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venerdì 18 gennaio 2013

Voglia di secessione – Ecco perché non è solo una fantasia della destra

di G. Pascal Zachary (da Alternet)
traduzione di Domenico D'Amico

Tutto questo parlare di secessione evidenzia un aspetto esistenziale nascosto, ma non inesistente, dello stato nazione americano: che l'unione è una scelta quanto la separazione.


 Con cadenza regolare molti cittadini si ritrovano a pensare con favore a uno smembramento degli Stati Uniti – patrioti di ogni colore politico che “nel corso degli eventi umani” sono arrivati a ritenere che sia sorta “la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto [a un altro popolo]” [1]

Il nostro è uno di questi periodi, e nonostante le istanze politiche e il momento storico abbiano una loro unicità, uno sguardo a passati episodi di zelo secessionista potrebbe illuminare il presente. Il profluvio di fervore secessionista seguito alle ultime elezioni è solo una fantasticheria passeggera, oppure è l'indicazione di un più profondo, perfino rivoluzionario, cambiamento del contesto politico americano?

martedì 18 dicembre 2012

Pronti a bombardare Siria e Iran

di Tonino D'Orazio  

Non tanto per le provocazioni occidentali con l’aiuto di Erdogan, il turco, ma perché si sta ripetendo per la terza volta un copione già conosciuto. Prima arrivano i servizi segreti e militari americani, inglesi e francesi, poi l’armamento pesante e le bombe per una nuova “rivoluzione“ o primavera islamica.
Un furto ben organizzato e mediaticamente spianato per la condivisione.
Appena Saddam chiese che il suo petrolio fosse pagato in euro e non più in dollari, il paese fu distrutto, occupato e il petrolio sequestrato.
Appena Ghedaffi ha chiesto che il suo petrolio fosse pagato in euro il suo paese è stato distrutto e occupato in nome delle nostre libertà estremamente democratiche e popolari di libero mercato che permette l’arricchimento di tutti. Popolo libero e petrolio sequestrato. Non si può avere tutto.
Ora il problema diventa più complicato.
In ogni continente sono nati dei giganti. Il Brasile in America del sud, insieme all'UNASUR (Unione delle Nazioni dell'America del Sud); la Cina e l’India in Asia, la Russia e i suoi satelliti (che cerchiamo di strappare alle nostre meravigliose ideologie liberiste) in Europa, il Sud Africa e la Cina in Africa.
Da alcuni mesi i famosi paesi del Brics (Brasile,Russia,India,Cina e Sud Africa) hanno costituito un loro “serpente monetario” per gli scambi commerciali tra loro, non utilizzando quindi il dollaro.
La guerra del dollaro contro i paesi emergenti e in forte sviluppo, non sfugge più a nessuno almeno a chi vuole capire veramente, passa attraverso la riduzione del forte potere attrattivo dell’euro. La borghesia europea medio alta ha scelto: meglio abbassare l’euro, terzo potente incomodo, e schierarsi con un dollaro e una politica neoliberista per il momento vincente e male che vada militarmente forte. La colonia europea, con in bocca sempre roboanti parole sulla democrazia, retta dalle destre in 23 paesi su 27, ha scelto il velenoso ombrello del grande fratello americano. Si è schierato con il dollaro perdente a breve termine.
Però adesso è successo il terzo fatto grave: la Cina snobba il dollaro e paga il petrolio iraniano in yuan, approfittando tra l’altro dello stupido, commercialmente parlando, embargo europeo (più che americano) sull’Iran.
Si può dire che è l’inizio di un nuovo ordine mondiale. Se Bretton Woods è stata per circa 30 anni (dal 1944 al 1971) il simbolo del nuovo ordine mondiale al termine della seconda guerra mondiale, dopo il 1971 il presidente Richard Nixon decise di interrompere la convertibilità del dollaro in oro, rimanendo il dollaro unica misura internazionale.
Oggi l'attuale isola di Kish. (situata a sud dell'Iran, nel Golfo Persico) potrebbe divenire il simbolo di un nuovo ordine mondiale.
Nel luglio 2011 il ministro del Petrolio ad interim iraniano ha inaugurato in questa piccola isola (20.000 abitanti) la prima Borsa al mondo dove è possibile acquistare e vendere petrolio senza avere un dollaro.
Di fatto, la prima superpotenza del pianeta, (ormai solo militare), questo nonostante un debito pubblico e un deficit elevatissimi, rischiano di perdere il metro di misura che allungavano e restringevano a piacimento: il dollaro. Perdere questo non se lo possono permettere nemmeno loro. Il loro stesso strapotere finanziario in fondo è di carta.
Non c’è due senza tre, rimane la guerra. I muscoli. Ma ormai i “nemici” sono troppo potenti.
La Cina ha comunicato che dal 6 settembre ha iniziato a compravendere petrolio in yuan (senza passare dal dollaro) per le forniture provenienti dalla Russia, e ciò in base a scambi nuovi con relativa certezza negli accordi del loro nuovo “serpente monetario”. Già da giugno alcune forniture giapponesi sono state pagate in yuan dalla Cina, sgretolando il potente accordo commerciale tra Stati Uniti e Giappone, quest’ultimo in gravi difficoltà economiche e strutturali di produzione, con un debito pubblico altissimo e alle prese con i disastri e le ultime difficoltà energetiche.
E’ ormai la Cina è il più grande acquirente di materie prime al mondo e potrebbe quindi in contropartita pagare in yuan, o in beni e servizi come sta avvenendo in tutta l’Africa. Tanto che il Sud Africa è stato quasi costretto ad aderire al Brics, pena l’essere soppiantato nel suo continente dove la faceva da padrone.
Non è finita, ma gli Stati Uniti, forti del cappio del FMI, sottovalutano l'ALBA, l’Alleanza Boliviana per le Americhe, che possiede anche una sua propria valuta, il SUCRE, che permette un commercio tra gli stati membri indipendentemente dal dollaro americano.
La miccia della prossima guerra potrebbe quindi essere la Siria. Israele, poverino, potenza nucleare fuori controllo internazionale, genocida e spesso fuori di testa, sta riscaldando i muscoli da parecchi mesi. Meno male che i possedimenti biblici non arrivavano fino al Tigri, all’Eufrate o al Tevere. Grave pecca nella loro motivazione politica espansionistica.
Erdogan non vede l’ora di avere la copertura della Nato, quell’organizzazione atlantica che ormai scorazza geograficamente dove gli pare, e comunque la Siria è un paese Mediterraneo.
E noi non potremo non dare loro man forte come per l’ex Iugoslavia e la Libia. Manca ancora l’appoggio della servile ONU, ma vedrete che non troveranno difficoltà sui cavilli.
Siamo pronti alla guerra, con un ministro della “Difesa”, un generale bombardarolo? Ci sarà la benedizione del garante costituzionale dell’art. 11 il grigio Napolitano? Ma certamente, non siamo più un paese di pace, e, se ricordo bene, da quando gli ex comunisti sono andati al governo.

venerdì 10 agosto 2012

"La vera bestemmia":Slavoj Žižek sulle Pussy Riot



Le componenti delle Pussy Riot (la Rivolta della figa) accusate di blasfemia e di odio verso la religione? La risposta è semplice: la vera bestemmia è l’accusa dello stato in quanto tale configurando come reato di vilipendio della religione qualcosa che era chiaramente un atto politico di protesta contro la cricca dominante. Ricordiamo la vecchia battuta di Brecht tratta dall’Opera da tre soldi: “Cos’è la rapina di una banca rispetto alla fondazione di una nuova banca?”  Nel 2008, Wall Street ci ha dato la nuova versione: Cos’è è il furto di un paio di migliaia di dollari , per cui si va dritti in prigione, rispetto alle speculazioni finanziarie che privano decine di milioni di persone delle loro case e dei loro risparmi, e vengono poi ricompensate con aiuti di stato di grandezza sublime? Ora, abbiamo avuto un’altra versione dalla Russia, dal potere dello stato: Che cosa è una modesta provocazione oscena delle Pussy Riot in una chiesa rispetto all’ accusa contro Pussy Riot, questa gigantesca provocazione oscena dell’apparato statale, che irride ogni nozione di rispetto della  legge e dell’ordine?”
L’azione delle Pussy Riot era cinica? Ci sono due tipi di cinismo: il  cinismo amaro degli oppressi che smaschera l’ipocrisia di chi detiene il potere e il cinismo degli stessi oppressori che violano apertamente i  principi che  proclamano. Il cinismo delle Pussy Riot è del primo tipo, mentre il cinismo di chi è al potere – perché non chiamare la loro brutalità autoritaria un Prick Riot (Rivolta del cazzo) – appartiene al secondo genere, molto più inquietante.
Già nel 1905, Leon Trotsky definì la Russia zarista come “una combinazione viziosa della frusta asiatica e del mercato azionario europeo.” Questa definizione non vale forse ancora di più per la Russia di oggi? Non annuncia la nascita della nuova fase del capitalismo, il capitalismo con i valori asiatici (che, naturalmente, non ha nulla a che fare con l’Asia e tutto a che fare con le tendenze antidemocratiche del capitalismo globale di oggi).  Se intendiamo per cinismo il pragmatismo spietato del potere, che deride in segreto i propri principi, allora le Pussy Riot sono l’incarnazione dell’anti-cinismo. Il loro messaggio è questo: LE IDEE CONTANO. Si tratta di artiste concettuali nel senso più nobile della parola: artisti che incarnano un’Idea. Questo è il motivo per il quale indossano i passamontagna: maschere di de-individualizzazione, di anonimato liberatorio. Il messaggio dei loro passamontagna è che non importa chi di loro è stata arrestata – non sono persone, sono un’Idea. Ed è per questo che sono una minaccia: è facile imprigionare gli individui, ma provate a imprigionare un’Idea!
Il panico di chi detiene il potere – rivelato  dalla loro reazione brutale, ridicolmente eccessiva- è quindi pienamente giustificato. Più agiscono brutalmente, più le Pussy Riot diventeranno un importante simbolo. Già ora il risultato delle misure oppressive è che le Pussy Riot sono un nome familiare letteralmente in tutto il mondo.
È il sacro dovere di tutti noi evitare che le coraggiose persone che compongono le Pussy Riot  non debbano pagare sulla loro pelle il prezzo del loro diventare un simbolo globale.
Slavoj Žižek

pussy riot

Maria Alyokhina: “La nostra protesta ha sollevato la questione della fusione della Chiesa ortodossa russa e dei servizi di sicurezza” http://chtodelat.wordpress.com/2012/08/08/alyokhina/
P.S.: un punto di vista opposto a quello di Zizek è quello esposto su Counterpunch da Mike Whitney. Francamente lo ritengo poco condivisibile perchè confonde i piani di realtà. Il fatto che gli USA vogliano liberarsi di un Putin che ha reso la Russia di nuovo indipendente sul piano internazionale non implica che si possa ritenere tollerabile la repressione del dissenso. Chi in Russia critica Putin sarebbe di per sè un “utile idiota” che fa il gioco dell’imperialismo americano. Una logica che non mi ha mai convinto e che porta a volte a conclusioni orrende. E’ sicuramente vero che ci sono manovre occidentali per favorire “rivoluzioni arancioni” e sostenere l’opposizione liberal-liberista in Russia. Ma la situazione è assai complessa perchè il principale partito di opposizione rimane quello comunista di Ziuganov e vi sono movimenti di sinistra radicale lontani sia da qualsiasi nostalgia per il socialismo reale che dal neoliberismo filo-occidentale. Lo testimonia lo stesso sito da cui ho tratto il testo di Zizek. Come ha segnalato un autorevole studioso dell’URSS americano Stephen Cohen la maniera con cui i media occidentali hanno raccontato la Russia negli ultimi venti anni è piuttosto falsata. Comunque la si pensi su quel che accade in Russia in questo momento cinque mesi di carcerazione preventiva e il rischio di una condanna a 3 anni per una performance in una chiesa sono davvero troppi. Lo stesso Putin si è accorto che il sistema giudiziario russo forse ha esagerato. Il diritto al dissenso va difeso ovunque e ampliare gli spazi di libertà di espressione è sempre positivo. Contrapporre poi i casi di Bradley Manning e Julian Assange a quello delle Pussy Riot mi sembra insensato. Casomai c’è da segnalare che le ragazze punk fanno più notizia della repressione dei lavoratori che non si fila nessuno, come ci fanno notare proprio sul sito dei compagni delle Pussy Riot: Support Pussy Riot by all means. But support the Kazakh oil workers too.

giovedì 9 agosto 2012

L'agitazione della figa riottosa

di Mike Whitney da ComeDonChisciotte via counterpunch
 
A marzo di quest’anno, tre ragazze dalla banda femminista punk-rock Pussy Riot  sono state arrestate con l'accusa di "atti di teppismo motivato da odio religioso o di ostilità" per aver  messo in scena una performance non autorizzata e profana nella Chiesa del Cristo Salvatore di Mosca.

Le tre donne  arrestate - Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Ekaterina Samutsevitch- dicono  che la loro azione non aveva lo scopo di mettere in ridicolo la chiesa o di irridere i credenti, ma di voler attirare l'attenzione sulla repressione politica che esiste sotto la presidenza russa di  Vladimir Putin.

"Non volevamo offendere nessuno ... Le nostre motivazioni erano esclusivamente politiche", ha detto la Tolokonnikova. Il processo alle tre ragazze avviene a Mosca, dove un verdetto è atteso da un giorno all’altro. L'accusa chiede una condanna a tre anni in un carcere di minima sicurezza.

Il processo ha attirato l'attenzione di tutto il mondo e una serie di celebrità, tra cui Sting, Madonna e Danny Devito hanno parlato per conto delle imputate.   Ecco un estratto di un articolo della Reuters apparso Martedì mattina: 
"Lunedì la pop-singer Madonna ha chiesto alla Russia di non incarcerare le tre Pussy Riot per la loro protesta in una chiesa, mentre l'ex tycoon del petrolio Mikhail Khodorkovsky , dal carcere dove si trova, ha paragonato questo processo  ad una inquisizione medievale ". (Reuters)
È interessante notare cheil parere di Khodorkovsky  è stato inserito tra il  gran numero di articoli scritti su questo incidente, cosa  che suggerisce che la copertura dei media faccia parte di un programma ben più ampio,  per screditare Putin. Ricordiamoci che  "Nel mese di ottobre 2003, Khodorkovsky fu arrestato, portato a Mosca con l'accusa di vari reati di frode per evasione fiscale." E,  a maggio, 2005  i giudici hanno riconosciuto Khodorkovsky e Platon Lebedev colpevoli di sei capi d'accusa tra cui l'evasione fiscale e sono stati condannati a nove anni di carcere ciascuno.(BBC)
L'idea che un oligarca, calcolatore come Khodorkovsky  sia una vittima innocente di una caccia alle streghe è una sciocchezza politica fasulla propagandata dai media occidentali. Putin l’ha sintetizzata meglio quando ha detto: "Un ladro deve stare in carcere". Allora, che sta succedendo  veramente qui? Perché la Reuters usa una citazione di Khodorkovsky, un criminale condannato, come titolo per difendere una   banda punk-rock ?   
Immaginate se Tony Hayward, della BP, fosse stato buttato in galera per aver inquinato  il Golfo del Messico. Questo fatto lo qualificherebbe come esperto del sistema giudiziario americano?  Allora la Reuters dovrebbe consultare Hayward anche sulle violazioni dei diritti civili?
 Riusciamo a vedere quanto tutto ciò sia stupido?
 Ha senso solo se i media sono parte di una più grande strategia segreta per attaccare Putin. E direi, dopo aver letto almeno trenta  articoli sull'incidente alla chiesa del  Cristo Salvatore di Mosca, che è esattamente quello che sta succedendo.
Non si tratta di Pussy Riot e della loro traversia legale, né di femminismo o di libertà di parola.
 Sono  tutte manovre politiche per mettere Putin in cattiva luce. Questo è tutto.
Basta dare un'occhiata a Google News. Fino a Lunedi scorso, c'erano 2.453 articoli su Riot Pussy, e tutti in lode delle ragazze coraggiose che si sono messe contro Vladimir il Terribile e rischiano per questo sette anni . In pratica questo è il succo della storia. Si ripetono sempre le stesse cose noiose: "Pussy buone - Putin cattivo".
 Ora non sarebbe bene pensare che in un paese di religiosi-fanatici come gli Stati Uniti,  almeno un paio di giornalisti avrebbero difeso la posizione della chiesa o avrebbero dovuto trovare una colpa in quello che hanno fatto le ragazze?  Certamente, ma non ho trovato nessun articolo di questo genere, motivo per cui la copertura mediatica “puzza”.
Allora, facciamo un piccolo esperimento e scaviamo un po' più a fondo su  questo argomento :  Supponiamo che un banda punk-rock di ragazze faccia irruzione nella Cattedrale di St Patrick o in una Sinagoga ebraica nel centro di Manhattan e requisisca  l'altare per fare una performance rauca e blasfema che deride i credenti  e anche  Barack Obama.
I media le darebbero un appoggio come hanno fatto con Riot Pussy?
 No di certo. L'idea è assurda, giusto?  

Allora, dove è la differenza ? 
E’ Putin la differenza.
I media stanno a caccia di Putin.  E -un'altra cosa – in America  le ragazze sarebbero state scortate come lo sono state premurosamente  a Mosca o le avrebbero colpite con il taser, con spruzzi di  pepe, bastonate e trascinate in catene da un piccolo esercito della polizia di NY ?
Tutti conoscono la risposta esatta.
Oggi probabilmente sarebbero tutte ancora in ospedale. Non si scherza con NYPD! Ai media non piace segnalare le violazioni delle libertà civili in patria.   Preferiscono puntare il dito contro gli altri.
Ecco perché ci sono  2500 articoli che difendono le povere  Pussy Riot abusate ma non c’è una parola su Bradley Manning, Julien Assange o sulle migliaia di manifestanti di Occupy che sono stati gasati, presi a pugni e incarcerati durante le proteste dello scorso anno.
Le idee di queste persone non appaiono in prima pagina né come campioni dei diritti civili, come Khodorkovsky,  perché non sono ricchi e potenti e non hanno un servizio di propaganda per difendersi.  Sono invisibili. A proposito, avete mai sentito se le Pussy Riot, le tre stelle nascenti,  sono state sbarcate fuori da un penitenziario in una remota isola dove sono arrivate su una lancia o se sono state tenute sveglie per settimane ascoltando musica a pieno volume o spogliate e lasciate nude in una cella frigorifera, o alimentate a forza con un tubo di plastica spinto verso l'alto senza anestesia, e costrette a rannicchiarsi in ginocchio per  dodici ore di fila?
 Avete sentito parlare di questo?  Naturalmente, no.  Perché il "tiranno" Putin non tortura la gente che ha arrestato.
 Solo gli Stati Uniti trattano i loro prigionieri in questo modo,  e questa è un'altra ragione per cui i media devono parlare tanto di questa storia delle Pussy.  Dovrebbero parlare del trattamento terribile che subiscono i prigionieri in custodia statunitense, non tirare pietre contro Putin.  E questo vale il doppio per i procedimenti legali.
Che cosa hanno da criticare i giornalisti americani sul cosiddetto "processo spettacolo"  di Mosca, quando dei sospetti terroristi incarcerati a  Guantanamo non c’è nessuna prova?   Ci avete pensato?
A Guantanamo non hanno nessun  diritto , non hanno diritto a comparire davanti a un giudice, non hanno diritto ad una giuria di loro pari, non hanno diritto di dimostrare la propria innocenza.                                    Zero libertà nella "terra degli uomini liberi".
Ma i giornalisti ben informati che seguono il processo Pussy non  pensano  che vale la pena di parlarne nemmeno per un  paragone.  Non è che vi sembrerà un po' strano?
Ora  c’è una clip di Spencer Ackerman per la rivista Foreign Policy: 
 
"Pussy Riot  è - per prendere in prestito le parole di Clash per un secondo - l'unica band che conta.   Quello che decideranno i giudici quasi non ha importanza.  Le tre ragazze di Pussy Riot  - un  esplosivo, odioso incrocio tra una band  e un gruppo di dissidenti russi anonimi - hanno, in un certo senso, già vinto il loro processo farsa  a Mosca. Ogni giorno che va avanti il loro processo per "atti di teppismo motivato da odio religioso", richiamano l'attenzione internazionale per la repressione paranoica nella Russia di Vladimir Putin. "
 ...Le tre ragazze non hanno fatto solo vergognare  Putin e incriminato il suo gangsterismo, ma hanno svincolato lel aspirazioni di una cultura di protesta globale. " (" Il  Punk è  di nuovo una minaccia " -Spencer Ackerman, Politica Estera).
Urrà per le "Pussy Riot" !       Boo per  "Vladimir Putin"!
Mai letto tante stupidaggini tutte insieme ?   Le Pussy  Riot  non sono Martin Luther King. (Mi dispiace darti la notizia, Spence.) Sono "utili idioti" in uno schema per buttare fango contro Putin.
Sapevate che Putin è probabilmente il leader politico più popolare nel mondo di oggi?  E 'vero. Ha appena conseguito una schiacciante vittoria nelle elezioni presidenziali facendo un pieno del 63,6 % di voti, più di ogni presidente americano nella storia recente.  E, a differenza delle elezioni negli USA, le schede non sono state conteggiate da macchine di proprietà dei “corporate”  delle quali i proprietari possiedono un codice che non permette nessuna indagine pubblica sui risultati.
No, quella era una vera e propria elezione, dove persone di carne e sangue hanno votato e le loro schede sono state contate veramente.
Secondo Russia Today:  "L'organizzazione complessiva del processo elettorale e tutto  il sistema di monitoraggio hanno avuto un feedback positivo da parte della maggior parte degli osservatori indipendenti russi e internazionali." 
 
 
 Naturalmente, i media statunitensi sostengono che il voto è stato truccato, ma questo perché l’uva è troppo alta.
La verità è che Putin è preso a calci in culo. Ma questo che cosa prova?  Dimostra che il popolo russo è troppo ingenuo o che i media occidentali diffondendo solo notizie false.
Allora, qual è quella buona?
Anche le elezioni dimostrano che la maggior parte dei russi non condividono le  opinioni delle Pussy Riot su Putin. La maggior parte delle persone non vuole  "far fare i bagagli a Putin ", come hanno detto le ragazze nella loro cosiddetta "preghiera di protesta". E questo è comprensibile, anche perché Putin ha fatto aumentare  il tenore di vita alla maggior parte dei russi. Ha ridotto la povertà,  l'alfabetizzazione è migliorata, e ha ridotto della metà il numero di persone che vivono in estrema povertà.
La vita è meglio sotto Putin.   Non perfetta, ma migliore ...  a meno che tu non sia un oligarca del petrolio, allora no.

Poi le cose sono abbastanza tristi. I media si sono ostinati  contro Putin da qualche tempo, da quando cioè ha contestato l'idea di un  mondo che dovrebbe essere controllato da "un solo centro di autorità". (In un discorso a Monaco nel febbraio 2007).
Ai pezzi grossi di Washington non piace questo genere di discorsi.  Li turba perché  a loro non piace il modo in cui Putin critica la politica estera americana.  Ecco perché hanno mandato i loro giornalisti - cani da attacco -  a incriminare Putin come un "delinquente della KGB" o un "despota autocratico", perché vogliono rimetterlo al posto suo.
Ciò che Washington vuole veramente è un cambiamento di regime. Vogliono un fantoccio simile a Karzai per sostituire Putin in modo che possano mettere le mani  (sporche) su tutto il favoloso petrolio e gas naturale.
Questo è quello che vuole veramente. Pussy Riot è solo un altro passo lungo il percorso.

Mike Whitney vive nello stato di Washington. E 'un collaboratore di Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion.. Può essere raggiunto a fergiewhitney@msn.com

domenica 10 giugno 2012

Contrastare l'Iran, "proteggere Israele": la vera ragione della guerra americana


Michel Chossudovsky da Globalresearch via ComeDonChisciotte


Il Segretario di Stato Hillary Clinton sollecita un intervento militare umanitario R2P in Siria per contenere le atrocità ordinate dal governo del presidente Bashar Al Assad. Con una logica perversa Clinton riconosce che mentre le “forze d’opposizione” sono integrate con i terroristi affiliati ad Al Qaeda, qui è il governo che viene ritenuto responsabile degli attuali massacri dei civili, ma senza traccia di una prova certa.

E’ largamente documentato che queste atroci uccisioni sono commesse da mercenari e miliziani stranieri sostenuti e armati dall’alleanza militare occidentale.

Le uccisioni fanno deliberatamente parte di un diabolico piano segreto. Si dà la colpa al nemico per i massacri che ne derivano. L’obiettivo è di giustificare un piano militare su basi umanitarie.

In gergo militare statunitense, viene definito un “evento produttore di massacri significativi”, le cui origini storiche risalgono all’ “Operazione Northwoods”, un infame piano del Pentagono del 1962 che provocò uccisioni di civili nella comunità cubana di Miami, allo scopo di giustificare una guerra in Cuba. (vedi Michel Chosudovski, SYRIA: uccisioni di civili innocenti come parte di un’operazione segreta USA che mobiliti il sostegno internazionale per una Guerra R2P contro la Siria, Global Research, 30 Maggio 2012).

Chiamata in codice Operazione Northwoods, i piani prevedevano l’ uccisione di emigrati cubani, l’affondamento di navi di rifugiati cubani in alto mare, il dirottamento di aerei, l’esplosione di una nave statunitense e persino l’organizzazione di violenti atti di terrorismo in città americane.

Tali piani furono messi a punto per “confondere l’opinione pubblica degli americani e quella della comunità internazionale per promuovere una guerra per destituire il leader comunista cubano di quei tempi, Fidel Castro.”(I militari statunitensi volevano provocare la guerra con Cuba – Abc News). Questo documento segreto del Pentagono è stato declassato e può essere liberamente consultato (vedi Operation Northwoods, vedi anche National Security Archive, 30 aprile 2011).


Nella logica dell’Operazione Northwoods, le uccisioni in Siria vengono compiute per “creare un’utile ondata d’indignazione da parte dell’opinione pubblica e favorire un’operazione militare USA-Nato R2P contro la Siria. “La comunità internazionale non starà lì ferma a guardare” ha detto il Segretario di Stato Hillary Clinton.

Dietro questo slancio d’interesse umanitario da parte della “comunità internazionale” cosa si cela? C’e’ l’America che viene a salvare il popolo siriano? Qual è il vero motivo della guerra americana in Siria?

Questa domanda viene posta in un editoriale di James P. Rubin, un capo editore di Bloomberg ed ex funzionario del dipartimento di Stato dell’Amministrazione Clinton. L’articolo appare nel mensile Foreign Policy Magazine di giugno con un titolo piuttosto diretto: “Il vero motivo per intervenire in Siria” .

Stranamente, la “risposta alla domanda”, cioè “la vera ragione”, è data dal sottotitolo dell’articolo: “Tagliare i collegamenti dell’Iran con il Mar Mediterraneo è una conquista strategica che vale il rischio”.

Il sottotitolo dovrebbe far svanire – agli occhi del lettore – l’illusione che la politica estera statunitense abbia un “mandato umanitario” sottinteso. Documenti del Pentagono e del dipartimento di Stato statunitensi e altri rapporti indipendenti confermano che l’azione militare contro la Siria viene caldeggiata da Washington e Tel Aviv da più di vent’anni.

Colpire l’Iran, “proteggere Israele”


Secondo James P. Rubin, i piani di Guerra in Siria sono strettamente legati a quelli in Iran. Sono parte della stessa agenda militare Stati-Uniti / Israele che prevede d’indebolire l’Iran allo scopo di proteggere Israele. Quest’ultimo obiettivo dovrebbe essere raggiunto attraverso un attacco preventivo contro l’Iran: “Non ci limiteremo a un attacco israeliano all’Iran” dice James P. Rubin.

Secondo Clifford D. May, presidente della Fondazione per la Difesa delle Democrazie (“un istituto di politica concentrato su terrorismo e Islamismo”), l’interesse umanitario non è l’obiettivo principale ma piuttosto uno strumento per un altro scopo: “Se la Lega Araba non si mobilita dopo I massacri di donne e bambini siriani (essendo il loro sguardo rabbioso concentrato da sempre solo su Israele) e se l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica se ne frega se I musulmani uccidono altri musulmani, perché noi Americani dovremmo spendere una sola goccia di sudore?” …Perché la Siria, sotto la dittatura di Assad, è il più importante alleato e la principale ricchezza dell’Iran. E l’Iran è l’unica più importante minaccia strategica per gli Stati Uniti – giù le mani.” (Vedi National Review , 30 Maggio 2012).

Il tracciato militare che porta a Teheran passa per Damasco. L’obiettivo nascosto dell’ingerenza sponsorizzata USA-Nato-Israele in Siria mira a destabilizzare la Siria come stato-nazione e minare l’influenza dell’Iran nell’area (incluso il suo sostegno al movimento per la liberazione della Palestina e agli Hezbollah). Altro obiettivo nascosto è di eliminare qualsiasi forma di resistenza allo Stato Sionista.
Ecco dove entra in gioco la Siria, dice James P, Rubin. E’ il collegamento strategico tra la Repubblica Islamica e il regime di Assad che permette all’Iran di minacciare la sicurezza d’Israele. Nel corso di tre decenni di ostilità tra Iran e Israele non è mai avvenuto uno scontro militare diretto – ma attraverso gli Hezbollah, appoggiati e addestrati dall’Iran attraverso la Siria – la Repubblica Islamica ha dimostrato di poter minacciare seriamente gli interessi di sicurezza dell’Israele.

Il crollo del regime di Assad minerebbe le basi di questa pericolosa alleanza. Il Ministro della Difesa Ehud Barak, il personaggio politico israeliano che ha più voce in capitolo in questa materia, ha detto recentemente a Christiane Amanpour di CNN che la caduta del regime di Assad sarà un colpo definitivo all’asse radicale, un colpo definitivo all’Iran …è l’unico avamposto dell’influenza iraniana nel mondo arabo….e indebolirà fortemente sia gli Hezbollah in Libano e Hamas e la Jihad islamica a Gaza.” ( The Real Reason to Intervene in Syria – di James P. Rubin – di Politica Estera, 2 Giugno 2012).


I piani di Guerra USA-Israele in Siria


Rubin espone candidamente il progetto d’intervento militare USA in Siria che verrà eseguito in stretta connessione con Israele. Una soluzione diplomatica non funzionerebbe né tantomeno semplici sanzioni economiche: “solo la minaccia dell’uso della forza potrà cambiare le posizioni di Assad” dice Rubin.
"L’amministrazione statunitense del Presidente Obama è stata comprensibilmente accorta nel non intraprendere operazioni aeree in Siria (come invece ha fatto in Libia) per tre principali motivi. Diversamente dalle forze d’opposizione in Libia, i ribelli siriani non sono uniti e non hanno controllo su un determinato territorio. La Lega Araba non ha chiesto per la Siria un intervento militare esterno come invece è avvenuto per la Libia. E i Russi, protettori di vecchia data del regime di Assad, ne sono fortemente contrari. (Ibid).


Il primo passo di Washington – secondo James P. Rubin - dovrebbe essere quello di operare insieme ai “suoi alleati”, gli emirati arabi Qatar, Arabia Saudita e Turchia, per organizzare, addestrare e armare i ribelli siriani.

Questo “primo passo” è stato già compiuto. E’ avvenuto proprio ai primi scoppi insurrezionisti nel Marzo 2012. Gli USA e I suoi alleati hanno attivamente sostenuto per più di un anno i terroristi del FSA (Esercito Siriano Indipendente). L’organizzazione e l’addestramento consistevano nello spiegamento di terroristi affiliati Salafist e Al Qaeda, in parallelo con incursioni in Siria da parte di forze speciali di Francia, U.K., Qatar e Turchia. I mercenari sponsorizzati da USA-Nato vengono reclutati e addestrati in Arabia Saudita e in Qatar.

Un percorso alternativo alle Nazioni Unite


Il “secondo passo” suggerito da Rubin è quello di “assicurare il sostegno internazionale per un’azione aerea coalizzata” al di fuori del mandato ONU. “La Russia non sosterrà mai un’azione simile, quindi non c’e’ alcun motivo nell’operare attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Dice Rubin. L’operazione aerea contemplata da Rubin è un vero e proprio scenario di guerra aperta, simile ai raid aerei della Nato in Libia.

Rubin non sta esprimendo un’opinione personale sul ruolo delle Nazioni Unite. L’opzione di scavalcare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è già stata appoggiata da Washington. La violazione delle leggi internazionali non sembra essere un problema. L’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite Susan Rice ha confermato nel Maggio scorso e senza mezzi termini che "il peggiore e purtroppo probabile scenario in Siria è l’opzione di “agire al di fuori dell’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’ONU”.
“In assenza di entrambe queste due ipotesi, mi sembra che ci sia un’unica alternativa ed è lo scenario peggiore e anche quello più probabile: l’escalation di violenza, la diffusione e l’intensificazione del conflitto, il raggiungimento di un più alto grado di allerta…L’unità del Consiglio si spaccherebbe, il piano di Annan sarebbe finito e i membri di questo Consiglio e della comunità internazionale verrebbero lasciati senza altre opzioni se non quella di scegliere se agire o no al di fuori del piano di Annan e dell’autorità di questo Consiglio.” Actions outside UN Security Council Likely in Syria - Rice | World | RIA Novosti , 31 maggio 2012


Rubin sottolinea inoltre la “riluttanza di alcuni stati Europei a partecipare a un’operazione aerea contro la Siria”. “Quest’azione militare dovrà essere una perfetta combinazione di paesi occidentali e mediorientali. Considerando l’estremo isolamento della Siria all’interno della Lega Araba, sarà possibile ottenere un grande appoggio da parte di molti stati Arabi, capeggiati da Arabia Saudita e Turchia. La leadership da parte degli Stati Uniti è indispensabile, poiché la maggior parte dei paesi chiave parteciperà solo a condizione che gli Stati Uniti conducano il gioco.

L’articolo parla di un continuo rifornimento di armi al FSA (Esercito Siriano Indipendente) e dell’esecuzione di raid aerei contro la Siria. Non si parla di azioni di terra, la campagna aerea verrebbe usata – come per la Libia – per sostenere l’esercito terrestre del FSA integrati da mercenari e brigate affiliate ad Al Qaeda.
"Se si debba creare soltanto una zona di spazio aereo interdetto che tenga a terra gli aerei e gli elicotteri del regime o effettuare veri e propri attacchi aria-terra sui carrarmati e sull’artiglieria siriana, è una cosa da pianificare militarmente al più presto…”

Il punto centrale è che finché Washington resta ferma nell’intenzione di non utilizzare truppe di terra statunitensi, come in Kosovo e in Libia, il prezzo per gli Stati Uniti sarà molto limitato. Forse la vittoria non giungerà così rapidamente o facilmente, ma verrà. E il premio sarà non indifferente. L’Iran verrebbe strategicamente isolato, incapace di esercitare più alcuna influenza nel Medio Oriente. Il regime in Siria a quel punto sarebbe costretto a guardare a Washington come a un amico, più che a un nemico. Gli Stati Uniti guadagnerebbero un ulteriore forte riconoscimento come difensori del popolo nel mondo arabo, al contrario dei regimi corrotti.” (Rubin).

Mentre la partecipazione d’Israele nelle operazioni militari non è menzionata, il fervore delle parole di Rubin fa trasparire un’attiva cooperazione tra Washington e Tel Aviv per le questioni militari e d’ intelligence, compresa la conduzione di operazioni segrete di supporto ai ribelli. Questo coordinamento avverrebbe anche nel contesto dell’accordo di cooperazione bilaterale militare/intelligence tra Israele e Turchia.


"Soccorrere la gente della Siria” sotto un falso mandato umanitario R2P mira a destabilizzare la Siria, indebolire l’Iran e permettere a Israele di esercitare un maggiore controllo politico sui paesi Arabi confinanti, inclusi Libano e Siria.

Una guerra in Siria significherebbe guerra in Palestina: indebolirebbe il movimento di resistenza nei territori occupati, rafforzerebbe l’ambizione del governo Netanyahu di creare una “Grande Israele”, iniziando con l’annessione forzata dei territori palestinesi:
"Con la Repubblica Islamica privata del suo passaggio per il mondo arabo, diminuirebbe la necessità di un attacco a sorpresa da parte d’Israele sulle installazioni nucleari”. Un nuovo regime in Siria potrebbe addirittura far ripartire le trattative di pace da tempo congelate riguardanti le Alture del Golan. In Libano, gli Hezbollah verrebbero separati dal loro sponsor iraniano, poiché la Siria non sarebbe più un luogo di transito per l’addestramento, l’assistenza e i missili iraniani. Tutti questi benefici strategici uniti all’intento morale di salvare decine di migliaia di civili dal massacro da parte del regime Siriano...fanno dell’intervento in Siria un rischio calcolato, pur sempre un rischio ma che vale la pena correre”. (Rubin).


Guerre criminali nel nome dei diritti umani. Ciò di cui abbiamo bisogno veramente è di un “Cambio di Regime” negli Stati Uniti e…in Israele.  



martedì 8 maggio 2012

Produttori contro rentier: la lezione che viene dalla Grecia


Daniele Scalea da geopolitica-rivista

Le prime pagine dei giornali sono per la Francia, dove Nicolas Sarkozy ha perso la presidenza dal rivale socialista François Hollande, ma il vero terremoto politico che avrà conseguenze internazionali è avvenuto altrove, in Grecia.
È comprensibile che i più in Italia guardino con malcelata soddisfazione alla caduta di Sarkozy (a dire il vero con uno scarto di voti meno ampio delle previsioni). Il presidente d’origini ebraico-magiare, con la sua eccentrica politica di puissance, non ha esitato a passare sopra gl’interessi della vicina e teoricamente alleata Italia, complice anche la disarmante arrendevolezza del nostro passato governo. Sarkozy, anche laddove ha occasionalmente allentato il tradizionale fronte con Berlino, ha fatto asse con Londra, senza mai dare troppo rilievo politico a Roma, ma mostrando di considerare l’intero Mediterraneo come “territorio di conquista” per la Francia.
Dopo il fallimento dell’iniziativa dell’Unione Mediterranea e la caduta del fido Ben Alì in Tunisia, Parigi ha voluto recuperare terreno spingendo sull’acceleratore del cambiamento di regime in Libia. A dispetto del fatto che il governo di Tripoli avesse siglato un Trattato d’Amicizia e Cooperazione con l’Italia, la Francia non ha esitato a sostenere, e probabilmente fomentare, la rivolta della Cirenaica e di alcune tribù e componenti politiche della società libiche, giungendo alfine ad imporre, contro la volontà di Roma, un intervento armato decisivo per rovesciare il regime del colonnello Gaddafi. Ma dell’affare libico si è già parlato ampiamente a suo tempo, e non è qui il caso di dilungarsi oltre. Rileviamo solo come il discutibile atteggiamento del governo italiano dell’epoca non solo portò l’Italia ad un repentino mutamento di posizione ed alla violazione del trattato italo-libico contro i suoi stessi interessi, ma anche ad abbandonare ogni resistenza all’acquisizione di Parmalat da parte della francese Lactalis e dell’Edison da parte della EDF. In tal modo, il secondo produttore d’elettricità in Italia (Edison per l’appunto) è passato sotto il pieno controllo d’una società che appartiene al 85% allo Stato francese. L’impatto strategico è evidente.
Più sfumato, ma non meno importante, il peso strategico dell’affare Parmalat. Lactalis controllava già Galbani, Invernizzi, Vallelata, Locatelli, Président, Cademartori e Casale Torrealta, ossia una rilevante fetta di mercato del latte in Italia. L’industria del latte nel nostro paese conta 40.700 imprese, già messe a dura prova dall’iniquo sistema delle quote europee (l’Italia consuma 17-18 milioni di tonnellate l’anno, ma è costretta a produrne non più di 10,8); ora Lactalis, scaduto il precedente contratto collettivo che prevedeva un pagamento di 40,7 centesimi al litro ai produttori italiani, sta cercando d’abbassare il prezzo, pare, fino a 32 centesimi: cifra che, secondo i rappresentanti dell’industria nostrana, potrebbe portare a fallimenti di massa in Italia.
Ciò detto, esulando dal caso particolare delle recenti relazioni italo-francesi, resta un fatto: che l’elezione di Hollande non porterà alcuna ventata rivoluzionaria, malgrado i suoi slogan sul cambiamento. Esattamente come accaduto negli USA con Obama, eletto tra mille speranze con la parola “Change” campeggiante negli stendardi, ma poi rivelatosi alquanto conservatore (talvolta per scelta, talaltra per costrizione). Hollande è assertore d’una politica di crescita, in opposizione alla linea finora adottata del puro rigore finanziario, ma una volta terminata la campagna elettorale ed entrato nella stanza dei bottoni, dovrà fare i conti con la realtà della crisi del debito europeo. E con scelte che non è in grado o intenzionato a fare, dal momento che la riduzione del deficit statale e la rinegoziazione dei diritti dei lavoratori fanno parte della sua piattaforma elettorale, in linea col fiscal compact recessivo e neoliberista concordato in sede europea.
La situazione è ben diversa in Grecia. La coalizione che ha sostenuto il cosiddetto “governo tecnico” del professor Lucas Papademos (già alla Federal Reserve of Boston e alla BCE e membro della Trilateral Commission), ossia i partiti Pasok e Nuova Democrazia, secondo i primi dati sono crollati dal 77,5% dei consensi del 2009 al 30-37% attuali. Questo significa che, nel migliore dei casi, i partiti sostenitori della linea economica depressiva avranno dimezzato la propria rappresentatività nel paese. Anche se dovessero riuscire ad ottenere comunque la maggioranza dei seggi in parlamento, il messaggio popolare è chiaro, e lo è ancora di più se si considera che, nelle ultime consultazioni prima della crisi (ossia nel 2007) la loro quota congiunta di consensi s’attestava al 85% degli elettori greci. Stiamo ragionando d’una caduta fino al 55% in cinque anni.
SY.RIZ.A., la coalizione della Sinistra radicale che meno di dieci anni fa faticava ad entrare in Parlamento, è ora il secondo partito più rappresentativo nel paese, col 16-19% dei consensi. SY.RIZ.A. sostiene apertamente la necessità di rinegoziare il debito greco (soluzione che l’anno scorso, nel nostro piccolo, sommessamente proponemmo per l’Italia). Rilevantissimo anche il successo di Greci Indipendenti, scissione dal partito di Destra Nuova Democrazia creata da quei deputati che si rifiutarono di votare per il governo non eletto imposto dall’estero: questa formazione neonata ha incassato subito consensi che oscillano tra il 10% e il 12%, ossia più della metà del partito “genitore”, che da quasi 40 anni domina(va) assieme al PASOK la politica ellenica. In ascesa, seppur più contenuta, anche il partito comunista (KKE), che al 7,5% del 2009 dovrebbe riuscire ad aggiungere fino a due punti percentuali. Solo con difficoltà potrebbe restare in Parlamento il partito ortodosso LAOS, tendenzialmente ostile all’UE ma che ha appoggiato, seppur in maniera critica, il governo Papademos. Ma il risultato che ha davvero del clamoroso è quello di Chrysi Avyi, il partito nazionalista ed anti-immigrazione che ricorre ad un’iconografia che richiama, in maniera nemmeno molto dissimulata, quella del nazismo: pare che avrebbe ottenuto tra il 6% e l’8% dei consensi, entrando per la prima volta in Parlamento.
La Grecia è il paese più colpito dalla crisi del debito europea e, dunque, si trova alla “avanguardia” – seppure un’avanguardia ingrata e non desiderabile. La situazione greca potrebbe presto ripresentarsi in Italia e Spagna, o in altri paesi duramente colpiti dalla crisi. Orbene, la lezione greca conferma che le crisi economiche sistemiche “dinamizzano” non solo il panorama internazionale, ma anche quello socio-politico interno ai singoli Stati. Dopo il ’29 s’assistette alla svolta “statalista” e “anti-finanziarista” del New Deal negli USA, al consolidamento del fascismo in Italia, all’ascesa del nazismo in Germania ed alla realizzazione dello staliniano “socialismo in un solo paese” in URSS. Quattro anni dopo la crisi del 2008 il panorama politico ellenico è sconvolto, soprattutto se si leggono queste elezioni come una tendenza che andrà ad approfondirsi nei mesi ed anni a venire. La seconda lezione è dunque questa: che i media di massa, egemonizzati dal regime in vigore, non sembrano avere un effetto “anestetizzante” sufficiente a neutralizzare simili rivolgimenti. La retorica della “crisi”, di cui si tacciono le cause per dipingerla quasi come un cataclisma naturale o una punizione divina, e del “salvataggio”, la censura o demonizzazione delle opzioni alternative al rigore stagnazionista, non riescono a fermare l’espressione elettorale del malcontento.
Le possibilità sono ora sostanzialmente tre. La prima prevede che i dirigenti europei perseverino nella politica attuale, ignorando i segnali provenienti dalla società: in tale scenario la crisi sociale non farebbe che acuirsi, e con essa l’ascesa di forze nuove che propongono alternative magari anche radicali. La seconda ipotesi è che i centri di potere internazionali che spingono per la linea rigorista (sostanzialmente, la grande finanza e lo Stato tedesco), pur perseverando, cerchino di premunirsi dall’acutizzarsi dell’opposizione promuovendo una svolto anti-democratica. Tale scenario non è affatto così assurdo come potrebbe sembrare a prima vista. Non si dimentichi che il 2011 ha visto l’instaurarsi in Grecia e Italia di governi non eletti, portati al potere dalle pressioni dei “mercati” (ossia dei maggiori agenti in essi: i grandi istituti finanziari e le agenzie di rating), per ottemperare ad agende fissate dall’esterno. E ciò non perché i governi eletti si rifiutassero d’onorare il debito, ma perché i creditori si mostravano scettici sulla loro capacità di riuscirvi. L’ascesa dell’estrema destra potrebbe offrire un utile pretesto: impedire che si ripetano gli eventi post-1929, quando Hitler riuscì ad essere eletto cancelliere sull’onda della crisi. Tale scenario di reazione anti-democratica del ceto dirigente sarebbe ovviamente molto disdicevole: innanzi tutto perché priverebbe alcuni popoli europei della loro libertà, ed in secondo luogo perché creerebbe uno scenario di tensione che potrebbe rasentare, se non sfociare, nella guerra civile. Lo terzo scenario vede invece la dirigenza europea rinnovarsi, nelle personalità o nella mentalità, e mutare la propria politica. E vi sarebbe molto da cambiare.
La politica del rigore, per cui si è finora optato, mette al primo posto la salvaguardia del sistema bancario e finanziario e dei diritti maturati dai creditori (che in massima parte sono per l’appunto banche private e pubbliche, fondi speculativi/d’investimento privati o sovrani): a tali fini si è pronti a sacrificare l’economia reale produttiva, drenandovi tutte le ricchezze necessarie. Tale politica è iniqua e controproducente. È iniqua perché toglie ai più poveri per dare ai più ricchi, ma soprattutto perché si sono create situazioni paradossali che rasentano la tipologia della truffa. Non solo le banche hanno ottenuto miliardi di euro di denaro pubblico per compensare i loro investimenti sbagliati, ma ricevono dalla BCE denaro ad un tasso d’interesse irrisorio (1% per 36 mesi), molto più basso di quello a cui prestano denaro ai cittadini (quando, sempre più di rado, lo fanno) o agli Stati (che pagano anche il 5-6% d’interesse). Se la BCE destinasse quel denaro all’acquisto diretto dei titoli di debito statali, anziché passare per il tramite delle banche che vi lucrano pesantemente, gli Stati dovrebbero pagare interessi immensamente più bassi e, dunque, sottoporre le rispettive economie a pressioni fiscali incomparabilmente meno opprimenti.
Al contrario, la pressione fiscale a livelli record – e primariamente per pagare il debito pubblico coi relativi interessi, non per garantire servizi ai cittadini come affermano certi spot – comprime il livello di vita della popolazione, il potere d’acquisto dei consumatori e le possibilità di risparmio degl’investitori. Tutto ciò non può che avere un esito depressivo sull’economia, il quale, in un circolo vizioso, si tramuta in minori entrate fiscali, dunque carenza di risorse statali per ripagare il debito, ed in ultimo ulteriore aumento di tasse ed imposte. Il risultato è una grande depressione dalla quale non si può uscire se non cambiando politica. Non c’è nulla di sorprendente. Stiamo parlando di uno scenario analogo a quello verificatosi dopo il 1929. Qualsiasi manuale di storia rileva come la depressione economica internazionale fosse il prodotto delle errate politiche statali, improntate al rigore. Fu la successiva adozione di politiche economiche espansive, di stimolo alla crescita, che permise di uscire dalla crisi. I dirigenti europei stanno ricalcando gli errori che commisero i loro antesignani nei primi anni ’30.
È pur vero che negli anni ’30 il peso del debito pubblico non opprimeva gli Stati, e ciò lasciava loro notevoli margini di manovra per favorire la crescita. Ma da dove deriva quest’odierno fardello del debito pubblico? Ancora una volta, da una stortura del sistema. In omaggio all’ortodossia monetarista, nei decenni scorsi si è separata l’emissione della moneta dalla spesa pubblica: lo Stato non può più stampare moneta, laddove ne abbia necessità, ma deve prenderlo a prestito. A stampare la moneta è un istituto d’emissione privato. Tale sistema è stato escogitato per frenare l’inflazione, ma d’altro canto garantisce notevoli introiti ai detentori di capitali che si fanno creditori degli Stati. L’interesse privato spiega perché ancora oggi, in cui la preoccupazione primaria è la crescita e non certo l’inflazione, il sistema rimanga intatto.
Non si può insomma risolvere la crisi senza un profondo mutamento d’approccio, con l’abbandono dell’ortodossia neoliberale ed il ritorno ad un interventismo “positivo” dello Stato (ossia come investitore nell’economia), in vece dell’attuale interventismo “negativo” (per drenare risorse dai produttori e consegnarle agli speculatori). Ma è veramente un intero sistema che va cambiato. Una recente indagine scientifica condotta da alcuni economisti in Francia ha svelato un ennesimo paradosso della nostra organizzazione socio-economica. La pressione fiscale risulta infatti massima per il ceto medio, salvo calare man mano che si sale nella scala sociale: i ricchissimi versano allo Stato una porzione del proprio reddito relativamente inferiore a quella dei più poveri. La spiegazione data dagli autori dell’indagine (Camille Landais, Thomas Piketty ed Emmanuel Saez) è questa: mentre i ceti medio-bassi dipendono da redditi da lavoro, che sono tassati pienamente e pesantemente, in quelli più alti sono rilevanti soprattutto i redditi da capitale (mobile ed immobile), soggetto invece ad una tassazione molto più blanda, o che ad essa sfugge completamente. E c’è un altro lato inquietante del sistema che favorisce i rentier mentre si accanisce sui lavoratori: ossia che le rendite, per loro natura, si trasmettono per via ereditaria. E nel momento in cui sono le rendite a garantire le massime entrate e la minima pressione fiscale, risulta che chi ha la fortuna d’ereditarle si ritrova immediatamente al vertice della scala sociale, e tende a consolidare la posizione, mentre chi non le eredita, dovendosi affidare al lavoro, si ritrova frenato dal fisco. La mobilità sociale è sostanzialmente neutralizzata: i figli dei ricchi rimangono ricchi, i figli dei poveri restano poveri. Ed i poveri pagano più tasse dei ricchi. Una situazione di privilegio ereditario ed iniquità fiscale che, notano gli autori dell’indagine, ricorda da vicino l’Ancien Regime feudale e pre-rivoluzionario.
Ciò che si è scoperto per la Francia, molto probabilmente vale anche per l’Italia e gli altri paesi occidentali, in cui l’organizzazione socio-economica è similare. È una tendenza consolidata degli ultimi decenni l’aumento della quota della rendita nel reddito nazionale, a scapito dei profitti ed ancor più dei salari. La nostra società è così composta da una maggioranza di produttori, complessivamente sempre meno ricchi, che deve mantenere una minoranza di rentier, complessivamente (e singolarmente) sempre più facoltosi; e nel contempo, deve anche sostenere il grosso della pressione fiscale, una parte considerevole della quale, allo stato attuale, serve per finanziare proprio il pagamento di debiti ed interessi contratti dalla cosa pubblica con i suddetti rentier (anche i produttori prestano agli Stati, ma dispongono di minori capitali per farlo).
Questo tipo d’organizzazione socio-economica è non solo moralmente inaccettabile, ma anche pragmaticamente svantaggiosa ed insostenibile nella pratica. Innanzi tutto, la mancanza di mobilità sociale ed il privilegio ereditario sono la negazione stessa della meritocrazia: l’élite si riproduce per via dinastica, anziché comporsi con coloro che si distinguono nella vita pubblica. In secondo luogo, l’oppressione d’una classe di rentier parassitari sui produttori è negativa per la vitalità dello Stato, poiché – come dice la parola stessa – sono questi ultimi stessi a produrre beni materiali ed intellettuali che portano sviluppo e creano ricchezza. Infine, la storia insegna che, per quanto l’iniquità sia un elemento presente in tutte le società d’ogni epoca, quando essa raggiunge livelli inaccettabili si generano disordini e, alla lunga, rivoluzioni. Dunque, non solo considerazioni morali, ma anche pratiche dovrebbero suggerire alle dirigenze europee di riformare il sistema socio-economico attuale, anche se questo significherà ovviamente rinunciare a privilegi personali e familiari. E, se ciò non dovesse accadere, toccherà ai cittadini incoraggiare i dirigenti a farlo.