di Giorgio Cremaschi da MicroMega
Tutto il mondo politico italiano rappresentato nel nuovo parlamento,
compreso il Movimento 5 Stelle, vive in una nuvola lontana anni luce
dalle drammatiche scadenze della crisi economica e dai vincoli europei.
Pare che tutte le principali forze abbiano dimenticato le politiche
di austerità che ci hanno portato ai confini della catastrofe sociale in
cui già è sprofondata la Grecia e in cui stanno scivolando Portogallo e
Spagna, in un terribile contagio destinato ad estendersi.
Così si ignora che il prossimo governo, ammesso che se ne faccia uno,
ha già i compiti e le decisioni assegnate dagli impegni assunti dal
governo Monti e approvati quasi alla unanimità dal precedente
parlamento. Questi impegni sono stati furbescamente ignorati in una
campagna elettorale concentrata sul ruolo dei partiti. La crisi
economica è diventata così quasi una derivata della crisi di questi
ultimi. Troppo facile, purtroppo.
Già alla fine di aprile i vincoli del pareggio di bilancio in
Costituzione, che nessuna delle attuali forze parlamentari ha messo in
discussione, faranno sentire il loro carico devastante. Quei vincoli
fanno parte dell’insieme di servitù economiche contenute nel fiscal
compact europeo, da noi sottoscritto nel totale vuoto di informazione
della opinione pubblica.
Quel patto ci impegna a venti anni di politiche di austerità, tagli
sociali, controriforme, per dimezzare il debito pubblico e pagarne i
lauti interessi al sistema finanziario. E le autorità europee da questa
primavera avranno il potere di controllo sulle nostre decisioni, mentre
dall’autunno potranno addirittura correggere il nostro bilancio, se non
sufficientemente austero e rigoroso, esautorando il parlamento.
Questo è scritto nella sequela di patti che hanno commissariato il
nostro paese e sottoposto tutto il continente al governo autoritario
della Troika formata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Europea,
Commissione Europea.
La Troika si è macchiata dei più infami crimini economici in Grecia e
ora sta preparando la stessa ricetta per Cipro, mentre somministra una
diversa dose della stessa medicina a Portogallo e a Spagna e mette noi
sotto osservazione, preparando l’intervento.
Questo mentre tutte le forze parlamentari parlano di altro e
soprattutto mentre i cittadini italiani continuano a non sapere che la
loro democrazia è commissariata, che le decisioni più importanti sono
già prese chiunque governi.
In tutta Europa il confronto politico principale avviene attorno alle
politiche di austerità, e per fortuna cresce nelle opinioni pubbliche
il rifiuto verso di esse. Quello che qui viene presentato da tutto il
palazzo come un dato naturale non contestabile, altrove è il principale
oggetto del confronto e dello scontro.
Chi l’ha detto che si deve continuare a morire per il debito? Dove è
scritto che bisogna cancellare l’Europa civile e sociale per far
quadrare i conti della finanza, così come vogliono le banche tedesche e i
vari Marchionne sparsi per il continente?
Le politiche di austerità sono il nemico principale della democrazia
in Italia ed in Europa. La lotta alla corruzione politica e ai privilegi
di casta, per quanto essi siano intollerabili, è solo una piccola parte
della lotta alle ingiustizie sociali. Le grandi banche e la grande
finanza in un solo minuto possono depredarci ben più di quanto possa
fare la più corrotta delle caste politiche in una intera legislatura.
Sabato scorso un milione e mezzo di persone è sceso in piazza in
Portogallo con un semplice ed inequivocabile appello: “Que se lixe a
Troika”, che si fotta la Troika.
Nella Svizzera delle banche i cittadini hanno deciso con un
referendum di mettere un tetto ai super bonus dei manager. In tutta
Europa si diffonde uno spirito antiliberista e anticapitalista.
Noi non siamo ancora a questo, tutto il nostro conflitto politico
sembra ridotto alla questione del potere dei partiti, non al potere
della Troika o delle multinazionali.
Ma anche se mascherato e depistato, il rifiuto delle politiche di
austerità è alla base dello sconquasso delle elezioni. E siccome la
crisi economica continuerà ad aggravarsi e i vincoli europei saranno
sempre più insopportabili, ben presto lo spirito della rivolta sociale
che percorre il nostro continente si manifesterà senza mediazioni anche
da noi.
La democrazia italiana che oggi ci pare bloccata si rimetterà in moto
quando sarà sottoposta al conflitto tra le scelte vere da compiere. Il
confuso e ambiguo quadro attuale si chiarirà nei suoi contorni e nelle
sue alternative quando l’urlo “si fotta la Troika” si alzerà anche dalle
nostre piazze.
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mercoledì 6 marzo 2013
sabato 23 febbraio 2013
mercoledì 23 gennaio 2013
Sta arrivando l’inferno, ma i candidati non lo vedono
da libreidee
Sull’Italia sta per scatenarsi l’inferno, ma nessuno lo dice chiaro e tondo: sia i politici che i grandi media non hanno ancora spiegato cosa significano, in concreto, il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio. Tagli sanguinosi: 40 miliardi di euro all’anno, per vent’anni. Traduce Luciano Gallino: vuol dire ridurre in miseria due o tre generazioni di italiani, e retrocedere la nostra economia in sedie D. E tutto questo, aggiunge Giorgio Cremaschi, sulla base di miseri calcoli tragicamente errati: la Merkel, Draghi e Monti hanno inaugurato le micidiali politiche di rigore credendo che un punto di taglio del deficit pubblico avrebbe ridotto la crescita di mezzo punto. Tutto sbagliato: un punto di tagli produce un mezzo di danno economico, cioè tre volte le previsioni. A dirlo non è Cremaschi, ma il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, come riporta il “Sole 24 Ore”.
Tecnocrati incapaci, oltre che spietati: «Hanno sbagliato i conti – dice Cremaschi – e la politica di austerità che hanno consapevolmente deciso ha prodotto disoccupazione e povertà tre volte di più di quanto avevano pensato di farci pagare». Ecco spiegata la dismisura della spirale recessiva, sempre più pesante e senza soluzioni, che sta dilagando in Europa. «In concreto – scrive Cremaschi su “Micromega” – questo vuol dire che il pareggio di bilancio come obbligo costituzionale, votato anche da Lega e Idv», comporta un’austerity «non più economicamente e socialmente sostenibile», perché il patto fiscale europeo ci obbliga a dimezzare il debito pubblico in appena vent’anni. E’ l’orrore sociale del Fiscal Compact, di cui i media prefriscono parlare il meno possibile, «con buona pace della politica di unità nazionale che ha deliberato queste scelte e dello stesso Presidente della Repubblica che le ha auspicate e benedette».
Scelte sciagurate, che secondo Cremaschi «vanno concretamente e rapidamente messe in discussione, cioè revocate», perché per rimediare a danni epocali «sarà necessaria una politica economica di segno opposto a quella sinora attuata». Una nuova politica democratica, «che come prima misura decida di rompere il tabù liberista che domina il nostro continente». E’ il tabù del debito e del pareggio di bilancio, spauracchio «che invece viene messo in discussione nel resto del mondo, dagli Stati Uniti al Giappone alla Cina all’America latina», dove peraltro le economie si basano su moneta sovrana, senza cioè il ricatto di una valuta “straniera” come l’euro. Parliamoci chiaro, insiste Cremaschi: «Per affrontare la crisi e il suo primo effetto, la disoccupazione di massa, bisogna spendere soldi pubblici», come fa Obama, «senza timore di avere un bilancio in deficit». E dunque: «In Italia e in Europa deve saltare tutto il sistema di patti, accordi e regole che promuovono e disciplinano l’austerità».
In Italia invece il confronto elettorale parla d’altro, aggiunge Cremaschi, anche se la campagna elettorale si fonda sulle promesse più varie. «Monti evidentemente non può certo smentire sé stesso, Berlusconi è sicuramente capace di farlo ma proprio per questo non ha alcuna credibilità». E Bersani? «Nel proprio programma elettorale ha scritto che si impegna a rispettare tutti gli impegni assunti e lo ribadisce in continuazione per rassicurare l’Europa e lo spread». Ma se si allarga l’orizzonte, il risultato non cambia: «Anche chi si oppone a questi tre leader e ai loro schieramenti non affronta davvero questi temi, e in ogni caso non li mette al centro della propria propaganda». Grillo, per esempio: «A volte ne parla, ma poi al centro di tutto mette la lotta al sistema dei partiti». E Ingroia? Lui pure ne fa accenno, «ma ben dopo i temi della legalità che gli sono più cari». Così, nel confronto sulla politica economica «trionfano i “ma anche” di veltroniana memoria». Coniugare austerità e crescita, rigore con equità? «Sono formulette abusate, che non vogliono dire un bel nulla».
La crisi economica mondiale, aggiunge Cremaschi, si è alimentata pochi anni fa dalla esplosione della bolla finanziaria. In Italia, la crisi politica è letteralmente assorbita in una bolla mediatica, che sta gonfiando queste elezioni presentando uno scontro tanto più aspro quanto più si allontana dalle decisioni vere da assumere. «Prima o poi la bolla mediatica scoppierà come è successo per i quella dei derivati», dice Cremaschi. E allora, «il peso delle decisioni non prese e nemmeno discusse davvero si abbatterà su di noi con il perdurare della crisi». Ci sono le elezioni a febbraio? Bene. Non resta che «pretendere da chi si candida» di chiarire un punto fondamentale: «Dica con chiarezza se vuol mantenere o mettere in discussione pareggio di bilancio e Fiscal Compact: è su questo che ci si divide in Europa alle elezioni e sarebbe ora che accadesse anche da noi, nonostante la bolla mediatica».
Sull’Italia sta per scatenarsi l’inferno, ma nessuno lo dice chiaro e tondo: sia i politici che i grandi media non hanno ancora spiegato cosa significano, in concreto, il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio. Tagli sanguinosi: 40 miliardi di euro all’anno, per vent’anni. Traduce Luciano Gallino: vuol dire ridurre in miseria due o tre generazioni di italiani, e retrocedere la nostra economia in sedie D. E tutto questo, aggiunge Giorgio Cremaschi, sulla base di miseri calcoli tragicamente errati: la Merkel, Draghi e Monti hanno inaugurato le micidiali politiche di rigore credendo che un punto di taglio del deficit pubblico avrebbe ridotto la crescita di mezzo punto. Tutto sbagliato: un punto di tagli produce un mezzo di danno economico, cioè tre volte le previsioni. A dirlo non è Cremaschi, ma il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, come riporta il “Sole 24 Ore”.
Tecnocrati incapaci, oltre che spietati: «Hanno sbagliato i conti – dice Cremaschi – e la politica di austerità che hanno consapevolmente deciso ha prodotto disoccupazione e povertà tre volte di più di quanto avevano pensato di farci pagare». Ecco spiegata la dismisura della spirale recessiva, sempre più pesante e senza soluzioni, che sta dilagando in Europa. «In concreto – scrive Cremaschi su “Micromega” – questo vuol dire che il pareggio di bilancio come obbligo costituzionale, votato anche da Lega e Idv», comporta un’austerity «non più economicamente e socialmente sostenibile», perché il patto fiscale europeo ci obbliga a dimezzare il debito pubblico in appena vent’anni. E’ l’orrore sociale del Fiscal Compact, di cui i media prefriscono parlare il meno possibile, «con buona pace della politica di unità nazionale che ha deliberato queste scelte e dello stesso Presidente della Repubblica che le ha auspicate e benedette».
Scelte sciagurate, che secondo Cremaschi «vanno concretamente e rapidamente messe in discussione, cioè revocate», perché per rimediare a danni epocali «sarà necessaria una politica economica di segno opposto a quella sinora attuata». Una nuova politica democratica, «che come prima misura decida di rompere il tabù liberista che domina il nostro continente». E’ il tabù del debito e del pareggio di bilancio, spauracchio «che invece viene messo in discussione nel resto del mondo, dagli Stati Uniti al Giappone alla Cina all’America latina», dove peraltro le economie si basano su moneta sovrana, senza cioè il ricatto di una valuta “straniera” come l’euro. Parliamoci chiaro, insiste Cremaschi: «Per affrontare la crisi e il suo primo effetto, la disoccupazione di massa, bisogna spendere soldi pubblici», come fa Obama, «senza timore di avere un bilancio in deficit». E dunque: «In Italia e in Europa deve saltare tutto il sistema di patti, accordi e regole che promuovono e disciplinano l’austerità».
In Italia invece il confronto elettorale parla d’altro, aggiunge Cremaschi, anche se la campagna elettorale si fonda sulle promesse più varie. «Monti evidentemente non può certo smentire sé stesso, Berlusconi è sicuramente capace di farlo ma proprio per questo non ha alcuna credibilità». E Bersani? «Nel proprio programma elettorale ha scritto che si impegna a rispettare tutti gli impegni assunti e lo ribadisce in continuazione per rassicurare l’Europa e lo spread». Ma se si allarga l’orizzonte, il risultato non cambia: «Anche chi si oppone a questi tre leader e ai loro schieramenti non affronta davvero questi temi, e in ogni caso non li mette al centro della propria propaganda». Grillo, per esempio: «A volte ne parla, ma poi al centro di tutto mette la lotta al sistema dei partiti». E Ingroia? Lui pure ne fa accenno, «ma ben dopo i temi della legalità che gli sono più cari». Così, nel confronto sulla politica economica «trionfano i “ma anche” di veltroniana memoria». Coniugare austerità e crescita, rigore con equità? «Sono formulette abusate, che non vogliono dire un bel nulla».
La crisi economica mondiale, aggiunge Cremaschi, si è alimentata pochi anni fa dalla esplosione della bolla finanziaria. In Italia, la crisi politica è letteralmente assorbita in una bolla mediatica, che sta gonfiando queste elezioni presentando uno scontro tanto più aspro quanto più si allontana dalle decisioni vere da assumere. «Prima o poi la bolla mediatica scoppierà come è successo per i quella dei derivati», dice Cremaschi. E allora, «il peso delle decisioni non prese e nemmeno discusse davvero si abbatterà su di noi con il perdurare della crisi». Ci sono le elezioni a febbraio? Bene. Non resta che «pretendere da chi si candida» di chiarire un punto fondamentale: «Dica con chiarezza se vuol mantenere o mettere in discussione pareggio di bilancio e Fiscal Compact: è su questo che ci si divide in Europa alle elezioni e sarebbe ora che accadesse anche da noi, nonostante la bolla mediatica».
martedì 18 settembre 2012
Il Mito dell'Insolvenza del Giappone
...e
la bufala del "decennio perduto": il più grande “debitore”
del mondo è adesso il più grande creditore del mondo
di Ellen Hodgson
Brown (da Dissident
Voice)
traduzione di Domenico D'Amico
L'enorme debito
pubblico del Giappone nasconde un enorme beneficio per il popolo
giapponese, il che insegna molto sulla crisi debitoria degli USA.
In un articolo
pubblicato su Forbes
nell'aprile del 2012, intitolato “Se
il Giappone È insolvente, Come Mai Sta Soccorrendo Economicamente
l'Europa?”, Eamon Fingleton faceva notare come il Giappone sia
il paese, al di fuori dell'Eurozona, che abbia dato di gran lunga il
maggior contributo all'ultima operazione di salvataggio finanziario
dell'Euro. Si tratta, scrive, dello “stesso governo che è andato
in giro facendo finta di essere in bancarotta (o perlomeno, che ha
evitato di opporsi sul serio quando ottusi commentatori americani e
britannici hanno dipinto le finanze pubbliche giapponesi come un
totale disastro).” Osservando che fu sempre il Giappone,
praticamente da solo, a salvare il FMI al culmine del panico globale
del 2009, Fingleton domanda:
“Com'è possibile che una nazione il cui governo si suppone sia il più indebitato tra i paesi avanzati si permetta tanta generosità? (…) L'ipotesi è che la vera finanza pubblica del Giappone sia molto più solida di quanto la stampa occidentale ci abbia fatto credere. Quello che non si può negare è che il Ministero delle Finanze giapponese sia uno dei meno trasparenti del mondo...”
Fingleton riconosce
che i passivi del governo giapponese sono ingenti, ma dice che
dovremmo guardare anche all'aspetto patrimoniale del bilancio:
“[I]l Ministero delle Finanze di Tokyo ottiene sempre più prestiti dai cittadini giapponesi, ma non per pazze spese statali in patria, bensì all'estero. Oltre a rimpolpare il piatto per far sopravvivere il FMI, Tokyo è ormai da tempo il prestatore di ultima istanza sia del governo statunitense sia di quello britannico. E intanto prende in prestito denaro con un tasso di appena l'1% in dieci anni, il secondo tasso più basso del mondo dopo quello svizzero.”
Per il governo
giapponese è un buon affare: può farsi prestare denaro all'1% in
dieci anni, e prestarlo agli USA a un tasso dell'1,6 (il tasso
attuale dei titoli
USA a dieci anni), con un discreto margine di guadagno.
Il rapporto
debito/PIL del Giappone è quasi
del 230%, il peggiore tra i più grandi paesi del mondo. Eppure
il Giappone resta il maggior creditore del mondo, con un netto di
bilancio con l'estero di 3.190 miliardi di dollari. Nel 2010 il suo
PIL
pro capite era superiore a quello di Francia, Germania, Regno
Unito e Italia. Inoltre, anche se l'economia della Cina è arrivata,
a causa della sua popolazione in progressivo aumento (1,3 miliardi
contro 128 milioni), a superare quella del Giappone, i 5.414 dollari
di PIL pro capite dei cinesi è solo il 12% dei 45.920 dei
giapponesi.
Come si spiegano
queste anomalie? Un
buon 95% del debito pubblico giapponese è detenuto all'interno
del paese, dagli stessi cittadini.
Oltre il 20% del
debito è in possesso della Japan Post Bank [1], dalla Banca centrale
e da altre istituzioni statali. La Japan Post è la più grande
detentrice di risparmio interno del mondo, e gli interessi li versa
ai suoi clienti giapponesi. Anche se in teoria è stata privatizzata
nel 2007, è pesantemente influenzata dalla politica, e il 100%
delle sue azioni è in mano pubblica. La Banca centrale giapponese è
posseduta dallo stato per il 55%, ed è sotto il suo controllo per il
100%.
Del debito
rimanente, oltre il 60% è detenuto da banche giapponesi, compagnie
assicurative e fondi pensione. Un ulteriore porzione è in mano a
singoli risparmiatori. Solo
il 5% è detenuto all'estero, per lo più da banche centrali.
Come osserva il New
York Times
in un articolo del settembre 2011:
“Il governo giapponese è pieno di debiti, ma il resto del Giappone ha denaro in abbondanza.”
Il debito pubblico
giapponese è il denaro dei cittadini. Si possiedono l'un
l'altro e ne raccolgono insieme i frutti.
I Miti del
Rapporto Debito/PIL in Giappone
Il rapporto debito
pubblico/PIL del Giappone sembra davvero pessimo. Ma, come osserva
l'economista
Hazel Henderson, si tratta solo di una questione di procedura
contabile – una procedura che lei e altri esperti ritengono
fuorviante. Il Giappone è leader
mondiale in parecchi settori della produzione di alta tecnologia,
inclusa quella aerospaziale. Il debito che compare sull'altra colonna
del suo bilancio rappresenta il premio riscosso dai cittadini
giapponesi per tutta questa produttività.
Secondo
Gary Shilling, in un suo articolo su Bloomberg
del
giugno 2012, più della metà della spesa pubblica giapponese va in
servizi al debito e previdenza sociale. Il servizio al debito viene
erogato sotto forma di interessi ai “risparmiatori” giapponesi.
La previdenza e gli interessi sul debito pubblico non vengono inclusi
nel PIL, ma in realtà si tratta della rete di sicurezza sociale e
dei dividendi collettivi di un'economia altamente produttiva. Sono
questi, più dell'industria bellica e dei “prodotti finanziari”
che costituiscono una grossa parte del PIL degli USA, i veri frutti
dell'attività economica di una nazione. Per quel che riguarda il
Giappone, rappresentano il godimento da parte dei cittadini dei
grandi risultati della loro base industriale ad alta tecnologia.
Shilling scrive:
“Il deficit statale si suppone serva a stimolare l'economia, eppure la composizione della spesa pubblica giapponese, sotto questo aspetto, non sembra molto utile. Si stima che il servizio al debito e la previdenza – in genere non uno stimolo per l'economia – consumeranno il 53,5% della spesa per il 2012...”
Questo è quello che
sostiene la teoria convenzionale, ma in realtà la previdenza e gli
interessi versati ai risparmiatori interni stimolano, eccome,
l'economia. Lo fanno mettendo denaro in tasca ai cittadini,
incrementando così la “domanda”. I consumatori che hanno soldi
da spendere riempiono i centri commerciali, incrementando così gli
ordini di ulteriori merci, e spingendo in su produzione e
occupazione.
I Miti
sull'Alleggerimento Quantitativo
Una parte del denaro
destinato alla spesa pubblica viene ottenuto direttamente “stampando
moneta” per mezzo della banca centrale, procedura nota anche come
“alleggerimento quantitativo” [Quantitative easing]. Per più di
un decennio la Banca del Giappone ha seguito questa procedura; e
tuttavia l'iperinflazione che secondo i falchi del debito si sarebbe
dovuta innescare non si è verificata. Al contrario, come osserva
Wolf Richter in un articolo del 9 maggio 2012:
“I giapponesi [sono] infatti tra i pochi al mondo a godersi una vera stabilità dei prezzi, con periodi alternati di piccola inflazione o piccola deflazione – l'opposto di un'inflazione al 27% su dieci anni che la Fed si è inventata chiamandola, demenzialmente, 'stabilità dei prezzi'”.
E cita come prova il
seguente grafico diffuso dal Ministero degli Interni giapponese:
Com'è
possibile? Dipende tutto da dove va a finire il denaro prodotto con
l'alleggerimento quantitativo. In Giappone, il denaro preso in
prestito dallo stato torna nelle tasche dei cittadini sotto forma di
previdenza sociale o interessi sui loro risparmi. I soldi sui conti
bancari dei consumatori stimolano la domanda, stimolando la
produzione di beni e servizi, facendo aumentare l'offerta. E quando
domanda e offerta aumentano insieme, i prezzi restano stabili.
I
Miti sul “Decennio Perduto”
La
finanza giapponese si è a lungo ammantata di segretezza, forse
perché quando il paese era maggiormente disposto a stampare denaro
per sostenere le proprie industrie, si è fatto coinvolgere nella II
Guerra Mondiale.
Nel suo libro del 2008, In
the Jaws of the Dragon,
Fingleton suggerisce che il Giappone abbia simulato l'insolvenza del
“decennio perduto” degli anni 90 per evitare di incorrere
nell'ira dei protezionisti americani a causa delle sue fiorenti
esportazioni di automobili e altre merci. Smentendo le pessime cifre
ufficiali, durante quel decennio le esportazioni giapponesi
aumentarono del 75%, ci fu un incremento delle proprietà all'estero,
e l'uso di energia elettrica aumentò del 30%, segnale rivelatore di
un settore industriale in espansione. Arrivati al 2006, le
esportazioni del Giappone erano diventate il triplo rispetto al 1989.
Il governo
giapponese ha sostenuto la finzione di adeguarsi alle norme del
sistema bancario internazionale, prendendo “in prestito” il
denaro invece di “stamparlo” direttamente. Ma prendere in
prestito il denaro emesso da una banca centrale proprietà dello
stesso governo è l'equivalente pratico di un governo che il denaro
se lo stampi, in particolare quando il debito continua a rimanere nei
bilanci ma non viene mai ripagato.
Implicazioni per
il “Precipizio Fiscale” [2]
Tutto questo ha
delle implicazioni per gli americani preoccupati per un debito
pubblico fuori controllo. Adeguatamente guidato e gestito, a quanto
pare, il debito non deve far paura. Come il Giappone, e a differenza
della Grecia e degli altri paesi dell'Eurozona, gli USA sono gli
emittenti sovrani della propria valuta. Se lo volesse, il Congresso
potrebbe finanziare il proprio bilancio senza ricorrere a
investimenti esteri o banche private. Potrebbe farlo emettendo
direttamente moneta o facendosela prestare dalla propria banca
centrale, a tutti gli effetti a zero interessi, dato che la Fed versa
allo stato i suoi profitti dopo averne sottratto i costi.
Un
po' di alleggerimento quantitativo può essere positivo, se il denaro
arriva allo stato e ai cittadini piuttosto che nelle riserve
bancarie. Lo stesso debito pubblico può essere una cosa positiva.
Come testimoniò Marriner
Eccles, direttore della Commissione della Federal Reserve, in
un'audizione davanti alla Commissione Parlamentare Bancaria e
Valutaria [ House Committee on Banking and Currency] nel 1941, il
credito dello stato (o il debito) “è ciò in cui consiste il
nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci
fosse il debito, non ci sarebbe nemmeno denaro”.
Adeguatamente
gestito, il debito pubblico diventa il denaro che i cittadini possono
spendere. Stimola la domanda, finendo per stimolare la produttività.
Per mantenere il sistema stabile e sostenibile, il denaro deve avere
origine dallo stato e i suoi cittadini, e finire nelle tasche del
medesimo stato e dei medesimi cittadini.
Ellen
Brown è avvocato a Los Angeles e autrice di 11 libri. In Web
of Debt: The Shocking Truth about Our Money System and How We Can
Break Free,
mostra come un monopolio bancario abbia usurpato il potere di
emettere valuta, sottraendolo alla sovranità del popolo, e come il
popolo possa riappropriarsene. Altri
articoli di Ellen Brown. Il suo sito
personale.
note del
traduttore
[1]
Le poste giapponesi, pur diventando un vero e proprio istituto di
credito, a differenza di altre banche commerciali ha come attività
principale il risparmio. [Wikipedia]
[2]
“Fiscal Cliff: letteralmente “rupe fiscale” ma reso in italiano
anche con “precipizio”, il “fiscal cliff” indica il doppio
impasse che dovranno affrontare gli Stati Uniti alla fine di
quest'anno, quando scadranno gli incentivi fiscali introdotti
nell'era Bush e si dovrà trovare un accordo sul tetto al debito Usa
per evitare tagli automatici alle spese e aumenti delle tasse. Il
fiscal
cliff
potrebbe esercitare pressioni significative sulla crescita Usa nei
primi mesi del prossimo anno. Nel peggiore dei casi si rischierebbe
anche una nuova recessione. Di qui la minaccia delle agenzie di
rating (ultima ieri Fitch) di abbassare il giudizio sulla solvibilità
degli Stati Uniti in caso di mancato accordo al Congresso. [Il
Sole 24 Ore – 30 agosto 2012]
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traduzioni
sabato 30 giugno 2012
Giorgio Squinzi, pompiere al cherosene.
Confindustria è guidata da un pompiere che carica cherosene
nella tanica per spegnere l’incendio, e non se ne rende conto.
Che ciò sia scritto da un giornalista come me, e che non
appaia evidente al 100% delle imprese italiane è una catastrofe. Perché
significa che il lavoro da fare è forse impossibile.
Immaginate. Il Ministro della Sanità del Paese detta le
linee guida sulla salute: fumare più di 60 sigarette al giorno, vietare lo
sport, favorire le importazioni di alimenti grassi. E alla divulgazione della
circolare ministeriale non un singolo medico obietta. Anzi, annuiscono seri.
Vi garantisco che se l’economista americano premio Nobel
Paul Krugman leggesse le dichiarazioni di Squinzi di ieri, apporrebbe la sua
firma alle sette righe sopra. Eccovi la catastrofe teorica del numero uno degli
industriali italiani (e del suo centro di ricerche CSC):
Squinzi: I conti pubblici migliorano vistosamente, ma
si allontana il pareggio di bilancio…
Barnard e 80 anni di
macroeconomia monetaria keynesiana
oggi Modern Money Theory: Il pareggio
di bilancio può solo peggiorare i conti pubblici, poiché innesca un
impoverimento automatico del settore non-governativo di famiglie e aziende.
Esso infatti significa solo MAGGIORI TASSE E TAGLI AI SERVIZI, mentre un
deficit di bilancio AUMENTA redditi e servizi nel settore non governativo di
famiglie e aziende (vedi anche sotto). Le MAGGIORI TASSE E TAGLI AI SERVIZI del
pareggio di bilancio si trascinano dietro automaticamente fallimenti aziendali,
disoccupazione, taglio redditi, crollo consumi ecc. Tutto ciò costringe lo
Stato alla cosiddetta Spesa a Deficit Negativa da aumento di ammortizzatori
sociali, spese sanitarie e sociali per aumentata disoccupazione, aumentato
crimine, per emarginazione, famiglie
in difficoltà ecc. Impossibile che il deficit cali in questo modo, anche perché
più permane il pareggio di bilancio più peggiora la spirale. Infatti, lo stesso
Squinzi si contraddice e afferma:
Squinzi: Il prossimo anno il deficit non sarà dello
0,1% come prospettato a dicembre, ma dell'1,6%. E nel 2012 si assesterà al
2,6%. Di più. Secondo gli scenari economici presentati oggi dal Centro studi di
Confindustria, la recessione continuerà anche l'anno prossimo, quando il Pil
calerà dello 0,3%.
Barnard e MMT: Infatti, la disoccupazione causata
direttamente dal pareggio di bilancio di cui sopra causa soprattutto una
catastrofica perdita di PIL perché la massa di disoccupati non produce nulla.
Il General Accounting Office del Congresso USA ha stimato il costo annuo di un
singolo disoccupato americano in 37 mila dollari. Improduttivi. Tutti a carico
del deficit di bilancio. Al contrario, una Spesa a Deficit Positiva, cioè
mirata alla piena occupazione e al rilancio aziendale nazionale e dei servizi
ai cittadini, produce MAGGIORE PIL
e diminuisce il deficit stesso aumentando il gettito fiscale SENZA aumentare le
aliquote. Secondo alcuni studi, la disoccupazione italiana degli anni
‘virtuosi’ dei tagli alla spesa dei tecnici anni ’90, potrebbe aver sottratto
al Paese circa 4.700 miliardi di euro di ricchezza reale, più del doppio del
PIL.
Squinzi: L'aumento e il livello dei debiti pubblici
sono analoghi, in quasi tutte le democrazie avanzate, a quelli che si sono
presentati al termine degli scontri bellici mondiali.
Barnard e MMT: Magari lo fossero. Gli Stati Uniti uscirono
dalla II Guerra con un deficit di bilancio del… 27% sul PIL, tre volte
superiore a quello della Grecia di oggi. Con quel deficit gli USA arricchirono
il proprio settore non governativo di famiglie e aziende, e tutta l’Europa,
come mai nella Storia. La differenza cruciale, che Squinzi ignora, è che gli
USA avevano (e hanno oggi) un
deficit in propria moneta sovrana, COME QUELLO DELL’ITALIA ANNI ’70 CHE ENTRO’
NEL CLUB DEI RICCHI DEL G7, che si traduce immancabilmente in un attivo del
settore non governativo di famiglie e aziende, come ampiamente dimostrato da
montagne di studi. L’Italia dell’euro, invece, ha un deficit in una moneta che è
‘straniera’ per noi, dovendola Roma prendere in prestito dai mercati dei
capitali privati europei e internazionali. Essa dunque va restituita a tali
mercati TASSANDO cittadini e aziende e TAGLIANDO LA SPESA pubblica. Entrambe le
cose impoveriscono automaticamente il settore non governativo di famiglie e
aziende italiane.
Squinzi: A preoccupare Viale dell'Astronomia è,
soprattutto, il forte derioramento delle condizioni del mercato del lavoro: nel
2012 l'occupazione calerà dell'1,4% (-1% già acquisito al primo trimestre) e
dello 0,5% nel 2013. Solo sul finire dell'anno prossimo le variazioni
congiunturali torneranno positive e, al netto della Cig, il 2013 si chiuderà
con 1 milione e 482mila posti di lavoro in meno rispetto al 2008 (-5,9%). La
disoccupazione, osserva il Csc prosegue la corsa osservata negli ultimi mesi
con il tasso che raggiungerà il 10,9% a fine 2012 (10,4% in media d'anno) e il
12,4% a fine 2013 (11,8% in media d'anno).
Barnard e MMT: Infatti,
come detto, il danno può solo aumentare con le politiche di Austerità e la
permanenza nell’Eurozona.
Squinzi: Per gli economisti di via dell'Astronomia è
"una perdita difficilmente recuperabile in assenza di riforme incisive che
riportino il Paese su un sentiero di crescita superiore al 2% annuo come è alla
sua portata".
Barnard e MMT: Le uniche riforme possibili sono l’uscita
dall’Eurozona, il ripristino di una Spesa a Deficit Positiva in moneta sovrana,
cioè mirata alla piena occupazione e al rilancio aziendale nazionale e dei
servizi ai cittadini, ovvero l’unica politica che può creare beni finanziari al
netto per il settore di famiglie e aziende. Il contrario esatto delle Austerità
e dell’Eurozona, che sottraggono sovranità monetaria e impongono una tassazione
da economicidio.
Squinzi: … con un notevole impatto sui consumi:
"Quelli delle famiglie diminuiscono nettamente (-2,8%), conseguenza della
fiducia al minimo storico, dell'ulteriore riduzione del reddito reale
disponibile, della restrizione dei prestiti e dell'aumento del risparmio
precauzionale". Per gli esperti di viale dell'Astronomia, "gli
investimenti crollano dell'8,0% per effetto dell'estrema incertezza e del
proibitivo accesso al credito bancario".
Barnard e MMT: Esatto, ben detto. La spirale della
Deflazione Economica Imposta causata dalle politiche di Austerità e
dall’Eurozona, che ci obbliga a un prelievo fiscale impossibile per restituire
il debito pubblico ai mercati dei capitali privati europei e internazionali, sono
la causa precisa dei mali sopraccitati da Squinzi.
Squinzi: E non sarebbe certo una soluzione il ritorno
alla lira che, anzi, si tradurrebbe per gli italiani nella "più colossale
patrimoniale mai varata". Secondo il Csc gli effetti sarebbe devastanti
sul valore delle attività, sul reddito e sulle ricchezze private "perché
verrebbero inevitabilmente sottoposte a una radicale tosatura per ristabilire
un pò di ordine nel bilancio pubblico e nella giustizia sociale, di fronte al
profondo impoverimento della maggioranza della popolazione"
Barnard e MMT: Questa falsificazione al 100% della realtà –
come dimostra, oltre a montagne di studi accademici, la storia dell’Argentina
che una volta recuperata la moneta sovrana e abbandonate le Austerità del FMI,
e una volta adottata la MMT, ottenne in 4 anni la maggiore crescita economica
del mondo – è il punto della collasso della speranza che Confindustria potrà
mai aiutare una singola azienda italiana. Cioè, mi correggo: aiutarla a fallire
sì, eccome. Non a salvarsi, di certo.
sabato 21 aprile 2012
"Pareggio di bilancio in costituzione? Svolta antidemocratica" di Luigi de Magistris
da Sostiene De Magistris
L'Europa delle banche che detta la linea al parlamento nazionale, per mezzo del governo tecnico, annullando politica, parlamento, democrazia, Costituzione, sovranità popolare.
L'ossessione per il debito, insieme al diktat degli istituti finanziari europei e internazionali, fanno scivolare, in fondo alla classifica delle priorità, la giustizia sociale, i diritti dei cittadini (del lavoro in primis), il welfare state, la partecipazione delle comunità, l'autonomia degli enti locali. E' la stagione della tecnica che ci governa, è la stagione della sospensione della politica.
Una politica colpevole perché incapace, fino ad oggi, di autoriformarsi dando risposte ad una crisi finanziaria senza precedenti.
Una crisi finanziaria che, a causa di questo vuoto di risposta e reazione politica, ha provocato l'imporsi della risposta e della reazione tecnocratica, generando così una crisi anche democratica e civile. L'ultima pagina di questo tempo buio che stiamo attraversando è stata scritta poche ore fa in Senato, dove è stata approvata l'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, modificando l'art. 81.
Spiegano illustri studiosi della materia che si tratta della più importante trasformazione/involuzione della nostra Carta dopo la devolution dell'allora ministro Calderoli.
Uno stravolgimento costituzionale avvenuto nel silenzio generale e senza dibattito pubblico, per il quale non ci sarà nessun referendum fra i cittadini. Evidentemente per per questo parlamento di nominati, che hanno scelto di rinunciare al loro ruolo politico affidandosi alla "salvezza tecnica", la Costituzione è proprietà di pochi che può essere svenduta alle banche centrali europee e alle misure liberiste.
Un obbligo imposto non solo allo Stato ma a tutti gli enti amministrativi e che rientra nel cosiddetto Fiscal compact europeo.
La vittoria integrale del mercato senza regole, lo stesso che ha generato la crisi dimostrando la sua fragilità e pericolosità, e che annichilisce le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai Comuni, tutti impossibilitati ad intervenire nella gestione dell'economia nell'interesse dei cittadini.
Come amministratore e come cittadino non posso che aggiungere, dunque, la mia voce di preoccupazione a quella collettiva che si alza in queste ore.
Dopo il vincolo assurdo del patto di stabilità e la vicenda surreale dell'Imu (che i Comuni, ridotti a gabellieri del paese, devono imporre ai loro cittadini, salvo poi consegnare il 50 per cento delle entrate riscosse allo Stato), ecco che un altro limite è imposto all'autonomia degli enti locali che, più di tutti, sentono il peso della responsabilità verso le comunità che governano, poiché sono eletti direttamente e sono in prima fila nel fronteggiare le tensioni sociali che infiammano i territori.
Perché su gli enti locali, soprattutto, grava l'onere di proteggere la democrazia stessa difendendo i diritti e i servizi sociali, i quali non possono essere sacrificati alle sole logiche neoliberiste e ai soli dettami del mercato. Occorre dunque un cambiamento di rotta da parte del governo Monti ed occorre che la risposta politica riprenda il sopravvento su quella tecnica, la quale è tutto fuorché neutrale, avendo imposto una svolta conservatrice e liberista che non risolve la crisi ma ne amplifica la portata negativa per il futuro, anche sotto il profilo democratico.
Occorre che i cittadini, le comunità, gli enti locali si mobilitino a difesa dei loro diritti e della Costituzione. A Napoli stiamo cercando di portare avanti questa battaglia civile, non perdendo occasione per ricordare al Governo che la sovranità appartiene al popolo, che sforeremo il patto di stabilita per difendere i diritti e i servizi essenziali dei cittadini, che gli enti locali non sono gli ammortizzatori nazionali della crisi, che la Carta non si può stravolgere per volere del mercato europeo.
L'Europa delle banche che detta la linea al parlamento nazionale, per mezzo del governo tecnico, annullando politica, parlamento, democrazia, Costituzione, sovranità popolare.
L'ossessione per il debito, insieme al diktat degli istituti finanziari europei e internazionali, fanno scivolare, in fondo alla classifica delle priorità, la giustizia sociale, i diritti dei cittadini (del lavoro in primis), il welfare state, la partecipazione delle comunità, l'autonomia degli enti locali. E' la stagione della tecnica che ci governa, è la stagione della sospensione della politica.
Una politica colpevole perché incapace, fino ad oggi, di autoriformarsi dando risposte ad una crisi finanziaria senza precedenti.
Una crisi finanziaria che, a causa di questo vuoto di risposta e reazione politica, ha provocato l'imporsi della risposta e della reazione tecnocratica, generando così una crisi anche democratica e civile. L'ultima pagina di questo tempo buio che stiamo attraversando è stata scritta poche ore fa in Senato, dove è stata approvata l'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, modificando l'art. 81.
Spiegano illustri studiosi della materia che si tratta della più importante trasformazione/involuzione della nostra Carta dopo la devolution dell'allora ministro Calderoli.
Uno stravolgimento costituzionale avvenuto nel silenzio generale e senza dibattito pubblico, per il quale non ci sarà nessun referendum fra i cittadini. Evidentemente per per questo parlamento di nominati, che hanno scelto di rinunciare al loro ruolo politico affidandosi alla "salvezza tecnica", la Costituzione è proprietà di pochi che può essere svenduta alle banche centrali europee e alle misure liberiste.
Un obbligo imposto non solo allo Stato ma a tutti gli enti amministrativi e che rientra nel cosiddetto Fiscal compact europeo.
La vittoria integrale del mercato senza regole, lo stesso che ha generato la crisi dimostrando la sua fragilità e pericolosità, e che annichilisce le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai Comuni, tutti impossibilitati ad intervenire nella gestione dell'economia nell'interesse dei cittadini.
Come amministratore e come cittadino non posso che aggiungere, dunque, la mia voce di preoccupazione a quella collettiva che si alza in queste ore.
Dopo il vincolo assurdo del patto di stabilità e la vicenda surreale dell'Imu (che i Comuni, ridotti a gabellieri del paese, devono imporre ai loro cittadini, salvo poi consegnare il 50 per cento delle entrate riscosse allo Stato), ecco che un altro limite è imposto all'autonomia degli enti locali che, più di tutti, sentono il peso della responsabilità verso le comunità che governano, poiché sono eletti direttamente e sono in prima fila nel fronteggiare le tensioni sociali che infiammano i territori.
Perché su gli enti locali, soprattutto, grava l'onere di proteggere la democrazia stessa difendendo i diritti e i servizi sociali, i quali non possono essere sacrificati alle sole logiche neoliberiste e ai soli dettami del mercato. Occorre dunque un cambiamento di rotta da parte del governo Monti ed occorre che la risposta politica riprenda il sopravvento su quella tecnica, la quale è tutto fuorché neutrale, avendo imposto una svolta conservatrice e liberista che non risolve la crisi ma ne amplifica la portata negativa per il futuro, anche sotto il profilo democratico.
Occorre che i cittadini, le comunità, gli enti locali si mobilitino a difesa dei loro diritti e della Costituzione. A Napoli stiamo cercando di portare avanti questa battaglia civile, non perdendo occasione per ricordare al Governo che la sovranità appartiene al popolo, che sforeremo il patto di stabilita per difendere i diritti e i servizi essenziali dei cittadini, che gli enti locali non sono gli ammortizzatori nazionali della crisi, che la Carta non si può stravolgere per volere del mercato europeo.
mercoledì 18 aprile 2012
Vladimiro Giacchè: "Da oggi Keynes è fuorilegge. Impossibile investire"
L'economista non ha dubbi: "Con il pareggio di bilancio si subordinano diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione all'articolo 81"
di Daniele Nalbone (da today.it)
Sera di martedì 17 aprile. Il Senato ha appena inserito in Costituzione il pareggio di bilancio. Per capire gli effetti di questa riforma, abbiamo intervistato Vladimiro Giacchè, economista, autore del libro dal titolo "Titanic Europa - La crisi che non ci hanno raccontato" (ed. Aliberti, gennaio 2012).
Professor Giacchè, inziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l'illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la 'domanda aggregata' insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l'economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato - se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati - tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l'ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni '30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la 'domanda aggregata', cioè l'insieme dell'economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile.
Cosa significa questo per un paese come l'Italia?
Semplicemente che sarà impossibile mettere soldi nei settori che invece richiedono un forte investimento. Ad esempio nella cultura, nella ricerca o nelle infrastrutture 'utili'. 'Utili' come la Salerno-Reggio Calabria, per intenderci, e non come il Ponte sullo Stretto. Non è un caso se il nostro è un paese che per la ricerca spende meno della media europea. Non è un caso se il nostro è un paese con un sistema scolare e post-scolare che versa in condizioni drammatiche a causa dei tagli iniziati nel 2008. Non è un caso se tra gli Stati europei il nostro è ai primi posti, insieme ai paesi più arretrati d'Europa (in primis Portogallo e Grecia), per bassa qualifica dei nostri lavoratori. Oggi abbiamo reso illegale il 'deficit spending'. Questo significa che sarà impossibile investire ma soprattutto attivare una serie di diritti previsti dalla nostra Costituzione: il diritto alla scolarità che non deve essere 'per ceto', l'assistenza sanitaria gratuita per tutti, il diritto a una serie di servizi alla persona. Ora, interpretando la Costituzione facendo perno sull'articolo 81 come modificato, tutti questi diritti primari non saranno più esigibili. O almeno saranno subordinati all'articolo 81.
Lei quindi vede nel pareggio di bilancio un attacco ai diritti di base che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti?
La questione è molto semplice. Il senso di questa riforma costituzionale è che se uno 'vuole' dei diritti, se li deve pagare. Non sarà più lo Stato a raccogliere risorse per i suoi cittadini. Peccato, però, che guardando alla crescita economica di lungo periodo, per uscire da una crisi come quella che stiamo attraversando, servirebbero tutta una serie di investimenti che il privato non si sobbarcherà mai.
Nell'inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, si lega la crescita al Prodotto interno lordo. Cosa significa questo?
Partiamo dal precedente governo. Per diverso tempo Tremonti all'epoca del suo dicastero all'Economia ha ingannato i mercati facendo leva su false previsioni di crescita, parlando di una crescita maggiore di quella che si sarebbe poi verificata. Ma il meccanismo di queste 'bugie' era chiaro: si aveva bisogno della crescita per far si che il deficit diminuisse. Comunque la si voglia vedere, i dati di fatto da cui partire per analizzare le conseguenze di questa riforma sono due. Il primo: con la crisi, sono diminuite le entrate fiscali e sono aumentate le spese per gli ammortizzatori sociali. Il secondo: si continua a incentrare qualsiasi analisi sul rapporto tra debito e Pil. Dove il debito è il numeratore e il Pil il denominatore. Ma io posso far calare il numeratore all'infinito (in questo caso, tagliando all'inverosimile la spesa pubblica), ma se è il numeratore a diminuire più velocemente (e il Pil è la ricchezza prodotta), ecco che il rapporto sarà sempre destinato a peggiorare. Sembra una cosa evidente, ma per qualcuno al governo evidentemente non lo è. Basterebbe ragionare partendo da questo aspetto per capire che una vera manovra per uscire dalla crisi dovrebbe essere calibrata per fare in modo che si impedisca al Pil di scendere. Cosa che, invece, puntualmente accade con ogni manovra di austerity. Dopo i 55 miliardi di tagli di Berlusconi, siamo ai 30 miliardi di tagli di Monti. Ma questi 85 miliardi di tagli hanno impattato fortemente sulla crescita. Si è lavorato sullo 'stabilizzatore keynesiano' ma al contrario. E' crollata la domanda privata, e di riflesso è crollata la domanda pubblica. Così, di colpo, abbiamo settori di imprese rivolte al mercato interno in grave difficoltà, mentre quelle imprese che lavorano sul mercato estero sono in ripresa. Ma così si è soltanto indebolita l'economia italiana.
Vede 'la Grecia' come un rischio per il nostro paese?
Qui la sfida è una crescita reale, possibile solo abbandonando le ricette adoperate negli ultimi tempi. Se si riduce drammaticamente la spesa pubblica in tempo di crisi, il futuro è la Grecia. C'è poco da girarci attorno. Con i tagli su tagli, l'economia greca di obbedienza all'Unione europea è crollata del 6,5% per tre anni consecutivi. E' praticamente implosa. E il Pil crollato. Il risultato, per fare esempi chiari da vita quotidiana, è che oggi in Grecia si comprano il 20% in meno di medicine. E parliamo di un bene essenziale. Con la Grecia si è andati dietro l'ideologia folle che nasce dall'incomprensione di quanto è successo. Il debito pubblico non è la causa della crisi, ma la sua conseguenza. Il debito pubblico nasce dal tentativo di tamponare la crisi, ad esempio salvando le banche. Un esempio: la Germania ha 'coperto' le banche con qualcosa come 200miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Risultato: il debito pubblico tedesco è cresciuto di 750miliardi di euro in dieci anni. La cosa bizzarra, però, è che i tedeschi hanno adottato misure di compensazione del deficit spending per far fronte a questa situazione e nel 2009 hanno speso il 3% del Pil per salvare le loro imprese. Ebbene, quella stessa Germania oggi impone il divieto di deficit spending ai paesi più deboli dell'Unione europea.
Quale sarebbe, secondo lei, una possibile via d'uscita dalla crisi?
Ce n'è una sola: guardare meno al giorno per giorno e progettare per il lungo periodo. Purtroppo il nostro governo tecnico nasce per l'emergenza e non riesce a progettare nel lungo periodo, anche perchè per farlo servirebbe una larga investitura popolare. Ma se continuiamo a vivere nell'emergenza, e questo governo continua a fare politiche 'da stato di emergenza', è inevitabile infilarci in un tunnel senza uscita. Non è un caso che per alcuni istituti il Pil quest'anno diminuirà del 2,6%, con una diminuzione prevista per il prossimo anno del 2,9%. Stando così le cose, sarà inevitabile dover ricorrere a nuove manovre di austerity. Ed ecco qui la spirale, innestata proprio dal vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Facendo due rapidi calcoli a partire dall'obbligo sancito dal 'Fiscal compact' di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% - ergo, un ventesimo del Pil - ecco che per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l'Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l'anno. Una follia. O meglio, la perfetta ricetta per il disastro economico. Un disastro motivato dall'assurda idea di fondo che si debba cancellare il debito pubblico. Ma la realtà è un altra: nessuno ti chiede di azzerare il debito. Quello che interessa i mercati, infatti, non è che il debito venga cancellato ma che si stabilizzi. L'obiettivo dovrebbe essere non far crescere tendenzialmente il debito.
Regressione costituzionale - pareggio di bilancio e svendita della costituzione -
Gianni Ferrara da Il Manifesto
Con l'approvazione del Senato in seconda deliberazione si è concluso ieri il procedimento di revisione dell'art. 81 della Costituzione. Male. Un giudizio non tanto distante da quello che si arguiva dalle parole di chi dichiarava, dai banchi della sinistra, un voto più disciplinato che convinto.
Con l'approvazione di tale legge costituzionale, la politica economica è sottratta al Parlamento italiano, al Governo italiano, al corpo elettorale italiano. Con tale approvazione la nostra Costituzione non è più nostra. È stata trasformata in strumento giuridico funzionale ad un feticcio, quello neoliberista, che la tecnocrazia finanziaria europea interpreterà volta a volta dettando le misure che dispiegheranno la mistica del feticcio.
Con tale approvazione un altro demerito si accompagnerà a quelli sciaguratamente ottenuti dal nostro paese in tema di regimi politici. Il demerito di aver inventato un nuovo tipo di Costituzione. A quelle scritte, consuetudinarie, flessibili, rigide, programmatiche, pluraliste, liberali, democratiche, lavoriste, si aggiungerà la Costituzione abdicataria, una costituzione-decostituzione. Un ossimoro istituzionale che preconizza una recessione seriale che, partendo dalla neutralizzazione della politica, porterà alla compressione dei diritti e poi alla dissoluzione del diritto, sostituito dalla mera forza del dominio economico.
Emerge, improrogabile, la necessità di un intervento. Votando questa autentica regressione costituzionale, i gruppi parlamentari della strana maggioranza delle due camere hanno tenuto in irresponsabile dispregio i giudizi di economisti di molti paesi del mondo, tra i quali 5 premi Nobel, di giuristi di varie discipline. Su un tema così intrinseco alla sovranità popolare, e su cui, e non per caso, è stato stesa una coltre fittissima di silenzio, hanno escluso che potesse pronunziarsi il corpo elettorale. I fondati dubbi sulla legittimità costituzionale della legge elettorale da cui deriva la loro presenza in parlamento non ne hanno frenato la cupidigia di sottomettersi al diktat della Cancelliera tedesca. Hanno respinto anche la richiesta di approvarla pure questa legge, ma non con la maggioranza dei due terzi, quella che impedisce l'indizione di un referendum su tale gravissima spoliazione della sovranità nazionale. Ci resta ora un solo strumento per chiedere a questo o al prossimo parlamento di invertire la rotta.
Un solo modo per impegnarsi nella difesa di una conquista di civiltà arrisa con il riconoscimento, nel secolo scorso, dei diritti sociali. Sono quelli messi per primi in grave ed imminente pericolo dal feticcio liberista. Lo strumento che ci resta è quello di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, ai sensi dell'articolo 71 della Costituzione, con cui integrare l'art. 81 in modo che le entrate dello stato, delle regioni e dei comuni siano riservate per il cinquanta per cento ad assicurare direttamente o indirettamente il godimento dei diritti sociali.
Imponendo quindi che nei bilanci di previsione dello stato, delle regioni, dei comuni, il cinquanta per cento della spesa risulti complessivamente destinato a garantire direttamente o anche indirettamente i diritti: alla salute, all'istruzione, alla formazione e all'elevazione professionale delle lavoratrici e dei lavoratori, alla retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, all'assistenza sociale, alla previdenza, all'esistenza dignitosa ai lavoratori e delle loro famiglie. Si tratta dei diritti riconosciuti dagli articoli da 32 a 38 della Costituzione. Si tratta di creare una garanzia efficace per i diritti, volta sia a neutralizzare gli effetti delle disposizioni inserite nell'articolo 81 della Costituzione e pericolosissime per i diritti sociali, sia a precludere, o almeno a ridurre, la spesa pubblica per armamenti, per grandi e disastrose opere, per variegate clientele. Ad ipotizzarla non è la stravaganza di un vecchio costituzionalista, testardamente convinto della necessità storica della democrazia di pervadere la base economica della società. È contenuta nella Costituzione della Repubblica del Brasile, all'articolo 159 ed è specificata in quelli lo seguono, la riserva di bilancio a favore dei diritti sociali.
Raccogliere cinquanta mila firme e più, tante, tante altre ancora, per sostenere una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare con i contenuti indicati è possibile. È doveroso. A tema centrale della prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento va posta la garanzia finanziaria dei diritti sociali. Di fronte al pericolo del crollo di un pilastro della civiltà giuridica e politica, dobbiamo usare tutti gli strumenti della democrazia costituzionale che ci sono rimasti. Non possiamo altrimenti.
Con l'approvazione del Senato in seconda deliberazione si è concluso ieri il procedimento di revisione dell'art. 81 della Costituzione. Male. Un giudizio non tanto distante da quello che si arguiva dalle parole di chi dichiarava, dai banchi della sinistra, un voto più disciplinato che convinto.
Con l'approvazione di tale legge costituzionale, la politica economica è sottratta al Parlamento italiano, al Governo italiano, al corpo elettorale italiano. Con tale approvazione la nostra Costituzione non è più nostra. È stata trasformata in strumento giuridico funzionale ad un feticcio, quello neoliberista, che la tecnocrazia finanziaria europea interpreterà volta a volta dettando le misure che dispiegheranno la mistica del feticcio.
Con tale approvazione un altro demerito si accompagnerà a quelli sciaguratamente ottenuti dal nostro paese in tema di regimi politici. Il demerito di aver inventato un nuovo tipo di Costituzione. A quelle scritte, consuetudinarie, flessibili, rigide, programmatiche, pluraliste, liberali, democratiche, lavoriste, si aggiungerà la Costituzione abdicataria, una costituzione-decostituzione. Un ossimoro istituzionale che preconizza una recessione seriale che, partendo dalla neutralizzazione della politica, porterà alla compressione dei diritti e poi alla dissoluzione del diritto, sostituito dalla mera forza del dominio economico.
Emerge, improrogabile, la necessità di un intervento. Votando questa autentica regressione costituzionale, i gruppi parlamentari della strana maggioranza delle due camere hanno tenuto in irresponsabile dispregio i giudizi di economisti di molti paesi del mondo, tra i quali 5 premi Nobel, di giuristi di varie discipline. Su un tema così intrinseco alla sovranità popolare, e su cui, e non per caso, è stato stesa una coltre fittissima di silenzio, hanno escluso che potesse pronunziarsi il corpo elettorale. I fondati dubbi sulla legittimità costituzionale della legge elettorale da cui deriva la loro presenza in parlamento non ne hanno frenato la cupidigia di sottomettersi al diktat della Cancelliera tedesca. Hanno respinto anche la richiesta di approvarla pure questa legge, ma non con la maggioranza dei due terzi, quella che impedisce l'indizione di un referendum su tale gravissima spoliazione della sovranità nazionale. Ci resta ora un solo strumento per chiedere a questo o al prossimo parlamento di invertire la rotta.
Un solo modo per impegnarsi nella difesa di una conquista di civiltà arrisa con il riconoscimento, nel secolo scorso, dei diritti sociali. Sono quelli messi per primi in grave ed imminente pericolo dal feticcio liberista. Lo strumento che ci resta è quello di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, ai sensi dell'articolo 71 della Costituzione, con cui integrare l'art. 81 in modo che le entrate dello stato, delle regioni e dei comuni siano riservate per il cinquanta per cento ad assicurare direttamente o indirettamente il godimento dei diritti sociali.
Imponendo quindi che nei bilanci di previsione dello stato, delle regioni, dei comuni, il cinquanta per cento della spesa risulti complessivamente destinato a garantire direttamente o anche indirettamente i diritti: alla salute, all'istruzione, alla formazione e all'elevazione professionale delle lavoratrici e dei lavoratori, alla retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, all'assistenza sociale, alla previdenza, all'esistenza dignitosa ai lavoratori e delle loro famiglie. Si tratta dei diritti riconosciuti dagli articoli da 32 a 38 della Costituzione. Si tratta di creare una garanzia efficace per i diritti, volta sia a neutralizzare gli effetti delle disposizioni inserite nell'articolo 81 della Costituzione e pericolosissime per i diritti sociali, sia a precludere, o almeno a ridurre, la spesa pubblica per armamenti, per grandi e disastrose opere, per variegate clientele. Ad ipotizzarla non è la stravaganza di un vecchio costituzionalista, testardamente convinto della necessità storica della democrazia di pervadere la base economica della società. È contenuta nella Costituzione della Repubblica del Brasile, all'articolo 159 ed è specificata in quelli lo seguono, la riserva di bilancio a favore dei diritti sociali.
Raccogliere cinquanta mila firme e più, tante, tante altre ancora, per sostenere una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare con i contenuti indicati è possibile. È doveroso. A tema centrale della prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento va posta la garanzia finanziaria dei diritti sociali. Di fronte al pericolo del crollo di un pilastro della civiltà giuridica e politica, dobbiamo usare tutti gli strumenti della democrazia costituzionale che ci sono rimasti. Non possiamo altrimenti.
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