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mercoledì 29 aprile 2015

“Lui è lui, voi nun sete un ca…”

di Tonino D’Orazio
38esimo voto di fiducia in un anno e la saga non è finita. Ormai la cosiddetta sinistra del PD, una specie di ossimoro incomprensibile, continua a collezionare ceffoni su ceffoni. Tra il no no no e voto si si si per “salvare l’Italia”, o la fuga, la farsa è completa. Ma i ceffoni sono per tutti i parlamentari embedded, in sostanza che accettano la protezione del capo per un seggio futuro e quindi le limitazioni imposte alla propria libertà di movimento e di espressione. Una specie di simonia morale. Dire di coscienza mi pare esagerato di questi tempi. Il ricatto chiaro è: tutti a casa con me.
Nessun sussulto di orgoglio né di vergogna. Nemmeno l’idea che per la storia siano essi stessi gli affossatori della democrazia costituzionale a favore della “democrazia personale” o “padronale”. Altro che padri riformatori! Servi appiattiti nelle gabbie costruite da loro stessi in questi anni e dove passeggiano intrappolati. Hanno diritto solo alla parola, ce la raccontano anche a noi per rallegrare la platea, per il resto si tratta di ubbidire, anche facendo finta di uscire dall’Aula al momento del voto sapendo che fanno comunque vincere la maggioranza. Pensano di salvare la loro coscienza dismettendo le loro responsabilità.
In nessun paese è successo che i senatori votino la loro dissoluzione e abdichino alla rappresentanza affidata loro dai cittadini. Solo perché chiesto da un capo partito  non eletto da nessuno se non dai propri fans, nemmeno dai propri iscritti. Senza nemmeno chiedere il parere di chi li ha votati, come se questa fosse una “piccola riforma” che in fondo gratta solo un pochino la Costituzione.
Non vi è dubbio che una nuova Resistenza li porterebbe tutti davanti ai tribunali del popolo. Per appropriazione indebita delle istituzioni che appartengono al popolo e non ai partiti, ormai strumenti di corruzione, furto e prevaricazione, evidenti ogni giorno, ai danni della propria nazione. Per essere passati da governo Esecutivo a Parlamento che esegue capovolgendo le istituzioni. Per furto del diritto di voto (non voteremo più, intanto per le Province, poi per il Senato e poi, poi, voteremo per quelli che il capo di turno avrà deciso). Per svendita di beni pubblici che non appartengono loro. E’ stato solo chiesto loro di gestirli da “buon padri di famiglia” non di venderli agli amici degli amici o regalarli dopo averli dissanguati. Il risultato è eccezionale e sembrano anche vantarsene. Per impoverimento organizzato e finalizzato a schiavizzare il popolo togliendogli la dignità e la sussistenza che solo il lavoro permette. Per assassinio in “guerre di pace” promosse al di fuori del nostro territorio mai stato in pericolo. Si tratta di aspettare. Anche se la storia non si ripete le analogie con il passato, non tanto lontano, sono tante.
In quanto al presidente della Repubblica, degno successore dell’altro, non c’è speranza. Potrà mai entrare in contraddizione con se stesso? Prima è padre della legge elettorale detta “matterellum” che prevedeva già i “premi”, dichiarati poi da lui stesso costituzionalmente proibiti; poi per quella detta “porcellum” ci ha messo 6 anni a dichiararla formalmente e sostanzialmente con “gravi lacune costituzionali”, compresi i premi previsti dalla sua legge. Lacune tali da inficiare Parlamento, Senato e tutte le leggi di questi ultimi anni, perché non avevano titolo a farle. Lo stesso Berlusconi, adesso dopo averne usufruiti, dichiara che vi sono 149 deputati “illegali” in Parlamento. Adesso addirittura Mattarella dovrà approvare e sostenere una legge peggiore. Ed è sicuro che lo farà. Renzi non è matto, se sta forzando significa che è “autorizzato” e si aspetta una blanda resistenza di facciata. Magari rimandandola almeno una volta alle Camere. Una splendida carriera, l’uomo sempre al posto giusto al momento giusto. In realtà è la dimostrazione che non abbiamo più grandi statisti. Se i deputati stessi si votano favorevolmente le pregiudiziali di costituzionalità (malgrado i pareri di costituzionalisti rinomati) della legge elettorale a maggioranza, cosa e quando la Corte Costituzionale (o la Presidenza della Repubblica) potrà decidere se sono vere? Eppure la Corte presieduta da Mattarella ha già deciso che alcune norme non sono costituzionalmente “corrette”. Diciamo che la povertà politica e servile delle classi padronali, difficile parlare di dirigenti politici, è arrivata molto in alto. Ma la furbizia, la menzogna, la corruzione, il furto sistematico, l’immoralità e l’amoralità invece ci vengono riconosciuti dappertutto. Basta vedere su questi temi dove si trova l’Italia nelle graduatorie internazionali. Ma a volte bastano i sorrisetti compiacenti e pietosi dei nostri partners europei, davanti alla tracotanza berlusconiana in un certo modo e renziana nell’altro. Tutto fumo e niente arrosto. Chiacchiere della “Commedia dell’Arte”. La realtà invece parla ripetutamente, (Wall Street Journal), di un futuro avviato alla bancarotta che chiamano educatamente default, dopo averci spolpati.
Ma che importa! Si troverà sempre di chi è la colpa, magari dei parlamentari che non hanno più coscienza, della mondializzazione che non abbiamo capito, oppure di Grillo e il M5S a causa della loro opposizione dura che impedisce al capo del governo di corre più velocemente nelle cosiddette riforme ordinategli da altra gente non eletta, come lui, magari dalle banche internazionali, dalla troika di Bruxelles, o da qualche potente cordata massonica internazionale alle quali molti nostri “dirigenti” politici sono ufficialmente affiliati. A questo ubbidiscono le coscienze attuali della maggioranza dei nostri rappresentanti parlamentari. Questo votiamo e voteremo.
La bagarre in Aula non è uno scandalo, magari c’è ancora qualcuno che fa finta di stupirsi, ma rappresenta solo una scenografia ipocrita all’aumento del patos necessario per gli spettatori (tele) e i fans, poi vedrete che tutto andrà come previsto da tempo dalla P2 di Licio Gelli al traguardo. E non sarà più necessario nemmeno votare perché non vi sarà più “rappresentanza” nelle istituzioni, già blindate da oggi e sottratteci.

sabato 17 gennaio 2015

E’ andato via, quasi

di Tonino D'Orazio
 
Ma il vilipendio rimane anche per gli ex presidenti? Sapete, la libertà di pensiero. Nessuno ha distrutto di più il paese come questo strano uomo. Un uomo sempre a galla e senza ideali sicuri, dalla sua presenza nel PCI di Napoli, sin dal dopoguerra, e successivamente aderente alle varie mode politiche dei decenni seguenti. Da comunista all’acqua di rosa, a socialista ombra nel periodo di Craxi, ministro dell’interno contestato, fantasma presente ai vari passaggi Pds, Ds, Pd. Risuscitato da D’Alema per un posto presidenziale dove non doveva fare altro che eseguire ciò che i “poteri forti” (ossimoro di anti-democrazia) gli avrebbero ordinato. E così è stato anche per il suo innamoramento senza ritegno per la Germania della Merkel e per la Commissione europea, di destra e anti-operaia.
Non basta aprire una Veuve Clicot per festeggiare. Non solo non è andato via veramente, ma prepotente e imbevuto di sé stesso com’è continuerà sicuramente ad intrigare dal suo scanno di senatore a vita. Morirà in Parlamento dopo più di dodici lustri di attaccamento alla poltrona. Che presidenza penosa in un confronto impossibile con Pertini e persino con Cossiga, malgrado tutta la casta dei giornalisti ci provi. Mai nessun presidente è stato “insultato” quanto lui per le banalità espresse, fino a rifiutare in massa di ascoltarlo per gli “auguri” di fine anno. Anche nel 2013. Le audience hanno palesemente mentito. La gente aveva altro da fare. Da sempre al servizio dei poteri forti e delle classi dominanti, l'ex fascista (iscritto al GUF, Gruppo Universitario Fascista), l'ex comunista (iscritto al Partito Comunista Italiano), l'ex del PDS, l’ex dei DS e infine l’ex democratico (Partito Democratico), finalmente a 90 anni suonati va in pensione d’oro. Amen. Forse. Fino ad ex senatore a vita.
Un uomo che è stato ministro e padre della peggiore legge anti-immigrati esistente in un paese europeo e civile (dixit: Tribunale Internazionale dei Diritti Umani). Un uomo che ha accompagnato la distruzione del lavoro e dello stato sociale italiano allo stadio attuale. Un uomo che doveva essere garante della Costituzione e invece ne è stato, con Berlusconi-Fini e il PD, il peggior sgretolatore. Un uomo che ha imposto alla repubblica parlamentare una repubblica presidenziale e monocratica. Ha scelto lui direttamente gli ultimi tre presidenti del consiglio, minacciando e ricattando di volta in volta il Parlamento con le sue dimissioni, fino all’ultimo Pinocchio apprendista stregone. Conoscendolo avrà sicuramente indicato e costruito il nuovo nome prima di andarsene. Ha necessità di continuità e di elogi, anche se falsi, per uscire con la testa alta. Non certamente un nome che riporti il paese e la funzione di presidente garante sulla retta via. Magari un banchiere proveniente da Goldman Sachs andrebbe proprio bene. O un amico degli amici, ma di quelli vecchi e implicati con il passato e l’omertà. Magari di quelli che hanno governato a suon di stragi e di bombe.
L’uomo giusto per la cultura giusta. Nel 1981 definì le parole di Berlinguer sulla questione morale ("I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali") "vuote invettive".
Non deve stupire i ringraziamenti delle varie caste che hanno occupato le istituzioni e se ne sono appropriate anche col suo sostegno perché senza contrasto. I parlamentari collusi e corrotti che in fondo ha protetto. I giornalisti sempre osannanti, i banchieri, gli imprenditori, soprattutto quelli corrotti ai quali ha permesso di rimanere agganciati al sistema politico attuale inamovibile, predatorio e impunito.
Né si può pensare che la Corte Costituzionale, avendo definito le due ultime leggi elettorali incostituzionali, innescando un meccanismo di falsa legalità dei Parlamenti succedutisi sotto il suo regno di garante se non della sua elezione, possa essere diventato un organo inutile e che mette il bastone alle ruote dei super leader massimo che hanno condotto il Paese allo sfacelo attuale. A colpi di centinaia di leggi carrozzoni con “voto di fiducia” (massima debolezza di un governo veramente democratico ed normalmente esecutivo dei dettami del Parlamento) che lui avrebbe dovuto contrastare e nei quali ha partecipato direttamente, con un doppio-pettismo sfacciato. Il piagnucolare per i giovani senza lavoro mentre li affossava con la sua firma sulle varie leggi di precarizzazione. Le altre due leggi dichiarate incostituzionali dalla Corte riguardanti il Lodo Alfano e il Legittimo Impedimento indicano la sua partecipazione a sostegno di Berlusconi, il quale in questi giorni lo cita come persona “antidemocratica”. Il bue che dice cornuto all’asino. Un tribunale storico contro il vilipendio della Costituzione e l’impoverimento del paese lo vedrebbe, insieme all’amico Berlusconi e altri, sicuramente imputato. Non fa parte ancora dei vincitori che possono ricostruire la storia a modo loro per poter essere considerato “padre della patria”. Anzi. L’autonomia di questo Paese, che lui ha scorporato e sottomesso a tutti i poteri esterni e internazionali senza ritegno, non è ancora finita. Che può voler dire, tenuto conto della loro fobia, “un comunista amato dagli americani”, se non la controprova di ciò che asseriamo.
Non sono mai state realmente fugate le sue implicazioni, se non l’alone della sua partecipazione, allo storico evidente accordo Stato-mafia, dovute ad una serie di interferenze non giustificate, di tentennamenti sulla lesa maestà, se non sul riserbo ufficiale del segreto di Stato, sulle sue intercettazioni distrutte e su una specie di parodia propedeutica nel tribunale di Palermo.
Capisco anche che abbia molti tifosi ai quali, e come tali, interessa poco la realtà dei fatti. Molti di loro amano, aspettano e difendono sempre l’uomo della provvidenza che ci salverà. Non sono mai arrivati e quest’ultimo proprio non né è stato uno. Ma sperano sicuramente che lo sarà il prossimo.
Visto che siamo in fase critica di libertà di pensiero lasciatemi alle mie riflessioni, e probabilmente non solo mie. Ho sempre anch’io la speranza che la storia possa raccontare una parte di verità, prima o poi, anche se dopo il “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”.

sabato 4 maggio 2013

Vogliamo discutere insieme per agire insieme

 
LONTANO DA BISANZIO, VICINO AI CITTADINI E ALLE CITTADINE
Non c’è più tempo, apriamo un confronto nei territori, cogliamo l’occasione

È stato rieletto Napolitano perché la candidatura Rodotà – che ha dato rappresentanza alle istanze della democrazia, dei beni comuni e dei diritti – è inaccettabile per le politiche liberiste europee, la sua elezione avrebbe costituito un ostacolo nel progetto dell’insediamento di un nuovo governo “di larghe intese” che, in continuità con il governo Monti, fosse compatibile con il quadro delle politiche europee e del cosiddetto “pilota automatico”.
Così prende il via il secondo governo Napolitano- Europa che, commissariando il parlamento, sancisce un presidenzialismo di fatto e rende Berlusconi il grande vincitore, facendolo passare da processato a padre della patria.
Le elezioni? Il voto? Il cambiamento? La democrazia? Nei tempi di Napolitano e del pilota automatico europeo non sono questioni rilevanti. Napolitano ha costruito una proposta coerente mettendo insieme chi ha programmi compatibili con i dettami della troika europea. Di queste compatibilità il gruppo dirigente del PD è il massimo garante. Il governo Letta, è infatti un governo politico PD-PDL che mostra ancora una volta come per il gruppo dirigente del PD Berlusconi non sia mai stato un reale problema, mentre lo è per milioni di cittadini.

PROPONIAMO
di coagulare la mobilitazione di questi giorni in un percorso di assemblee territoriali fra il 4 e il 16 maggio: occasioni pubbliche aperte ai soggetti attivi singoli e collettivi (associazioni comitati movimenti…) per discutere quanto sta succedendo, per costruire la partecipazione alla manifestazione del 18 maggio a Roma, ma soprattutto per animare un confronto che avrà una prima fase di sintesi nella due giorni di Bari il 15 e 16 giugno, su democrazia e rappresentanza.

PARTENDO DA TRE CONSIDERAZIONI:
1) Ci arrendiamo al presidenzialismo di fatto o lavoriamo per la ricostruzione delle istituzioni e delle forme politiche organizzate della democrazia?
Non c’è dubbio che tra il 24 di febbraio e il 24 di aprile l’Italia ha cessato di essere una “democrazia parlamentare”. Non sarà un golpe, in senso tecnico. Ma di certo è un devastante mutamento di “regime politico”: stanno cambiando infatti in misura sostanziale e regressiva la nostra forma di governo. Intanto perché è venuto meno il ruolo rappresentativo del Parlamento, con la formazione di una maggioranza che riesce a contraddire platealmente la volontà dell’intero elettorato (di tutte e tre le aree uscite dalla competizione elettorale).
E perché in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, il Parlamento si è chiamato fuori (per la seconda volta in poco più di un anno), rinviando la scelta al Capo dello Stato appena scaduto. Il quale è diventato, a tutti gli effetti, il baricentro del sistema istituzionale ed ha assorbito la funzione di indirizzo politico e di  demiurgo di un Governo che opera grazie e sotto il suo “tutoraggio” (così è stato scritto) La sede della sovranità si è spostata, dal suo luogo naturale – il potere legislativo – alla figura “monarchica” del Presidente.
Il Parlamento è fuori gioco perché l’ “agenda Monti” deve continuare a costituire la linea guida del Governo sotto una doppia tutela: quella ravvicinata del “Presidente-sovrano”, quella più distante ma in realtà decisiva dell’ “imperatore-pilota automatico” delle compatibilità liberiste europee. Per questo motivo l’opzione di un presidente come Rodotà, che sarebbe stata la risposta davvero alternativa, non è stata neanche presa in considerazione. Il “giovane” Letta si confà invece perfettamente allo scopo: come Monti membro della Trilateral e con la sua VeDrò, circolo che raccoglie personalità di diversa provenienza politica, ma tutte ben gradite ai poteri forti europei, vaticani e USA. Si configura al fondo una prospettiva minacciosa in cui Governo e Piazza verrebbero a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi: l’estinzione in diretta dei partiti politici mina al cuore la democrazia.
È a questo scenario che dobbiamo opporci costruendo un’alternativa. Continueremo a difendere con decisione la democrazia parlamentare, come fonte essenziale dell’equilibrio dei poteri, ma occorre al tempo stesso ricostruire forme di organizzazione e soggetti politici nuovi.

2)  Lontano da Bisanzio, vicino ai cittadini e alle cittadine
 
Al cuore della crisi istituzionale che viene così pesantemente avviata a un esito carismatico-presidenziale sta, infatti, la crisi dei partiti: la vera causa dell’eutanasia parlamentare a cui abbiamo assistito in diretta. E in particolare dell’unico vero Partito che era rimasto in campo, il Partito Democratico.  Il PD si è decomposto sotto i nostri occhi non tanto perché diviso in linee politiche contrapposte (una favorevole all’accordo col centro-destra, l’altra con l’area “grillina”): sarebbe ancora una lettura ottimistica perché presupporrebbe l’esistenza di aggregati politici al suo interno. In realtà esso è esploso perché dilaniato da un coacervo di ostilità personali, di rancori, volontà di vendetta e ambizioni non mediabili perché già da tempo prive di un orizzonte politico. Probabilmente il PD non si spaccherà lungo un’unica linea di frattura chiara destra-sinistra, ma secondo una geografia dei frantumi che riflettono le molteplici bande in campo (le testate plurime di cui ha parlato Bersani). E la dimensione personalistica cospargerà il campo di macerie e di veleni. Per questo motivo la sua crisi – che potrebbe durare a lungo, prima di produrre effetti organizzativi –  rischia di non aprire alcuna prospettiva di ricostituzione di un qualche “soggetto di sinistra”.
Né temiamo ci sia molto da aspettarsi dalle formazioni quali SEL, perché il crollo della casa principale può facilmente finire per travolgere chi ha fatto del centrosinistra la propria prospettiva.
È bene essere netti fin da subito, e dichiarare la nostra volontà di tenerci ben distanti da questo clima da Bisanzio nel momento della caduta dell’Impero.
Tuttavia la fine del grande equivoco del PD, al centro del grande equivoco del centrosinistra, può anche liberare possibilità e risorse. Lo spostamento di una parte del parlamento e della sinistra nel campo dell’opposizione a una nuova operazione simil-Monti nella forma di governo delle larghe intese è un dato positivo, se comporta però l’assunzione consapevole di un’altra prospettiva culturale e politica. Ci interessa infatti fare riferimento e ragionare con quell’Italia vasta, tutt’altro che minoritaria, radicalmente democratica e dunque contraria alle politiche del rigore di classe, che si è riconosciuta diversa intorno alla figura limpida di Stefano Rodotà – non certo ritornare alla pratica deprimente e sterile di rimettere insieme pezzi di ceto politico spinti fuori dalla geografia mobile dei partiti e in crisi di appartenenze.
Ci interessa l’Italia che vuole il cambiamento, l’Italia delle persone senza lavoro e precarie a vita, degli operai  e operaie  privati di contratti democrazia e diritti, dei giovani  e delle ragazze senza futuro e senza reddito, dei ceti impoveriti dalla crisi e dalle disastrose politiche di austerità di genere e di classe, l’ Italia che non può più aspettare e lotta per tenere insieme lavoro, reddito, diritti e democrazia. Per questo c’impegniamo nella mobilitazione diffusa verso l’appuntamento del 18 maggio a Roma con la FIOM.

3)  Sottostare al pilota automatico o riprendere in mano i comandi?
 
E’ il momento di ripartire dal basso, come sta nel nostro DNA. Offrire alla grande e dispersa massa delle persone spaesate ed esodate della politica un’occasione d’incontro – uno “spazio pubblico” in cui ritrovarsi – intanto per elaborare insieme un’immagine condivisa di quanto accade, e poi per costruire le proposte per un’azione attiva.
Non rinunciando alla denuncia delle colpe delle “caste”, ma soprattutto per innestare dentro la crisi politica e istituzionale la “questione sociale”, la risposta alla sempre più rapida asfissia economica e sociale: spread basso e disoccupazione alle stelle, finanza soddisfatta e l’economia reale che muore.  E’ di lì che la crisi della politica parte: dall’operare di quel “pilota automatico” evocato da Mario Draghi per rassicurare gli investitori, e che invece dovrebbe allarmare tutti i democratici, perché significa che la democrazia è sospesa. Inoperante. Partiamo dalle lotte  e dalle vertenze in atto nei luoghi dove viviamo e leggiamole come parte della crisi più generale, trasformandole da conflitti specifici in onda  di cambiamento generale.
 
ALBA- Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente

martedì 2 aprile 2013

Un nuovo ‘68

di Tonino D’Orazio 

Analogie e differenze semplici o troppo facili ? Eppure vi sono molti parallelismi, anche se la storia non si ripete. Il ’68 francese fu estremamente libertario, contenente in questa parola gli assiomi sempre ricorrenti della rivoluzione francese, liberté, égalité, fraternité. Quello italiano più centrato, alla fine, con un crescente partito comunista, sul sociale, il lavoro e l’antimilitarismo. Quest’ultimo termine accomunava in realtà gran parte della generazione giovanile mondiale contro la guerra del Vietnam.
Quello del rinnovamento sociale e politico, a parte lo Statuto dei Lavoratori che aspettava di essere recepito dal 1950, fu stroncato ogni volta da una serie di attentati terroristici dello stato (servizi segreti deviati, stay behind , manipolazione di Brigate Rosse o di Nar, …)
Quella generazione, giovane, spingeva al rinnovamento sociale e politico. Salvo in alcuni casi, nella sinistra politica arrivarono nelle segreterie dei partiti forze giovanili con un ricambio generazionale evidente. Purtroppo quei “giovani” sono ancora oggi al comando, nei partiti e nelle istituzioni, con un nepotismo e una lungimiranza eccezionali. Non c’è stato nessun ricambio generazionale evidente da più di 40 anni. Mentre nel mondo occidentale anglosassone, ma anche francese, arrivavano alla direzione governativa spesso dei quarantenni, da noi si ragionava, e si ragiona, come se avere meno di 60/70 anni fosse un handicap. Bloccando in questo modo un rinnovo e un rilancio generazionale effettivo nel nostro paese, con il risultato punitivo di non considerazione dei giovani. Certamente, salviamo qualche mosca bianca, ritenendola comunque inglobata, almeno dal sistema elettorale, in un meccanismo esclusivo e chiuso.
Il ’68 spinse un po’ in là la generazione precedente. Del ’13 di oggi si può dire la stessa cosa? Deve dirlo per forza l’ambasciatore americano a Roma sollecitando i giovani a “prendere il loro destino in mano”? I nostri vecchi e servili politici, scandalizzati, non hanno osato farlo chiamare “a rapporto”. Ma forse anche gli americani sono stufi del ricorrente e inalterato vecchiume italiano. Anzi sembra che Napolitano, quasi novantenne, ci possa anche morire, Dio ne scampi, sulla poltrona presidenziale con un mandato rinnovato che si schermisce a non volere. Ci rifarebbe quasi, dopo i danni che ha combinato in sette anni insieme all’amico Berlusconi, un quasi ottantenne pronto per quella poltrona. Se si dimettesse subito non farebbe più danno alla sinistra, anzi. Nessun presidente ha mai permesso un tale sgretolamento della nostra Costituzione e l’aver reso la nostra una repubblica quasi presidenziale, a colpi di decisioni costituzionalmente dubbiose, ma dettate “dall’urgenza della situazione”. Una foglia di fico.
Cosa possono pensare i giovani disoccupati e senza speranza davanti alle dichiarazioni di una Livia Turco, settantenne, che è stata in parlamento per 30 anni (e anche il più deleterio ministro contro i cittadini immigrati insieme a Napolitano), quando dice: “il partito mi troverà un lavoro”.
Il canale generazionale di cambiamento è il M5S? Sembra proprio di sì. La piazza, dove ricordo anche le manganellate, non è più quella reale ma quella virtuale di internet. Dove le “manganellate”, oggi, sono quelle coercitive di reti televisive e mediatiche ammaestrate che ci condizionano in modo sistematico, tra un sondaggio pilotato e un altro. Linciaggio mediatico, a reti unificate, soprattutto adesso, perché un movimento come il M5S non fa quello che gli si chiede sotto il nome di “responsabilità” da chi pensa di poter continuare impunemente il disastro politico-economico del paese.
Penso che i giovani, ma anche i meno giovani, non abbiano chiesto al M5S di farsi carico di questo paese ridotto a brandelli insieme ai loro autori, appassionatamente insieme, ma di cambiarlo profondamente, se possibile. E, finalmente, con strumenti costituzionali, con il ripristino della concezione repubblicana del Parlamento che utilizza un esecutivo (chiamato governo) per applicare le sue leggi, e non viceversa. Chiede il ripristino della democrazia, una testa un voto e la scelta di poter votare le persone che si ritengono giuste. Unica possibilità per il popolo di entrare in Parlamento. Chiede il ripristino della politica sull’economia. Altro che giovani ingenui. Gli altri continuano a parlare solo di economia (spead, borsa, rating, banche, debito …), a discapito dei cittadini, ma di tanti cittadini. Quale semplice rivoluzione culturale del sistema attuale!
I partiti attuali, diciamo le loro oligarchie, hanno ridotto il Parlamento in un centro di potere, una Camera delle Corporazioni di vecchia memoria. Gli onorevoli non sono personalmente eletti ma nominati dai loro segretari tutto potere dopo delle primarie interne che non hanno nulla a che vedere con la Costituzione repubblicana. Vi sono 87 avvocati, 90 giornalisti, 46 commercialisti, 38 medici, ingegneri, industriali, …. Niente sociale, niente mondo del lavoro, niente giovani veri. Cioè gran parte dei voti del M5S di oggi. E se sono una “minaccia per l’Europa”, ben vengano, visto che questa è ridotta alla guerra fratricida dei ricchi contro i poveri, sia dei paesi che delle persone, e alla morte sociale. E’ giusto che si sentano minacciati nella loro feroce ideologia liberista e fascista.
Allora diciamo che sta succedendo qualcosa di importante e, al momento, se la storia ci sta passando a fianco dovremmo dargli almeno un’occhiata, senza la pretesa di catalogarla in vecchi schemi di analisi affinché non cambi nulla e possiamo rimanere nelle nostre sempre più misere e fatali certezze, senza alternativa.