giovedì 16 ottobre 2008

Liberaci dal liberismo 5. Alla radice del pubblico in economia

Continuano le sottolineature del nostro blog, con articoli che meglio di altri ci sembrano "spiegare" l'attuale crisi economico-finanziaria.

LIBERACI DAL LIBERISMO 5

di Luigi Cavallaro


La crisi finanziaria esplosa in queste settimane rappresenta il culmine di un processo che ha avuto inizio sul finire degli anni '70 e che, dopo un primo crack nel 1987, ha vissuto un vero e proprio boom negli anni '90 e una sorta di superfetazione negli ultimi dieci anni. Si tratta di un processo nel corso del quale sono stati letteralmente rovesciati gli assunti su cui, nel trentennio precedente, si era costruito il senso comune in materia di politica economica. In quel periodo un po' tutti erano convinti che il buon funzionamento dell'economia necessitava di alcune regole. I settori guida dovevano essere socializzati. Una grossa quota di bisogni privati (trasporti, casa, scuola, sanità, pensioni) doveva essere soddisfatta attraverso consumi collettivi. 
 La tassazione dei redditi e della ricchezza doveva ridurre le disparità economiche. Ultimo, e non meno importante, i mercati finanziari dovevano essere limitati nella loro capacità di speculare sulle passività delle imprese e dello stato.
Non era una ricetta sbagliata, tant'è che tutte le economie occidentali, sul finire degli anni '60, avevano praticamente raggiunto la piena occupazione: nell'opinione di storici insigni come Hobsbawm, quel periodo viene designato non a caso col nome di «Età dell'oro».
Fu in quel torno di tempo (approssimativamente, tra il 1968 e il 1977) che a sinistra si consumò una cesura rilevante tra coloro che, fino a quel momento, si erano avvalsi del patrimonio di teorie e prassi del movimento operaio novecentesco per interpretare il mondo (e, bisogna aggiungere, anche per trasformarlo non poco) e coloro che, invece, erano cresciuti nel ferro e nel fuoco della critica a quel patrimonio di pratiche sociali e culturali.
Oggetto del contendere fu proprio quel che Rossanda è tornata a perorare su queste colonne l'11 ottobre scorso, ossia l'«intervento pubblico in economia». Secondo i primi (i «tradizionalisti»), non era proprio socialismo, ma ci assomigliava o comunque ne avrebbe facilitato l'avvento. I secondi (i «contestatori») erano invece di tutt'altro avviso: negli ambienti maoisti francesi, per esempio, le società a «economia mista» venute fuori dal secondo conflitto mondiale - incluse quelle d'oltrecortina - erano considerate la quintessenza del fascismo, e opinioni non troppo dissimili circolavano nel vasto arcipelago della sinistra extraparlamentare italiana (incluso il manifesto).
Fu così che un consenso via via crescente arrise all'idea che la via d'uscita alla crisi insorta a metà degli anni '70 - una classica «crisi di crescita» - dovesse ricercarsi in un dimagramento della presenza pubblica nell'economia. Un dimagramento che, certo, fu voluto primariamente dalle classi proprietarie, ma che progressivamente venne a essere salutato con favore anche dai «contestatori»: sia dalla loro componente «modernizzatrice», che declinava la spinta antistatalistica ereditata dal '68 in un individualismo competitivo, sia dalla componente «millenarista», che preferì invece ricercare le forme di un'alternativa nella «decrescita solidale», nel «commercio equo e solidale» o nell'imprenditoria non profit.
Sta qui, in questo consenso di massa verso la riduzione delle attività statuali, il motivo di fondo per cui, negli ultimi vent'anni, abbiamo vissuto una replica in grande stile dei «ruggenti anni '20» e delle scorrerie dei robber barons senza che dalle cosiddette «sinistre» si levasse altro che qualche voce fievole per protestare contro gli eccessi della «speculazione» o la privatizzazione di beni supposti comuni «per natura» - come se, puta caso, l'acqua portasse scritta in fronte la veste sociale in cui può diventare oggetto d'appropriazione.
Il problema è che, a parte forse Tremonti, Marx non lo legge più nessuno. Se da parte delle cosiddette «sinistre» lo si fosse fatto, si sarebbero comprese almeno due cose. In primo luogo, che la leva del credito può spingere il processo di produzione fino al suo limite estremo solo perché, in questo modo, una gran parte del capitale sociale viene impiegato da chi non ne è proprietario e, proprio per ciò, non ha né i timori né la prudenza di chi rischia in proprio. È questo il motivo per cui i profitti e le perdite derivanti dalle oscillazioni dei prezzi dei titoli azionari e obbligazionari «diventano sempre più, secondo la natura delle cose, risultato del giuoco, che si presenta, invece del lavoro, come il modo originario di appropriarsi capitale e prende anche il posto della violenza diretta», scrive il Moro.
In secondo luogo, si sarebbe capito che «l'enigma del feticcio denaro - come scrive ancora Marx - è soltanto l'enigma del feticcio merce divenuto visibile e che abbaglia l'occhio». La caratteristica preminente del capitalismo, infatti, è che «non si parte dal lavoro degli individui in quanto lavoro comune, ma, viceversa, da lavori particolari di individui privati, lavori che soltanto nel processo di scambio si affermano come lavoro sociale generale». E dunque è vano pretendere di dar vita a «nuovi modelli di sviluppo» se all'allocazione decentrata delle risorse inevitabilmente presupposta dalle favoleggiate «autogestioni» non si sostituisce «un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale». Insomma, una pianificazione democratica.
Qui sta il vero nodo della crisi di queste settimane. Il progressivo emergere di queste consapevolezze fra le macerie della disoccupazione e della povertà aveva spinto negli anni '30 verso la pubblicizzazione del sistema creditizio, la separazione fra credito a breve e lungo termine, l'intervento pubblico diretto nella produzione e, soprattutto, l'imposizione di drastici vincoli alla libertà di movimento dei capitali. E se, negli anni '60, quelle strutture avevano lentamente cominciato a democratizzarsi, oggi nulla o quasi ne resta nelle economie occidentali. Meno che mai nella nostra.

dal Manifesto del 15/10/08

mercoledì 15 ottobre 2008

Mobilità e biopotere. Note su sinistra e meritocrazia


RACCOMANDAZIONE AI COMPAGNI

 
Franco Cilli


Ho lavorato dieci anni in Veneto, in un piccolo ospedale di provincia. Ci sono arrivato grazie a un concorso, fatto nell'89, in cui mi sono piazzato ultimo, al tredicesimo posto. La cosa interessante è che in Italia non entri da nessuna parte senza raccomandazioni, nemmeno nella civile Padania, ma lì hai almeno la possibilità di piazzarti in graduatoria e aspettare la provvidenza. Così andò: entrarono prima i raccomandati e poi, pigramente, la graduatoria è arrivata fino a me, man mano che un veloce turn over, creando buchi nell'organico, permetteva un ricambio degli operatori.
Grazie a D'Alema e alla sua idea di mobilità sociale, nel '98 sono tornato nella mia regione, usufruendo di un articolo, l'articolo 39 del CCNL 1998-2001 della diri
genza del SSN, frutto se non ricordo male di uno dei governi Prodi (mi si perdoni l'approssimazione, ma ho perso il conto), il quale permetteva un trasferimento in tempi brevi da un'Aziensa sanitaria a un'altra, superando intoppi burocratici e l'eventuale ostracismo della propria amministrazione. Fu così che molti profughi sparsi fra le valli chiavennate, e le nebbie venete, passando per le brughiere piemontesi, poterono tornare in patria.
Non sarei mai riuscito a tornare nella mia città se non fosse stato per quell'articolo, per il semplice motivo che tutti, dal portantino al primario di reparto nell'ospedale in cui lavoravo (al momento sono in aspettativa), sono stati assunti tramite raccomandazione e io mi sono sempre rifiutato di farmi raccomandare. Tranne una volta, quando preso dall'esasperazione chiesi a un mio amico socialista se poteva metterci una buona parola in un dato concorso, non certo per vincerlo (il posto era già assegnato al genero del primario), ma almeno per riuscire a piazzarmi in graduatoria. Arrivai ventunesimo, fu il mio miglior risultato nella mia regione. Da allora feci le valigie e andai a cercare fortuna al Nord. Forse qualcuno è riuscito a infilarsi nelle maglie strette del sistema e a farsi assumere senza dover ricorrere alle raccomandazioni del vescovo (anch'egli sì), ma sono un'esigua, quasi inesistente minoranza. Quando c'era il manager targato AN, poi, era obbligatoria la tessera. Neanche il peggiore dei democristiani era arrivato a tanto.
Roba risaputa, si dirà, ma questa è una delle cose che più mi infastidisce dell'Italia, poichè da' l'idea dell'inamovibilità assoluta del sistema,  trasmettendo forte e chiaro un'immagine disarmante di arretratezza.
Perchè mai, in questo paese, una tipa che ho conosciuto, che dirigeva un laboratorio in un prestigioso ospedale sudafricano, quando è tornata in Italia per raggiungere i propri genitori e vivere in un posto più tranquillo, non ha trovato di meglio che un posto di sciacquaprovette in uno squallidissimo laboratorio d'analisi  privato? Perchè pochi giorni dopo aver mandato il suo CV a un ospedale inglese è stata contattata e assunta in quattro e quattr'otto da un'amministrazione che non credeva ai suoi occhi quando gli è pervenuto un curriculum con quelle referenze? Ve lo immaginate? In Italia avrebbe dovuto fare un concorso per una posizione largamente inferiore alla sua, senza alcuna speranza di vincerlo, poiché guarda caso quel consorso, truccato, sarebbe stato fatto ad hoc per fare entrare il figlio del primario x, o il raccomandato del politico o del sindacalista y, sempre se non ci si mettevano di mezzo le tonache o altri enti "benefici".
Perchè meravigliarsi? Rubbia è stato escluso da un concorso in Puglia per far posto a uno dei tanti gaglioffi con targa di partito. Nemmeno Einestein sarebbe stato assunto da un'università italiana senza raccomandazione.
Al di là della facile indignazione, dico questo perchè ritengo che la sinistra anche in questo caso sconta un ritardo cronico, causato probabilmente dal pregiudizio e dall'ideologia.
Per anni si sono fatte solo dichiarazioni generiche sull'universalità dei diritti, sulla sanità pubblica, sulla scuola pubblica eccetera, cose giustissime in linea di principio, ma lontane dalle ossa e dal sangue  di chi nel pubblico ci lavora e si becca travasi di bile quotidiani perché le cose non funzionano, perchè l'organizzazione del lavoro è una "disorganizzazione" del lavoro a tutto vantaggio dei cantori del privato e dei soliti furbi e perchè si vede passare avanti incompetenti con la boria di chi ha la protezione in alto. Diciamocelo pure, per anni si è accettato il sistema delle raccomandazioni, tacendo o addirittura essendo conniventi con esso (anche i compagni tengono famiglia). Per anni il discorso sull'etica è stato derubricato come impolitico e relegato in second'ordine, abbandonadolo ai richiami sguaiati di qualche moralista ipocrita o alla solerzia di persone con una moralità all'antica, ma senza voce. Finalmente adesso, dopo tanti bei discorsi, a sinistra si comincia a ragionare sullo specifico delle cose, maturando conoscenze, professionalità e competenze anche negli aspetti gestionali del sistema, e molti operatori si stanno riavvicinando. Finalmente il discorso etico non è più necessariamente giustizialismo e moralismo borghese. Per anni una certa sinistra ha individuato nella scienza e nell'organizzazione dei rapporti di lavoro l'insieme degli strumenti del "biopotere". Cazzate. Stupidaggini, come sono stupidaggini tante altre cose della sinistra, che per fortuna oggi appaiono superate. C'è ancora molto da fare e da inventare, ma almeno ci siamo lasciati dietro l'era del "compagni il discorso è politico", come se politico significasse abdicare alla realtà quotidiana per rivolgersi a suggestioni meno prosaiche come "l'analisi della fase" o delle nuove soggettività.
Andiamo avanti.

venerdì 10 ottobre 2008

Liberaci dal liberismo 2. John Maynard Keynes

Ci pare interessante, in questo momento di profondi sconvolgimenti dell'economia finanziaria, riproporre un intervento di Susan George su Le Monde Diplomatique dello scorso anno, oltre che per la sintesi storica che ci propone in merito alla nascita degli organismi di regolazione del commercio mondiale, soprattutto per la descrizione del  progetto di Keynes di rinnovamento delle regole di tale commercio.
Qualcuno oggi, di fronte alla crisi finanziaria che stiamo vivendo, già ripropone un ritorno a Keynes,auspicando un intervento da parte dello stato  nell'avvio di lavori pubblici su vasta scala, con l'effetto di produrre "lavoro reale" e "reddito reale". Tale intervento dovrebbe attivare un circolo virtuoso in grado di farci uscire dalla palude di un'economia fittizia e artificiosamente rigonfia, di cui la bolla finaziaria è l'aspetto più evidente.
Certo a leggere questo articolo, oggi Keynes sembrerebbe una panacea di tutti i mali dell'economia.
Spicca in questo contesto la pochezza dei movimenti e della cosiddetta sinistra, che appaiono totalmente sprovvisti di strumenti di analisi efficaci e di una visione che esca dal cortiletto del "territorio" e dai soliti farfugliamenti di Toni Negri sull'economia immateriale e simili.

di Susan George*


IL PROGETTO INCOMPIUTO DI JOHN MAYNARD KEYNES

di Susan George*

Il ciclo di negoziati di Doha, iniziato nel corso della conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) tenutasi nella capitale del Qatar nel 2001, è fallito. Il direttore generale del Wto, Pascal Lamy, tenta disperatamente di resuscitarlo, ma durante tutti i negoziati gli oppositori hanno continuato a sostenere che era meglio un non-accordo che un cattivo accordo. Dai primi (sterili) incontri fino alla fine, le trattative hanno accresciuto il rischio di favorire le grandi imprese agricole, di indebolire, se non distruggere, le fragili industrie nascenti del Sud, e di permettere al settore privato, grazie all'Accordo generale sul commercio dei servizi (Agcs), di assumere il controllo dei servizi pubblici. Il fallimento di Doha potrebbe essere solo temporaneo, i testi base del Wto, in vigore dal 1995, non sono stati aboliti. L'Accordo sull'agricoltura, l'Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (General Agreement on Tariffs and Trade, Gatt) relativo ai beni industriali, l'Agcs e un'altra ventina di strumenti che fanno capo al Wto, sono ancora validi. Solo, la loro realizzazione è oggi nettamente rallentata.
Abbiamo ottenuto una tregua, una sorta di rinvio dell'esecuzione capitale. E, forse, una possibilità, un'apertura.
Di fronte al fallimento dei negoziati, molti si chiedono: con cosa sostituire Doha? C'è chi risponderebbe che è come domandarsi con cosa sostituire un cancro. Ma, nel caso del commercio internazionale, la risposta «niente» non sarebbe affatto saggia. Mentre l'assenza di cancro è sicuramente auspicabile, l'assenza di un regime commerciale internazionale lascia campo libero ad accordi bilaterali e multilaterali che per i partner più deboli possono risultare più invadenti e pericolosi del Wto stesso.
Invece di lasciare che siano i soliti faccendieri - gli stati più potenti in quanto protettori delle proprie multinazionali - ad organizzare il futuro dei rapporti commerciali, è utile ripensare alla più importante tra le riorganizzazioni delle relazioni internazionali, quella realizzatasi all'indomani della seconda guerra mondiale. All'epoca, anche la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (Fmi), la cui ispirazione è stata totalmente deformata nell'ultimo quarto di secolo, furono istituzioni ben accolte, e, per un certo periodo, utili sia per il Sud che per il Nord devastato dalla guerra.
Molto prima che la pace tornasse, l'economista britannico John Maynard Keynes aveva presentato un progetto che rinnovava completamente le regole del commercio mondiale. Proponeva la creazione di un'Organizzazione internazionale del commercio (Oic), coadiuvata da una banca centrale internazionale, l'Unione internazionale di compensazione (Uic). All'Uic sarebbe spettato il compito di emettere una moneta mondiale destinata al commercio, il bancor. Benché né l'Oic, né l'Uic siano mai nate, vale la pena di riflettere su cosa sarebbe cambiato se avessero visto la luce. Perché sicuramente avrebbero inaugurato un mondo più razionale, con un sistema commerciale rispondente ai bisogni delle popolazioni tanto del Nord quanto del Sud.
Con l'Oic e l'Uic, nessun paese avrebbe potuto registrare deficit commerciali così imponenti come quello degli Stati uniti (716 miliardi di dollari nel 2005), o degli eccedenti commerciali altrettanto abnormi, come quelli cinesi. Nel quadro di quel sistema, il pesante debito del terzo mondo e le politiche di aggiustamento strutturale applicate dalla Banca mondiale e dal Fmi sarebbero stati impensabili. Di certo, quel piano non avrebbe abolito il capitalismo. Varrebbe la pena di rispolverarlo, ritoccandolo qua e là, perché nella sostanza è tuttora di grande attualità.

La carta dell'Avana

Prima di studiare nel dettaglio le regole proposte dall'Oic, è bene chiarire perché questa istituzione non è stata realizzata. La spiegazione che viene data di solito è che gli americani non l'hanno voluta, il che è vero, ma non sufficiente. Dietro al fallimento ci sono anche altre ragioni politiche.
Stati uniti e Regno unito iniziarono a negoziare questo accordo molto prima della fine della guerra: Keynes aveva già lanciato l'idea nel 1942. I britannici la difesero ufficialmente nella conferenza di Bretton Woods, nel luglio 1944 (presieduta da Keynes). Ma, da quel momento, gli americani, sensibili agli umori dei loro grandi industriali, si mostrarono meno entusiasti. Il negoziatore capo statunitense, Harry Dexter White, avanzò una controproposta: la Banca mondiale e il Fmi (1). Poco dopo, il Congresso americano ratificò la creazione di queste due ultime istituzioni, dette anche «istituzioni di Bretton Woods». L'Oic poteva attendere.
L'Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) fu creata nel 1945. La sua componente economica, il Consiglio economico e sociale (Economic and Social Council, Ecosoc), fu incaricata di studiare le proposte americana e inglese per la realizzazione di un'Oic. Nel 1946, l'Ecosoc convocò la Conferenza delle nazioni unite sul commercio e l'occupazione allo scopo di esaminarli (2). Prima che la conferenza iniziasse, gli Stati uniti decisero di applicare al commercio internazionale lo schema del doppio binario e organizzarono un incontro riservato ai ventidue stati membri dell'Onu interessati quanto Washington a liberalizzare da subito il commercio. Si creò così in un forum parallelo con il compito di preparare le bozze di una sorta di proposta provvisoria - quantomeno considerata tale all'epoca.
Firmato nel 1947, il Gatt entrò in vigore l'anno seguente. Tutti i partecipanti pensarono che facesse parte della carta dell'Oic, vista come strumento permanente. Di conseguenza, dotarono il Gatt di un dispositivo istituzionale molto limitato. L'anno seguente, la carta dell'Oic fu completata e ratificata alla conferenza dell'Avana, motivo per cui in genere questo documento viene chiamato carta dell'Avana (il suo vero nome è carta dell'Avana per la creazione di un'Organizzazione internazionale del commercio) (3).
Se il progetto che era alla base dell'Oic non è mai stato portato a termine, è perché molti di coloro che lo avevano sostenuto con maggior vigore scomparvero nel giro di pochissimo tempo. Keynes morì nel 1946; il segretario di stato americano Cordell Hull, altro sostenitore dell'Oic, fu costretto a ritirarsi per motivi di salute poco prima della fine della guerra; l'entusiasmo con cui a Bretton Woods si era pensato di poter «ridisegnare» il mondo, si spense. L'isolazionismo di molti americani e dei loro parlamentari al Congresso contribuì al declino del progetto, tanto più il mondo degli affari si era mostrato notevolmente contrario all'Oic, considerata di volta in volta troppo o non abbastanza protezionista. Il dipartimento di stato americano e quello del tesoro, si concentrarono soprattutto sul piano Marshall e sulla realizzazione di vari accordi bilaterali di commercio reciproco.
Del resto, nel 1948 si profilava una difficile elezione presidenziale e nessuno dei due grandi partiti desiderava seminare scompiglio con un accordo commerciale controverso. A livello internazionale, la guerra fredda, appena cominciata, relativizzava, sia per i politici che per i funzionari americani, l'interesse e l'urgenza dell'Oic.
Una volta rieletto, nel novembre 1948, il presidente Harry Truman presentò, sia pure con scarsa convinzione, la carta dell'Oic (detta «dell'Avana») al Congresso, ma i legislatori che avrebbero dovuto ratificarla non si preoccuparono neppure di sottoporla al voto. Il Gatt invece sopravvisse perché, essendo stato considerato «provvisorio», non prevedeva praticamente alcun accordo istituzionale. A suo modo ha funzionato bene perché, nel corso dei decenni, ha fatto passare i diritti doganali da una media del 50% a una media del 5% - nonostante il persistere di alti picchi tariffari in molti paesi. Dal 1948, il Gatt ha organizzato otto cicli di negoziati sulla liberalizzazione del commercio, di cui l'ultimo, il ciclo dell'Uruguay, portò all'accordo in assoluto più ambizioso del Wto. Ora, è evidente che nessuno di questi accordi commerciali rispecchi le speranze di Keynes, ma il Wto ne è lontano addirittura anni luce.
Tanto per cominciare, il Wto non ha alcun legame con l'Onu e, di conseguenza, non ne riconosce gli strumenti legali, compresa la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948; la carta dell'Oic, al contrario, comincia proprio con un riferimento a quella delle Nazioni unite. Piena occupazione, progresso sociale e sviluppo fanno parte dei suoi obiettivi.
Il secondo capitolo della carta è dedicato esclusivamente ai mezzi per prevenire disoccupazione e sotto-occupazione. A differenza del Wto, che sull'argomento tace, l'Oic mette l'accento su norme di lavoro egualitarie e sul miglioramento dei salari. Inoltre, rende obbligatoria la cooperazione con l'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil).
A questo proposito bisogna ricordare che il movimento sindacale mondiale ha passato i sei anni successivi alla creazione del Wto a tentare di ottenere la cosiddetta «clausola sociale», una versione molto edulcorata dei principi che sono parte integrante dell'Oic. Alla fine, al termine della conferenza ministeriale di Doha, nel 2001, i sindacati hanno gettato la spugna.
La carta dell'Oic prevede la condivisione di competenze e tecnologie; precisa inoltre che gli investimenti stranieri non possono «costituire una forma di ingerenza negli affari interni» degli stati membri.
I paesi più poveri e più deboli sono espressamente autorizzati a ricorrere all'interventismo e al «protezionismo» per garantirsi ricostruzione e sviluppo: «È giustificato che l'aiuto si traduca in misure protettive» dice la carta.
Viene incoraggiata in modo particolare qualsiasi azione «destinata a promuovere lo sviluppo delle industrie che risultino utili alla trasformazione di un prodotto di base del territorio». Nella carta sono presenti molte altre clausole relative ai prodotti di base e alla protezione dei piccoli produttori. Per stabilizzare il prezzo dei prodotti di base da un anno all'altro, è previsto l'utilizzo di fondi governativi, e l'Oic raccomanda in particolare di «preservare le risorse naturali esauribili». Considerate nel loro insieme, le misure riguardanti i prodotti di base, e destinate a incoraggiare negoziati tra gli stati membri produttori, invitano, pur senza dirlo esplicitamente, i produttori di materie prime a creare cartelli quali l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). Nello stesso tempo, l'Oic propone agli stati produttori di trasformare le materie prime sul territorio nazionale per aumentarne il valore.
Nell'attuale realtà economica, al contrario, il prezzo dei prodotti di base è diminuito. Secondo la Conferenza delle nazioni unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad), tra il 1977 e il 2001, la caduta annua dei prezzi è stata del 2,6% per le derrate alimentari, del 5,6% per le bevande tropicali e del 3,5% per gli oleaginosi e gli oli. Solo i metalli, che a differenza dalle derrate alimentari e dalle bevande non sono mai gestiti da piccoli produttori, hanno resistito meglio, diminuendo solo dell'1,9% l'anno, il che ha comunque provocato una notevole diminuzione del reddito dei paesi interessati.
Anche in questo caso, a differenza della normativa in vigore, la carta dell'Avana autorizza l'aiuto dello stato all'industria nazionale, tramite sovvenzioni o ordinazioni pubbliche. Riserva una parte del mercato cinematografico ai film di origine nazionale. Permette ai paesi firmatari di proteggere la propria agricoltura e la pesca.
Ora, una delle battaglie più aspre del ciclo di Doha, quella che ne ha provocato il fallimento, ha avuto per oggetto le sovvenzioni alle esportazioni agricole. L'Oic proibisce specificamente di sovvenzionare i prodotti sui mercati esteri «a un prezzo inferiore a quello richiesto a un acquirente nazionale». In caso di difficoltà finanziarie, gli stati possono limitare le importazioni, ma devono farlo in modo proporzionale al problema denunciato e concedere quote equivalenti ai precedenti fornitori.

Il bancor, moneta di giustizia

In materia di disposizioni istituzionali, quelle dell'Oic sono semplici e democratiche. Tutti gli stati invitati alla Conferenza delle Nazioni unite per il commercio e l'occupazione ne diventano membri d'ufficio, mentre gli inserimenti successivi devono essere approvati dalla Conferenza.
Ogni paese dispone di un voto (mentre nella Banca mondiale e nel Fmi i voti sono proporzionali ai contributi finanziari, cosicché gli Stati uniti, da soli, possono bloccare qualsiasi decisione importante).
Per l'Oic, inoltre, se un paese è in arretrato con i contributi dovuti alle Nazioni unite perde il diritto di voto, il che significa che negli ultimi vent'anni gli Stati uniti non avrebbero votato quasi mai...
Riguardo alla «governance», i membri dell'Oic si danno un consiglio esecutivo di diciotto membri, otto provenienti da paesi «di rilevante importanza economica e presenza nel commercio mondiale» e altri dieci rappresentativi di diverse regioni e vari tipi di economia. Le votazioni avvengono a maggioranza semplice o, in alcuni casi, con una maggioranza di due terzi. I contenziosi sono regolati tramite consultazioni; se queste falliscono, ciascuno dei contendenti ha il diritto di rivolgersi al consiglio esecutivo, il quale può autorizzare il paese leso a prendere misure di ritorsione.
Questo tentativo di stabilire un nuovo ordine commerciale fu proposto quando il mondo ancora annaspava nel tentativo di uscire dalle rovine della guerra. Nessuno o quasi, ad eccezione degli Stati uniti, disponeva di solide finanze. Il piano Marshall è servito anche a prevenire una nuova recessione rilanciando il commercio tra Stati uniti e Europa, senza di che Washington temeva che la macchina americana producesse troppo velocemente per sperare di trovare consumatori solvibili.
Ma come fare perché tutti si risollevassero, rimettendo in moto produzione e commercio? Keynes lanciò la sua proposta all'inizio degli anni '40. La guerra era stata provocata, in parte, da politiche commerciali tese a tagliare l'erba sotto i piedi dei vicini vendendo a prezzi più bassi, di conseguenza tutti si facevano un'accanita concorrenza nella ricerca degli stessi sbocchi. L'obiettivo dell'autore della Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta era quello di evitare che nel futuro qualcuno potesse di nuovo accaparrarsi tutti i mercati, accumulando enormi eccedenze commerciali. La soluzione trovata si chiamava Uci: una nuova banca centrale delle banche centrali, incaricata di emettere la moneta mondiale destinata al commercio, il bancor.
Il sistema avrebbe dovuto funzionare nel modo seguente: i bancor, entrati con le esportazioni, sarebbero usciti con le importazioni.
L'obiettivo era che a fine esercizio annuale, i conti di un paese membro dell'Oic non risultassero né eccedenti, né deficitari, ma «saldati», cioè vicino allo zero. Un tasso di cambio fisso, ma aggiustabile rispetto al bancor, avrebbe dovuto essere assegnato alla moneta di ciascun paese. L'innovazione di Keynes stava nel riconoscere che i paesi con troppi bancor avrebbero creato problemi al sistema esattamente come quelli che non ne avessero avuti abbastanza - in altri termini, che i creditori sono una minaccia per la stabilità e lo sviluppo esattamente quanto i debitori.
Ma come obbligare i vari paesi a ricercare una saldo prossimo allo zero e mantenerlo? Il metodo era ingegnoso. In quanto banca centrale ed emittente della nuova moneta, l'Oic avrebbe concesso a tutti gli stati delle facilitazioni di cassa, esattamente come fanno le banche con i clienti privati. Lo scoperto autorizzato doveva equivalere alla metà del valore medio delle transazione commerciali realizzate dal paese nei cinque anni precedenti. I paesi che avessero superato lo scoperto autorizzato avrebbero pagato interessi sulla differenza.
I debitori erano così chiamati a pagare i loro debiti, ma, ed era questa la grande trovata, anche i creditori - cioè gli stati che registravano una bilancia dei pagamenti eccedente - avrebbero pagato gli interessi sulle eccedenze. Più l'uno e l'altro aumentavano, più il tasso d'interesse sarebbe cresciuto.
Di conseguenza, i paesi in deficit si sarebbero visti costretti a svalutare la propria moneta per abbassare il prezzo delle esportazioni e renderle competitive. I paesi con eccedenze avrebbero dovuto fare il contrario, rivalutare la propria moneta per rendere le esportazioni più costose e dissuasive. Nel caso di un'eccedenza non ridotta, l'Oic avrebbe confiscato la cifra eccedente lo scoperto autorizzato, mettendolo in un fondo di riserva. Keynes dava per scontato che questo fondo dovesse servire a finanziare forze di polizia internazionali, operazioni di soccorso in caso di calamità e altre misure utili a tutti gli stati membri.

Il debito, arma spuntata

L'impianto organizzativo era molto ingegnoso.
Per evitare di pagare interessi o, peggio, di vedersi drasticamente confiscare il denaro, gli stati a rischio di eccedenze avrebbero rivaleggiato per importare di più da stati deficitari. Ma vendendo di più, gli stati in deficit vedevano favorito il loro ritorno all'equilibrio commerciale. Vincente l'uno, vincente l'altro... Sviluppo del commercio internazionale, garanzie per i lavoratori, ricchezza maggiore e meglio ripartita, rapporti più sereni, sovrappiù di fondi investiti nello sviluppo dei paesi poveri, avrebbero certo evitato che questi ultimi accumulassero gli attuali debiti.
Ma il progetto di Keynes non ha trovato sbocco. E il mondo da lui sognato per il dopoguerra non è mai nato. Al contrario, le politiche di aggiustamento strutturale della Banca mondiale e del Fmi hanno creato immensi danni; l'enorme debito del terzo mondo non sarà mai rimborsato; le scelte politiche, invece di essere fatte dai governi democraticamente eletti, sono nelle mani di Wall Street (tanto che paesi come l'Argentina si ribellano); le regole del commercio mondiale non aiutano i paesi più poveri; l'egoismo dei ricchi è cresciuto di pari passo con le loro ricchezze.
Come realizzare un commercio egualitario, a fronte del Wto e delle sue regole? George Monbiot pensa che il Sud indebitato potrebbe brandire i sui 26.000 miliardi di dollari di debito come una sorta di minaccia nucleare da agitare contro il sistema finanziario mondiale, se questo non acconsentisse a realizzare un'Oic. Anche il Sud potrebbe creare una sua Unione di compensazione, magari più modesta di quella prevista all'origine - e se fosse l'America latina il primo continente a realizzare un tale progetto? Ma forse, anche un nuovo governo, in Francia ad esempio, potrebbe inserirlo nel suo programma - perché no? Si sono viste cose ben più strane... Ma, prima di studiare i dettagli del meccanismo, è bene capire che non c'è ragione di reinventare la ruota... del commercio. Keynes è già passato di qua...


* Scrittrice, presidente del consiglio di amministrazione del Transnational Institute, Amsterdam.

note:
(1) Il libro di George Monbiot, The Age of Consent (Flamingo, Londra, 2003), contesta l'affermazione corrente secondo cui Keynes stesso avrebbe presieduto alla creazione della Banca mondiale e del Fmi.
In accordo con lo storico Armand Van Dormael, autore di Bretton Woods: Birth of a Monetary System (Palgrave Macmillan, Londra, 1978), Monbiot spiega che Keynes, se pure ottenne qualche concessione da parte degli americani, aveva previsto che il Fmi avrebbe prodotto debiti non rimborsabili. L'economista finì con l'accettare le proposte americane, perché preferiva un sistema con delle regole a uno senza regole, ma non fu affatto soddisfatto del risultato.
(2) Sottolineiamo la denominazione, perché il Wto ha sempre esplicitamente rifiutato di interessarsi di occupazione.
(3) Nel suo libro Trade and the American Dream: A Social History of Postwar Trade Policy, University Press of Kentucky, Lexington, 1996, Susan Ariel Aaronson tratta l'argomento in modo esauriente.

(Traduzione di G. P.)

Da Le Monde Diplomatique di Gennaio 2007


La disfatta del mercato

LIBERACI DAL LIBERISMO 3
di Marco d'Eramo

Bush Idiot
Sbilanciamoci: dopo il dibattito dell'altra notte, John McCain perderà queste elezioni e Barack Obama sarà il primo presidente afro-americano degli Stati uniti (sempre che Dick Cheney non ci riservi un bell'attacco all'Iran o che Osama Bin Laden non ci regali un bell'attentato preelettorale).Ma questa buona notizia è bilanciata da una pessima, e cioè che anche Obama sembra del tutto sconnesso dal mondo reale. Sia lui che John McCain hanno ripetuto, invariate, le loro proposte economiche, come se nulla fosse successo da tre mesi a questa parte. Hanno ammesso che la situazione è seria, ma poi hanno rifritto la stessa solfa, facendo a gara a chi taglia più tasse, come se nel frattempo la situazione non fosse precipitata. Altro che New Deal! sono apparsi del tutto inadeguati all'immanità del compito che li attende. Come se non si rendessero conto della minaccia che incombe sul mondo. Perché, se invece se ne rendono conto, allora non hanno idea di come farvi fronte, prigionieri come sono ambedue dell'ortodossia liberista, per cui l'unico strumento di politica economica a disposizione dello stato è quello di diminuire le tasse e aumentare l'offerta di moneta, o stampandola o allentando il credito.
A loro attenuante, va detto che tutta la classe politica occidentale - ministri dell'economia e banche centrali - è prigioniera della stessa bigotteria monetarista. L'unica definizione possibile dell'integralismo è questa: se una filosofia, ideologia, dottrina economica fallisce miseramente, fondamentalista è colui che attribuisce questo fallimento non alla filosofia, alla dottrina, all'ideologia, ma al fatto che essa è stata applicata male o solo parzialmente. Visto che il libero mercato ha fallito, il fondamentalista dice: c'era troppo stato, bisogna ridurlo ancora (tagliare le tasse rende lo stato più debole).È questo fondamentalismo di mercato che oggi vediamo in azione. Le banche centrali stanno facendo tutto, e solo quello, che la dottrina liberista consente loro. E più le loro azioni falliscono, più si rinsaldano nelle loro convinzioni.
Un po' di storia: gli anni '70 segnarono la fine di un'epoca, quella del keynesismo e della sua versione politica, la socialdemocrazia in Europa e il New Deal in America. Il keynesismo fu scalzato perché le sue ricette si rivelarono incapaci di guarire la stagflazione (allora fu inventato questo termine) provocata dalla rottura degli accordi di Bretton Woods e dalla conseguente crisi petrolifera. Nell'olimpo delle dottrine economiche, John Maynard Keynes fu spodestato e Milton Fridman assurse a profeta dei nuovi missionari, i Chicago Boys, che diffusero il suo verbo in tutto il mondo, a cominciare dal Cile del generale Pinochet. E a Washington prese il potere la cinghia di trasmissione politica del liberismo, cioè quel Ronald Reagan che fece della deregulation il vangelo dell'occidente.
La crisi attuale è l'equivalente, simmetrico e inverso degli anni '70: è la fine di un paradigma (nel senso in cui Thomas Kuhn ne parlò nel suo libro sulle rivoluzioni scientifiche). La bufera del 2007-2008 rappresenta per il liberismo quel che i '70 furono per il keynesismo: una disfatta totale. Verifichiamo oggi la totale inefficacia delle misure monetarie per invertire il corso dell'economia reale. Se pure salviamo le banche e tuteliamo i mutui, nulla cambierà l'incontrovertibile realtà, e cioè che se non cresce il potere d'acquisto della maggioranza, l'economia non può ripartire. Ma da 20 anni il liberismo ci ha promesso che tutti avremmo potuto prosperare con salari più bassi, pensioni più striminzite, lavori più precari, licenziamenti più facili. Ora a questi stessi disoccupati, o occupati part-time, o Cococo, si chiede di far ripartire l'economia, cioè di consumare di più, comprare di più. Ma con che soldi? Per sette anni l'amministrazione Bush ci ha fornito una sola risposta: coi «buffi», facendo debiti, con carte di credito regalate come noccioline, con case comprate a ufo e ipotecate per ottenere liquidi con cui andare in vacanza. Ricordate l'infame esortazione di Bush agli americani dopo l'11 settembre: «Go shopping»? E certo che con stipendi bassi, saltuari e precari, l'unico modo per spendere è indebitarsi. Ora il rubinetto del credito si è chiuso. L'unico modo per far ripartire l'economia sarebbe creare lavori reali con stipendi reali, cioè varare in tutto il mondo grandi programmi di lavori pubblici, come fece non solo il New Deal di Roosevelt (la Tennessee Valley Authority), ma anche la Germania nazista di Schacht (il sistema autostradale tedesco), l'Italia fascista di Mussolini (le paludi pontine) e perfino l'America post bellica di Ike Eisenhower con la gigantesca rete autostradale statunitense.

Invece i nostri leader continuano a pensare che basti salvare le banche, le borse, gli azionisti perché tutto si aggiusti. Sarà impietoso, ma è il caso di ricordare il giudizio data sull'economia monetarista da un uomo che certo non può essere sospettato di simpatie progressiste (all'epoca era capo della Cia) , l'ex presidente George Bush, padre dell'attuale presidente, che definì la supply side economy «economia vudu». E infatti sembra che ai nostri banchieri e ministri non resti altro da fare che una bella danza propiziatoria o un bel pellegrinaggio a Lourdes, come Benedetto XVI non fa che ripetere.
Dal Manifesto del 09/10/08

mercoledì 8 ottobre 2008

Liberaci dal liberismo


L'ALTRO DIO CHE È FALLITO
MILLE MILIARDI PER SALVARE IL LIBERISMO DA SE STESSO, E ORA TUTTI A DIRE «REGOLE»

di Gianni Minà


Adesso voglio vedere se fra i corifei del capitalismo a qualunque costo - umano, sociale, etico - ci sarà qualcuno che avrà l'onestà di dire che questa idea di società è miseramente fallita così com'era successo nell'89 al comunismo, e che quello che sta succedendo negli Stati uniti a banche e assicurazioni, che stanno trascinando nel baratro pensioni e risparmi di milioni di cittadini, è per l'Occidente uno sconquasso della stessa drammatica intensità della caduta del muro di Berlino per il mondo che si ispirava ai principi del marxismo.
Perché questa fragilità, questa corrotta ambiguità del'economia di mercato era palese da tempo, eppure molti degli ultras del liberismo si ostinavano a sottolineare la «fine delle ideologie». Ma se scavavi tra le pieghe del discorso, scoprivi che in realtà l'unica ideologia che questi ultrà reputavano morta e da seppellire era quella comunista. E anche quando erano costretti ad ammettere che in nome del libero mercato erano stati compiuti crudeli genocidi (come in Africa o in America latina), con aria falsamente ingenua erano pronti a chiederti: «Ma cosa mi offri in cambio? Non esiste un'alternativa».
E quindi si poteva mentire al mondo per fare le guerre, vendere armamenti, saccheggiare risorse, o si poteva condannare alla fame e alla miseria interi continenti, magari per difendere solo i privilegi e le sovvenzioni ai contadini di Stati uniti, Francia o Italia, o ancora si poteva continuare a rapinare le richezze dell'umanità meno attrezzata, meno pronta ad affrontare le sfide capziose del mercato.
Perché annientare l'80% dell'umanità per le logiche dell'economia capitalista era ed è evidentemente più accettabile, più democratico, meno scandaloso che morire in un gulag o non avere abbigliamento firmato o McDonald's. Così come non è inquietante se a controllare l'informazione, a ideologizzare e indirizzare la tua vita non sono ottusi burocrati di partito, ma la concentrazione dei mezzi nelle mani di pochissimi, che hanno il controllo di apparecchiature degne del Grande fratello di Orwell.
Ci avevano detto, e quasi stavamo per crederci, che il capitalismo era l'unica salvezza dell'umanità, un sistema che aveva una soluzione per tutto, perché comandava l'infallibile mercato e la ricetta si era rivelata indiscutibile: quando l'economia non funzionava, bastava privatizzare e tutto si sarebbe risolto.
Così quando il governo di Washington dell'ineffabile Bush e del suo vice, l'affarista Cheney, ha deciso, fregandosene dell'ideologia liberista fino a ieri Vangelo, di salvare, nazionalizzandoli, i due colossi dei mutui Fannie Mae e Freddy Mac (l'8 settembre) e pochi giorni dopo (il 17 settembre), con un intervento della Banca centrale ha tolto dal gorgo dal fallimento l'Aig (American International Group), il gigante delle assicurazioni, è stato chiaro che tutta la retorica del «più mercato - meno stato» era una burla, un'escamotage dei mercati finanziari per privatizzare, quando c'erano, i guadagni e socializzare le perdite.
Una presa per i fondelli colossale, senza il minimo pudore, se uno come Giulio Tremonti, il ministro dell'economia di un governo come quello di Silvio Berlusconi, che le regole non le ha mai rispettate, si è subito adeguato come un burocrate sovietico: «Dalla crisi si esce con più intervento pubblico. Se il male è stato l'assenza di regole, la cura può essere solo nella costruzione di regole». Neanche un ministro democristiano dell'epoca della Cassa del mezzogiorno avrebbe potuto cambiare abito così in fretta.
Ma lo stesso atteggiamento hanno tenuto i più prestigiosi giornali europei: La Repubblica, quotidiano italiano un tempo di sinistra, titolava il 20 settembre in prima pagina, con assoluta disinvoltura: «Terapia Bush, Borse in festa». Di fatto presentando in positivo quello che fino a ieri, nel capitalismo, era considerata un'eresia: l'intervento in extremis dello stato nel mercato, ovvero l'ultima, disperata mossa politica di quello che molti cittadini nordamericani giudicano da tempo come il peggior presidente che il paese abbia avuto nell'ultimo secolo. La decisione del governo Bush scarica sui contribuenti americani, come fa rilevare sempre su La Repubblica Federico Rampini, un onere oggi incalcolabile e potenzialmente illimitato, pur di frenare la catena di crac delle maggiori istituzioni finanziarie e le conseguenti pericolose ondate di panico.
Ma quest'analisi onesta e realistica non ha suggerito un titolo meno trionfalistico per il piano da mille miliardi di dollari (in proporzione più del piano Marshall varato nel 1947 dal presidente Truman per aiutare l'Europa a rialzarsi) messo in marcia dal ministro del tesoro Usa. D'altronde, il mondo della finanza neoliberista ha sempre preferito illudere, nascondere e mascherare, sperando follemente che nulla alla fine cambiasse.
Pochi anni fa, la benemerita Fondazione Ambrosetti che organizza le giornate di Cernobbio, sul lago di Como, dove si incontra ogni anno la creme de la creme dell'economia liberale (o presunta tale) mi contattò perché sentiva l'esigenza di far ascoltare, per una volta, una voce dissonante a una compagnia di giro dove i primi attori erano quasi sempre Shimon Peres, Henry Kissinger o perfino l'ex premier spagnolo Aznar, nemico giurato di tutte le ricette sociali antiliberiste.
Avrebbero voluto invitare il presidente cubano Fidel Castro: «Non condividiamo la sua linea intransigente - mi dissero - ma forse è arrivato il momento di confontarsi con le ragioni di chi, prima di papa Wojtyla, affermò, fin dalla metà degli anni 80, che il debito estero di molte nazioni del Sud del mondo era immorale e impagabile». Una scelta fuori dal pregiudizio. Li misi in contatto con l'ambasciatore cubano in Italia, anche se ero scettico sulla possibilità che quell'idea sarebbe stata accettata dagli abituali frequentatori del meeting di Cernobbio.
Il presidente cubano non aveva spazio nella sua agenda per aderire a quell'invito e allora io consigliai ai dirigenti della Fondazione Ambrosetti di chiedere aiuto a Eduardo Galeano, coscienza critica dell'America latina e di quello che chiamano il Terzo mondo, che proprio in quei giorni usciva anche in Italia con un libro emblematico, «A testa in giù. La scuola del mondo alla rovescia». Eduardo accettò l'invito e inviò in anticipo il testo del suo intervento, basato su alcune delle brevi e paradossali composizioni, spesso intrise di ironia, che si susseguono nei suoi saggi e sono tipiche del suo modo di raccontare la storia e il mondo. Concedette anche un'anteprima al giornale La Stampa di Torino, che uscì la mattina in cui Galeano avrebbe dovuto intervenire.
Avrebbe. Perché, con un certo imbarazzo quelli della Fondazione avvisarono la sera prima lo scrittore de «Le vene aperte dell'America latina» e ora di «Specchi, una storia quasi universale» che, per l'obbligatorio inserimento nel programma di un ospite politico fino a quel momento in forse, non ci sarebbe stato più spazio per il suo intervento. Galeano la prese con un sorriso disincantato: «Quelli dell'economia neoliberale considerano le loro convinzioni un dogma che non può essere discusso. Per questo li hanno definiti 'i paladini del pensiero unico'. Ma non si illudano, sarà la storia a smentirli».
Così a quanto pare è stato, anche se finora è mancato il coraggio di dire, chiaro e tondo, che nel mese di settembre del 2008 è crollato anche il muro del capitalismo. D'altronde non poteva che finire così. Il neoliberismo si regge in piedi continuando ad ammucchiare bugie, con i giornalisti, incapaci, la maggior parte delle volte, di tenere la schiena dritta, e invece tesi pateticamente a sostenere argomenti che non stanno in piedi e a scrivere parole in libertà per giustificare l'ingiustificabile.
È sufficiente dare uno sguardo alla Direttiva del Rientro, approvata lo scorso 18 giugno dal Parlamento europeo, per capire quanto sia in decomposizione la democrazia in un'Europa pavida e impaurita, mentre in altri continenti, come l'America latina, fino a ieri carente di diritti per tutti, spira un'aria nuova, dove il riscatto di nazioni indigene come Bolivia ed Ecuador comincia proprio da una riscrittura rigorosa e seria di una Costituzione che rispetti tutti. Non solo, come avveniva fino a pochi anni fa, le oligarchie bianche e predatrici.
Proprio Galeano, nella cerimonia in cui, in Paraguay, il giorno dell'assunzione del'incarico di presidente da parte di Fernando Lugo, è stato dichiarato Cittadino illustre del Mercosur, non ha evitato il sarcasmo riguardo all'ipocrisia delle nazioni del Vecchio continente: «L'Europa ha approvato da poco la legge che trasforma gli immigrati in criminali. Paradosso dei paradossi», ha aggiunto. «L'Europa, che per secoli ha invaso il mondo, sbatte la porta sul naso degli invasi una volta che questi ricambiano la visita».
Per capire quanto è grande questa crisi di credibilità dell'Occidente, è sufficiente considerare come, negli ultimi tempi, dai media di casa nostra è stato raccontato il braccio di ferro che il giovane presidente della Bolivia, Evo Morales, ha intrapreso contro i prefetti secessionisti delle ricche provincie orientali del suo paese, per ora bloccati, senza mortificare la democrazia, nelle loro strategie eversive sostenute, oltre che dalla Cia e dalla peggiore diplomazia nordamericana, dagli eredi dei vecchi ustascià croati, riparati, dopo la seconda guerra mondiale, nella Bolivia delle dittature militari e delle centinaia di colpi di stato.
Con questi figuri ci sarebbero perfino vecchi attrezzi del neofascismo golpista italiano come Marco Marino Diodato, che nella notte tra l' 11 e il 12 settembre, avrebbe organizzato gli squadroni della morte legati ai gruppi civici che si battono, con la scusa dell'autonomia regionale, contro l'idea di nazione e di democrazia di Evo Morales. Nel massacro di El Porvenir (nella provincia di Pando) sono stati uccisi quindici contadini che si recavano ad una manifestazione di appoggio al presidente.
Con chi dovrebbe stare la stampa democratica dell'Occidente? Sarebbe facile rispondere con il giovane presidente boliviano. E invece, per non dispiacere alle spericolate politiche dell'amministrazione Bush in America latina come in altre parti del mondo, i media non sanno nascondere una certa condiscendenza per la secessione, per il tentativo di destabilizzazione che l'ex ambasciatore Usa Goldberg, ora rispedito a Washington, ha perseguito, finora senza risultati concreti, in questi mesi intensi e sofferti del paese in cui si immolò Che Guevara. E così hanno parlato di «paese diviso in due», di «pareggio», di «stallo», pubblicando cartine geografiche sul consenso politico del presidente nel paese chiaramente fuori dalla realtà, come dimostra l'annuncio di avvio di un dialogo da parte dei prefetti secessionisti ribelli,
La linea da tenere sull'argomento, come su tutta la febbre di riscatto che cresce in America latina, sempre più lontana dall'essere il «cortile di casa» degli Stati uniti, la dà El País, il potentissimo quotidiano spagnolo che ha ramificazioni e interessi in tutto il Cono sud. E lo fa quasi sempre con le parole astiose di Mario Vargas Llosa, uno scrittore straordinario che però, come tanti, non si dà ancora pace di essere stato in gioventù un militante comunista, e quindi non apprezza il vento di cambiamento che soffia nel continente.
Dario Fertilio, che lo ha intervistato sul Corriere della Sera, e Angelo Panebianco che gli ha dedicato la sua rubrica sul magazine dello stesso giornale, si dolgono così del fatto che, al contrario di quanto succede con gli scritti politici di García Marquez, di Luis Sepúlveda e di Eduardo Galeano, quelli di Vargas Llosa non vengano fatti conoscere in Italia. La colpa viene data ovviamente a una cronica malattia della nostra editoria che, secondo Panebianco «continua a essere convinta che 'cultura' sia sinonimo di 'sinistra'». Perché, non è così professore? E, mi perdoni, l'editoria italiana, a cominciare dal colosso Mondadori, a chi è in mano? Forse, nella logica neoliberista ora improvvisamente in crisi, il Vargas Llosa saggista non è pubblicato solo perché non è ritenuto interessante per il mercato. So che è sconveniente, ma forse è proprio questa la ragione di questa dimenticanza, anche se lei parla di «offerta politicamente monocorde che influenza e plasma la domanda». Tanto per la verità, professore, e per non prendere per i fondelli i letto
ri...

Dal Manifesto del 7/10/08

lunedì 6 ottobre 2008

Saperi: per una razionalizzazione del sistema di ricerca

Pubblichiamo volentieri l'intervento che il  Prof. Sensi, docente e ricercatore nel campo delle neuroscienze, ha tenuto nell'ambito di una Conferenza Programmatica del partito della rifondazione Comunista, tenutasi a Pescara e intitolata: " Il Cantiere del Programma". La conferenza era suddivisa in due distinte sezioni: " saperi" ed "ambiente e territorio".



PER UNA RAZIONALIZZAZIONE

DEL SISTEMA RICERCA


Stefano Sensi, docente Università G. d’Annunzio e University of California-Irvine

Echeggio le proposte del gruppo 2003 che in larga parte contengono un’analisi condivisibile ed una terapia adeguata per il sistema “ricerca” italiano



1) Meritocrazia e valutazione

Il primo punto riguarda la spinosa questione della meritocrazia, parola oggi di moda, verso cui abbiamo sempre avuto una comprensibile allergia, ma che deve essere ri-considerata in maniera razionale e senza pregiudizi. Come messo in evidenza dal gruppo 2003, i ricercatori capaci e motivati hanno in Italia forti difficoltà a svolgere il proprio lavoro in quanto i criteri su cui si basano avanzamenti di carriera ed autonomia gestionale sono legati in maniera prioritaria ad anzianità o l'appartenenza a gruppi di potere (accademico, politico, eccetera). Si tratta dunque di introdurre un criterio meritocratico in maniera però ponderata.  Il criterio meritocratico infatti non regge se non ci realizzano due condizioni fondamentali:

A)     Indipendenza e trasparenza della valutazione tramite l’azione di agenzie e organismi terzi. In Italia, il sistema gerontocratico e paternalista che controlla la ricerca controlla anche se stesso in palese conflitto d'interesse. A livello internazionale sono invece in vigore criteri razionali per permettere una valutazione obiettiva: citazioni, fattore di impatto, brevetti venduti, finanziamenti competitivi da sorgenti di finanziamento pubblico o privato. Si tratta dunque di usare gli strumenti disponibili per valutare i singoli e le istituzioni (istituti, dipartimenti, facoltà, università, enti di ricerca pubblici e privati), premiando chi opera bene, prendendo misure correttive per chi opera in condizioni di difficoltà e/o inefficienza ed infine penalizzando chi persevera in condotte basate su criteri nepotisti e poco trasparenti.

b)      Competizione alla pari. Competere è lecito (anche se un grosso impulso, vd sotto, dovrebbe essere parimenti dato alla collaborazione) quando lo si può fare davvero. La competizione è efficace quando si mettono i potenziali competitori in grado di farlo sul serio. Il principio sacrosanto di premiare chi si impegna deve trovare una sua ricomposizione con la necessità di far partire tutti allo stesso punto. È fondamentale che si potenzino i finanziamenti per rendere realmente operativi i centri di ricerca, i nuovi soggetti (giovani), ed i nuovi gruppi di ricerca. Oggi è molto difficile per un giovane ricercatore svilupparsi in Italia come scienziato indipendente. La scarsità di fondi, l'incertezza e le caratteristiche dei meccanismi di finanziamento privilegiano, nel migliore dei casi, gli scienziati affermati, responsabili di grandi gruppi.



2) Autonomia e responsabilità dei singoli e delle istituzioni

Autonomia. Come giustamente indicato dal Gruppo 2003 “L'autonomia, la competizione e la collaborazione, a livello dei singoli e delle istituzioni, costituiscono i cardini di ogni sistema di ricerca moderno”. Come accennato nel punto 1 il criterio gerontocratico del sistema Italiano sbarra le porte soprattutto ai giovani che hanno grande difficoltà a gestire autonomamente fondi e gruppi.  Un sistema efficace dovrebbe incentivare l’ elargizione di fondi dedicati a gruppi e ricercatori giovani.

Responsabilità. Uno dei punti di forza del sistema anglosassone è il principio dell’accountability. Ciascuno, a qualsiasi livello (gruppo, dipartimento, vertici accademico istituzionali), si rende responsabile delle scelte fatte. Verifiche condotte da organismi terzi, con scadenze triennali,  assicurano la bontà ed efficacia di quanto fatto. Gestioni efficaci e trasparenti vengono premiati, comportamenti nepotisti e corrotti no. Le istituzioni scientifiche sono facilmente valutabili usando i criteri elencati sopra. È importante indurre una rivoluzione dei costumi che permetta di mettere in chiaro che nessuno è “sopra la legge” e che scelte fatte con criteri al di fuori del merito (anzianità, clientela, parentela) hanno entro tempi brevi gravi conseguenze sul livello di finanziamento e sull'esistenza stessa del dipartimento, dell'università o dell'ente di ricerca.



3) Flessibilità

Anche qui l’analisi del gruppo 2003 è ampiamente condivisibile “Il sistema di ricerca Italia è caratterizzato da estrema rigidità, antitetica ad un sistema efficiente e produttivo. Scarsi sono i livelli di mobilità all'interno delle istituzioni pubbliche o fra istituzioni pubbliche e private e spesso questi rispondono più a criteri di aggiustamento interno che non a politiche di ricerca fatte da istituzioni autonome e responsabili”.

Il sistema universitario italiano vive di un paradosso. Una sorta di legge del tutto o nulla.  I “giovani” ricercatori vengono mantenuti in una sorta di limbo e precariato (con stipendi di 800-1000 euro al mese) che si protrae spesso ben oltre i 35- 40 anni (un’età in cui in altri sistemi si è spesso in posizione di piena autonomia gestionale). Qualora arrivi però l’assunzione tutto si ribalta, non ci sono criteri razionali di valutazione e chi fa prende o va avanti tanto quanto chi si impegna poco o nulla. Una possibile soluzione viene offerta dal modello anglosassone ed americano in particolare, dove anche avere “il posto fisso”, la cosidetta tenure, garantisce un reddito fisso che può però essere incrementato a seconda del lavoro svolto. Un ricercatore americano può infatti integrare il proprio salario con finanziamenti da lui ottenuti per progetti competitivi (grants), in una condizione in cui lo Stato (attraverso agenzie come NIH-National Institutes of Health, DOE-Department of Energy, NSF-National Science Foundation, MRC-Medical Research Council, NASA, eccetera) offre sorgenti di finanziamento affidabili e costanti. Nel sistema americano, vengono anche previste misure di sicurezza per cui chi per motivi vari esce dal giro dei finanziamenti pubblici viene messo in condizione, tramite l’elargizione di bridge funds istituzionali, di mantenersi competitivo e rimettersi in pista.  



4) Massa critica e collaborazione

In generale, la ricerca scientifica in aree altamente competitive richiede massa critica. Massa critica significa strutture di grandi dimensioni, condivisione di apparecchiature sofisticate e costose, banche dati e sistemi informativi efficienti, processi moderni, servizi di base, eccetera; ma anche la costituzione di centri in cui la maggior parte dei cervelli abitino sotto lo stesso tetto e siano messi in condizione di interagire quotidianamente sia livello scientifico (seminari,  journal club, ecc.) ma anche informale (mense ed attività ricreative che permettano di incontrarsi e discutere al di fuori del laboratorio). La parcellizzazione non paga e non serve una pletora di minuscoli istituti di bassa qualità.

Collaborazione. I grossi successi di progetti collaborativi come quelli di fisica ed astrofisica ma anche di progetti come Linux indicano che una parte fondamentale di una ricerca scientifica e di una produzione di sapere che si basi su criteri di efficienza ed efficacia vede come ineludibile la condivisione della conoscenza. E necessario  implementare a tutti i livelli quel concetto di open source che permette di evitare lo spreco di risorse umane e finanziarie in progetti paralleli e ridondanti.



5) Il reclutamento dei cervelli: per un sistema aperto

La mobilità costituisce un elemento essenziale della ricerca scientifica.  Critico il discorso del "rientro dei cervelli" ma soprattutto la possibilità di una libera migrazione dei ricercatori all’interno di networks nazionali ed internazionali. Un sistema aperto dovrebbe attrarre ricercatori, italiani e non, nella fase di massima creatività e produttività, offrendo condizioni che consentano loro di esprimersi. Si dovrebbe inoltre penalizzare, pratica questa comune negli USA, il reclutamento interno onde evitare che i laureati interni perpetrino visioni  e pregiudizi dei propri “maestri”. Bisogna evitare che si sviluppino “scuole” in cui i ricercatori anziani condizionano anche culturalmente le scelte e punti di vista dei più giovani (talvolta, visti i livelli di nepotismo, persino fra essi legati da parentela). Si dovrebbe anche favorire lo sviluppo di politiche immigratorie a favore di ricercatori che vengano da aree disagiate. Si tratta spesso di giovani estremamente motivati che possono arricchire il nostro asfittico panorama nazionale.



6) Il finanziamento

Come indicato dal gruppo 2003 “Finanziare la ricerca non è un lusso ma una necessità. Solo una classe dirigente miope non si rende conto che la ricerca (insieme all'istruzione) è il pilastro su cui si costruisce il futuro e la prosperità di un Paese. Il nanismo industriale italiano deriva, oltre che da altri fattori, dalla nostra storica incapacità di costruire sistemi industriali complessi e globali, alimentati dall'innovazione quale fattore propulsore dello sviluppo”.

Una necessità critica è quella di chiedere con forza un aumento significativo, programmato, non episodico del finanziamento statale, ma anche una radicale revisione dei criteri di valutazione delle proposte e dei progetti di ricerca. Ad oggi vige in Italia una vera cupola gerontocratica che controlla in maniera capillare l’esiguo flusso dei finanziamenti. Una vistosa anomalia è data dalla pressoché totale assenza di grants individuali. Tutto avviene tramite il finanziamento di progetti multicentrici, le cosidette “cordate”. In questa maniera i soldi vengono presi dai soliti noti e lo spazio per ricercatori giovani e/o fuori dal giro è nullo. Per capire quanto grave è la situazione quanto forte sia la richiesta potenziale di fondi individuali per giovani , si può considerare quanto è avvenuto in risposta al bando europeo nella call IDEAS. Si trattava di un’opportunità di finanziamento per progetti individuali gestiti in maniera indipendente da giovani ricercatori a inizio carriera. La comunità Europea si era attrezzata per qualche centinaio di proposte: ne sono arrivate poco meno di 10.000.



10 Proposte in breve del gruppo 2003



   1. Non più promozioni per legge o comunque mascherate come concorsi dedicati.

   2. Valutazione da parte di esperti indipendenti, anonimi, internazionali (peer review) per progetti, finanziamenti e carriera.

   3. Valutazione delle istituzioni, dei laboratori e dei centri di ricerca, usando anche strumenti quali site visits e su questa base dosare il finanziamento pubblico.

   4. Accesso anche per giovani ricercatori a finanziamenti, su progetti valutati, da gestire in autonomia.

   5. Mercato del lavoro affidabile che consenta mobilità, retribuzioni adeguate e percorsi di carriera.

   6. Scelte politiche strategiche sulle priorità della ricerca.

   7. Programma di attrazione di ricercatori dai Paesi meno sviluppati.

   8. Incentivi fiscali all'industria per investimenti in ricerca.

   9. Facilitazioni fiscali per le donazioni a università, istituti o enti di ricerca.
  10. Otto per mille alla ricerca.

sabato 4 ottobre 2008

I furbi e il trattore

PERCHÈ I FURBI PORTANO IL TRATTORE?
 
Franco Cilli
 
Oggi mi va di sfogarmi un po', a ruota libera.
Ci sono molte cose che non digerisco: gli italiani che votano Berlusconi, siano essi quegli imbecilli con il cervello centrifugato ed essiccato dalla TV, oppure i furbi del tanto che mi frega se Berlusca è un ladro e nomina ministre certe lenze (che hanno solo una "grande aspirazione"), l'importante è portare a casa qualcosa per le mie figlie Monica e Tonica e comprarmi la barca più grande, che ovviamente intesto al vicino di letto morto di fame della Casa di Riposo dove ho buttato mia suocera a tirare gli ultimi.
Ci sono poi i post-moderni, ossia quelli che la realtà è solo un racconto o meglio una balla e io con le balle ci campo, i cultori delle medicine alternative, della serie c'è una congiura di Big Pharma perchè non vuole far sapere che la merda di zebù guarisce il cancro, altrimenti ci perde profitti per miliardi, e infine quegli spocchiosi figli di puttana come me, che sanno dire solo improperi. Cavolo, mi detesto, ma quei bastardi razzisti di Parma, Roma, Verona  e Milano (e chissà quanti altri posti), che vanno in giro a pestare chiunque non sia una faccia di merda come loro, fomentati da questa destra cialtrona, non li sopporto proprio e lo voglio dire: sono delle merde! Rifiuti solidi urbani non riciclabili.
Dio santo, che si fa con tutta questa merda che tracima da tutte le parti, tanto che il percolato di Napoli è una specie di Chanel n.5 al confronto? Il fatto è che chi ha ragione non ha la forza di affermarla e i furbi vincono sempre. Per forza! I furbi hanno dalla loro parte una potenza di fuoco incredibile: eserciti, media, chiesa, tecnologia, "nou au". Noi cosa abbiamo di contro: Ferrero? No, così non va. Noi siamo i migliori e possediamo le conoscenze, ma se io so come portare il trattore e tu non mi ci fai salire, non c'è storia, mi tocca usare la vacca per arare il campo, mentre tu usi il trattore. Il vecchio Stalin l'aveva capito: per combattere i furbi capitalisti ci vogliono le armate, altro che chiacchiere e cazzate simboliste e post-moderne. Purtroppo però il risultato alla fine si è rivelato  una schifezza, almeno a guardare i palazzoni neorealisti.
Quante armate ha Ferrero? Dobbiamo salire sul trattore, disarcionando i furbi, altrimenti ci verrà l'artrosi, cazzo! Lasciamo perdere, va, pensiamo a come "tornare sul territorio" se non altro per zappare la terra, vista la crisi e visto che di casalinghe ne abbiamo convinte ben poche a passare dalla nostra parte, perchè quando c'era da fare la rivoluzione o dovevano andare a riprendere il figli a scuola o c'era Gerry Scotti alla TV, sempre se non pioveva.
Facciamo i conti della serva: secondo mie fonti statistiche infallibili, le preferenze politiche degli italiani si dividono in 50 e 50. 50% alla destra e 50% alla sinistra. Se però nel 50% della destra ci mettiamo un 15% di lobotomizzati della TV, le vecchiette del "Fini che brava persona, come parla bene" e quelli che "Berlusconi sarà tutto, però è uno che lavora, mica un Fini o un Casini", con un lavoro di riabilitazione cognitiva ben fatto potremmo portarne dalla nostra parte almeno un 5%. È fatta, diremo. No. Non è così che funziona, sapete perchè? Perchè il 50% di quelli potenzialmente di sinistra o simili, sono troppo impegnati a frantumarsi in mille partiti, in mille distinguo, nei sì però compagni il comunismo, la falce e martello, Deleuze e Guattarì, le sinistre critiche e patologie mentali varie. Quindi in soldoni quel 50% diventa  inutilizzabile e al massimo serve a piazzare qualcuno qui e la, tanto per ricordarci di esistere. È il sistema bipolare, bellezza! No, è un sistema di merda e basta. Comprendo la contestazione: come si può pretendere di mettere nello stesso condominio quelli di un "Altro mondo è possibile", "dell'Autonomia Proletaria di Cappelle sul Tavo", del "Campo antiimperialista della Garbatella" e della rivoluzione "Zen ascetica" sul sofà dell'amico giapponese, con i "clientes" dei vari democristiani del PD, che aspettano solo il posto di vigile urbano per la figlia, e con i giustizialisti fan di Di Pietro e Travaglio (io li ho messi nel 50% del mucchione della sinistra, ma forse ho barato), di quelli per capirci che se "in America  fai cacare il cane per strada, alla terza volta ti danno l'ergastolo"? E i grillini dove li mettiamo? Avranno pure delle ragioni, ma vacci a parlare. Bella argomentazione e molto pertinente, direi. Non ho risposte valide, io.
Non cè partita, forse quelli della destra non sono poi così stupidi, hanno capito tutto da tempo e stanno con le chiappe ben piantate sul carro dei vincitori, caso mai avessero bisogno di soccorso.

mercoledì 1 ottobre 2008

Rapina di stato


LA GRANDE RAPINA

«Il governo Bush sta saccheggiando le casse dello stato».
Appello del cineasta attivista contro il piano anti-crisi
di Michael Moore


Cari amici, permettetemi di andare subito al sodo. Mentre leggete queste righe, è in corso la più grande rapina della storia di questo paese. Anche se non sono servite le armi da fuoco, 300 milioni di persone sono state prese in ostaggio e fatte prigioniere. Potete giurarci: dopo aver rubato 500 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni per riempire le tasche dei loro sostenitori che fanno profitti grazie alla guerra, dopo avere riempito le tasche dei loro amici petrolieri al ritmo di più di cento miliardi di dollari solo negli ultimi due anni, Bush e i suoi compari - che presto dovranno traslocare dalla Casa Bianca - stanno saccheggiando le casse dello stato arraffando ogni dollaro su cui riescono a mettere le grinfie. Stanno rubando tutta l'argenteria prima di accomodarsi alla porta. Qualunque cosa dicano, qualunque discorso usino per terrorizzare la gente, si stanno dedicando ai loro vecchi trucchi: creare paura e confusione per continuare ad arricchirsi e ad arricchiare quell'uno% che è già schifosamente ricco. Leggete soltanto le prime quattro frasi del servizio di apertura apparso sul New York Times di lunedì 22 settembre e potrete constatare qual è la vera posta in gioco: «Mentre i policy makers mettevano a punto i dettagli di un'operazione di salvataggio dell'industria finanziaria da 700 miliardi di dollari, Wall Street ha cominciato a cercare il modo di guadagnarci sopra. Le società finanziarie hanno fatto pressione per ottenere la copertura di ogni tipo di investimento traballante, e non solo di quelli collegati ai mutui ipotecari... Nessuno vuole essere tagliato fuori dalla proposta del Tesoro di comprare i bad asset delle istituzioni finanziarie». Incredibile. Wall Street e i suoi sostenitori hanno combinato questo disastro e ora si stanno preparando a fare un sacco di soldi, come dei banditi. Persino Rudy Giuliani sta facendo pressione perché la sua società sia incaricata (e pagata) per fornire «consulenza» nell'operazione di salvataggio. Il problema è che nessuno è veramente in grado di quantificare questo «crollo». Anche il ministro del tesoro Paulson ha ammesso di non sapere quale sia esattamente l'ammontare necessario (la cifra di 700 miliardi di dollari è una sua invenzione!). Il capo dell'ufficio del bilancio al Congresso ha detto che non è in grado di calcolarlo né di spiegarlo a nessuno. Eppure, eccoli lì a strepitare su quanto la fine è vicina! Panico! Recessione! La Grande Depressione! Il baco del millennio! L'influenza aviaria! Le api assassine! Dobbiamo approvare la manovra oggi stesso!! Casca il mondo! Casca la terra! Cascare da cosa? Niente in questa operazione di «salvataggio» abbasserà il prezzo del carburante che dovete mettere nella vostra macchina per andare al lavoro. Niente in questa proposta di legge vi proteggerà dal rischio di perdere la vostra casa. Niente in questa manovra vi darà l'assicurazione sanitaria. Assicurazione sanitaria? Mike, perché la tiri in ballo? Che c'entra con il crollo di Wall Street? C'entra e come. Questo cosiddetto «crollo» è stato scatenato dall'enorme quantità di persone impossibilitate a pagare il mutuo di casa, e dai conseguenti pignoramenti. Sapete perché così tanti americani stanno perdendo la propria abitazione? A sentire i repubblicani, perché troppi idioti della working class hanno contratto dei mutui che in realtà non si potevano permettere di pagare. Ecco la verità: la Causa Numero Uno per cui la gente dichiara bancarotta sono le spese mediche . Ve lo dico in modo semplice: se avessimo avuto tutti l'assistenza sanitaria universale, questa «crisi» dei mutui non ci sarebbe mai stata. La missione di questa manovra di salvataggio è proteggere l'oscena quantità di ricchezza che si è accumulata negli ultimi otto anni. Serve a proteggere i grandi azionisti che possiedono e controllano le corporations americane. Serve a garantire che i loro yacht, le loro tenute, il loro «stile di vita» non siano intaccati mentre il resto dell'America soffre e lotta per pagare le bollette. Che per una volta siano i ricchi a soffrire. Che ci pensino loro a pagare la manovra. Stiamo spendendo 400 milioni di dollari al giorno per la guerra in Iraq. Che la fermino immediatamente, facendo risparmiare a tutti noi altri 500 miliardi di dollari! Devo smetterla di scrivere queste cose e voi dovete smetterla di leggerle. Stamattina nel nostro paese stanno mettendo a segno un golpe finanziario. Sperano che i membri del Congresso si sbrighino, prima di fermarsi a pensare, prima che noi riusciamo a fermarli. Perciò smettete di leggere qui e fate qualcosa... adesso! Ecco cosa potete fare immediatamente: 1. Chiamate il Senatore Obama o mandategli una mail. Ditegli che non c'è bisogno che se ne stia seduto là a sostenere Bush e Cheney e il disastro che hanno combinato. Ditegli che sappiamo che è abbastanza in gamba da fermare questa cosa per poi decidere qual è la strada migliore da prendere. Ditegli che i ricchi devono pagare per qualunque aiuto venga loro offerto. Usate la leva che abbiamo per pretendere una moratoria dei pignoramenti delle abitazioni, per insistere nella richiesta dell'assistenza sanitaria, e ditegli che noi, il popolo, dobbiamo avere voce in capitolo nelle decisioni economiche che riguardano la nostra vita, e non i baroni di Wall Street. 2. Scendete in piazza. Partecipate a una delle centinaia di dimostrazioni convocate in fretta e furia e che si stanno svolgendo in tutto il paese (specialmente quelle vicino Wall Street e Washington). 3. Chiamate il vostro rappresentante al Congresso e i vostri Senatori. Ditegli quello che avete detto al Senatore Obama. Quando nella vita abbiamo incasinato tutto, ci aspettano un bel po' di guai. Ognuno di voi conosce questa lezione fondamentale e presto o tardi ha pagato le conseguenze delle sue azioni. In questa grande democrazia non possiamo permettere che ci siano delle regole per la stragrande maggioranza dei cittadini che lavorano sodo, e delle regole diverse per le élite che, quando combinano un disastro, si vedono offrire l'ennesimo regalo su un piatto d'argento. Ora basta!
(Traduzione Marina Impallomeni )


Dal Manifesto del 30/09/08

Tribunali da sogno. La psiconalisi porta i sogni in tribunale come prova di reato

Pubblicato su Associazione Italiana Psichiatri

I SOGNI ENTRANO IN TRIBUNALE E DIVENTANO PROVE.
PRETE CONDANNATO


da Kelebek

BOLZANO. Il caso don Carli si guadagna l’attenzione dei media nazionali. Del sacerdote bolzanino assolto in primo grado e condannato in appello per lo stupro ripetuto di una parrocchiana bambina si sono occupati ieri la trasmissione «Ombre sul giallo» della Rai ed il quotidiano «La Stampa». Cosa fa clamore? Semplicemente la decisione della corte d’appello di Bolzano di ritenere fonte di prova un sogno.

Come noto il sacerdote si è sempre dichiarato estraneo ad ogni accusa e la condanna in appello è giunta a conclusione di un processo altamente indiziario privo di riscontri oggettivi esterni in relazione agli episodi di violenza contestati. In realtà i giudici di secondo grado sono giunti a conclusioni diametralmente opposte rispetto a quelle del tribunale perchè hanno ritenuto credibile il racconto della presunta parte lesa basato su ricordi riemersi a distanza di anni dopo un lungo periodo di psicoanalisi. Fu l’interpretazione data dagli psicologi ad un sogno della ragazza ad avviare il procedimento e a portare sul banco degli imputati son Giorgio Carli. E’ quanto ieri hanno sottolineato anche i media nazionali. Cosa sognò la presunta parte lesa? Di essere violentata da marocchini in un bar di nome San Giorgio. Gli psicologi non diedero peso all’elemento «marocchini» e all’elemento «bar» ma agli elementi «San» e «Giorgio».

E dato che la ragazza da bambina aveva frequentato la parrocchia di San Pio X ed era seguita nelle attività giovanili parrocchiane da don Giorgio si arrivò a «decifrare» il sogno come un atto di accusa nei confronti del sacerdote.

A quel punto la ragazza iniziò a ricordare in maniera sempre più nitida sino a conclamare l’atto di accusa nei confronti del prete. Quest’ultimo (con gli avvocati Alberto Valenti e Flavio Moccia) si è sempre difeso sostenendo semplicemente che i fatti in questione non sarebbero mai avvenuti. L’assoluzione di primo grado venne motivata dai giudici affermando che la ragazza sarebbe stata soggettivamente attendibile ma non oggettivamente credibile. In altre parole la ragazza sarebbe stata convinta di dire la verità ma gli elementi di riscontro esterni si sarebbero dimostrati insufficienti a sostenere il teorema accusatorio della Procura. In appello invece i giudici hanno ritenuto la ragazza comunque credibile. Si dovrà attendere metà luglio per conoscerne le motivazioni. Poi il caso finirà al vaglio della Cassazione. Nel frattempo è stato confermato che don Giorgio (che ha lasciato per un periodo indefinitivo la parrocchia di via Gutenberg) sta svolgendo regolare attività parrocchiale giovanile in un’altra zona dell’Alto Adige. (Fonte: L'Adige)

La ragazza s’è fatta 350 sedute di psicanalisi, una particolare psicanalisi che non è freudiana né junghiana, ha discusso con l’analista e ha portato in tribunale numerosi sogni, ma ce n’è uno in particolare, in cui lei sogna violenze di marocchini in un bar che si chiama San Giorgio: nome allarmante, perché le violenze che lei denuncia sarebbero avvenute in una parrocchia che si chiama San Pio X, e il prete che le avrebbe compiute si chiama don Giorgio.

Questo sogno è sembrato determinante. Ma se fosse determinante, sarebbe il primo caso in cui un colpevole risulterebbe «incastrato da un sogno» (o, peggio, da una fantasia). E’ qui la rivoluzione. Nell’attribuire al mondo dei sogni la funzione di garanzia sul mondo reale, tanto forte da reggere una condanna pesante. In primo grado infatti (20 febbraio 2006) il prete fu assolto, ma in secondo grado (16 aprile 2008) fu condannato a 7 anni e mezzo. L’assoluzione in primo grado dipese da alcuni punti deboli dell’accusa, che il prete aveva fatto notare: se la ragazza mi avesse visto spogliato, osservò, saprebbe che sul mio corpo c’è un segno particolare (la circoncisione). Il secondo grado di giudizio fu deciso riesaminando lo stesso materiale probatorio discusso in primo grado, ma stavolta con un altro orientamento, più disposto a riconoscere una vicinanza tra sogno e realtà, tra materiale onirico e prove a carico.

Adesso si pronuncerà la Cassazione. La Cassazione è attesa a un passo storico. Quel che deciderà lascerà una traccia nella storia del diritto e nella storia della psicanalisi. Perché dovrà pronunciarsi sull’utilizzabilità del sogno in tribunale, il suo rapporto col vissuto, il grado in cui il sogno deforma o conferma la realtà, e le possibilità che la memoria, perduta per una serie di traumi, possa venir ricostruita con particolari tecniche psicanalitiche. La ragazza infatti non è andata in un’analisi freudiana o junghiana, ma s’è sottoposta a un metodo che si chiama «distensione immaginativa», che non è molto lontano dall’ipnosi. Questo metodo dovrebbe permettere alla memoria di allargarsi fino a rioccupare il terreno dal quale s’era ritirata.

Gli psicanalisti dicono che non è la biografia o la storia che genera nevrosi, ma la nevrosi che genera biografia e storia. Perciò i sogni e le fantasie si usano in analisi, non nelle aule giudiziarie. Se i sogni di coloro che vanno in analisi fossero prove a carico, non basterebbero tutte le prigioni ad accogliere i loro famigliari e amici e conoscenti. Quando leggiamo che un imputato è «incastrato dal dna, o da una scheda telefonica, o da una impronta», ci sentiamo sollevati; ma adesso leggiamo che un imputato è «incastrato da un sogno» o «da una fantasia indotta», e francamente ci sentiamo allarmati.


Nota di Kelebek:

[1] I "post-jughiani" in questione stanno a Jung come Walter Veltroni sta a Karl Marx. Infatti, qui non si vuole fare alcuna critica della psicanalisi - cosa che sarebbe molto al di sopra delle nostre possibilità - ma semplicemente dell'uso sociale, economico e politico di molte terapie.