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sabato 25 maggio 2013

Dalla protesta alla proposta, l'alternativa democratica


di Daniela Passeri
 

Se la fiducia degli italiani nei partiti politici è arrivata alla soglia minima dell'1,5% (Rapporto Istat 2013), dopo il tradimento del voto delle politiche, come si andrà a votare negli oltre 700 comuni che rinnovano sindaco e consiglio comunale domenica 26 e lunedì 27? Con il naso turato, le dita incrociate, in punta di piedi, a occhi chiusi? E soprattutto, quanti andranno a votare?
Alle amministrative l'offerta sfugge agli schemi della cosiddetta pacificazione nazionale del patto transgenico PD-PDL e al monopolio del voto di protesta firmato M5S. Qui la politica, nel senso più autentico di governo della polis, ritrova i suoi connotati più veri. Che, a dispetto della pacificazione, oggi sono di frantumazione, deflagrazione dell'offerta politica nella quale possiamo però scorgere una discreta vitalità.
Il metro e mezzo di scheda-lenzuolo che i romani si porteranno in cabina elettorale (45 liste, 19 candidati, tutti uomini) basta a descrivere questa polverizzazione. Ma come orientarsi nella selva di liste di cittadinanza che in questa primavera piovosa sono sorte come funghi all'ombra dei campanili?
Come discernere tra le macerie fumanti dei partiti che si scompongono in varie affiliazioni nel tentativo di ricomporsi nei ballottaggi, e le espressioni più genuine di quei cittadini che si sono rimboccati le maniche e sporcati le mani nelle strade, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, per dire molti no, ma soprattutto per proporre un modello di sviluppo del territorio più sostenibile (piccole opere diffuse a maggiore intensità di lavoro al posto di grandi opere inutili e imposte; riqualificazione energetica degli edifici, politiche di rifiuti zero, etc); per proporre modelli di gestione dei servizi pubblici diversi da quelli privatistici dove anche i rappresentanti dei lavoratori e delle associazioni siedono nei consigli di amministrazione; per proporre la valorizzazione dei beni comuni, cioè delle risorse di una comunità e sottrarli alla dittatura del privato; per proporre un modello di uguaglianza che affermi diritti civili irrinunciabili (ius soli, unioni civili); per proporre il riscatto del lavoro svilito, sfruttato e ricattato con la riformulazione di un'idea di impresa con una visione più ampia di quella del profitto; per proporre e rendere possibile una maggiore partecipazione dei cittadini alla politica e creare un sistema che veda i cittadini affiancare i propri rappresentanti, continuare con loro il dialogo dopo aver apposto una croce su un simbolo; per proporre la difesa della scuola pubblica e laica, come la mobilitazione che ha portato al referendum di Bologna di domenica.
Dunque, è nella capacità di proposta, oltre che di protesta, che troviamo una bussola. Un altro indicatore è poi la capacità di fare rete con altre realtà, di rendere queste proposte tanto più credibili quanto sono replicabili. Sfuggire dunque alla tentazione dell'autosufficienza allargando l'orizzonte ad uno scambio di pratiche, esperienze e proposte che si rafforzano a vicenda.
Un'esperienza in questo senso, un laboratorio significativo, è quello delle liste di cittadinanza, diverse di loro unite nella “Rete dei Comuni Solidali” (la lista “Repubblica Romana” a Roma che candida a sindaco Sandro Medici; “Una città in comune” a Pisa che candida Ciccio Auletta; “Sinistra per Siena” per Laura Vigni; “Brescia solidale e libertaria” per Giovanna Giacopini; “ABC: Ancona Bene Comune” per Stefano Crispiani; “Cambiamo Messina dal basso” per Renato Accorinti.
A queste liste è affidato un passo piccolo ma importante su una strada difficile ma irrinunciabile: essere e mostrare che esiste un’alternativa alla riproposizione di una prospettiva ormai non più in campo quale quella di condizionare “in qualche modo” il PD.
Sono candidati sindaci, liste ed esperienze che costruiscono un’alternativa legata dal filo rosso della democrazia radicale, come scriviamo noi di ALBA con Marco Revelli, lontano da Bisanzio e “fuori dalle mura” di quello che fu il centro-sinistra.
L'intento è quello di proseguire il dialogo anche dopo le elezioni, dagli scranni dei consigli comunali e ancora e sempre nelle piazze e nelle strade come nei luoghi di lavoro. A declinare e testimoniare un sistema di valori comuni là dove invece le liste effimere della mera tattica elettorale scompariranno.
Dietro le liste autentiche di cittadinanza attiva – altro indicatore importante - c'è un elemento soggettivo che non viene mai abbastanza sottolineato che è la passione per la politica che crea e trasforma i legami personali; c'è la condivisione della fatica di giornate passate a volantinare, fotocopiare, scrivere, intensificare il tam tam del social network anche (ma non solo) per uscire dall'oscuramento mediatico e supplire alla carenza di mezzi economici che le liste di cittadinanza, quelle vere, per scelta non posseggono. 


mercoledì 3 ottobre 2012

Per non morire montiani

di Marco Revelli da Il Manifesto

Chi rappresenta, oggi, il lavoro?», E soprattutto: «Chi lo rappresenterà nell'Italia del dopo-elezioni?». E «come?» Queste domande, che la Fiom aveva posto il 9 giugno, chiamando le forze politiche della sinistra a confrontarsi a Roma, al Parco dei Principi, hanno assunto in questi mesi una sempre più drammatica rilevanza. Che si chiama Taranto, Alcoa, Fiat, Termini Imerese, Carbosulcis... con gli operai costretti a scendere nelle viscere della terra (a 400 metri di profondità), ad arrampicarsi in cielo, su ciminiere e carro-ponti a decine di metri di altezza, a esporre i propri corpi e le proprie vite nude, per forare il muro di silenzio che si è alzato intorno alla loro condizione. E rimediare al vuoto di parola - e di rappresentanza nello spazio pubblico - che affligge oggi il lavoro. Senza che nel mondo della politica «ufficiale» nulla accada.
La cronaca, a saperla leggere, ci dice che un punto-limite è stato raggiunto. Sulla soglia del disumano. Quando, come accade a Taranto, i lavoratori dell'Ilva sono posti di fronte all'alternativa mortale - biologicamente mortale - tra la difesa della propria vita e la difesa del proprio lavoro (dal quale dipende a sua volta la vita), vuol dire che il conflitto tra «capitale e lavoro» è uscito dalla sua dimensione fisiologica, ed è diventato questione morale. Problema che attiene ai fondamenti primi della nostra vita associata. Nodo che, se non sciolto a favore della vita, finirà per perderci tutti. Così come la vicenda - meno atroce nei suoi aspetti immediati, ma altrettanto scandalosa dal punto di vista etico e sociale - della Fiat di Marchionne, anch'essa protagonista di un ricatto mortale imposto ai propri operai: rinunciare ai propri diritti e al controllo sulla propria vita o rinunciare al lavoro, perdere se stessi o perdere il proprio posto. Anch'essa segnata da un'asimmetria assoluta tra il potere "del padrone" e quello del "lavoro". E dalla tracotante mancanza di sincerità e di credibilità di una proprietà irresponsabile, legibus soluta, indifferente a ogni impegno e a ogni patto. E poi, le decine di migliaia di «esodati», dimenticati in una terra di nessuno dall'incompetenza di una ministra del lavoro distratta. Le remunerazioni dei lavoratori dipendenti precipitate al di sotto del tasso di inflazione. I precari licenziati silenziosamente per «fisiologica» fine del contratto... E ogni volta, all'esplodere di un nuovo dramma, o alla pubblicazione di un nuovo dato, la politica che balbetta, inconsapevole della sua perdita di radici sociali. E il governo che gira la faccia dall'altra dopo aver messo pesantemente le mani nelle vite dei lavoratori per sottrarre reddito e diritti, coerente con il dogma liberista (il suo aspetto più devastante e asociale) che impone di ri-privatizzare il lavoro. Di ricacciarlo indietro rispetto a quella piena rilevanza di «soggetto pubblico» che aveva conquistato nel Novecento, e che aveva trovato piena sanzione nello stesso articolo 1 della Costituzione, per ridurlo, di nuovo, a fatto privato. Di «diritto privato». A contratto individuale tra singolo lavoratore e impresa, con il peso dell'immensa distanza che si dispiega tra l'impotenza dell'uno e l'estrema potenza dell'altra...
E tutti insieme, però, poteri pubblici e pubblici «rappresentanti», impegnati a scaricare il peso insostenibile dell' «interesse generale» sulle fragili spalle del lavoro (di quegli stessi lavoratori a cui tuttavia si negava contemporaneamente riconoscimento di «soggetto generale»), con un esercizio di ferocia non dichiarata inquietante. Feroce è ciò che avviene con i lavoratori dell'Ilva e con i cittadini di Taranto - quelli costretti a vivere sotto la spada di Damocle di un disastro ambientale dal profilo mostruoso -, chiamati un po' da tutti a «farsi carico» del fatto che quello stabilimento ha un interesse strategico per l'economia nazionale, che vale parecchi punti di Pil, che senza industria pesante non siamo nessuno nel mondo (come se con quell'industria lo fossimo), senza che nessuno si preoccupi davvero di chiedere ai più diretti responsabili di pagare i danni prodotti... Come feroce era stato, meno di due anni or sono, l'indecente scaricabarile di capi partito, amministratori, ministri sulla questione Fiat, quando si chiese ai cinquemila di Mirafiori, e prima ai quattromila di Pomigliano - uomini e donne provati da mesi e mesi di cassa integrazione, con i salari ridotti all'osso - di «farsi carico» della permanenza «di Fiat» (sic!) nel nostro Paese. Di permettere a Marchionne di effettuare quel rilancio da 20 miliardi che oggi sappiamo bene in che cosa consistesse...
Per questo è importante il «convegno-incontro» che si terrà a Torino i prossimi sabato e domenica, dedicato appunto al lavoro. A come ridare la parola al lavoro, e rimetterlo al centro della vicenda pubblica italiana, con la sua dignità di protagonista collettivo. Promosso da Alba, con la partecipazione di esponenti della Fiom, intellettuali, giornalisti, esperti e delle più significative realtà sociali italiane, a cominciare da Pomigliano, intende proseguire il discorso avviato il 9 giugno dalla Fiom su quelle domande iniziali che non hanno finora trovato risposte «in alto». Nelle sedi istituzionali della «rappresentanza». Si parlerà dunque di diritti - di diritti negati, o sottratti, o vulnerati - e di referendum, per ripristinarli (saremo alla vigilia dell'inizio della raccolta delle firme che ci dovrà vedere tutti impegnati), con la presenza di giuslavoristi e di costituzionalisti. Del frammentato mosaico del lavoro - sempre più scisso tra lavoro stabile e precario, tra lavoro e non lavoro, tra lavoro industriale e altro lavoro, a cominciare dal lavoro di cura...), alla ricerca di un quadro di rivendicazioni unificante (primo fra tutti un sistema di garanzia del reddito), dando voce ai protagonisti delle diverse realtà produttive e sociali. Ci si occuperà delle forme di lotta più adeguate a questa fase di vertiginosa de-industrializzazione, guardando con attenzione alle esperienze di autogestione vincenti in altri Paesi. Ma si parlerà anche di Europa: dell'Europa che non vogliamo, certo (questa, che va chiudendo ogni strada all'idea stessa di «giustizia sociale»), e dell'Europa che vorremmo (che sappia difendere con orgoglio quel «modello sociale» che era stato il suo miglior prodotto storico e che sta malamente sacrificando sull'altare del pareggio di bilancio e di un rigore fine a se stesso).
Naturalmente a Torino si parlerà anche della prossima primavera elettorale, perché la rappresentanza del lavoro non sia più affidata a chi sul sacrificio del lavoro ha fondato - esplicitamente o implicitamente - la propria dissennata strategia. E perché quello che c'è oggi «su piazza» non garantisce nulla al lavoro: né parola, né rispetto. Se l'orizzonte politico restasse limitato alla forze che sono attualmente in parlamento e che si spartiscono lo spazio mediatico ufficiale, davvero «dopo Monti» non ci potrebbe essere che Monti, in prima o per interposta persona. In carne ed ossa o in effige. Non c'è Vendola o primarie che tengano. Ha purtroppo ragione Eugenio Scalfari, che qualche giorno fa in televisione ha detto - senza forse ben rendersi conto delle implicazioni dell'affermazione - che chiunque vinca le prossime elezioni «la traccia è già scritta». Non potrà che recitare a copione. Tutto ciò su cui ci si potrà distinguere (immagino tra destra e sinistra) è «il condimento della pasta: se metterci il basilico o il prezzemolo» (ha detto proprio così!), ma il piatto è quello, e non si discute. E' la ricetta-Monti: la Bce sta lì, a Francoforte, per farsene garante.
Scalfari ha ragione, però, solo se non dovesse emergere - anche dentro lo spazio elettorale - nessuna credibile alternativa al dogma liberista imperante sul continente: in assenza di una cultura politica radicalmente altra - razionale, realistica, ma «altra» rispetto a quel paradigma mortale - davvero non resterebbe che «morire montiani», soffocati da primarie, Montezemolo, finiecasini, presi nella tenaglia orribile tra rottamatori e rottamati. Per questo è così importante rompere quel monopolio dello spazio pubblico: fare tutto il possibile perché anche sul terreno elettorale si condensi una galassia di forze e culture «di alternativa», che spezzino il cerchio chiuso dell'esistente, sulla base di una chiara individuazione delle discriminanti da mettere al centro di un percorso collettivo «verso il 2013». A questo sarà dedicata la domenica mattina, per un confronto vero su come lanciare una proposta che sia all'altezza della crisi della politica e di questi partiti.
Anche in questo caso non si può proprio più aspettare. Se non ora, quando?

domenica 30 settembre 2012

Il Monti bis no e poi no.

Se falliamo questa occasione mi ritiro a vita privata. 
Sono convinto che la fase storica che il nostro paese sta attraversando, raggiunto il culmine della degradazione e della decadenza, possa produrre il suo opposto. E' un'occasione irripetibile. Uso il periodo ipotetico perché non c'è niente di certo, la storia non funziona come un algoritmo, né raffigura il dettato di una religione avventista. E' però accaduto spesso in passato che una fase storica abbia generato il suo opposto. Se questo adesso non accadrà, se la storia di questo paese malandato non cambierà radicalmente e Casini e Montezemolo con il soccorso “spirituale” del Vaticano riusciranno nell'intento di perpetuare Monti, sarà solo per colpa nostra e del nostro masochismo. Dobbiamo cambiare perché a questo punto c'è una sola alternativa al cambiamento:  l'ipostatizzazione dello status quo e la chiusura almeno temporanea della fabbrica della storia. Saremo costretti ad osservare lo scorrere degli eventi come fosse un'istantanea unica, senza possibilità di variazione sul tema o mutamento dello scenario. Si realizzerà finalmente il progetto di ricreare un società feudale di tipo piramidale, la cui base sarà formata da una servitù della gleba che avrà  giusto il necessario per riprodursi, ma nulla più, e potrà dimenticarsi di salire i gradini della piramide.
Mi fa rabbia sentire Christine Lagarde che bacchetta la presidentessa argentina argentina perché ha deciso di far prosperare il suo popolo, piuttosto che perseguire un'inflazione bassa e i conti in ordine come aspirazione massima di una nazione. Quasi una fede, che richiede il martirio di milioni di persone per realizzare il suo ideale.
Un Monti bis no per carità, lui è l'apostolo di quella fede maledetta. 
Abbiamo molto da fare per risollevare una nazione agonizzante e cominciare a far passare un'idea diversa di economia e di Europa, non possiamo perdere altro tempo  e aspettare di vedere le macerie fumanti, prima che si riconosca che avevamo ragione. 
Il Monti bis no e poi no, a costo di rinsavire e presentare una coalizione compatta di “non allineati”.

lunedì 16 luglio 2012

Sul fiscal compact

di Paolo Ferrero
FISCAL COMPACT è STANGATA DA IMPEDIRE. BENE LA LINKE SU RICORSO A CORTE COSTITUZIONALE IN GERMANIA. PD FA SCELTA DI CAMPO SCHIERANDOSI CON DESTRA NEOLIBERISTA
Il Fiscal Compact è una stangata pazzesca e va assolutamente bloccato. In Italia, così come in Germania, dove a settembre la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla compatibilità dell’Esm e dello stesso Fiscal Compact con l’ordinamento giuridico tedesco, grazie al ricorso presentato proprio dai rappresentanti della Linke (il partito che fa parte come Rifondazione della Sinistra europea, ndr). Quanto all’Italia, il Partito Democratico fa una scelta di campo pesantissima, schierandosi con la destra neoliberista, nell’appoggiare questo disastro di stangata da 45 miliardi all'anno.
Bene, ma occorre più visibilità nell'agire. La gente è convinta che questo sia il migliore dei mondi possibili e che in tempi di magra l'unica cosa che si può fare è tagliare. Ribaltare questo teorema  sarà dura, ma se la maggioranza delle persone non si convince che l'austerità è una trappola ben congegnata, non ce la faremo. Il conflitto è a zero, la gente è annichilita. Purtroppo l'unica voce dissonante che riesce a superare il filtro del regime e della sua propaganda servile è quella di Grillo. 
La sinistra paga enormi errori e ritardi. Anche ALBA si attarda, impantanata  in fantasiosi marchingegni procedurali, credendo che politica e procedura siano la stessa cosa.
Bisogna fare uno sforzo di fantasia e rendere palese un'alternativa credibile o siamo fritti.(F.C.).
 
 

venerdì 13 luglio 2012

Il socialismo liberista di Asor Rosa


Asor Rosa è una persona per bene, ne sono convinto, ma da qualche tempo da segno di una sempre maggiore “concretezza” di pensiero. Il che è un bene si potrebbe dire, ma il pensiero concreto contrariamente a quanto si crede non è un'attitudine mentale che bada al sodo, mettendo da parte l'inessenziale, il pensiero concreto è il sintomo di un'incapacità di astrazione, cioè di una funzione del pensiero che permette la formulazioni di concetti complessi in base alla capacità di utilizzare un linguaggio simbolico. E' un'involuzione cognitiva insomma.
Asor Rosa vorrebbe che il Pd ci facesse uscire dalle secche del montismo e del berlusconismo, ma non si capisce bene come, forse ridiventando per miracolo un partito socialista o forse smentendo la sua natura liberista e il massacro sociale di cui si è reso complice negli ultimi mesi. Asor Rosa boccia qualsiasi ipotesi movimentista e qualsiasi espressione autonoma della società considerata come il segno dell'effimero e di un antipolitica evanescente. L'unica speranza sta nel segno dell'unità che solo un partito socialista può esprimere, magari unitamente ad altre forze politiche (quali?). Il povero professore ha dimenticato che il Pd non solo ha abiurato il comunismo, il che potrebbe essere anche comprensibile, ma anche il socialismo, dacché di definisce “democratico” avendo racchiuso in sé due anime storicamente in conflitto, quella dell'ex PCI e quella della DC. E' ovvio a tutti ormai che il Pd, se non ha aderito appieno ai dettami del liberismo, è quantomeno sotto un forte ricatto, sia esterno che interno, da parte di gruppi di potere molto influenti. Non si spiega altrimenti, a meno di non voler parlare di un partito venduto, il suicidio politico di questa gente, che rinuncia a vincere le elezioni, utilizzando la scusa del “senso di responsabilità nazionale”. Come si può pretendere che Bersani e soci convochino partiti e società civile e indichino la strada per un radioso riformismo del XXI secolo, dopo che hanno gettato la maschera e sono diventati apostoli dell'austerità e del vangelo dell'Europa delle banche?
Chi siamo noi, parlando di coloro che hanno a cuore solidarietà e giustizia sociale, forse non lo sappiamo ancora caro professore, ma certamente non siamo liberisti e non siamo del tutto folli, tanto da credere che un partito che sta svendendo i diritti acquisiti dei lavoratori perché  "ce lo chiede l'Europa", possa essere un faro del riformismo.Tu stesso del resto parli delle responsabilità del liberismo e del governo Monti nel demolire lo stato sociale, ma poi pretendersti che a porvi rimedio sia una forza politica che è più montista di Monti. Uscire dal montismo attraverso il montismo, mi pare una contraddizione in termini. 
Lavoro e ambiente. Già, è sensato affidare l'elaborazione di un nuovo progetto di società fondata su questo binomio ad un partito che da quando è nato non ha fatto altro che demolire sistematicamente le conquiste del lavoro, fino alla famigerata riforma Fornero, e che è  asservito alle lobbies di costruttori rossi e bianchi, tanto da battersi a spada tratta per una cosa del tutto inutile e dannosa come il TAV.
Andiamo avanti per favore, l'alternativa ce l'abbiamo sotto gli occhi, basta solo avere il coraggio di crederci e di scommetterci. Il prossimo parlamento con ogni probabilità sarà pieno di persone per bene che parleranno di beni comuni, di economia sostenibile, di città a misura d'uomo e di ecologia come motore dell'intervento pubblico. Il problema è che queste persone saranno l'espressione di mille anime disperse in un agorà dove anche coloro che parlano la stessa lingua si pestano i piedi a vicenda. La scommessa sarebbe quella di unire queste anime prima delle elezioni e governare davvero questo paese con realismo e "concretezza", ripulendolo sul serio da ogni scoria berlusconiana e montiana.
Altro che Pd, quelli sono morti e tali devono rimanere.


lunedì 11 giugno 2012

Caro Vendola, questo è un buon giorno per morire


È un buon giorno per morire. Potrebbe valere in una doppia accezione: è un buon giorno per Nichi Vendola per un suicidio politico, vista la sua estenuante ambiguità, oppure è un buon giorno per il riscatto a costo di perire in battaglia. Scelga lui. Mantenere un nebuloso riserbo sul programma politico e sulle alleanze e una rispettosa distanza da un partito ormai da un pezzo di destra, è un suicidio senza gloria alcuna, oltre che un'offesa alla dignità umana. Di Pietro ha fatto una migliore figura in quella fiera del non detto o del detto per grandi categorie concettuali, alias il nulla metafisico, che è stata il congresso Fiom. Landini e Vendola sono due scadenti tattici e due disastrosi strateghi, perché non hanno capito che è novecentesco anche il loro modo di approcciarsi alla politica. Credono di aver avanti una scacchiera, dove fare prudentemente le proprie mosse, senza scoprirsi più di tanto. L'apparato cognitivo delle masse oggigiorno non è più quello di una volta, la messe di informazioni e la loro decodifica esige la chiarezza del messaggio, perché la velocità e la fruizione dello stesso comporta una decodifica immediata, e ciò che è ritenuto superfluo, poco appetibile o ridondante, viene scartato. Rimane un margine lasciato alla fedeltà  e alla  razionalità, ma in tempi come questi è difficile far ingoiare alla gente l'ambiguità della politica,  spacciandola per razionalità e buon senso. Lascio perdere l'appartenenza di classe e gli interessi di ceto, perché il discorso si farebbe troppo complicato, e comunque in nessun caso l'ambiguità paga.
Vendola vuole usare i guanti con Bersani, il perché lo sa soltanto lui, forse pensa ad un OPA sul Pd, forse vuol dare mostra di avvedutezza e di rassicurante pacatezza ai militanti di questo partito per poi portarli dalla sua parte. Non saprei. Quello che so è che se avesse parlato chiaro sin dall'inizio, dicendo che no, con un partito di destra non si possono fare alleanze, con un partito dichiaratamente liberista che vota Monti c'è una distanza incolmabile, adesso saremmo un bel po' avanti con le idee e con l'entusiasmo. Invece no. Ci vogliamo rendere conto che non è più tempo di né tatticismi  né di tentennamenti? Non possiamo pensare solo ad addolcire la pillola di Monti e della Merkel, bisogna cambiare totalmente prospettiva e farlo in una visione europea: tessere alleanze, convocare le migliori intelligenze mondiali per un'alternativa al monetarismo e alla schiavitù dagli strozzini che ci costringono a chiedere in prestito soldi che prima ci fabbricavamo in casa nostra, senza chiede permesso e senza pagare dazio. Vandola anche tu credi alla favola che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità? 
Siamo ancora in tempo: fai una bella coalizione con partiti e movimenti che ci stanno, di chiaramente che butterai nel cesso la riforma Fornero e il patto di stabilità. Che istituirai il reddito di cittadinanza e creerai a livello europeo le condizioni per un'Europa dei Beni Comuni, o se la cosa ti sembra eccessiva per un Europa che almeno non sia schiava delle banche. 
Io sarò con te e con me ci saranno e altri milioni persone, ne sono certo, e se non  riusciremo a vincere questa battaglia perlomeno avremo combattuto con onore e potremo dire: “questo è un buon giorno per morire”.

domenica 15 aprile 2012

Delle conseguenze certe del governo Monti alla guida dell'Italia

Cosa sappiamo per certo...
Che il Pd ha preferito non vincere elezioni che aveva già in tasca perché avrebbe dovuto allearsi con la sinistra. E' ovvio quindi che il Pd non è un partito di sinistra e che anzi ci tiene a tenere le distanze da questa, ed è altrettanto ovvio che teme la concorrenza di Vendola e Di Pietro ed ha preferito il governo Monti nella speranza di un loro logoramento.
Che il Pdl grazie al governo Monti è in netta ripresa, come mostrano gli ultimi sondaggi, avvantaggiato dal fatto che non ha più i riflettori puntati addosso, con l'effetto di un cono d'ombra sugli scandali, che pure continuano a venire fuori tutti i giorni (vedi il caso della regione Lombardia ad es.) e con un impatto meno doloroso sull'elettorato. Aggiungiamoci che Alfano e soci si stanno gradualmente staccando dall'immagine del vecchio leader puttaniere e corrotto, le cui colpe peraltro appaiono addirittura veniali rispetto alla rapina del governo Monti ai danni di operai, giovani e pensionati. Insomma il Pdl quatto quatto sta rinsaldando il patto con i ceti sociali che lo hanno sempre sostenuto (leggasi corrotti, evasori, ricconi, faccendieri ecc) e che forse adesso non dovranno più trovarsi un nuovo referente poltico altrettanto “liberale” nei loro riguardi.
Che la sinistra e le forze che costituiscono una potenziale alternativa all'inciucio Monti Pd-Pdl-Udc, sono disorientate e mandano messaggi come al solito non univoci, con un Vendola che da una parte sembra prendere le parti dei poveracci bastonati in ossequio al pareggio di bilancio, dall'altra si lega le mani nell'attesa che il Pd finisca il suo lavoro di macelleria sociale col governo Monti, per poi stipulare con questo partito un'alleanza elettorale, nella strana convinzione che una volta ultimato il lavoro sporco, non si sa per quale ragione il Pd debba entrare di diritto a far parte di una coalizione di governo "alternativa"( a cosa?). Con ciò Vendola avalla di fatto la stramba teoria di Bersani: adesso è necessario spezzare le reni agli italiani, poi quando andremo al governo noi la musica cambierà (patti segreti? Vincoli di coalizione a livello regionale? Chissà, ma qualsiasi patto abbiano fatto Vendola e Pd, poggia sicuramente su premesse errate).
Che Rifondazione ha le idee più chiare, almeno sui termini elementari del confronto politico, ma manca purtroppo  dell'appeal necessario (e dei consensi) che gli permettano di mettersi a capo di una coalizione. Ad ogni modo il fronte di opposizione nel suo complesso non solo è sfornito di una visione davvero alternativa dell'economia e dello stato sociale rispetto a quella liberista e neoclassica, ma aldilà di dichiarazioni generiche (questo non è giusto, quest'altro andrebbe rivisto ecc.), non ha nemmeno uno straccio di programma alternativo. 
Consiglio: si valuti il reddito di cittadinanza e la Modern Money Theory, ci sta pensando anche Obama e in Argentina ha funzionato alla grande, sarebbe almeno un qualcosa di concreto e di organicamente definito da presentare subito agli elettori (dimeticavo non possiamo spaventare i mercati).
Che Grillo in questa situazione ci sguazza alla grande e sempre stando ai sondaggi, alle prossime elezioni prenderà un bel po' di voti.
Che il Pd, sempre alle prossime consultazioni elettorali si alleerà molto probabilemnte con l'Udc e chissà con chi altri, sempre che quest'ultimo non preferisca allearsi con il Pdl e con la Lega di Maroni, lasciando il Pd al palo.
Che una Lista Civica Nazionale a sua volta potrebbe raccogliere un gradissimo consenso, contendendo a Grillo quel 20-30 % di non voto.
Le conclusioni sono in apparenza elementari: lasciar perdere il Pd, considerando che è lui che non vuole avere a che fare con noi e che di fatto si è chiamato fuori da una politica che possa vagamente definirsi di sinistra o perlomeno non liberista; costituire subito questa bendetta lista civica con l'aiuto anche di quel Nuovo Soggetto Politico in gestazione, che aldilà di discorsi fumosi si spera sappia cosa vuole fare in concreto, e insieme alla altre forze disponibili (sinistra, Di Pietro), elaborare un programma politico alternativo in grado di attrarre quella enorme massa di scoantenti, i quali non vedono l'ora di respirare aria nuova e di avere un minimo di garanzie per il futuro.
Lo so la semplicità è difficile a farsi e io e qualche altro milione di persone non abbiamo capito niente. 
Dimenticavo la cosa che fra di tutte è la più certa: i poveri pagano e i ricchi incassano. Come al solito.

martedì 14 febbraio 2012

Il tentato suicidio del Pd

Da tempo il Pd cerca di suicidarci, parlo di noi persone per bene,  che senza essere rivoluzionarie coltivano un'idea di umanità che le differenzia dai Cicchitto e dai Gasparri, nonché dalle vestali del neoliberismo.
Ci hanno provato con Vendola, cercando di far perdere la compagine di centrosnistra con un candidato come Boccia, figlio dell'establishment, ci sono riusciti perfettamente in Veneto opponendo a Laura Puppato, unica candidata con un minimo di chance alla regionali, preferita ad un pallido signor nessuno delle nomenclatura, di cui persino io non ricordo il nome; ci sono riusciti in Lazio, prima dovendo ingoiare il rospo Bonino e poi facendo di tutto per farla perdere e stavano per riuscirci anche a Milano, non fosse stato per la caparbietà di Pisapia, e anche a Napoli, dove fortunatamente hanno incontrato uno splendido giocatore d'azzardo come De Magistris. Oggi, bellissima notizia, gli è andata male pure a Genova grazie a Don Gallo e compagni, e questa è davvero una buona nuova, perché dopo Napoli, Milano e Cagliari abbiamo l'ulteriore riprova che vince chi si rende interprete di un cambiamento reale e non solo sbandierato. Oggi la rete, insieme ad un'accresciuta consapevolezza del mondo che ci circonda, consente paradossalmente  di distinguere le icone di plastica dagli essere "umani" in carne ed ossa e i pupazzi de regime possono vincere solo grazie ad un vuoto di proposte o a un'imposizione autoritaria. 
Siamo stufi di essere succubi delle logiche di contrapposizione interna di questo partito a cui non interessa affatto il "bene comune", ma unicamente la propria sopravvivenza. Vale la pena di ripeterlo tutte le volte che si può: lasciamo andare per la sua strada questo gruppo di zombies che tenta in tutti i modi di trascinarci nell'inanimato e lasciamo perdere illusorie mire egemoniche, è tempo perso, una chiesa tende a bruciare gli eretici o a fagocitarli al suo interno, non si lascia riformare realmente, la storia insegna. Non importa se il Pd cresce nei sondaggi, è solo materia fossile che si accumula.
Il Pd a questo punto può solo sopravvviere come una piccola chiesa o implodere definitivamente. Amen.

giovedì 24 dicembre 2009

A Natale mettete sotto l'albero un'alternativa alla barbarie. Auguri!

A Natale si usa fare gli auguri. È un cosa strana, soprattutto perché non si capisce che significato possano avere gli auguri e i buoni propositi in occasione di una festività religiosa. Ma non andiamo troppo per il sottile, consideriamolo un rituale che travalica il senso delle religiosità e della logica, al quale ci adeguiamo per amore della tradizione, quella buona, quella che non serve da pretesto per negare le novità.
Nel fare i miei auguri a tutti gli uomini di buona volontà e alla parte migliore dell'Italia, non ancora anestetizzata dal potere, che non crede che bisogna fermare a tutti i costi l'invasione del barbaro extracomunitario, e che con Berlusconi "in fondo in fondo ci guadagno" e al diavolo l'onestà,  faccio un appello a quelli che contano.
Mi rivolgo ai compagni della sinistra, a Ferrero, a Vendola, ad Asor Rosa, a Rossanda e ai molti altri impegnati da anni nelle lotte per un mondo migliore. Mi rivolgo a Di Pietro, a Grillo, al Popolo Viola, agli intellettuali come Saviano, Dario Fo, Tabucchi, Camilleri, Flores D'Arcais. Sedetevi per un attimo attorno ad un tavolo senza pensare alle differenze ed alle rivalità che ci sono fra di voi ed immaginate una grande coalizione di "persone per bene" che sia capace di fare fronte all'emergenza politica, sociale e direi anche morale, che questo paese sta vivendo a causa di un regime assurdo, e di creare un'alternativa politico-istituzionale che susciti passione ed evochi saggezza. Da soli non potete farcela. Uniti si può.
So che la definizione "persone per bene" può apparire ambigua, ma lasciate stare le sottigliezze, tanto ci siamo capiti: si tratta di arginare una situazione di sfascio e di involuzione autoritaria della società, che ci sta portando velocemente verso il disastro.
Fateci questo regalo per il nuovo anno.

Auguri!