lunedì 26 dicembre 2016

Buone feste a Aleppo

di Tonino D’Orazio

Aspettando Mossul di cui non ci dicono più niente, anche se penso che qualcuno la stia bombardando “intelligentemente” colpendo un individuo cattivo alla volta. Qualche volta, forse, due o tre. Tanto c’è tempo e i curdi che non si fidano costruiscono trincee. Aleppo sembra la sconfitta (di nuovo) del mondo virtuale da parte di quello della realtà. Un ossimoro. Una città distrutta e un popolo in festa. Donne che liberano i loro capelli al vento, con gesti insofferenti, buttando veli e teli. E’ lo sfregio non solo all’Isis ma anche a tutti quelli che li hanno armati e protetti. Uomini e donne dell’occidente, anche con il loro silenzio.
Eppure fino ad oggi bisogna ammettere che con tutte le informazioni della libera stampa occidentale non si capiva quasi più nulla. Nemmeno chi erano i buoni o i cattivi. Qualche informazione, a rischio di incertezza, bisognava cercarla, anche per anni, sui siti internazionali. Non ci si è potuti fidare nemmeno dell’Onu e dei suoi rappresentanti.
Diciamo che la regia informativa embeded è sempre stata preponderante, con la ricerca di foto e di interviste talmente pilotate e “ricostruite” da far vergogna. Il concetto più semplice veicolato dai mass media occidentali era quello della verità unica che avremmo dovuto ingoiare e basta. Le strategie non sono ancora tutte decodificate e nel futuro ne vedremo di belle.
Ora che Aleppo è liberata pensate sia finita? Nemmeno per sogno. La macchina della disinformazione continua nel suo slancio inerziale è impossibile da frenare. Per la liberazione di Aleppo dai seguaci dello stato islamico (l’Isis) addirittura viene spenta la Tour Eiffel, dimostrando in realtà la fedeltà del governo francese e del colonnello Hollande ai loro alleati di Al-Nusra/Daech (termine utilizzato dall’Onu con l’inserimento, come braccio armato di Al Qaeda in Siria, nella lista internazionale dei “terroristi”) con il termine “ribelli”. Ridiventano terroristi quando compiono attentati in Francia o in Europa. Una vera ambiguità da perderci il nord.
I “ribelli” ad Aleppo hanno perso perché mal armati di fronte all’esercito siriano riorganizzato e sostenuto dai russi. Liberata Aleppo Est, nel sottosuolo vengono alla luce armi sofisticate, missili Grad, armi ed artiglieria pesanti, missili TOW anti-carro prodotti negli Stati Uniti. Si pescano, e fatti prigionieri, anche “consiglieri” americani, inglesi e francesi, anzi, Cia e Nato per le controfigure. Altri erano già stati catturati nei dintorni di Aleppo a maggio. Per memoria, Aleppo Ovest è sempre rimasta in mano all’esercito nazionale siriano ma sotto le cannonate dei “ribelli” alleati all’Isis. Durante la liberazione il popolo siriano ha lasciato Aleppo Est verso Aleppo Ovest con grande calma, verso una festosa riconciliazione generale. Perché non è andata via al seguito dei pochi onesti ribelli moderati fuggiti nella regione di Idlib, insieme agli ultimi combattenti Isis? Sembravano felici “prigionieri” liberati, forse dall’essere stati i famosi scudi umani dei ribelli moderati loro concittadini?
Perché la Rai, e tutti, invece di raccontarci (che è pur vero) che papa Francesco parla solo di sofferenza di guerra soprattutto per i bambini (sempre messi avanti, i bambini, ed è giusto, fanno più pena degli adulti) non dicono nulla sull’invio dell’ambasciatore del Vaticano ad incontrare Assad ad Aleppo per aiutare alla riconciliazione e alla fine della guerra? Oppure la presenza forte del Vescovo di Aleppo Mons. Joseph Tobji per il ripristino della pacificazione religiosa e civile? Perché è una notizia non consone all’informazione Nato standardizzata e alla sua pesante sconfitta del dividit et imperat. Ci vuole Putin per dichiarare che con la caduta di Aleppo Est la guerra “civile” è terminata per il popolo siriano? Eppure non sembra dalle dichiarazioni del direttore della CIA J. Brennan (intervista NPR del 23/12/2016) che oltre ad ammettere il loro intervento e dichiararne l’incomprensibile “incapacità”, ha precisato che la "opposizione" in Siria continuerà a combattere contro il governo del presidente siriano Bashar al-Assad, nonostante la liberazione della città di Aleppo. La guerra quindi non è finita e certamente non quella all’Isis. Ma forse adesso c’è qualche chiarezza in più. Forse sapremo meglio, informazione più onesta permettendo, chi è chi.
Intanto abbiamo di fronte uno stato di debolezza della Nato e quindi degli Stati Uniti. (Consultare “Agenzia Blomberg”). Gli attori principali dell’area si riuniscono (Russia, Iran, Turchia, Assad) per conto loro e prendono decisioni circa il futuro. Politicamente la Nato e i suoi alleati (compresi Qatar e Arabia Saudita) vengono “espulsi” dalle trattative. Non servono. Il mandato di Obama è al termine e si traduce, in politica estera, in una vera disfatta di influenza, oltre che militare. Con il Brexit un alleato di peso non vigila più sull’Europa. Nelle zone surriscaldate (Bolivia, Colombia, Venezuela, Cuba, R.D.del Congo, Siria…) di pace e colloqui se ne occupa il Vaticano. Le “primavere” arabe sono passate in mano agli islamisti più radicali. Lo stesso Egitto si riavvicina al trio Russia-Iran-Turchia e pone qualche difficoltà a rifornire di gas Israele. Ultimamente la diplomazia israeliana si reca più spesso a Mosca che a Washington per timore di perdere la sua prepotente supremazia militare nella zona. La Siria, salvo qualche colpo di coda militare, è persa e “cade”,verso una pace civile possibile, in mani considerate “nemiche” da Obama e Clinton. (“avversarie” dice Trump). All’Onu sembrano aver perso influenza con i veto di Russia e Cina, malgrado tutto lo staff asservito. L’astensione statunitense alla risoluzione contro gli ulteriori insediamenti israeliani sul territorio di un altro stato, quello palestinese, a questo punto fa ridere. Magari sarà utile al bastion contrario e vendicativo Trump a poterla capovolgere una volta insediatosi, tenuto conto della sua passione dichiarata per Israele. E’ un ultimo atto tardivo e pusillanime, come anche l’obbligo alla servile UE di riconfermare le autolesive sanzioni alla Russia che Trump ha già definito una sciocchezza. I servi ubbidiranno dopo il suo insediamento. Lo stesso concetto che altri, evidentemente allora più forti, possano truccare le democratiche elezioni del popolo Usa rasenta il ridicolo. Un paese che si è fatto scoprire con una struttura di “ascolto” e utilizzo illegale di tutte le informazioni del mondo! Diciamo un periodo brutto per gli Stati Uniti. Non “contro” veramente, ma peggio, a questo mondo si può fare a meno di loro.
Diciamo che le rovine e le distruzioni di Aleppo, ma anche di tanti altri centri piccoli e grandi, dimostrano gli errori e gli orrori del mondo occidentale nel sostenere la distruzione di un popolo che non chiedeva niente a nessuno eccetto di poter disporre del proprio petrolio e della propria autodeterminazione e nemmeno in possesso di famigerate "armi di distruzione di massa". Oggi la sta recuperando, dopo sei anni del regno sanguinario di Obama-Clinton-Cameron-Hollande, di una volgare e costante disinformazione, bisogna adesso augurargli pace e ricostruzione. Una nuova unità nazionale forte che si basi sulla Resistenza e sulle sofferenze patite. Bisogna augurargli di ricongiungere nuovamente le famiglie, sia quelle intrappolate, senza speranza e merce di scambio, nei campi profughi turchi che nel campo “a braccia aperte” della Germania.
La scelta rimane tra quella di una coesistenza pacifica o quella dello stupido interventismo della Nato alias Usa. Noi non recupereremo mai la vergogna di aver creduto a tutto quello che ci hanno propinato per anni, come polli da allevamento. E continuano, malgrado la realtà si stia facendo strada prepotentemente.

domenica 25 dicembre 2016

Niente, Rula Jebreal e Corrado Formigli non rispondono

Quello che segue è il video vergognoso trasmesso su La7.
Nel mio piccolo ho provato a chiedere giustificazioni alla diretta interessata e a Corrado Formigli, ma non ho ottenuta alcuna risposta.
Giudicate voi




Ho visto cose in questo 2016...Buoni auspici a tutti per il nuovo anno

Quello che ho visto quest'anno è un addensarsi di ombre e di immagini ingannevoli, ma anche di verità limpide che scacciavano le ombre. 
Ho visto figuri dal volto familiare mentire supdoratamente sulle vicende di Aleppo e giornaliste coraggiose sfidare le bombe e raccontare i fatti reali. 
Ho visto la propaganda rivelare il suo volto di puro male, guitti eccelsi trasfromarsi in cialtroni compiacenti, volti noti della televisione, guide sagge in un mondo complicato, svendersi al despota di turno per un nulla.
Ho visto una donna fragile e ambigua assediata da loschi figuri della politica con il loro esercito di pennivendoli e le loro grancasse mediatiche, che si sono ben guardati dal riservare lo stesso trattamento ai loro compari.
Ho visto grandi affabulatori che parlano linguaggi alieni, declamare la bontà della gabbia europea che ci toglie dignità e carne. 
Ho visto tante cose orribili, ma ho capito meglio da quale parte stare. 
Ho visto alla fine anche tante buone cose e tante persone genuine che non si sono mai arrese all'idea che nulla cambia. Grazie a loro di cuore.
In fondo il 2016 è servito al suo scopo


sabato 24 dicembre 2016

Eva Bartlett sulla Siria – Risposte a Buzzfeed


di Eva Bartlett (da offguardian, 16 dicembre 2016)
traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico

Lo scorso venerdì 9 dicembre, proprio mentre stava progredendo la liberazione di Aleppo Est, la Missione Permanente della Repubblica Araba di Siria ha indetto presso le Nazioni Unite una conferenza stampa in cui Eva Bartlett, giornalista canadese ben nota per i suoi reportage di prima mano sulla guerra per conto terzi in Siria, ha presentato un'analisi incisiva della deliberata campagna di disinformazione e propaganda che i grandi media occidentali hanno condotto sin dal 2011, contribuendo ai piani di cambio di regime (in Siria) perseguiti dai loro paesi. Dopo la sua apparizione alle Nazioni Unite, ampiamente pubblicizzata dai social media, Bartlett è stata contattata per un'intervista via email da Ishmael N. Daro di Buzzfeed. Qui di seguito il testo integrale della risposta di Eva Bartlett, seguito da quello dell'email inviatale da Daro.

Salve. Ci sono parecchie cose in cui si sbaglia. Vorrei elencarle.
[La] Conferenza Stampa aveva lo scopo di presentare le relazioni mie e degli altri in lista. Sì, in origine l'ambasciatore al-Ja'afari doveva essere presente, ma unicamente per fare un'introduzione al mio intervento. A causa degli incontri di quella mattina presso l'Assemblea Generale, si è scusato con me per la sua assenza.
Il mio intervento alle Nazioni Unite non era per conto del governo siriano, ma faceva seguito alla mia richiesta di esporre alcune delle mie conclusioni, e all'attività della coalizione Hands Off Syria degli Stati Uniti. La sua domanda è chiaramente intesa a insinuare che io sia una portavoce del governo siriano, cosa giornalisticamente poco professionale da parte sua.
Si sbaglia di grosso quando dice: “Lei ha scritto sul suo blog che il suo viaggio in Siria a novembre è stato organizzato da un membro del parlamento siriano. Il suo viaggio è stato pagato dal governo siriano, o ha pagato di tasca sua per l'aereo, l'alloggio e le altre spese?”
No, sul mio blog ho scritto che il viaggio ad Aleppo dal 2 al 5 novembre è stato organizzato (per gli altri giornalisti stranieri del New York Times, della BBC, del Los Angeles Times e altri) dal parlamentare di Aleppo. No, il mio viaggio NON è stato pagato dal governo siriano. Ho richiesto e pagato il visto e le spese di viaggio e di soggiorno. L'UNICA eccezione è stata quella dell'autobus messo a disposizione per tutti i giornalisti stranieri nel viaggio del 2-5 novembre, per cui nessuno di noi ha pagato per il trasporto durante quel breve viaggio. In quelli precedenti e successivi ho pagato personalmente per il trasporto e la sistemazione.
Lei domanda: “Ritiene di aver potuto osservare in maniera non partigiana il paese, o crede che ci siano stati tentativi da parte del governo siriano di presentare un punto di vista ben preciso?”
Ho chiesto di andare ad Aleppo, e in zone precise di Aleppo. Ho chiesto di andare in altre parti della Siria (molte volte a Homs, e a Latakia, Jableh, Tartous, Yarmouk, Masyaf, Sweida, Maaloula, Palmyra). Le mie richieste sono state soddisfatte. Ho avuto genuini incontri faccia a faccia coi siriani di Aleppo, così come dovunque abbia viaggiato, per conto mio e senza interpreti rappresentanti del governo, a meno che non fossi io a chiedere la loro assistenza. Conosco l'arabo e ho parlato direttamente con le persone che ho incontrato, mentre in altre circostanze avevo con me un interprete che non era stato fornito dal governo. Il “punto di vista” che ho sperimentato e pubblicato è quello del popolo siriano di Aleppo.

Vedi:

Lei domanda: “Nelle battute che ha scambiato con l'altro giornalista ha fatto affermazioni che alla gente potrebbero sembrare stravaganti [odd]. Ad esempio, lei dice che ad Aleppo est ha mai sentito parlare dei White Helmets. Potrebbe essere più specifica?”
Nessuno degli IDP [Internally Displaced Persons – Sfollati Interni] che ho incontrato in un ricovero di Aleppo aveva sentito parlare dei White Helmets, sebbene avessero familiari che in quei giorni (primi di novembre) erano bloccati nelle aree orientali in mano ai terroristi, e che si erano lamentati con le persone che intervistavo di come i terroristi si accaparrassero il cibo e non permettessero loro di avere assistenza medica. Non sapevano nulla dei White Helmets, e la stessa cosa mi hanno detto gli sfollati fuggiti recentemente da al-Helloq, in Aleppo est. Stessa cosa per qualunque dottore di Aleppo con cui abbia parlato. E per qualsiasi cittadino di Aleppo che abbia ancora familiari nella parte orientale della città. Più di recente, successivamente alla conferenza stampa del 9 dicembre, Aleppo è stata quasi completamente liberata [secured]. La testimonianza di innumerevoli civili che sono stati tratti in salvo dalle zone in mano ai terroristi mostra che anch'essi non hanno mai sentito parlare dei famigerati cosiddetti White Helmets.
Per avere notizie più fresche sulla questione, le suggerisco di leggere quello che scrive Vanessa Beeley, che ha appena trascorso tre giorni nelle zone orientali liberate parlando cogli sfollati.
Durante il tempo trascorso ad Hanano est #Aleppo, ho parlato con molti civili liberati dalla quadriennale prigionia gestita dalle brigate terroriste di NATO e stati del Golfo. Ho chiesto loro se sapessero qualcosa dei #WhiteHelmets. Ho ricevuto solo sguardi perplessi, e mi hanno risposto che no, non ne sapevano assolutamente nulla.
Qualcuno ha detto di aver conosciuto quelli che si autodefinivano 'protezione civile', e che lavoravano coi terroristi. Ho chiesto se fornissero aiuto anche ai civili; un uomo soltanto disse che sì, qualche volta avevano aiutato lui e la sua famiglia.
Ho intervistato gli operatori della Mezzaluna Rossa siriana che erano dislocati ad Hanano. In tutto il periodo in cui hanno operato ad Aleppo est, cioè da quando l'area è stata invasa e occupata nel 2012, non si sono mai imbattuti nei White Helmets.”
Lei domanda: “Lei dice anche che la volontà del popolo siriano si può misurare a partire dai risultati delle elezioni del 2014. Per quel che so, quelle votazioni ebbero luogo solo nelle zone controllate dal governo, e nessuna organizzazione di controllo ne ha mai approvato l'esito. Ribadisce le sue affermazioni?
In realtà non ha mai usato il termine “soltanto”. Ho detto che si trattava di un importante indicatore. Ho anche accennato al fatto che nelle aree controllate dal governo i civili siriani hanno sfidato la pioggia di bombe lanciate dai terroristi il giorno delle elezioni, e che in Libano ho visto di persona masse di cittadini siriani recarsi di loro spontanea volontà all'ambasciata per votare. Le potrà anche interessare notare che cittadini siriani provenienti da tutto il mondo sono affluiti all'aeroporto di Damasco unicamente per votare, dato che i governi degli stati in cui risiedono avevano chiuso le ambasciate siriane.


Per rispondere alla sua ultima domanda, le mie osservazioni sono mie e mie soltanto, sono basate su lunghi viaggi in tuta la Siria, mesi trascorsi sul campo e innumerevoli scambi faccia a faccia coi siriani. I punti di vista che ho esposto sono miei, ma riflettono anche quelli dei siriani che ho incontrato.


Per quel che riguarda la propaganda, la pregherei di fare attenzione a quella delle Nazioni Unite, nonché al modo in cui distorce la verità e censura le voci dei siriani:


Non mi aspetto che lei prenda in considerazione tutto questo, dato che il tono delle sue domande riflette il suo schieramento, che sembra essere quello dei media, deciso a offuscare la verità sulla Siria e a promuovere, invece, la propaganda di guerra. Diciamo allora che sarei felicemente sorpresa se lei dimostrasse che mi sbaglio.
Vorrei aggiungere, dato che me lo chiede, che può trovare i miei articoli qui:


I post dalla Siria e dal Libano, dove ha trascorso nell'insieme circa sei mesi, tra un viaggio e l'altro in Siria o in attesa di visto:


Può anche trovare molti video con cittadini siriani qui:


Cordiali saluti,
Eva Bartlett

Qui di seguito il testo integrale dell'email di Ishmael Daro.

From: Ishmael Daro <ishmael.daro@buzzfeed.com>
Sent: December 15, 2016 3:24 PM
To: evabartlett@hotmail.com
Subject: Viral video of your comments at the UN

Salve, Miss Bartlett,
sono un reporter di BuzzFeed News, residente a Toronto.
Le scrivo riguardo al video dei suoi commenti presso le Nazioni Unite che negli ultimi giorni è diventato virale. Vorrei rivolgerle alcune domande per un articolo sul nostro sito.
Il giornalista norvegese con cui ha discusso mi ha riferito che ai reporter era stato fatto credere che avrebbero ascoltato delle dichiarazioni da parte dell'ambasciatore siriano Bashar Jaafari, che invece non era presente. Le sue dichiarazioni presso le Nazioni Unite erano fatte per conto del governo siriano? Com'è giunta a partecipare a quella conferenza stampa?
Lei ha scritto sul suo blog che il suo viaggio in Siria a novembre è stato organizzato da un membro del parlamento siriano.
Il suo viaggio è stato pagato dal governo siriano, o ha pagato di tasca sua per l'aereo, l'alloggio e le altre spese?
Ritiene di aver potuto osservare in maniera non partigiana il paese, o crede che ci siano stati tentativi da parte del governo siriano di presentare un punto di vista ben preciso?
Nelle battute che ha scambiato con l'altro giornalista ha fatto affermazioni che alla gente potrebbero sembrare stravaganti [odd]. Ad esempio, lei dice che ad Aleppo est ha mai sentito parlare dei White Helmets.
Potrebbe essere più specifica?
Lei dice anche che la volontà del popolo siriano si può misurare a partire dai risultati delle elezioni del 2014. Per quel che so, quelle votazioni ebbero luogo solo nelle zone controllate dal governo, e nessuna organizzazione di controllo ne ha mai approvato l'esito. Ribadisce le sue affermazioni?
Un'ultima domanda: anche se questo non fosse il suo intento, i suoi commenti alla conferenza stampa sembrano seguire la linea informativa di Russia e Siria. Non la preoccupa di dare l'impressione di essere allineata con quei governi? Come risponde a chi si preoccupa che il suo video stia servendo da propaganda per Russia e Siria?
Se c'è altro che vuole aggiungere, si senta libera di farlo. La ringrazio.
Ishmael N. Daro
BuzzFeed
Social News Editor

Nota del traduttore
Questo scambio di email è particolarmente significativo, non perché aggiunga molto alle informazioni che già abbiamo sulla guerra contro la Siria, ma perché offre una visione interessante della forma mentis del giornalista mainstream.
È estremamente difficile credere che il giornalista mainstream (il norvegese della conferenza stampa o quello di BuzzFeed) non sia al corrente delle agenzie dietro le campagne pro no-fly zone per la Siria (cioè campagne volte a far sì che il numero di cittadini siriani uccisi si accresca il più possibile) o della totale mancanza di credibilità di artefatti propagandistici come i White Helmets. Eppure, il fatto che qualcuno dubiti di una “narrazione” totalmente priva di agganci alla realtà diventa ai loro occhi “odd”, cioè strana, o meglio bizzarra (il termine reca in sé un senso di erraticità e improbabilità). Il giornalista mainstream prende le sue notizie dall'Aleppo Media Center (finanziato dal Ministero degli Esteri francese), ma se qualcuno riferisce cose di prima mano che smentiscono quell'agenzia, è quest'ultimo a essere un agente di propaganda governativa, non il giornalista mainstream.
E sono anche estremamente significative le sedie vuote (quasi tutte) alla conferenza stampa di Eva Bartlett. Perché mai ascoltare l'intervento di qualcuno che è stato veramente in Siria? Non c'è anche l'ambasciatore siriano? Sarà tutta propaganda, no?
È qui la magia.


lunedì 19 dicembre 2016

Sanzioni dall'Ordine dei Giornalisti per Corrado Formigli e Rula Jebreal

change.org


Fare luce su Aleppo e la Siria, rompendo il muro di menzogne della propaganda.

Formigli e Jebreal, nel corso di una trasmissione televisiva, hanno utlizzato toni propagandistici accusando il presidente Assad e il presidente della Russia Putin di genocidio, senza portare alcun fatto o evidenza concreta a sostegno di tale affermazione, smentita fra le altre cose dalle immagini dell'aggressione da parte dei terroristi di Aleppo est, dei pullman carichi di civili che tentavano di raggiungere Aleppo ovest.
Durante la trasmissione, Formigli ha pubblicamente dato dell'assasino al presidente Putin, cosa inammissibile verso chiunque. Non era mai successo prima d'ora che un giornalista di Talk show rivolgesse un tale epiteto a un capo di stato, senza avere elementi concreti in mano.
I giornalisti Formigli e Jebreal hanno colpevolmente omesso di dire che Aleppo est è stata ostaggio di formazioni terroristiche jihadiste, la principale delle quali è Al-Nusra, costola di Al Qaeda. Jebreal ha parlato di stupri, torture, uso di armi chimiche, sterminio di massa, da parte dell'esercito regolare siriano, fatti dei quali non vi è evidenza alcuna.
È compito dall'Ordine dei Giornalisti tutelare l'opinione pubblica, garantendo un'informazione corretta e l'affidabilità delle fonti di informazione
La giornalista canadese Eva Bartlett sulle fake news della guerra in Siria

FIRMATE LA PETIZIONE SU:
change.org

Le bugie sulla Siria raccontate dai media mainstream sbugiardate dalla giornalista Eva Bartlett



giovedì 15 dicembre 2016

Populismo di secondo grado e manipolazione dell’esito referendario

Una analisi potente, teorica e politica, filosofica e quindi impietosa, della struttura logica del tentativo di smantellare la Costituzione e, subito dopo, di rovesciare in "quasi vittoria" la clamorosa sconfitta nel referendum.
Un testo assolutamente da leggere e meditare, allontandosi una volta per tutte da quel "pensierino bipolare" – psichiatricamente parlando – che viene incentivato in modo potente dalla struttura discorsiva da social net work.
Diciamo che anche alcuni "intellettuali di regime" (Cacciari e Recalcati su tutti) troverebbero qui molte ragioni per ritirarsi dalla professione ufficilmente esercitata.
Buona lettura.
 
***** 

di Elena Maria Fabrizio


  di Elena Maria Fabrizio da Contropiano

Tra i sintomi che affliggono le democrazie occidentali, la manipolazione dell’opinione pubblica e la manipolazione del voto sono i più noti. E non c’è consultazione politica e referendaria, con o senza quorum, che non confermi questo trend. Così, puntualmente, nell’ultima consultazione la tutela della Costituzione e il conseguente rigetto di una riforma irresponsabile che non ci avrebbe protetto da maggioranze retrograde, populiste e autoritarie, viene surclassato da altri dati, dotati di scarsa oggettività e più semplicistici. Non solo i cittadini avrebbero innanzi tutto votato per dire Sì o No al Presidente del Consiglio Renzi e al suo governo, ma con questa scelta, più che esprimersi sulla sua politica e le sue leggi, si sarebbero di fatto espressi sull’alternativa Renzi o il populismo, che è ovviamente sempre quello degli altri, Salvini e Grillo in primis. Sembra quasi superfluo evidenziare che la carente analiticità di questa lettura eleva il populismo a giudizio di secondo grado cui scadono nell’analisi del voto, ma già prima nei modi e nei toni della campagna referendaria, quegli stessi sostenitori che hanno eretto il Pd a partito antipopulista per eccellenza; il quale non cede alla tentazione di dividere ancora una volta l’elettorato nel popolo che interpreta correttamente i propri valori (cambiamento, bellezza, sogno, futuro) dal popolo che al contrario ne sarebbe incapace.
 
La comunicazione sistematicamente distorta dell’ideologia dominante
Si tratta di una trasfigurazione che non sorprende alla luce di una manipolazione mediatica che, nel tentativo di indirizzare l’opinione pubblica verso l’auspicato cambiamento, ha fatto largo uso di tipologie propagandistiche di comunicazione talmente fantasiose e insistenti da confermare la sua subordinazione alla classe dominante e alla sua ideologia.
La prima forma di manipolazione comunicativa è sintetizzabile nella politica dei miracoli: la riforma costituzionale ci avrebbe magicamente restituito un paese più democratico, contro il disfattismo del pluralismo e della dialettica; più onesto, contro i nepotismi e la corruzione di politici e cittadini; più giusto, contro le resistenze di un mondo del lavoro che non vuole capire gli universali vantaggi di cui godrebbe se si piegasse alla definitiva resa della modernizzazione capitalistica dell’esistente.
Accanto a questa visione miracolistica e menzognera è subito emersa una seconda forma di comunicazione, elaborata dai vari scriba del potere (filosofi, giornalisti, persone cosiddette di cultura), secondo la quale cambiare è giusto. La troviamo espressa dal filosofo Cacciari, ma meglio formulata dal giornalista Serra: «la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata». La riforma «fa semplicemente schifo» (cit. Cacciari), ma è pur sempre una riforma, come tale va sostenuta.
Al miracolismo della prima forma di comunicazione, questa aggiunge il fanatismo e la dichiarata morte della ragione.
La terza forma di comunicazione è la rappresentazione pulsionale del voto, se le prime due non fossero già stilisticamente emotive, che potremmo sintetizzare nel motto il Sì gode, il No odia. Essa ci giunge dal discorso con il quale lo psicoanalista Recalcati è andato a consacrare, nel corso della campagna referendaria, la Leopolda e il suo fondatore, proclamandosi quale padre di Telemaco, il figlio giusto, il giovane che avrebbe il coraggio di desiderare e osare a dispetto dei padri e verso il quale il fronte del No nutrirebbe tutto il suo odio paternalistico e impotente. E non solo. Oltre l’odio della giovinezza, altri due sintomi devasterebbero la psiche di chi nega: l’angoscia del cambiamento che porta al conservatorismo e la fascinazione masochista per la negazione che stimola il godimento della distruzione. Non viene in mente a questi dilettanti del pensiero che la negazione non nega mai “nulla”, ma afferma sempre qualche cosa, nel mentre nega. E che i più grandi movimenti di emancipazione della storia sono sorti sul coraggio della negazione determinata da cui sono scaturite nuove direzioni della storia.
Ad accumunare queste tre forme di comunicazione è il palese rifiuto del rigore logico, del ragionamento, del discorso veritativo; lo scarso rispetto dell’interlocutore a cui giunge un messaggio irrazionale difficile da elaborare. In definitiva il consapevole dismettersi dalle regole del discorso secondo le quali ogni pretesa di validità deve essere formulata in modo che possa essere esposta alla critica in una situazione in cui gli interlocutori trattandosi da pari giungono o ad un accordo in cui vale la forza razionale (la coazione non costrittiva, come direbbe Habermas) dell’argomento migliore, o ad un disaccordo comunque fondato. Una situazione che quand’anche non fosse concreta deve essere comunque presupposta come possibile o reale, soprattutto se a esprimersi sono intellettuali e politici di professione.
Ma oltre a questo elemento logico-formale, queste tre forme di comunicazione hanno in comune un rapporto problematico con la realtà che si traduce nella sistematica volontà di occultare il conflitto socio-economico, che continua indefessamente a frammentare la società civile e il mondo del lavoro, trasfigurandolo in conflitto pulsionale senza neanche più la decenza etica di imputare alle classi subalterne piuttosto che l’odio risentito, la rassegnata disperazione; di distogliere l’opinione pubblica dal percorso accidentato che ha condotto questo governo a esercitare i suoi poteri; di rimuovere l’iter politico che da circa 5 anni ha determinato una nuova accelerazione delle politiche neoliberiste, a partire dalla revisione dell’art. 81 della Costituzione votata a larga maggioranza sotto il governo Monti; di silenziare i diritti sociali, il Welfare, i diritti dei lavoratori, le nuove politiche di rilancio dell’economia. Un processo di rimozione che parte da molto più lontano, dalla crisi della sinistra comunista e socialista europea successiva al crollo del comunismo sovietico, ma che da quando gli effetti della crisi americana si sono fatti sentire anche in Europa, ha condotto la politica italiana con sfacciata pervicacia a tentare di costruire un sistema costituzionale coerente entro il quale giustificare il graduale smantellamento del Welfare e di tutte le conquiste sociali della sinistra. Facendo passare tutto questo come necessario per la tenuta economica del paese o come conveniente per la classe lavoratrice.
Che lo status quo ante abbia le sue responsabilità è ovvio e non può essere qui discusso. Potendoci solo riferire alla memoria breve, a partire solo dal 2012 emerge un quadro coerente e sistematico tendente a stravolgere il patto costituzionale e il cui terminus a quo è l’approvazione da parte delle due Camere della modifica dell’art. 81 che ha imposto l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale. La votazione avvenuta sempre a maggioranza dei due terzi (nessun voto contrario alla Camera, uno scarno numero di voti contrari, Lega e Udv, al Senato) ha reso vano il ricorso all’eventuale referendum confermativo. Parliamo di una riforma della Costituzione pervasiva che ha ricevuto poca attenzione dai mass media, discussione inesistente presso l’opinione pubblica, ha attraversato un iter parlamentare singolarmente veloce (dal novembre 2011 all’aprile 2012). Quand’anche un Parlamento sovrano, che tale rimane anche quando deve relazionarsi con un governo tecnico, avesse deliberato nel rispetto delle procedure, esso ha posto in essere la paradossale situazione di una democrazia che in maniera silente, opportunistica e incurante delle conseguenze del proprio operato, delibera in spregio di quella Costituzione su cui pure è seduta. Perché infatti con la revisione dell’art. 81 si è di fatto inserito nella Costituzione un principio che impedendo politiche di spesa in disavanzo è incompatibile con i fondamentali principi della Carta. I quali al contrario ci parlano di solidarietà sociale e di una democrazia programmatica, e quindi di uno Stato interventista che deve portare a compiuta realizzazione i diritti fondamentali della persona, in particolare i diritti sociali (cfr., V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur, Reggio Emilia 2015).
Il percorso politico che da questo stravolgimento giunge alla proposta di riforma costituzionale è fin troppo noto: una serie di interventi legislativi sul lavoro, sulle pensioni, sull’istruzione, sulla salute, sulla pubblica amministrazione sono stati condotti sotto il criterio del neoliberismo selvaggio, quindi della compressione dei diritti e dei salari, dell’erosione del Welfare, della maggiore flessibilità e della precarietà, e in genere della perdita dei diritti faticosamente acquisiti attraverso lotte e conquiste socio-politiche. Un iter legislativo che rispetto alla revisione dell’art. 81 si attesta più sulla dimensione del continuum che non su quella del rinnovamento.
Ed ecco che in una situazione di crisi economica, di scenari geopolitici assai poco rassicuranti, con un mondo del lavoro contro, la disoccupazione giovanile crescente, un partito frammentato, il Presidente del Consiglio con un’ostinazione assai rara da vedersi in un uomo di Stato, tenta di portare a compimento una riforma costituzionale con il sostegno di una maggioranza parlamentare votata con legge incostituzionale, trasformando la consultazione referendaria in un plebiscito alla sua persona e al suo governo. Con altrettanta pervicacia e ostinazione si incammina in una campagna referendaria ostile e demagogica, come se fosse però una campagna elettorale, alimentando la demonizzazione e la paura dell’avversario, fomentando le pulsioni popolari sempre pronte a esplodere e prospettando, come di fatto è accaduto, una crisi istituzionale nel caso di insuccesso. La gravità di questo scenario è stata rappresentata con una forza comunicativa di eccezionale valore da costituzionalisti, giuristi, filosofi del diritto, comitati del No, che alla luce del voto si è rivelata vincente e che sarebbe quindi superfluo ripetere.
Ciò che tuttavia sconvolge dell’esito referendario è il continuum mediatico della manipolazione forse indicativa di quanto la gravità dello scenario precedente sia drammaticamente viva anche in quello post voto.
 
Ragioni del Sì e «bonapartismo soft»
Per capirlo occorre focalizzare l’attenzione su due fattori. Il primo è rappresentato dalle reazioni dei sostenitori del Sì, i perdenti che si sono subito avventati sulle analisi del voto, facendo emergere il solo dato, obiettivamente comodo, facile da strumentalizzare e “come volevasi dimostrare”, dell’avanzata populista conseguente a chi con il suo No non avrebbe compreso quanto questo buon governo intendesse invece scongiurare.
Con un rovesciamento paradossale, il fronte del No diventa il maggiore responsabile del disfacimento politico cui il fronte del Sì e del suo leader ci hanno portato con la crisi istituzionale post voto. Con un altro rovesciamento i perdenti, il fronte del Sì, diventano i veri vincitori, perché rispetto alla variegata ed eterogenea composizione del fronte opposto rappresentano una forza compattamente schierata a favore del governo e della sua missione salvatrice.
Il secondo fattore sono le ragioni del Sì, che è a questo punto razionalmente e politicamente necessario provare ad analizzare. Lungi dal voler confutare che il rovesciamento dialettico abbia una consistenza reale, e cioè che questo fronte possa essere corrispondente all’elettorato del Pd, la qualcosa potrà essere verificata solo alle prossime consultazioni politiche, si tratta di individuare le possibili “ragioni” che hanno determinano questo fronte per capire se possa emergere un dato oggettivo, alquanto trascurato dalle analisi del voto, in cui tutte le parti del Sì possano riconoscersi. Seguiremo un ordine che procede gradualmente dal più al meno razionale.
Iniziamo quindi con il Sì cognitivo, ma sempre critico, dell’elettore informato e documentato, che dopo aver soppesato, analizzato, seguito i dibattiti ha finito per formarsi un’opinione positiva della riforma, pur sempre con la riserva, espressa persino dai promotori, di lacune e passaggi indeterminati da migliorare.
Successivo a questo, vi è Sì politico del sostegno al governo, che ha fatto cose buone e buone leggi; poi il Sì pulsionale alimentato dalla paura del M5S e della Lega, in genere dei populismi che invece questo governo non rappresenterebbe, da cui deriva il Sì obbligato dalla mancanza di alternative. E infine, il Sì movimentista, il cui principio “riformare è giusto” va a sostenere una riforma che per quanto sbagliata possa essere rimane la riforma che il paese attende.
Non è qui il caso di entrare nel merito della validità degli argomenti elencati, che è stato invece l’esito del voto referendario a confutare, come accade in una democrazia. Ed è anche superfluo evidenziare che le diverse ragioni possono essere confluite nello stesso voto, secondo una gerarchia di importanza che varia da elettore a elettore. Queste ragioni sono comunque tutte confluite in quel 40% che ora il leader perdente rivendica a sostegno pieno della sua politica, del suo Pd, del suo governo. In un confuso intreccio di ruoli politico-istituzionali (Presidente del Consiglio, segretario del partito) in cui meno si fa chiarezza e più è facile la manipolazione. Nel senso che non è affatto facile stabilire quanto il Sì cognitivo abbia inciso rispetto al Sì politico o a quello pulsionale o movimentista.
C’è un dato oggettivo che però non può essere manipolato, che accomuna le ragioni elencate, le quali sottostanno ad una meta-ragione che possiamo indicare nella strumentalizzazione della Carta Costituzionale finalizzata al consolidamento del potere dell’esecutivo. Vale a dire una indecente strumentalizzazione che il Governo e il suo partito di maggioranza hanno messo in atto per consolidare il proprio potere. Detto ancora altrimenti, la trasfigurazione di un referendum referendario in una campagna elettorale in cui il Presidente del Consiglio ha usato la riforma della Costituzione come se fosse il programma politico di un partito. Non a caso tutti gli aggiustamenti dei difetti e delle lacune della riforma venivano con una leggerezza sconcertante rinviati a successive deliberazioni parlamentari come si ipotizzerebbe per qualsiasi legge ordinaria, legge a cui la Carta si è quindi cercato di ridurre.
Da questa meta-ragione consegue una precisa prassi: a seguito della dichiarata volontà del Presidente del Consiglio di dimettersi in caso di sconfitta, tutti i sostenitori del Sì, consapevolmente o inconsapevolmente hanno di fatto legittimato con il loro voto una prassi antidemocratica quale è certamente l’uso strumentale di una Costituzione. Questo è il dato oggettivo che unisce il 40%. Decisamente più oggettivo delle ragioni favorevoli alla riforma, favorevoli al cambiamento, favorevoli al governo, ma il più foriero di pericoli quale grave sintomo dello stato di salute della democrazia italiana. Che è entrata evidentemente in una ancora più grave spirale di deficit di legittimazione democratica.
Un deficit che oltre ad essere sostenuto dal sistema economico-finanziario e bancario internazionale, dall’Europa dell’Euro, da Confidustria, dalla grande imprenditoria, ha trovato il sostegno massiccio dei mass media (televisione e giornali in primis) e di una parte del mondo culturale accademico e extra-accademico con una pervicacia, una costanza, una virulenza che non lasciano sperare sulla possibilità di trovare luce nella comunicazione sistematicamente distorta di cui queste forze sono state strumentali protagoniste.
In definitiva, il discorso politico-mediatico dominante ha tentato con una mossa proceduralmente democratica (voto a maggioranza di un parlamento, comunque votato con legge incostituzionale, e referendum confermativo) di far passare una riforma costituzionale tendenzialmente antidemocratica con un modus operandi che nella sostanza anticipava i contenuti antidemocratici della riforma.
Si affaccia dunque nella storia politico-istituzionale della nostra Repubblica il malsano tentativo di istituzionalizzare una sorta di «bonapartismo soft» all’italiana attraverso una prassi (strumentalizzazione partitica della Carta) che letta insieme agli elementi fondamentali della riforma ci restituiscono un quadro assai coerente in cui metodo e contenuto si identificano (cfr. D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino 1993).
Proviamo ad elencarne alcuni: rafforzamento dell’esecutivo, depotenziamento della funzione legislativa del Senato, accentramento statale delle prerogative delle Regioni; riduzione della rappresentanza e dell’equilibrio dei poteri in nome della governabilità; limitazione della sovranità popolare attraverso soppressione del proporzionale, legge elettorale con premio di maggioranza del 54% al primo e secondo turno, sbarramento per i partiti minori, aumento del numero delle firme per le leggi di iniziativa popolare. Senza considerare la pericolosa modifica dell’art. 78 che avrebbe lasciato alla sola Camera dei Deputati la deliberazione a maggioranza assoluta della guerra. Una modifica che estromette un Senato che, sebbene avesse dovuto rappresentare solo le autonomie territoriali, avrebbe continuato a votare leggi di revisione costituzionale e trattati comunitari, a nominare 2 giudici costituzionali, a votare il Presidente della Repubblica e a essere composto anche da 5 membri da quest’ultimo nominati per aver illustrato la Patria, ma che senza un fondato motivo per i promotori della riforma non rappresenta sulle questioni della pace e della guerra l’interesse nazionale espresso nell’art. 11. Se a ciò si aggiunge lo sventato scenario di una maggioranza parlamentare sostenuta dal premio di maggioranza, il solo rischio di poter rimettere nelle mani di una minoranza non realmente rappresentativa della sovranità popolare una decisione di questa portata, la dice lunga sulla irrazionalità e regressione di una tale riforma costituzionale. Anche su questo punto la riflessione dei mass media è stata scarsa o nulla, con le dovute eccezioni (cfr. Intervista al generale F. Mini, No a riforma che sottrae al Parlamento decisione su dichiarazione di guerra, MicroMega online, 18 novembre 2016).
In definitiva, entro il quadro storico-politico sopra delineato nella breve dimensione di un quinquennio, un preciso Governo con il sostegno dei poteri economici e politici nazionali e internazionali va a sostenere un vero e proprio attacco alla sovranità popolare orchestrato con gli slogan della semplificazione, dello snellimento legislativo, della stabilità e governabilità, ma che si sarebbe ridotto nel bisogno di operare una serie di riforme senza più gli intralci di una democrazia parlamentare dialettica e pluralistica. Di una democrazia che si costruisce molto meno sull’apporto di partiti, movimenti e associazioni, di cui si farebbe volentieri a meno, e molto di più sul rapporto diretto del leader, quale autentico interprete della volontà popolare, con i cittadini.
 
Le ragioni del No e le sue mistificazioni
È a partire da questo dato oggettivo che si può capire la grande partecipazione popolare alla consultazione referendaria, e almeno tre delle ragioni che hanno motivato questo fronte. Ragioni di cui è chiaramente difficile stabilire la proporzione in percentuali, ma che i mass media dominanti stentano ad evidenziare con la dovuta enfasi, concentrandosi più sul dato propagandistico di una volontà irrazionale e disfattistica che avrebbe determinato con la caduta del governo anche il conseguente caos istituzionale.
La prima di queste ragioni è il No cognitivo e politico con il quale insieme ad una riforma giudicata rischiosa per le sorti della democrazia si è rigettata anche la sua strumentalizzazione politica.
La seconda è il No politico e sociale, certo molto variegato, ma con la quale non si è voluta perdere l’occasione di esprimere un giudizio sull’operato del Governo, opportunità la cui legittimazione è venuta dallo stesso Presidente del Consiglio che, come si è detto, aveva presentato la riforma come programma politico della maggioranza parlamentare con tutto ciò su cui essa aveva legiferato. Ceti più o meno abbienti, più o meno istruiti, frange consistenti della disoccupazione, della precarietà e della povertà, tra cui quell’81% dei giovani tra i 18 e i 35 anni, sono parte considerevole di questo voto. Dal che, se non si può direttamente indurre che tutto il disagio sociale sia confluito nel fronte del No, si può indirettamente dedurre che tale disagio, data la forte affluenza alle urne, sia fortemente consistente in questo fronte.
Il voto massiccio per il No è dunque sotto certi aspetti forte e chiaro. Ma questa forza e chiarezza, invece di portare all’autocritica viene completamente ignorata e dirottata su qualcos’altro. Invece dell’autocritica doverosa ad una riforma costituzionale sicuramente da alcuni bocciata perché compresa nel suo senso autentico, invece dell’autocritica alle scelte politiche del governo, dell’autocritica ad una campagna referendaria la cui costanza è stata la denigrazione dell’avversario e l’istigazione al conflitto civile, invece dell’autocritica alla visione pulsionale del conflitto politico (l’odio dei giovani) matematicamente smentita dall’81% del voto giovanile contrario, invece di una onesta presa di coscienza politica della volontà popolare assistiamo ad una vera e propria esaltazione vittimistica della parte sconfitta che rasenta il culto del capo, questo sì talmente emotivo e impulsivo da giungere alla trasfigurazione dei contenuti del suo operato. Sicché l’idea perdente continua ad essere «un’idea meravigliosa» che ha il solo difetto di non essere stata capita e la campagna referendaria «una campagna elettorale emozionante», la cui sconfitta non a caso è anch’essa equiparata a «una sconfitta elettorale», come l’ex Presidente del Consiglio va ripetendo dal discorso tenuto in occasione dell’annuncio delle dimissioni.
La sconfitta viene giustificata e compresa alla luce dell’errore di aver personalizzato la propaganda referendaria a tal punto da rendere questa scelta la principale causa del suicidio politico del Presidente del Consiglio. Viene insomma ricondotta all’emotività e ai limiti caratteriali (arroganza, autolesionismo) di un personaggio che invece di comportarsi da uomo di Stato, evitando di portare il paese in una crisi istituzionale dettata come minimo dall’egoismo politico e da un inesistente senso del limite che l’agone politico non deve mai superare, si atteggia a uomo etico e capro espiatorio del sistema, come dimostra la lettura che l’ideologia dominante ha fatto delle dimissioni nel segno della dignità e della correttezza dell’uomo rispettoso delle istituzioni, quando aveva appena fallito il tentativo di stravolgerle. Un atteggiamento talmente antimachiavellico e irrispettoso dei rapporti di forza che l’uomo di Stato dovrebbe sempre essere pronto a gestire per la tenuta della Repubblica, da essere equiparabile a quel «moralista politico, che si foggia una morale così come il vantaggio dell’uomo di Stato la trova conveniente», da cui Kant metteva in guardia. Quand’anche il fronte dell’ideologia dominante che ha sostenuto questo percorso, i cui esiti avrebbero potuto essere nefasti per la democrazia, si sia impegnata durante e dopo in un discorso autocritico, lo ha fatto più spesso con un linguaggio che potesse far sembrare anche una critica una gentile cortesia. Come quando in occasione del referendum sulle trivellazioni a fronte prima dell’invito governativo all’astensione poi della conseguente manipolazione del dato astensionistico, al posto di una decisa denuncia arrivò, dal quotidiano che ha maggiormente sostenuto l’ascesa al potere del Presidente del Consiglio, solo un timido gerundio politico: «ci stiamo avviando verso un governo personale». (I. Diamanti, Referendum trivelle, la mappa del non voto, “La Repubblica.it”, 19 aprile 2016)
Di gerundio in gerundio giungiamo all’oggi, ma dal linguaggio giornalistico che ammicca al potere ancora nessuna forma indicativa e tanto meno imperativa.
Le analisi del voto confermano questa palese subordinazione, dove il No referendario e le sue ragioni cognitive continuano a non avere il peso che meritano, se addirittura si arriva a rincarare la dose e a considerare giusta e corretta l’esigenza di modificare un sistema di pesi e contrappesi che i padri fondatori avrebbero voluto «scomodo per evitare la concentrazione di potere dopo vent’anni di fascismo. Nonostante le loro nobili intenzioni, hanno portato a uno stato attuale nel Paese in cui governare richiede uno sforzo kafkiano» (G. Riotta, Le dimissioni di Renzi, la caduta di Roma, “La Stampa”, 7/12/2016).
Siamo alla messa in discussione dei fondamenti del liberalismo classico (Locke e Montesquieu) la cui forza attuale sta ancora oggi nella formulazione chiara e netta della limitazione dei poteri dello Stato, quindi alla messa in discussione del principio generale secondo il quale i poteri, la cui natura è di tendere all’ingrandimento, hanno sempre bisogno di essere bilanciati e limitati per evitare la facile deriva autoritaria del loro esercizio.
Con una leggerezza da dilettanti, si veicola insomma l’idea che il principio del controllo reciproco dei poteri e della loro distribuzione invece di essere una risorsa è decisamente un intralcio. E si capisce il perché. Questa è la stessa ideologia che ispira il Jobs Act, con il quale si conferisce più forza ai datori di lavoro per indebolire i diritti dei lavoratori, ispira la Legge 107 della scuola, con la quale si conferiscono maggiori poteri ai dirigenti e minori diritti ai docenti a cui vengono affidati più impegni a parità di salario. Un’ideologia che da una legge ordinaria all’altra stava per essere elevata a norma fondamentale di Stato.
Di conseguenza non sorprende che la manipolazione mediatica continui a sottrarsi ad un’interpretazione oggettiva e veritiera del voto, non sorprende che essa possa riconoscere di aver fallito nel tentativo di condizionare la volontà del 60% dell’elettorato.
Persino di fronte al dato matematico del voto giovanile, la teoria, piegata strumentalmente alla scelta politica, invece di riconoscere in questo voto la smentita empirica del dogma psicoanalitico, quell’odio dei giovani che si erge a valutazione del politico e del collettivo, sostiene che invece la conferma (e Popper avrà su questo limite della psicoanalisi sempre ragione). La vittoria del No sarebbe la prova di un odio che non avrebbe trovato «una canalizzazione simbolica», come a dire che non sarebbe stato intercettato neanche dai giovani in perenne contraddizione con se stessi (Intervista a M. Recalcati, “Un paese vittima dell’odio, che gode nella distruzione, “l’Unità.tv”, 7 dicembre 2016).
E tuttavia, a volere enfatizzare le conseguenze che coerentemente deriverebbero da questa pseudo teoria, il voto dei giovani dimostrerebbe al contrario senso di gratitudine e rispetto verso quelle madri e quei padri costituenti di cui evidentemente essi avvertono di essere gli eredi. Una conclusione questa che non sarebbe comunque molto diversa dalla trasfigurazione emozionale e psico-patologica del dissenso politico che è una delle caratteristiche più eclatanti della visione populistica, in questo caso giovanilistica, del politico. Una trasfigurazione che, al pari dell’ideologia dominante con la quale si identifica, non si lascia falsificare dalla realtà oggettiva, perché il suo scopo è appunto falsarla con continui aggiramenti.
Di conseguenza, con il solito elitismo morale per cui mentre si riconosce democraticamente l’esito del voto, poi lo si manipola, mentre si chiamano i cittadini a votare, poi li si disprezza, poca o nessuna enfasi è stata data ad una campagna referendaria che ha dato voce ad una società civile attiva, informata, democratica, pluralista che ha mobilitato associazioni e comitati, scuole, centri culturali e accademici, per non parlare di tutti i partiti politici e dell’associazionismo di sinistra. Una realtà che ha dato piuttosto ragione almeno ad un fattore di quella democrazia deliberativa e dibattimentale che stenta ad affermarsi, vale a dire, come direbbe Habermas, che le saracinesche del potere si sono dovute necessariamente alzare per immettere flussi comunicativi di legittimazione, che evidentemente chiedono non meno ma più Costituzione, non meno ma più democrazia, non meno ma più democrazia sociale. Il che non è ancora una garanzia dello stato di buona salute della democrazia se i bisogni e gli interessi che questi flussi comunicativi esprimono non saranno intercettati e tradotti dal potere istituzionale.
Bocciando la proposta di riforma costituzionale e la sua ideologica manipolazione, il fronte del No è stato dunque molto chiaro, ancora in due sensi.
Dando ancora una volta ragione a Calamandrei, quando nel suo discorso ai giovani affermava che la nostra Costituzione è sì polemica verso il passato fascista, ma tanto più verso il presente ogni volta che giudica negativamente l’ordinamento sociale attuale che non si sia adeguato ai suoi dettami. La vittoria del No dimostra che la nostra Costituzione è ancora molto polemica nei confronti di questo presente e di tutti i tentativi di spolemizzarla attraverso il rafforzamento dell’esecutivo, lo squilibrio dei poteri e leggi elettorali che non rappresentino il pluralismo partitico e la dialettica politica.
Dando ancora una volta ragione a Togliatti che quand’anche contrario al sistema bicamerale, non finiva di insistere che qualsiasi fosse stato il numero delle Camere esse sarebbero dovute sottostare alla condizione di essere «entrambe emanazione della sovranità popolare e democraticamente espresse dal popolo», che dunque qualsiasi ordinamento costituzionale deve lasciare che gli istituti parlamentari esprimano sempre la volontà popolare e tutta l’ampiezza e la complessità della sua rappresentanza; che lottare «per una Costituzione che sia una Costituzione popolare», «che permetta alla sovranità popolare di manifestarsi e di dare la propria impronta a tutta la vita della Nazione» significa seguire «una linea di condotta conseguentemente democratica».
Che infine solo questa linea di condotta offre alla democrazia anche il criterio per capire da che parte stanno i suoi nemici (Discorso all’Assemblea Costituente, 11 marzo 1947).
 
da http://dialetticaefilosofia.it/

sabato 10 dicembre 2016

La nazionalizzazione di MPS e la crisi dell'epoca liberista

di Giorgio Cremaschi


Il fatto che, senza alcuni scandalo dei benpensanti dell'economia e della politica, sia considerata ed accettata come quasi inevitabile la nazionalizzazione di MPS, la dice lunga sulla crisi delle politiche liberiste dopo dieci anni di crisi generale. Solo fino a poco tempo fa la parola stessa nazionalizzazione era tabù, guai a pronunciarla. Si era tacciati di nostalgia del comunismo o della democrazia cristiana, di apologia della corruzione. Il pubblico era il male, il privato era il bene ci spiegavano tutti i commentatori di palazzo, così vuole l'Europa aggiungevano. Oggi è proprio la Banca Centrale Europea a dire, nei fatti, al governo italiano: basta inseguire il mercato, nazionalizzate la banca.
Certo questa indicazione non nasce da un cambio di rotta politico da parte delle istituzioni europee, ma dalla paura. Tutto il sistema bancario del continente è a rischio, quello della Germania non meno di quello del nostro paese. Dunque se salta una grande banca, il timore dell'effetto domino è fortissimo. E una crisi bancaria che accompagnasse i vari pronunciamenti "populisti" degli elettori sarebbe ingestibile per il potere costituito. Quindi la nazionalizzazione di MPS alla fine è un male minore, e la burocrazia europea è la prima a suggerirla.
Così questo intervento pubblico dovrebbe solo permettere alla finanza internazionale di rifiatare e poi di riprendersi la banca risanata, nella più pura tradizione della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti. Così la Banca Morgan, a cui Renzi dopo quello della Costituzione aveva anche affidato anche il futuro di MPS, deve ritirarsi. Due sconfitte in pochi giorni, una per opera del popolo, l'altra per via dello stesso mercato, che sulla banca senese non vuol mettere soldi.
Ora i cialtroni della globalizzazione cercheranno di ridimensionare il fatto ad una rara eccezione. Ma non ce la faranno. Il pubblico torna in campo semplicemente perché il privato non ce la fa, perché la crisi continua. Se nazionalizzano una banca allora che dire del resto dell'economia? I poteri di sempre non riusciranno a contenere l'utilizzo di questo strumento, l'intervento pubblico, ora che loro per primi lo rimettono in vigore. Non riusciranno a farlo con un popolo che al sessanta per cento ha appena detto che vuole quella Costituzione, che dell'intervento pubblico fa un suo pilastro. E neppure riusciranno, i poteri di sempre, a tenere ancora fuori dai conflitti sociali i vincoli europei. Se la BCE ci fa nazionalizzare una banca, perché dobbiamo ascoltarla ancora quando ci chiede di privatizzare la sanità? E se dobbiamo spendere soldi pubblici per impedire un collasso finanziario, perché non dobbiamo usarli per prevenirne altri? E magari anche per creare lavoro vero e non precario? E se lo stato rientra in campo nella gestione della economia, perché non deve avere tutti gli strumenti per poterlo fare? Cioè avere la piena sovranità sulla moneta, sul bilancio, su tutti gli strumenti della politica economica, cioè avere la piena indipendenza dei vincoli europei.
Non sappiamo se alla fine MPS finirà davvero in mano pubblica, o invece sarà regalato a qualche sceicco, ma il solo fatto che l'ipotesi principale sia la nazionalizzazione ci dice quanta acqua in poco tempo sia passata sotto i nostri ponti. Il voto del referendum ha mostrato come il popolo italiano cominci a non accettare più una condizione sempre più povera ed ingiusta. La crisi MPS a sua volta, mostra come le classi dirigenti non ce la facciano più a dare le risposte che finora hanno sempre dato. L'epoca del liberismo è giunta alla sua crisi, siamo entrati in un'altra storia, una storia che possiamo fare noi.

venerdì 9 dicembre 2016

"La sinistra non la si ricostruisce solo sul no-euro. Per questo basta Salvini". Intervista a Sergio Cesaratto

da controlacrisi

Sergio Cesaratto, economista, ordinario all'università di Siena, autore di Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi (e come superarla), Imprimatur, 2016
Lo abbiamo intervistato per Controlacrisi.org in occasione del presentazione del suo libro tenutasi a fine novembre a Pisa a cura del municipio di beni comuni e dei delegati\lavoratori indipendenti
Nel 2012 hai scritto un libro con Massimo Pivetti dal titolo Oltre l'austerità. Ce ne vuoi parlare soffermandoti sui risultati di queste politiche in Italia e in Europa?
Nel 2012 il libro pubblicato on line da Micromega fu una prima testimonianza contro le politiche europee. Naturalmente tutto quello che scrivemmo lì si è avverato soprattutto nei riguardo degli anelli più deboli dell’eurozona, Grecia, Portogallo, Italia. Le cose vanno apparentemente meglio in Spagna al costo di una riforma del mercato del lavoro ancora più feroce di quella italiana in cambio della quale Madrid ha però ottenuto una certa tolleranza per i suoi disavanzi pubblici. Così da anni è concesso a quel Paese di sforare i parametri europei e ciò spiega la sua maggiore crescita. Sospettiamo anche che la finanza internazionale, la Deutsche Bank in primis, abbiano l’ordine di servizio di continuare a finanziare quel Paese così virtuoso. Ciò non è concesso all’Italia, che il capitale tedesco vuole schiacciare distruggendo la nostra industria. La devastazione che l’austerità europea sta imponendo al Paese è enorme. Il pericolo maggiore è l’assuefazione al degrado.

Sei lezioni di economia nascono da un colloquio immaginario con i tuoi studenti, quesiti che scaturiscono dai tuoi corsi universitari come nasce l'idea del libro e come si è sviluppata?
La lettrice (o lettore) immaginario non è necessariamente uno studente. I compagni si rivolgono a me in genere chiamandomi “professore”, e io credo questo sia molto importante. Non per una mera lusinga, ma perché è importante che gli accademici più sensibili siano in mezzo alla gente di buona volontà, e venga da tutti percepito che la conoscenza deve e può essere condivisa. In questo senso il libro ha voluto dimostrare che l’economia può essere compresa da tutti coloro che, al di là di titolo di studio e professione, leggano libri e si informino. Nulla è senza sforzo naturalmente! Il libro cerca di aiutare mostrando che esistono diverse teorie. La percezione delle differenze aiuta la comprensione. Sempre più mi sto ora convincendo, presentando il libro in giro, che il volume proprio perché parte dalle teorie - in relazione ai problemi politici che ci assillano - costituisce un’operazione quanto mai tempestiva nel cercare di ripiantare dei paletti di riferimento per una sinistra smarrita e politicamente ai limiti della scomparsa.

Può elaborare di più questo punto?
Sì. Con la scomparsa del socialismo reale e il transito verso il neoliberismo di gran parte del movimento socialdemocratico (incluso i DS-PD) la sinistra ha smesso di cercare una alternativa di lungo periodo al capitalismo, o anche di medio-termine attraverso un compromesso social-democratico. Ha nei fatti accettato che il mercato sia l’unico game in town. Il punto è che anche la quasi totalità di ciò che rimane della sinistra più radicale ha introiettato il liberismo. Le sue parole d’ordine sono il cosmopolitismo, l’irreversibilità della globalizzazione, la libertà di circolazione del lavoro, la scomparsa dello Stato nazionale come asse politico arrivando all’odio politico per lo Stato tout court in nome della libertà individuale. Questo è liberismo puro! Le radici di questo sono lontane. Storicamente sono due le correnti di pensiero cosmopolitiche: quella liberale e quella marxista. In pratica, tuttavia, il movimento operaio, specie nelle sue frange più sensibili agli avanzamenti concreti nelle condizioni di vita dei lavoratori, ha individuato la sua sfera d’azione nei confini della comunità nazionale, guidando anzi le lotte di liberazione nazionale. Senza naturalmente rinunciare a ideali universalistici, ma mai sacrificando il bene dei propri ceti popolari a ideali astratti. Ubriacata dal liberismo, la sinistra antagonista persegue oggi questi principi astratti. Che poi astratti non sono poiché la connivenza alla /(de facto) libera circolazione del lavoro ha devastato il nostro mercato del lavoro, e mina anche le relazioni sociali (il che vuol dire minare le relazioni di solidarietà alla base, ad esempio, dello Stato Sociale). Dobbiamo rimettere dei paletti.

Parti da un approccio classico-keynesiano in antitesi a quello marginalista o neoclassico che domina libri di testo e i discorsi ufficiali. Oggi ha senso essere keynesiani e qual è l'attualità di Keynes.
In effetti un’altra tragedia della sinistra italiana, a cominciare dal PCI è l’assenza di una conoscenza minimamente profonda dell’economia politica, e in particolare del pensiero critico. Questo dovrebbe essere il suo abc, ma non lo è mai stato, se non in una breve stagione che vide, ad esempio, la fondazione della Facoltà di Economia di Modena da parte di un gruppo di (allora) giovani economisti (che avevano Sraffa e Garegnani come riferimento) in collegamento col movimento sindacale e in particolare i metalmeccanici. Il PCI ha sempre ignorato Keynes e Sraffa. Certo, verso Sraffa v’è sempre stata la deferenza dovuta all’amico di Gramsci, ma quanto a introiettare la sua critica all’economia dominante molto poco o nulla. Sraffa e la ripresa degli economisti classici e di Marx è uno dei paletti che dobbiamo ripiantare. Il libro credo qui svolga una funzione utile. Nelle sue pagine si sottolinea, seguendo la lezione di Leonardo Paggi, come la tradizione comunista fosse un misto di liberismo e stalinismo. Si legga al riguardo il recente volume di Pivetti e Barba (La scomparsa della sinistra, Imprimatur), un altro must se ci si vuole ancora definire di sinistra. Serve Keynes? Certo, la questione è che il capitalismo, con il venir meno della sfida del socialismo reale, e consapevole che la piena occupazione porta indisciplina sociale, non è interessato alle ricette keynesiane. C’è al riguardo un articolo di Michal Kalecki (il Keynes marxista) del 1943 che ogni persona di sinistra dovrebbe aver letto. Ma noi dobbiamo essere interessati a Keynes nella battaglia politica contro il neo-liberismo, pur consapevoli che il capitale non ne vuol sentir parlare. Le politiche keynesiane, pur munizioni essenziali di un governo progressista, non sono inoltre sufficienti in un contesto internazionale anti-keynesiano. Il keynesismo in un Paese solo implica altre misure radicali, che per certi versi vanno verso misure socialiste. Ne dobbiamo aver paura? Solo una sinistra che ha perso i paletti e considera il mercato come l’unico gioco possibile ha queste paure.

La dittatura dell'euro ha radici profonde nei testi classici del pensiero economico. Vuoi parlarcene?
L’euro si basa su una “produzione scientifica” che negli anni ottanta riprese idee vecchie di un secolo (il pesce rosso del libro) sostenendo che la politica monetaria ha effetti solo sui prezzi e non sulla produzione e occupazione (il monetarismo insomma). Si dice che, per questo, la politica monetaria deve essere affidata a banche centrali indipendenti, meglio se straniere, che abbiano come obiettivo il solo controllo dei prezzi. Non è vero, invece, che la politica monetaria non abbia effetti per l’occupazione, come dimostra il quantitative easing di Draghi che cerca di risollevare domanda e occupazione senza la quale perdura la deflazione. Il punto è che senza una politica fiscale espansiva, anzi con la persistenza dell’austerità, la politica monetaria non può far molto. Nel libro cerco di spiegare queste cose in termini accessibili, una lettura utile agli studenti per smentire le assurde chiacchere dei libri di testo, e all’attivista di sinistra per capire i processi di cui vuole essere protagonista.

La sinistra è stata troppo tenera con l'europa di Maastricht e dell'euro, anzi subalterna all'Europa del capitale. Qual è il tuo giudizio?
Che forse dovremmo smetterla di chiamarla sinistra. Sono neoliberisti mascherati da internazionalismo. Dalla gabbia europea è difficile uscire, questo è verissimo. Solo un evento politico ci porterà fuori. Forse dovremmo contribuire a che si verifichi. Ciò detto, la sinistra non la si ricostruisce solo sul no-euro. Per questo basta Salvini. E’ necessario un ripensamento più profondo e ampio. Ma vanno ricostruiti i paletti. Va compreso dove il socialismo reale ha fallito. Va compreso se e come si può riproporre oggi un compromesso socialdemocratico. Va ricostruita la centralità della sovranità costituzionale, vale a dire la libertà per ogni popolo di perseguire gli obiettivi che ritiene giusti senza dittature sovranazionali. Va ricostruita la centralità dello Stato, di uno Stato democratico. Se non si crede a queste cose, non capisco perché si voti NO il 4 dicembre. Dispiace che l’unico quotidiano “di sinistra” mortifichi il dibattito, ospitando un confuso pensiero unico, cosmopolitico e neo-liberista de facto.

Da dove possiamo ripartire per una analisi della realtà non omologata al pensiero unico neoliberista e all'insegna del conflitto?
Abbiamo una montagna di pensiero solido a cui riferirci, nel libro ne offro una selezione. Abbiamo bisogno di studiare, di lottare e di studiare. Dobbiamo riprendere il coraggio intellettuale e politico per non arrenderci all’arretramento di civiltà a cui assistiamo e a cui ci pieghiamo assimilandone l’ideologia – come ho cercato sopra di argomentare. Il capitalismo vince perché abbiamo introiettato l’idea che non vi siano alternative. Serve studiare. Come diceva Marx: “La politica è studio: guai a chi si perde nei vuoti giri di parole… odiare a morte i politicanti da strapazzo e la loro ciarlataneria. Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i pensieri: ciò impone di studiare. Studiare, studiare!” E serve più unità. E’ sconvolgente quanto forze vive della sinistra siano frammentate (penso al sindacalismo di base). C’è troppo settarismo e dogmatismo. Serve una sinistra che pensi, ma anche politicamente pragmatica e che abbia al cuore l’avanzamento sociale e non principi ideologici. Io le battaglie le voglio vincere. La sinistra a cui piace la lotta per la lotta, ché anzi nelle sconfitte si tempra la militanza, non è la mia.