Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post

venerdì 5 aprile 2013

Niente comici e froci al Governo

dal blog di Beppe Grillo
 

Dialogo fra Dario Fo e Giuseppina Manin. Anticipazione del libro che uscirà tra qualche settimana. “NIENTE COMICI E FROCI AL GOVERNO”.
Il giorno 2 aprile 2013 arriva al Tribunale di Palermo una lettera di minaccia rivolta al PM Di Matteo tanto esplicita che la Questura si preoccupa subito di raddoppiare la scorta e le difese a protezione dei giudici del capoluogo di Sicilia cercando di bloccare i mafiosi che, con quell’avvisata, vogliono mettere l’accento sulla crisi politica e condizionarne gli esiti.
Ci risiamo con il clima di stragi o è soltanto una minaccia generica?

Ad ogni buon conto il 3 aprile 2013, su Il Fatto Quotidiano si può leggere proprio in prima pagina il testo di un messaggio intimidatorio spedito a firma di Cosa Nostra ai giudici antimafia di Palermo. L’avviso centrale inviato da un personaggio che si firma “un uomo d’onore della famiglia trapanese” è esattamente questo: “Niente comici e froci al governo”.
I commentatori più accorti dei comportamenti della criminalità mafiosa temono che si voglia ripristinare il clima del 1992 quando ebbe inizio una serie di stragi per tutta l’Italia da Roma a Firenze fino a Milano. E soprattutto i criminali misero a segno il massacro di Falcone e della sua scorta e qualche tempo appresso fecero saltare in aria una macchina con un enorme carico di tritolo che uccise Paolo Borsellino e gli uomini che lo accompagnavano.
Anche allora, quelle stragi ebbero inizio proprio durante il crollo della Prima Repubblica “sotto i colpi della crisi finanziaria, di Mani Pulite e della Lega Nord”.
Come oggi, la popolazione viveva in una situazione di vuoto di potere che allarmò la criminalità organizzata di Cosa Nostra. Marco Travaglio sottolinea che la malavita rischiava di perdere il controllo del sistema e quindi reagì con inaudita violenza, “con un mix di stragi e trattative che miravano a ‘destabilizzare per stabilizzare’ secondo l’ormai risaputo sistema della strategia della tensione”.
GIUSEPPINA: Ma con chi ce l’ha Cosa Nostra quando minaccia “guai a voi se eleggete froci e comici al governo?”.
DARIO: Beh, il comico evidentemente è Grillo, non certo Berlusconi, che ha un altro rapporto, ben diverso, con la criminalità organizzata della Sicilia. Un rapporto molto più affettuoso grazie all’intercessione dell’amico fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, che giustamente si può vantare per le sue relazioni davvero pericolose con la mafia testimoniate da una condanna a 7 anni ribadita nell’ultimo processo.
GIUSEPPINA: Ho capito, ma l’altro veto, diciamo così, contro gli omosessuali a cui accenna la missiva minatoria a chi si rivolge? A Vendola forse?
DARIO: Ma no, per carità! E’ un personaggio siciliano naturalmente, rappresentante del Partito Democratico, si chiama Rosario Crocetta, che ha assunto il ruolo di Presidente della Regione Sicilia e che, oltretutto, in compagnia e grazie alle sollecitazioni dei consiglieri eletti fra i Cinque Stelle sta ottenendo un successo mai raggiunto da nessun altra amministrazione nella storia d’Italia.
GIUSEPPINA: Evidentemente quel successo è qualcosa che irrita terribilmente Cosa Nostra, soprattutto perché è di esempio nefasto verso la popolazione, che così può rendersi conto che anche in una regione manovrata dalla criminalità più potente d’Europa, se si posseggono le volontà e gli adeguati progetti si può addirittura gestire la vita di un’isola così vasta e difficile.
DARIO: Sì sì, certo è straordinario che il successo elettorale dei grillini abbia addirittura mosso l’attenzione della mafia. A parte il segnale deleterio di fondo che esprime: con un po’ di cinismo questa attenzione si può anche leggere come una manifestazione di stima.
GIUSEPPINA: Già, lo stesso compiacimento che sicuramente prova un agnello vedendosi ammirato da un branco di lupi che lo osservano con la bava alla bocca... Nonostante tutto quello che è successo, continuano a considerarlo un despota.
DARIO: Beh, speriamo che Beppe non si monti la testa. D’altra parte ad attenzioni del genere lui c’è abbastanza abituato. Basta leggere i commenti di quasi tutti i giornali della penisola ogni volta che esprime un giudizio o dichiara il proprio programma.
GIUSEPPINA: E’ vero, il complimento più comune è sempre quello di essere un despota, un tiranno, il capo supremo di una confraternita di semplici che della politica sanno solo per sentito dire.
DARIO: Poi, soprattutto ci sono i maître à penser che tracciano elogi davvero magniloquenti sull’intelligenza e sulla cultura dei due associati Casaleggio e Grillo da produrre subito un attacco di dissenteria spernacchiosa aritmica.
GIUSEPPINA: Dobbiamo però ammettere che Grillo ha fatto l’impossibile per far levitare un interesse addirittura morboso verso il suo personaggio e il movimento tutto. Quel rifiutare la presenza delle televisioni nazionali durante i suoi comizi, il nascondersi durante le visite delle troupe della RAI e di Mediaset, il negare la partecipazione ai talk show ai suoi seguaci e, soprattutto, gli insulti elargiti in una smoderata sequenza alla volta di giornalisti, uomini politici, commentatori e opinionisti vari di gran fama...
DARIO: Adesso poi che anche la mafia si interessa a lui, chi può più arrestare la sua popolarità? Sarebbe esaltante vederlo protetto da truppe armate dello Stato arrivare sistemato dentro un carro armato dal quale spunta solo la sua testa coperta da un casco guerresco.
GIUSEPPINA: Ci manca solo che il Papa in persona da San Pietro mandi un saluto affettuoso al caro fratello Beppe il genovese.
DARIO: No, meglio ancora, sarebbe di maggior valore se Papa Francesco lo paragonasse al Santo di Assisi dicendo: “Non io son degno di portare quel nome, ma Beppe, solo lui, il nostro giullare più amato. Anzi, mi rivolgo a voi miei fedeli per indicarvelo come l’unico degno di salire al Colle del Quirinale per assumere l’incarico di Presidente della Repubblica del nostro paese!
GIUSEPPINA: Beh mi pare che qui si stia un po’ esagerando...
DARIO: E allora eleggiamolo almeno Presidente del Consiglio, è il minimo che possiamo accettare.
A proposito di mafia: fra tutti i giornali usciti in Italia in questi giorni le minacce di morte ai giudici, agli omosessuali nonché ai comici – leggi Grillo – sono state riportate solo da tre giornali: il Fatto Quotidiano, il Corriere e La Repubblica in testa. Per quanto riguarda invece i telegiornali ben pochi hanno dato la notizia e sempre accennandola a malapena. Siamo arrivati proprio alla barbarie informativa più smaccata.
Infatti nessun’autorità di Stato e di governo pronuncia un monosillabo per dare solidarietà e sostegno ai magistrati nel mirino, “non parliamo ai froci e ai comici”. Come commenta giustamente Travaglio: “Immaginate se la lettera [mafiosa] dicesse ‘non vogliamo al governo il PD’ o ‘Monti’ o ‘Berlusconi’, sarebbe il titolo di apertura di tutti i giornali e tg”. Ma nel nostro caso la regola è il silenzio.
GIUSEPPINA: In compenso quasi tutti i giornali hanno riportato la notizia che il PG della Cassazione Gianfranco Ciani ha appena promosso un’azione disciplinare contro Di Matteo - proprio il giudice che ha ricevuto la minaccia di morte da Cosa Nostra - e la Ministra della Giustizia Paola Severino ha inviato al Procuratore Generale un elogio per l’azione prodotta, per altre ragioni ma legate all’insabbiamento della trattativa Stato-mafia.
DARIO: Ad ogni modo fa impressione il tempismo con cui ci si getta contro personaggi caduti sotto le attenzioni della mafia. Ha quasi il sapore di un biglietto di condoglianze in anticipo. Se succedesse il disastro se la caverebbero tutti a tempo debito con una bella corona di fiori di Stato e Amen.

lunedì 3 settembre 2012

Hanno ucciso il mio paese

Hanno ucciso il mio paese. 
Quando percorro la riviera adriatica in macchina o col treno posso vedere chiaramente le ferite mortali inferte al corpo del mio paese. Un’intera costa seppellita sotto il cemento. Per anni durante buona parte della mia infanzia, prima di capire cosa fosse successo, ho creduto che quella immensa colata di cemento fosse una cosa normale, quasi naturale, come le montagne e i fiumi. Non lo è affatto, il cemento ha divorato inutilmente un habitat bellissimo, che tutta l'Europa ci invidiava. Negli anni cinquanta prima della devastazione nelle spiagge della mia regione venivano  turisti da tutto il Nord Europa, gente alla costante ricerca della bellezza. Da quando il cemento ha fatto la sua comparsa su quelle  spiagge, la loro ricerca è continuata altrove. Qualcuno adesso ha il coraggio di dire che quel massacro è una sorta di eccellenza italiana. Se andate in Francia, soprattutto a Nord, potrete vedere chilometri e chilometri di costa inalterata e selvaggia, senza un caseggiato o un qualsiasi baracchino di gelati. D’accordo anche loro hanno Nizza e la costa azzurra, ma niente a che vedere con lo sfacelo italico. Non è solo la costa, tutta l’Italia è sommersa dal cemento. Le periferie urbane sono orrende, soffocate dai palazzi, nemmeno il più piccolo interstizio di luce e di verde, e l’edilizia italiana è, in termini estetici, la più brutta al mondo. Almeno su questo Sgarbi ha ragione. Dico cose scontate, lo so, ma è bene fare un ripasso ogni tanto, in modo che tutte le volte che li sentiamo parlare certi personaggi, i responsabili della catastrofe, lo stimolo condizionato agisca e ci faccia percepire chiaramente la loro la vera natura: pescecani che sguazzano in un mare putrido in cerca della preda. 
I responsabili di questo scempio hanno nomi e cognomi: sono i democristiani per primi, che hanno avuto la capacità di stipulare patti trasversali con tutti i ceti sociali in cambio di consenso elettorale: voti in cambio di lavoro e libertà di fare strame del territorio per realizzare profitti enormi. Per controllare interi pezzi della nazione non si sono fatti scrupoli di governare fianco a fianco con le mafie, a volte delegando ad esse il governo di intere regioni. I riottosi fra i politici, i funzionari dello stato e i cittadini comuni sono stati ridotti al silenzio con le minacce e quando queste non bastavano ci hanno pensato le lupare. Il grosso del sistema ad ogni modo ha retto per anni e lo scempio delle cavallette divoratrici di paesaggi e di natura è continuato indisturbato. Ai democristiani si sono accodati tutti gli altri. Ognuno con il suo pezzo di Italia e di natura da rivendicare come bottino, noncuranti né della distruzione né dell’inquinamento (vedi l’ILVA, Marghera e tanti altri esempi). L’importante che il patto con i ceti sociali reggesse e il sistema andasse avanti. Malgrado la situazione sia cambiata e i soldi pubblici siano meno, quelli che ci sono costituiscono ancora un bottino allettante per politici e mafie, ma chissà fino a quando. A pensarci non c’è problema, i patti si rinnovano, adeguandosi ai cambiamenti sociali e politici. I vecchi democristiani sono sempre pronti a fare da garanti e se ai devastatori si aggiunge un Vendola, meglio ancora, ci si copre di più a sinistra, basta dargli un contentino e così si mettono insieme diavolo e acqua santa e anche il potere delle tonache vaticane, che da secoli tengono questo paese sotto il loro tallone, è garantito. Possono tranquillamente continuare con i trucchetti delle madonne piangenti e con i loro santi e santini da portare in processione per nutrire l’ignoranza delle masse e rinfocolare un po’ di sanfedismo identitario e possono con altrettanta tranquillità, continuare ad ipotecare  i nostri diritti in nome del loro credo. 
Tutte queste persone andrebbero processate e condannate per strage di civiltà e di bellezza e invece si ripropongono continuamente come i soli salvatori della patria, gli unici che hanno saggezza e polso fermo contro una crisi i cui responsabili alla fine saremmo noi cittadini comuni, che abbiamo vissuto "al disopra delle nostre possibilità”. Ci danno a bere che saggezza e responsabilità si coniugano necessariamente con la spoliazione delle classi povere e incentivi per i ricchi e per le banche. Che bello. Un po' come negli USA dove una propaganda tanto sfacciata quanto pervasiva e fagocitatrice di neuroni, ha convinto molti poveri che la il loro più grande nemico è il socialismo e che la sanità pubblica è cosa da nazisti.
L'Italia, per chi ha viaggiato un po' è (era) fuori da ogni retorica uno dei paesi più belli al mondo, ci è voluto l'impegno e la perseveranza di una classe politica di dottor Stranamore all'amatriciana per provocare una devastazione dagli effetti così drammatici. Il mix perfetto costituito da una sinistra suicida,  un capitalismo straccione, un potere clientelare dei partiti e un' idiozia plebea abilmente alimentata dalle televisioni, ha consentito 20 anni di fascismo, 40 di Democrazia Cristiana e 20 di berlusconismo, oltre che di potere indisturbato di “menti raffinatissime” (e paracule), e ha fatto si che un museo a cielo aperto come l'Italia divenisse nel tempo un fogna a cielo aperto dove cercare tesori nascosti.
Non è colpa del sistema, come ho detto i colpevoli hanno nomi e cognomi, li conosciamo, potremmo nominarli uno per uno. Ma noi siamo buoni, non vogliamo vendette, lasceremo loro anche le pensioni dorate che si sono accaparrati a nostre spese, purché spariscano e non si facciano vedere più in giro. 
Di bruttezza in giro ce n'è già abbastanza.

martedì 14 agosto 2012

Il Manifesto del silenzio

Continua il silenzio del mio ex giornale sulle raccolta firme in favore dei magistrati di Palermo, promossa dal Fattto Quotidiano. Il Manifesto tace. Sarà una questione di concorrenza? Forse il corazziere Valentino Parlato non vuole favorire un giornale concorrente, visto con un certo fastidio, causa la pruderie giustizialista di Travaglio e company e la loro “oggettiva” collocazione nel campo delle destre, dato che il pragmatismo stile british è roba borghese, ed è pur sempre il paravento di una falsa neutralità, quando non è lo strumento più o meno consapevole del populismo. A voler essere molto maliziosi si direbbe però più un malinteso realismo della politica. Stanno con Napolitano perché nelle loro infinita mediocrità si credono talmente presuntuosi da credere che l'unico modo di evitare la disgregazione sociale e istituzionale è affidarsi nelle mani del peggior presidente della storia italiana, assurto al ruolo di massimo fautore dell'ordine sociale, minacciato dall'antipolitica e da spinte irrazionaliste. Vogliamo forse tornare ad uno stato di natura caratterizzato della guerra permanente? Per carità no, mettiamoci la corazza e stringiamoci attorno all'ex stalinista, poi craxiano, poi mercatista giudizioso, attento a fare i conti della spesa, e a fustigare la eccessiva esuberanza italica, specie quella di chi lavora.
Ovviamente le mie sono solo dissertazioni agostane e illazioni di poco conto, ma il fatto in sé nella sua accecante omissione resta: nessun appoggio ai magistrati di Palermo e né una riga sugli attacchi a loro rivolti. E dire che di trattativa stato-mafia sono stati i primi a parlarne quelli del Manifesto.
Ad ogni modo si capisce perché siano e restino quelli del “è un giornale, un giornale, un giornale”, per altro fallito. Perché sono dei mediocri e basta e forse anche un po' ipocriti, ipocriti, ipocriti.

giovedì 9 agosto 2012

Sto con i magistrati di Palermo

Non credevo che un giorno avrei mai difeso dei magistrati. Quando ero giovane qualsiasi manifestazione legalitaria mi faceva venire l'orticaria anche se giusta, poiché da rivoluzionario quale mi consideravo, pensavo che magistrati e poliziotti fossero unicamente attributi del sistema borghese, votato alla difesa degli interessi delle classi dominanti, e che solo chi segue la propria coscienza al di sopra e aldilà di ogni regola scritta può essere protagonista della storia. Il divenire è fatto di violazioni delle regole costituite e “l'illegalità” è il motore della dialettica storica. In parte lo penso ancora, ma credo anche che la realtà sia di per sé schizofrenica e che occorra ragionare considerando la non omologia di determinati livelli di realtà e la loro sovrapposizione su diversi piani logici.
Quello che sta accadendo ai magistrati di Palermo è sconcertante, ma allo stesso tempo un rischiaramento netto della realtà. Adesso si vede a occhio nudo finalmente chi sono coloro che difendo lo status quo, un sistema politico corrotto e criminale che si chiude in se stesso a difesa di verità inconfessabili, e chi no. Non è solo questione di difendere i giudici di Palermo, loro fanno il loro mestiere, è questione di tracciare un discrimine netto fra chi sta con i gattopardi e chi invece vuole un cambiamento reale. Guarda caso coloro che sono dalla parte di Napolitano, a mio avviso il peggior presidente della storia repubblicana, sono gli stessi che hanno gettato la maschera sostenendo un governo iniquo e truffaldino come quello guidato da Monti. Qui non è in gioco solo l'onore fittizio di una cosa astratta come lo stato, qui è in gioco molto di più, è in gioco la possibilità stessa di immaginare una verità diversa da quella dettata dai Napolitano, dai Bersani, dai Monti e da vari utili idioti come un tal Valentino Parlato o il più noto Nichi Vendola. È in gioco la possibilità di mostrare agli italiani che esiste un altro pensiero, oltre quello di chi ci governa. Ovvio che il fronte promagistrati sarà variegato e conterrà al sui interno anche elementi molto contraddittori, ma  certamente conterrà più elementi di verità di un qualsiasi associato della banda dei montiani. Non ultimo la mafia è un'organizzazione criminale, farci accordi e guadagnare consensi attraverso essa è deplorevole. I morti ammazzati, compagni e servitori dello stato gridano vendetta.
Per questo sto con i giudici di Palermo (F.C.).


domenica 29 luglio 2012

Trattativa, parla il pentito Mutolo: "Stato e mafia sempre a braccetto"


Ho ritenuto valesse la pena di postare questo articolo apparso sul Fatto Quotidiano di oggi, perché, pur nel lessico sgangherato di un mafioso poco avvezzo alle raffinatezze della cultura, riesce a dare un'idea di una parte importante della storia dell'Italia dell'ultimo ventennio, molto meglio di qualsiasi trattato o dissertazione accademica.

E' stato l'autista di Riina: "Dopo l'arresto sono andati a casa sua, c'erano cose che inguaiavano i politici, hanno fatto finta di nulla. Senza di noi non ci sarebbe stata la Dc e nemmeno Berlusconi. Ingroia lo mandano in Guatemala, lui sa che è meglio così"


di Silvia Truzzi da ilfattoquotidiano

processo interna nuova
Il nome di un morto e la sua strada, “tutt’assieme” come direbbe lui. Gaspare Mutolo, pentito di mafia, ha una personale mappa di Palermo: è un cimitero senza pace. Oggi la città dell’odio la dipinge ad olio, ed è soprattutto mare. In mezzo vent’anni di collaborazione con le istituzioni: il salto nel vuoto, dall’altra di una barricata con pochissimi eroi e troppi farabutti (tanti travestiti da uomini dello Stato), l’ha fatta con e per Giovanni Falcone. È lui il pentito che Borsellino stava interrogando nei dintorni di Roma, quando ricevette la famosa convocazione dal ministro.
Mutolo, come succede che un mafioso si pente?
Perché vengono traditi i sentimenti e non si ha più paura. A Buscetta gli avevano ucciso due figli, il genero, il cognato. A Mannoia il fratello: se uno è rispettato, non gli toccano nessuno. Appena Mannoia si vede toccato il fratello, parla con Falcone. Ma nemmeno terminò che noi mafiosi sapevamo che stava collaborando: avevamo le nostre fonti. Ma è successo qualcosa, è la prima volta in assoluto che la mafia uccide tre donne: sorella, madre e zia. Avevamo avuto anche qualche lamentela perché era con Giovanni Bontade, il fratello di Stefano, era stata uccisa anche la moglie.
Fa una differenza?
Sì: il palermitano ha una venerazione per la donna, è diverso dal catanese o dal trapanese: noi palermitani per la donna abbiamo un sentimento diverso proprio. Quando è stato deciso l’omicidio Falcone? Falcone lo seguivamo da vicino, era temuto e ammirato dai mafiosi. Aveva il coraggio dell’intelligenza. Diverso da tutti. Dell’omicidio di Falcone noi ne parliamo già durante il maxiprocesso: avevano scoperto il suo villino vicino a Valdese, c’era uno che aveva una pizzeria che ci raccontava gli spostamenti. Volevamo ucciderlo in una strada sterrata e boscosa. Santapaola aveva mandato addirittura un lanciamissili Katyusha: era “il regalo per il giudice Falcone”. Ma era molto scortato, non se ne fece nulla.
Lei lo sapeva che Falcone sarebbe stato ucciso?
Logico. Dopo che fu confermata la sentenza del maxi processo – io ero in carcere – i mafiosi cominciano a dire: ora ci dobbiamo rompere le corna a tutti, ai politici e ai magistrati. Non avevano mantenuto le promesse. Infatti muore Lima, infatti muore Falcone.
E lei perché si pentì?
Per delusione che avevo con Riina decido di parlare con Falcone: nel dicembre del ‘91 gli mandai un messaggio attraverso un avvocato: “Dicci a Falcone che Mutolo gli vuole parlare”. Lo ammiravo e lo volevo aiutare. Venne il 15, gli dissi: “Voglio collaborare. E comincerò a parlare dal suo ufficio e dalla Cassazione, fino in Parlamento.
Lo avvisò del pericolo?
Gli dissi che i mafiosi erano preoccupati perché non c’era più Carnevale. Carnevale era la nostra roccaforte in Cassazione (il giudice Carnevale fu assolto dalle accuse in Cassazione, dove, dopo una sospensione, ancora esercita le funzioni, ndr). È incredibile che faccia ancora il giudice.
E Borsellino?
Venne il 1 luglio del ‘92 la prima volta, insieme al giudice Aliquò. L’incontro doveva essere segreto: a Mannoia, mentre collaborava gli hanno ammazzato tutta la famiglia.
Poi arrivò la telefonata.
Mi disse: “Vado dal ministro”. Finalmente, poco tempo fa, Mancino l’ha ammesso: lo poteva fare vent’anni fa che non c’erano tutte queste chiacchiere, di aver stretto la mano a Borsellino. Comunque poi Borsellino torna da me. Ed era preoccupato che già sapevano del nostro incontro, era una cosa segretissima. Per lui era stato uno choc.
Lei non aveva paura di Riina?
Se avevo paura m’impiccavo da solo. Borsellino diceva: chi ha paura muore tutti i giorni.
Che rapporti aveva con Riina, prima?
C’imparai la dama. Ce lo voglio dire perché così anche lui si può ricordare dei momenti belli. Riina mi ha dato tanto e mi ha voluto bene tanto. Mi ha fatto regalare 50mila lire a testa da tutti i mafiosi per il mio matrimonio: ho fatto a mezzo con il compare d’anello. Lo fece sia per farmi avere soldi che per informare che lui ci teneva a me. In carcere una volta lo aiutai, che a lui ci era venuta la diarrea. Tutta la notte l’ho vegliato.
La trattativa è vera?
C’è, è stato rinviato Totò. E io non me la bevo che non sono andati a casa di Riina dopo che l’hanno preso. Se mi dicono: o tu cambi opinione o ti mandiamo alla fucilazione, io vado alla fucilazione. Perché è impossibile che non abbiano perquisito. Sono andati in casa di Riina, hanno trovato cose che inguaivano i politici e hanno fatto finta di nulla.
C’erano rapporti tra la mafia e le istituzioni?
Nel ‘71 il capomafia di Bagheria, Antonino Mineo, gli disse a Franco Restivo, ministro dell’Interno: dicci al tuo compare che se vuole mandare al confino noi palermitani, il primo che ci deve andare sei tu. Se no facciamo la pelle a te e a lui. Questi erano i rapporti: convivenza e connivenza, i contatti tra mafia e forze dell’ordine, mafia e politica ci sono sempre stati. Ci sono stati personaggi cui hanno pulito i cartellini penali per fargli fare i sindaci. La Sicilia è una fonte di guadagno e di voti, senza non ci sarebbe stata la dicci, Andreotti e nemmeno Berlusconi, che tramite Dell’Utri era legato a molti mafiosi. Io a Berlusconi lo ammiro, ci sa fare. Non m’interessa del bunga bunga, perché c’era già a Palermo molti anni prima.
Cioé?
A questi uomini politici ci piace la bella vita. Nel ‘74 mi trovai in casa dell’onorevole Matta, della diccì: aveva una villa a Partanna Mondello, la mia zona. Sotto c’era un night club, con le luci, un giradischi, una distilleria di liquori con centinaia di bottiglie. E una parete intera di vestiti di lamè e di scarpe: servivano per le “signore”.
Torniamo a oggi: lei ha detto “ci vorrebbero cinque Ciancimino per ripulire Palermo”.
Massimo Ciancimino dice cose importanti. È assurdo che si sia bruciato con il pizzino che nomina Gianni de Gennaro. Quella porcata l’ha combinata o gliela hanno fatta combinare? Mentre Ciancimino si trovava a Bologna, lo so da persona fidata, hanno fermato due persone che si aggiravano attorno alla sua casa: erano due dei servizi segreti. Io credo che volevano fermarlo. Come a Ingroia.
Cioè?
Adesso a Ingroia lo mandano in Guatemala: lui dice che ha accettato e ci vuole andare. Ma secondo me lui sa che è meglio così, perché ormai è un grande conoscitore della mafia: che deve fare, deve diventare un altro Borsellino o un altro Falcone? Speriamo che le cose cambino, anche se finché ci sono uomini come Dell’Utri e Mannino (assolto per concorso esterno, di nuovo indagato per trattativa) a decidere le cose politiche, non ci sono speranze. La Sicilia è bella, io sono sicuro che mi farò uccidere là, ci voglio tornare.
Quante persone ha ucciso?
Tante. Ma c’era sempre una giustificazione.
Non è pentito?
Forse nemmeno era giusto uccidere queste persone, è una cosa che capisco ora. Ma sempre c’era una giustificazione. Non è cosa di cui avevo colpa. Una volta ho ucciso un tale, Imperiale, a pugnalate (che è diverso da uccidere con la pistola.) Quando mi sono guardato allo specchio ero una maschera di sangue. Non lo dimenticherò mai.
Lei ora è un pittore, e una volta ha detto: “Quando dipingo mi dimentico chi sono”. È difficile avere il suo passato?
Io ho rifiutato il mio passato: per dimenticarlo che debbo fare, mi devo suicidare? Ho fatto quello che pensavo giusto. Oggi accendo la musica, dipingo il mare. A volte mi commuovo perché so che sto dipingendo Mondello. Mi sento un altro e vorrei essere quello, ma non posso cambiare il passato. Finché sarò in vita sarò sempre l’assassino che ha fatto quello che ha fatto.
Si ricorda lo sguardo di qualcuno degli uomini che ha ucciso?
Gaspare Mutolo, che ha parlato per tre ore senza fermarsi, sorride amaramente per un tempo lungo. E poi dice: “lo sguardo di chi muore sempre quello è. Pensi: è arrivato il mio momento. Quello sguardo l’ho avuto tante volte anch’io.

sabato 19 maggio 2012

Attentato di Brindisi, fiaccolate in tutta Italia – Ecco gli appuntamenti – Diffondere


violapost

Dopo il vile attentato di Brindisi arriva la reazione dei cittadini. Tante le iniziative che stanno nascendo spontaneamente. Ecco le prime
Brindisi ore 18 piazza Vittoria
Milano piazza San Fedele ore 17
Roma 18.30 davanti al Pantheon
Napoli piazza del Municipio ore 18.30
Torino 0re 18 piazza San Carlo
Cagliari ore 18.00 davanti Comune
Palermo all’Albero di Falcone (via Notarbartolo) ore 16 e poi ore 20 presidio davanti la scuola giovanni falcone
Catania davanti prefettura ore 17
Verona – Sit-in in Piazza dei Signori (Piazza Dante) ore 18.00
Perugia – Piazza IV Novembre – ore 18.00
Firenze presso Biblioteca Nazionale ore 20
Napoli Palazzo San Giacomo
Brescia, ore 19 piazza della Loggia
Sassari alle 18 in piazza Castello
Padova ore 19 davanti al Comune
Genova ore 17 Piazza De Ferrari
Ancona  ore 18.00 Piazza Salvo D’Acquisto
Fano (pu) ore 21,00 piazza xx Settembre
Pescara ore 17,30 presidio in Piazza Sacro Cuore, dalle 21,00 in Piazza Salotto
Forte dei Marmi ore 15 in piazza falcone e borsellino
Trapani alle 22, davanti Palazzo Cavarretta
Molfetta, altezza Liceo Classico, appuntamento con sit-in alle 19.00
San Benedetto del Tronto, ore 19, di fronte al Comune
Capaci ore alla casetta “No mafia”
Macerata ore 19, piazza della Libertà
Pavia 17,30 presidio in piazza della Vittoria
Parma ore 18:30 in piazza Garibaldi
Vicenza, 16.30 davanti al palazzo del comune, vestiti di bianco
Terlizzi (BARI) ore 19:00 piazza Cavour
Baricetta (Rovigo) ore 20.45
Cremona ore 17:30 Pagoda dei giardini di Piazza Roma
Pisa ore 17 Piazza del Carmine
San Donà di Piave (VE), davanti al duomo ore 18.00
Cosenza ore 18.00 P.zza XI Settembre
Ascoli Piceno ore 18.00 presso Comune
Bergamo alle ore 17 al Liceo Falcone
Novara ore 16,30 presidio davanti la prefettura
Rimini, piazza Cavour ore 17:00
Modena alle 18 davanti alla ghirlandina
Civitavecchia (RM) ore 17.30 piazza Fratti (Ghetto)
Carpi ore 19 piazza Martiri
Forlì ore 21.00 davanti al Comune in piazza Saffi
Terni ore 18 davanti al Comune
L’Aquila ore 18:30 a Piazza Palazzo, ognuno con un fazzoletto bianco
Mestre alle 18 in Piazza Ferretto
Cassino ( fr ) P.zza Falcone e Borsellino – Villa Comunale
Varese ore 18 Piazza XX Settembre
Bari piazza prefettura ore 18
Alcamo – ore 21:30 in piazza Ciullo
Cascina (PISA) ore 18 in corso Matteotti davanti al palazzo comunale
Ferrara, piazza Trento-Trieste ore 18
Foligno fiaccolata in piazza della Repubblica alle ore 18.15
Lecce Piazza Duomo ore 20.00
Carrara (MS), ore 16.30, piazza 2 Giugno, di fronte al Comune
Siracusa ore 17.30 davanti Prefettura
Lucca 18.30 Piazza S. Michele
Trento davanti al Comune ore 18.00
Caserta ore 19 piazza Margherita
Prato ore 18 piazza del Comune
Piombino ore 18.00 davanti al Comune
Bra, (Cn) ore 18.00 Piazza Falcone e Borsellino
Lodi ore 21.00 in piazza Broletto
Canicattini Bagni (SR) alle 15:30 in piazza Borsellino
Pieve Emanuele (MI), piazza Peppino Impastato dalle 17
Nardò (LECCE) H. 21.00 Piazza Salandra
Grottaglie Piazza Principe di Piemonte, ore 18 30 (21 maggio)
Lecco presidio ore 17 via XX Settembre
Siena, ore 21 piazza Salimbeni
Venezia ore 19 davanti al comune
Merate piazza degli eroi ore 18
Empoli presidio ore 17 Piazza della Vittoria

DIFFONDETE!
LISTA IN CORSO DI AGGIORNAMENTO – Vi invitiamo a segnalare le altre iniziative nello spazio commento, le aggiungeremo alla lista

lunedì 30 aprile 2012

Beppe Grillo: 'La mafia non ha mai strangolato i propri clienti'



da saveriotommasi.it


"La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, i propri clienti, si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un'altra mafia (la crisi economica ndr), che strangola la propria vittima".
Devo riconoscere che se quella frase l'avesse detto Marcello Dell'Utri avrei scritto che stava chiedendo voti alla mafia, che del resto da sempre sostiene di proteggere le proprie vittime, al contrario dello Stato che le tormenta.
Invece quella frase l'ha urlata Beppe Grillo, ieri, a Palermo, sostenendo il proprio candidato sindaco, in coincidenza (o forse no), del trentennale dell'omicidio di Pio La Torre. E dunque che devo scrivere? La stessa cosa, ovviamente, altrimenti l'onestà intellettuale andrebbe a farsi friggere. Con due considerazioni:
a) Io non ho dubbi sull'intensità della crisi economica, anche se le proposte di Beppe Grillo non mi convincono e preferisco quelle di Alex Zanotelli.
b) Non raccontatemi che Grillo non deve dimostrare a nessuno di essere contro la mafia perché l'ha già fatto realizzato i (bellissimi, tra parentesi), calendari con i Santi Laici. Perché la lotta alla mafia si fa ogni giorno, e anche Totò Cuffaro, del resto, una volta fece tappezzare le città con il manifesto "La mafia fa schifo".

E dunque, in conclusione, un invito.

Caro Beppe Grillo, il 19 maggio passa da Firenze. Debutterò con l'anteprima assoluta di "La mafia (non) è uno spettacolo", un monologo teatrale che ho scritto a quattro mani con Piero Luigi Vigna, magistrato e già Procuratore nazionale antimafia. Debutterò davanti al monumento in ricordo di Nadia e Caterina Nencioni, le due bambine (nove anni la prima, appena cinquanta giorni la seconda), uccise da una bomba mafiosa in via dei Georgofili, a Firenze. A proposito di "la mafia non strangola i propri clienti".
T'aspetto, Grillo.


sabato 11 febbraio 2012

La Cricca di Formigoni. Il Pirellone "puzza" di 'Ndrangheta e di imbrogli.

da Sostiene De Magistris

E' stato recordman di preferenze con oltre 11 mila voti a Desio e in Brianza. Uomo forte del Pdl (ramo Forza Italia) capace di scalare il Pirellone fino al delicato incarico di assessore all'ambiente. Ma l'ascesa del consigliere regionale Massimo Ponzoni si è interrotta bruscamente con l'ordinanza di custodia cautelare emessa lunedì dalla Procura di Monza. L'accusa è di bancarotta fraudolenta, corruzione, concussione e peculato, appropriazione indebita e finanziamento illecito ai partiti. 
Al centro delle indagini ci sono due società direttamente riferibile a Ponzoni: Il Pellicano e Immobiliare Mais, entrambe con sede a Desio, dichiarate fallite nel 2010 dal Tribunale di Monza. Perché Ponzoni, pur dalla sua poltrona dell'ufficio di presidenza della Regione Lombardia, ha il pallino degli affari immobiliari. E nell'inchiesta, infatti, emergerebbe la capacità del politico di determinare i contenuti dei Pgt (il piano di governo del territorio, il nuovo piano regolatore) dei comuni di Desio e Giussano, assicurando a imprenditori a lui vicini cambi di destinazione di terreni (da agricoli a edificabili), «grazie ai legami influenti e al posizionamento di propri uomini di fiducia in ruoli chiave delle varie amministrazioni (a loro volta destinatari di denaro e/o altri vantaggi, anche solo in termini politico elettorali)» si legge nell'ordinanza. 
Ponzoni si trova all'estero, quindi è latitante. Sono stati invece arrestati Antonino Brambilla, vice presidente e assessore della Provincia di Monza e Brianza, Filippo Duzioni, imprenditore bergamasco, Rosario Perri, ex assessore della provincia di Monza e Brianza, Franco Riva, commercialista di Cesano Maderno, già sindaco e assessore all'urbanistica del comune di Giussano. 
 Un sistema che gestisce politica&potere e che ha consentito all'ex enfant prodige del Pdl di arrivare fino alla giunta regionale guidata da Roberto Formigoni. 
I guai per Ponzoni erano già in vista nel luglio 2010, quando in tutta la Lombardia è scatta l'operazione infinto della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Tra i nomi più citati nell'inchiesta contro la 'ndrangheta c'è proprio il suo. Tra le carte c'è anche una conversazione ambientale del gennaio 2009. Saverio Moscato - uno degli arrestati, appartenente alla famiglia del boss calabrese Natale Iamonte radicata a Desio - si riferisce al politico del Pdl: «A questo punto questa storia, a Ponzoni, dobbiamo dargli rilievo. Ci sono anche i soldi per Ponzoni e pago, quanto vuole, il 10 per cento, toh». E sempre Moscato: «Ora Ponzoni che deve venire, ora sto studiando com'è il discorso della Fiera, lì c'è un macello e dobbiamo... Devo entrare... già sto lavorando con il catering... Io per Ponzoni l'ultima volta che andato su ho speso 10mila euro di matite omaggio per quando si vota. Per questo Ponzoni è con Formigoni culo e camicia. Formigoni muove centinaia di milioni di euro, vorrei partecipare all'Expo».
Ponzoni con Formigoni ha in comune l'appertenenza a Comunione e Liberazione, il braccio del governatore per il controllo della Regione Lombardia. Ma non solo: secondo una lettera del suo ex collaboratore Franco Pennati, riportata nell'ordinanza di custodia cautelare della Procura monzese, «l'immobiliare Mais ha pagato varie volte noleggi di barche e vacanze esotiche allo stesso Ponzoni e al suo capo Formigoni».
Lo stesso Pennati indica che alcune società con le quali il consigliere regionale era in affari avrebbero "comprato voti" nell'ambito della campagna elettorale per la rielezione in Regione. Ma c'è di più. Secondo il gip di Monza, Maria Rosaria Correra, è emerso che «nelle elezioni regionali del 2005 l'ex assessore Massimo Ponzoni sarebbe stato eletto anche con i voti della 'ndrangheta». In un passaggio del provvedimento al punto in cui si parla delle esigenze cautelari, il giudice parla di «serialità delle condotte analizzate», di «un radicato e diffuso sistema di illegalità che presenta, come dato comune, l'asservimento della funzione pubblica all'interesse privato». Ma secondo il gip «a rendere più allarmante la valutazione di questo contesto affaristico, risulta la accertata ingerenza di esponenti del crimine organizzato».
Una presenza ingombrante per Formigoni che ha respinto ogni accusa dichiarando che «sono fatti gravi che indubbiamente dovranno essere verificati, ma attengono integralmente alle responsabilità personali. Non è minimamente coinvolta la Regione Lombardia». Eppure Ponzoni agiva forte del suo ruolo di assessore lombardo. E in quel ruolo aveva creato un "sistema". A Desio una delle sue società fallite -la immobiliare Mais srl- è stata coinvolta nella compravendita di un terreno per una speculazione edilizia. In quell'area sarebbe sorto un nuovo centro commerciale e il valore della terra sarebbe decuplicato.
Ora la costruzione del centro è stata bloccata dalla nuova giunta di centrosinistra, ma nel 2004 il terreno agricolo grazie ad una variante al Piano regolatore diventa sfruttabile per uso industriale e si costruiscono capannoni. C'è il sospetto che Ponzoni si sia mosso per la variante e in cambio abbia intascato una tangente da 250mila euro. La consigliera comunale del Pd Lucrezia Ricchiuti porta il caso in consiglio e, una volta emersa l'inchiesta della Procura di Monza, chiede di sospendere autorizzazione per quell'area. Secondo la Ricchiuti c'è «un vortice di passaggi di proprietà in cui ritornano sempre nomi di persone e società legate a Ponzoni».
Il sistema ipotizzato è questo: si promette al proprietario del terreno agricolo che diventerà edificabile e si fa un primo compromesso. Grazie ad con una girandola di società coinvolte la proprietà passa di mano in mano. Solo al momento dell'atto finale si scopre il vero proprietario. Ponzoni interviene come ras locale del Pdl e in grado di modificare il Prg (fino al 2011 il comune era saldo in mano al centrodestra) a favore di proprietari compiacenti.
Un sistema che non permette di capire chi c'è dietro e chi ne viene beneficiato. Le società a lui collegabili direttamente sono sette ma con controlli societari incrociati e nomi ricorrenti come Sergio Pennati, commercialista ed ex uomo di fiducia. Pennati aveva infatti anche il 30% del Pellicano, altra società fallita e coivolta in operazioni immobiliari con gli assessori lombardi Massimo Buscemi, il consigliere Pdl Giorgio Pozzi e la moglie di del parlamentare Pdl Giancarlo Abelli, Rosanna Gariboldi finita in carcere per la bonifica di Santa Giulia.
Ecco il triplice ruolo di Ponzoni: uomo delle istituzioni, intermediario per gli affari e politico in grado di condizionare pesantemente le scelte edilizie dei comuni brianzoli. Grazie all'appoggio dei suoi uomini, in primis Antonino Brambilla che oltre agli incarichi in Provincia è stato assessore all'urbanistica e Rosario Perri, ex dirigente dell'ufficio edilizia privata. Il Comune? Desio, ovviamente.

lunedì 8 febbraio 2010

Ciancimino: "Forza Italia è nata grazie alla trattativa mafia-Stato"

Finalmente il segreto di pulcinella è svelato. Quello che i cittadini accorti sapevano da tempo e i disonesti fingevano di ignorare è venuto finalmente a galla. Ma da dove poteva provenire un partito del genere se non da un sottobosco mafioso? A chi poteva dare i voti la mafia se non a Forza Italia?
Adesso ovviamente ribadiranno che lui non è il vero Ciancimino, che quello vero è suo padre, cioè quello che non parla, Vito buonanima. Diranno che vuole difendere solo il suo tesoro nascosto (il famoso tesoro di Ciancimino). Naturalmente Minzolini ci metterà la pezza, affermando che sono tutte calunnie prive di riscontri (se dirà qualcosa), un gradino al di sotto del gossip. Ci saranno i soliti  garantisti e i grilli parlanti  di turno che ci dispenseranno le loro analisi pacate, ispirate per carità solo alla ragionevolezza e non alla partigianeria, per dimostrarci che il giustizialismo se applicato ai potenti e non agli immigrati può danneggiare il dialogo fra maggioranza e opposizione e arrecare gravi danni al tessuto democratico. Già me li vedo i Panebianco e i Pierluigi Battista.
C'è da sperare che almeno se ne parli e che tale notizia non scompaia in fretta dai telegiornali.
Ovviamente Ingroia è una "toga rossa". 

Massimo Ciancimino torna in aula, al processo che vede imputato il generale Mario Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, e accusa: "La trattativa Stato mafia proseguì anche dopo il 1992". Un pizzino di Provenzano diretto a Dell'Utri e Berlusconi.
di Salvo Palazzolo da Repubblica

"Nel 1994, l'ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell'Utri e Berlusconi. Io la portai subito a mio padre, che all'epoca era in carcere. Mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell'Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi".  Massimo Ciancimino torna nell'aula bunker di Palermo, al processo che vede imputato l'ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori di aver protetto la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, il figlio dell'ex sindaco, ha ripercorso il contenuto di un pizzino che ha consegnato nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo.
"E' rimasta solo una parte di quella lettera - dice Ciancimino - eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell'ambito di un'altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo".
In ciò che è rimasto nella lettera si legge: «... posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive». Massimo Ciancimino spiega: "Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre. In fondo, questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l'aveva suggerito lo stesso mio padre a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un'intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti".
Insorge in aula l'avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: "Cosa c'entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso?". Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l'opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: «E' comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo», dice.
Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una «terza fase»: «A Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell'Utri», è l'accusa del figlio dell'ex sindaco.

mercoledì 12 novembre 2008

Dell'Utri, la mafia, il fascismo

COSÌ PARLÒ MARCELLINO


di Gianni Barbacetto


L'antifascismo? "Un concetto obsoleto". Mussolini? "Un uomo di valore". L'antimafia? "Troppo costosa". Saviano? "Il suo libro ha enfatizzato la camorra". La Rai? "Ci sono ancora troppi dirigenti di sinistra". Lo stalliere di Berlusconi? "Fu a suo modo un eroe". Ecco alcuni dei giudizi espressi da Marcello Dell'Utri, fondatore di Forza Italia, senatore e pregiudicato, nella lunga intervista rilasciata a Klaus Davi su "Klaus Condicio", su YouTube .


Il fascismo. "Mussolini sbagliò, non c'è dubbio, ma quando era al potere lo Stato era più presente di quanto non lo sia adesso. Aveva dato, e in questo è stato l'unico, un senso di patria al Paese". Dell'Utri rilegge, la sera, i Diari di Mussolini (falsi?) che dice di aver ritrovato. Da quelle carte "viene fuori l'immagine di un uomo di valore, dal punto di vista sia umano che culturale. Mussolini cita spesso le classi deboli e più bisognose. Molti provvedimenti in loro favore e diverse leggi sociali, come quelle che disciplinano la previdenza contro gli infortuni e la nascita dell'Inps e dell'Inail, risalgono proprio al famigerato Ventennio. Che dire poi delle colonie? L'Italia, essendo un Paese che occupa tutto lo spazio del Mediterraneo, non poteva restare fuori dalla politica di espansione delle potenze occidentali". Oggi l'antifascismo è "un concetto obsoleto" che "ritorna puntualmente in auge perché mancano nuovi argomenti seri di discussione e si finisce con il rivangare sempre gli stessi" e "ogni qual volta si tocca questo tasto succede un'insurrezione poiché questa situazione non è mai stata chiarita del tutto e la verità non è mai venuta a galla".


La mafia. "Penso che Roberto Saviano abbia ragione a voler andarsene dall'Italia. Il libro che ha scritto è un libro denuncia e in quanto tale oggetto di tante attenzioni poco piacevoli", ma quel romanzo-documentario "certamente non è una gran pubblicità per il nostro Paese, anche se il male, purtroppo, esiste e quindi non possiamo negarlo. Forse però non dovrebbe essere enfatizzato in questo modo. Il premier Silvio Berlusconi è andato a Napoli per affrontare il problema della monnezza ed è riuscito a toglierla dalle strade, ma la camorra non è altrettanto facile da estirpare".
L'antimafia? "Non è finita. C'è e ci sarà finché esiste la mafia ed è un bene. Credo, tuttavia, che, allo stato attuale, il rapporto tra costi e benefici sia assolutamente sproporzionato, soprattutto quando alcuni procuratori antimafia fanno politica". Il riferimento è a Gian Carlo Caselli , che aveva denunciato la difficoltà per i giudici di processare e condannare i politici collusi con la mafia. Dell'Utri (una condanna a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e una condanna definitiva per frode fiscale) attacca "i procuratori di Palermo che hanno usato molto e a sproposito lo strumento dell'aggressione politica. Io, onestamente, me ne sento in assoluto una vittima. Non ci sarebbe stata l'accusa nei miei confronti se non ci fosse stata la grande affermazione di Forza Italia in Sicilia nel 1994".
Vittorio Mangano, lo "stalliere di Arcore" (condannato all'ergastolo per duplice omicidio) è "un eroe, a modo suo" perché "malato com'era, sarebbe potuto uscire dal carcere e andare a casa, se avesse detto solo una parola contro di me o contro il presidente Berlusconi. Invece non lo ha fatto".


La tv. "Negli ambienti della Rai ci sono ancora oggi dirigenti che sono stati messi dalla sinistra e che quindi rispondono a logiche di sinistra. È difficile pensare che migliori la qualità della comunicazione quando a guidarla c'è gente che alimenta una visione negativa della vita", afferma Dell'Utri, di rincalzo a Berlusconi che, con incredibile senso dell'umorismo (involontario), negli stessi giorni dichiara che in tv c'è troppa gente di sinistra ("Tutti i giorni ci sono attacchi televisivi nei nostri confronti, con tutti questi conduttori appecoronati sulla sinistra") e che la televisione è troppo ansiogena: "Io adesso cercherò di fare tutto il possibile perché le tv pubbliche e private non siano dei fattori ansiogeni, come purtroppo stanno diventando». In particolare «la televisione pubblica, che dovrebbe cooperare perché le cose vadano al meglio, adesso è il punto principale di diffusione del pessimismo".
Dell'Utri lo sostiene: "Le notizie, certo, bisogna darle, sennò si torna al fascismo, ma c'è modo e modo di comunicarle. Magari con conduttori più gradevoli di adesso. Io guardo il Tg3, ad esempio, e vedo che ci sono degli anchorman che hanno già una faccia un po' gotica, un po' dark".


Le telefonate. Intanto il 30 ottobre 2008 la giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato ha respinto la richiesta del gip di Palermo di utilizzare nel processo d'appello per mafia le telefonate tra Dell'Utri e il mafioso Vito Roberto Palazzolo, già condannato per droga nel processo Pizza connection e poi per mafia (9 anni anche lui, come Dell'Utri) e latitante in Sudafrica. "Non devi convertirlo, è già convertito", dice al telefono Palazzolo alla sorella nel 2003: cioè ha rapporti d'antica data con Cosa nostra e quindi è già disponibile. Ma le telefonate non potranno essere essere utilizzate in aula, a causa della legge boiata-Boato che impone di avere il permesso delle Camere per trascrivere e utilizzare le telefonate dei parlamentari.