venerdì 15 gennaio 2010

Neoliberismo: breve storia per affamare il mondo

Il neoliberismo sfrenato partito negli anni Ottanta e divenuto unico credo economico indiscusso abbracciato, difeso ed ostentato dagli Usa, dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale. Proviamo a tracciarne una breve storia, per capire quale sia la vera causa della povertà del cosiddetto terzo mondo

di Romina Arena da
terranauta via INFORMARE PER RESISTERE


Siamo tutti alquanto abituati a guardare all’Africa, all’America Latina o semplicemente, come più rozzamente si dice, al terzo mondo come Paesi di straccioni, morti di fame, appestati. Siamo più inclini, insomma, a guardare l’effetto e più raramente a considerarne la causa o, piuttosto,le cause.
Gli anni Settanta hanno costituito per i cosiddetti Paesi in via di sviluppo un frangente particolarmente propizio. Il mondo occidentale, non sapendo dove piazzare i petrodollari di cui abbondava, decise, camuffando l’atto da aiuto allo sviluppo, di dirottare in Africa e America Latina, sottoforma di investimenti, quell’abbondanza di capitali.
Qual era l’obiettivo?
Sostanzialmente si trattava di un progetto a due fasi. Nella prima gli investitori occidentali avrebbero rimpolpato le economie dei paesi, diciamo, africani pianificando un percorso che, nella seconda fase, li avrebbe visti protagonisti autonomi sulla scena economica internazionale.
Peccato che quei Paesi così generosamente finanziati quella seconda fase non l’abbiano vista mai semplicemente perché quei finanziamenti, spacciati per dono, non erano a fondo perduto, tantomeno a titolo gratuito. Le forti somme erano in realtà niente altro che prestiti che andavano rimessi aggravati da forti interessi.



Nel frattempo si arriva agli anni Ottanta durante i quali Keynes viene sbattuto in soffitta a favore di una nuova dottrina economica, il neoliberismo, di cui Milton Friedman è stato il principale teorico (e non solo). Lasciare libero il mercato, o i mercati, di muoversi a piacimento senza restrizione alcuna né vincoli era il Verbo divulgato dai ben noti Chicago Boys; evitare qualsiasi intromissione dello Stato nella gestione dell’economia era il corollario fondamentale di questa arrembante teoria. Il trittico Stati Uniti, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale era la guarnigione spudorata a difesa di questo nuovo modo di intendere il mercato.
Lo scoppio di quella che è conosciuta come la crisi del debito, partita dal Messico nel 1982 e dilagata a macchia d’olio in tutti i Paesi che negli anni Settanta avevano, si fa per dire, goduto di quell’iniezione di capitali, ha fornito l’assist a quella Triade per mettere fattivamente sul campo quella che a parer loro sarebbe stata la soluzione del problema: i piani di aggiustamento strutturale. Altro non era che il velleitario e presuntuoso (oltre che pretestuoso) tentativo di inoculare il germe del neoliberismo in Paesi che, semplicemente, non erano in grado di supportare i meccanismi necessari al suo compimento.
Tutto questo ha prodotto gli effetti che conosciamo oggi: Paesi sempre più sprofondati nel debito, incapaci di fornire la giusta alimentazione alle proprie popolazioni dal momento che, per recuperare i fondi necessari a pagare i prestiti di cui sopra, finiscono per esportare anche quello che dovrebbe essere necessario al sostentamento interno. Quella che doveva essere la panacea del male, si è rivelata in realtà l’inoculazione di un virus letale, in barba alle roboanti dichiarazioni sull’abbattimento del debito, alle maratone di beneficienza, ai piagnistei ed ai mea culpa internazionali.



Prima che il vortice degli aggiustamenti strutturali spazzasse ed abbattesse le loro deboli economie, l’agricoltura – insieme la prima voce di esportazione e principale sostenitore dell’economia interna, proprio perché cardine essenziale per la sopravvivenza dei Paesi – era tenuta in estrema considerazione dai governi africani (parliamo dell’Africa perché è quella maggiormente colpita dalla ritorsione del neoliberismo).
In Tanzania, ad esempio, prima di quegli anni Ottanta, il governo offriva costante assistenza ai piccoli agricoltori attraverso i sussidi, la ricerca, i trasporti. Stessa cosa avveniva nello Zimbabwe che offriva sussidi per le sementi, abbuoni fiscali e gli strumenti necessari ai piccoli agricoltori.
I paesi africani, poi, applicavano alti dazi doganali all’importazione di mais, riso e altre granaglie ad uso alimentare proprio per proteggere dalla concorrenza sleale i piccoli e medi agricoltori. Inoltre in molti Stati si favoriva la creazione di cooperative.
Queste misure tra il 1950 ed il 1980 hanno fatto sì che quei piccoli e medi agricoltori fossero sufficienti al sostentamento interno dei loro Paesi senza nascondere poi il fatto che fino alla fine degli anni Settanta l’intero continente era esportatore netto di prodotti alimentari non processati.
La Tanzania, ad esempio, tra il 1961 ed il 1970 aveva la quota più alta di produzione alimentare che aumentava annualmente del 7%, il Kenya del 5%.
Il neoliberismo ha però invertito queste rotte, in molti casi ha addirittura stravolto l’assetto agricolo dei Paesi, inducendoli a sostituire le coltivazioni sulla base delle necessità degli Stati Uniti o dell’Europa. La Comunità europea, ad esempio, ha fatto del concetto di “diversificazione della produzione” uno dei cavalli di battaglia nella duplicità della politica commerciale e della cooperazione allo sviluppo in quella specifica sezione in cui entrambe si intersecano.



In ossequio ai peculiari interessi occidentali, il Kenya si è dovuto specializzare nella produzione di fiori da esportare in Europa, mentre il Ghana si è dedicato alla produzione del cacao destinato agli Stati Uniti. Le imprese multinazionali che si sono viste spianare la strada dal libero mercato e dall’aggiustamento strutturale, hanno attecchito senza difficoltà in territorio africano, fagocitando intere fette di mercato alla faccia dei proclami che si sono succeduti a partire dagli anni Settanta sull’inserimento dei Pvs nel contesto economico internazionale.
Durante gli anni Novanta, la Parmalat si installò in Sudafrica includendo nel suo gruppo due industrie lattiere locali, la Bonnita e la Towercop, mettendo in campo una vera e propria strategia di guerra che ha introdotto nel Paese i prodotti dell’impero Tanzi a prezzi stracciati decretando in questo modo la fine dei piccoli competitori.
Questo è quello che è sostanzialmente successo con l’abbattimento dei dazi voluto dai programmi di aggiustamento strutturale. Le multinazionali occidentali hanno inondato i mercati del terzo mondo costringendo la produzione locale a soccombere sotto il peso della competizione dei prodotti stranieri. I piccoli agricoltori, privi di protezione e senza sussidi, scacciati dalle loro terre a beneficio delle multinazionali, non sono più in grado di garantire la sufficienza alimentare, mentre l’occidente sguazza nell’Eldorado che la shockeconomy friedmaniana ha fatto sgorgare dalle vene aperte dell’Africa e dell’America Latina.

mercoledì 6 gennaio 2010

Dentro l'Opus Dei

Intervista a Emanuela Provera, autrice del libro: "Dentro l'Opus Dei". (dal Blog di Beppe Grillo)


Trascrizione:

"Sono Emanuela Provera e ho scritto “
Dentro l’Opus Dei" con Chiarelettere, dopo aver partecipato alla stesura di “Opus Dei Segreta” con Ferruccio Pinotti tre anni fa. Il libro “Opus Dei Segreta” nasce da un’esperienza di forum on-line in cui hanno partecipato persone, uomini e donne che, come me, hanno avuto un’esperienza nell’Opus Dei per vari anni. All’interno del forum ci sono sia persone passate per la prelatura per un periodo breve e persone che hanno vissuto all’interno dell’Opus Dei dieci, venti o più anni. Il forum è stato un’esperienza di confronto e quindi è nato innanzitutto con l’obiettivo di parlare tra noi, perché l’esperienza di uscita dall’Opus Dei è un’esperienza di isolamento, le persone che escono da questa istituzione per lo più pensano di essere le uniche, per cui è difficile creare una situazione di confronto, di dibattito e di discussione. Il secondo obiettivo è stato quello di divulgare le riflessioni e i contenuti del nostro confronto, lo strumento più idoneo, quello che poteva arrivare a più persone possibili sarebbe stato proprio la stesura di un libro.
Perché il libro l’ho scritto io e non altri del forum? Perché generalmente, ad oggi, la maggior parte delle persone che esce dall’Opus Dei preferisce non esporsi pubblicamente e in modo così forte e trasparente, c’è molto timore, probabilmente anche perché siamo in Italia, siamo in un Paese dove ci sono molti intrecci tra il mondo ecclesiastico, il mondo politico e il mondo istituzionale.

Una prelatura personale
Molte delle persone che partecipano al forum hanno posizioni professionali che vogliono tutelare e proteggere, per cui all’interno del libro sono state raccolte delle testimonianze mantenendo e custodendo la riservatezza delle persone. Ci tengo a dire una cosa, uscire dall’Opus Dei non significa abbandonare la Chiesa, la Chiesa Cattolica; sapete che l’Opus Dei è una prelatura personale che fa parte della gerarchia costituzionale della chiesa cattolica e dipende direttamente dal Papa, attraverso la congregazione dei Vescovi. Alcune persone che hanno collaborato a questo libro e che hanno fatto parte del forum mantengono tutt’ora una pratica di vita cristiana: anzi, sono dovute uscire dall’Opus Dei per continuare un percorso spirituale. Uno dei temi di cui abbiamo discusso maggiormente all’interno del forum è stato quello dei giovani indotti a seguire la vocazione all’Opus Dei da parte dei cosiddetti direttori dell’opera, che sono entrati nella prelatura a 14 /15 /16 /19 o 20 anni, ossia in un’età in cui è difficile fare scelte vitali, o meglio è un’età in cui ci si prepara a fare scelte vitali, scelte importanti. Avendo fatto entrare queste persone in un’istituzione così totalizzante, ossia in un cammino vocazionale vero e proprio, si è esercitata una violenza psicologica molto forte: per esempio, vorrei leggere alcuni passi di alcuni di loro, che hanno raccontato la loro storia. “I miei genitori erano
sopranumerari, sei figli, club fin da piccolissimo, messo sul piano inclinato (percorso di cammino vocazionale [ndr]) verso i 14 anni e mezzo, uscito dopo aver pitato (pitare: termine mutuato dallo spagnolo, significa fischiare, o annunciare la propria voglia di unirsi all'Opus Dei [ndr]) prima dei 16”.
Un altro racconta “ho iniziato a frequentare l’Opus Dei a 14 anni all’Aspra di Milano, ho pitato l’anno dopo, nel 1977”, quindi a quindici anni questo ragazzo è diventato dell’Opus Dei. Un’altra ragazza dice “figlia di soprannumerari, ho frequentato la scuola Fais e il club finché, naturalmente, ho chiesto di diventare aspirante numeraria”, che cosa vuole dire aspirante? Vuole dire che ancora non si è giuridicamente dell’Opus Dei, ma si viene formati a una spiritualità che è quella dei numerari.
I partecipanti al forum, da cui è nato questo libro, hanno fatto parte dell’Opus Dei come membri numerari: che cosa significa? E’ una particolare categoria di membri dell’Opus Dei che, per chiamata di Dio - così si dice all’interno della prelatura - rinunciano al matrimonio e conseguentemente perseguono una vocazione al celibato apostolico, ossia dedicano tutte le proprie energie sia interiori che anche i propri possedimenti, il proprio denaro, dedicano tutto ciò allo sviluppo della prelatura dell’Opus Dei nel mondo; proprio per il fatto di essere numerari l’Opera li può mandare in qualunque parte del mondo a aprire nuovi centri dell’Opus Dei e quindi a sviluppare iniziative o attività direttamente legate alla prelatura. Quando una persona entra nell’Opus Dei come numerario o come numeraria, percorrendo il cosiddetto piano inclinato, che è un percorso specifico, viene indotta a lasciare la propria famiglia; senz’altro l’adolescente ha bisogno di staccarsi dal proprio contesto sociale e quindi l’Opus Dei trova un terreno fertile, perché il giovane trova nell’Opus Dei una seconda famiglia, per cui si stacca volentieri dai genitori come senso di emancipazione, per trovare nell’Opus Dei una seconda famiglia per rimanervi tutta la vita, senza mai elaborare un percorso personale di crescita. Ecco perché nell’Opus Dei ci sono numerari e numerarie che restano eternamente bambini: ogni scelta, ogni decisione, ogni attività pratica anche quotidiana i membri numerari e le numerarie la consultano con il proprio direttore. Questa mancanza di libertà nella conduzione della propria vita blocca il processo di consapevolezza, per cui ci sono persone di 30 o 40 anni che sono veramente alienate da sé stesse, per cui a volte purtroppo si arriva a fenomeni anche di sofferenza psicologica.
Le persone che partecipano e hanno partecipato al forum non hanno l’obiettivo di distruggere l’Opus Dei o di fare in modo che non sviluppi più la propria azione nel mondo: l’obiettivo che si propongono è di denunciare queste situazioni di sofferenza psicologica e di persone giovani che entrano a far parte dell’Opus Dei come numerari e come numerarie. Perché l’Opus Dei cessi di condurre un’azione di proselitismo così aggressiva, è importante che modifichi i propri Statuti: per esempio, eliminando il riferimento alla figura dell’aspirante numerario. Non è facile che la prelatura, comunque protetta dalle istituzioni nel nostro Paese, in Italia, affronti un’autocritica così radicale; sicuramente ci sono state persone in Italia che hanno appoggiato l’azione di ex membri dell’Opus Dei: mi riferisco in particolare a due interpellanze parlamentari, ossia quella dell’86, sollevata da Rodotà, Bassanini e Minervini, e l’interpellanza parlamentare del 2007, sollevata invece da Galante e Licandro. Nel libro ho ripreso l’attualità dell’interpellanza dell’86, che voleva fare in modo che l’Opus Dei venisse dichiarata associazione segreta: effettivamente né alla prima interpellanza né alla seconda c’è stata una risposta pertinente da parte delle istituzioni politiche. Le risposte che sono state date a queste interpellanze le definirei come dei comunicati stampa dell’ufficio informazioni dell’Opus Dei. Bisogna invece arrivare alla verità del problema: è vero, secondo l’interpellanza dell’86, che esiste tutta una documentazione secretata, che non è ufficiale e che, per quanto mi risulta, non è conosciuta neanche dalla chiesa cattolica, per cui è interessante che le istituzioni chiedano all’Opus Dei di rendere pubblica questa documentazione. Sono pubblicazioni interne, che vengono editati e pubblicati all’interno della prelatura: vi chiederete: “ma come fanno essere pubblicati e editati i testi e a rimanere segreti?”, esiste una tipografia, ma è una tipografia interna, non è una società, una Srl conosciuta ufficialmente e pubblicamente da tutti e questo è ciò che ha sollevato l’interpellanza dell’86. Nel 2007 sono stati equiparati i collegi universitari pubblici a quelli privati, ai fini dell’ottenimento di alcuni finanziamenti per l’edilizia universitaria: questo che cosa significa? Quasi la metà di tutti i collegi universitari legalmente riconosciuti fanno capo all’Opus Dei, quindi un numero altissimo di centri dell’Opus Dei riceve finanziamenti pubblici.

Sacra potestas e obbedienza
Con il libro che ho scritto, al quale hanno collaborato altri partecipanti del forum, ci interessa in modo particolare rivolgerci alle istituzioni ecclesiastiche: negli Statuti dell’Opus Dei, che sono stati introdotti nel 1982, quando l’Opus Dei è stata eretta da Karol Wojtyla in prelatura personale, all’interno di questi Statuti si dice che i laici della prelatura debbono obbedire a coloro che, nell’Opus Dei, hanno la sacra potestas, ossia il prelato e i suoi vicari. Il prelato dell’Opus Dei attualmente è Monsignor Xavier Cebarria, per quanto riguarda il rispetto del codice di diritto canonico effettivamente è corretto quanto affermato dagli Statuti. Quella che però noi del forum abbiamo riscontrato è stata una prassi vissuta quotidianamente per tanti anni, una prassi che violava le prescrizioni del Codice di diritto canonico, laddove ci veniva detto che i membri laici dovevano obbedire all’interno dell’Opus Dei ai direttori dei membri laici non dotati di sacra potestas che svolgono due funzioni: una funzione di governo vera e propria, di direzione della prelatura, quindi l’organizzazione, chi mando a aprire un nuovo centro a Parigi piuttosto che in Russia. Quindi svolgono una funzione relativa all’organizzazione e al foro esterno, ma anche al foro interno, di direzione spirituale, che i membri direttori laici privi di sacra potestas indirizzano la coscienza delle persone e violano quelli che sono i contenuti del Codice di diritto canonico. Per cui vorremmo che le istituzioni ecclesiastiche conoscessero questa situazione e svolgessero un’indagine appropriata per ristabilire una prassi di normalità e di correttezza all’interno della prelatura. Quindi noi, che abbiamo vissuto dentro, all’interno, ci siamo chiesti: “ma come è possibile che dichiariamo e raccontiamo alle persone esterne una vita, uno spirito e uno stile che poi, all’interno, non viviamo, perché abbiamo un linguaggio nostro e abbiamo dei codici e dei modi di dire che sono sconosciuti a tutti gli altri?”.
Da una parte chiediamo alle istituzioni politiche di intervenire per il controllo di una situazione che non è trasparente e, nello stesso tempo, anche alle istituzioni ecclesiastiche di svolgere un’indagine affinché ritorni una situazione di maggiore dignità nei confronti delle persone che attualmente vivono all’interno di quest’istituzione, un’istituzione che sta acquisendo una forza particolare all’interno dello Stato italiano. Il futuro presidente della Banca Vaticana dello
IOR
, Ettore Botti Tedeschi, è un membro di spicco della prelatura in Italia e sappiamo che Ettore Botti Tedeschi è legato in modo particolare al mondo finanziario, è il principale rappresentante del gruppo consiliare Santander in Italia, per cui tutto ciò che riguarda l’introduzione nel nostro Paese del credito al consumo in un certo senso è targato Opus Dei. Conseguentemente, attribuendo a questa persona un incarico così importante, ne viene rafforzata l’immagine della prelatura: non è facile che le istituzioni ascoltino il nostro appello. Il libro è il primo passo verso un percorso di informazione e di divulgazione al quale teniamo molto."

venerdì 1 gennaio 2010

Ancora qualche parola su Di Pietro, la sinistra e il regime.

Sono un po’ stanco e logorato da un ultimo anno di attesa di segnali per il futuro un po’ più incoraggianti delle solite litanie sui problemi della “sinistra”. Forse però cominciamo a capirlo: la sinistra declinata come dover essere è un’entità metafisica pura e semplice, che si colloca al di fuori del contesto storico presente che riguarda le sorti di persone e nazioni.
Continuiamo ad assistere alle solite dissertazioni di stampo parateologico dottrinario su Di Pietro e la sinistra. Di Pietro non è buono, perché non “ha profondità di pensiero”, perché ha una visione ipostatica del diritto che invece è figlio del conflitto e della riproposizione continua del concetto di legalità quale risultante dei mutati equilibri nei rapporti di forza. Lo sappiamo. Questo Blog ne ha già parlato diverse volte, trattando degli argomenti e degli interrogativi che oggi si pongono i vari Revelli, Bascetta, Rossanda ecc. già un bel po’ di tempo addietro. Chapeau! Ci piace autoincensarci.
Sappiamo benissimo che se dessimo retta a una concezione del diritto come materia immobile, al di fuori delle dinamiche del conflitto e dei mutamenti sociali, oggi saremmo ancora alla servitù della gleba e i magistrati sarebbero costretti a dare la caccia agli schiavi fuggiaschi, violatori della legge. Il fatto è che tale posizione di principio non coincide affatto con la necessità di creare un fronte comune che costituisca un’alternativa all’attuale regime, né con una visione che sappia collocare la richiesta di legalità come necessità legata a un contesto storico-politico, dove l’intreccio fra potere mafioso e potere politico la fa da padrone. Continuare a proporre discriminanti e distinguo non ha alcun senso poiché significa dare valore assoluto a posizioni che invece rispondono a esigenze legate a contesti specifici. Nemmeno Di Pietro pensa che il diritto debba essere una specie di totem inviolabile, ma certo non può fare a meno di appellarsi al diritto, quando parla di mafia e di Berlusconi. La mafia se ne infischia della filosofia del diritto e così anche Berlusconi. La verità è che se non si temesse il confronto e non si fosse preda della paura di vedere le proprie identità deformate e stravolte, tali disquisizioni potrebbero essere tranquillamente ricondotte in un ambito neutrale di confronto dialettico, senza creare discriminanti ad escludendum.
In quanto alla “profondità di pensiero”, chiediamoci quanta di questa profondità non sia una sorta di dissociazione dalla realtà e di una rarefazione del senso comune in ragione di sottigliezze di pensiero che sono solo un esercizio di stile totalmente vuoto e privo di significato. Per dare retta alla “profondità di pensiero” siamo andati dietro alla cazzate senza senso dei vari Deleuze, Guattarì, Lacan e via dicendo. Siamo sprofondati in quella “profondità” fino a perdere il lume della ragione. Rimango d’accordo con Revelli, quando dice che Di Pietro ha restituito un senso vero alle cose che si dicono, nominando i soggetti e le loro azioni per quello che realmente sono.
Ora si tratta di darsi da fare sul serio e costruire una vera alternativa a questo regime, evitando sottigliezze e furbizie che ci distolgano la mente dall’urgenza della situazione. Lo sappiamo che sarà una scelta imperfetta perché dovrà nascere da un patto fra forze politiche eterogenee che si trovano a dover fronteggiare una situazione straordinaria e a immaginare una transizione che sottragga l’Italia dalle spire di un potere mafioso clientelare, ma non c’è altra via. Sappiamo anche che molti compagni li perderemo per strada: già adesso molte persone di sinistra dichiarano che giammai si faranno contaminare dal semplicismo giustizialista di Di Pietro. Altri poi resteranno ancorati alla nobile missione di ricostruire il Partito Comunista. Dobbiamo comunque cercare di convincere queste persone a mettere fra parentesi le loro convinzioni e ad accettare un compromesso che ci porti a una posizione più avanzata di quella attuale, che riesca a scongiurare il pericolo del fascismo della Lega e del regime berlusconiano. Non basta. Forse dirò una bestemmia, ma è necessario che impariamo a parlare a quel blocco sociale produttivo del nord fatto di piccole imprese di artigiani e di liberi professionisti, i quali identificano i loro interessi con quelli di Berlusconi poiché temono una sinistra fustigatrice del profitto quale giusta remunerazione del proprio lavoro. Che ci piaccia o no dovremmo cercare di coinvolgere questi ceti in un progetto di “ammodernamento” della società italiana coinvolgendoli in una strategia di rinnovamento delle dinamiche di prodotto piuttosto che di processo, in una visione più ecocompatibile. So che questo farà storcere il naso a molti a sinistra e nel movimento, perché può essere letto come una delle diverse variabili della riproduzione del capitalismo, che lasciano inalterate le ingiustizie e le diseguaglianze e portano ad accantonare la discussione sulla decrescita come unica via sensata per salvare il pianeta. La realtà dei fatti però è questa, e se una mediazione ci deve essere, non può che avere delle ricadute anche su un piano sociale. Dobbiamo in primo luogo considerare il rischio reale di un’involuzione autoritaria e di un disfacimento delle istituzioni democratiche e dell’unità del territorio. “La Jugoslavia dolce” è alle porte non dimentichiamocene.
Qualcosa si sta muovendo, ma non basta. Norma Rangeri e Valentino Parlato propongono un forum delle forze di opposizione. Una proposta saggia e apparentemente corretta ma insufficiente e persino contro producente, perché rischia di impantanare la discussione nei mille distinguo e nelle mille discriminanti che non faranno altro che piazzare bandierine e paletti per delimitare i confini senza portare al alcunché di propositivo. Purtroppo è un’esperienza già vissuta mille volte.
Bisogna osare di più e con moto più fragore. Il proposito principale non può essere mettersi al tavolo e discutere dei massimi sistemi per vedere quello che ne viene fuori. Bisogna formulare da subito una proposta di unione e sulla base di quella discutere di strategie. Si saltano dei passaggi? Troppo prematuro? Toh! Guardo di fuori e la casa brucia. Pausa caffè.


lunedì 28 dicembre 2009

Che sta succedendo in Puglia?

Ammetto di non aver ben compreso le vicissitudini pugliesi in merito alla designazione del candidato governatore e di avere scarse informazioni a riguardo, per cui quello che dirò si basa più su impressioni che su una conoscenza reale dei fatti.
Ho già detto che il tentativo di fare fuori Vendola mi puzza di restaurazione lontano un miglio: uno che parla di beni comuni, di diritti, di legalità, che rifiuta le litanie del libero mercato e perlopiù è omosessuale, deve essere come dice un mio amico americano a pain in the ass, uno che potrebbe rappresentare un esempio pericoloso per quanti in vaticano progettano un’Italia cristiana-cattolica e rigida custode dell’ortodossia.
Non capisco l’IDV. Che cosa rimprovera a Vendola? Ha silurato prontamente l’assessore dalemiano implicato negli scandali della sanità, non è indagato personalmente e da quello che mi dicono, ha bene operato. Paradossalmente l’IDV agisce a rimorchio dei vertici di un partito, quale il PD, che sono i veri responsabili dei guai di Vendola e non solo di lui. Se le giunte e le amministrazioni di centrosinistra si sono trovate nei guai in Puglia come in Abruzzo, questo lo si deve all’eredità del clientelismo democristiano meridionale, confluito poi attraverso il PPI nel PD. Oltretutto, entrando in una coalizione capeggiata da Emiliano si troverà a fianco a fianco dell’UDC, un partito che è stato sempre aspramente criticato (e giustamente) dall’IDV, per avere uomini come Cuffaro al suo interno e per essere un partito clientelare al cento per cento.
Sembrerebbe certo più naturale appoggiare un Vendola, finalmente depurato dalla melma democristiana, chiamando a raccolta la società civile e la parte migliore della Puglia, piuttosto che imbarcare l’UDC, un'accolita che gioca due partite in due tavoli diversi, ed è bello che  pronto a darti il benservito quando non gli conviene più giocare con te. Mi sembra la riproposizione di uno schema perdente e suicida, frutto malato di una strategia che nel medio lungo periodo dovrebbe portare a un governo di coalizione con Fini e Casini.  Ma forse c’è qualcos'altro che mi sfugge e mi piacerebbe che qualcuno mi desse dei lumi sull'affaire pugliese.
Ad ogni modo, ve la immaginate una giunta con l’UDC? Sarebbe un veto continuo: sulla gestione dell’acqua ad esempio (scommettiamo che loro l’acqua pubblica non piace?), su questioni riguardanti i diritti (magari a Emiliano potrebbe saltargli in mente di fare qualche concessione alle coppie di fatto, Dio ce ne scampi). Come la mettiamo poi sulla questione del nucleare? L’UDC è d’accordo. L’IDV, il PD e lo stesso Emiliano che ne pensano?
Io sono uno che sostiene che si deve fare di tutto per battere Berlusconi, ma trovo assurdo e ingiusto sacrificare Vendola sull’altare di un accordo che concede a Casini un potere enorme di veto a garanzia dei privilegi del vaticano e di altri poteri forti. Torno a ripetere che bisogna separare i diversi contesti: una coalizione per battere il berlusconismo e ripristinare condizioni di democrazia accettabili, può anche includere l’UDC. Ciò non vuol dire che bisogna sottostare ai ricatti e veti, che tendono unicamente al mantenimento della continuità col passato e alla tutela di privilegi e di equilibri politici che sono di ostacolo a qualsiasi cambiamento reale.
Le mediazioni hanno senso solo se portano qualcosa di buono, altrimenti è meglio perdere con onore.

giovedì 24 dicembre 2009

A Natale mettete sotto l'albero un'alternativa alla barbarie. Auguri!

A Natale si usa fare gli auguri. È un cosa strana, soprattutto perché non si capisce che significato possano avere gli auguri e i buoni propositi in occasione di una festività religiosa. Ma non andiamo troppo per il sottile, consideriamolo un rituale che travalica il senso delle religiosità e della logica, al quale ci adeguiamo per amore della tradizione, quella buona, quella che non serve da pretesto per negare le novità.
Nel fare i miei auguri a tutti gli uomini di buona volontà e alla parte migliore dell'Italia, non ancora anestetizzata dal potere, che non crede che bisogna fermare a tutti i costi l'invasione del barbaro extracomunitario, e che con Berlusconi "in fondo in fondo ci guadagno" e al diavolo l'onestà,  faccio un appello a quelli che contano.
Mi rivolgo ai compagni della sinistra, a Ferrero, a Vendola, ad Asor Rosa, a Rossanda e ai molti altri impegnati da anni nelle lotte per un mondo migliore. Mi rivolgo a Di Pietro, a Grillo, al Popolo Viola, agli intellettuali come Saviano, Dario Fo, Tabucchi, Camilleri, Flores D'Arcais. Sedetevi per un attimo attorno ad un tavolo senza pensare alle differenze ed alle rivalità che ci sono fra di voi ed immaginate una grande coalizione di "persone per bene" che sia capace di fare fronte all'emergenza politica, sociale e direi anche morale, che questo paese sta vivendo a causa di un regime assurdo, e di creare un'alternativa politico-istituzionale che susciti passione ed evochi saggezza. Da soli non potete farcela. Uniti si può.
So che la definizione "persone per bene" può apparire ambigua, ma lasciate stare le sottigliezze, tanto ci siamo capiti: si tratta di arginare una situazione di sfascio e di involuzione autoritaria della società, che ci sta portando velocemente verso il disastro.
Fateci questo regalo per il nuovo anno.

Auguri!

venerdì 11 dicembre 2009

Cosa sono davvero i beni comuni, e le frottole dell'economia liberale

“Rossa” Ostrom
di Vincenzo Lauriola (dal Manifesto)

Il 12 Ottobre 2009 per la prima volta nella storia una donna, la statunitense Elinor Ostrom dell'Università dell'Indiana, nata nel 1933 a Los Angeles, è stata insignita del premio Nobel per l'Economia. Il premio condiviso col connazionale Oliver Williamson - che sarò consegnato oggi a Oslo -, è stato motivato dai loro lavori sulla governance economica. A differenza del co-premiato Williamson, padre dell'economia neo-istituzionalista, il quale pur adottando un approccio originale dell'impresa, fondato sull'analisi dei costi di transazione, non si sgancia radicalmente dalla matrice neoclassica «ortodossa», Ostrom ha seguito un itinerario atipico, spiccatamente interdisciplinare, ed alimentato da ricerche empiriche, evidenziando gli aspetti «comunitari» del comportamento umano, contrapponendosi nettamente ai modelli ortodossi dell'homo oeconomicus. Il principale apporto di Ostrom è una lettura dei meccanismi che governano l'uso di beni comuni come laghi, pascoli, boschi, ed in generale risorse ambientali difficilmente suddivisibili (per ragioni tecniche, giuridiche o ecologiche) e per le quali esiste rivalità d'accesso. Un'analisi che possiede portata più ampia e generale, estendendosi ben al di là delle risorse naturali. La stragrande maggioranza degli approcci dell'economia dominante, compresa l'economia ambientale, d'ispirazione neoclassica, affrontano il tema sulla base di tre modelli paradigmatici fondamentali e complementari: la «tragedy of the commons», o tragedia dei (beni) comuni, formulato nel 1965 da Garrett Hardin; il dilemma del prigioniero in teoria dei giochi; e l'approccio di Ronald Coase sui diritti di proprietà. Hardin dimostra come, di fronte ad un pascolo aperto a tutti, ogni pastore segue razionalmente una logica del profitto individuale che, aggregata collettivamente, conduce tragicamente all'esaurimento della risorsa comune. Il dilemma del prigioniero rafforza le premesse di razionalità individuale dei comportamenti non cooperativi: di fronte alla scelta di tradire o cooperare, in assenza di comunicazione, il prigioniero razionale non può che tradire, mentre collettivamente sarebbe meglio cooperare. Le possibili soluzioni prospettate da Hardin per la gestione (sostenibile, si direbbe oggi) del pascolo, sono due: o interviene lo Stato o si privatizza. Coase, dimostrando l'efficienza della soluzione di mercato mediante definizione di diritti di proprietà privata ed in assenza di costi di transazione, fa pendere la bilancia a favore della privatizzazione.
Ostrom analizza e contesta alla radice tale impianto, evidenziandone le falle metodologiche e dimostrandone deboli le conclusioni. Uno dei suoi meriti principali, sicuramente alla base del riconoscimento del Nobel, è che la sua critica è mossa dall'interno del paradigma dominante, utilizzandone strumenti e metodi in maniera rigorosa, per giungere a risultati opposti.
La prima critica al modello di Hardin è che, in realtà, ciò che lui definisce «commons» non sono risorse comuni, bensì risorse in libero accesso. Non è una differenza di poco conto: nella realtà, per risorse importanti, i «commons» sono spazi e risorse naturali collettive, appropriate e gestite da un gruppo definito, secondo modalità e norme definite, che in generale, storicamente e geograficamente, sono la regola, mentre il libero accesso rappresenta l'eccezione. E ciò nonostante il processo storico di espansione delle recinzioni, in atto sin dall'inizio della rivoluzione industriale. Come brillantemente descritto da Marx nel Capitale, i commons, terre non recintate, dalla destinazione compatibile con l'esercizio di diritti d'uso consuetudinari da parte delle popolazioni locali, che ne consentivano la sopravvivenza, sono stati espropriati dalle enclosures (recinzioni), meccanismo che, nell'Inghilterra del XVII secolo, diede inizio all'accumulazione primitiva del capitale, creando ricchezza privata sulla sottrazione di diritti alle popolazioni rurali locali, permettendo la sostituzione di un sistema di produzione locale e diversificato, fatto di produzioni locali di sussistenza ed esportazione di lana tessuta artigianalmente a domicilio, rimpiazzato dalla monocultura capitalistica della lana (pascolo per l'allevamento delle pecore), per fornire alle industrie tessili urbane non solo la materia prima, ma anche masse di contadini espulsi dalle terre comunali recintate, l'esercito industriale di riserva di cui il capitale aveva bisogno per espandersi. Se le critiche dei materialisti storici non diedero molta attenzione ai danni sociali ed alle devastazioni ambientali prodotte dalla distruzione delle proprietà comuni, forse in parte perché considerate forme primitive di organizzazione della società, Ostrom ha il merito di richiamare l'attenzione su questo dato che, nella crisi ambientale globale, mostra oggi tutta la sua rilevanza.
In sintesi, la tragedia di Hardin è una tragedia del libero accesso: se in assenza di regole le previsioni tragiche del modello sono corrette, la «proprietà comune» rappresenta in realtà una delle possibili risposte alla tragedia, le soluzioni della quale non si limitano a Stato e/o mercato: esiste una «terza via», le cui possibili forme concrete sono molteplici e diverse, ma che gli studi empirici in tutto il mondo, evidenziando l'esistenza di istituzioni collettive spesso millenari che gestiscono con sorprendente efficienza e sostenibilità sistemi e risorse ambientali estremamente complessi, ci impongono di analizzare e comprendere a fondo. In tale prospettiva, durante gli ultimi 3 decenni, Ostrom dimostra il ruolo fondamentale della diversità istituzionale - e quindi socioculturale, non solo biologica - per rafforzare la resilienza dei sistemi socio-ambientali per la sostenibilità, sviluppando ed ispirando non solo una molteplicità di studi empirici sui sistemi locali di gestione delle risorse comuni, ma anche studi sperimentali sul comportamento umano, modellando situazioni di uso di risorse naturali comuni in teoria dei giochi. Il modello del dilemma del prigioniero è seriamente criticato per le ipotesi di gioco a turno unico ed assenza di comunicazione, semplicistiche ed irrealistiche, su cui fonda le sue previsioni. La realtà non è avulsa dalla storia, dai processi di apprendimento fondati sugli errori, e gli attori possono comunicare tra loro. Introducendo progressivamente, nel dilemma del prigioniero applicato alla gestione di risorse comuni, giochi a turni ripetuti e comunicazione, le soluzioni si allontanano parecchio dalle previsioni tragiche iniziali, tendendo a risultati intermedi rispetto all'ottimo teorico. Nella realtà, gli attori sono inoltre in grado di definire regole, meccanismi di controllo del loro rispetto, e sanzioni per la loro infrazione. Introducendo tali possibilità nei modelli sperimentali di teoria dei giochi si raggiungono risultati di oltre il 90% dell'ottimo teorico. Ciò, non solo è coerente coi dati di studi empirici in tutto il mondo, che evidenziano grande efficienza economica ed ambientale di sistemi fondati su regole definite autonomamente dal gruppo dei «comunisti» (membri della comunità di utenti della risorsa) con sistemi di controllo e sanzione, ma dimostra anche, in termini formalmente rigorosi, che esiste una terza alternativa, dalla grande diversità istituzionale interna, alle soluzioni inizialmente prospettate: Stato o mercato.
Ciò obbligherebbe i tradizionali versanti politici contrapposti, fautori dell'una o dell'altra soluzione, le cui controversie possono essere sintetizzate attorno al modello di Coase sull'esistenza e/o sull'entità dei costi di transazione per ogni caso specifico - riducendosi a preferire la privatizzazione se il mercato consente minori costi di transazione, o la nazionalizzazione nel caso inverso - a confrontarsi con un universo di alternative possibili a quella che, in entrambi i casi, costituirebbe un'espropriazione dei commons, considerando modelli di gestione dal basso, fondati su nuove ed antiche forme di empowerment delle comunità di utenti di risorse collettive.
I lavori di Ostrom hanno ispirato una scuola di pensiero multidisciplinare sviluppatasi principalmente attraverso l'attività di un quarto di secolo della Iasc (International Association for the Study of Commons), nonché con spazi di interfaccia e penetrazione significativa presso gli economisti ecologici (Isee - International Association of Ecological Economics, che la stessa Ostrom contribuì a fondare), che si distinguono dagli economisti ambientali per il rifiuto del paradigma neoclassico, perché riduzionista della complessità socio-ambientale. Sino ad ora non si può dire che l'appello intellettuale profondo di tali riflessioni critiche sia stato raccolto seriamente dalle principali correnti di pensiero economico, siano esse neoclassiche o d'ispirazione marxista. Speriamo che il nobel rosa-verde del 2009 rappresenti uno stimolo positivo in tal senso: vorrebbe dire che c'è ancora speranza, per gli economisti e per il futuro di un mondo che sta anche (e spesso soprattutto) nelle loro mani.

giovedì 10 dicembre 2009

A OK notizie non piace che si parli di Yoani Sanchez

Yoani Sanchez, rappresenta uno dei tanti volti della propaganda. Noi in Italia di propaganda ne sappiamo qualcosa. Nel caso di Yoani Sanchez si tratta di un fenomeno qualitativamente diverso dal nostro, ma la logica è sempre quella. Gruppi dotati di molto potere influenzano pesantemente la pubblica opinione, usufruendo di mezzi e di risorse che il cosiddetto movimento si sogna.
Può non piacere la Cuba di Fidel, ma coloro che la combattono sono infinitamente peggiori di loro e gli ipocriti corifei dell'anticastrismo e antichavismo militante, che mai si sono sognati di manifestare davanti all'ambasciata statunitense, quando gli USA assassinarono Allende, o quando sterminarono un'intera generazione di oppositori politici per mezzo del Plan Condor, dovrebbero avere la compiacenza di ficcare la loro testa nel cesso e di tirare lo sciacquone.
Bisogna che di queste cose se ne parli, è inutile urlare al rispetto dei diritti umani prescindendo dai contesti in cui questi problemi si pongono e appellandosi a principi universali astratti, quegli stessi principi che si calpestano volentieri se a volerne usufruire sono quei negroidi incivili, che riprendiamo con la telecamera, per testimoniare la nostra bella avventura nelle terre selvagge, quando andiamo a vederli sudare, noi comodamente seduti ai bordi di una piscina di un albergo a cinque stelle.
I principi vanno bene, ma non quando sono la coperta con la quale si ammantano impietosamente i genocidi a danno di interi popoli.

martedì 8 dicembre 2009

Autism quackery

Yet another nail in the coffin of the myth that the MMR vaccine causes autism

by David Gorski (from Science-Based Medicine)

Arguably, the genesis of the most recent iteration of the anti-vaccine movement dates back to 1998, when a remarkably incompetent researcher named Andrew Wakefield published a trial lawyer-funded “study” in the
Lancet that purported to find a link between “autistic enterocolitis” and measles vaccination with the measles-mumps-rubella (MMR) trivalent vaccine. In the wake of that publication was born a scare over the MMR that persists to this day, 11 years later. Although peer reviewers forced the actual contents of the paper to be more circumspect, in the press Wakefield promoted the idea that the MMR vaccine either predisposes, causes, or triggers autistic regressions. Even though over the next several years, investigations by investigative journalist Brian Deer revealed that not only was Wakefield’s research funded by trial lawyers looking to sue vaccine manufacturers for “vaccine injury” when he did his research (for which he is now being charged by the U.K.’s General Medical Council with scientific misconduct), but during the Autism Omnibus trial testimony by a world-renowed expert in PCR technology showed that he was incompetent. Even worse for Wakefield, in February 2009 Brian Deer published a news expose based on strong evidence that Wakefield may very well have falsified data for his Lancet paper.
None of this mattered. Andrew Wakefield still enjoys a cult of personality among the anti-vaccine crowd that no revelation seems able to dislodge, even the revelation that at the time he was both in the pay of trial lawyers and working on his study, Andrew Wakefield was also applying for a patent for a rival measles vaccine. Indeed, the anti-vaccine propaganda blog Age of Autism bestowed upon him last year its “Galileo Award” as the “persecuted” scientist supposedly fighting for truth, justice, and anti-vaccinationism against the pharma-funded or brainwashed minions of the “Church of the Immaculate Vaccination.” In the meantime, MMR uptake rates in the U.K. have plummeted over the last decade, far below the level needed for herd immunity, to the point where, last year the Health Protection Agency declared measles to be once again endemic in the U.K., 14 years after the local transmission of measles had been halted.
Since Wakefield’s study was released, a number of studies have shown that there is no epidemiologically detectable link between vaccination with MMR and autism, including one by a researcher who once appeared to be a believer in the idea that vaccines are somehow linked with autism, Mady Hornig. Hornig actually tried very hard to replicate Wakefield’s 1998 Lancet study, only this time with more children, and she found no link between MMR and autism using methodology similar to Wakefield’s. None of this has had any effect on the anti-vaccine movement, except to motivate them to circle the wagons even more, as J.B. Handley of Generation Rescue did when he launched a website called Fourteen Studies, whose sole purpose is to launch fallacious and pseudoscientific attacks on studies failing to find a link between vaccines and autism and to promote the lousy science that gives the appearance of supporting the hypothesis that there is a link between the MMR vaccine and autism and then sliming anyone who points out how deceptive their attacks were.
Now, yet another study has been released studying whether there is a link between MMR vaccination and autism. Yet another study has failed to find a link between MMR vaccination and autism. Yet another study is all set to be attacked by Generation Rescue and the anti-vaccine movement. The sad and sordid history of reactions of the anti-vaccine movement to studies that do not support its belief in the unsinkable rubber duck of a myth that vaccines cause autism. This study was published online in The Pediatric Infectious Disease Journal by a group from Department of Epidemiology and Preventive Medicine, Jagiellonian University, Collegium Medicum, Krakow, Poland (a Polish group, my people!) and entitled Lack of Association Between Measles-Mumps-Rubella Vaccination and Autism in Children: A Case-Control Study. It’s yet another nail in the coffin of the myth that the MMR causes or contributes to autism. Indeed, this study not only shows that MMR vaccination is not associated with autism but that it may even be protective against autism. True, for reasons I will discuss shortly, I doubt that that latter interpretation is true, but there’s no doubt that this study is powerful evidence against the view that there is an association between MMR and autism. Unfortunately, I fear that all the nails in my local Home Depot would not be enough to keep the zombie of this pseudoscience from rising from its grave yet again.

Here’s the abstract of the paper:




OBJECTIVE: The first objective of the study was to determine whether there is a relationship between the measles-mumps-rubella (MMR) vaccination and autism in children. The second objective was to examine whether the risk of autism differs between use of MMR and the single measles vaccine.
DESIGN: Case-control study.
STUDY POPULATION: The 96 cases with childhood or atypical autism, aged 2 to 15, were included into the study group. Controls consisted of 192 children individually matched to cases by year of birth, sex, and general practitioners.
METHODS: Data on autism diagnosis and vaccination history were from physicians. Data on the other probable autism risk factors were collected from mothers. Logistic conditional regression was used to assess the risk of autism resulting from vaccination. Assessment was made for children vaccinated (1) Before diagnosis of autism, and (2) Before first symptoms of autism onset. Odds ratios were adjusted to mother’s age, medication during pregnancy, gestation time, perinatal injury and Apgar score.
RESULTS: For children vaccinated before diagnosis, autism risk was lower in children vaccinated with MMR than in the nonvaccinated (OR: 0.17, 95% CI: 0.06-0.52) as well as to vaccinated with single measles vaccine (OR: 0.44, 95% CI: 0.22-0.91). The risk for vaccinated versus nonvaccinated (independent of vaccine type) was 0.28 (95% CI: 0.10-0.76). The risk connected with being vaccinated before onset of first symptoms was significantly lower only for MMR versus single vaccine (OR: 0.47, 95% CI: 0.22-0.99).
CONCLUSIONS: The study provides evidence against the association of autism with either MMR or a single measles vaccine.



Indeed it does. It’s worth talking a bit about the methodology of the study. First of all, this is a case control study, which means that it’s retrospective and therefore not randomized. On the other hand, it was a case control study by Sir Richard Doll that was the first outside of Nazi Germany (whose scientists, oddly enough, had found evidence linking smoking to lung cancer more than two decades before the Surgeon General issued his report in 1964) to find an association between tobacco smoking and lung cancer, a finding that was subsequently followed up in cohort studies and found to be valid. Be that as it may, case control studies, instead of prospectively following a population over time, study a population of patients who already have a disease or condition and then try to identify factors associated with the development of that condition. Basically, this involves picking a control population that is equivalent to the study population, and this is how the investigators did it:



Subjects were identified using general practitioner records in the Lesser Poland (Małopolska) Voivodeship in Poland. The sample population of this study included children aged 2 to 15 years diagnosed with childhood or atypical autism, classified according to ICD 10-criteria as F84.0 or F84.1, respectively. Every diagnosis of autism was made by child psychiatrist. Dates of these diagnoses were recorded in general practitioners files. Cases with uncertain diagnosis of autism, secondary to disease state or trauma, were excluded. Two controls were selected for each affected child, individually matched by year of birth, gender, and physician’s practice. The first 2 children visited the physician after the time of the autistic child visit who met entry criteria served as controls.



This is a reasonable strategy to use to pick the control group, as it means that the children would be coming from the same pediatric practices as the autistic children and would be about as comparable as it is possible to make them in this sort of trial design. Another strength of this study is that it used physician reporting for vaccination history and the age at which each autistic child was first diagnosed, rather than relying on parents’ reporting, which is prone to serious confirmation bias. True, the parents were also asked when they first suspected their child’s symptoms might be related to autism, and their knowledge and beliefs regarding the cause of autism, but vaccination was not mentioned in order to avoid biasing the parents’ answers. Cases of autism were then analyzed and considered to have been vaccinated if they received the MMR prior to the onset of autistic symptoms. Controls were considered vaccinated if they had received the MMR before the age of onset of their matched case controls. Finally, the authors corrected for other potential risk factors for autism, including mother’s age, education, gestation time, medications during pregnancy perinatal injury, and the APGAR score of the child at birth. Those that appeared significant in univariate analyses were then subjected to multivariate analysis.
The money tables are Table 3 and Table 4:













What’s surprising about these results is that the multivariate analysis found a relative risk (RR) of autism for children vaccinated with any vaccine before the onset of autistic symptoms of 0.65 and 0.28 for children vaccinated before their “official” diagnosis of autism. When looking at the single vaccine for measles or the trivalent MMR vaccine, both appeared to be protective against autism, but the MMR appeared to be considerably more protective than the single shot measles vaccine. (This comparison could be made because the Polish national health service only covered the single dose measles vaccine and not the MMR until 2004, meaning that before 2004 parents who wanted the MMR vaccine had to pay extra.) Indeed, this study evne found that for children vaccinated with MMR before their diagnosis of autism the RR = 0.17, suggesting a six-fold decreased risk of autism in children vaccinated with MMR!
Is this really true? Is MMR vaccination really that protective against autism? Probably not. An effect of that magnitude would very likely been picked up in one or more of the large population-based studies that failed to find a correlation between vaccines and autism. There is also one shortcoming in this study is that it only looked at autistism and not other pervasive developmental disorders; however there is ample other evidence that MMR is not associated with PDDs other than autism, and the original claim of the anti-vaccine movement was that MMR causes autism. So how to explain such a result? One possibility is simply random chance, given that the sample size, although reasonable, is not that large. Another possibility is that there is a confounder that wasn’t adequately controlled for. Whatever the case, here’s one thing to remember about retrospective studies in general. They often find associations that later turn out not to hold up under study using prospective studies or randomized trials or, alternatively, turn out to be much weaker than the retrospective study showed. They do not so often find a result that is exactly the opposite of hypothesis tested for. In other words, when such a study is used to look for a positive association between a factor and a specific condition or disease, it is quite uncommon to find a negative association, particularly one this strong. One possible reason for this seeming protective effect observed was discussed by the authors:



The decreased risk of autism among vaccinated children may be due to some other confounding factors in their health status. For example, healthcare workers or parents may have noticed signs of developmental delay or disease before the actual autism diagnosis and for this reason have avoided vaccination.



I have speculated before that a study of “vaccinated” versus “unvaccinated” children could be similarly confounded by parents who have one autistic child, become convinced that vaccines caused it, and therefore don’t vaccinated subsequent children that they might have. The main point to remember is that, even though this study is not compelling evidence that MMR is protective against autism, at the very least, the Polish study is strong evidence against a positive correlation between vaccination with MMR or single vaccination against measles and the development of autism. It is yet another pebble in the mountain of evidence that vaccination with MMR is not associated with autism or “autistic enterocolitis.”
It’ll be fun to see how long it is before Handley adds this study to his “Fourteen Studies” website and renames it “Fifteen Studies.” Of course, at the rate studies failing to support Generation Rescue’s cultish clinging to the unsinkable rubber duck of a belief that vaccines cause autism, Handley will have to rename his site every few months at least, and either I or one of my partners in crime here at SBM will have to slap down yet another scientifically ignorant attempt at discrediting each new study.
On and on it goes. Meanwhile, autistic children pay the price for quackery related to anti-vaccine beliefs, and normal children face the resurgence of vaccine-preventable diseases, thanks to the efforts of anti-vaccine cranks like J.B. Handley, Jenny McCarthy, Jim Carrey, Barbara Loe Fisher, and the rest of the vaccine denialists.




giovedì 19 novembre 2009

Did Christianity Cause the Crash?

by Hanna Rosin (from The Atlantic)



America’s mainstream religious denominations used to teach the faithful that they would be rewarded in the afterlife. But over the past generation, a different strain of Christian faith has proliferated—one that promises to make believers rich in the here and now. Known as the prosperity gospel, and claiming tens of millions of adherents, it fosters risk-taking and intense material optimism. It pumped air into the housing bubble. And one year into the worst downturn since the Depression, it’s still going strong.



Like the ambitions of many immigrants who attend services there, Casa del Padre’s success can be measured by upgrades in real estate. The mostly Latino church, in Charlottesville, Virginia, has moved from the pastor’s basement, where it was founded in 2001, to a rented warehouse across the street from a small mercado five years later, to a middle-class suburban street last year, where the pastor now rents space from a lovely old Baptist church that can’t otherwise fill its pews. Every Sunday, the parishioners drive slowly into the parking lot, never parking on the sidewalk or grass—“because Americanos don’t do that,” one told me—and file quietly into church. Some drive newly leased SUVs, others old work trucks with paint buckets still in the bed. The pastor, Fernando Garay, arrives last and parks in front, his dark-blue Mercedes Benz always freshly washed, the hubcaps polished enough to reflect his wingtips.
It can be hard to get used to how much Garay talks about money in church, one loyal parishioner, Billy Gonzales, told me one recent Sunday on the steps out front. Back in Mexico, Gonzales’s pastor talked only about “Jesus and heaven and being good.” But Garay talks about jobs and houses and making good money, which eventually came to make sense to Gonzales: money is “really important,” and besides, “we love the money in Jesus Christ’s name! Jesus loved money too!” That Sunday, Garay was preaching a variation on his usual theme, about how prosperity and abundance unerringly find true believers. “It doesn’t matter what country you’re from, what degree you have, or what money you have in the bank,” Garay said. “You don’t have to say, ‘God, bless my business. Bless my bank account.’ The blessings will come! The blessings are looking for you! God will take care of you. God will not let you be without a house!”
Pastor Garay, 48, is short and stocky, with thick black hair combed back. In his off hours, he looks like a contented tourist, in his printed Hawaiian shirts or bright guayaberas. But he preaches with a ferocity that taps into his youth as a cocaine dealer with a knife in his back pocket. “Fight the attack of the devil on my finances! Fight him! We declare financial blessings! Financial miracles this week, NOW NOW NOW!” he preached that Sunday. “More work! Better work! The best finances!” Gonzales shook and paced as the pastor spoke, eventually leaving his wife and three kids in the family section to join the single men toward the front, many of whom were jumping, raising their Bibles, and weeping. On the altar sat some anointing oils, alongside the keys to the Mercedes Benz.

Later, D’andry Then, a trim, pretty real-estate agent and one of the church founders, stood up to give her testimony. Business had not been good of late, and “you know, Monday I have to pay this, and Tuesday I have to pay that.” Then, just that morning, “Jesus gave me $1,000.” She didn’t explain whether the gift came in the form of a real-estate commission or a tax refund or a stuffed envelope left at her door. The story hung somewhere between metaphor and a literal image of barefoot Jesus handing her a pile of cash. No one in the church seemed the least bit surprised by the story, and certainly no one expressed doubt. “If you have financial pressure on you, and you don’t know where the next payment is coming from, don’t pay any attention to that!” she continued. “Don’t get discouraged! Jesus is the answer.”
America’s churches always reflect shifts in the broader culture, and Casa del Padre is no exception. The message that Jesus blesses believers with riches first showed up in the postwar years, at a time when Americans began to believe that greater comfort could be accessible to everyone, not just the landed class. But it really took off during the boom years of the 1990s, and has continued to spread ever since. This stitched-together, homegrown theology, known as the prosperity gospel, is not a clearly defined denomination, but a strain of belief that runs through the Pentecostal Church and a surprising number of mainstream evangelical churches, with varying degrees of intensity. In Garay’s church, God is the “Owner of All the Silver and Gold,” and with enough faith, any believer can access the inheritance. Money is not the dull stuff of hourly wages and bank-account statements, but a magical substance that comes as a gift from above. Even in these hard times, it is discouraged, in such churches, to fall into despair about the things you cannot afford. “Instead of saying ‘I’m poor,’ say ‘I’m rich,’” Garay’s wife, Hazael, told me one day. “The word of God will manifest itself in reality.”
Many explanations have been offered for the housing bubble and subsequent crash: interest rates were too low; regulation failed; rising real-estate prices induced a sort of temporary insanity in America’s middle class. But there is one explanation that speaks to a lasting and fundamental shift in American culture—a shift in the American conception of divine Providence and its relationship to wealth.
In his book Something for Nothing, Jackson Lears describes two starkly different manifestations of the American dream, each intertwined with religious faith. The traditional Protestant hero is a self-made man. He is disciplined and hardworking, and believes that his “success comes through careful cultivation of (implicitly Protestant) virtues in cooperation with a Providential plan.” The hero of the second American narrative is a kind of gambling man—a “speculative confidence man,” Lears calls him, who prefers “risky ventures in real estate,” and a more “fluid, mobile democracy.” The self-made man imagines a coherent universe where earthly rewards match merits. The confidence man lives in a culture of chance, with “grace as a kind of spiritual luck, a free gift from God.” The Gilded Age launched the myth of the self-made man, as the Rockefellers and other powerful men in the pews connected their wealth to their own virtue. In these boom-and-crash years, the more reckless alter ego dominates. In his book, Lears quotes a reverend named Jeffrey Black, who sounds remarkably like Garay: “The whole hope of a human being is that somehow, in spite of the things I’ve done wrong, there will be an episode when grace and fate shower down on me and an unearned blessing will come to me—that I’ll be the one.”
I had come to Charlottesville to learn more about this second strain of the American dream—one that’s been ascendant for a generation or more. I wanted to try to piece together the connection between the gospel and today’s economic reality, and to see whether “prosperity” could possibly still seem enticing, or even plausible, in this distinctly unprosperous moment. (Very much so, as it turns out.) Charlottesville may not be the heartland of the prosperity gospel, which is most prevalent in the Sun Belt—where many of the country’s foreclosure hot spots also lie. And Garay preaches an unusually pure version of the gospel. Still, the particulars of both Garay and his congregation are revealing.
Among Latinos the prosperity gospel has been spreading rapidly. In a recent Pew survey, 73 percent of all religious Latinos in the United States agreed with the statement: “God will grant financial success to all believers who have enough faith.” For a generation of poor and striving Latino immigrants, the gospel seems to offer a road map to affluence and modern living. Garay’s church is comprised mostly of first-generation immigrants. More than others I’ve visited, it echoes back a highly distilled, unself-conscious version of the current thinking on what it means to live the American dream.
One other thing makes Garay’s church a compelling case study. From 2001 to 2007, while he was building his church, Garay was also a loan officer at two different mortgage companies. He was hired explicitly to reach out to the city’s growing Latino community, and Latinos, as it happened, were disproportionately likely to take out the sort of risky loans that later led to so many foreclosures. To many of his parishioners, Garay was not just a spiritual adviser, but a financial one as well.
Many of the terms and concepts used by prosperity preachers today date back to Oral Roberts, a poor farmer’s son turned Pentecostal preacher. Garay grew up watching Roberts on television and considers him a hero; he hopes to send all three of his children to Oral Roberts University, in Tulsa, Oklahoma. In the late 1940s, Roberts claimed his Bible flipped open to the Third Epistle of John, verse 2: “Beloved, I wish above all things that thou mayest prosper and be in health. Even as thy soul prospereth.” Soon Roberts developed his famous concept of seed faith, still popular today. If people would donate money to his ministry, a “seed” offered to God, he’d say, then God would multiply it a hundredfold. Eventually, Roberts retreated into a life that revolved around private jets and country clubs.
Roberts’s fame had faded by the late 1980s, and prosperity preaching briefly imploded soon after. We all remember Tammy Faye Bakker and her mascara tears, along with her husband, Jim, and his various scandals. They took their place in a procession of slick, showy faith healers on Christian television who ultimately succumbed to earthly temptation.

But since that time, the movement has made itself over, moving out of the fringe and into the upwardly mobile megachurch class. In the past decade, it has produced about a dozen celebrity pastors, who show up at White House events, on secular radio, and as guests on major TV talk shows. Kirbyjon Caldwell, a Methodist megapastor in Houston and a purveyor of the prosperity gospel, gave the benediction at both of George W. Bush’s inaugurals. Instead of shiny robes or gaudy jewelry, these preachers wear Italian suits and modest wedding bands. Instead of screaming and sweating, they smile broadly and speak in soothing, therapeutic terms. But their message is essentially the same. “Every day, you’re going to live that abundant life!” preaches Joel Osteen, a best-selling author, the nation’s most popular TV preacher, and the pastor of Lakewood Church, in Houston, the country’s largest church by far.
Among mainstream, nondenominational megachurches, where much of American religious life takes place, “prosperity is proliferating” rapidly, says Kate Bowler, a doctoral candidate at Duke University and an expert in the gospel. Few, if any, of these churches have prosperity in their title or mission statement, but Bowler has analyzed their sermons and teachings. Of the nation’s 12 largest churches, she says, three are prosperity—Osteen’s, which dwarfs all the other megachurches; Tommy Barnett’s, in Phoenix; and T. D. Jakes’s, in Dallas. In second-tier churches—those with about 5,000 members—the prosperity gospel dominates. Overall, Bowler classifies 50 of the largest 260 churches in the U.S. as prosperity. The doctrine has become popular with Americans of every background and ethnicity; overall, Pew found that 66 percent of all Pentecostals and 43 percent of “other Christians”—a category comprising roughly half of all respondents—believe that wealth will be granted to the faithful. It’s an upbeat theology, argues Barbara Ehrenreich in her new book, Bright-Sided, that has much in common with the kind of “positive thinking” that has come to dominate America’s boardrooms and, indeed, its entire culture.
On the cover of his 4 million-copy best seller from 2004, Your Best Life Now, Joel Osteen looks like a recent college grad who just got hired by Goldman Sachs and can’t believe his good luck. His hair is full, his teeth are bright, his suit is polished but not flashy; he looks like a guy who would more likely shake your hand than cast out your demons. Osteen took over his father’s church in 1999. He had little preaching experience, although he’d managed the television ministry for years. The church grew quickly, as Osteen packaged himself to appeal to the broadest audience possible. In his books and sermons, Osteen quotes very little scripture, opting instead to tell uplifting personal anecdotes. He avoids controversy, and rarely appears on Christian TV. In a popular YouTube clip, he declines to confirm Larry King’s suggestion that only those who believe in Jesus will go to heaven.


Osteen is often derided as Christianity Lite, but he is more like Positivity Extreme. “Cast down anything negative, any thought that brings fear, worry, doubt, or unbelief,” he urges. “Your attitude should be: ‘I refuse to go backward. I am going forward with God. I am going to be the person he wants me to be. I’m going to fulfill my destiny.’” Telling yourself you are poor, or broke, or stuck in a dead-end job is a form of sin and “invites more negativity into your life,” he writes. Instead, you have to “program your mind for success,” wake up every morning and tell yourself, “God is guiding and directing my steps.” The advice is exactly like the message of The Secret, or any number of American self-help blockbusters that edge toward magical thinking, except that the religious context adds another dimension.
Your Best Life Now, which has fueled a TV show that Osteen claims is now seen in 200 million homes worldwide, opens with a story of a man on vacation in Hawaii. He was “a good man who had achieved a modest measure of success, but he was coasting along, thinking that he’d already reached his limits.” While sightseeing, he and his wife admired a gorgeous house on a hill. “I can’t even imagine living in a place like that,” he said. For this bit of self-deprecation and modesty, Osteen pities the man: “His own thoughts and attitudes,” he writes, “were condemning him to mediocrity,” or what is known in the gospel as the “defeated life.”
A few pages later comes the corrective, the model of a “victor” and not a “victim.” Osteen and his wife, Victoria, are walking around their neighborhood in Houston when they pass a beautiful house being built. “Most of the other homes around us were one-story, ranch-style homes that were forty to fifty years old, but this house was a large two-story home, with high ceilings and oversized windows,” he writes. “It was a lovely, inspiring place.” Victoria desperately wanted a house “just like it,” but Joel was worried about how stretched they already were. “Thinking of our bank account and my income at the time, it seemed impossible to me,” he writes. But this, of course, is an example of ungodly, negative thinking. With her unwavering faith, Victoria wouldn’t let it drop. Soon she convinced Joel and then he, too, started to believe that “God could bring it to pass.” There is no explanation of how they came to own such a house—whether Osteen worked hard to grow his ministry or got rich from his TV show or received an inheritance from his father’s estate. In this story they are standing in for an average middle-class couple who set their sights on a bigger house and believed, despite all the financial evidence, that God would bestow it upon them, like a gift. And he did.
Theologically, the prosperity gospel has always infuriated many mainstream evangelical pastors. Rick Warren, whose book The Purpose Driven Life outsold Osteen’s, told Time, “This idea that God wants everybody to be wealthy? There is a word for that: baloney. It’s creating a false idol. You don’t measure your self-worth by your net worth. I can show you millions of faithful followers of Christ who live in poverty. Why isn’t everyone in the church a millionaire?” In 2005, a group of African American pastors met to denounce prosperity megapreachers for promoting a Jesus who is more like a “cosmic bellhop,” as one pastor put it, than the engaged Jesus of the civil-rights era who looked after the poor.
More recently, critics have begun to argue that the prosperity gospel, echoed in churches across the country, might have played a part in the economic collapse. In 2008, in the online magazine Religion Dispatches, Jonathan Walton, a professor of religious studies at the University of California at Riverside, warned:
Narratives of how “God blessed me with my first house despite my credit” were common … Sermons declaring “It’s your season of overflow” supplanted messages of economic sobriety and disinterested sacrifice. Yet as folks were testifying about “what God can do,” little attention was paid to a predatory subprime-mortgage industry, relaxed credit standards, or the dangers of using one’s home equity as an ATM.
In 2004, Walton was researching a book about black televangelists. “I would hear consistent testimonies about how ‘once I was renting and now God let me own my own home,’ or ‘I was afraid of the loan officer, but God directed him to ignore my bad credit and blessed me with my first home,’” he says. “This trope was so common in these churches that I just became immune to it. Only later did I connect it to this disaster.”
Demographically, the growth of the prosperity gospel tracks fairly closely to the pattern of foreclosure hot spots. Both spread in two particular kinds of communities—the exurban middle class and the urban poor. Many newer prosperity churches popped up around fringe suburban developments built in the 1990s and 2000s, says Walton. These are precisely the kinds of neighborhoods that have been decimated by foreclosures, according to Eric Halperin, of the Center for Responsible Lending.
Zooming out a bit, Kate Bowler found that most new prosperity-gospel churches were built along the Sun Belt, particularly in California, Florida, and Arizona—all areas that were hard-hit by the mortgage crisis. Bowler, who, like Walton, was researching a book, spent a lot of time attending the “financial empowerment” seminars that are common at prosperity churches. Advisers would pay lip service to “sound financial practices,” she recalls, but overall they would send the opposite message: posters advertising the seminars featured big houses in the background, and the parking spots closest to the church were reserved for luxury cars.
Nationally, the prosperity gospel has spread exponentially among African American and Latino congregations. This is also the other distinct pattern of foreclosures. “Hyper-segregated” urban communities were the worst off, says Halperin. Reliable data on foreclosures by race are not publicly available, but mortgages are tracked by both race and loan type, and subprime loans have tended to correspond to foreclosures. During the boom, roughly 40 percent of all loans going to Latinos nationwide were subprime loans; Latinos and African Americans were 28 percent and 37 percent more likely, respectively, to receive a higher-rate subprime loan than whites.


In June, the Supreme Court ruled that state attorneys general had the authority to sue national banks for predatory lending. Even before that ruling, at least 17 lawsuits accusing various banks of treating racial minorities unfairly were already under way. (Bank of America’s Countrywide division—one of the companies Garay worked for—had earlier agreed to pay $8.4 billion in a multistate settlement.) One theme emerging in these suits is how banks teamed up with pastors to win over new customers for subprime loans.
Beth Jacobson is a star witness for the City of Baltimore’s recent suit against Wells Fargo. Jacobson was a top loan officer in the bank’s subprime division for nine years, closing as much as $55 million worth of loans a year. Like many subprime-loan officers, Jacobson had no bank experience before working for Wells Fargo. The subprime officers were drawn from “an utterly different background” than the professional bankers, she told me. She had been running a small paralegal business; her co-workers had been car salespeople, or had worked in telemarketing. They were prized for their ability to hustle on the ground and “look you in the eye when they shook your hand,” she surmised. As a reward for good performance, the bank would sometimes send a Hummer limo to pick up Jacobson for a celebration, she said. She’d arrive at a bar and find all her co-workers drunk and her boss “doing body shots off a waitress.”
The idea of reaching out to churches took off quickly, Jacobson recalls. The branch managers figured pastors had a lot of influence with their parishioners and could give the loan officers credibility and new customers. Jacobson remembers a conference call where sales managers discussed the new strategy. The plan was to send officers to guest-speak at church-sponsored “wealth-building seminars” like the ones Bowler attended, and dazzle the participants with the possibility of a new house. They would tell pastors that for every person who took out a mortgage, $350 would be donated to the church, or to a charity of the parishioner’s choice. “They wouldn’t say, ‘Hey, Mr. Minister. We want to give your people a bunch of subprime loans,” Jacobson told me. “They would say, ‘Your congregants will be homeowners! They will be able to live the American dream!’”

Garay often tells his life story from the pulpit, as an inspiration to the many immigrants in his church, some legal, some not. He grew up an outsider—a citizen by birth, but living a marginal existence in a diverse, working-class neighborhood in Flushing, Queens. His mother left when he was 8, and he was raised mostly by two older brothers; he spent most of his time on the street. “I ate jars of peanut butter for dinner,” he says. The story of how he became a Christian begins in 1989, when he was 28 years old, and involves a large sum of money. He’d been selling drugs in Miami, then started using, and owed some dealers $30,000 that he didn’t have, and they were going to kill him. He was on his mattress one night, in despair, when a picture of Jesus up on his wall “winked at me.” Soon after, he became a born-again Christian, and he told everyone about it. The dealers, he says, then went away. He doesn’t offer much explanation; he just says, “They were after me. They were going to kill me. And then they just backed off.” He credits Jesus.


Garay tried many churches, but they all felt alien and “dead” to him. “That’s not me, sitting quietly and saying ‘Thank you, God.’” Finally he came upon a Pentecostal prosperity church, much like the one he leads now. The church was full of miracles and real emotion, which drew him in, but it also offered practical benefits. The pastor pointed out Bible passages that referred to finances in specific terms, giving him images of wealth he could almost reach out and touch: “Give, and it shall be given to you; good measure, pressed down, and shaken together, and running over”—a passage that’s now often read at Garay’s church during tithing time.
Then it started happening. It started happening!” He enrolled in a community college and began selling roses from buckets in the backseat of his Honda (“no AC, no radio”). In no time, as he tells it, he had worked himself up to roses in plastic straws, laid neatly across the backseat of his Cadillac, with no water sloshing on the white leather. With this story, Garay hopes to convince his followers that God has a bounty for them, but that to get it they have to take the first step of faith. One analogy he likes to use is a box of gifts in heaven; if you never reach up to get it, then it won’t come down to you. It’s a curious mix of active (a step of faith) and passive (“It started happening!”).
In Garay’s testimony, his life proceeds that way: part hard work, part miracle. He applied himself, eventually got married, and had children. One day, for no reason, he quit his job as a social worker counseling addicted juvenile delinquents. “I almost hit him with a frying pan,” Hazael, his wife, jokes. But the very same day, his mother-in-law walked into the house and said the bank was looking for a bilingual loan officer. He had no experience and had never used a computer. Yet he got the job and within a year was earning six figures. How did that happen? How did it all come together so neatly, one door opening the moment another had closed? When I asked him that, he smiled and pointed up at the sky.
Garay is like a father figure to his parishioners; I met a few who had named their children after him or his wife. Parishioners told me stories about his coming with them to their court hearings, showing them how to buy a phone card or find a good school for their children or, for the more entrepreneurial, invest in a small business. Oral Roberts’s seed-faith concept is the source of much suspicion about prosperity churches; pastors, including Garay, ask their parishioners to give 10 percent of their income to the church. But to Garay, seed faith is the church’s central tenet. The tithe, he says, is tangible proof that a believer has taken the first step toward God. It is the spiritual equivalent of spending three years selling flowers door-to-door. He often tells what’s known as Jesus’ parable of the three servants, from Matthew. A lord gives three of his servants money. Two invest the money and double their profit, and a third hides his in the ground. When the master returns, he declares the third “wicked and lazy” and a “worthless slave,” and casts him into the “outer darkness.” “To receive God’s bounty, you cannot hide your head in the sand,” Garay preaches. “You have to take a leap of faith.”


I asked Garay why his parishioner Billy Gonzales, who earns barely $25,000 and has no money to fix his car, should donate 10 percent of his income. “Because it gives him a new mentality. It teaches him that money can breed more money, that you can have money in your pocket on Saturday morning even though you got paid Friday night. People who support the church week after week have a dedication. Those who just give $5 or $10 here and there, you’ll hear them have the same problems week after week.” Jackson Lears would add another explanation: tithing is like the moment the gambler lays his money down on the table—it “promises at least a fleeting opportunity to contact a realm where hope is alive,” he writes. Without it, there’s only the dull regularity of $2,000 a month and a dead car.
During the boom years, Apostle Garay, as he is known in church, was brasher than he is now. He spoke in very specific terms during church services, promising that a $100 offering would yield a $10,000 return: “This is not my promise. It is God’s promise, and he will make it happen!” he would say.
While it sounds absurd, this kind of message can have a positive influence, according to Tony Tian-Ren Lin, a researcher at the University of Virginia who has made a close study of Latino prosperity gospel congregations over the years. These churches typically take in people who had “been basically dropped into the world from pretty primitive settings”—small towns in Latin America with no electricity or running water and very little educational opportunity. In their new congregation, their pastor slowly walks them through life in the U.S., both inside and outside of church, until they become more confident. “In Mexico, nobody ever told them they could do anything,” says Lin, who was himself raised in Argentina. He finds the message at prosperity churches to be quintessentially American. “They are taught they can do absolutely anything, and it’s God’s will. They become part of the elect, the chosen. They get swept up in the manifest destiny, this idea that God has lifted Americans above everyone else.”
At Casa del Padre, the celebration of consumer culture is quite visible, along with a sense of boundless opportunity. The people in the church, for instance, tend to have very expensive cell phones—never the free ones that come with a calling plan, nor the sort that can be bought cheaply at a convenience store. “They start wanting what’s considered the best and the most technologically advanced in this country,” Lin says. Garay’s church, it seems to me, teaches them that they deserve these things, so they go about getting them, with few resources and infinite adaptability. Before the crash, one group of young men got a $12,000 loan to start a landscaping company; another man bought a $270,000 house. One of the church’s Bible-study leaders, who’d grown up in a remote village in Mexico with an abusive, alcoholic father, had become a very successful contractor by the height of the boom, managing 30 men on multiple jobs and winning contracts to paint luxury subdivisions in the exurbs.
The tenets of the prosperity gospel, and the practical advice that pastors often give their parishioners, help immigrants learn “not just how to survive but how to thrive; not just live paycheck to paycheck but handle money—manage complicated payrolls, invest in equipment,” Lin told me. Along the way, they become assimilated. “While they’re trying to be closer to God, instead they become American,” he says, from their optimism and entrepreneurialism to the very nature of their dreams.
These days, Garay’s message is more subdued than it was at the height of the boom, but not substantially different. In a sermon on Father’s Day, he did not make specific claims of financial returns on investments but instead spoke vaguely about how his congregation’s prospects were “good and going to get better.” After church, I asked Garay about how the gospel was holding up in the recession. It was a hot summer day, and although he had just finished one of his feverish two-hour sermons, he seemed energized rather than drained. “Look,” he said, and rounded his hands as if to indicate a protective shield. “The recession has not hit my church.” He reminded me that when he had asked how many people were out of work, only four people out of about 100 there had raised their hands. But in a church where failure is seen as a kind of sin, it seems credulous at best to expect an honest response to that question. I later met at least one person—Billy Gonzales’s younger brother—who didn’t have a job but hadn’t raised his hand, because he thought he’d “have one lined up soon.”
Garay describes the recession as God’s judgment—for abortion, taking prayer out of school, bikinis on television, “Desperate Housewives, whatever.” But God is also giving us a two-year window to repent, he says. He calculates that we’ve had five years of extreme plenty and now the clock is running out, based on the biblical story of Joseph and the great famine—seven years of plenty followed by seven years of a failed harvest. If we don’t repent, we will experience “misery like we have never known it.” These days, if any parishioners or fellow pastors ask Garay for investment advice, he tells them to wait two years before making a move.
Like much of Garay’s advice, this recommendation is partly grounded in economic reality, and partly drawn from mystical notions about a biblical calendar. “I’m very real,” he once told me. “If you want to eat at Red Lobster, you better have a Red Lobster paycheck, and enough left over to pay your electric bill. But I’ve also seen miracles of God.” Later, during one of our talks over coffee, his wife echoed the sentiment. “If you can’t afford a house, you shouldn’t buy it,” Hazael said, when I asked whether the prosperity gospel might push people to take irresponsible risks. “But if the Lord is telling you to ‘take that first step and I will provide,’ then you have to believe.”
I asked Garay many times about a connection between the mortgage crisis and the gospel, but he does not really see one. From everything he says about his time as a loan officer, it seems he was involved in the kinds of subprime loans that led to so many foreclosures. He was hired in Countrywide’s emerging-markets division, which meant he was expected to target the growing Latino community in the area. Like Beth Jacobson, he had no previous experience, but was valued for his connections and hustle. He makes astute criticisms of the risky loans but, like many former loan officers, he does so with a curious sense of distance, as if he had been just a cog in the machine. Loans got “too easy,” he says. “Mortgages would be $1,500 a month, and that was all [the loan applicants] made in a month,” he recalls, “but they figured they would rent the basement.” He says sometimes he told people the loans were going to kill them, but they would plead, “Please help me, please. I want a house.” Because he was becoming an increasingly prominent pastor at the time, many people who came to see him assumed he was the president of the bank and could protect them, he recalls.
Garay says as far as he knows no one in his church defaulted. But at a bare minimum, some of his parishioners have run into intense financial difficulties, sometimes defaulting soon after leaving the congregation. The man who’d bought the $270,000 house threw a huge housewarming party and invited everyone from church. He gave a weepy testimony about the house God had given him, passing around the title for all to see. At the time, he was working as a handyman, putting up drywall, painting, roofing, and doing other odd jobs. Within three months he had three families living in the three-bedroom house, and he still could not keep up with the payments. After five months, he went into foreclosure and ducked out of the country. Tony Lin is careful—and of course correct—to say that neither immigrants nor Latinos caused the crash; adherents of every stripe exhibited the same sort of magical thinking about finances, as did millions of nonbelievers. Still, he recalls, “I wasn’t very surprised when the whole subprime-mortgage thing blew up. I’m sure a loan officer never said, ‘God wants you to have a house.’ But you’ve already been taught that. Now here comes the loan officer saying, ‘Sign here, and this house will be yours.’ It feels like a gift from God. It’s the perfect fuel for the crisis.”
The guys who’d started the landscaping company also fared badly. They had a pretty good spring and summer in 2007, their first year of operation, and then business started to fall off. In church they kept giving positive testimonies, bragging about their success. But by October, they’d begun selling off their equipment; eventually they lost the business and had to go into hiding. The most interesting part of the story is the epilogue. One of the partners in the group, whom I’ll call Luis, eventually moved to Richmond, and an acquaintance from Casa del Padre told me that he’d recently run into him there. Luis hadn’t been embittered by the experience; he blamed the disaster on the fact that he’d started working on Sundays instead of going to church. Luis asked the man to come visit with some of the parishioners of his new church, to confirm that he had once been a great success. As they talked, he seemed happy and positive. “He wasn’t angry that things didn’t work out. He wasn’t angry at God. He looked back at those days and thought, ‘I can still have everything. Look what God gave me. That was a time when I had it all.’”
By many measures, Billy Gonzales does not have it all. He lives with his wife and three children in a tiny apartment on the back side of a development at the edge of town, where people hang out on the stoop until all hours. He works 45 minutes away and his car has been broken down for three months, and he does not have any money to fix it. Every day at work he is faced with a vision of what he does not have. He works for a man who just built a $4 million house—one of four the man owns. Gonzales’s job is to make sure every wine glass, garden statue, and book is dusted and in its proper place. Yet when I talked to Gonzales he was like a child hearing the ice-cream truck, or a man newly in love. “I’m crazy! Just crazy,” he said, meaning crazy for the Lord, and giving little jumps out of his chair.


I visited Gonzales one evening after he’d had a long day at work; his brother had given him a ride home. Gonzales has a wide, earnest face that can look like a child’s or, if he is tired, like an old man’s. He sat in his favorite squeaky leather chair with his Bible in one hand and a soccer ball at his feet. The sofas in the tiny living room are actually backseats ripped out of cars, with cushions thrown on them. He got the cushions from a man he once shared a trailer with, and they turned out to be infested with cockroaches. As we talked, the roaches crawled across the floor or on the sofas. Gonzales apologized but did not pay them much attention.
He told me he feels pity for his employer. He assumes the man must have been close to God at one point, or at least his family must have been, “because the rich are closer to God.” But now the man has lost his way. He laughs when Gonzales talks to him about Jesus, and he wastes his money, buying $500 birdhouses and hiring Gonzales to clean them.
Gonzales was once lost too. He came from a big family in Guatemala so poor “that the poor people would call us poor.” For a while after he came to the U.S., he sent money home, but then like many of his friends he lost the rhythm of work. Instead, he was snorting cocaine and getting drunk four nights a week. “I hated Americans. I hated them,” he said, and I had trouble believing him, given his now-innocent, open demeanor. He says that back then, he spent most of his days fantasizing about killing his brother-in-law, whom he hated for no reason he can remember. His conversion came two years ago, in the form of a sudden vision like Garay’s. One night, in a drugged-out haze, he saw a polished, shimmery stone. He later realized it was a jewel, one of the many treasures in God’s vast storehouse, destined for him. Eventually he made his way to Garay, whom he now calls his father.
When I mentioned Gonzales to Garay, the pastor praised him as a model congregant. Indeed, by any standard Gonzales is an admirable man. He is 24, married, works hard, and limits his extracurricular activities to Bible study and soccer. It took me a few visits to realize that two of the three small children in the house are not his. He married a woman with two sons and takes care of them. They call him Papa and he reads to them at night and speaks to them gently, exactly the way he speaks to his own baby son. He has every reason to be frustrated with his circumstances, but I never once saw him express anything but delight. The gospel obviously grounds Gonzales in a very concrete way. But I can also see how, one day, it might send him floating into the air.
I want to buy a house,” he confessed to me one evening this summer. It turned out his lease was almost up, and he needed to move in the fall. “Not a small one but a really huge one, a nice one. With six bedrooms and a kitchen and living room. I know, it’s crazy! But nothing is impossible! God, you saved my life,” he said, no longer speaking to me. “You saved my life, and now you will give me a gift. Now I’m crazy!” Last I heard, he and Garay were house-hunting together.


A year or so after the crash, there are signs of a new sobriety—higher savings rates, for example, and a reduction in conspicuous spending. But it’s hard to imagine Americans reverting to frugality the way, say, the Japanese did during the “lost decade” after their economy crashed. If by stereotype the Japanese are savers, then Americans are consumers, and ever hopeful. Already, countless “entrepreneurs” are finding a silver lining in the mortgage crisis, buying up foreclosed lots—often sight unseen, based on Web listings alone—in desolate parts of Cleveland and Phoenix and other places where abandoned houses can sometimes be had for a few thousand dollars or less. The buyers pay these bargain-basement prices eagerly, in the belief that the houses must be great deals, when they are just as likely to be overtaken by mold, or have every one of their doors and windows missing and the roof caving in. In America there is always a next play, another opportunity, an “unearned blessing” that can make up for a lifetime of disappointment.
It is not all that surprising that the prosperity gospel persists despite its obvious failure to pay off. Much of popular religion these days is characterized by a vast gap between aspirations and reality. Few of Sarah Palin’s religious compatriots were shocked by her messy family life, because they’ve grown used to the paradoxes; some of the most socially conservative evangelical churches also have extremely high rates of teenage pregnancies, out-of-wedlock births, and divorce. As Garay likes to say, “What you have is nothing compared to what you will have.” The unpleasant reality—an inadequate paycheck, a pregnant daughter, a recession—is invisible. It’s your ability to see beyond such things, your willing blindness to even the most hopeless-seeming circumstances, that makes you a certain kind of modern Christian, and a 21st-century American.
There is the kind of hope that President Obama talks about, and that Clinton did before him—steady, uplifting, assured. And there is Garay’s kind of hope, which perhaps for many people better reflects the reality of their lives. Garay’s is a faith that, for all its seeming confidence, hints at desperation, at circumstances gone so far wrong that they can only be made right by a sudden, unexpected jackpot.
Once, I asked Garay how you would know for certain if God had told you to buy a house, and he answered like a roulette dealer. “Ten Christians will say that God told them to buy a house. In nine of the cases, it will go bad. The 10th one is the real Christian.” And the other nine? “For them, there’s always another house.”