad impossessarsene. Sta massacrando una etnia, quella curda in modo spudorato, dentro e fuori i confini, in barba ad Onu (che non conta più nulla da anni) e Tribunale Penale Internazionale. (Già, lì finiscono solo i “nemici” degli americani!). Un vero genocidio negato. Gestisce il passaggio e il rifornimento in armi e denaro dei jhadisti dell’Isis, aiutando il terrorismo internazionale,  comperando il loro petrolio di contrabbando e organizzandone il traffico. Tutto ormai documentato. La sua Turchia rimane il passaggio, se non l’area di addestramento, di tutti i fanatici che vivono in occidente e vogliono, e vanno a far parte dell’Isis. Le bombe, di cui piangiamo le vittime senza ulteriori domande, provengono e passano da lì.
Cosa fa la nostra ipocrita Unione?
Invece dei 3 miliardi promessi ne aggiunge altri 3, e fanno sei, per cominciare, perché sperare che il flusso dei rifugiati diminuisca in Turchia,(ne “ospitano” a spese nostre già 3 milioni), senza vero armistizio in zona di guerra, è semplicemente impensabile. Sperare che ci tolga le castagne dal fuoco per non farci preoccupare più dei rifugiati è insensato. E’ una semplice dismissione del diritto internazionale e uno scandaloso scarico di responsabilità, con l’amoralità profonda che “con i soldi, si può tutto”. In realtà diciamo che Shengen si sta estendendo alla frontiera siriana e oltre, per prendere sempre più una configurazione guerriera Nato come cuneo nel Medio Oriente. Basta guardare una cartina. E’ l’intromissione guerrafondaia franco-anglo-tedesca nell’area, e sicuramente di posizionamento anti Russia. Giusto per scaldare i muscoli. Diciamo che in geopolitica questa situazione sta comunque creando non poche perplessità alla Serbia, “nemica” storica (per secoli) dell’avanzata musulmana nei Balcani. E sicuramente aiuterà il Brexit della Gran Bretagna dalla UE.
Scompare per incanto tutta la prosopopea verbale di questi ultimi tempi sui “diritti dell’uomo” in Turchia. Basta con queste storie socialiste e antiquate al mondo moderno. Infatti il tema è scomparso dai media europei, eccetto dalla BBC di Londra perché non ancora completamente addomesticata.
Inoltre viene  rilanciata (sostenuta da anni dagli Usa) l’adesione di un altro paese fascista, la Turchia, (97% del territorio in Asia) nell’Unione Europea, aspettando l’Ucraina, come “soluzione” al flusso degli immigrati, o Israele, sembra a noi affini. Cosa sarà di questi rifugiati faremo finta di non saperlo fra qualche tempo. Ma il tallone d’Achille rimane, e cioè che i passaporti turchi non hanno più bisogno del visto per l’UE. Quanti amici dell’Isis dormienti entreranno nei vari paesi europei con passaporto turco “legale”? Quale garanzia possiamo avere da un dittatore, e dai suoi servizi segreti, di cui conosciamo le efferatezze? La Merkel ha ceduto tutta l’Unione per le elezioni che si terranno in Germania in alcuni lander importanti questa settimana? Vale la pena ricordare che ben 5 milioni di turchi vivono in Germania e che, per rapporti commerciali, la Turchia è un partner indispensabile alla sua avanzata di “colonizzazione” economico-politica. Per la Grecia è fatta, non interessano più i problemi dei rifugiati che continuano a sbarcare o a morire. Qualche soldo e nuovi “campi profughi” bloccati ai confini.
Questo “accordo” con la Turchia sarà sufficiente a bloccare nei vari paesi europei l’avanzata delle formazioni nazi-fasciste disinnescando il problema e la paura dell’invasione degli immigrati nei paesi “ricchi” e ben pensanti? Ormai assolutamente no.
Se molti avevano pensato come il senatore repubblicano McCaine  (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14 febbraio scorso) “che la grande fuga siriana dalla guerra era una strategia di Putin per dividere l’Europa e inondarla di rifugiati”, devono considerarsi oggi soddisfatti di fronte alla potente unanimità dell’Unione a non cedere a quella straordinaria strategia, chiudendo e recintando tutto il possibile in nuovi “campi” di reclusione. Dalla fuga dalla guerra alla prigionia assistita.
Entriamo anche in un altro versante della situazione. L’obiettivo di grande umanità di Erdogan sta nel ventilato progetto di “costruzione” di una vera “città per i rifugiati”. Non nel suo territorio giustamente, ma in quello siriano, alla sua frontiera sud, creando così una zona di appropriazione, diciamo un protettorato all’infinito, di una parte del territorio siriano (suo mai celato obiettivo). Territorio  abitato in gran parte dai curdi con i quali sarà in guerra permanente di occupazione. Servirà ad evitare la presenza dissuasiva dell’aviazione russa per la sua filiera e i suoi traffici in quell’area di frontiera? Si entrerà in una fibrillazione internazionale continua? Con quei soldi, anche nostri, ci sarà persino questo nell’accordo di sostegno a Erdogan con un Bruxelles penosamente in ginocchio ?
Intanto l’Austria e l’Ungheria chiudono i valichi. A questo punto non si fidano di chi? La Merkel "No misure a discapito della Germania". E cioè? Li vogliono oppure no i rifugiati siriani? Perché pagano la Turchia affinché se li tengano dopo aver spalancato le braccia? Perché non se li vanno a prendere con convogli umanitari degni di questo nome? Magari ne prendessero anche un pochino da noi, almeno quelli che vogliono andarsene. Oppure semplicemente non accetta la “disubbidienza” alle sue direttive politiche. Immediata la reazione di Berlino che minaccia "reazioni" e “sanzioni” alle misure nazionali dei paesi “ribelli”. Anche il nostro nano minaccia e ricatta a ruota: "Solidarietà o basta fondi". Anche il negoziato con il primo ministro David Cameron risulta diplomaticamente  "più difficile del previsto". Ad alcuni si deroga e ad altri no? Gli stessi francesi, in realtà, resistono. Con la solita ambiguità di Hollande che declama che “non avrà mai nulla in comune con Erdogan”, dopo aver accettato tutte le sue richieste, ufficiali e segrete. Insieme alla Commissione. All’unanimità.
Mi sembra che siamo sempre più agli sgoccioli del diritto internazionale e partecipiamo attivamente al suo logoramento. Indubbiamente la UE è esplosa, e non potrà che cominciare ad essere più restrittiva, ognuno riprendendosi piano piano i propri giocattoli. Ma soprattutto disegnando una vera assenza di strategia a medio e lungo termine. Una navigazione giornaliera a vista e confusione massima. Un gran beneficio alla crescita delle destre in tutta Europa e al neoliberismo in genere.

lunedì 14 marzo 2016

“Cara sinistra, meglio gli ogm, il biologico è di destra”

Antonio Pascale, agronomo e scrittore, spiega come l’azione dell’uomo sulle colture abbia incrementato la produzione e migliorato le specie. Parla dell’inefficacia dell’agricoltura biologica, fra falsi miti e nostalgie, e delle potenzialità degli ogm. E di come la sinistra, in questo, pratica una...

Non occorre condividere quanto espresso nell'articolo, ma vale la pena leggerlo e giudicare senza paraocchi 

Pascale, vorremmo parlare con te di agricoltura biologica e ogm, dal punto di vista delle rese, dei rischi e delle opportunità.
Cominciamo dal principio, con l’esempio pratico di un ettaro di terreno coltivato a grano. Se consideriamo le prime comunità agricole, che cominciarono a svilupparsi in Mesopotamia e che a quel tempo coltivavano il farro, si è stimato che la produzione fosse di cinquecento chilogrammi ad ettaro. Quasi niente. In età romana, la produzione era di una tonnellata, un dato che si ricava dai documenti di inventario. Nel 476 dopo Cristo, cioè alla caduta dell’Impero Romano, la resa dei cereali è rimasta quella. Andando avanti fino a Carlo Magno, cioè 800 anni d.c., con l’unificazione sotto il regno dei Franchi, la produzione è sempre una tonnellata per ettaro. Così nel 1500 e durante l’epoca dei Lumi e per tutto l’Ottocento. La resa dei cereali comincia lentamente a salire attorno al 1920-25, ci sono dei grafici che lo dimostrano ed è una delle prime cose che ti fanno vedere all’università. La resa di grano tenero e duro adesso è tra le cinque e le sette tonnellate. Parliamo di un incremento di quattro volte a ettaro. Come si spiega? Semplice: prima tutto era biologico. È stato l’arrivo dei concimi di sintesi a far aumentare la resa per ettaro: il fosforo, il potassio, l’azoto danno qualità e tono alla pianta, gli agrofarmaci abbattono la carica degli insetti e dei patogeni, i diserbanti, le malerbe. Ora, se andate in un supermercato bio, sarete di sicuro colpiti dalle immagini della natura: sole e sconfinate distese, colline, fin quante ne vuoi. Vi rassicurate e pensate che un pomodoro comprato sotto quelle immagini è sano e più buono. Ma se prendete quelle foto e fate uno zoom, sempre più stretto, fino a individuare i campi, vedrete la quantità di insetti o acari e patogeni che ci sono nei campi. Gli insetti e i funghi se ne fregano del nostro senso estetico, ignorano il nostro gusto per la bella natura, vogliono solo mangiare le piante.
Dunque non è possibile lasciare i campi senza cura, infatti anche nelle pratiche biologiche si usano agrofarmaci. Sono vecchie formulazioni che solo la nostra propensione al passato può farci considerare più sani e meno invasivi. Il rame (molto usato contro le crittogame) è un metallo pesante e causa, in alte dosi, seri danni alla microfauna. Gli olii bianchi  – si usano contro le cocciniglie – un nome che ci ricorda le beauty farm, sono derivati dal petrolio, e tra l’altro si usano anche nella lotta convenzionale. Insomma, mio nonno, che era contadino, coltivava biologico, e non per un’idea etica della natura, ma perché le prime innovazioni non erano così diffuse e soprattutto costavano. Ecco, quali erano le sue lamentazioni? La fame, gli insetti che si mangiavano tutto, la schiena spezzata perché doveva togliere le erbacce manualmente.

Dicevi che la resa inizia ad aumentare dai primi anni 20…
All’epoca si cominciano a usare concimi e agrofarmaci, ma soprattutto arriva il miglioramento genetico: viene abbassata l’altezza della pianta. Una pianta alta ha bisogno di molta energia e al frutto ne resta poca. Viceversa, se la si abbassa, tutta l’energia va al frutto. Sono gli anni della "rivoluzione verde”: in pochi decenni la costruzione (attraverso incroci) di piante basse e resistenti ad alcune malattie funginee (grano e riso) fa crescere la popolazione mondiale, che passa dai due ai quattro miliardi negli anni 70.
Questo significa che si è mangiato con molta più facilità e si sono tolte dai campi un sacco di persone. Noi siamo figli di quella rivoluzione lì. Se al supermercato, ma anche dal piccolo ortolano, oggi possiamo trovare una grande quantità di prodotti, è perché c’è stata la rivoluzione verde. Naturalmente non ci sono stati solo benefici, ma anche problemi molto grossi: innanzitutto una sorta di monocoltura intensiva. Oggi le specie coltivate sono in minor numero, per il semplice motivo che conviene metterne a produzione solo alcune.
L’altro problema è un uso spropositato degli agrofarmaci e il diserbo. I chimici e gli agronomi, comunque, quando se ne sono accorti, hanno cercato di porvi rimedio. In che modo? Beh, prima di tutto con la ricerca sugli agrofarmaci. I primi, ad esempio, erano a base di arsenico, adesso invece abbiamo sostanze biodegradabili, che quasi non lasciano residui; sono molto meno tossiche, perché agiscono direttamente solo su alcune parti organiche dell’insetto.
Detto tutto questo, per me il punto è che non possiamo pensare di tornare alle pratiche che usava mio nonno. Il benessere è aumentato: molti indicatori sono positivi, testimoniano una conquista civile del mondo, la mortalità sta scendendo. Il mondo nel suo complesso si sta muovendo bene. Però le risorse stanno finendo. Non possiamo dire: «Non è vero, continuiamo così»: sappiamo che il petrolio si va esaurendo e probabilmente fra trent’anni avremo dei problemi di approvvigionamento d’acqua.
Ci sono dei bacini idrici millenari negli Stati Uniti che oramai sono esauriti. La grande scommessa del futuro è cercare di produrre piante che vadano bene anche in climi siccitosi. Nel frattempo, cosa si fa? Riguardo l’agricoltura, si può lavorare in tre direzioni. Una è quella di aumentare la lunghezza delle radici: una pianta che va più in fondo al terreno, prende più acqua. Oppure aumentiamo la quantità di peli: ogni radice ha dei piccoli peli che prelevano acqua, se creiamo un "barbone”, prendono più acqua. Oppure, interveniamo in modo che la pianta chiuda gli stomi, che sono dei pori da cui esce l’acqua; chiudendoli, la pianta non perde acqua. O ancora facciamo in modo che la coltura sia più breve, perché la coltura consuma molto. Ecco, queste cose si possono fare, a patto però di usare l’ingegneria genetica. Più conoscenze avremo, più strumenti avremo, prima arriveremo alla soluzione del problema.

L’agricoltura biologica viene considerata una pratica che richiede un intervento minimo dell’uomo sulla pianta.
Chi pensa al biologico, pensa a una pratica che non richieda nulla o quasi, per cui tu lasci crescere la pianta e quella ti dà buoni frutti senza essere attaccata dai parassiti. In realtà non è così: se la pianta non è aiutata dall’uomo, non dà buoni frutti. Gli insetti cercano il pomodoro per la loro sopravvivenza. E, d’altra parte, la pianta non cresce per noi, ma per se stessa.
Andrebbe poi chiarito qualche equivoco. Il rame è un prodotto ammesso al disciplinare del biologico per combattere alcuni patogeni, come i funghi. I sostenitori del biologico dicono di usare il rame perché è una sostanza naturale. In realtà quella del rame è un’industria chimica di altissimo livello e spesso le stesse industrie chimiche che fanno i prodotti per l’agricoltura convenzionale, fanno anche il rame per l’agricoltura biologica. Il rame sulla tavola degli elementi è un metallo pesante e, in dosi normali, fa dei danni al terreno.
Un discorso analogo vale per i concimi. Nel biologico non vengono usati i concimi di sintesi, ma il letame. Ora, il letame è un buon concime, contiene gli elementi necessari per stabilizzare il terreno e tuttavia, se dovessero usarlo tutti gli agricoltori italiani, dovremmo allora chiederci di quanti animali avremmo bisogno per produrne a sufficienza, e poi dovremmo chiederci dove tenere tutti questi animali, come operare con lo smaltimento. Per questo usiamo il concime di sintesi. A volte mi sembra che il ragionamento sia un po’ egoistico, cioè, io prendo il letame, lo uso nel mio piccolo campo e faccio la mia bella produzione biologica. Senza tenere conto di cosa comporterebbe questa scelta se estesa a tutta la produzione agricola.

I movimenti a favore del biologico sottolineano che va operata una sorta di rivoluzione negli stili di vita: scegliere prodotti a chilometro zero, uno stile di vita sobrio, consumare "meno e meglio"…
Consumare di meno è una parte della soluzione. In realtà insoddisfacente. Perché mi devi dire: «Quanto meno»? Tutto questo poi ha un riflesso sul lavoro perché consumi più bassi significano anche minor reddito, meno lavoro, è un’equazione keynesiana (Pil = consumi + investimenti + spesa pubblica + la differenza tra esportazioni e importazioni, ndr) alla quale non si può sfuggire. Allora, secondo me, i fautori della decrescita la fanno un po’ troppo facile con le loro formule: decrescita felice, abbondanza frugale.
La resa del biologico è anche del 30% in meno. Per questo spunti un prezzo di base più alto. Non solo, in Italia hai i contributi (che paghiamo noi) per coltivare biologico, quindi sei protetto due volte.
Allora io, che mi considero di sinistra, comincio un po’ a infastidirmi quando persone che dicono di essere di sinistra avanzano argomentazioni di destra. Per me è di sinistra una buona alimentazione garantita a tutti e siccome fra un po’ passeremo a nove miliardi, non vedo come l’obiettivo possa essere quello di produrre di meno. Chi ci pensa alle persone che devono ancora nascere?
Per me il punto è produrre meglio e quindi capire quali strumenti utilizzare. Quando si capirono i danni portati dalla rivoluzione verde, molti genetisti iniziarono a studiare come togliere quel sovrappiù di chimica, come dotare la pianta di difese proprie (anche perché gli agrofarmaci costano molto e consumano molta energia).
Oggi c’è il problema della riduzione delle superfici arabili, dell’anidride carbonica che viene liberata, dell’effetto serra, del consumo eccessivo di acqua, ecc. Ma proprio la genetica, che è un territorio molto avversato, potrà dotare la pianta di protezione verso gli insetti e di resistenze alla siccità, ai climi, ai terreni salini. Così da riuscire a produrre anche in condizioni climatiche avverse, senza troppi elementi chimici, senza una meccanizzazione spinta, con delle piante che consumano meno acqua. Beh, a me questo sembra un grande vantaggio per tutti. Ma per ottenere questi risultati occorre lavorare sulla pianta, cioè con l’ingegneria genetica.
Dopodiché, nel biologico ci sono delle pratiche, come la rotazione, la protezione delle colture grazie a delle oasi rifugio, che sono ottime e che possono senz’altro essere trasferite nell’agricoltura convenzionale.

Spesso, davanti agli ogm, s’invoca il principio di precauzione, si paventa il rischio del ‘salto della specie’. C’è inoltre una radicata diffidenza verso le multinazionali…
Quando io mi sono iscritto ad Agraria, nell’84, ero molto affascinato da un professore, Luigi Frusciante, di sinistra, che, con i pochi fondi, aveva iniziato a sviluppare alcuni progetti per ottenere prodotti migliori: un pomodoro che si difende da solo contro gli insetti, una melanzana senza semi, che quindi consumi meno energia, ecc.
Era un modo per rifiutare l’industria chimica, loro detestavano la chimica, ma volevano costruire un’alternativa seria. Poi cos’è successo? È successo che anche la Monsanto ha cominciato a produrre biotecnologie, si è comprata tutti i brevetti dell’università pubblica e ha annunciato che avrebbe lavorato nel settore dell’ingegneria genetica. Della Monsanto si può dire un sacco di roba, tranne che non investa soldi in ricerca e non faccia collaborare i giovani ricercatori. Negli anni 80, sotto la direzione di Shapiro, un manager americano, questa multinazionale decise di fare questa scommessa. Contemporaneamente grandi gruppi ecologisti come Greenpeace ingaggiarono una dura battaglia contro la nascente ingegneria genetica. L’opinione pubblica si spaventò e i politici, di conseguenza, imposero nuovi e più severi controlli su questi prodotti. Con il risultato che oggi introdurre un Ogm costa cinquanta milioni di dollari. Un prodotto Ogm deve superare una serie di esami equipollenti a quelli dei farmaci.
Ma la conseguenza più paradossale è che gli unici soggetti che possono permettersi di sostenere costi simili sono le multinazionali! Insomma, la critica ambientalista ha agevolato le multinazionali. Con l’ulteriore aggravante che, dati i costi astronomici, poi non puoi sperare che la multinazionale crei una pianta resistente alla siccità per i contadini africani. Infatti la Monsanto fa il mais, che è la coltura più utilizzata nel mondo.
Insomma, abbiamo precluso le grandi potenzialità dell’ingegneria genetica, riducendo il campo delle possibilità a due interventi: uno è coi bacillus thuringiensis; un altro, quello italiano è esclusivamente una resistenza ad un erbicida.

Tu ricordi che le piante in realtà sono sempre state trasformate dall’uomo…
Dovremmo fare tutti quanti un salto culturale. L’agricoltura non si è diffusa d’emblée, ma con un processo lungo. C’è stato un periodo intermedio in cui i maschi continuavano a cacciare, alle donne spettavano altri compiti; probabilmente è stata una donna a piantare il primo seme.
Ad ogni modo, da quando è stato piantato il primo seme ed è nata la prima pianta, c’è stata una trasformazione da parte dell’uomo. L’uomo ha iniziato a modificare il paesaggio e ha modificato anche le piante. Le prime cariossidi nel grano disperdevano il seme e non davano vita al rachide (l’asse della spiga, ndr). Gli uomini hanno allora selezionato le piante che non disperdevano il seme. Quindi noi selezioniamo queste piante da tempo, ne abbiamo cambiato l’altezza, la spiga, l’habitat. È una storia che dura da diecimila anni ed è la storia di un continuo cambiamento.
Ora, con il dna ricombinante, i famosi ogm, tu non cambi tutto il genoma, cambi soltanto il carattere che ti è utile. Col tempo abbiamo decodificato il codice genetico, sappiamo cosa fanno i geni, che proteine producono, che caratteri vengono fuori con quel gene. È come conoscere l’alfabeto: sappiamo quali lettere usare per formare una parola. In passato si procedeva a caso: se la parola usciva giusta, la prendevi e selezionavi quel prodotto. Adesso invece noi sappiamo prima che parola dobbiamo usare e andiamo a scegliere le lettere giuste.
Purtroppo la gente non è consapevole di tutto questo, pensa che solo oggi lavoriamo sul dna, quando invece -come dicevo- ci abbiamo sempre lavorato. In maniera anche molto imprecisa.
Hai citato il "salto di specie”: dobbiamo renderci conto che non esiste, noi deriviamo da un’unica specie, da un’unica cellula. Per dire, esiste una corrispondenza tra il mio dna e quello del lievito visto che per la codificazione di alcune proteine agiscono geni identici. Portare un gene da una parte all’altra, non significa portare tutta l’essenza, ma solo il gene che produce una proteina specifica.
Si tratta di aggiungere o togliere qualcosa. Aggiungere qualcosa che ci può essere utile e togliere qualcosa che non ci è utile. Tutto qua.
Oggi la sfida è quella di riuscire ad avere piante che fanno a meno di alcuni input esterni, perché quello che potevamo ottenere con la produzione l’abbiamo ottenuto, non si possono pompare oltremodo i frutti della pianta, non si possono pretendere degli ortaggi giganti come ne "il dormiglione” di Woody Allen. Ora l’obiettivo è limitare le perdite in campo, perché circa il 20%, a volte anche il 30%, viene perduto a causa di insetti, batteri o agenti atmosferici.

Le multinazionali vengono accusate di produrre sementi ogm progettate per dar vita a piante sterili, costringendo così i contadini a ricomprare i semi ogni anno…
Molte persone maturano alcune convinzioni in totale buona fede, perché credono a figure che ritengono autorevoli. Ma la verità è che nessun contadino scambia i semi perché, oltre a essere costoso, è laborioso, nel senso che devi togliere una parte dalla produzione, poi devi mettere questi semi in cantina, non farli germinare e l’anno dopo seminarli.
In aziende zootecniche molto piccole, dove ci sono delle galline, qualche scrofa, si possono vedere piccoli appezzamenti di mais (usati per il mangime) con piante di tutte le forme: alte, basse, una bella forte, un’altra meno. Perché il seme, lasciato a se stesso, cioè non selezionato, produce varietà diverse. Per questo motivo, dopo le scoperte della genetica, sono nate le industrie che producono semi. In Italia nel dopoguerra è nato l’Ente Nazionale Sementi Elette che, tra le altre cose, certifica la conformità, effettua controlli sulla qualità, la varietà dei semi, brevetta le novità vegetali, seleziona le sementi. Negli Stati Uniti è dal 1920 che esistono enti di questo tipo.
Le piante vengono selezionate, ad esempio, per migliorare il contenuto di amido. Il seme selezionato dà una pianta buona che è uguale in tutta Italia. Così un contadino del Sud può produrre allo stesso regime di un contadino del Nord, appunto perché possiede lo stesso seme. La pianta che nasce, a quel punto, è tutta uguale: non c’è più una pianta che produce cento e un’altra trenta. Questo significa avere meno spese e una produzione migliore. Per i contadini non è conveniente farlo da sé, quindi preferiscono acquistarli.
Ovviamente se ho un piccolo orto non vado a comprare il seme, ma se devo produrre 1500 quintali di pomodori, il discorso cambia.

Puoi spiegare la faccenda degli ibridi?
Alcune colture di base, alcuni ortaggi, come i pomodori, sono ibridi. Si chiamano ibridi di prima generazione. Sono cioè frutto di una scoperta casuale: unendo due genitori con due caratteri omogenei, la pianta che nasce è più alta dei genitori. Si chiama F1. Piantando questa generazione, otterrò tutti figli belli, forti e produttivi. Bene, ripiantandola otterrò invece delle piante malate.
È una legge di Mendel. Si chiama "vigore eterotico”, un fenomeno associato all’eterosi (l’incrocio che deriva da individui non imparentati, ndr), che dà la possibilità di avere una prima generazione resistente e molto più produttiva e invece una seconda malata, perché i caratteri prima nascosti e magari nocivi, vengono alla luce.
Questo è il motivo per cui i semi vengono acquistati ogni anno. Costano un po’ di più, ma vieni ripagato da una linea di produzione più efficiente e di qualità migliore.
Senza considerare gli ogm, va detto che la gran parte dei semi di ortaggi acquistati al supermercato, non crescono una volta piantati a casa. Se tu compri un peperone, di qualsiasi qualità, e pianti i semi, i semi non crescono. Perché sono stati ottenuti con tecniche come la poliplodia (raddoppiamento dei cromosomi) o altre, che riescono a migliorare i prodotti ma nel contempo li rendono sterili. Ma d’altra parte a nessun contadino interessa prendere quel seme e ripiantarlo.

Vandana Shiva alcuni anni fa ha denunciato un elevato numero di suicidi tra i contadini in India a causa dei semi di cotone ogm introdotti da Cargill e Monsanto…
Devo fare una premessa. Il cotone Bt è stato messo in commercio dal ’96 e in India viene prodotto dal 2002. Cosa ha di speciale questo cotone? L’introduzione di un gene che sviluppa una tossina letale per tre specie di insetti: i lepidotteri, cioè le farfalle, i coleotteri come la coccinella e i ditteri, cioè le mosche. Questa tossina viene prodotta da un batterio, il bacillus thuringiensis, che si trova nel terreno. È stata scoperta nel 1920 dai giapponesi, che l’hanno isolata, hanno fatto degli esperimenti e hanno capito che si attiva solamente in un ambiente a ph basico, cioè maggiore di 7 (il classico ph che troviamo nell’apparato digerente degli insetti). Noi invece abbiamo un ph acido e la tossina viene disinnescata. Questa potenzialità ha destato l’interesse di tutti gli ambientalisti perché in questo modo si poteva evitare l’uso dei concimi di sintesi e degli agrofarmaci.
Anche grazie a Rachel Carson, la biologa americana che scrisse Primavera Silenziosa, il bacillus thuringiensis è diventato uno degli agenti più usati nell’agricoltura biologica. Quando mangi una mela biologica, mangi una mela che contiene i batteri o le spore di quei batteri. E funziona benissimo per quel tipo d’insetti.
Il problema nasce quando devi spargere i bacilli per tutti i filari: è un costo. Allora si è detto: «E se noi prendessimo soltanto quel gene, cioè il pezzo di dna del batterio che produce la tossina, e lo mettessimo nel dna del mais?». L’insetto mangia la pannocchia che produce da sé l’insetticida. È una cosa buona, infatti da quando sono stati immessi sul mercato questi ogm si sono diffusi, perché sono vantaggiosi: non bisogna irrorare pesticidi, la pianta fa tutto da sola, i contadini non rischiano di ammalarsi e sui consumatori la tossina scivola via perché nel nostro intestino manca il recettore e non viene agganciata.
Questo discorso vale anche per il cotone, che viene infestato da un lepidottero, una larva, che fa un sacco di guai. I contadini indiani, all’inizio, invece di acquistare dalla Monsanto, che aveva una joint venture con la Mahyco, un’azienda sementiera indiana, si facevano arrivare i semi di contrabbando dal Pakistan e, naturalmente, per il discorso che abbiamo fatto sugli ibridi, alla seconda generazione non andavano più bene.
Quindi le rese non sembravano ottimali, ma perché non usavano tutte le accortezze del caso. Vandana Shiva non spiega cos’è successo, si limita a dire che non funzionava nulla. E inventa la leggenda che questi semi sono sterili e che i contadini si suicidavano per questo.
Oggi l’80% del cotone coltivato in India è ogm; è una cifra enorme e guarda caso sono soprattutto i piccoli coltivatori ad aver sfruttato queste potenzialità. Prima l’India era al 20° posto, ora è al terzo. Ha superato pure gli Stati Uniti. Quindi funziona ed è un vantaggio per tutti.
L’International Food Policy Research Institute (Ifpri), che da anni si occupa di fame nel mondo, ha calcolato quanti contadini si sono suicidati prima dell’introduzione del cotone Bt e quanti dopo. Bene, il numero non cambia, anzi, in qualche caso, scende. Per cui è stato dimostrato che non c’è correlazione.
I contadini si suicidano soprattutto perché operano in un contesto molto precario: da noi l’agricoltore è assicurato, se perde il raccolto riceve degli indennizzi. Insomma, è un discorso molto complesso, articolato, che va esaminato nel contesto. Invece, Vandana Shiva si limita a dire che i semi sono sterili e i contadini muoiono. E la persona in buona fede che vuole migliorare il mondo ci crede. Tra l’altro si crea un immaginario che diventa difficile contestare. Cosa fai? Vai lì a spiegare, fai il professorino, contesti un idolo come Vandana Shiva? Finisce che tu sei l’antipatico e invece gli altri sono quelli che lottano per un buona causa.

I temi della decrescita trovano un interesse diffuso, s’insiste molto sul rischio della omologazione delle culture, ecc. A volte a sinistra c’è il rischio di un certo fondamentalismo.
Io ho trascorso l’adolescenza a Caserta, una città borbonica, dove quelli di destra amavano il mito, la tradizione, tutte dimensioni che non potevi contestare, dovevi accettare e basta. E noi ragazzi di sinistra ascoltavamo il rock e seguivamo tutte le cose che venivano da fuori. Per noi essere di sinistra voleva dire essere più aperti, più curiosi, più flessibili, più inquieti anche. Oggi mi sembra che in qualche modo si siano come invertiti i campi. Mi dispiace dirlo, ma la sinistra talvolta pratica una cultura di destra: si appella alla tradizione, al prodotto locale, all’idea di natura come buona, sana, giusta, ecosostenibile. Invece credo che la scommessa vada proprio nel senso opposto. L’ho già detto: per me una buona alimentazione garantita a tutti è di sinistra, un’alimentazione elitaria è di destra.

Molti iscrivono Pasolini tra i padri nobili di questi movimenti…
Alla fine Pasolini si mette in una tradizione di antimodernità. Io faccio sempre questo esempio su Napoli. Pasolini scrisse un saggio, Gennariello, che iniziava dicendo appunto che i napoletani sono gente simpatica perché appartengono a un’antica tribù e ogni cosa che si praticava a Napoli era frutto di uno scambio di antichissimo sapere. E poi disse che anche se ti rubano il portafoglio è anche quello "uno scambio di antico sapere”. In fin dei conti è una bella favola. Però se ti fermi a pensarci... Voglio dire, se mi rubano il portafoglio a Roma, io quanto meno mi innervosisco, mi sento oggetto di violenza. Perché se mi succede a Napoli dovrei essere contento? Quest’idea viene dal fatto che Pasolini credeva in un passato mitologico incontaminato, incorrotto, migliore del presente. Credeva nel sapere nostalgico, che è ben diverso dalla nostalgia. Chi è che non si ricorda una bella vacanza? O quella canzone degli anni 80 che mi commuove perché mi riporta ai miei sedici anni? Il sapere nostalgico però è un’altra cosa.
Provo a spiegarmi: nel presente io vedo anche cose molto buone, di valore. Pasolini, invece, non riconosceva alcun valore al presente, mentre il passato era uno scrigno di cose meravigliose e di quei fantastici valori che poi abbiamo perso. Ripeto, per me questa è una concezione di destra; la tradizione e il mito come elementi immodificabili e incontestabili sono teorie di destra.
Pasolini ha tentato di rilanciare queste idee, dando loro una connotazione ideologica: il capitalismo è il progresso che ha contaminato tutto. Di fronte a una formulazione di questo tipo cosa puoi dire? Vuoi metterti a ricordare quante persone morivano prima e quante ne muoiono adesso? Non lo so.
Certo, la figura del tuareg che possiede dei valori evoca un immaginario molto più forte. E così il sapere nostalgico domina ogni campo di discussione. E in Italia è fortissimo. Se dici: faccio un ogm che migliora la qualità del prodotto, la risposta è: «Ma le colture di una volta, quelle sì. Adesso non hanno più sapore, vengono da fuori, sono chimiche, non sono naturali».
Chi prova a percorrere questo territorio rischia l’impopolarità. Rischia di passare come uno al servizio delle multinazionali. È anche difficile proporre un metodo di lavoro condiviso. Io direi: lavoriamo seguendo un metodo, se questo metodo dà dei frutti, bene, se non li dà, lo togliamo di mezzo. Cioè, ragioniamo caso per caso. Però impegniamoci in questa ricerca. In fondo il nostro cervello è fatto per risolvere problemi. Proviamo e verifichiamo ogni volta.
È una sorta di piano con delle buche, io non lo so dove andiamo, ma voglio portare avanti la mia conoscenza, otterrò delle conquiste, farò degli errori. Ogni tipo di progresso porta con sé un disagio… Come diceva Freud, il disagio della civiltà, il disagio della cultura. La rivoluzione verde ha portato tanti vantaggi ma ha anche causato dei guai. Ma come si fa a dire di no? Dobbiamo andare avanti, cercare di migliorare le cose, allargare le possibilità... Se una cosa funziona, va bene. Certo, non ci sarà la perfezione. Bisogna fare delle prove e vedere che cosa succede.
 

domenica 13 marzo 2016

Ancora la balla dell’austerità espansiva: L’Inkiesta

da scenarieconomici

Un articolo pubblicato sul sito L’Inkiesta ha attirato la nostra attenzione: “Non si scappa: per ridurre il debito pubblico l’austerity è l’unica via”. L’autore, sostenitore della famigerata austerità espansiva sconfessata perfino da FMI e OCSE, sostiene la singolare tesi che l’unica strada per la crescita è il taglio della spesa corrente statale. Il taglio della spesa per consumi delle PA sarebbe inevitabilmente seguito ‘dopo qualche anno’ da un aumento del PIL:

“Nell’area euro sembra che i Paesi che hanno avuto i maggiori aumenti dei tassi di crescita durante la ripresa dell’economia sembrano essere stati quelli che hanno compiuto i più grandi sforzi in riduzione del deficit, in particolare con il taglio delle spese”

Quello che ci ha incuriosito maggiormente è il metodo usato per la dimostrazione della singolare tesi:

“Basta guardare le righe relative alla riduzione della spesa pubblica e della crescita reale del PIL nel prospetto dei conti degli ultimi country report della Commissione Europea.”

Diamine, e io che pensavo che le serie di dati sull’economia delle nazioni fossero materia da studiare con modelli econometrici, inferenze, covarianze e scarti quadratici, intervalli di confidenza e dimostrazione del rapporto causa-effetto, come predicano (giustamente) i pro-euro! Niente di tutto questo, “basta guardare” due righe di un report della Commissione, e al diavolo il Post Hoc Ergo Propter Hoc! L’autore illustra la sua scoperta con screenshot opportunamente circolettati:

E conclude:

“In questi Stati, che erano quelli in condizioni più gravi, escludendo la Grecia, il miglioramento nella crescita è venuta dopo, e non prima, gli aggiustamenti. Il calo del deficit/PIL quindi sembra essere più correlato a tagli e risparmi che solo all’aumento del denominatore.”

E certo, “escludendo la Grecia”, perché lì per qualche arcano motivo (antropologico?) la legge del Balduzzi non funziona. La chiusa è splendida:

“ … debito, elefante nella stanza della nostra economia, la cui mole fingiamo di non vedere, ma che non viene dimenticata laddove nel mondo si prendono decisioni di investimento.”

Il problema sono gli investimenti esteri, come no.

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Per confutare la curiosa teoria del Balduzzi che correla calo della spesa corrente all’incremento del PIL per fortuna esistono strumenti statistici consolidati. Una delle tecniche per stabilire se due serie di dati sono correlate, ovvero se ogni coppia di variabili è legata più o meno dalla stessa legge, è la regressione lineare, che impiegheremo tra poco per verificare il “modello” proposto da Balduzzi. Dopo la correlazione occorrerebbe dimostrare la causazione, ma per adesso non spingiamoci troppo in là.

Balduzzi presuppone una correlazione inversa con sfasamento temporale. Nei suoi screenshot lo sfasamento tra riduzione della spesa corrente e crescita del PIL varia da 2 a 4 anni 8usiamo gli screenshot perché l’autore non fornisce dettagli concreti sulla correlazione asserita).

Deve necessariamente valere anche l’inverso, come del resto sostiene l’articolo: aumentando la spesa corrente il PIL dopo qualche anno cala (equivalenza ricardiana). Per testare questa correlazione abbiamo preso le tabelle OCSE (identiche a quelle della Commissione Europea) e misurato l’indice di correlazione R tra variazioni annuali di Real Public Consumption Expenditure e Real GDP di 43 paesi e due aree (euro e OECD) tra 2002 e 2015. Sono 1.260 variabili su due matrici, un solido set di dati.

Abbiamo calcolato R in 4 situazioni: sfasamento di 1, 2, 3 e 4 anni. Abbiamo poi effettuato la media degli indici per ognuno delle 4 situazioni.

Se la tesi del Balduzzi fosse vera l’indice di correlazione dovrebbe mostrare valori negativi e sensibilmente maggiori di 0. Se la tesi fosse falsa l’indice di correlazione tenderebbe a zero.

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Dalla tabella si ricava che:

le variazioni sono piuttosto casuali, con indici di correlazione che variano da -0.6 a +0.7.
Diversi stati hanno correlazioni sia positive che negative, al variare dello sfasamento temporale.
Alcuni stati hanno forti correlazioni positive, ovvero aumentando la spesa corrente aumenta il PIL (il contrario della tesi di Balduzzi). Altri hanno la forte correlazione negativa cercata dal Balduzzi.
La media degli indici di correlazione però tende a 0 in tutte le situazioni considerate.

Conclusione: la regressione statistica conferma che non esiste nessuna correlazione evidente tra taglio della spesa corrente e aumento del PIL. Almeno, nessuna correlazione evidenziabile con un semplice sguardo alle righe relative alla riduzione della spesa pubblica e della crescita reale del PIL.

Il motivo è semplice: oltre alla spesa corrente esistono molte altre variabili da considerare: pressione fiscale, spesa per investimenti, spesa per interessi etc etc. Puntare solo sulla spesa corrente genera il sospetto che si voglia far passare un’idea preconcetta, e ahimé non suffragata da evidenze empiriche.

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Siamo quindi di fronte a una classica ‘analisi monovariata‘ con annesso Post Hoc Ergo Propter Hoc …







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Qui la tabella completa degli indici di correlazione.
 INDICE DI CORRELAZIONE
VARIAZ. SPESA CORRENTE – VARIAZ. PIL
    +4  ANNI   +3      ANNI  +2  ANNI +1ANNO
Australia 0,6 -0,1 0,0 0,3
Austria -0,1 -0,1 0,3 -0,2
Belgium 0,2 0,5 0,2 -0,5
Brazil 0,3 0,1 -0,1 0,4
Canada 0,5 0,0 0,1 -0,4
Chile -0,2 -0,2 -0,3 0,4
Colombia -0,4 -0,3 -0,2 0,1
Costa Rica 0,0 -0,2 -0,2 -0,3
Czech Rep 0,4 0,4 0,4 0,2
Denmark -0,1 -0,4 0,1 -0,2
Estonia 0,2 -0,2 -0,5 -0,2
Finland 0,0 0,3 0,5 0,2
France 0,3 0,3 0,2 0,4
Germany 0,0 0,0 0,1 -0,3
Greece -0,1 0,2 0,4 0,7
Hungary -0,2 0,2 0,8 0,2
Iceland -0,2 -0,2 0,0 0,1
India1 -0,4 -0,6 0,1 0,0
Indonesia 0,3 0,0 0,3 -0,2
Ireland -0,2 -0,2 -0,2 0,2
Israel -0,1 -0,6 -0,3 -0,4
Italy -0,2 0,3 0,4 0,3
Japan 0,0 0,6 -0,1 0,5
Korea 0,4 -0,1 0,0 0,3
Latvia -0,1 -0,1 -0,1 0,3
Lithuania -0,1 0,1 0,1 0,3
Luxembourg -0,1 0,1 0,3 0,0
Mexico -0,3 -0,4 -0,2 -0,2
Netherlands 0,0 -0,7 0,0 0,2
New Zealand -0,6 -0,6 -0,2 -0,1
Norway 0,1 0,1 0,0 -0,6
Poland -0,2 0,1 0,4 0,7
Portugal -0,3 -0,1 0,3 0,5
Russia 0,4 0,0 0,0 0,0
Slovak Rep -0,1 -0,5 0,3 0,2
Slovenia -0,2 -0,1 0,2 0,1
South Africa 0,2 0,4 0,6 0,3
Spain -0,5 -0,2 0,0 0,4
Sweden 0,6 -0,3 -0,1 0,1
Switzerland 0,2 0,1 0,1 0,4
Turkey 0,4 -0,4 -0,3 -0,1
UK -0,2 0,1 0,3 0,2
USA 0,0 0,1 0,1 -0,1
Euro area 0,0 -0,1 0,0 0,1
Total OECD 0,1 0,0 0,1 0,0
 MEDIA 0,00 -0,06 0,08