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mercoledì 27 maggio 2015

Una Nazione Cristiana? E da Quando? Stati Uniti, lo Storico Patto tra Grande Capitale e Destra Religiosa


di Kevin M. Kruse dal New York Times

L'America sarà pure una nazione di credenti, ma per quel che riguarda la sua identità come “Nazione Cristiana” le credenze dei suoi cittadini sono piuttosto confuse.
Appena qualche settimana fa, l'agenzia Public Policy Polling [1] riferiva che il 57% dei Repubblicani è favorevole a dichiarare ufficialmente gli Stati Uniti una nazione cristiana. Ma nel 2007 un sondaggio effettuato dal First Amendment Center [2] mostrava che il 55% degli americani era convinto che lo fosse già.
Una tale confusione è comprensibile. Con tutti i discorsi che facciamo sulla separazione tra Stato e Chiesa, il linguaggio religioso si è diffuso nella nostra cultura politica in innumerevoli modi. È inscritto nel nostro giuramento di fedeltà patriottica [3], stampato sul nostro denaro, inciso sulle pareti dei nostri tribunali e del Campidoglio [4]. Forse la sua onnipresenza ci fa presumere che tale linguaggio ci accompagni fin dalla nascita della nazione.
Ma non sono stati i padri fondatori a creare gli slogan e le cerimonie che ci vengono in mente quando ci chiediamo se questa sia o meno una nazione cristiana. Sono stati invece i nostri nonni.
Negli anni 30 i grandi uomini d'affari si ritrovarono in difficoltà. Il loro prestigio sociale, a causa del crollo del '29, era crollato anch'esso; le loro imprese si ritrovavano tra il martello del New Deal di Roosevelt e l'incudine dei lavoratori organizzati. Per riconquistare il loro predominio, le grandi società contrattaccarono a tutto campo. Scatenarono una guerra metaforica nelle assemblee legislative, e a volte una letterale nelle strade; le loro campagne spaziarono dalle corti di giustizia ai forum dell'opinione pubblica. Ma nulla si rivelò particolarmente efficace finché non diedero il via a un'offensiva propagandistica che dipingeva il capitalismo come l'ancella del cristianesimo.
In passato i due erano già stati descritti come anime gemelle, ma in quella campagna la loro unione era plasmata da una violenta opposizione al “socialismo strisciante” del New Deal. Il governo federale non aveva mai realmente fatto conto dell'opinione degli americani sui rapporti tra fede e libera impresa, per lo più perché non si era mai intromesso così massicciamente negli interessi dell'impresa privata. Ma adesso la sua ombra sul business si allungava in modo inquietante.
Andando al contrattacco, durante gli anni 30 e 40 le grandi imprese lanciarono una nuova ideologia che combinava elementi del Cristianesimo con un libertarismo antigovernativo. A fare da apripista, potenti lobby affaristiche come la United States Chamber of Commerce e la National Association of Manufacturers, che promuovevano quest'ideologia attraverso conferenze e campagne pubblicitarie. Contributi generosi arrivarono da importanti uomini d'affari, con nomi blasonati quali Harvey Firestone, Conrad Hilton, E. F. Huton, Fred Maytag e Henry R. Luce, o personaggi meno noti, a capo della U.S. Steel, della General Motors o della DuPont.
Con scaltra decisione, questi dirigenti fecero dei sacerdoti i loro portavoce. Come osservò J. Howard Pew (della Sun Oil), i sondaggi provarono che un ministro del culto riusciva a plasmare l'opinione pubblica più di ogni altro professionista. Per questo il mondo degli affari iniziò il reclutamento tra il clero cristiano, per mezzo di pubblici appelli e incontri privati. Furono in molti a rispondere alla chiamata, ma tre di essi meritano un'attenzione particolare.
Il reverendo James W. Fifield – noto come “il tredicesimo apostolo del grande affare” e “il San Paolo degli Abbienti” - fu uno dei primi evangelisti dediti alla causa. Predicando alle congreghe milionarie dell'esclusiva First Cogregational Church di Los Angeles, Fifield diceva che leggere la Bibbia è “come mangiar pesce – scartiamo le ossa per gustare la carne. Non tutte le parti hanno ugual valore.” Accantonava i moniti del Nuovo Testamento riguardo la natura corruttrice della ricchezza. Al contrario, vedeva capitalismo e Cristianesimo uniti contro lo “statalismo pagano” del New Deal.
Per mezzo della sua organizzazione nazionale, la Spiritual Mobilization (fondata nel 1935), Fifield promuoveva la “libertà al cospetto di Dio.” Per la fine degli anni 40 il suo gruppo diffondeva il suo vangelo di fede e libera impresa in una diffusissima rivista mensile e un programma radiofonico settimanale che alla fine sarebbe stato diffuso da 800 stazioni in tutto il paese. Furono anche messi in palio premi in denaro per incoraggiare i ministri a tenere sermoni ad hoc. I liberal protestarono contro quella fusione di Dio e avidità; nel 1948 il giornalista radicale Carey McWilliams la stigmatizzò in una fulminante invettiva. Ma Fifield cavalcò quelle critiche per raccogliere ancora più fondi, moltiplicando il suo attivismo.
Allo stesso tempo, il reverendo Abraham Vereide promuoveva la causa cristiano-libertarian con una rete nazionale di gruppi di preghiera. Dopo aver svolto la funzione di pastore per gli industriali che fronteggiavano grandi scioperi a Seattle e a San Francisco alla metà degli anni 30, Vereide cominciò a organizzare colazioni di preghiera in tutta America, allo scopo di unire le élite politiche ed economiche in una causa comune. “I grandi uomini e i veri leader di New York e Chicago,” scriveva a sua moglie, “guardano a me con un'ammirazione che mi imbarazza.” Nella sola Manhattan gli chiedevano udienza James Cash Penney, Thomas Watson della IBM, Norman Vincent Peale e il sindaco Fiorello La Guardia.
Nel 1942 l'influenza di Vereide giunse fino a Washington. Convinse il Senato a tenere incontri settimanali di preghiera “affinché possiamo essere una nazione diretta e controllata da Dio.” Vereide inaugurò un suo quartier generale a Washington – battezzandolo “L'Ambasciata di Dio” - diventando una presenza potente presso istituzioni in precedenza laiche. Tra le sue iniziative ci furono le “cerimonie di consacrazione” per molti giudici della Corte Suprema. “Nessun paese, nessuna civiltà può perdurare,” proclamo il giudice Ton C. Clark durante la sua consacrazione nel 1949, “a meno che non siano fondate sui valori cristiani.”
La maggiore figura ecclesiastica nel campo del cristianesimo libertarian, comunque, fu quella del reverendo Billy Graham. Dall'inizio del suo ministero, nei primi anni 50, Graham fu un sostenitore talmente acceso degli interessi dell'impresa che un giornale di Londra lo chiamò “l'evangelista del Big Business.” Il Giardino dell'Eden, diceva ai suoi fedeli , era un paradiso “senza quote sindacali, senza leader dei lavoratori, senza serpenti e senza malattie.” Con spirito simile stigmatizzava le “restrizioni governative” in campo economico, che invariabilmente attaccava in quanto “socialismo.”
Nel 1952 Graham andò a Washington, per fare del Congresso la sua congregazione. Reclutò parlamentari che facessero da cerimonieri [6] per i suoi affollati raduni, e organizzò il primo ufficiale servizio religioso mai tenuto sui gradini del Campidoglio. Quello stesso anno, assecondando le sue richieste pressanti, il Congresso istituì un'annuale Giornata Nazionale della Preghiera. “Se mi candidassi oggi come presidente degli Stati Uniti, con un programma che chiamasse il popolo a ritornare a Dio, a ritornare a Cristo, a ritornare alla Bibbia,” pronosticò, “Vincerei.”
Ci pensò Dwight D. Eisenhower a realizzare quella predizione. Con le citazioni bibliche fornite da Graham, il candidato Repubblicano lanciò una campagna che denominò “una grande crociata per la libertà.” Il suo curriculum militare faceva del generale un candidato formidabile, ma durante il confronto elettorale Eisenhower accentuò le tematiche spirituali a discapito di altre più mondane. Come ebbe modo di osservare il giornalista John Temple: “Nella concezione di Eisenhower l'America non è semplicemente la terra dei liberi. È una terra di libertà al cospetto di Dio.” Eletto in un vero plebiscito, Eisenhower disse a Graham che gli era stato affidato un mandato per compere un “rinnovamento spirituale.”
Malgrado si fosse appoggiato ai gruppi di cristiani libertarian durante la campagna elettorale, una volta eletto Eisenhower si discostò dalla loro agenda. Gli sponsor industriali avevano visto la retorica religiosa come strumento per smantellare la struttura del New Deal. Ma il nuovo presidente riteneva che quella sarebbe stata un'impressa persa in partenza. “Qualunque partito politico che tentasse di abolire la Social Security, gli ammortizzatori per la disoccupazione, e di eliminare le leggi sul lavoro o i programmi statali per l'agricoltura,” osservò in privato, “quel partito scomparirebbe per sempre dalla nostra storia.” Adifferenza di chi vedeva la tematica spirituale come mezzo per un fine, Eisenhower l'adottò come un fine in sé.
Separando il messaggio della “libertà al cospetto di Dio” dalle sue radici cristiane libertarian, Eisenhower creò una comunità di rinnovamento spirituale più ampia, che accoglieva ebrei, cattolici e protestanti, Democratici e Repubblicani. Percorrendo il paese, mise in campo tutta una serie rivoluzionaria di riti e slogan religiosi.
Già la prima settimana del febbraio 1953 [il mese successivo alla sua elezione - ndt] impostò il ritmo vertiginoso della sua presidenza: la domenica mattina si fece battezzare; quella stessa sera diffuse un messaggio presidenziale per la campagna “Ritorno s Dio” dell'American Legion; quel giovedì presenziò, insieme al reverendo Vereide, alla prima Colazione di Preghiera Nazionale; il venerdì inaugurò la preghiera di apertura nelle riunioni di gabinetto.
Anche il resto di Washington si consacrava a Dio. Il Pentagono, il Dipartimento di Stato e altri organismi governativi si affrettarono a istituire i loro incontri di preghiera. Nel 1954 il Congresso aggiunse “al cospetto di Dio” al Giuramento di Fedeltà, fino ad allora laico. Quello stesso anno fu impresso uno slogan simile, “Confidiamo in Dio”, sui francobolli, e l'anno successivo si votò per aggiungerlo anche sulla carta moneta; nel 1956 “In God We Trust” divenne il motto ufficiale della nazione.
Nel corso di quegli anni gli americani si sentirono dire, ancora e ancora, non tanto che il loro paese sarebbe dovuto essere una nazione cristiana, quanto che lo era sempre stato. Cominciarono ben presto a concepire gli Stati Uniti come “una nazione al cospetto di Dio.” E hanno continuato a crederci fino ad oggi.

Kevin M. Kruse è professore di Storia a Princeton; la sua opera più recente è One Nation Under God: How Corporate America Invented Christian America.


Note del traduttore
[1] Public Policy Polling: un'agenzia di sondaggi che opera per committenti liberal.
[2] Ricordiamo che il Primo Emendamento (alla Costituzione degli Stati Uniti) non riguarda solo la libertà d'espressione, ma anche, tra l'altro, la separazione tra Stato e Chiesa.
[3] Nel Pledge of Allegiance (giuramento di fedeltà) che viene recitato (non obbligatoriamente) nelle scuole, il riferimento a Dio è stato inserito nel 1954 (v. più sotto).
[4] Si tratta di questioni controverse, pesantemente manipolate da opinionisti di tendenza teocratica (cfr, Snopes).
[5] Qui e altrove ometto, o sostituisco con parafrasi (incontro religioso , raduno ecc.) il termine “revival (meeting)”, una manifestazione di proselitismo e predicazione tipici degli Stati Uniti.
[6] Traduco così il termine “usher”, che indica i fedeli incaricati di accogliere i convenuti a un evento religioso, ed eventualmente dirigerli verso i posti loro assegnati (cfr. Wikipedia)

traduzione di Domenico D'Amico

martedì 21 aprile 2015

Viaggio verso il cuore della Terra: il “nuovo secolo americano”

Dalla prima parte del notevole libro di Piero Pagliani "Al Cuore della Terra e Ritorno", comincio col postare due interessanti capitoli.Per ragioni di spazio, mi vedo costretto ad eliminare le pur struggenti e illuminanti note dell'autore. Per cui, a maggior ragione, invito a leggere il pdf originale. Qui http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/Al-cuore-della-Terra-e-ritorno-Parte-I-definitivo-1-1.2.pdf




                          Viaggio verso il cuore della Terra:
                               il “nuovo secolo americano”

1. L’invasione dell’Iraq, così come quella della Libia, non è stata una semplice guerra per il petrolio, cioè di pura spoliazione coloniale. Nelle tesi del noto, o meglio notorious, think-tank “Project for a New American Century” (o Pnac) i teorici neoconservatori consiglieri di Bush Jr spiattellavano tutto senza molte reticenze. Il
Medio Oriente e l’Asia Centrale erano tappe obbligate per fronteggiare il prossimo competitor strategico: la Cina.
Quei rapporti erano così limpidamente spudorati che in “Rebuilding America’s Defenses”, Pnac Report, September 2000, si poteva leggere tranquillamente che la consigliata strategia di riposizionamento strategico in Asia non sarebbe mai stata adottata in tempi utili «in assenza di qualche evento catastrofico e catalizzatore – come una nuova Pearl Harbor».
Dopo l’11/9 su impulso del Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, fu messa a punto una tabella di marcia, rivelata nel 2007 dal generale Wesley Clark, che prevedeva la conquista in cinque anni di Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per finire l’Iran. Lo scopo era chiarissimo fin da dieci anni prima delle Torri Gemelle. E’ sempre il generale Clark che racconta: «[...] nel 1991 Wolfowitz era il sottosegretario, ossia il numero tre del Pentagono. A quel tempo mi disse: “Abbiamo 5 o 10 anni per ripulire tutti questi regimi favorevoli all’ex Unione sovietica, la Siria, l’Iran, l’Iraq, prima che la prossima superpotenza emerga a sfidarci”». L’Amministrazione Bush ha iniziato il programma. Sono stati riscontrati degli ostacoli, Barack Obama l’ha rivisto facendolo diventare meno arrogantemente unilaterale e puntando a coinvolgere forze locali di opposizione, l’Onu e gli alleati (ed è solo per questo che si è preso il premio Nobel per la Pace) e l’ha aggiornato con lo Yemen, il Pakistan occidentale, l’America bolivariana e infine l’Africa, e in condizioni differenti, e con altri metodi, la stessa Europa.

Il fine è tenere sotto controllo l’Eurasia, perché come ricordava la classica “dottrina Brzezinski”, nel nostro supercontinente c’è il 75% delle risorse energetiche del pianeta, il 60% del prodotto interno lordo mondiale, ci sono le sei maggiori economie dopo gli Usa, i primi sei paesi dopo gli Usa per spese militari e tutte le potenze nucleari oltre gli Usa. Infine l’Eurasia comprende il 75% di tutta la popolazione mondiale tra cui le superpotenze demografiche di Cina e India. Zbigniew Brzezinski negli anni ottanta aveva già concretizzato le sue convinzioni trasformando l’Afghanistan in una trappola
dove gli Afgani erano l’esca e i Sovietici i topi. Il risultato furono due milioni morti e una tragedia umanitaria di proporzioni bibliche, nonostante che Brzezinski fosse Consigliere per la sicurezza di Carter, forse il presidente Usa che più sinceramente ha creduto nei diritti umani. Evidentemente ciò non è bastato a far assumere a questo concetto un carattere universale e non geopolitico. Ma la possibilità storica di intervenire in modo più deciso e assertivo in Eurasia si è aperta clamorosamente con il collasso dell’Unione Sovietica. Dopo il crollo del Gigante Rosso, l’Europa Orientale, i
Balcani, l’Asia Centrale e la zona del Caucaso Meridionale sono diventati all’improvviso un immenso terreno di conquista. I Paesi transcaucasici e centroasiatici non solo uscivano dal settantennale abbraccio del potere sovietico ma uscivano dalla bicentenaria soggezione al potere Russo. Uno spazio immenso di manovra come non si vedeva da duecento anni a quella parte, dove niente era stabilito in anticipo. Certo la Russia partiva per molti versi in vantaggio, ma per altri versi era la sfortunata erede di una bancarotta storica.

2. Il presidente democratico Clinton aveva ben chiari i punti fondamentali di questa strategia e l’intervento Nato contro la Serbia lo aveva testimoniato. Quell’intervento era stato deciso quando la crisi cecena aveva mostrato che la Russia faceva fatica a venire a capo anche solo di una guerra locale e limitata. Ma se i primi pilastri della geopolitica eurasiatica degli Usa erano quindi stati posti durante la seconda parte dell’era Clinton, soltanto con l’amministrazione Bush si era entrati nel vivo. L’ideologia, gli interessi personali o di lobby e anche le singole personalità hanno voce in capitolo negli eventi storici, ma ciò che è interessante capire è se le varie forze e
condizioni che insistono su un momento storico a un certo punto “commutano”, come si dice in matematica, ovvero danno luogo a un’equazione funzionale, cioè a quella combinazione che Hegel compendiava nel concetto di “astuzia della Storia”. La junta petrolera di Bush sembrava confermarlo, perché era stata messa in sella proprio per venire incontro a due ordini di motivi.

Il primo riguardava il relativo declino economico americano e la situazione di stagnazione dell’economia mondiale, con la conseguente necessità di mantenere il predominio anche, se non soprattutto, con strumenti extraeconomici. Fino all’inizio dell’amministrazione Bush, i capitali drenati dagli Usa sulla base della forza del Dollaro erano riusciti a sostenere relativamente la domanda e, soprattutto, a innescare una finanziarizzazione globale dell’economia sotto controllo americano e inglese e alle spese dei “Paesi in via di sviluppo” dai quali preferibilmente si traeva profitto con la gestione del debito. Lo scoppio della bolla borsistica clintoniana mise a nudo l’entità della crisi sistemica, rifacendo emergere il substrato di stagnazione. Il secondo motivo era il fatto che l’emergere di giganteschi competitor internazionali non permetteva di scaricare all’esterno come prima le enormi contraddizioni che si erano create. Il mondo capitalista occidentale doveva trovare i mezzi per assorbire le eccedenze di capitale
monetario e di mezzi di produzione o distruggerle nel modo più controllato possibile per ricavarne il massimo vantaggio strategico e senza esitare a utilizzare strumenti brutali servendosi inevitabilmente del potere dello Stato, “violenza concentrata e organizzata della società”, sotto forma di repressione interna e di aggressioni militari
esterne.
Queste dinamiche escludono il concetto di “impero” in quanto “potere sovranazionale”, che deve essere invece ricondotto al concetto di fase di “unica superpotenza rimasta".

Il cerchio teorico non quadra 1. Il lato empirico dell’analisi è dunque basato su fatti evidenti. Meno evidente è il suo status teorico. Se Giovanni Arrighi in “The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times” esplorava i cicli sistemici monocentrismo-policentrismo del capitalismo mondiale, partendo da Marx ma oltrepassandolo, Samir Amin, ad esempio in “Oltre il capitalismo senile”, oppure nel saggio storico-teorico “Oltre la mondializzazione” o quello più teorico-metodologico “Le fiabe del capitale”, sosteneva che oggi saremmo in presenza di un sovrastante schieramento capitalistico (la Triade imperialista Usa, Europa, Giappone) senza nessuna potenza alternativa all’orizzonte, grazie al suo controllo dei cinque monopoli (controllo ribadito dalle guerre statunitensi, che assumevano quindi un carattere di fatto coloniale) e grazie alla centralizzazione di capitali che può far pensare solo a un imperialismo in condominio, seppur strutturato gerarchicamente.
Per alcuni versi Samir Amin è più aderente agli schemi marxisti poiché propone lo scenario di un sistema capitalistico tutto sommato unificato, la cui “senilità” (leggi “contraddizioni interne epocali”) lo rendono avido di risorse naturali e finanziarie, dipendente dal controllo di nuovi spazi geografici e quindi, alla fine, oppressore del
Sud del mondo oltre che del proprio proletariato. Un capitalismo dove l’esclusione prevale sulle possibilità di inclusione e che ormai ha bisogno di chiudere sempre più gli spazi democratici. Giovanni Arrighi vede al contrario il peso dei processi di accumulazione capitalistica spostarsi con decisione verso l’Oriente asiatico e il suo epicentro: la Cina. Tuttavia la possibilità di un nuovo ciclo sistemico di accumulazione è sottoposta a una serie di interrogativi a partire dalla constatazione che si è in presenza di una situazione
complicata che vede gli Usa potentissimi sul piano militare, diplomatico, politico e culturale e la Cina potentissima su quello economico e finanziario. Una prolungata divergenza di fattori inedita.

2. Nello schema di Amin la lotta di classe fa la sua ricomparsa sotto la forma composita di lotta dei popoli oppressi del Sud del Mondo, delle classi subalterne dei paesi emergenti e in posizione quasi ma non totalmente paritetica, delle classi dominate del Nord del Mondo, in un quadro teorico però ormai differente dal vecchio “terzomondismo”.
In Arrighi le contraddizioni principali nel sistema capitalistico sono dovute al feroce conflitto (sostanzialmente di potere) tra differenti segmenti e schieramenti capitalistici, alleati in determinate fasi con differenti poteri territoriali, conflitto che è insito nella logica stessa del capitalismo. In questo quadro le lotte delle classi subordinate non
hanno stroricamente un ruolo univoco. Se all’inizio della crisi del precedente ciclo sistemico, cioè durante la Lunga Depressione 1873-1896, esse hanno ricevuto l’impronta dalla lotta intercapitalistica, e si sono politicizzate in direzioni differenti
parallelamente alla politicizzazione di quel conflitto, viceversa nella crisi sistemica attuale sono state esse stesse a condizionare il conflitto intercapitalistico e l’agenda di gestione della crisi.
Arrighi attenua il legame tra i meccanismi di riproduzione allargata del capitale e l’industrialismo. Da qui un’attenzione particolare sul ruolo svolto dalla finanza, al di là delle sole funzioni di debito pubblico e di credito, nazionale o internazionale, analizzate
da Marx.

Samir Amin invece è più legato all’analisi marxista del capitalismo come essenzialmente coincidente con l’industrialismo, la cui logica è spiegata dal concetto, per l’appunto, di “modo di produzione”, ovviamente nel senso marxiano che è innanzitutto quello di sistema di rapporti sociali di produzione. Per Amin la finanziarizzazione del capitale è quindi indice della senilità del capitalismo, della sua intrinseca tendenza alla centralizzazione e alla sovraccumulazione. Tendenza che le lotte popolari potrebbero limitare, limitando l’estrazione di profitto.
Le analisi di Arrighi e quelle di Amin divergono quindi su punti importanti. Questa divergenza può essere però considerata insanabile solo se ci si pone da un punto di vista fondazionale, assiomatico. Penso invece che lo schema interpretativo di Arrighi,  se sufficientemente sviluppato, possa sussumere gran parte di quello di Amin, inserendolo nei loci storici e geografici che esso di fatto descrive. Se non ci si emancipa dal punto di vista fondazionale sarà difficile fare analisi e proposte convincenti.
Bisogna affrontare questo compito avendo il coraggio di lasciare alle spalle la sicurezza fornita dai prontuari marxisti, sia ortodossi che eterodossi, evitando le trappole identitarie. Una richiesta pesante, anche in termini emotivi. In termini sociali e ideologici qualcosa di peggio che proclamarsi Protestante nel bel mezzo del Concilio di
Trento. Staccarsi dal concetto, non laico ma teo-teleologico, di “lotta di classe” o di “lotta dei popoli oppressi” è come rompere gli ormeggi e infilarsi in un mare in burrasca pieno di Scille e di Cariddi (socialismi indentitaristici, nazionalismi, spiritualismi e culturalismi di varia e spesso lugubre provenienza; oppure, brutalmente, vendersi al miglior offerente capitalista, opzione quanto mai affollata).
Ma dall’inizio del Millennio a oggi le cose sono cambiate in modo talmente profondo che non è più possibile nascondersi, tirarsi indietro o far finta di niente.

venerdì 22 marzo 2013

La guerra e le politiche economiche dominanti

di Paul Krugman (New York Times), da MicroMega , via ildialogo.org
Dieci anni fa l'America invase l'Iraq: in qualche modo la nostra classe politica decise che dovevamo rispondere a un attacco terroristico con la guerra a un regime che, per quanto spregevole, non aveva nulla a che fare con l'attacco.
Alcune voci avvertirono che stavamo facendo un terribile errore - che i motivi per fare la guerra erano deboli e forse fraudolenti, e che era molto probabile che l'impresa, lungi dal darci la facile vittoria promessa, avrebbe probabilmente portato a costi e lutti molto pesanti. E questi avvertimenti si sono rivelati, ovviamente, fondati.

Si è scoperto che non c’era alcuna arma di distruzione di massa; è ovvio, a posteriori, che l'amministrazione Bush ha deliberatamente ingannato, e portato in guerra, la nazione. E la guerra - che è costata migliaia di morti americani e decine di migliaia di vite irachene, che ha imposto costi finanziari di gran lunga superiori a quelli previsti dai sostenitori della guerra - ha lasciato l'America più debole, non più forte, e ha finito per creare un regime iracheno più vicino a Teheran che a Washington.

La nostra élite politica ed i nostri mezzi di informazione hanno imparato qualcosa da questa esperienza? Non pare proprio.
Ciò che veramente colpiva, durante il periodo che ha preceduto la guerra, era l'illusione del consenso. Ancora oggi gli esperti che hanno fatto valutazioni sbagliate attribuiscono il loro errore al fatto che "tutti" pensavano che ci fossero validi motivi per la guerra. Naturalmente, ammettono, c’era anche chi si opponeva alla guerra - ma erano persone che non contavano, perché erano fuori dalla linea di pensiero predominante.

Il problema di questa argomentazione è che è stata ed è circolare: sostenere la guerra diviene parte della definizione di ciò che si intende come linea predominante. Chi dissente, non importa quanto qualificato, viene ipso facto etichettato come indegno di considerazione. Questo era vero negli ambienti politici, ma era altrettanto vero per gran parte della stampa, che di fatto si schierò col partito della guerra.

Howard Kurtz, della CNN, che era al Washington Post, ha scritto di recente su come funzionava questo meccanismo, su come segnalazione scettiche, per quanto fondate, venivano scoraggiate e respinte. "Gli articoli che mettevano in discussione le prove o le ragioni per la guerra", ha scritto, "sono stati spesso sepolti, minimizzati o bloccati."

Strettamente connesso a questa presa di posizione a favore della guerra ci fu un rispetto esagerato e ingiustificato per l'autorità. Solo le persone in posizioni di potere erano considerate degne di rispetto. Kurtz ci dice, ad esempio, che il Post cancellò un pezzo sui dubbi sulla guerra, scritto dal proprio capo settore per la difesa, per il fatto che si basava su dichiarazioni di militari in pensione e di esperti esterni - "in altre parole, di coloro che hanno sufficiente indipendenza per poter mettere in discussione i motivi per la guerra".

Tutto sommato, è stata una lezione pratica sui pericoli del pensiero di gruppo, una dimostrazione di quanto sia importante ascoltare le voci scettiche e tener distinta la ricerca dei fatti dalla linea editoriale. Purtroppo, come ho detto prima, è una lezione che non sembra essere stata davvero imparata. Si consideri, come prova, l'ossessione per il deficit del bilancio statale che ha dominato la scena politica negli ultimi tre anni.

Ora, io non voglio spingere quest’analogia troppo in là. Una cattiva politica economica non è l'equivalente morale di una guerra combattuta sulla base di falsi pretesti, e anche se le previsioni dei falchi del deficit si sono ripetutamente rivelate sbagliate, non c'è stato uno sviluppo decisivo o sconvolgente come il completo fallimento nel trovare le armi le armi di distruzione di massa che si erano ipotizzate. Inoltre, e ciò è ancora più importante, oggi chi dissente non è circondato da quell’atmosfera di minaccia, quella sensazione che il dubitare potrebbe avere conseguenze devastanti sulla propria carriera, che era così pervasivo nel 2002 e 2003. (Ricordate la campagna di odio contro il gruppo di musica country Dixie Chicks organizzata nel 2003 dalla Casa Bianca di Bush?)

Ma oggi come allora abbiamo l'illusione del consenso, un'illusione basata su un meccanismo per cui chiunque metta in discussione l’opinione ufficiale è immediatamente emarginato, non importa quanto solide siano le sue argomentazioni. E oggi come allora la stampa sembra spesso schierata. Colpisce in modo particolarmente evidente quanto spesso asserzioni discutibili siano riportate come dati di fatto. Quante volte, per esempio, avete visto articoli che affermano, come cosa scontata, che gli Stati Uniti si trovano di fronte a una "crisi del debito", anche se molti economisti direbbero che ciò non è affatto vero?

In realtà, il confine tra notizia e opinione è per certi versi ancora più confuso in materia fiscale di quanto non lo fosse quando si andava verso la guerra. Come Ezra Klein, del Post, ha osservato il mese scorso, sembra che "le regole della neutralità dell’informazione sui fatti non si applichino quando si tratta di deficit".

Quello che dovremmo aver imparato dal nostro fallimento in Iraq è che si dovrebbe sempre essere scettici e che non bisognerebbe mai fare affidamento su presunte autorità. Quanto si sente dire che "tutti" sostengono una certa politica, che si tratti di una guerra che si sceglie di fare o di austerità fiscale, ci si dovrebbe chiedere se "tutti" non significhi significa “tutti, tranne chi ha un parere diverso”. E gli argomenti di politica dovrebbero sempre essere valutati nel merito, non sulla base dell’autorità di chi li esprime; ricordate quando Colin Powell ci ha rassicurato sull’esistenza delle armi di distruzione di massa irachene?
Purtroppo, come ho detto, non sembra che abbiamo imparato la lezione. Ci riusciremo mai?

Traduzione di Gianni Mula


venerdì 18 gennaio 2013

Voglia di secessione – Ecco perché non è solo una fantasia della destra

di G. Pascal Zachary (da Alternet)
traduzione di Domenico D'Amico

Tutto questo parlare di secessione evidenzia un aspetto esistenziale nascosto, ma non inesistente, dello stato nazione americano: che l'unione è una scelta quanto la separazione.


 Con cadenza regolare molti cittadini si ritrovano a pensare con favore a uno smembramento degli Stati Uniti – patrioti di ogni colore politico che “nel corso degli eventi umani” sono arrivati a ritenere che sia sorta “la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto [a un altro popolo]” [1]

Il nostro è uno di questi periodi, e nonostante le istanze politiche e il momento storico abbiano una loro unicità, uno sguardo a passati episodi di zelo secessionista potrebbe illuminare il presente. Il profluvio di fervore secessionista seguito alle ultime elezioni è solo una fantasticheria passeggera, oppure è l'indicazione di un più profondo, perfino rivoluzionario, cambiamento del contesto politico americano?