Visualizzazione post con etichetta partiti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta partiti. Mostra tutti i post

venerdì 9 novembre 2018

Il ritorno del partito

di Paolo Gerbaudo da rifondazione.it



Perché sono tornati i partiti di massa? Perché sono ancora il modo migliore affinché coloro che non hanno potere, possano sfidare i potenti. Pubblichiamo la traduzione di un articolo dal sito della rivista americana Jacobin. 
E’ un luogo comune osservare come l’epoca post crisi sia definita dall’ascesa di movimenti populisti sia sul fronte della sinistra che su quello della destra, nel mezzo di una crescente polarizzazione politica. Tuttavia, non è stata sufficientemente sottolineata la centralità del partito nell’arena politica. In Occidente, e in Europa in particolare, stiamo assistendo ad una rinascita del partito politico. Sia i vecchi partiti, come quello Laburista in Gran Bretagna, che quelli nuovi, come Podemos in Spagna e la France Insoumise, hanno visto una crescita enorme nel corso degli anni, ponendosi tra l’altro al centro di importanti innovazioni organizzative. Dal momento che per molti anni sociologi e politologi hanno concordato nel preannunciare la perdita del primato del partito politico in una società digitale sempre più globalizzata e diversificata, questa rinascita della forma partitica è degna di nota. In effetti, l’attuale ritorno della sinistra ha di fatto smentito queste previsioni. La tecnologia digitale non ha rimpiazzato il partito. Gli attivisti l’hanno piuttosto utilizzata al fine di sviluppare meccanismi innovativi per fare appello ai cittadini, pur riaffermando la forma partitica quale strumento principale per la lotta politica.
Previsioni maldestre
Il fatto che i partiti politici stiano tornando nuovamente alla ribalta, è innanzitutto evidente dal crescente numero di membri all’interno dei partiti, una chiara svolta rispetto al progressivo calo di adesioni a cui hanno dovuto assistere molti partiti storici europei all’inizio degli anni Ottanta. In Gran Bretagna, il Partito Laburista sta per raggiungere i 600.000 membri, dopo aver raschiato il fondo nel 2007, alla fine del mandato di Tony Blair, con appena 176.891 adesioni. In Francia, la France Insoumise di Jean Luc Melenchon conta 580.000 sostenitori, rendendolo il più grande partito della Francia, dopo appena un anno e mezzo dalla sua fondazione. In Spagna, Podemos, fondata nel 2014, ha più di 500.000 membri, più del doppio rispetto al Partito socialista. Persino negli Stati Uniti, una nazione che per gran parte della sua storia non ha mai assistito alla nascita di partiti di massa nel senso europeo del termine, possiamo notare una tendenza simile, in quanto i Socialisti Democratici d’America (DSA), la più grande formazione socialista della nazione, ha raggiunto i 50.000 membri, all’indomani della candidatura di Bernie Sanders alle primarie del Partito Democratico, nel 2016. Questa spettacolare crescita delle adesioni ai partiti di sinistra – molti dei quali di nuova formazione – contrasta considerevolmente con le previsioni che sono state fatte, fino a poco tempo fa, da molti politologi. Nel bel mezzo della crescente apatia degli elettori, nonché del calo delle adesioni, a molti il partito politico sembrava una tipologia organizzativa ormai superata – una caparbia reliquia di un passato che fu. Nel 2000, rinomati politologi del calibro di Russell Dalton e Martin Wattenberg hanno affermato che “oggi vi sono prove sempre più numerose che evidenziano un declino del ruolo dei partiti in sede di assetto delle politiche delle progredite democrazie industriali. In molti hanno dimostrato che i partiti politici hanno assistito al calo delle adesioni e l’opinione pubblica attuale sembra divenire sempre più scettica di fronte ai partiti politici.” Lo studente irlandese Peter Mair ha sostenuto che noi siamo testimoni del tramonto dell’“era della democrazia partitica”, sottolineando il ruolo di alcuni fenomeni, come l’instabilità dell’elettorato e la crescita di un diffuso “sentimento anti-politico”, nel declino dei partiti politici.
Oltre ad essere un commento relativo al calo delle adesioni agli storici partiti di massa, tale diagnosi ha tratto la propria ispirazione dalle teorie postmoderne sulla “fine della storia”; una profezia che, per molti, prevedeva anche la fine del partito, attore storico decisivo in gran parte della teoria marxista tradizionale. Nel mezzo dell’estrema differenziazione e individualizzazione della “società delle reti” descritta dal sociologo Manuel Castells, in cui vi è sempre più spazio per l’autonomia e la flessibilità individuale, tutte le organizzazioni si accosterebbero alla morfologia orizzontale delle rete, a scapito della struttura verticale della piramide che ha sempre prevalso nelle organizzazioni dell’era industriale. Non si tratta di un buon auspicio per il futuro del partito politico, che, per sua natura, necessita della presenza di una struttura di comando centralizzata che imponga la disciplina e la sottomissione delle volontà individuali per un obiettivo comune. Oltre a ciò, si percepiva anche una crisi nell’identificazione dei partiti. Le identità di classe non erano più considerate capaci di mobilitare gli elettori, e i partiti diventavano sempre più organizzazioni “per tutti”, alla ricerca opportunistica di voti laddove vi fosse una falla nel “mercato elettorale”.
 Questa sociologia dalla complessità, personalizzazione e disintegrazione di classe estreme veniva accompagnata dalla persuasione che in un mondo globalizzato, il partito avrebbe perso importanza per la semplice ragione che lo stato-nazione – l’oggetto di conquista tradizionale nonché quadro dell’operazione del partito – diminuiva il suo potere a favore di istituzioni governative globali. Antonio Negri e Michael Hardt, autoproclamatisi “marxiani” maîtres à penser, celebravano la transizione dagli stati-nazione all’impero globale, non collocandosi lontano dal modo in cui l’editorialista del New York Times Thomas L. Friedman sviolinava sull’imminente vittoria della globalizzazione contro le nazioni. La situazione globale sembrava favorire altri tipi di organizzazione collettiva, operando a livello transnazionale e prestando attenzione alle “singole questioni”: proteste di rete, movimenti sociali, beneficenza, ONG. E’ significativo che il Forum sociale mondiale, il principale incontro dei movimenti contrari alla globalizzazione, abbiano esplicitamente escluso i partiti, come se questi non solo fossero obsoleti, ma persino moralmente riprovevoli.
 Il sospetto anti-partito

Questo forte sentimento anti-partito, che ha modellato la formazione politica degli attivisti di sinistra delle generazioni passate, ha caratterizzato le convinzioni alla base delle torsioni autoritarie.
Il nazismo e lo stalinismo hanno dimostrato fino a che punto il partito avrebbe potuto trasformarsi in una crudele macchina incline alla manipolazione dei suoi membri e all’obbligo dell’obbedienza incondizionata. Il cinema e la letteratura ci hanno tramandato vividi ritratti dell’effetto malevolo dell’obbedienza al partito, sia a livello psicologico che politico. Basti considerare, ad esempio, l’abominio del partito nazista di Hitler o i processi farsa e le persecuzioni condotte dai partiti comunisti del blocco sovietico, da cui trae ispirazione il romanzo di Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno. I “partiti di massa” socialdemocratici più benigni hanno dato origine ad uno scontento diffuso. Ma il vero problema era il modo in cui questa critica giustificata era diventata alleata di un rancore liberale di vecchia data nei confronti del partito politico, sostenuto da una paura antidemocratica delle masse organizzate e delle loro rivendicazioni di controllo democratico e di ridistribuzione economica. Questo discorso liberale ha una storia molto lunga alle spalle, riconducibile alle origini della democrazia moderna. Personalità anche molto diverse tra loro come James Madison, Moisey Ostrogorski, John Stuart Mill, Ralph Waldo Emerson, e Simone Weil avevano criticato con forza il partito politico. Avevano attaccato i partiti politici per aver sottomesso l’individuo all’obbedienza e all’uniformità, asserendo che invece di porsi al servizio degli interessi generali della società civile, avevano finito per difendere gli interessi ristretti di una fazione. Emerson, ad esempio, come è noto, sosteneva che “una setta o una partito sono eleganti incognite volte a salvare l’uomo dal cruccio di dover pensare,” mentre l’anarchica cristiana Simone Weil aveva scritto che i partiti politici avevano creato una condizione in cui “invece di pensare, ci si schiera semplicemente: a favore o contro. Una tale scelta sostituisce l’attività della mente.”
In epoche neoliberali, questa preoccupazione per la libertà individuale è tornata ad essere attuale nella proclamata celebrazione dello spirito imprenditoriale e della spontaneità di forze di mercato deregolamentate, facendo sembrare qualsiasi forma di organizzazione collettiva come una sorta di impedimento illegittimo. Ne La società libera di Friedrich von Hayek, il più importante filosofo neoliberale del “pensée unique” (“pensiero unico”), è noto per aver espresso la sua sfiducia nei confronti dell’ordine costruito (taxis) e la sua fiducia verso l’ordine spontaneo (kosmos) della società, modellato sul presunto libero scambio del mercato. Il partito politico, come lo Stato, viene dunque rappresentato come una sorta di grigio e burocratico Leviatano che minaccia la libertà, l’espressione autentica, la tolleranza, e il dialogo. Purtroppo, questo pensiero unico è stato assorbito inconsapevolmente da molti movimenti antiautoritari emersi a seguito delle proteste studentesche del 1968, che hanno fatto proprie le denunce dei neoliberali nei confronti delle organizzazioni collettive e della loro burocrazia, nel nome dell’autonomia e della libera espressione personale. Ironicamente, oggi gran parte del disprezzo popolare nei confronti del partito politico è esso stesso il prodotto di un’ideologia neoliberale, nonché del modo in cui negli anni Novanta e Duemila questa ideologia ha facilitato la trasformazione dei vecchi partiti di massa dell’epoca industriale in nuovi “partiti liquidi”, progettati come i “partiti professionali/elettorali” americani. Questi partiti, il cui cinismo è ben chiaro nell’immaginario comune grazie a serie TV come House of Cards e The Thick of It, hanno sostituito i vecchi burocrati con giornalisti di regime, e i quadri del partito hanno lasciato spazio a consulenti di sondaggi e di comunicazione. Quindi, quando persone con convinzioni diverse si scagliano contro i partiti politici, possono anche avere concezioni di partito differenti. Tuttavia, sembra che per loro ci sia qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella forma partitica in sé.
Organizzare le masse popolari
Perché, dunque, il partito politico sta facendo il suo ritorno, nonostante tutte queste critiche?
Questa rinascita del partito, messa in luce negli ultimi anni da autori come Jodi Dean, è il riflesso del fondamentale bisogno politico della forma partitica, specialmente in tempi di crisi economica e di crescente disuguaglianza. Il partito politico è la struttura organizzativa attraverso la quale le classi popolari possono unirsi per sfidare la concentrazione di potere che caratterizza gli straricchi oligopoli economici; si tratta, quindi, di sfidare gli stessi attori che hanno sfruttato la crisi finanziaria per imporre un impressionante trasferimento di ricchezze nelle loro stesse mani. Anni di neoliberalismo hanno convinto molti che i loro bisogni materiali potevano essere soddisfatti grazie al proprio sforzo individuale, allo spirito imprenditoriale, alla competizione, all’interno di un presunto sistema meritocratico. Ma il fatto che il capitalismo finanziario abbia fallito nel creare benessere economico, ha indotto molti a pensare che l’unico modo per promuovere i propri interessi sia quello di unirsi ancora una volta in un’associazione politica organizzata. Questa reazione quasi istintiva alla difficoltà economica serve a dimostrare il ruolo permanente del partito, così come i mezzi attraverso cui un’unità di classe può realizzare una volontà collettiva per diventare una forza politica. Questa idea, infatti, è stata per lungo tempo discussa all’interno della tradizione marxista; dall’analisi di Karl Marx e Friedrich Engels del Manifesto del partito comunista al dibattito di Lenin sul partito di avanguardia, alle osservazioni di Antonio Gramsci sul “moderno principe” nei Quaderni del carcere, fino ad arrivare alle riflessioni di Nicos Poulantzas in Political Power and Social Classes. Il partito di avanguardia leninista e il partito di massa socialdemocratico hanno fornito diverse soluzioni per affrontare questa missione. Tuttavia, entrambi alla fine hanno innalzato un’immensa burocrazia per adempiere al compito descritto da Gramsci: “centralizzare, organizzare e disciplinare” la massa dei sostenitori. Robert Michels, uno dei pionieri della teoria del partito moderno, ha attaccato questa crescente burocrazia, considerandola la fonte della “legge ferrea dell’oligarchia”. Ma, ciononostante, riteneva che la sua progressiva affermazione riflettesse una necessità fondamentale dell’organizzazione di massa. “L’organizzazione, essendo basata sul principio del minimo sforzo, ossia sul massimo risparmio di energia, è l’arma del più debole contro il più forte.” Il partito quindi opera come un “aggregato strutturale” che fornisce ai suoi membri il modo per amalgamare le forze e sconfiggere l’isolamento – che, come ha sottolineato Nicos Poulantzas, altrimenti caratterizzerebbe la vita dei lavoratori, costantemente disorganizzati dalla politica del “divide et impera” portata avanti dal capitale e dallo Stato. Sebbene la classe media si sia ramificata in molte direzioni (ad esempio, le divisioni tra capitale commerciale, industriale e finanziario), è molto più agevolata ad unirsi perché, oltre ad essere poco numerosa, possiede zone chiave per l’aggregazione sociale, come porti, golf resort, logge massoniche, e club Rotary, per non parlare dei giuramenti di sangue che vengono celebrati durante i matrimoni misti. In risposta a questa intensa opposizione, i partiti politici costituirebbero sostanzialmente le “armi dei poveri”. Come ha scritto il sociologo americano Anson D. Morse, ci sono i mezzi per “unificare le moltitudini”, unendo forze che altrimenti andrebbero disperse e portandole ad avere il solo obiettivo di sfidare con credibilità la concentrazione del potere economico. È proprio questo il motivo per cui sono sempre stati disprezzati dalle élite liberali, ma è anche la ragione per cui sono stati avvicinati con sospetto dal piccolo borghese che, come affermava il sociologo francese Maurice Duverger, ha paura dell’encadrement [avere una struttura imposta] e di perdere la sua autonomia individuale. Oggi, siamo di fronte ad un’economia digitale che sta dividendo ed isolando i lavoratori tramite l’outsourcing, la riduzione del personale, la supervisione algoritmica da remoto – visibile, ad esempio, in aziende come Uber e Amazon. In questo nuovo contesto, la necessità che il partito operi come un “aggregato strutturale”, riunendo il potere di molti individui isolati, è di fondamentale importanza. Ciò è particolarmente vero dal momento che mentre i partiti sono chiaramente e nuovamente in crescita, come viene evidenziato dal moltiplicarsi delle adesioni, non si può dire di certo la stessa cosa per quanto riguarda i sindacati e altre forme tradizionali di organizzazione popolare. Nell’epoca post-crisi, i partiti politici devono sicuramente porsi l’obiettivo della rappresentanza politica, di cui si sente di nuovo evidentemente bisogno. Inoltre, devono anche compensare il fallimento comparativo di altre forme di rappresentanza sociale, per dar voce agli interessi dei lavoratori e richiedere concessioni ai datori di lavoro. Tutto sommato, non dovrebbe sorprendere che in tempi segnati da una grottesca disuguaglianza sociale e da un individualismo incontrollato, il partito politico stia tornando a vendicarsi. Evidentemente, il “principe ipermoderno” (per distinguerlo dal “moderno principe” descritto da Gramsci) è molto diverso dal partito burocratico dell’era industriale, sebbene abbia tentato in modo simile di costruire spazi di partecipazione di massa. Come si è notato bene nelle nuove formazioni come Podemos e France Insoumise, le organizzazioni politiche in ascesa spesso hanno una struttura centrale di comando molto minimale e rapida, paragonabile allo “slanciato” modello operativo delle imprese start-up dell’economia digitale. Queste formazioni potrebbero etichettarsi come “movimenti”, per via delle associazioni negative ancora evocate dal partito politico nella sinistra. Ma, in fin dei conti, sono a tutti gli effetti partiti politici. Si possono intendere come tentativi di innovare la forma partitica e renderla adatta alle circostanze attuali, in cui la vita sociale quotidiana è decisamente differente rispetto alle condizioni dell’epoca industriale in cui si era affermato il partito di massa. Questi nuovi partiti si stanno progressivamente affermando in un contesto in cui le filiali locali, i quadri, e il complesso sistema di delegazione tipica dei partiti socialisti tradizionali e comunisti, sono divenuti in gran parte inefficaci. Gli attivisti stanno tentando di indirizzare questa sfida utilizzando vari strumenti digitali, tra cui piattaforme online partecipative, basata sul sistema OMOV (“one man, one vote”), in cui tutti gli utenti registrati sono invitati a partecipare alle decisioni online. Come descrivo in The Digital Party: Political Organisation and Online Democracy, vi è un dibattito acceso per cui, all’interno e al di fuori di queste formazioni, ci si chiede se il passaggio dalla “democrazia delegata” ad una democrazia diretta online sia effettivamente un miglioramento. E, infatti, alcune di queste organizzazioni si stanno allontanando dalla “legge ferrea dell’oligarchia” denunciata da Michels, solo per poi scontrarsi con un “plebiscitarianismo” digitale ugualmente problematico, accompagnato da una guida carismatica – una sorta di iperleadership che sta al di sopra. Tuttavia, questa trasformazione a livello organizzativo dovrebbe essere accolta come un audace tentativo di far rivivere la forma partitica. Ciò è particolarmente vero in un’epoca in cui vi è una particolare urgenza di aggregare le classi popolari in un attore politico comune, se si vuole dare una scrollata all’equilibrio di forze che propende decisamente a favore delle élite economiche. Fare appello a questo obiettivo strategico farà sollevare domande spinose sul potere e sull’organizzazione interna a cui, per troppo tempo, gli attivisti di sinistra si sono sottratti. Contrariamente a ciò che alcuni hanno affermato all’alba del nuovo millennio, non c’è modo di “cambiare il mondo senza prendere il potere”. E non c’è modo di prendere il potere e cambiare il mondo senza ricostruire e trasformare i partiti politici.
traduzione di Daniele Iannello

giovedì 25 settembre 2014

Partiti e sindacati

di Tonino D'Orazio 
 
Sono parole forti o è una concreta strategia alla quale stiamo assistendo e in un certo modo partecipando?
Il nostro ideale repubblicano deriva interamente dalla nozione di volontà generale, anche se questa è una nozione assai complessa. Poiché in realtà si tratta di preferire la volontà del popolo a una volontà singola. Certamente pensare non che una cosa sia giusta perché il popolo la vuole, ma che a certe condizioni il volere del popolo ha maggiori probabilità di qualsiasi altro volere di essere conforme alla giustizia sociale e politica. O perlomeno a diminuire errori politici complessivi. Eppure se una sola passione collettiva (per esempio la guerra) afferra tutto un paese, il paese intero è unanime nel delitto.
L’altro elemento che sembra meno evidente in questa fase “democratica” è che il popolo possa esprimere il suo volere rispetto ai problemi della vita pubblica e non fare soltanto una scelta di persone. Questa è una esigenza compressa ormai da partiti diventati autoritari per impedirlo e che decidono in modo viscido a nome loro. Sembra che la volontà generale non abbia alcuna relazione con le loro scelte. Quant’anche spesso pilotate. In realtà un Renzie comanda con il voto di meno di 20 cittadini su cento italiani. Ne va anche strumentalmente molto fiero, come i re “unti dal Signore”. Eppure la realtà sta rincorrendo le sue fughe in avanti, e a parte qualche ulteriore piroetta non può stare sereno.
In linea di principio il partito (o il sindacato) è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene pubblico. E’ uno strumento per “fabbricare” una passione collettiva tale da diventare maggioranza ed avere aspirazioni egemoniche. Sono sempre legati agli interessi di una categoria sociale e esercita passione presso i propri iscritti se vi rimane. Viene combattuto da partiti avversari con passioni diverse se non inconsciamente simili, nella difficoltà di cosa ritenere buono per bene pubblico o bene privato. Spesso facendo coincidere il bene pubblico e quegli interessi. Finché risultino formalmente evidenti, altrimenti vengono mascherati perfino contro l’ovvietà. Questo è un virus mortale per i partiti poiché non tutti possono rappresentare tutti, a meno di definire uno stato sociale, con tutte le sue pulsioni, “pacificato” e non suscettibile di tensioni o capovolgimenti. Situazione dove tutti cedono sovranità al più “forte” che si è impossessato di tutti gli strumenti offerti, volenti o nolenti, dalla “democrazia”.
La pressione collettiva viene esercitata sul grande pubblico attraverso la propaganda. Lo scopo confessato dalla propaganda è di persuadere, non di comunicare. Tutti i partiti fanno propaganda e nessuno può negare il loro obiettivo di educare il pubblico, e lavorare per “formare” il giudizio del popolo in passione utilizzabile. Pensate alla presa culturale dei partiti per l’indottrinamento della e nella scuola. Oppure in questi mesi l’indottrinamento televisivo, anche se a volte ridicolo, di “quanti bei vantaggi” abbiamo ottenuto dall’Europa, sapendo quanto quest’ultima sia stata un po’ maltrattata in queste ultime elezioni. Ma se continuano sanno che saremo educati allo scopo, almeno la parte utile o più debole critica-mente della popolazione.
In linea di principio il partito è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene pubblico, almeno così si può interpretare nella storia e nella nostra Costituzione, anche se non hanno mai voluto essere “regolamentati” da leggi chiare sul loro funzionamento e sui loro limiti riguardo alla preminenza del popolo, unico vero arbitro. Ciò è vero anche per quelli che sono legati agli interessi di una categoria sociale, come le organizzazioni sindacali che organizzano milioni di persone, poiché si tratta sempre di una certa concezione del bene pubblico in virtù della quale vi sarebbe coincidenza tra il bene pubblico e quegli interessi. Anche se questa concezione in verità risulta estremamente vaga quando poi si scontra con la predominanza degli interessi più “forti”. Tra l’altro una concezione del bene pubblico non è cosa facile da pensare e perseguire, soprattutto se la società di riferimento viene opportunamente aiutata a frazionarsi e deflagrare. Un partito però pone come assioma di rappresentare il bene pubblico e di tutti. Ciò non è mai esistito, è solo appropriazione del potere. Poi si vedrà. E non si è visto altro, da un po’ di anni, che accozzaglie innaturali di idee messe in comune in grandi “coalizioni” e aggregazioni come collanti per il potere. Il risultato è feroce per il bene pubblico e per il popolo (o no?).
Tra l’altro alcune espressioni in merito al partito sono chiare. Nessuno parlerebbe più oggi col termine un po’ guerriero del “militante”. Nessuno può utilizzare il termine di rappresentanza di una parte della società se non strumentalmente. Anzi voler rappresentare tutti, pur significando di non rappresentare nessuno, lo possono fare insieme e in accordo due parti anche in profondo contrasto ideale e rappresentativo fra loro, con un tira e molla risultato deleterio per i più deboli. Partito “liquido” (drammaticamente come l’acqua che occupa gli spazi vuoti e si adatta a qualsiasi contenitore), cioè non più strutturato con posizioni condivise da circoli o dalla partecipazione continua. Vi sono oggi solo riunioni di organismi dirigenti, eletti ogni tot anni, con segreterie plenipotenziarie, anzi segretari autoritari (leader populisti), alle quali le maggioranze sono costrette poi a delegare tutte le decisioni. Spesso in ritardo culturale e politico in rapporto alle linee congressuali condivise , in un quadro politico reale in sviluppo troppo rapido. Quindi non esiste una linea di partito o di sindacato. E’ come una macchina nuova appena uscita dalla concessionaria; vale meno della metà. Tutto da rifare anche durante i congressi stessi. Quello della Cgil per esempio, pur con un “progetto” per il lavoro, è avvenuto in un passaggio di consegne tra due governi e due premier non eletti, ma estremamente decisionisti. Non se ne fa nulla.
Il problema di fondo è che ormai i partiti liquidi, ma con un solo capo, si sono impadroniti dello Stato, della Carta Costituzionale e di tutte le leve del potere, andando avanti nella dissacrazione degli stessi, nella manipolazione della rappresentanza popolare e nel consolidamento della loro illegalità (povera Corte Costituzionale!). A questo livello questi partiti sono un bene o un male? Sono autoriformabili o non meritano il titolo, pur interessante e democratico, di partito, essendo diventati tutt’altro?
Finalmente anche la Camusso e la Cgil, ma forse non tutta, in un intervista decreta che questo “governo sceglie misure di destra, la sua unica logica è attaccare i sindacati”. Intanto l’aver capito tardi, da almeno due congressi che la logica capitalistica di questo secolo è quella di abolire i sindacati, rendendoli pressoché inutili (“Se ne può fare a meno” esplicitato) perché malgrado la lotta blanda di questi ultimi due decenni e l’accettazione di un concetto di flessibilità del lavoro ormai con grande evidenza diventato tallone di Achille con la precarizzazione, rimane ancora uno zoccolo duro della difesa dei diritti. E’ troppo per un neocapitalismo e una concezione americana, cioè accordi fabbrica per fabbrica, convivere con l’esistenza di un sindacato confederale dei lavoratori, ma forse anche con quello padronale. E’ tardi per dire che “l’Europa è contro un mercato del lavoro duale, [dopo aver rincorso le straordinarie cavolate di Ichino per anni, visti i risultati. Ndr.] e che in Europa è il contratto a tempo indeterminato ad essere considerato lo standard”.
Però se la Cgil non rappresenta più il mondo complessivo reale del lavoro può essere oggi attaccata frontalmente dalle forze di destra e quelle che fanno finta di essere di sinistra. Insieme l’hanno, e continuano, sgretolata. Non riesce realisticamente a minacciare più niente e nessuno, i suoi strumenti storici sono spuntati. Sono rimasti spesso proclami. Pensare che chi ha aiutato a spuntarglieli possano essere stati anche Cisl e Uil, con la trappola dell’unità a tutti i costi, non è peccato. E’ il compimento di un altro capitolo della P2. Il virus dell’indebolimento covava da dopo Cofferati e forse già con lui. Ma soprattutto da quando la “sinistra” politica del paese, non più sponda dei lavoratori, è diventata collaterale alla destra e alla sua ideologia.

domenica 10 marzo 2013

Les italiens expliqués aux enfants

di Pierluigi Sullo da democraziakmzero


Nel 1988, Jean-François Lyotard pubblicò un libro dal titolo fulminante: “Le postmoderne expliqué aux enfants”, il postmoderno spiegato ai bambini. Che arrivava dopo “La condizione postmoderna”, uscito all’inizio degli anni ottanta. In quei libri, il filosofo francese analizzava la disgregazione delle “grandi narrazioni”, l’illuminismo (e il liberalismo) e il marxismo, alle prese con la trasformazione radicale della società, dell’economia, della geografia dei poteri. Dopo un quarto di secolo, gli elettori italiani “hanno votato due clown”, come ha detto il capo della Spd tedesca.
Qualcuno dovrebbe azzardarsi a scrivere un libro intitolato “Les italiens expliqués aux enfants”. C’è infatti chi pensa che gli italiani sono un popolo bizzarro, irresponsabile, e chi dice che sono annegati nel provincialismo, hanno cioè staccato le connessioni con il resto del mondo. Dappertutto gli elettori votano – sempre meno – per i partiti tradizionali, e tradizionalmente divisi in “destra” e “sinistra”, restando perfino in Grecia al di qua dell’abisso che si spalanca oltre l’orlo dell’euro (dato che il mondo è tornato piatto, ed ha la forma di una moneta). E dappertutto, quando protestano, i cittadini assumono lo stile degli Indignados, del movimento Occupy, della gente di piazza Tahrir al Cairo. Ovvero: i sistemi politici reggono, bene o male, mentre a ondate dalle società arrivano messaggi di sfiducia, di estraneità, di rigetto.
In Italia, al contrario, è accaduto che la marea del rifiuto della politica è entrata dentro la politica indossando la maschera non di Anonymous ma di Beppe Grillo.
Perché si producesse questo risultato dev’essere accaduto, nel profondo della società, un qualche cataclisma. E siccome è l’unico caso al mondo, converebbe appunto cercare di capire gli italiani, perché si potrebbe trattare non di una scelta di retroguardia, o di amore per la commedia dell’arte (sublime invenzione italiana), ma all’opposto di un annuncio, di una sperimentazione d’avanguardia.
Per capire meglio converrà ricordare – in breve – una caratteristica singolare, nel panorama europeo, dell’Italia: la debolezza e fragilità dello Stato nazionale. Il nostro è piuttosto un paese dalla lunga tradizione municipale. Lo Stato è nato tardi e male, la lingua italiana non si è diffusa davvero che dagli anni sessanta, grazie alla televisione prima, e agli studenti del 68 poi. I “trenta gloriosi”, i decenni del boom industriale e dei consumi, sono stati quelli della unificazione nazionale, della “modernizzazione”, dei grandi partiti di massa. La Resistenza al fascismo, la repubblica e la Costituzione erano le solide basi di un consenso nazionale che ha resistito alle pressioni contrapposte della guerra fredda. In quegli anni lo Stato ha svolto un ruolo importante. Secondo l’ideologia dell’epoca, il “pubblico” doveva creare le condizioni – sociali, finanziarie, del mercato interno, delle esportazioni – perché la produzione avesse fondamenta solide, creando i settori “strategici” (l’energia, l’acciaio, la chimica di base…), attenuando il divario tra nord e sud, e aiutando così la creatività imprenditoriale. Il tentativo ha avuto successo per un paio di decenni, tra il ’50 e il ’70. Poi la maionese è impazzita. Prima perché le masse di studenti create dalla scolarizzazione e le masse di operai create dall’industrializzazione si sono ribellati, in un 68 che in Italia è durato quasi un decennio; poi perché il capitalismo globale ha smantellato il fordismo e inventato la produzione globale “a rete”, insomma la globalizzazione, distruggendo le basi stesse della insorgenza operaia e di quell’ordine sociale: le grandi fabbriche.
* * *
E’ allora che Lyotard scrive “La condizione postmoderna”. La modernità si era gravemente ammalata. Il consumo come religione civile, l’atomizzazione e la dispersione delle classi, l’ideologia del “deciderà il mercato” ha, in questi decenni, fatto un’altra vittima eccellente: lo Stato nazionale. Nel nostro paese, lo Stato era debole già alla nascita, nello spirito civico della gente, però aveva svolto almeno quel ruolo di promotore economico. Una presenza tanto massiccia, quella dello Stato, che tutte le grandi industrie italiane o appartenevano allo Stato o contavano su finanziamenti pubblici. E’ la storia della Fiat, che è sopravvissuta soprattutto grazie al denaro pubblico, in ogni forma. E questa regia statale sulle grandi imprese ha nel tempo prodotto un fenomeno endemico, quello delle decisioni “poltiiche” più che economiche, degli aiuti “a pioggia”, infine della corruzione pura e semplice, perché se lo Stato aiutava l’economia, i potenti dell’economia aiutavano, cioè finanziavano, i partiti di governo, e così via. (Senza tener conto della mafia, la cui penetrazione nella finanza e nell’economia è incalcolabile, come incalcolabile è il suo apporto alla corruzione).
Questo equilibrio, pur malsano, è stato distrutto dall’ideologia liberista. Vietare gli “aiuti di Stato” e privatizzare tutte le grandi imprese italiane, o privatizzarne la gestione, ha voluto dire sottrarre un pilastro all’economia del paese, che oggi non ha più strategie nazionali di alcun tipo, e far esplodere la corruzione. La privatizzazione, cioè l’accaparramento di ciò che era pubblico, è stata condotta, dagli anni novanta in poi, con una frenesia paragonabile a quel che accadde in Unione sovietica dopo il crollo del regime. Allo stesso tempo, però, la creatività imprenditoriale che pure negli anni cinquanta e sessanta aveva creato una media industria efficiente, era a sua volta esplosa in una forma del tutto nuova: quella della piccola e media industria del nord, che, sfruttando vocazioni e saperi locali, aveva creato un intero settore della produzione in grado di sostenere la competizione globale. E’ qui la culla della Lega nord, la cui ragione principale era – ed è tuttora, sebbene fuori tempo – la separazione delle regioni del nord dai “parassiti” del sud: la frattura, all’epoca, correva tra regioni in grado di “competere” e regioni gettate ai margini. Alcuni di quegli imprenditori hanno avuto un successo globale: Del Vecchio con gli occhiali, Benetton con la maglieria, Della Valle con le scarpe, ecc.
Ora ci troviamo nella terza vita dell’Italia del dopoguerra. Il banco è saltato definitivamente quando Mario Monti ha formato il “governo tecnico”. Il suo mandato era costringere il paese nella camicia di forza del pareggio di bilancio e del “fiscal compact”, l’astratto e impossibile obiettivo da contabili di uniformare il bilancio pubblico italiano a quello tedesco. E così, per mantenere vivo il sistema di finanziamento pubblico a quel che resta delle grandi imprese italiane, in particolare per mezzo di “grandi opere”, il governo “tecnico” ha depredato la spesa statale in sanità, istruzione, ricerca, trasporti di prossimità, le casse dei comuni, e soprattutto ha colpito il bene principale degli italiani, la casa. Da un lato, la corruzione e i miliardi gettati per autostrade o treni ad alta velocità inutili e insopportabili, considerato il tipo di territorio italiano, e uno “sviluppo” affidato, come in Spagna, all’edilizia selvaggia; dall’altro lato, una riduzione mai vista prima della spesa sociale e dei redditi. Per di più, la crisi ha colpito la sola parte vitale dell’economia, le piccole e medie imprese, i cui mercati si sono ristretti sia perché i consumi calano, sia perché l’euro forte ostacola le esportazioni, infine perché le banche, pur finanziate dal governo e dalla Bce per evitarne il fallimento, hanno cessato di dare credito alle piccole industrie. La mortalità di imprese è impressionante, e va di pari passo con l’aumento straosferico di aiuti ai disoccupati. Ormai un terzo degli italiani ha un reddito insufficiente a vivere e un terzo dei giovani non trova lavoro (la metà nel sud).
* * *
Il comportamento elettorale di una persona non si sovrappone affatto – in un’epoca volatile, “liquida”, come questa – con i suoi comportamenti sociali. In Italia si è sempre votato molto (anche se il rifiuto del voto è cresciuto ancora, in queste elezioni), perché il lato convincente dello Stato, la Costituzione nata dalla Resistenza, gode tuttora di grande prestigio. Così come molto ampio è ancora l’insediamento culturale della sinistra storica, per la quale le elezioni sono il mezzo per “cambiare le cose”. Ma allo stesso tempo, negli ultimi dieci-quindici anni, il paese è stato l’incubatore di una grande quantità di movimenti sociali: forse il paese europeo più vivo, da questo punto di vista. L’evento fondativo è stata Genova, nel 2001; subito dopo i tre milioni in strada contro la guerra in Iraq (e i tre milioni di bandiere della pace alle finestre); la grande diffusione di iniziative altro-economiche e i record di agricoltura biologica, di aumento delle fonti pulite di energia e del numero di gruppi che praticano un commercio solidale e di prossimità; le ondate di proteste in scuole e università; le centinaia di movimenti e comitati locali contro le “grandi opere” e per il paesaggio; le reti di protezioen die migranti; la campagna per l’acqua pubblica.
Proprio quest’ultima vicenda fa da spartiacque: caso unico al mondo, si è votato per un referendum popolare che chiedeva che l’acqua fosse sottratta al mercato. Ventisette milioni di elettori hanno detto sì, l’acqua deve restare pubblica (e hanno detto no al nucleare). Quello è stato il punto più alto nel rapporto tra nuovi movimenti sociali e apparato istituzionale. Era un segnale potente che diceva: le politiche neoliberiste che la politica persegue sono sbagliate: un voto di sfiducia. Ma il referendum è stato aggirato, ignorato e contraddetto da ogni livello istituzionale e amministrativo. Politici e aziende delle “commodities” hanno finto non fosse accaduto nulla. Ne sarebbe pouta seguire una diserzione massiccia, alle elezioni. Quel che è capitato nell’ultimo voto in Sicilia, quando i non votanti sono stati più dei votanti. Ma gran parte delle proposte elaborate dai movimenti sono precipitate nel programma dei 5 Stelle, a cominciare dalla ricerca della democrazia diretta (lo stesso tema che ha animato gli Indignados o Occupy). E lì si sono trovate in compagnia di spinte diverse e in parte complementari: quella contro la corruzione e per la legalità, quella della delusione del nord nei confronti della Lega, anch’essa coinvolta nella corruzione, quella degli elettori di destra che Berlusconi – che ha perso la metà dei voti in numeri assoluti – non ammaliava più con l’”arricchitevi”, parola d’ordine fondamentale dell’ultimo ventennio.
L’accumulo di questa potenza sociale composta da molte tendenze, però convergenti nel rifiuto della “politica”, e che, come ha scritto Marco Revelli, non trovava più, come il magma di un vulcano otturato, una via di sfogo nei partti tradizionali, né era del tutto propensa a rifiutare il voto, ha usato come canale di espressione il movimento di Beppe Grillo.
* * *
La nascita e l’evoluzione dei 5 Stelle finirà nei manuali di marketing, oltre che in quelli di storia della politica. All’indomani delle elezioni, Grillo, in una delle rare dichiarazioni ai giornalisti televisivi, ha avuto un lapsus significativo. Parlando della sua campagna elettorale, ha detto che “eh sì, ho fatto settantasette spettacoli“. Spettacoli, non comizi o raduni di piazza. Lui e il suo consigliere e socio, Gianroberto Casaleggio, titolare di un’impresa di comunicazione, hanno creato una macchina perfettamenta funzionante, il cui il “logo” è di loro proprietà, il cui uso della Rete annichilisce le televisioni, costrette a rincorrere ciò che il web diffonde come un virus e, allo stesso tempo, rassicura i militanti del movimento sul fatto che “uno vale uno”, perché la Rete appare egualitaria. Lo stesso Grillo non è percepito come “capo” o “leader”, benché la sua parola alla fine valga come decisione finale, ma come un “garante” o un “portavoce”, colui che dà forza alle proposte del movimento con la sua efficacia retorica e con le iniziative spettacolari, come attraversare lo Stretto a nuoto prima delle elezioni siciliane. E’ una figura di tipo nuovo, che non ha più nulla a che fare con i “vertici” dei partiti novecenteschi e nemmeno con il signore delle televizioni, Berlusconi, che si trasformò subito in un “leader” politico, nel “capo del governo”. Grillo non si è nemmeno candidato al parlamento: resta a galleggiare in una sorta di “cloud”, di nuvola informatica, e per certi versi ricorda il ruolo di un profeta para-religioso. Ma, in ogni modo, non contraddice, nello stile della comunicazione, la convenzione della democrazia diretta. dentro il movimento e come soluzione per tutta la società.
Un accurato dosaggio dei contenuti da proporre – odio per i partiti e azzeramento dei loro privilegi sì, diritti dei migranti e diritti civili per i gay no – ha infine aggregato elettori di molte tendenze: secondo l’analisi dei flussi elettorali, un terzo degli elettori dei 5 Stelle proviene dalla destra, un terzo dal centrosinistra, un terzo dal non voto, il resto dalla Lega e da varie e più piccole fonti.
Il successo funziona da collante molto efficace: pur essendo evidenti le contraddizioni, per un lungo periodo tutte queste cose riusciranno probabilmente a convivere senza problemi. Ma, appunto, il comportamento elettorale non esaurisce l’esistenza delle persone. Chi fa parte di un movimento come quello dei No Tav valsusini, ed ha votato per Grillo, non è perciò un “grillino” e, salvo eccezioni, resta principalmente un No Tav. Capitò lo stesso quando nel 2006 la “sinistra radicale” ottenne, nella bassa Valle di Susa, il 40 per cento dei voti (i 5 Stelle hanno avuto il 38), e non per questo tutti i No Tav erano diventati comunisti o verdi. E resta naturalmente il problema principale: lo Stato. Ossia la possibilità effettiva di “cambiare le cose” entrando nelle istituzioni, specie quelle nazionali.
* * *
Con tutta probabilità il movimento di Grillo, i suoi parlamentari, faranno fallire ogni tentativo di formare un governo, sulla base della premessa “noi non facciamo alleanze, votiamo solo le leggi coerenti con il nostro programma”. Ma è evidente che se non esiste un governo non si può votare alcuna legge. Avendo il coltello dalla parte del manico i 5 Stelle avrebbero gioco facile – e ragionevole – nell’imporre al centrosinistra una serie di provvedimenti. Potrebbero insomma replicare, alla proposta degli “otto punti” di Bersani, con i loro punti, ad esempio la riduzione dei costi e la moralità della politica, l’energia pulita e l’acqua pubblica (la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia no, perché questo farebbe insorgere una parte del loro elettorato). Invece punteranno su nuove elezioni e su un ulteriore aumento dei loro voti, cioè sulla distruzione del sistema politico attuale.
Ma questo non fornisce una risposta alla domanda: a che serve entrare in parlamento? Si possono davvero cambiare el cose, da lì? In altre parole, la straordinaria faglia orizzontale, che in Italia non si è mai davvero saldata, tra la società e lo Stato, e che oggi è diventata una voragine, tale resta nonostante l’irruzione elettorale della potenza sociale accumulata in anni di movimenti. Lo Stato nazionale, già debole storicamente, già screditato dalla corruzione dilagante degli ultimi decenni, è oggi svuotato dalla globalizzazione, dal potere dei mercati finanziari e da quella forma “locale” di obbedienza ai mercati che è l’integrazione europea modellata dalla Germania. Così che accade – allo stesso tempo e da parte spesso delle stesse persone – che si cerchi di far saltare il banco del sistema politico votando per i 5 Stelle e si ricerchino forme di democrazia diretta, allo scopo di salvaguardare e autogovernare i beni comuni, ritrovando la storia municipale locale che in Italia, sebbene umiliata dalla “modernità”, è sempre rimasta viva, e insieme guardando a movimenti globali come quello per l’acqua, quello dei contadini a difesa della terra, quello contro le grandi opere (e i No Tav hanno tessuto alleanze in diversi paesi europei) e in generale contro la “crescita”, e così via.
Il fatto interessante è che al contrario i 5 Stelle sono sostanzialmente un movimento nazionale, benché spesso abbiano basi locali nei movimenti nati per altri scopi: il loro programma ignora l’autonomia municipale nonché l’orizzonte globale, anche se si citano l’”austerità” e il “fiscal compact”.
* * *
Per spiegarlo aux enfants che vedono solo le facce della commedia dell’arte, nella vicenda italiana, il nostro è il paese che, nel bene e nel male, si è avventurato più lontano sul terreno sconosciuto e pericoloso, e chissà promettente, che si trova dopo quel pilastro della modernità occidentale che è lo Stato nazionale.

mercoledì 14 novembre 2012

Grillismo: movimento o partito?



Dopo l’autoproclamazione di Beppe Grillo sul web a «capo politico» assoluto, il M5S si trova ad un bivio decisivo. Solo se troverà una adeguata e originale forma organizzativa, democratica e plurale, riuscirà a non omologarsi alla vecchia politica che ha imperversato finora.

di Michele Martelli da Micromega

 


Si chiama M5S (MoVimento 5 Stelle), ma la questione che si pone oggi, dopo il clamoroso successo elettorale in Sicilia e l’autoproclamazione di Beppe Grillo sul web a «capo politico» del movimento, è a mio parere la seguente: il grillismo è ancora un movimento, se mai lo è stato, o non lo è più? Non è ancora un partito o lo è già in nuce? E se lo è, quale tipo di partito? E per fare l’Altrapolitica o la Stessapolitica?

Per aiutarci a capire, ci possono essere utili due schemi concettuali, tratti da due filosofi novecenteschi che sono ideologicamente agli antipodi, anarco-comunista il primo, filonazista il secondo: Jean Paul Sartre e Carl Schmitt.

Espongo qui brevemente i due schemi.

Nel Libro secondo della Critica della ragione dialettica (1960), Sartre sostiene che i periodi rivoluzionari si dividono in tre fasi: 1) la genesi del «gruppo in fusione»; 2) il predominio della «Fraternità-Terrore», che sfocia nell’«istituzionalizzazione del capo»; 3) la ri-formazione delle istituzioni statuali. Prima di «unirsi in interiorità» nel gruppo in fusione, gli individui sono «uniti in esteriorità», dispersi, frammentati, atomizzati, estraniati nei «collettivi seriali» (esempio: gli assembramenti in attesa alla fermata dell’autobus o della metro, o le masse elettorali), e tali tornano ad essere nella terza fase, la restaurazione politica post-rivoluzionaria. Rispetto alla Rivoluzione francese dell’89, che per Sartre funge da modello, le tre fasi sono: la presa della Bastiglia, il Terrore di Robespierre, il Termidoro. A giudizio del filosofo francese, il pendolo della storia umana oscilla dalla “serie” al “gruppo” e dal “gruppo” alla “serie”.

Per Carl Schmitt, secondo quanto egli scrive in La dittatura (1921), Teologia politica (1922) e altrove, le crisi politico-sociali radicali (vedi la Rivoluzione inglese di Cromwell, l’89 francese, l’Ottobre bolscevico, ma anche la crisi della Germania di Weimar), che segnano la tragica scomparsa dei vecchi ordinamenti politici, non sono che caos nichilistico, totale sospensione e assenza di norme, caduta verticale, abissale nel pre-politico e pre-giuridico. Come se ne esce? Con lo «stato d’eccezione». Col «decisionismo». Con l’uomo, l’élite, il partito forte, che interviene per imporre autoritativamente un nuovo ordine. Non importa quale e come, importa che lo faccia. Ciò che conta non è il «che cosa» si fa, ma «chi» decide di farlo, il «dittatore», che si auto-attribuisce un potere sovrano assoluto, incondizionato, un potere dall’alto. Per Schmitt, il pendolo della storia oscilla dal caos all’ordine, dall’anarchia alla «dittatura» (che può essere, diciamo così, sia di destra sia di “sinistra”). Col rischio immanente, e sempre incombente, che ordine e dittatura riprecipitino nel caos e nell’anarchia.

Questa dialettica bloccata, anche se senza le connotazioni tragiche che ne danno Sartre e Schmitt, l’abbiamo vista operante negli ultimi tempi in più occasioni. Per esempio: tanti movimenti (il Sessantotto, i gruppi femministi, la “Pantera” e l’“Onda anomala” studentesca, i girotondi, “Se non ora quando”, ma si possono citare i recenti “Indignados” e “Occupy Wall Street”) sono falliti, scomparsi, per non essere riusciti a strutturarsi, a darsi una forma-partito, organizzativa e permanente, a istituzionalizzarsi. Ma d’altro canto i movimenti che hanno trovato una forma organizzativa stabile hanno però finito col cambiare pelle, col trasformarsi in organizzazioni, comitati e partiti più o meno burocratici, gerarchici e centralisti (Rifondazione comunista, gruppi dipietristi, cellule vendoliane, raggruppamenti ciascuno dei quali ha espresso il suo sartriano “capo istituzionalizzato” o il suo schmittiano “dittatore”).

Ora il M5S si trova ad un bivio.

Fino alle amministrative siciliane, è stato un “gruppo in fusione” anomalo e contraddittorio. Da un lato, movimento dal basso, manifestatosi soprattutto in Rete, virtualmente, in forma disordinata, spontanea, diretta, con la sostanziale accettazione della linea anti-casta di Grillo-Casaleggio. Era anti-politica? No, era il segnale, nella crisi che stiamo attraversando, della seria e drammatica richiesta di un altro modo di far politica, di Altrapolitica (rifiuto della partitocrazia e dell’auroferenzialità dei politici, denuncia dei privilegi, della corruzione e del saccheggio della cosa pubblica, voglia di cambiamento radicale, di controllo, partecipazione, democrazia diretta, ecc.). Dall’altro, nella interminabile serie delle sue assemblee-spettacoli, Grillo, con argomentazioni-flash, spesso urlate, lazzi, turpiloqui, imitazioni, barzellette, formulava dall’alto le sue radicali critiche e proposte politiche. Indisturbato. Senza confronti e contraddittorî. Con monologhi alla ricerca dell’applauso, mirati a trasformare gli spettatori in potenziali seguaci. Si presentava come il “portavoce” del movimento. Ne era invece già di fatto il “capo”, la guida carismatica, che ne delineava programmi, scelte, comportamenti.

Dopo il voto siciliano, nell’ormai famoso documento sul web Grillo si è auto-eletto a “capo politico”, “istituzionalizzato”, direbbe Sartre, ritenendo di impersonare un’autorità sovrana al di sopra del movimento, una sorta di padre-padrone (un premier in pectore?) che legifera imperativamente, in modo “decisionistico”, direbbe Schmitt, sulle nuove regole (iscrizione, legittimità di appartenenza, candidabilità, ecc.), di cui si è dichiarato al tempo stesso l’unico indiscutibile custode e controllore. Per il bene del movimento, s’intende! Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il paternalismo, in politica, è il preannuncio e al tempo stesso il fratello gemello dell’autocratismo.

Dall’atto imperativo di Grillo sono nate infatti le prime serie contraddizioni e dissensi nel M5S. Tra chi, in nome dell’autonomia degli iscritti e dell’orizzontalità del movimento, ne lamenta l’assenza di «democrazia interna» o la prossimità mistica a «Scientology» (Favia, Salsi e altri). E chi invece difende a spada tratta Grillo e il suo diktat, accusando i dissidenti di incoerenza, eresia, tradimento, sbeffeggiandoli e screditandoli anche a livello personale (carrieristi, succubi, se donne, del punto G, ecc.). E cioè applicando sia la categoria sartriana della “Fraternità-Terrore” (in caso di discordia, la Fraternità si trasforma in Terrore, in violenza eliminatoria dell’altro, come è espresso anche dal proverbio popolare italiano “fratello-coltello”) sia la dicotomia schmittiana dell’«amico-nemico» (in politica o concordi con me, ti sottometti alla mia autorità, al mio comando, oppure, se ti opponi, sei un nemico da abbattere, e come tale vai trattato). Oggi, nel M5S, ciò significa ovviamente ricorso ai soli mezzi che la situazione consente, e cioè: discredito, emarginazione, espulsione del dissidente. E dissidente è chiunque in questa fase non riconosce il “potere costituente”, dall’alto, imposto da Grillo. In contraddizione con la storia sin qui trascorsa del movimento.

La sfida di fronte a cui oggi si trova il M5S è a mio avviso la seguente.

O riesce a trovare, a inventare una nuova e originale forma organizzativa, stabile ma “liquida”, capace di coniugare democrazia diretta e rappresentativa, ma garantendo il primato della “base”, la sua sovranità, l’esercizio di un efficace controllo dal basso su dirigenti ed eletti, consiglieri e parlamentari, superando quella dialettica bloccata di cui parlavo dianzi, cosa di cui finora nessun movimento, nessun “gruppo in fusione” è stato capace: un tale superamento sarebbe una novità politica e storica epocale.
Oppure è destinato a cambiare presto natura, a contaminarsi e degradarsi, ad omologarsi al tran-tran della vecchia politica, della Stessapolitica sprezzantemente autoreferenziale e “casto-cratica” che ha imperversato finora.


lunedì 3 settembre 2012

Hanno ucciso il mio paese

Hanno ucciso il mio paese. 
Quando percorro la riviera adriatica in macchina o col treno posso vedere chiaramente le ferite mortali inferte al corpo del mio paese. Un’intera costa seppellita sotto il cemento. Per anni durante buona parte della mia infanzia, prima di capire cosa fosse successo, ho creduto che quella immensa colata di cemento fosse una cosa normale, quasi naturale, come le montagne e i fiumi. Non lo è affatto, il cemento ha divorato inutilmente un habitat bellissimo, che tutta l'Europa ci invidiava. Negli anni cinquanta prima della devastazione nelle spiagge della mia regione venivano  turisti da tutto il Nord Europa, gente alla costante ricerca della bellezza. Da quando il cemento ha fatto la sua comparsa su quelle  spiagge, la loro ricerca è continuata altrove. Qualcuno adesso ha il coraggio di dire che quel massacro è una sorta di eccellenza italiana. Se andate in Francia, soprattutto a Nord, potrete vedere chilometri e chilometri di costa inalterata e selvaggia, senza un caseggiato o un qualsiasi baracchino di gelati. D’accordo anche loro hanno Nizza e la costa azzurra, ma niente a che vedere con lo sfacelo italico. Non è solo la costa, tutta l’Italia è sommersa dal cemento. Le periferie urbane sono orrende, soffocate dai palazzi, nemmeno il più piccolo interstizio di luce e di verde, e l’edilizia italiana è, in termini estetici, la più brutta al mondo. Almeno su questo Sgarbi ha ragione. Dico cose scontate, lo so, ma è bene fare un ripasso ogni tanto, in modo che tutte le volte che li sentiamo parlare certi personaggi, i responsabili della catastrofe, lo stimolo condizionato agisca e ci faccia percepire chiaramente la loro la vera natura: pescecani che sguazzano in un mare putrido in cerca della preda. 
I responsabili di questo scempio hanno nomi e cognomi: sono i democristiani per primi, che hanno avuto la capacità di stipulare patti trasversali con tutti i ceti sociali in cambio di consenso elettorale: voti in cambio di lavoro e libertà di fare strame del territorio per realizzare profitti enormi. Per controllare interi pezzi della nazione non si sono fatti scrupoli di governare fianco a fianco con le mafie, a volte delegando ad esse il governo di intere regioni. I riottosi fra i politici, i funzionari dello stato e i cittadini comuni sono stati ridotti al silenzio con le minacce e quando queste non bastavano ci hanno pensato le lupare. Il grosso del sistema ad ogni modo ha retto per anni e lo scempio delle cavallette divoratrici di paesaggi e di natura è continuato indisturbato. Ai democristiani si sono accodati tutti gli altri. Ognuno con il suo pezzo di Italia e di natura da rivendicare come bottino, noncuranti né della distruzione né dell’inquinamento (vedi l’ILVA, Marghera e tanti altri esempi). L’importante che il patto con i ceti sociali reggesse e il sistema andasse avanti. Malgrado la situazione sia cambiata e i soldi pubblici siano meno, quelli che ci sono costituiscono ancora un bottino allettante per politici e mafie, ma chissà fino a quando. A pensarci non c’è problema, i patti si rinnovano, adeguandosi ai cambiamenti sociali e politici. I vecchi democristiani sono sempre pronti a fare da garanti e se ai devastatori si aggiunge un Vendola, meglio ancora, ci si copre di più a sinistra, basta dargli un contentino e così si mettono insieme diavolo e acqua santa e anche il potere delle tonache vaticane, che da secoli tengono questo paese sotto il loro tallone, è garantito. Possono tranquillamente continuare con i trucchetti delle madonne piangenti e con i loro santi e santini da portare in processione per nutrire l’ignoranza delle masse e rinfocolare un po’ di sanfedismo identitario e possono con altrettanta tranquillità, continuare ad ipotecare  i nostri diritti in nome del loro credo. 
Tutte queste persone andrebbero processate e condannate per strage di civiltà e di bellezza e invece si ripropongono continuamente come i soli salvatori della patria, gli unici che hanno saggezza e polso fermo contro una crisi i cui responsabili alla fine saremmo noi cittadini comuni, che abbiamo vissuto "al disopra delle nostre possibilità”. Ci danno a bere che saggezza e responsabilità si coniugano necessariamente con la spoliazione delle classi povere e incentivi per i ricchi e per le banche. Che bello. Un po' come negli USA dove una propaganda tanto sfacciata quanto pervasiva e fagocitatrice di neuroni, ha convinto molti poveri che la il loro più grande nemico è il socialismo e che la sanità pubblica è cosa da nazisti.
L'Italia, per chi ha viaggiato un po' è (era) fuori da ogni retorica uno dei paesi più belli al mondo, ci è voluto l'impegno e la perseveranza di una classe politica di dottor Stranamore all'amatriciana per provocare una devastazione dagli effetti così drammatici. Il mix perfetto costituito da una sinistra suicida,  un capitalismo straccione, un potere clientelare dei partiti e un' idiozia plebea abilmente alimentata dalle televisioni, ha consentito 20 anni di fascismo, 40 di Democrazia Cristiana e 20 di berlusconismo, oltre che di potere indisturbato di “menti raffinatissime” (e paracule), e ha fatto si che un museo a cielo aperto come l'Italia divenisse nel tempo un fogna a cielo aperto dove cercare tesori nascosti.
Non è colpa del sistema, come ho detto i colpevoli hanno nomi e cognomi, li conosciamo, potremmo nominarli uno per uno. Ma noi siamo buoni, non vogliamo vendette, lasceremo loro anche le pensioni dorate che si sono accaparrati a nostre spese, purché spariscano e non si facciano vedere più in giro. 
Di bruttezza in giro ce n'è già abbastanza.

mercoledì 28 marzo 2012

Nasce il Quarto polo di Paul Ginsborg "Partiti inadeguati, colmiamo il buco"

Documento firmato da Rodotà, Gallino, Revelli, Viale e Pepino
per un nuovo soggetto politico:"Oggi il Palazzo non rappresenta il Paese, serve un atto di rottura"


di Giuseppe Salvaggiulo da lastampa


 L’embrione del «quarto polo» della politica italiana nasce domani. Dopo quasi tre mesi di lavoro, un gruppo di docenti universitari pubblica un «manifesto per un soggetto politico nuovo» destinato a scompaginare i piani dei partiti in vista delle elezioni del prossimo anno. Il succo è che questi partiti sono da buttare, i leader «demiurghi» squalificati, il pensiero unico liberista cadaverico, la politica sacrificata ai tecnici sull’altare dei mercati finanziari. Avanti così, le elezioni del 2013 saranno un film muto. Dunque serve una forza di rottura da costruire dal basso.

Il documento (qui il pdf) esce con una dozzina di firme pesanti e segna il ritorno sulla scena pubblica di Paul Ginsborg, storico inglese trapiantato a Firenze e protagonista giusto dieci anni fa della stagione dei «girotondi» che contestavano Berlusconi picconando anche il centrosinistra (ora come allora, il movimento nasce dalla delusione a sinistra). Ci sono i costituzionalisti Stefano Rodotà e Lorenza Carlassare, i giuristi Ugo Mattei e Alberto Lucarelli (quest’ultimo assessore a Napoli con De Magistris) padri dei referendum per l’acqua pubblica, i sociologi Luciano Gallino e Marco Revelli, gli economisti Guido Viale e Tonino Perna, l’ex magistrato Livio Pepino, lo storico Piero Bevilacqua, il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, il paleologo Fulvio Vassallo, l’urbanista Enzo Scandurra.

Otto pagine fitte su una solida impalcatura teorica, dense di citazioni (da Whitman a Bobbio, da Cattaneo a Stuart Mill) e implacabili nella denuncia dell’inadeguatezza dei partiti, «guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito. E’ crescente l’impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di Old Corruption». Per questo «bisogna inventare un soggetto politico nuovo» perché «oggi il Palazzo non rappresenta affatto parti intere del paese».

In attesa del primo appuntamento pubblico tra un mese, il «soggetto politico nuovo» per ora è solo una «cosa» destinata a cresce sul web (www.soggettopoliticonuovo.it) e con assemblee locali. Non ha ancora un simbolo né un nome, ma il retroterra è fertile. C’è il forum per l’acqua pubblica, che continua a mobilitare milioni di persone nella difesa del successo referendario. Decine di movimenti locali su temi ambientali. Spezzoni sindacali come la Fiom, che segue a distanza ma con attenzione. I prof cercano di saldarli, pescando nel 45 per cento di italiani che nei sondaggi dichiara di non voler andare a votare. Il risultato è una sorta di partito dei beni comuni per dare all’ondata di antipolitica uno sbocco democratico e progressista.

E i politici? Gli interlocutori naturali sono lo stesso De Magistris, Emiliano, Vendola, Pisapia. I contatti e le manifestazioni di interesse ci sono stati, ma per ora i promotori non hanno voluto adesioni formali.