giovedì 9 luglio 2015

Col voto greco inizia la fine del protettorato finanziario tedesco sull'Europa

di Franco Berardi "Bifo" da zeroviolenza


 Quasi non riesco a credere alla violenza che pure ho sotto gli occhi. La violenza con cui l'Unione Europea aggredisce il popolo greco che cerca di sottrarsi al dispositivo finanziario-colonialista dellUnione e rischia di soffocare sotto la pressione omicida dei colonialisti di Berlino.

La colpa intellettuale più grave di cui rimprovero me stesso: aver creduto per tanto tempo che l’Unione Europea fosse qualcosa di diverso da quello che è: un dispositivo finalizzato a imporre il modello neo-liberista in un continente che fino a pochi anni fa aveva salvaguardato alcune caratteristiche della solidarietà sociale novecentesca, e quindi a distruggere la sola speranza di civiltà sociale che rimaneva al mondo.

Il debito è stato usato come strumento di colonizzazione economica: cresce quanto più lo si paga, distrugge o privatizza risorse sociali e trasforma la ricchezza socialmente prodotta in valore puramente finanziario.

Angela Merkel ha detto recentemente che l’Europa, con il 7% della popolazione mondiale e il 25% delle risorse, ha il 50% delle spese sociali nel mondo. Occorre dunque tagliare senza pietà se vogliamo rimanere competitivi. Quel 50% non significa quasi niente: come paragonare le spese sociali dei paesi europei con le forme di comunitarismo del continente indiano, lo statalismo cinese, il persistere dell’economia di villaggio in larga parte del continente africano?

Ma è facile capire cosa intende la Merkel: se l’Europa vuole continuare ad essere competitiva occorrerà distruggere la vita di milioni di persone non soltanto in Grecia. Il modello competitivo del capitalismo comporta la devastazione della vita di larga parte della popolazione planetaria: questa è la missione essenziale dell’Unione europea.

Che la potenza coloniale europea sia la Germania non è irrilevante. Non credo nell’esistenza delle identità nazionali, perciò non credo che la Germania abbia una vocazione naturale al nazismo, ma è difficile ignorare che la storia culturale di questo paese lo predispone verso un modello fondato sul primato del funzionale sul vivente. Una linea frastagliata che va da Lutero a Hegel e sfocia nella nietzschiana volontà di potenza sembra indicare che il popolo tedesco incarna una missione affidata da un Dio che oggi prende la forma dell’algoritmo finanziario.

La missione del popolo tedesco sta in questa combinazione di ordo-liberismo e di sentimento di superiorità spirituale che in altri tempi si chiamò nazismo. Nell’epoca del nazismo storico il funzionale si rappresentò come perfezione della macchina di sterminio militare. Oggi si rappresenta come perfezione della macchina di sterminio finanziario. Il pulsare ripugnante della vita un tempo fu identificato nell’ambiguità sfuggente dell’ebreo, oggi si ripresenta nell’inaffidabilità e nella pigrizia dei popoli mediterranei.

Un colonialismo finanziario fondato sulla superiorità del funzionale sul vivente: questo è l’Unione europea. Questa entità non può essere riformata. Né d’altra parte può essere semplicemente abbandonata come vorrebbero le anime semplici che propongono il ritorno alla lira o alla dracma. Va distrutta e ricostituita sulla base della solidarietà sociale: questo è il compito politico del nostro futuro se vogliamo evitare la barbarie.

Purtroppo non siamo in grado di realizzarlo, perché non esiste un movimento di autonomia della società dal capitalismo finanziario. Solo un processo traumatico potrà forse farla maturare. Entro quel processo traumatico dobbiamo prepararci ad agire.

Il voto greco mostra che ormai la coscienza del carattere devastante dell’Unione europea si sta diffondendo, ma siamo ben lontani dalla possibilità di un processo di ricostruzione solidale dell’Unione. Ciò sarebbe possibile se esistesse un movimento consapevole che invece non esiste. Perché centomila studenti non occupano le università d’Europa contro la privatizzazione del sistema educativo che l’austerità ha imposto? Perché i cittadini tedeschi non hanno espresso alcuna solidarietà (anzi hanno reagito con fastidio) quando trentamila ferrovieri tedeschi sono entrati in sciopero per la riduzione dell’orario di lavoro?

La risposta è purtroppo semplice: l’Unione ha distrutto la coscienza civile europea. Quel che accadrà a questo punto è prevedibile: formazioni nazionaliste e razziste stanno diventando maggioranza in ogni colonia del protettorato finanziario germanico. Questa è la scena dei prossimi anni, questo è l’effetto che l’austeritarismo sta producendo: guerra razzista contro i migranti da un lato, nazionalismo anti-germanico dall’altro.

Bucchi Repubblica 7 luglio 2015Il commento politico più intelligente che ho letto in questi giorni è la vignetta di Massimo Bucchi pubblicata dalla Repubblica il 7 luglio. Un elegante drappeggio rappresenta un guerrigliero jihadista e una scritta recita: “i nostri esperti prevedono una primavera europea”.

Un amico mi ha detto di non fare la Cassandra. Forse ha dimenticato che Cassandra non aveva intenzione di portare disgrazia: semplicemente prevedeva il futuro, e le sue profezie si avveravano regolarmente, anche se gli imbecilli preferivano illudersi sui cavalli di legno. Io non pretendo di prevedere il futuro, ma credo di vedere abbastanza il presente quando dico che il nazionalismo è la sola forza destinata a crescere, e che il colonialismo finazista porta la guerra come la nube porta la tempesta.

Il referendum greco indica una terza possibilità oltre l’alternativa tra dominio finanziario e guerra nazionalista che si staglia all’orizzonte del continente. Questa terza possibilità è una conferenza per la cancellazione del debito e l’avvio di una svolta che restituisca alla società il primato sulla finanza. Nel processo dissolutivo che il referendum greco ha aperto occorre impegnare le nostre energie per la ricostruzione del progetto europeo come progetto di redistribuzione della ricchezza e di riduzione del tempo di lavoro. Né più né meno. O sapremo fare questo o non potremo evitare una guerra jugoslava su scala europea.

Rosicano e gridano vendetta.

di Tonino D’Orazio 


Tutti i giornali italiani ed europei, in genere, rosicano sul risultato del referendum greco. Compresi quelli sedicenti di sinistra. Compreso l’Unità appena resuscitato per la quarta volta. Tutti i giornalisti televisivi, tutti filogovernativi a sostegno dei loro governi, ormai in gran parte di destra, rosicano e insultano. Oltre che penoso è quasi divertente vederli arrampicarsi sugli specchi, ospiti compresi.
Hanno il diktat di fare “terrorismo” psicologico. Ma il dato greco sul concetto di democrazia ha messo in luce quanto poco democratica sia diventata l’Europa attuale, se lo sia mai stata. E quanto poco conti l’Italia, con un altro nano al governo, ma questo più servile, si capisce. Hai voglia a nascondere, non lo invitano nemmeno. Hanno bisogno di ragionieri, non di burloni.
Rosicano gli invitati, ben selezionati certamente, dei talk show televisivi. Si nascondono tutti dietro cifre e cifre di cui nessuno controlla la veridicità. Ma non importa. Il problema non è andare a fondo della tematica, ma far paura agli investitori stranieri (a parte ricomperare tutto e rivendere o chiudere le nostre imprese maggiori non se ne vedono da anni), ai risparmiatori, ai piccoli, s’intende, quelli di altro stampo illegale sono già fuori confini da anni e vengono sempre più esortati a scappare.
Che terrore non potere più ritirate 50 euro al giorno al bancomat! Che per trenta giorni fa la cifra, che per quanto iperbolica, di 1.500 euro, pochi italiani se lo possono permettere, anche oggi. Ma tant’è, la paura viene inoculata anche a chi non lo può fare e, non sia mai, non lo potrà fare “nel futuro”, anche se sanno che non ci sarà. Il ridicolo supera la realtà, o viceversa.
Le borse crollano? “Bruciano” più miliardi, in un solo giorno, di quanti basterebbero a risollevare quasi tutte le finanze pubbliche dei paesi europei messi in difficoltà. Altro che debito greco. Per molti di quella cultura è meglio la roulette borsistica. Voi che avete qualche soldo in Borsa meglio riprenderli subito che farveli “bruciare”, o magari inghiottire dal vorace popolo greco. Non lasciateli sui conti correnti perché tra poco verranno taglieggiati. (Ulteriore richiesta all’Italia dal FMI, una specie di grande madre).
Bisogna punire la Grecia. Il sistema si mette in moto. Vivono di turismo? Affondiamolo. Che le agenzie disdicano il maggior numero di eventuali turisti. Malgrado Tsipras abbia formalmente dichiarato che le banche onoreranno le richieste delle carte di credito straniere, non importa, bisogna far vincere la paura. E' un paese in mano ai comunisti, dio sa cosa può succedere. Sembra stia funzionando, a patto di credere alle balle che ci raccontano all’unison. Mai la Grecia è stata a “portata di mano” e accogliente come in questo periodo, dove anche un euro in entrata diventa oro per tutti. L’importante è prendere per scemo Tsipras e il suo governo.
Rosicano quei tecnocrati fascisti della Troika, aumentando all’infinito il numero delle riunioni, senza Renzi per favore affinché rosichi doppiamente, ormai scoperti a trafficare ai danni dei popoli europei. Ma soprattutto rosicano perché, siccome comandano gli statunitensi, dovranno ubbidire e cercare una soluzione. Soluzione che non c’è, perché non è economica ma politica. E qui ci rimettono nuovamente la faccia, doppiamente, perché tutti vedranno che non contano niente. Pensate se gli Usa possano permettere che la Grecia venga messa fuori dall’Europa e quindi dalla Nato. Cuccia Merkel e troika!
Eppure tutti i mass media sono in linea con Merkel e il segugio Hollande per convincere gli altri popoli europei a cacciare la Grecia, ribelle al triumvirato oligarchico. La tecnica dello strozzinaggio è proprio quella di “perdere” tempo per condurre la vittima a miglior sentimenti, e fargli una “proposta che non potrà rifiutare”. Salvo a far rimanere a bocca asciutta, a fine mese, anche la BCE di Draghi. Il problema bancario si ferma proprio lì, dove “non ci sono più soldi”.
In realtà devono cacciare la Grecia. Questo paese ha dimostrato, per quanto difficile, una fiera alternativa alle imposizioni teutoniche dell’austerità. E se diventa contagioso? Non stupisce la virulenza di Rajoy in Spagna, potrebbe toccare subito a loro. O al Portogallo l’anno prossimo, alla poca orgogliosa Irlanda, se non alla GB successivamente. Al presidente della repubblica polacca che “nicchia” e non vorrebbe entrare nell’euro. Si sono accorti che diventa impossibile uscire poi dalla trappola. E la teutonica e candida Austria, caduta al livello economico dei Pigs, che sta verificando come uscire dall’euro? Una proposta di ddl popolare ha appena raccolto in un baleno le 250.000 firme necessarie. Paese serio. Se il parlamento lo rifiuta si va direttamente a referendum. Ormai si tratta di impedire che i soldi dei contribuenti vengano risucchiati all’infinito dalla speculazione delle banche, dall'austerity imposta da Bruxelles a carico di famiglie e pensionati, dalle scelte neoliberiste che avvantaggiano le grandi multinazionali. Fra queste motivazioni c’è anche l’unica possibilità dei piccoli di sfuggire al prossimo, coloniale e imminente accordo di libero scambio (TTIP) tra UE e Usa. E non è poco quando si è vaso di coccio. A noi ci acceca ancora la presunzione ma non il servilismo.
Con la solita incoerenza. Se lo dice Salvini, va bene, alla fine è un normale fascista. Se lo dicono i 5Stelle allora sono matti e non sanno leggere le cifre, poverini. Se lo dice D’Alema, che gli aiuti greci sono serviti solo a rimborsare le banche tedesche e francesi, ci si stupisce un po’, chissà dov’era nel frattempo. Allora parlano gli esperti “bocconiani” di economia. Dio ne scampi di loro e di quella fucina neoliberista al servizio di Goldman Sach. Dopo i risultati, ancora parlano e ci educano sulle loro iperbole, dopo aver subìto illuminanti stages nelle democratiche, seppur imperiali, istituzioni Usa.
Possono rosicare e insultare tutti quanto vogliono. Tsipras (e il grande Signor Varoufakis-Cincinnato) ha disegnato un altro cammino, e alcuni popoli, i più coraggiosi o i più disperati, vi si stanno incanalando. Ha dimostrato che la chiave, di qualunque Resistenza ai poteri oligarchici, rimane pur sempre la democrazia.
Mi sa che tutti rosicano e insultano proprio per questo, statunitensi compresi. Stiamo a guardare, o a sostenere, ma non possiamo ignorare il primeggiante valore della democrazia, cardine della Costituzione, sul furto organizzato delle banche.

martedì 7 luglio 2015

La ferocia liberista della socialdemocrazia europea

Editoriale. Le due ali politiche istituzionali fanno a gara per imporre i memorandum della Bce e del Fmi all’Europa. E chiudono gli occhi di fronte all’esercizio della democrazia che viene dalla Grecia 


di Marco Bascetta da Il Manifesto

Il volto gri­gio e tirato di Mar­tin Schulz, pre­si­dente dell’Europarlamento, costretto a bal­bet­tare il suo com­mento «isti­tu­zio­nale» al risul­tato del refe­ren­dum greco è forse l’immagine più vivida dello stato in cui versa quella che fu la social­de­mo­cra­zia europea.
Solo poche ore prima, a urne ancora aperte, era inter­ve­nuto, con un gesto inam­mis­si­bile per il ruolo che rico­pre, a soste­gno dello schie­ra­mento del sì. Per poi, una volta scon­fitta la sua «parte», offrire, inde­cen­te­mente, un soste­gno «umanitario»alla Grecia.
Herr Schulz , le cui dimis­sioni dovreb­bero essere cosa scon­tata, rispec­chia tut­ta­via pie­na­mente l’idea di demo­cra­zia pre­va­lente nelle segre­te­rie delle for­ma­zioni social­de­mo­cra­ti­che euro­pee. Il suo par­tito, la Spd, si è speso tanto acca­ni­ta­mente in favore del rigore e delle poli­ti­che di auste­rità da osta­co­lare per­fino quel tanto di aper­ture che la can­cel­liera Angela Mer­kel avrebbe potuto azzar­dare in alcune fasi del nego­ziato con Atene.
Nean­che per un istante la diri­genza social­de­mo­cra­tica, in buona com­pa­gnia di ita­liani e fran­cesi, si è disco­stata, sia pur di poco, da quello schema che pone al cen­tro della costru­zione euro­pea il rap­porto tra debi­tori e cre­di­tori e il rispar­mio a disca­pito dei red­diti e dei diritti. Cosic­ché oggi la social­de­mo­cra­zia tede­sca è tagliata fuori, per eccesso di zelo, (e per for­tuna) da qua­lun­que pos­si­bile ruolo nella ripresa di un nego­ziato con Atene. Come una can­ti­lena, ormai stan­tia, si limita a ripe­tere che il refe­ren­dum greco ha reso la ricerca di una solu­zione ancora più dif­fi­cile, per non dire impos­si­bile. Ma si guarda bene dall’aggiungere che que­sta «dif­fi­coltà» altro non è che il rifiuto di Syriza di gover­nare secondo regole ostili o indif­fe­renti alla volontà dei gover­nati, come sarebbe auspi­ca­bile secondo la gover­nance europea.
L’Europa sarebbe insomma minac­ciata da una over­dose di demo­cra­zia che rischia di legare le mani dei governi. E non è un caso che nell’Italia delle «riforme» si lavori a ren­dere sem­pre più dif­fi­col­toso il ricorso allo stru­mento refe­ren­da­rio, suscet­ti­bile di scom­pa­gi­nare i gio­chi dell’esecutivo.


Oltre che sociale, la socialdemocrazia ha dunque cessato anche di essere democratica.

Resta così, nel ruolo sem­pre più pate­tico e impro­ba­bile di «pon­tiere», la figura più pal­lida e impo­po­lare che i par­titi socia­li­sti d’Europa abbiano mai espresso: Fra­nçois Hollande.
Mezzo medi­ter­ra­neo e mezzo gover­nante sem­pre più in bilico di una grande nazione deci­siva per l’Unione euro­pea, ma del tutto subal­terno a quella visione tede­sca del Vec­chio con­ti­nente, che un tempo pre­oc­cu­pava non poco i governi di Parigi.

La Francia, da tempo, più che una soluzione è diventata una parte rilevante del problema. 

È il paese che ha votato no alla Costi­tu­zione poli­tica euro­pea, affos­san­done defi­ni­ti­va­mente per­fino l’idea, ma che in nes­sun modo si è poi spesa nel cor­reg­gerne la costi­tu­zione mate­riale, ossia i rap­porti di forze eco­no­mici e gli assetti gerar­chici che ne con­fi­gu­rano l’equilibrio: «No alla Costi­tu­zione, si ai Memo­ran­dum», que­sta la lieta novella che pro­viene da Parigi.
Nel repub­bli­ca­ne­simo fran­cese si anni­dano molti più sen­ti­menti anti­eu­ro­pei di quanti se ne pos­sano incon­trare dalle parti di Atene. E non è sor­pren­dente che nel suo seno pro­speri e si svi­luppi una forza come il Front Natio­nal di Marine le Pen. Né che la social­de­mo­cra­zia fran­cese si riveli del tutto inca­pace di farvi in alcun modo fronte.
Sotto un velo reto­rico sem­pre più sot­tile e tra­spa­rente l’Unione va tra­sfor­man­dosi in un tavolo nego­ziale tra crip­to­scio­vi­ni­smi di potenza dise­guale, con l’entusiastica ade­sione delle social­de­mo­cra­zie in costante declino di cre­dito elet­to­rale. Affan­nato e petu­lante, truc­cando spu­do­ra­ta­mente i numeri del «suc­cesso», il nostro Pd par­te­cipa alla gara nelle seconde file. La «prio­rità dell’interesse nazio­nale» non è più l’evocazione impro­nun­cia­bile di una sto­ria obbro­briosa, ma un buon argo­mento da cam­pa­gna elettorale.
In un sif­fatto con­te­sto in cui l’ipocrisia si fa neces­sità sto­rica, diventa essen­ziale soste­nere che il «no» uscito trion­fante dal refe­ren­dum greco è un no all’Europa e una delle molte insor­genze «popu­li­ste» o «ros­so­brune» che minano la costru­zione euro­pea e aprono sull’ignoto.
Sem­bre­rebbe esservi una sin­go­lare teo­ria che cir­cola da qual­che tempo nei prin­ci­pali media euro­pei e nel dibat­tito pub­blico. Se una volta anda­vano in gran voga gli «oppo­sti estre­mi­smi» ora sem­bra venuto il tempo dei «con­ver­genti estre­mi­smi» che, da destra e da sini­stra, allean­dosi fra loro, pun­tano a demo­lire la sta­bi­lità del Vec­chio con­ti­nente e a inde­bo­lirne le auree regole.
Ogni voce cri­tica viene auto­ma­ti­ca­mente attri­buita a que­sto inquie­tante sce­na­rio. Non manca nem­meno chi anno­vera Alba dorata tra i soste­ni­tori di Tsi­pras, comun­que ricor­ren­te­mente assi­mi­lato al Front natio­nal, al Movimento5 stelle o ai nazio­na­li­sti polac­chi. Natu­ral­mente in com­pa­gnia del temu­tis­simo Podemos.
Que­sta opera di disin­for­ma­zione ha rag­giunto il paros­si­smo alla vigi­lia del refe­ren­dum in Gre­cia. Il quale espri­meva invece un punto irri­nun­cia­bile, riba­dito con gran­dis­sima insi­stenza: la per­ma­nenza nell’Unione euro­pea e la crea­zione di con­di­zioni tali da non far dipen­dere que­sta appar­te­nenza da un rap­porto tra cre­di­tori e debi­tori uni­ver­sal­mente rico­no­sciuto come insostenibile.
Ciò che risulta vera­mente indi­ge­ri­bile dell’esperienza greca è appunto il suo con­vinto euro­pei­smo. Il quale minac­ce­rebbe non tanto i trat­tati euro­pei quanto gli inte­ressi nazio­nali (sovente più ideo­lo­gici che con­ta­bili) degli stati che gover­nano di fatto l’Unione.
Se di «salto nel buio» si deve par­lare non è certo rife­ren­dosi alla mossa refe­ren­da­ria di Tsi­pras, quanto alla capar­bia difesa di uno squi­li­brio che sta spia­nando la strada alle peg­giori forme di nazio­na­li­smo, alle quali la social­de­mo­cra­zia euro­pea risponde facen­dosi a sua volta por­ta­voce «ragio­ne­vole» dell’«interesse nazio­nale». E’ que­sta la deriva che sta minac­ciando l’Europa e che la crisi greca non ha certo pro­dotto, ma piut­to­sto chia­ra­mente rivelato.

"L'Euro non è affatto irreversibile e cancellare il debito è complicato"



"Ha vinto il no: benissimo, ma non c’è tempo per festeggiare". L’economista Emiliano Brancaccio spiega all’Espresso cosa vuol dire ristrutturare il debito greco e se è percorribile la via di una moneta complementare



 di Lucio Sappino da espresso.repubblica

Emiliano Brancaccio, economista, non ha dubbi. È un buon lunedì quello che viene dopo il referendum greco. «Nonostante la chiusura forzata delle banche e le mistificazioni di molti organi di informazione», dice all’Espresso, «i greci hanno saputo guardare con freddezza i fatti della crisi e hanno respinto una bozza di accordo che avrebbe solo prolungato l’agonia del paese».

Il “no” al referendum era l’unica opzione sensata: «È stata una prova di democrazia e di razionalità politica, un esempio per tutti i popoli europei». Occhio però all’entusiasmo: «non credo che ci sarà il tempo di festeggiare», continua Brancaccio, «le difficoltà che si affacciano all’orizzonte sono grandi, per la Grecia e per tutta l’Unione, e andranno affrontate». Ad esempio, per rendere sostenibile il debito greco - come ora dice anche il Fondo monetario - «non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche». E poi, se lo si cancella alla Grecia, altri - tra cui l’Italia - potrebbero farsi sotto.

Sull'idea del dimissionario Varoufakis di una moneta complementare, invece, Brancaccio spiega: «Con buona pace di chi continua a sostenere che l’euro è irreversibile». Il problema non sarebbe certo tecnico: «I problemi di tipo contabile e procedurale si risolvono facilmente». Il tema è semmai macroeconomico. Siccome «la stampa di moneta e la svalutazione del cambio sarebbero del tutto insufficienti», la Grecia per gestire una eventuale uscita dalla moneta unica, ad esempio, «dovrebbe imporre stabilmente controlli sui capitali e forse anche limitazioni delle importazioni, e per un certo periodo dovrebbe anche trovare finanziatori pronti a coprire l’eventuale crescita del disavanzo verso l’estero».

 

A suo avviso i greci sarebbero pronti anche a un’eventuale uscita dall’euro? I sondaggi dicono che il popolo greco vuole restare nella moneta unica.
 
«Lascerei perdere i sondaggi, che non hanno dato prova di grande affidabilità. Il mandato degli elettori mi pare ormai inequivocabile: costi quel che costi, la Grecia non intende piegarsi alle assurde pretese dei “creditori”».

 

Tsipras e Syriza hanno però sempre detto di non voler uscire.
 
«Suppongo che il governo greco insisterà con l’idea di voler tenere il paese dentro l’euro. È una linea che finora si è rivelata vincente, poiché tende a scaricare sui creditori l’eventualità di un’uscita della Grecia dalla moneta unica. Spero solo che non sfoci in un accordo di basso profilo, che si limiterebbe a rinviare i problemi senza risolverli».

 

Lei ritiene che Tsipras sia tentato ora dalla possibilità di firmare un nuovo accordo con le istituzioni europee?
 
«A mio avviso le tentazioni dei singoli contano poco, i processi sono più complicati. Le azioni del primo ministro greco sono di volta in volta il prodotto della dialettica interna alla sua maggioranza, i cui prossimi sviluppi sono difficili da prevedere. Inoltre, gli esiti della partita non dipendono solo dalle mosse del governo greco: la vittoria del “no” ha innescato una catena di eventi sistemici, che avrà ripercussioni sul comportamento di tutte le controparti. E sui mercati».

 

Giovedì scorso il Fondo monetario internazionale ha pubblicato un documento in cui dichiara che il debito della Grecia è insostenibile e che occorre tagliarlo. È possibile immaginare una nuova intesa tra la Grecia e i “creditori” su queste basi?
 
«Per rendere sostenibile il debito non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche. Inoltre, a ben guardare, l’insostenibilità del debito non è nemmeno un’eccezione greca: in prospettiva tutti i paesi debitori rischiano di trovarsi con una crescita del reddito troppo modesta per far fronte ai rimborsi degli interessi e del capitale ricevuto in prestito. Se dunque il governo greco riuscisse a strappare un significativo taglio del debito, anche gli altri paesi del Sud Europa esigerebbero una ridefinizione degli accordi di prestito. Questo è uno dei motivi per cui, a Berlino e a Francoforte, si sta facendo strada l’opzione di recidere i legami con la Grecia e lasciarla uscire dall’euro. Il punto è che i creditori non hanno intenzione di avviare una rinegoziazione generale: finché ci riescono preferiscono lasciare i debitori nella palude, magari esortandoli a svendere quel che resta del patrimonio nazionale».

 

Se un accordo non si trovasse e la Bce decidesse di interrompere la liquidità di emergenza a favore delle banche greche, quali sarebbero le conseguenze?
 
«I problemi di liquidità in Grecia si stanno aggravando, una crisi potrebbe innescarsi anche se la liquidità di emergenza continuasse a fluire al ritmo attuale. Per impedire l’uscita del paese dall’eurozona, la Banca centrale europea dovrebbe accrescere le erogazioni all’aumentare dei tentativi di ritiro e di fuga dei capitali. Cioè dovrebbe agire da vero e proprio “prestatore di ultima istanza”, un ruolo che i trattati continuano a escludere. A meno di un cambiamento statutario, col passare del tempo sarà difficile per Draghi trovare nel direttorio della Bce una maggioranza disposta ad agire in questo senso».

 

Per fronteggiare la crisi di liquidità il ministro Varoufakis aveva accennato all’adozione di una “moneta complementare”, ma ora si è dimesso. Se lei fosse ministro delle finanze in Grecia, quale rimedio proporrebbe?
 
«Il problema non è tecnico, dal punto di vista procedurale le soluzioni sono numerose. Solo per citare un esempio, basterebbe ricordare che la stampa fisica degli euro è sempre rimasta di competenza delle banche centrali nazionali. Chiunque può notare che le singole banconote si differenziano in base alle banche nazionali emittenti: quelle emesse dalla Grecia sono contrassegnate dalla lettera “Y” all’inizio di ciascuna serie, quelle stampate in Italia sono indicate con la lettera “S”, per fare due esempi. Nella fase di transizione, il governo di Atene potrebbe imporre alla banca centrale greca di uscire dall’eurosistema e stampare euro in misura superiore rispetto alle erogazioni stabilite dalla Bce. Si verrebbe così a creare un rapporto di cambio tra euro-greci, contrassegnati con la lettera “Y”, e tutti gli altri euro. Per gestire la transizione verso un nuovo regime monetario questa sarebbe una delle soluzioni più rapide, e in linea di principio potrebbe esser concordata con le istituzioni europee. Del resto, acuti interpreti dei lavori preparatori del Trattato dell’Unione hanno suggerito che la scelta di affidare alle banche centrali dei singoli paesi la stampa degli euro e di consentire che questi fossero marcati con sigle nazionali fu decisa anche per favorire una transizione in caso di abbandono della moneta unica. Con buona pace di chi continua a sostenere che l’euro è irreversibile».

 

Dunque la Grecia potrebbe stampare liberamente moneta per uscire dalla crisi?
 
«Niente affatto. Una cosa sono i problemi di tipo contabile e procedurale, che si risolvono facilmente. Tutt’altra cosa sono i problemi di ordine macroeconomico, che sono molto più complessi. Con altri colleghi abbiamo sostenuto che la stampa di moneta e la svalutazione del cambio sarebbero del tutto insufficienti. Per gestire una eventuale uscita dalla moneta unica, la Grecia dovrebbe imporre stabilmente controlli sui capitali e forse anche limitazioni delle importazioni, e per un certo periodo dovrebbe anche trovare finanziatori pronti a coprire l’eventuale crescita del disavanzo verso l’estero».

 

Vuole darci un commento sulle dimissioni di Varoufakis?
 
«Ne capisce di economia molto più di tanti mandarini dell’Eurogruppo. Ma non commento quest’ultima vicenda. Leggerò volentieri il suo prossimo best-seller…».

Proprio qui sull’Espresso con l’economista Mauro Gallegati, collaboratore del premio Nobel Joe Stiglitz, l ei ha sostenuto che durante le trattative il governo italiano ha commesso l’errore di collocarsi dal lato dei creditori . In queste ore però Renzi è molto attivo, sembra volersi attribuire un ruolo di mediazione tra il governo greco e quello tedesco. Che ne pensa?
«Penso che il vero volto di Renzi e del suo partito sia stato rivelato dal rappresentante del Pd presso la Commissione affari economici del Parlamento europeo, che a poche ore dal voto aveva dichiarato: “A questo punto la scelta spetta ai cittadini greci, che sapranno sicuramente dimostrarsi più saggi del loro governo pronunciando un forte sì per l'Europa”. Direi che più improvvidi di così si muore. La mia sensazione è che il Pd e gli altri partiti del socialismo europeo non abbiano più il polso della situazione: mancano di una strategia per affrontare la crisi e rischiano di pagar caro l’appiattimento sulle posizioni dei conservatori. Non si tratta però di un problema che investe solo i socialisti. Tutte le sinistre europee sono chiamate oggi a rivedere la loro concezione delle relazioni economiche internazionali. Servirebbe una nuova visione, potremmo dire un “nuovo internazionalismo del lavoro”, da contrapporre alle ricette liberiste e xenofobe che le destre hanno già pronte da tempo per affrontare la crisi del progetto europeo».

 

E in che modo si potrebbe dare avvio a questo “nuovo internazionalismo del lavoro”?
 
«Dovremmo partire da una constatazione comune: non si possono fare accordi di piena libertà di circolazione dei capitali e delle merci con paesi che tendono sistematicamente a contenere i salari e a deprimere la domanda interna pur di accumulare surplus verso l’estero. Questa politica attiva una devastante competizione internazionale al ribasso, il cui risultato è che tutti cercano di esportare la recessione all’esterno dei confini nazionali. Se l’eurozona imploderà, sarà anche perché il paese egemone, la Germania, ha attuato per lungo tempo questa strategia perniciosa. Leggere la crisi dell’unificazione europea alla luce di questa evidenza sarebbe già un buon inizio per tentare di elaborare un sistema di relazioni internazionali più equo e più robusto di quello attuale». 


domenica 5 luglio 2015

Chissenefrega del debito

Adesso si può tornare parlare seriamente.
Revisionare i trattati europei, Fiscal Compact in testa, un delirio che ci impedisce persino di riparare le buche delle strade, perché dobbiamo mettere le nostre mancette nel pozzo di San Patrizio del debito pubblico senza mai riuscire a riempirlo. 
Ridiscutere l'euro, sgombrando il campo da posizioni teologiche-dogmatiche, perché non sta scritto da nessuna parte che ci si debba accollare il costo della carta di credito della Germania e quello della benzina del liberismo europeo, senza fiatare.
Considerare finalmente il debito dello stato al netto di mafie, clietele e ruberie politiche, una cosa positiva, perché il debito dello stato è il credito del cittadino.
Considerare l'Europa non un'arena di scontro fra commercialisti di varia provenienza, ma la patria del Welfare e della solidarietà.
Scusate se è poco.

Il No è la base per la ricostruzione della democrazia

da Lista Tsipras
 

Ha avuto ragione Alexis Tsipras “la democrazia batte la paura”
Il voto di oggi ha spezzato l’assedio cui la Grecia era stata sottoposta da settimane di minacce, disinformazione e terrorismo psicologico da parte delle élite europee e dei mercati finanziari attraverso i mass media del continente.
La vittoria del No ha rotto l’embargo della democrazia ed ha dimostrato che in Europa i singoli popoli – e tutti assieme a maggiore ragione – possono spuntarla contro chi vuole imporre e praticare le politiche dell’austerità. Si rompe l’embargo che vuole affamare il popolo.
Sono le politiche praticate dagli organi dirigenti della Ue le grandi sconfitte. Sappiamo che già prima ne era chiaro il fallimento, eppure non è bastato a toglierle di torno. Il pronunciamento di economisti, di premi Nobel, di storici e finanche del Congresso Usa avevano dimostrato che il re era nudo. Ma esso continuava a restare sul trono e a comandare.
C’era bisogno di qualche cosa di più. Di un nuovo fatto democratico che respingesse esplicitamente le politiche dell’austerità dimostrando che nella coscienza di un popolo si era fatta strada un’alternativa.
Nel caso greco è quella proposta dal governo eletto a gennaio e che oggi trova un’altra importantissima legittimazione diretta.
Questa rafforza l’azione del governo greco al tavolo della trattativa che la Merkel ha voluto sospendere in attesa del risultato referendario nella speranza di creare panico e finendo invece per legittimarlo in anticipo. Con una sonora sconfitta della scelta di Renzi di appiattirsi sulle posizioni della cancelliera, contro gli stessi interessi del nostro paese.
È difficile pensare comunque che le cose ripartano semplicemente da dove erano state lasciate. C’è bisogno di un accordo sull’immediato che permetta lo sblocco degli aiuti mancanti.

È necessario – questa è la lezione che ci viene da Atene – che l’Europa nel suo complesso proceda a una ristrutturazione e a una riduzione del debito greco in primo luogo e di tutti quelli che sono cresciuti in altri paesi per colpa delle politiche di austerità.

La proposta di una Conferenza sul debito in Europa, avanzata da Syriza, torna quindi di grande attualità. È la strada per risolvere veramente il problema del debito e permettere alle economie europee di ripartire su nuove basi e con nuovi modelli di sviluppo civile e economico. È la strada per sconfigger le politiche neoliberiste che schiacciano il benessere delle persone sugli interessi della finanza.

Per questo la vittoria del No è una vittoria di tutti i popoli d’Europa.

Dopo questo voto gli oligarchi europei che hanno condotto la trattativa in modo irresponsabile devono andare a casa.

Un voto europeista democratico per portare avanti il sogno di Ventotene, di un’Europa politicamente unita su basi federali, solidale, aperta sul Mediterraneo, accogliente con i migranti, fattore di pace a livello mondiale. 


sabato 4 luglio 2015

Capricci dell'immaginario: da Che Guevara ai Navy Seals

Un mutamento antropologico o semplicemente un mutamento sociale che pone una revisione simbolica nell’immaginario individuale. 
Non è un’analisi seria, non ho dati, ma solo sensazioni evocate dalla rilettura (molto frettolosa lo ammetto) degli scritti di Comte e di Spengler, sull’evoluzione ciclica delle società umane. È un effetto che io vedo riflesso soprattutto nel cinema e nelle serie televisive. L’eroe coevo è il prototipo del militare che ha vissuto l’esperienza della guerra o il cavaliere solitario ed errante, spia o ex militare delle forze speciali, che riassume la caduta generale di senso della vita nel confronto individuale con le forze oscure del mondo, sue nemiche semplicemente perché intolleranti a qualsiasi anomalia di stampo anarco-individualista, viste come ostacolo al nuovo ordine mondiale. Un nuovo eroe romantico segnato dallo strazio dell’esperienza della guerra e dalla sofferenza rivelatrice del nonsenso della teleologia. Assistiamo all’emergere di un senso che sta tutto nell’identificazione con i simili a te nel caso dei militari – il significato della vita è contenuto unicamente nella condivisione del dolore e delle atrocità della guerra - o in un’etica universale passata al vaglio del disincanto dell’eroe solitario. 
Insomma se fino a un paio di decenni fa l’eroe era colui che anelava alla rivoluzione, guidato dalla forza rivelatrice della dottrina, e da un ideale palingenetico volto alla distruzione di una società decadente e dominata dall’interesse del ricco sul povero, adesso l’eroe è colui che accarezza il disincanto del pubblico, ma allo stesso tempo gli fornisce un substrato di potenza e di ferina volontà di sopravvivenza pur nell’assenza di valori. Siamo passati dal Che Guevara, eroe solare portatore di un ideale di riscatto e speranza, all’oscurità dell’eroe che si dimena nei suoi tormenti, ma che alla fine trova la forza in se stesso o nel motto del suo corpo di appartenenza, senza la necessità di aggrapparsi a un ideale o a un fine ultimo.

Non so se questa mia percezione dell'immaginario collettivo sia il risultato del passaggio da un'era “mitologica”, contrassegnata dalla prevalenza del mito come motore di una società giovane e in evoluzione, oppure se anche questo sia il frutto avvelenato della tanto decantata fine delle ideologie del secolo breve, o se addirittura un mutamento così radicale possa essere il risultato di una strategia premeditata (da chi?) per annientare ogni senso contrario a una società basata sullo sfruttamento e sul profitto, certo è che di giovani come quello che è andato a combattere a fianco dei curdi a Kobane non ne vedo molti (sbaglio?).

Alle volte credo che tutto questo non sia nient'altro che la pausa fra il primo e il secondo tempo.

venerdì 3 luglio 2015

Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico?

di Matteo Nucci da Minima&Moralia

Atene.
Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica.
Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue parole marcavano la prima pagina del quotidiano. Si apriva così: “Yanis Varoufakis usa meno cravatte ma più profumo della media dei ministri finanziari dell’area euro”. Perché l’inviato di Repubblica in prima pagina parla del profumo del Ministro delle Finanze ellenico (che peraltro, profumo o meno, ebbe un certo successo a Cernobbio)? Non potevo credere ai miei occhi. Ma poiché molti giornalisti sono ormai propensi alle note di colore, passai oltre. Ho dimenticato quelle parole fino a stamattina.
Sono arrivato a Atene nella notte. La città non dormiva, ma era presto per tirare le somme. Code ai bancomat. Gente impazzita. Popolazione allo stremo. Pensionati distrutti. La scelta “folle” di Tsipras di indire un referendum mi inseguiva sui titoli dei quotidiani da giorni. E siccome vengo in Grecia, amo la Grecia, studio la Grecia da più di vent’anni, non potevo crederci. Ma stamattina sono rimasto di stucco.


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Federico Fubini comincia così il suo articolo sul Corriere della Sera di oggi: “Nessuno sale più all’Acropoli. Da ieri ormai non ci salgono i turisti, i cui torpedoni sono scomparsi dai piedi della salita al tempio di Atena con l’approssimarsi dell’atto finale di questo dramma”. Intitolato “Grecia, il piano segreto di Varoufakis: una moneta parallela all’euro”, l’articolo racconta una serie di retroscena su Tsipras, Varoufakis, Syriza, Dragasakis (vice Premier moderato); e lascia intendere che Syriza è spaccata, che Tsipras è allo sbando e Varoufakis neanche a parlarne. Giocando sul filo di rimandi alla classicità di cui credo che Fubini non sappia granché, l’articolo si conclude con un’allusione al suicidio politico di Tsipras. Nulla di ciò che racconta Fubini è confermato da fonti. Può darsi che sia molto ben informato su Syriza e sulle sue dinamiche interne. Può darsi. Ho sentito persone interne a Syriza, oggi, che smentiscono drasticamente le sue ricostruzioni, ma può darsi che abbia ragione perché è possibile che le smentite non abbiano alcun valore, come è noto in questi casi.
Ci sono soltanto due dati che è possibile controllare di questo articolo. Il primo è l’Acropoli vuota che già ho citato. Il secondo eccolo: “Non c’è più tempo: i pagamenti nel Paese stanno collassando, i pensionati senza bancomat hanno diritto a ritirare non più di 120 euro ogni tre giorni e navi turistiche da 500 posti partono ormai dal Pireo per le Cicladi con 20 passeggeri a bordo.”


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E così sono sceso al centro di Atene, mi sono infilato a Monastiraki e ho percorso la stradina che costeggia l’Agorà intitolata a Adriano. Bar zeppi di turisti, bancomat solitari e senza fila, sono entrato all’Agorà e ho domandato se l’affluenza al sito fosse cambiata in questi giorni. “In nessun modo” mi hanno risposto. Forse però Fubini è salito su, nel caldo, sulla roccia dell’Acropoli. Sono uscito dall’Agorà su Apostolou Pavlou e sono arrivato alla piazzola dei torpedoni sotto l’Acropoli. Zeppa come sempre. Un pullman si è allontanato pieno e un altro ha preso il suo posto. Dove era stato Fubini? Sono salito su per la via disegnata da Dimitris Pikionis. Alle biglietterie la fila sotto il sole cocente. I Propilei affollati. Il Partenone come sempre accerchiato da turisti che scattano foto: giapponesi, francesi, italiani, inglesi, americani, greci. Non ho mai amato l’Acropoli affollata di gente. Il mio maestro, Gabriele Giannantoni, si svegliava alle sei per essere sotto il Partenone alle otto in punto, all’apertura. Sono cresciuto imparando a apprezzare il silenzio. Ma stavolta ero felice. Cosa aveva visto Fubini?
Me ne sono tornato a Monastiraki, ho preso la metro per il Pireo, l’ “elettrico” come chiamano qui il primo mezzo che percorse la capitale, un treno elettrico per metà esterno e per metà sotterraneo. Ho attraversato la strada aggirando il ponte aperto per le Olimpiadi e dall’anno scorso chiuso per lavori mai iniziati. Il porto pullulava di turisti. Due americane non sapevano nulla del “corralito” ma erano felici per non aver dovuto pagare i mezzi pubblici. Un gruppo di ragazzi se la rideva all’ombra fumando sigarette. Tutto come sempre. Ho domandato se ci fosse qualche cambiamento. Niente di rilevante, forse un lieve calo – mi hanno detto. È inizio luglio. Solo turisti. In mezzo alla settimana quasinessun greco. Forse qualcuno ha deciso di rinunciare? Difficile dirlo. Lo sanno gli albergatori.


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Forse Federico Fubini è salito all’alba all’Acropoli e poi al Pireo ha trovato una nave che partiva con venti passeggeri a bordo? Ne dubito. Se anche fosse, non è questa la norma nei giorni più importanti in cui un referendum decisivo è alle porte. Le sue informazioni non raccontano la realtà. Come ci si può fidare di lui sui retroscena politici, se gli unici fatti che ha raccontato non sono reali?
Il mio mestiere non è quello del giornalista. Ma quando scrivo reportage dai paesi in cui viaggio, la regola è quella che mi hanno insegnato: raccontare ciò che vedo, domandare, controllare i dati. Si tratta della regola più importante per chiunque abbia la possibilità di essere letto anche solo da pochi lettori avidi di informazioni. Figurarsi su questioni di così grande importanza e su quotidiani letti da migliaia di persone. Così, sull’Acropoli ho tirato fuori il mio tesserino di pubblicista e ho scattato foto alla folla così come davanti ai bancomat solitari e vuoti e davanti al porto brulicante di viaggiatori.

Poi me ne sono andato a pranzo con una reporter che da anni racconta la Grecia per un grande quotidiano straniero. Abbiamo parlato, mi ha raccontato. Viene in Grecia e parla greco da una trentina di anni. Conosce il popolo e i suoi politici. La grandezza e la miseria greche. La tragedia. Il radicalismo. L’intelligenza. La predisposizione al dibattito. Eravamo in una taverna. Si sono uniti due greci a discutere di politica. Abbiamo chiacchierato fino alle quattro. Non so se lei scriverà di quel che abbiamo vissuto oggi a pranzo. So che a me piacerebbe se i lettori italiani potessero leggere i suoi magnifici articoli.

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In Grecia, in questi giorni, si decidono molte cose. Per il Paese e per l’Europa stessa. La campagna mediatica ha raggiunto qui proporzioni inaudite. Si sa bene quanto le tv private che dominano il panorama informativo greco siano tutte senza esclusione da una parte. L’informazione europea potrebbe mostrare un’altra via, una via se non imparziale (ché l’imparzialità è un’utopia), ma perlomeno documentata e il più possibile fedele alla realtà. È sconcertante dover ammettere il contrario.

giovedì 2 luglio 2015

Syriza delenda est

di Tonino D’Orazio

Tutti hanno capito che la “crisi” greca non è una questione economica. E’ il tentativo politico di un popolo di liberarsi dalla cappa neofascista ed economica del neoliberismo rampante. Syriza è un vero pericolo se dimostra, con il popolo greco, che un’altra via, una alternativa, sia possibile in Europa.
Dal punto di vista finanziario un paese che rappresenta il 2% del Pil europeo non può essere un “pericolo”, così come tutti media e i giornali, all’unanimità, cercano di inculcarci. Tsipras e Syriza diventano il granello di sabbia che fa deragliare la bella costruzione neofascista euro-tedesca. Da lì l’accanimento delle oligarchie che hanno preso il potere totale sui popoli, gli stati e le costituzioni dei vari paesi d’Europa. Syriza è la dimostrazione, nuda e cruda, che la democrazia è incompatibile con questo sistema, questa Europa a trazione ladresca e bancaria. Quindi va distrutta, delenda, cancellata.
La tecnica di soffocamento da parte della Troika di Bruxelles, per chi ha voluto vederla lucidamente, si è arenata davanti alla democrazia, al referendum popolare su una questione vitale, già impedito al precedente governo servo di socialisti e destra, comunque responsabili della miseria attuale. Così come è avviata l’Italia e altri paesi europei, presto o tardi. Chi è forte mangia i deboli, legge darwiniana alla base di questa Europa.
I proprietari dei soldi non sanno esattamente cosa fare, anche se Draghi ha promesso loro che stamperà tanti euro quanti ne saranno necessari pur di non sottostare lui e le banche al “ricatto” di Tsipras di non poter pagare il debito. Infatti le borse si abbassano e si alzano ad ogni falsa o pilotata informazione. Addirittura il terrificante spread in questi giorni è diminuito (vacci a capire!). Spesso più per le parole di Obama che “rassicura” che la Grecia non cambierà mai campo. Quanto ai media non possono che impaurire i capitalisti italiani. Tanto, ma cosa importa, ai quattro/quinti degli italiani della Borsa. Dovrebbero invece preoccuparsi della Cassa Prestiti e Depositi, dove sono conservati i loro risparmi postali, perché dalla settimana scorsa è passata in mano (termine pauroso) ad un presidente “nuovo” proveniente da Goldman Sachs, ormai il nostro “padrino” internazionale. La volpe nel pollaio.
E’ una questione politica. Le destre europee pensavano di essere riuscite finalmente ad abbattere il concetto di sinistra e di solidarietà imponendo la competizione e homo homini lupus (letteralmente "l'uomo è un lupo per l'uomo"), a tutti i livelli delle società. Il risultato è una cannibalizzazione che sicuramente finirà con “l’essere divorati” di molti. E’ la teoria attuale del pensiero unico.
Siamo nel ridicolo di una trattativa durata mesi ed ogni volta come “l’ultima possibilità di un accordo” (20 sicuramente solo negli ultimi mesi), per “salvare” la Grecia, “offerto” a Tsipras, finché siamo arrivati alla scadenza. Anzi proprio alla scadenza una esile donna (“Se non vieni a Lagardère, Lagardère verrà da te”. A. Dumas) ha puntato ferocemente il dito e fatto saltare tutto. Non bastava quello che con difficoltà estrema stavano ancora concedendo, e grazie al Financial Times abbiamo avuto sotto gli occhi gli impegni lesivi per i diritti umani che doveva sottoscrivere Tsipra mentre nella stanza accanto la Troika “trattava” con i responsabili politici delle opposizioni greche un possibile ribaltone. Magari potenziando, come negli altri paesi europei, le destre più retrive per qualche furtivo colpo di stato morbido, meglio, arancione. Si sono accorti della pericolosità contagiosa (vedi Podemos in Spagna e M5S da noi) di un popolo avviato e mantenuto nella miseria e che se ne accorge.
Il ridicolo che si è tentato di portare su Tsipras, il giorno dopo che il parlamento greco aveva approvato il referendum, è opera di Junker, chiedendo di sospendere il referendum e “riaprire” la contrattazione. La posta era di ridicolizzare o il parlamento greco o Syriza. Giustamente Tsipras sta ancora valutando. Intanto alla Lagarde si è smorzato il sorriso quando Tsipras ha detto che avrebbe voluto ma non aveva soldi per rimborsare il Fmi. Quei pochi che aveva erano per pagare stipendi e pensioni, oltre a rendere gratis per un po’ l’energia elettrica e cibo per tutti. In quanto ai soldi liquidi il popolo l’aveva già ritirato da un paio di settimane dalle banche, quelle contingentate. (Altra coltellata alla impostata sacralità delle banche che “non possono fare quello che vogliono”). L’altra parte del ridicolo sta proprio nel fatto che “il lattaio che uccide la propria vacca” non deve essere molto intelligente e forse solo un banale e prepotente iroso. A meno che abbia altri obiettivi.
Quante belle frasi siamo costretti a sentire da tutte le reti televisive sulla situazione greca. Tsipras fugge dalle sue responsabilità (troppo democratico); bisogna riportare i greci alla ragione (un po’ più alla fame); comunque bisogna pagare i propri debiti (ma quali e a chi?); senza l’euro la Grecia va verso il caos (Ognuno parli per sé. Tsipras non vuole né uscire dall’euro né dall’Europa, vuole solo dilazionare il debito perché non può pagare. Fortuna che noi invece, per dilazionare, abbiamo Equitalia e per sperare Renzi); vivono al di sopra dei propri mezzi (due terzi della popolazione è ridotta alla fame, parola che ancora non comprendiamo bene in Italia, ma sta venendo avanti. Momentaneamente siamo soltanto a 14 famiglie su 100 che non hanno soldi a sufficienza per garantirsi cibo ogni due giorni); oppure l’irriverente e offensiva Panorama (rivista ex socialista passata a destra) di questa settimana; lo sfottò della Merkel perché giustamente i poveri hanno sempre torto (“non si può salvare la Grecia se non lo vogliono”); il Renzi (“a noi non ci tocca”) coperto da Draghi; oppure i ridicoli e parossistici abbassamento di vari rating bancari americani (“fate quello che volete, se non ho soldi, non ve li posso ridare”).
Insomma questo semplice concetto di socialismo e di democrazia che rinasce sta dando un così enorme fastidio. Eppure cosa si aspettavano. Si tratta solo di arrivare in fondo al barile, e loro non lo hanno ancora capito, sicuri di aver stravinto contro le democrazie antifasciste, anche se retro borghesi e capitalistiche. Quando il limone è spremuto c’è poco da fare se non mangiare anche la buccia. Incatenare o uccidere la mucca.
Aspettiamo questo referendum, sapendo che sul principio non ci si può fare scippare da una banda di tecnocrati non eletti da nessuno e, visti i risultati, da considerare pazzi o al limite della delinquenza, la democrazia, sempre faticosa da riconquistare una volta persa. Immagino che i Greci ci stiano provando, anche per noi e una Europa vera e solidale come la vorremmo e la storia ci impone. Ecco perché hanno tutti contro e vanno difesi. Poi toccherà anche ad altri.

mercoledì 1 luglio 2015

Tutto quello che dicono sulla Grecia è falso

Da un po' di tempo sono monocorde, pubblico la maggior parte dei post sulla Grecia. Inutile spiegare il perché, lo sappiamo tutti, la Grecia rappresenta lo sforzo morale e collettivo di tutti quelli che hanno ancor un po' di buonsenso e vedono chiaramente quello che senza media servi e politici servi dei servi, sarebbe chiaro a tutti: stanno fregando un popolo, e non è solo questione di prendi i soldi e scappa (anche quello, 226 miliardi di soldi nostri dei fondi salvastati - i giornalisti servi hanno qualcosa da dire?- restituiti dall Grecia alle banche tedesche), è questione di affermare l'ineluttabile sotto forma di pensiero unico teutonico. Non ci sono più teorie economiche in concorrenza fra di loro, c'è la crisi, ci sono le riforme strutturali, ci sono i tagli, c'è la ricchezza che sgocciola sui poveri sui poveri(il trickle down) e ci sono le privatizzazioni perchè sanità e welfare "non sono più sostenibili". Nient'altro: "se dico salta tu salti", se dico crepa tu crepi. Fine della storia

di Giovanni Drogo da Nextquotidiano

Mancano quattro giorni al #greferendum sulle proposte della Troika. Ancora per qualche giorno le vostre bacheche Facebook saranno intasate dai tifosi del Sì e dai sostenitori del No. E allora ecco un prontuario per voi che avete un amico espertone di economia su Facebook, che sa tutto della Grecia: aiutatelo nella sua analisi macroeconomica fatta di chiacchiere da bar fornendo alcuni dati. Sì, certo: i dati sono numeri, i numeri sono veri e quindi non stanno bene insieme alle chiacchiere ma perché non approfittarne per fare un po’ di chiarezza sulle balle che ci stiamo raccontando sulla Grecia in questi giorni?
REFERENDUM TSIPRAS GRECIA
Il debito di Atene (Corriere della Sera, 27 giugno 2015)

I GRECI SI SONO MANGIATI I SOLDI PRESTATI DALL’EUROPA?
Uno dei punti principali delle discussioni sui Social è che se i greci hanno ricevuto dei prestiti dagli stati membri della UE (ovvero da noi cittadini) allora sono tenuti a restituirli. Quel che è giusto è giusto e quel che è nostro, deve tornare ad essere nostro.
banche tedesche francesi stati grecia

L’infografica del Sole 24 Ore sul salvataggio della Grecia nel 2009
Ma dove sono realmente finiti i soldi del salvataggio greco? A spiegarcelo un pezzo del Guardian di qualche giorno fa che la fetta più consistente dei 240 miliardi di euro prestati alla Grecia tra il 2010 e il 2012 è andata (attualmente il debito ammonta a 320 miliardi) a finire nelle casse delle banche che avevano prestato denaro prima del crollo. In buona sostanza è vero che il debito pubblico greco è ingente, ma molto più preoccupante è la situazione dell’indebitamento dei privati, ovvero delle banche che hanno prestato denaro in modo a dir poco sconsiderato. Del denaro prestato alla Grecia solo il 10% è stato effettivamente utilizzato dal Governo per riforme economiche, il resto è stato utilizzato per ripianare i debiti e gli interessi sui debiti della finanza privata. Se nel 2010 la quasi totalità del debito era dovuto alle banche oggi invece il 78% di quei 320 miliardi di euro è della Troika, ovvero delle istituzioni pubbliche. Le operazioni di salvataggio hanno trasformato il debito dei privati (ovvero l’esposizione delle banche elleniche ed europee che sono state salvate) in un debito pubblico. I soldi quindi non sono andati ai greci ma alla finanza privata che, una volta al sicuro, ha pensato bene di scaricare gli oneri sulla paese. Se guardiamo il grafico qui sopra è evidente come nel 2009 le banche europee (principalmente tedesche e francesi) e non gli stati fossero molto esposte in virtù dei crediti concessi in modo sbarazzino. Nel 2014 la situazione è invertita. Perché? Perché le stesse banche hanno scaricato gli oneri sugli stati cioè gli stessi cittadini che ora vogliono indietro i soldi dai greci (le banche hanno accettato un haircut del 50% sul debito). Ad essere stato salvato è il sistema bancario, non la Grecia.
mappa salvataggi Banche
E se pensate che la Grecia sia l’unico paese che ha speso denaro per salvare il sistema bancario ecco qui questo bel grafico che mostra come anche gli altri paesi dell’eurozona abbiano allegramente finanziato il sistema bancario all’inizio della crisi.
La riduzione del numero dei dipendenti pubblici in Grecia negli ultimi cinque anni
La riduzione del numero dei dipendenti pubblici in Grecia negli ultimi cinque anni
LA GRECIA NON HA FATTO NULLA PER USCIRE DALLA CRISI DEL DEBITO?
C’è un pregiudizio nei confronti dei Greci, raffigurati come allegre cicale spendaccione che in questi anni invece che mettere mano ai conti pubblici e intraprendere la strada delle riforme strutturali hanno preferito ballare il sirtaki e ubriacarsi di ouzo (con i nostri soldi!11). In realtà le cose non stanno così. I punti principali riguardo ai quali i critici contestano alla Grecia un’inerzia e un’indolenza eccessive sono: “ci sono troppi dipendenti pubblici“, “i greci non stanno facendo le riforme strutturali richieste“, “non è stata fatta nessuna riforma delle pensioni” ed infine “i greci non si sono impegnati in un piano di riduzione del deficit“. Ma andiamo con ordine, se si ha la pazienza di leggere la tabella qui sopra (estratta da qui) si potrà notare che nel 2009 il totale dei dipendenti pubblici era di 907.351 unità mentre nel 2014 si è scesi a 651.717. Si tratta di 255.634 dipendenti in meno in cinque anni (qualcosa come il 25% in meno). Qualcuno potrà dire che Tsipras ha intenzione di invertire questa tendenza, ma a quanto pare il piano di assunzioni riguarda al massimo quindicimila nuovi assunti, una piccola frazione rispetto ai posti di lavoro tagliati negli ultimi anni.
riforme strutturali grecia classifica
LA GRECIA NON HA FATTO LE RIFORME STRUTTURALI?
Come misurare l’impatto e la consistenza delle riforme fatte dal Governo ellenico? Secondo molti analisti e commentatori da bar la Grecia non ha fatto nulla. Forse sarebbe più corretto dire che la Grecia ha fatto molto, ma non abbastanza da poter mettersi al pari con la maggior parte dei paesi europei. A sostegno di questa tesi si può citare il fatto che nel 2010 la Grecia secondo il report di Doing Business si posizionava al 109° posto in una classifica globale dei paesi dove è più conveniente aprire un’attività e fare affari. Il punteggio riguarda diversi indicatori che prendevano in considerazione la competitività e le riforme attuate. Lo stesso report del 2015 vede la Grecia scalare la classifica e posizionarsi al 61° posto della classifica. Se la Grecia non avesse fatto nessuna delle “riforme strutturali” come ha fatto a salire di posizione (tenendo conto che tra i fattori che contribuiscono al punteggio ci sono proprio le riforme)? Giusto per fare un paragone guardate dove si posiziona l’Italia rispetto alla Grecia. Negare che i greci abbiano fatto le riforme strutturali è semplicemente una balla. Certo c’è ancora da combattere il problema dell’evasione fiscale, ma non è una cosa che Tsipras avrebbe potuto fare in pochi mesi (in Italia ci proviamo da sempre e l’unica cosa che siamo riusciti a partorire è stato lo scudo fiscale).
fonte: Doing Business 2015
fonte: Doing Business 2015
LA GRECIA REGALA LE PENSIONI?
È vero, il sistema pensionistico greco è stata una delle principali fonti della spesa pubblica anche se non è corretto dire che i greci andavano tutti in pensione a cinquantanni come si sente dire in giro. Ma non è vero che la Grecia non ha posto in essere una serie di riforme volte a modificare lo status quo. Una su tutte: l’innalzamento dell’età pensionabile.
Nel grafico la Grecia è indicata con la sigla EL 

Nel grafico la Grecia è indicata con la sigla EL
Se andiamo a guardare l’impatto a lungo termine (nel 2060) e lo confrontiamo con la situazione prima della riforma (la linea blu del grafico) vediamo due cose: la situazione greca era simile a quella italiana e con la riforma attuale i greci andranno in pensione più tardi degli italiani (ma anche dei tedeschi). Lo sforzo c’è stato, ed è considerevole. E se il problema fosse la spesa pensionistica rispetto al PIL? Secondo quanto riporta Icebergfinanza non solo la spesa greca è in linea con quella di paesi europei come Italia e Francia…
spesa pensioni grecia pil
…ma a quanto pare il “costo” di un pensionato greco è molto inferiore a quello di un pensionato tedesco.
spese pensioni grecia
Di nuovo, si può fare di più e meglio tenuto conto della drammatica situazione del paese? Forse. Ma senza dubbio molto è già stato fatto.
E LA RIDUZIONE DEL DEFICIT, RAGA?
GRECIA DEFICIT

Leggete il grafico qui sopra che riassume i dati del debito pubblico dei paesi OCSE. No, rileggetelo. La Grecia è passata da un deficit al 15,6% nel 2009 al -1,4% nel 2015. E ancora c’è qualcuno che dice che i greci non hanno fatto nulla e non sono in grado di fare sacrifici? Sempre per fare un paragone date un occhio all’Italia e pensate ai sacrifici che ci sono stati imposti per passare dal -5,4% al -2,1% e di cui tutti si lamentano. Ok, ora prendete i tagli alla spesa pubblica e provate ad immaginare cosa è successo in Grecia in questi ultimi cinque anni.
 

L’Europa vuole liberarsi di Alexis Tsipras

Non mi viene in mente nessuna depressione economica così deliberatamente forzata e con conseguenze così catastrofiche: il tasso di disoccupazione giovanile greco è arrivato al 60 per cento. È sorprendente che la troika non se ne sia assunta la responsabilità né abbia riconosciuto quanto fossero sbagliate le sue previsioni e i suoi modelli. Ma è ancora più sorprendente che i leader europei non abbiano imparato niente da quello che è successo, e chiedano alla Grecia di accumulare un avanzo primario (il saldo tra entrate e uscite, escluso il pagamento degli interessi sul debito pubblico) pari al 3,5 per cento del pil entro il 2018.
Diciamolo chiaramente: quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese
Molti economisti giudicano questo obiettivo esagerato, perché per raggiungerlo il paese cadrebbe in una crisi più profonda. Anche se il debito greco venisse ristrutturato oltre l’immaginabile e al referendum del 5 luglio gli elettori votassero a favore delle richieste della troika, il paese resterebbe comunque in depressione.
Pochi paesi sono riusciti a fare quello che la Grecia ha fatto negli ultimi cinque anni per ottenere un avanzo primario. E anche se questo è costato enormi sacrifici alla popolazione, le ultime proposte di Atene andavano incontro alle richieste dei creditori. Diciamolo chiaramente: quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese. È servito praticamente solo a pagare i creditori privati, comprese alcune banche tedesche e francesi. La Grecia ha avuto solo le briciole e per salvare il sistema bancario di quei paesi ha pagato un prezzo altissimo.
Il Fondo monetario internazionale e gli altri creditori “istituzionali” non hanno bisogno dei soldi che chiedono. In una situazione normale, probabilmente li presterebbero subito di nuovo ad Atene. Ma, come ho già detto, non è una questione di soldi. Stanno semplicemente usando le “scadenze” per costringere la Grecia a cedere e ad accettare l’inaccettabile: non solo le misure di austerità, ma anche altre politiche regressive e punitive.
Perché l’Europa fa questo? Non è democratica? A gennaio i greci hanno eletto un governo che si era impegnato a mettere fine all’austerità. Se avesse semplicemente mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, il primo ministro Alexis Tsipras avrebbe già respinto la proposta. Ma ha voluto dare ai greci la possibilità di incidere su una decisione cruciale per il futuro del paese. Questa esigenza di legittimazione popolare è incompatibile con la politica dell’eurozona, che non è mai stata un progetto molto democratico. La maggior parte dei governi dell’area non ha chiesto il parere del popolo prima di rinunciare alla sovranità monetaria a favore della Banca centrale europea. Quando il governo svedese l’ha fatto i cittadini hanno detto di no. Avevano capito che se la politica monetaria fosse stata decisa da una banca centrale preoccupata solo dell’inflazione, la disoccupazione nel loro paese sarebbe aumentata (e nessuno avrebbe prestato sufficiente attenzione alla stabilità finanziaria). L’economia ne avrebbe sofferto, perché il modello alla base dell’eurozona presume rapporti di potere sfavorevoli per i lavoratori.
Quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras
E senza dubbio quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras, perché il suo governo si oppone alle politiche che finora hanno fatto crescere la disuguaglianza e vuole mettere un freno allo strapotere dei più ricchi. Sembrano convinti che prima o poi riusciranno a far cadere questo governo, costringendolo ad accettare un accordo in contraddizione con il suo mandato.
È difficile consigliare ai greci cosa votare il 5 luglio. Una vittoria del sì darebbe il via a una depressione a tempo indeterminato. Forse a un paese senza più risorse, che ha venduto tutto e costretto i suoi giovani a emigrare, alla fine il debito sarebbe condonato. Forse, dopo essersi ridotta a un’economia a medio reddito, alla fine Atene otterrebbe l’aiuto della Banca mondiale. Tutto questo potrebbe succedere nei prossimi dieci anni, o forse nel decennio successivo.
Una vittoria del no, invece, darebbe almeno alla Grecia, con la sua lunga tradizione democratica, la possibilità di riprendere in mano il suo destino. I cittadini avrebbero l’opportunità di costruirsi un futuro che forse non sarebbe prospero come il passato, ma sarebbe molto più carico di speranza dell’insopportabile tortura del presente. Io so già come voterei.

(Traduzione di Bruna Tortorella)