lunedì 13 luglio 2015

Grecia al cappio

di Tonino D’Orazio

Ormai abbiamo davanti, nudo, il volto vero di questa Europa (che non vogliamo) diretta dal IV Reich. Si torna al punto di partenza dopo sei mesi di lento strangolamento. La dimostrazione per gli altri popoli europei che i referendum non servono a nulla. Che i socialisti sono parte integrante del neoliberismo dilagante. Che ognuno teme il suo turno e si accuccia. Che la Confederazione Europea dei Sindacati, come in Italia, non conta assolutamente nulla. I documenti inviati soprattutto al PSE, ma anche a un parlamento, quello europeo, che non conta nulla ed esiste per utile e “finta democrazia”, sono quasi una farsa senza conseguenze, parte di un atto teatrale.
Questa volta gli otto punti elaborati dalla Troika, guidata da un uomo su sedia a rotelle che non ne fa parte, erano gli stessi di febbraio scorso, devono essere “applicati” in tre giorni. Durante “la trattativa”, per darne il senso del ridicolo, platealmente Tsipras si sfila la giacca dicendo:”prendetela”. La cravatta di Renzi non la porta, teme la sfiga. Però è pronto ad accettare tutto. A meno di ricordare la tecnica di guerra dei Parti.
Ecco la vendetta, osannata da tutti media. Si parte dalle banche (1), niente più salvataggi di stato: approvazione della direttiva sul "bail in" (per far pagare azionisti e correntisti), presto anche da noi, visto che fino ad adesso venivano “salvate” da Draghi comunque con i soldi nostri. Non c’è più giro di cassa, si prendono tutto e subito dai nostri conti. Si continua con i licenziamenti collettivi più facili (2): la troika vuole che vengano reintrodotti. Un aggiornato Job act. Addio alla mini-Iva sulle isole greche (3), aree estremamente povere, a parte qualche complesso alberghiero di lusso per turisti, nemmeno in loro possesso, con aliquota standard al 23 per cento. La privatizzazione della rete elettrica (4), uno dei punti centrali del piano di interventi. Altro che elettricità gratis per i poveri. I poveri devono morire. (Sono pronti all’acquisto della rete i francesi e i tedeschi, poi toccherà all’Enel). Ma i porti, gli aeroporti e il resto stanno in qualche ripiego segreto dell’accordo? Forte aumento delle tasse (5): abolizione dell'agevolazione sulla benzina per agricoltori, tassa sulle imprese dal 26 al 28% (enorme!), aumento della tassa sul lusso tra le altre, ma non meglio definita (Ci mancherebbe!). Più chiarezza nei conti pubblici (6): conferma degli obiettivi anche per il triennio 2015-2017 (cioè ripresa dei licenziamenti) e un nuovo piano contro la corruzione. (Araba fenice all’italiana). Riforma delle giustizia civile (7) per accelerare la risoluzione delle cause. Tagli alle pensioni (8), già da quest'anno, e innalzamento dell'età pensionabile. Un programma che può richiedere anni, ma che la Grecia - per ordine della Merkel - deve realizzare in tre giorni. Il crollo, o la paura del caos, continuamente alimentato da tutti i mass media, ora, è davvero più vicino. Il nono punto non scritto è quello della cacciata di Tsipras, indi distruzione e implosione di Syriza, e nuovo governo di unità nazionale, come prima, più di prima. A ben leggere, preannunciato dalle dimissioni del ministro Varoufakis.
Oppure la prima salvezza dalla morsa del IV Reich. Se proprio bisogna fare ulteriori sacrifici tanto vale farli per sé stessi e non per continuare ad ingrassare tedeschi e segugi francesi. (E anglo-americani sempre nell’ombra).
Eppure non vi sono strumenti per cacciare la Grecia o qualsiasi altro paese dall’Unione. Si “innoverebbe” anche su questo, contro tutti i trattati firmati fino ad oggi. Avanti il prossimo. Ormai la via è tracciata affinché i trattati e le costituzioni diventino fasulli, roba dell’altro secolo. L’impero europeo è tedesco-prussiano (visto che anche il ceppo austriaco, di nuovo, si sta smarcando). Forse il tutto diventa anche monito per il referendum inglese, popolo diffidente se non comanda. Intanto fuori dalla trattativa perché non nell'euro zona. Brutto segnale. I tedeschi non hanno mai capito quando fermarsi, nella storia è il loro punto debole.
Varoufakis aveva ragione di cominciare a stabilire una doppia valuta per riprendersi la possibilità di far ripartire il paese. Esistono attualmente esperienze in Europa. A dire il vero stava facendo mediaticamente ombra anche a Tsipras. Ed è chiaro che per “salvare la patria” quest’ultimo, di sinistra moderata, si sposterà a destra. Con questi voti.
Noi che conosciamo la virtù principale della sinistra di scindersi non possiamo che rimanere allibiti ed aspettare il risultato previsto. Syriza non può deludere il popolo che gli ha dato quasi la maggioranza assoluta con un primo “no” all’austerità e un secondo con il referendum. Non può rimanere, per il futuro democratico dell’Europa, con il cerino acceso in mano. Se l’accordo è questo è la fine di Syriza come qualsiasi concezione minimamente di sinistra in Europa. Che Podemos impari e si organizzi in tempo.
Se perde perdiamo tutti e scivoleremo tranquillamente verso un “nuovo” fascismo, quello della guerra ai poveri da parte dei ricchi, già molto avanzata, che non è altro che il neoliberismo.
Una grande partita è già persa, con il voto servile del parlamento europeo alle imposizioni, (comprese quelle “riservate e segrete”) previste dal Trattato di libero scambio tra Europa e Usa, (TTIP), inglobandoci e schiacciandoci in un sistema culturale statunitense del più forte/vince, del niente sociale e del niente diritti, agganciandoci e incollandoci definitivamente nell’area atlantica neocoloniale e militarizzata contro le altre aree emergenti del mondo. Il passo è già iniziato dalla situazione di pre-guerra ucraina con una scelta di campo, come sempre pretestuosa.
Non parliamone nemmeno, adesso ci tengono occupati con la paura, il futuro caos, il disastro, come “salvare “Atene dalla bancarotta” (c’è sempre una parola banca di mezzo) affondandoli. A vuoto, momentaneamente le parole di Varoufakis in uscita: “il famoso OXI che hanno garantito a tutti i democratici del mondo è appena iniziato”.
Deve essere soffocato nell’uovo. Bisogna stringere definitivamente il cappio. A che serve il commento di un premio Nobel come Krugman, quando c’è gente ( i cosiddetti euroimbecilli) che crede ancora che gli asini volano e ai commenti fasulli dei bocconiani. Preferiscono vedere l’Europa volare alla sua rovina piuttosto che pensare che si tratti di un tradimento grottesco di tutto ciò che il progetto europeo, di cui si riempiono la bocca, avrebbe dovuto rappresentare. Krugman: "Il progetto europeo è un progetto che ho sempre lodato e sostenuto e gli è stato appena inferto un colpo terribile, forse fatale. E qualunque cosa tu pensi di Syriza, o della Grecia, non sono stati i greci a farlo".
Faranno di tutto per convincerci del contrario. E molti crederanno proprio al “Non C’è Alternativa” di tacheriana memoria, socialisti europei compresi e solidali, come i fatti dimostrano. Ed è anche la loro fine, se continuano a non capire.

domenica 12 luglio 2015

Forum Sociale Mondiale ad Atene

A essere  sinceri è  difficile  dire adesso se il "movimento " sia come ebbe a dire un famoso giornale " la quarta potenza mondiale" certo è  che sarebbe desiderabile che esistesse una quarta o anche quinta potenza in grado di inceppare i meccanismi del liberismo e avere le credenziali  necessarie per sedersi a un tavolo di trattativa con le istituzioni del capitalismo globale.
Ho sempre creduto che per avere potere "il movimento" dovrebbe assumere una consistenza economica oltre che politica. Ma come?  Questo sarebbe un ottimo argomento di discussione in un forum sociale mondiale. Ma oggi all'ordine del giorno c'è  la Grecia e la domanda è: come può il movimento trovare la forza e le motivazioni necessarie per aiutare la Grecia e con essa una diversa idea di Europa? Occorre coinvolgere il maggior numero di soggetti politici e istituzionali possibile.

venerdì 10 luglio 2015

Qual era il punto del referendum di Tsipras?

Un ragionamento, quello esposto dai compagni, alquanto paradossale
Ad ogni modo, sempre dalla parte dei greci, ma con un certo mal di pancia.
 
Qual era il punto del referendum di Tsipras?
Le nuove proposte del governo greco, pubblicate ieri sera tardi si basano chiaramente su quelle presentate da Jean Claude Juncker lo scorso Giovedi, prima del referendum.
E ha lasciato molti greci frustrati, chiedendo: qual è stato il punto del referendum? Ha lasciato molti osservatori stranieri dire la stessa cosa.
Ecco le risposte più ovvie:
In primo luogo, la speranza del governo greco che un mandato del referendum avrebbe permesso negoziati veloci con i loro creditori, e il rilassamento dei termini, non si è concretizzato. Invece un rinnovato ultimatum si è materializzato. Se non riescono a trovare accordo, la BCE e l'UE collasseranno il sistema bancario greco e li getteranno fuori della zona euro. Infatti, uno dei principali "successi" del referendum è stato quello di scovare quella chiara minaccia, da parte dei politici che non aveva mai ammesso prima.
Il governo greco non ha il mandato di lasciare l'euro, come il voto al NO al 61% domenica scorsa è stato chiaramente ottenuto come un mandato a "stare dentro e combattere" .
In secondo luogo, l'accordo non ha senso economico, senza riduzione del debito. Il referendum, in combinazione con la pressione degli Stati Uniti, sembra aver spinto fondamentali voci europee, tra cui Angela Merkel e Donald Tusk, a aderire in linea di principio alla necessità di una riprofilatura del debito - che è un modo subdolo di cancellare i debiti.
In terzo luogo, esso è ancora a conti fatti redistributivo. Syriza può ancora vendere questo come un programma molto diverso da quelli precedentemente programmati dalla coalizione a guida conservatrice. L'imposta del 29% sulle società è un esempio. Tuttavia fa concessioni in materia di pensioni e in materia di IVA sulle isole, che attualmente godono di uno sconto.
In quarto luogo, è l'opera di Euclide Tsakalatos. Tsakalatos, come vado spiegando da metà gennaio, è esistenzialmente impegnato su due cose: l'adesione all'euro e l'utilizzo del governo per favorire la modernizzazione diffusa e il cambiamento sociale. Lui vuole rimanere al potere - non perderlo a favore di un governo di "tecnocrati".
In quinto luogo, l'accordo arriva con la richiesta di un prestito per effettuare i rimborsi del debito della Grecia per i prossimi tre anni. Se qualcun altro paga i debiti per tre anni, questa è una cosa molto fiscalmente vantaggiosa, e lascia la Grecia con soldi da spendere che non aveva.
Ancora più importante, questo non è un affare fatto. Se passa nel parlamento greco e viene poi rigettato in faccia ai greci esso solidificherà e preparerà la società greca per la Grexit.
Molto probabilmente provocherà alcune dimissioni da Syriza, ma mi è stato detto che la Piattaforma di Sinistra in Syriza prevalentemente lo accetterà. Ma farlo passare in Parlamento non è il problema. Farlo accettare dall'UE è il problema - e lascia molti greci ancora predire che questa è l'ultima scommessa prima la Grexit.
Massimo Torelli Raffaella Bolini Roberto Morea Salvatore Bonadonna Roberto Musacchio Nando Mainardi Eleonora Forenza Valerio Cerretano Alfio Nicotra Antonio Ferraro Fabio Amato

giovedì 9 luglio 2015

Col voto greco inizia la fine del protettorato finanziario tedesco sull'Europa

di Franco Berardi "Bifo" da zeroviolenza


 Quasi non riesco a credere alla violenza che pure ho sotto gli occhi. La violenza con cui l'Unione Europea aggredisce il popolo greco che cerca di sottrarsi al dispositivo finanziario-colonialista dellUnione e rischia di soffocare sotto la pressione omicida dei colonialisti di Berlino.

La colpa intellettuale più grave di cui rimprovero me stesso: aver creduto per tanto tempo che l’Unione Europea fosse qualcosa di diverso da quello che è: un dispositivo finalizzato a imporre il modello neo-liberista in un continente che fino a pochi anni fa aveva salvaguardato alcune caratteristiche della solidarietà sociale novecentesca, e quindi a distruggere la sola speranza di civiltà sociale che rimaneva al mondo.

Il debito è stato usato come strumento di colonizzazione economica: cresce quanto più lo si paga, distrugge o privatizza risorse sociali e trasforma la ricchezza socialmente prodotta in valore puramente finanziario.

Angela Merkel ha detto recentemente che l’Europa, con il 7% della popolazione mondiale e il 25% delle risorse, ha il 50% delle spese sociali nel mondo. Occorre dunque tagliare senza pietà se vogliamo rimanere competitivi. Quel 50% non significa quasi niente: come paragonare le spese sociali dei paesi europei con le forme di comunitarismo del continente indiano, lo statalismo cinese, il persistere dell’economia di villaggio in larga parte del continente africano?

Ma è facile capire cosa intende la Merkel: se l’Europa vuole continuare ad essere competitiva occorrerà distruggere la vita di milioni di persone non soltanto in Grecia. Il modello competitivo del capitalismo comporta la devastazione della vita di larga parte della popolazione planetaria: questa è la missione essenziale dell’Unione europea.

Che la potenza coloniale europea sia la Germania non è irrilevante. Non credo nell’esistenza delle identità nazionali, perciò non credo che la Germania abbia una vocazione naturale al nazismo, ma è difficile ignorare che la storia culturale di questo paese lo predispone verso un modello fondato sul primato del funzionale sul vivente. Una linea frastagliata che va da Lutero a Hegel e sfocia nella nietzschiana volontà di potenza sembra indicare che il popolo tedesco incarna una missione affidata da un Dio che oggi prende la forma dell’algoritmo finanziario.

La missione del popolo tedesco sta in questa combinazione di ordo-liberismo e di sentimento di superiorità spirituale che in altri tempi si chiamò nazismo. Nell’epoca del nazismo storico il funzionale si rappresentò come perfezione della macchina di sterminio militare. Oggi si rappresenta come perfezione della macchina di sterminio finanziario. Il pulsare ripugnante della vita un tempo fu identificato nell’ambiguità sfuggente dell’ebreo, oggi si ripresenta nell’inaffidabilità e nella pigrizia dei popoli mediterranei.

Un colonialismo finanziario fondato sulla superiorità del funzionale sul vivente: questo è l’Unione europea. Questa entità non può essere riformata. Né d’altra parte può essere semplicemente abbandonata come vorrebbero le anime semplici che propongono il ritorno alla lira o alla dracma. Va distrutta e ricostituita sulla base della solidarietà sociale: questo è il compito politico del nostro futuro se vogliamo evitare la barbarie.

Purtroppo non siamo in grado di realizzarlo, perché non esiste un movimento di autonomia della società dal capitalismo finanziario. Solo un processo traumatico potrà forse farla maturare. Entro quel processo traumatico dobbiamo prepararci ad agire.

Il voto greco mostra che ormai la coscienza del carattere devastante dell’Unione europea si sta diffondendo, ma siamo ben lontani dalla possibilità di un processo di ricostruzione solidale dell’Unione. Ciò sarebbe possibile se esistesse un movimento consapevole che invece non esiste. Perché centomila studenti non occupano le università d’Europa contro la privatizzazione del sistema educativo che l’austerità ha imposto? Perché i cittadini tedeschi non hanno espresso alcuna solidarietà (anzi hanno reagito con fastidio) quando trentamila ferrovieri tedeschi sono entrati in sciopero per la riduzione dell’orario di lavoro?

La risposta è purtroppo semplice: l’Unione ha distrutto la coscienza civile europea. Quel che accadrà a questo punto è prevedibile: formazioni nazionaliste e razziste stanno diventando maggioranza in ogni colonia del protettorato finanziario germanico. Questa è la scena dei prossimi anni, questo è l’effetto che l’austeritarismo sta producendo: guerra razzista contro i migranti da un lato, nazionalismo anti-germanico dall’altro.

Bucchi Repubblica 7 luglio 2015Il commento politico più intelligente che ho letto in questi giorni è la vignetta di Massimo Bucchi pubblicata dalla Repubblica il 7 luglio. Un elegante drappeggio rappresenta un guerrigliero jihadista e una scritta recita: “i nostri esperti prevedono una primavera europea”.

Un amico mi ha detto di non fare la Cassandra. Forse ha dimenticato che Cassandra non aveva intenzione di portare disgrazia: semplicemente prevedeva il futuro, e le sue profezie si avveravano regolarmente, anche se gli imbecilli preferivano illudersi sui cavalli di legno. Io non pretendo di prevedere il futuro, ma credo di vedere abbastanza il presente quando dico che il nazionalismo è la sola forza destinata a crescere, e che il colonialismo finazista porta la guerra come la nube porta la tempesta.

Il referendum greco indica una terza possibilità oltre l’alternativa tra dominio finanziario e guerra nazionalista che si staglia all’orizzonte del continente. Questa terza possibilità è una conferenza per la cancellazione del debito e l’avvio di una svolta che restituisca alla società il primato sulla finanza. Nel processo dissolutivo che il referendum greco ha aperto occorre impegnare le nostre energie per la ricostruzione del progetto europeo come progetto di redistribuzione della ricchezza e di riduzione del tempo di lavoro. Né più né meno. O sapremo fare questo o non potremo evitare una guerra jugoslava su scala europea.

Rosicano e gridano vendetta.

di Tonino D’Orazio 


Tutti i giornali italiani ed europei, in genere, rosicano sul risultato del referendum greco. Compresi quelli sedicenti di sinistra. Compreso l’Unità appena resuscitato per la quarta volta. Tutti i giornalisti televisivi, tutti filogovernativi a sostegno dei loro governi, ormai in gran parte di destra, rosicano e insultano. Oltre che penoso è quasi divertente vederli arrampicarsi sugli specchi, ospiti compresi.
Hanno il diktat di fare “terrorismo” psicologico. Ma il dato greco sul concetto di democrazia ha messo in luce quanto poco democratica sia diventata l’Europa attuale, se lo sia mai stata. E quanto poco conti l’Italia, con un altro nano al governo, ma questo più servile, si capisce. Hai voglia a nascondere, non lo invitano nemmeno. Hanno bisogno di ragionieri, non di burloni.
Rosicano gli invitati, ben selezionati certamente, dei talk show televisivi. Si nascondono tutti dietro cifre e cifre di cui nessuno controlla la veridicità. Ma non importa. Il problema non è andare a fondo della tematica, ma far paura agli investitori stranieri (a parte ricomperare tutto e rivendere o chiudere le nostre imprese maggiori non se ne vedono da anni), ai risparmiatori, ai piccoli, s’intende, quelli di altro stampo illegale sono già fuori confini da anni e vengono sempre più esortati a scappare.
Che terrore non potere più ritirate 50 euro al giorno al bancomat! Che per trenta giorni fa la cifra, che per quanto iperbolica, di 1.500 euro, pochi italiani se lo possono permettere, anche oggi. Ma tant’è, la paura viene inoculata anche a chi non lo può fare e, non sia mai, non lo potrà fare “nel futuro”, anche se sanno che non ci sarà. Il ridicolo supera la realtà, o viceversa.
Le borse crollano? “Bruciano” più miliardi, in un solo giorno, di quanti basterebbero a risollevare quasi tutte le finanze pubbliche dei paesi europei messi in difficoltà. Altro che debito greco. Per molti di quella cultura è meglio la roulette borsistica. Voi che avete qualche soldo in Borsa meglio riprenderli subito che farveli “bruciare”, o magari inghiottire dal vorace popolo greco. Non lasciateli sui conti correnti perché tra poco verranno taglieggiati. (Ulteriore richiesta all’Italia dal FMI, una specie di grande madre).
Bisogna punire la Grecia. Il sistema si mette in moto. Vivono di turismo? Affondiamolo. Che le agenzie disdicano il maggior numero di eventuali turisti. Malgrado Tsipras abbia formalmente dichiarato che le banche onoreranno le richieste delle carte di credito straniere, non importa, bisogna far vincere la paura. E' un paese in mano ai comunisti, dio sa cosa può succedere. Sembra stia funzionando, a patto di credere alle balle che ci raccontano all’unison. Mai la Grecia è stata a “portata di mano” e accogliente come in questo periodo, dove anche un euro in entrata diventa oro per tutti. L’importante è prendere per scemo Tsipras e il suo governo.
Rosicano quei tecnocrati fascisti della Troika, aumentando all’infinito il numero delle riunioni, senza Renzi per favore affinché rosichi doppiamente, ormai scoperti a trafficare ai danni dei popoli europei. Ma soprattutto rosicano perché, siccome comandano gli statunitensi, dovranno ubbidire e cercare una soluzione. Soluzione che non c’è, perché non è economica ma politica. E qui ci rimettono nuovamente la faccia, doppiamente, perché tutti vedranno che non contano niente. Pensate se gli Usa possano permettere che la Grecia venga messa fuori dall’Europa e quindi dalla Nato. Cuccia Merkel e troika!
Eppure tutti i mass media sono in linea con Merkel e il segugio Hollande per convincere gli altri popoli europei a cacciare la Grecia, ribelle al triumvirato oligarchico. La tecnica dello strozzinaggio è proprio quella di “perdere” tempo per condurre la vittima a miglior sentimenti, e fargli una “proposta che non potrà rifiutare”. Salvo a far rimanere a bocca asciutta, a fine mese, anche la BCE di Draghi. Il problema bancario si ferma proprio lì, dove “non ci sono più soldi”.
In realtà devono cacciare la Grecia. Questo paese ha dimostrato, per quanto difficile, una fiera alternativa alle imposizioni teutoniche dell’austerità. E se diventa contagioso? Non stupisce la virulenza di Rajoy in Spagna, potrebbe toccare subito a loro. O al Portogallo l’anno prossimo, alla poca orgogliosa Irlanda, se non alla GB successivamente. Al presidente della repubblica polacca che “nicchia” e non vorrebbe entrare nell’euro. Si sono accorti che diventa impossibile uscire poi dalla trappola. E la teutonica e candida Austria, caduta al livello economico dei Pigs, che sta verificando come uscire dall’euro? Una proposta di ddl popolare ha appena raccolto in un baleno le 250.000 firme necessarie. Paese serio. Se il parlamento lo rifiuta si va direttamente a referendum. Ormai si tratta di impedire che i soldi dei contribuenti vengano risucchiati all’infinito dalla speculazione delle banche, dall'austerity imposta da Bruxelles a carico di famiglie e pensionati, dalle scelte neoliberiste che avvantaggiano le grandi multinazionali. Fra queste motivazioni c’è anche l’unica possibilità dei piccoli di sfuggire al prossimo, coloniale e imminente accordo di libero scambio (TTIP) tra UE e Usa. E non è poco quando si è vaso di coccio. A noi ci acceca ancora la presunzione ma non il servilismo.
Con la solita incoerenza. Se lo dice Salvini, va bene, alla fine è un normale fascista. Se lo dicono i 5Stelle allora sono matti e non sanno leggere le cifre, poverini. Se lo dice D’Alema, che gli aiuti greci sono serviti solo a rimborsare le banche tedesche e francesi, ci si stupisce un po’, chissà dov’era nel frattempo. Allora parlano gli esperti “bocconiani” di economia. Dio ne scampi di loro e di quella fucina neoliberista al servizio di Goldman Sach. Dopo i risultati, ancora parlano e ci educano sulle loro iperbole, dopo aver subìto illuminanti stages nelle democratiche, seppur imperiali, istituzioni Usa.
Possono rosicare e insultare tutti quanto vogliono. Tsipras (e il grande Signor Varoufakis-Cincinnato) ha disegnato un altro cammino, e alcuni popoli, i più coraggiosi o i più disperati, vi si stanno incanalando. Ha dimostrato che la chiave, di qualunque Resistenza ai poteri oligarchici, rimane pur sempre la democrazia.
Mi sa che tutti rosicano e insultano proprio per questo, statunitensi compresi. Stiamo a guardare, o a sostenere, ma non possiamo ignorare il primeggiante valore della democrazia, cardine della Costituzione, sul furto organizzato delle banche.

martedì 7 luglio 2015

La ferocia liberista della socialdemocrazia europea

Editoriale. Le due ali politiche istituzionali fanno a gara per imporre i memorandum della Bce e del Fmi all’Europa. E chiudono gli occhi di fronte all’esercizio della democrazia che viene dalla Grecia 


di Marco Bascetta da Il Manifesto

Il volto gri­gio e tirato di Mar­tin Schulz, pre­si­dente dell’Europarlamento, costretto a bal­bet­tare il suo com­mento «isti­tu­zio­nale» al risul­tato del refe­ren­dum greco è forse l’immagine più vivida dello stato in cui versa quella che fu la social­de­mo­cra­zia europea.
Solo poche ore prima, a urne ancora aperte, era inter­ve­nuto, con un gesto inam­mis­si­bile per il ruolo che rico­pre, a soste­gno dello schie­ra­mento del sì. Per poi, una volta scon­fitta la sua «parte», offrire, inde­cen­te­mente, un soste­gno «umanitario»alla Grecia.
Herr Schulz , le cui dimis­sioni dovreb­bero essere cosa scon­tata, rispec­chia tut­ta­via pie­na­mente l’idea di demo­cra­zia pre­va­lente nelle segre­te­rie delle for­ma­zioni social­de­mo­cra­ti­che euro­pee. Il suo par­tito, la Spd, si è speso tanto acca­ni­ta­mente in favore del rigore e delle poli­ti­che di auste­rità da osta­co­lare per­fino quel tanto di aper­ture che la can­cel­liera Angela Mer­kel avrebbe potuto azzar­dare in alcune fasi del nego­ziato con Atene.
Nean­che per un istante la diri­genza social­de­mo­cra­tica, in buona com­pa­gnia di ita­liani e fran­cesi, si è disco­stata, sia pur di poco, da quello schema che pone al cen­tro della costru­zione euro­pea il rap­porto tra debi­tori e cre­di­tori e il rispar­mio a disca­pito dei red­diti e dei diritti. Cosic­ché oggi la social­de­mo­cra­zia tede­sca è tagliata fuori, per eccesso di zelo, (e per for­tuna) da qua­lun­que pos­si­bile ruolo nella ripresa di un nego­ziato con Atene. Come una can­ti­lena, ormai stan­tia, si limita a ripe­tere che il refe­ren­dum greco ha reso la ricerca di una solu­zione ancora più dif­fi­cile, per non dire impos­si­bile. Ma si guarda bene dall’aggiungere che que­sta «dif­fi­coltà» altro non è che il rifiuto di Syriza di gover­nare secondo regole ostili o indif­fe­renti alla volontà dei gover­nati, come sarebbe auspi­ca­bile secondo la gover­nance europea.
L’Europa sarebbe insomma minac­ciata da una over­dose di demo­cra­zia che rischia di legare le mani dei governi. E non è un caso che nell’Italia delle «riforme» si lavori a ren­dere sem­pre più dif­fi­col­toso il ricorso allo stru­mento refe­ren­da­rio, suscet­ti­bile di scom­pa­gi­nare i gio­chi dell’esecutivo.


Oltre che sociale, la socialdemocrazia ha dunque cessato anche di essere democratica.

Resta così, nel ruolo sem­pre più pate­tico e impro­ba­bile di «pon­tiere», la figura più pal­lida e impo­po­lare che i par­titi socia­li­sti d’Europa abbiano mai espresso: Fra­nçois Hollande.
Mezzo medi­ter­ra­neo e mezzo gover­nante sem­pre più in bilico di una grande nazione deci­siva per l’Unione euro­pea, ma del tutto subal­terno a quella visione tede­sca del Vec­chio con­ti­nente, che un tempo pre­oc­cu­pava non poco i governi di Parigi.

La Francia, da tempo, più che una soluzione è diventata una parte rilevante del problema. 

È il paese che ha votato no alla Costi­tu­zione poli­tica euro­pea, affos­san­done defi­ni­ti­va­mente per­fino l’idea, ma che in nes­sun modo si è poi spesa nel cor­reg­gerne la costi­tu­zione mate­riale, ossia i rap­porti di forze eco­no­mici e gli assetti gerar­chici che ne con­fi­gu­rano l’equilibrio: «No alla Costi­tu­zione, si ai Memo­ran­dum», que­sta la lieta novella che pro­viene da Parigi.
Nel repub­bli­ca­ne­simo fran­cese si anni­dano molti più sen­ti­menti anti­eu­ro­pei di quanti se ne pos­sano incon­trare dalle parti di Atene. E non è sor­pren­dente che nel suo seno pro­speri e si svi­luppi una forza come il Front Natio­nal di Marine le Pen. Né che la social­de­mo­cra­zia fran­cese si riveli del tutto inca­pace di farvi in alcun modo fronte.
Sotto un velo reto­rico sem­pre più sot­tile e tra­spa­rente l’Unione va tra­sfor­man­dosi in un tavolo nego­ziale tra crip­to­scio­vi­ni­smi di potenza dise­guale, con l’entusiastica ade­sione delle social­de­mo­cra­zie in costante declino di cre­dito elet­to­rale. Affan­nato e petu­lante, truc­cando spu­do­ra­ta­mente i numeri del «suc­cesso», il nostro Pd par­te­cipa alla gara nelle seconde file. La «prio­rità dell’interesse nazio­nale» non è più l’evocazione impro­nun­cia­bile di una sto­ria obbro­briosa, ma un buon argo­mento da cam­pa­gna elettorale.
In un sif­fatto con­te­sto in cui l’ipocrisia si fa neces­sità sto­rica, diventa essen­ziale soste­nere che il «no» uscito trion­fante dal refe­ren­dum greco è un no all’Europa e una delle molte insor­genze «popu­li­ste» o «ros­so­brune» che minano la costru­zione euro­pea e aprono sull’ignoto.
Sem­bre­rebbe esservi una sin­go­lare teo­ria che cir­cola da qual­che tempo nei prin­ci­pali media euro­pei e nel dibat­tito pub­blico. Se una volta anda­vano in gran voga gli «oppo­sti estre­mi­smi» ora sem­bra venuto il tempo dei «con­ver­genti estre­mi­smi» che, da destra e da sini­stra, allean­dosi fra loro, pun­tano a demo­lire la sta­bi­lità del Vec­chio con­ti­nente e a inde­bo­lirne le auree regole.
Ogni voce cri­tica viene auto­ma­ti­ca­mente attri­buita a que­sto inquie­tante sce­na­rio. Non manca nem­meno chi anno­vera Alba dorata tra i soste­ni­tori di Tsi­pras, comun­que ricor­ren­te­mente assi­mi­lato al Front natio­nal, al Movimento5 stelle o ai nazio­na­li­sti polac­chi. Natu­ral­mente in com­pa­gnia del temu­tis­simo Podemos.
Que­sta opera di disin­for­ma­zione ha rag­giunto il paros­si­smo alla vigi­lia del refe­ren­dum in Gre­cia. Il quale espri­meva invece un punto irri­nun­cia­bile, riba­dito con gran­dis­sima insi­stenza: la per­ma­nenza nell’Unione euro­pea e la crea­zione di con­di­zioni tali da non far dipen­dere que­sta appar­te­nenza da un rap­porto tra cre­di­tori e debi­tori uni­ver­sal­mente rico­no­sciuto come insostenibile.
Ciò che risulta vera­mente indi­ge­ri­bile dell’esperienza greca è appunto il suo con­vinto euro­pei­smo. Il quale minac­ce­rebbe non tanto i trat­tati euro­pei quanto gli inte­ressi nazio­nali (sovente più ideo­lo­gici che con­ta­bili) degli stati che gover­nano di fatto l’Unione.
Se di «salto nel buio» si deve par­lare non è certo rife­ren­dosi alla mossa refe­ren­da­ria di Tsi­pras, quanto alla capar­bia difesa di uno squi­li­brio che sta spia­nando la strada alle peg­giori forme di nazio­na­li­smo, alle quali la social­de­mo­cra­zia euro­pea risponde facen­dosi a sua volta por­ta­voce «ragio­ne­vole» dell’«interesse nazio­nale». E’ que­sta la deriva che sta minac­ciando l’Europa e che la crisi greca non ha certo pro­dotto, ma piut­to­sto chia­ra­mente rivelato.

"L'Euro non è affatto irreversibile e cancellare il debito è complicato"



"Ha vinto il no: benissimo, ma non c’è tempo per festeggiare". L’economista Emiliano Brancaccio spiega all’Espresso cosa vuol dire ristrutturare il debito greco e se è percorribile la via di una moneta complementare



 di Lucio Sappino da espresso.repubblica

Emiliano Brancaccio, economista, non ha dubbi. È un buon lunedì quello che viene dopo il referendum greco. «Nonostante la chiusura forzata delle banche e le mistificazioni di molti organi di informazione», dice all’Espresso, «i greci hanno saputo guardare con freddezza i fatti della crisi e hanno respinto una bozza di accordo che avrebbe solo prolungato l’agonia del paese».

Il “no” al referendum era l’unica opzione sensata: «È stata una prova di democrazia e di razionalità politica, un esempio per tutti i popoli europei». Occhio però all’entusiasmo: «non credo che ci sarà il tempo di festeggiare», continua Brancaccio, «le difficoltà che si affacciano all’orizzonte sono grandi, per la Grecia e per tutta l’Unione, e andranno affrontate». Ad esempio, per rendere sostenibile il debito greco - come ora dice anche il Fondo monetario - «non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche». E poi, se lo si cancella alla Grecia, altri - tra cui l’Italia - potrebbero farsi sotto.

Sull'idea del dimissionario Varoufakis di una moneta complementare, invece, Brancaccio spiega: «Con buona pace di chi continua a sostenere che l’euro è irreversibile». Il problema non sarebbe certo tecnico: «I problemi di tipo contabile e procedurale si risolvono facilmente». Il tema è semmai macroeconomico. Siccome «la stampa di moneta e la svalutazione del cambio sarebbero del tutto insufficienti», la Grecia per gestire una eventuale uscita dalla moneta unica, ad esempio, «dovrebbe imporre stabilmente controlli sui capitali e forse anche limitazioni delle importazioni, e per un certo periodo dovrebbe anche trovare finanziatori pronti a coprire l’eventuale crescita del disavanzo verso l’estero».

 

A suo avviso i greci sarebbero pronti anche a un’eventuale uscita dall’euro? I sondaggi dicono che il popolo greco vuole restare nella moneta unica.
 
«Lascerei perdere i sondaggi, che non hanno dato prova di grande affidabilità. Il mandato degli elettori mi pare ormai inequivocabile: costi quel che costi, la Grecia non intende piegarsi alle assurde pretese dei “creditori”».

 

Tsipras e Syriza hanno però sempre detto di non voler uscire.
 
«Suppongo che il governo greco insisterà con l’idea di voler tenere il paese dentro l’euro. È una linea che finora si è rivelata vincente, poiché tende a scaricare sui creditori l’eventualità di un’uscita della Grecia dalla moneta unica. Spero solo che non sfoci in un accordo di basso profilo, che si limiterebbe a rinviare i problemi senza risolverli».

 

Lei ritiene che Tsipras sia tentato ora dalla possibilità di firmare un nuovo accordo con le istituzioni europee?
 
«A mio avviso le tentazioni dei singoli contano poco, i processi sono più complicati. Le azioni del primo ministro greco sono di volta in volta il prodotto della dialettica interna alla sua maggioranza, i cui prossimi sviluppi sono difficili da prevedere. Inoltre, gli esiti della partita non dipendono solo dalle mosse del governo greco: la vittoria del “no” ha innescato una catena di eventi sistemici, che avrà ripercussioni sul comportamento di tutte le controparti. E sui mercati».

 

Giovedì scorso il Fondo monetario internazionale ha pubblicato un documento in cui dichiara che il debito della Grecia è insostenibile e che occorre tagliarlo. È possibile immaginare una nuova intesa tra la Grecia e i “creditori” su queste basi?
 
«Per rendere sostenibile il debito non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche. Inoltre, a ben guardare, l’insostenibilità del debito non è nemmeno un’eccezione greca: in prospettiva tutti i paesi debitori rischiano di trovarsi con una crescita del reddito troppo modesta per far fronte ai rimborsi degli interessi e del capitale ricevuto in prestito. Se dunque il governo greco riuscisse a strappare un significativo taglio del debito, anche gli altri paesi del Sud Europa esigerebbero una ridefinizione degli accordi di prestito. Questo è uno dei motivi per cui, a Berlino e a Francoforte, si sta facendo strada l’opzione di recidere i legami con la Grecia e lasciarla uscire dall’euro. Il punto è che i creditori non hanno intenzione di avviare una rinegoziazione generale: finché ci riescono preferiscono lasciare i debitori nella palude, magari esortandoli a svendere quel che resta del patrimonio nazionale».

 

Se un accordo non si trovasse e la Bce decidesse di interrompere la liquidità di emergenza a favore delle banche greche, quali sarebbero le conseguenze?
 
«I problemi di liquidità in Grecia si stanno aggravando, una crisi potrebbe innescarsi anche se la liquidità di emergenza continuasse a fluire al ritmo attuale. Per impedire l’uscita del paese dall’eurozona, la Banca centrale europea dovrebbe accrescere le erogazioni all’aumentare dei tentativi di ritiro e di fuga dei capitali. Cioè dovrebbe agire da vero e proprio “prestatore di ultima istanza”, un ruolo che i trattati continuano a escludere. A meno di un cambiamento statutario, col passare del tempo sarà difficile per Draghi trovare nel direttorio della Bce una maggioranza disposta ad agire in questo senso».

 

Per fronteggiare la crisi di liquidità il ministro Varoufakis aveva accennato all’adozione di una “moneta complementare”, ma ora si è dimesso. Se lei fosse ministro delle finanze in Grecia, quale rimedio proporrebbe?
 
«Il problema non è tecnico, dal punto di vista procedurale le soluzioni sono numerose. Solo per citare un esempio, basterebbe ricordare che la stampa fisica degli euro è sempre rimasta di competenza delle banche centrali nazionali. Chiunque può notare che le singole banconote si differenziano in base alle banche nazionali emittenti: quelle emesse dalla Grecia sono contrassegnate dalla lettera “Y” all’inizio di ciascuna serie, quelle stampate in Italia sono indicate con la lettera “S”, per fare due esempi. Nella fase di transizione, il governo di Atene potrebbe imporre alla banca centrale greca di uscire dall’eurosistema e stampare euro in misura superiore rispetto alle erogazioni stabilite dalla Bce. Si verrebbe così a creare un rapporto di cambio tra euro-greci, contrassegnati con la lettera “Y”, e tutti gli altri euro. Per gestire la transizione verso un nuovo regime monetario questa sarebbe una delle soluzioni più rapide, e in linea di principio potrebbe esser concordata con le istituzioni europee. Del resto, acuti interpreti dei lavori preparatori del Trattato dell’Unione hanno suggerito che la scelta di affidare alle banche centrali dei singoli paesi la stampa degli euro e di consentire che questi fossero marcati con sigle nazionali fu decisa anche per favorire una transizione in caso di abbandono della moneta unica. Con buona pace di chi continua a sostenere che l’euro è irreversibile».

 

Dunque la Grecia potrebbe stampare liberamente moneta per uscire dalla crisi?
 
«Niente affatto. Una cosa sono i problemi di tipo contabile e procedurale, che si risolvono facilmente. Tutt’altra cosa sono i problemi di ordine macroeconomico, che sono molto più complessi. Con altri colleghi abbiamo sostenuto che la stampa di moneta e la svalutazione del cambio sarebbero del tutto insufficienti. Per gestire una eventuale uscita dalla moneta unica, la Grecia dovrebbe imporre stabilmente controlli sui capitali e forse anche limitazioni delle importazioni, e per un certo periodo dovrebbe anche trovare finanziatori pronti a coprire l’eventuale crescita del disavanzo verso l’estero».

 

Vuole darci un commento sulle dimissioni di Varoufakis?
 
«Ne capisce di economia molto più di tanti mandarini dell’Eurogruppo. Ma non commento quest’ultima vicenda. Leggerò volentieri il suo prossimo best-seller…».

Proprio qui sull’Espresso con l’economista Mauro Gallegati, collaboratore del premio Nobel Joe Stiglitz, l ei ha sostenuto che durante le trattative il governo italiano ha commesso l’errore di collocarsi dal lato dei creditori . In queste ore però Renzi è molto attivo, sembra volersi attribuire un ruolo di mediazione tra il governo greco e quello tedesco. Che ne pensa?
«Penso che il vero volto di Renzi e del suo partito sia stato rivelato dal rappresentante del Pd presso la Commissione affari economici del Parlamento europeo, che a poche ore dal voto aveva dichiarato: “A questo punto la scelta spetta ai cittadini greci, che sapranno sicuramente dimostrarsi più saggi del loro governo pronunciando un forte sì per l'Europa”. Direi che più improvvidi di così si muore. La mia sensazione è che il Pd e gli altri partiti del socialismo europeo non abbiano più il polso della situazione: mancano di una strategia per affrontare la crisi e rischiano di pagar caro l’appiattimento sulle posizioni dei conservatori. Non si tratta però di un problema che investe solo i socialisti. Tutte le sinistre europee sono chiamate oggi a rivedere la loro concezione delle relazioni economiche internazionali. Servirebbe una nuova visione, potremmo dire un “nuovo internazionalismo del lavoro”, da contrapporre alle ricette liberiste e xenofobe che le destre hanno già pronte da tempo per affrontare la crisi del progetto europeo».

 

E in che modo si potrebbe dare avvio a questo “nuovo internazionalismo del lavoro”?
 
«Dovremmo partire da una constatazione comune: non si possono fare accordi di piena libertà di circolazione dei capitali e delle merci con paesi che tendono sistematicamente a contenere i salari e a deprimere la domanda interna pur di accumulare surplus verso l’estero. Questa politica attiva una devastante competizione internazionale al ribasso, il cui risultato è che tutti cercano di esportare la recessione all’esterno dei confini nazionali. Se l’eurozona imploderà, sarà anche perché il paese egemone, la Germania, ha attuato per lungo tempo questa strategia perniciosa. Leggere la crisi dell’unificazione europea alla luce di questa evidenza sarebbe già un buon inizio per tentare di elaborare un sistema di relazioni internazionali più equo e più robusto di quello attuale». 


domenica 5 luglio 2015

Chissenefrega del debito

Adesso si può tornare parlare seriamente.
Revisionare i trattati europei, Fiscal Compact in testa, un delirio che ci impedisce persino di riparare le buche delle strade, perché dobbiamo mettere le nostre mancette nel pozzo di San Patrizio del debito pubblico senza mai riuscire a riempirlo. 
Ridiscutere l'euro, sgombrando il campo da posizioni teologiche-dogmatiche, perché non sta scritto da nessuna parte che ci si debba accollare il costo della carta di credito della Germania e quello della benzina del liberismo europeo, senza fiatare.
Considerare finalmente il debito dello stato al netto di mafie, clietele e ruberie politiche, una cosa positiva, perché il debito dello stato è il credito del cittadino.
Considerare l'Europa non un'arena di scontro fra commercialisti di varia provenienza, ma la patria del Welfare e della solidarietà.
Scusate se è poco.

Il No è la base per la ricostruzione della democrazia

da Lista Tsipras
 

Ha avuto ragione Alexis Tsipras “la democrazia batte la paura”
Il voto di oggi ha spezzato l’assedio cui la Grecia era stata sottoposta da settimane di minacce, disinformazione e terrorismo psicologico da parte delle élite europee e dei mercati finanziari attraverso i mass media del continente.
La vittoria del No ha rotto l’embargo della democrazia ed ha dimostrato che in Europa i singoli popoli – e tutti assieme a maggiore ragione – possono spuntarla contro chi vuole imporre e praticare le politiche dell’austerità. Si rompe l’embargo che vuole affamare il popolo.
Sono le politiche praticate dagli organi dirigenti della Ue le grandi sconfitte. Sappiamo che già prima ne era chiaro il fallimento, eppure non è bastato a toglierle di torno. Il pronunciamento di economisti, di premi Nobel, di storici e finanche del Congresso Usa avevano dimostrato che il re era nudo. Ma esso continuava a restare sul trono e a comandare.
C’era bisogno di qualche cosa di più. Di un nuovo fatto democratico che respingesse esplicitamente le politiche dell’austerità dimostrando che nella coscienza di un popolo si era fatta strada un’alternativa.
Nel caso greco è quella proposta dal governo eletto a gennaio e che oggi trova un’altra importantissima legittimazione diretta.
Questa rafforza l’azione del governo greco al tavolo della trattativa che la Merkel ha voluto sospendere in attesa del risultato referendario nella speranza di creare panico e finendo invece per legittimarlo in anticipo. Con una sonora sconfitta della scelta di Renzi di appiattirsi sulle posizioni della cancelliera, contro gli stessi interessi del nostro paese.
È difficile pensare comunque che le cose ripartano semplicemente da dove erano state lasciate. C’è bisogno di un accordo sull’immediato che permetta lo sblocco degli aiuti mancanti.

È necessario – questa è la lezione che ci viene da Atene – che l’Europa nel suo complesso proceda a una ristrutturazione e a una riduzione del debito greco in primo luogo e di tutti quelli che sono cresciuti in altri paesi per colpa delle politiche di austerità.

La proposta di una Conferenza sul debito in Europa, avanzata da Syriza, torna quindi di grande attualità. È la strada per risolvere veramente il problema del debito e permettere alle economie europee di ripartire su nuove basi e con nuovi modelli di sviluppo civile e economico. È la strada per sconfigger le politiche neoliberiste che schiacciano il benessere delle persone sugli interessi della finanza.

Per questo la vittoria del No è una vittoria di tutti i popoli d’Europa.

Dopo questo voto gli oligarchi europei che hanno condotto la trattativa in modo irresponsabile devono andare a casa.

Un voto europeista democratico per portare avanti il sogno di Ventotene, di un’Europa politicamente unita su basi federali, solidale, aperta sul Mediterraneo, accogliente con i migranti, fattore di pace a livello mondiale. 


sabato 4 luglio 2015

Capricci dell'immaginario: da Che Guevara ai Navy Seals

Un mutamento antropologico o semplicemente un mutamento sociale che pone una revisione simbolica nell’immaginario individuale. 
Non è un’analisi seria, non ho dati, ma solo sensazioni evocate dalla rilettura (molto frettolosa lo ammetto) degli scritti di Comte e di Spengler, sull’evoluzione ciclica delle società umane. È un effetto che io vedo riflesso soprattutto nel cinema e nelle serie televisive. L’eroe coevo è il prototipo del militare che ha vissuto l’esperienza della guerra o il cavaliere solitario ed errante, spia o ex militare delle forze speciali, che riassume la caduta generale di senso della vita nel confronto individuale con le forze oscure del mondo, sue nemiche semplicemente perché intolleranti a qualsiasi anomalia di stampo anarco-individualista, viste come ostacolo al nuovo ordine mondiale. Un nuovo eroe romantico segnato dallo strazio dell’esperienza della guerra e dalla sofferenza rivelatrice del nonsenso della teleologia. Assistiamo all’emergere di un senso che sta tutto nell’identificazione con i simili a te nel caso dei militari – il significato della vita è contenuto unicamente nella condivisione del dolore e delle atrocità della guerra - o in un’etica universale passata al vaglio del disincanto dell’eroe solitario. 
Insomma se fino a un paio di decenni fa l’eroe era colui che anelava alla rivoluzione, guidato dalla forza rivelatrice della dottrina, e da un ideale palingenetico volto alla distruzione di una società decadente e dominata dall’interesse del ricco sul povero, adesso l’eroe è colui che accarezza il disincanto del pubblico, ma allo stesso tempo gli fornisce un substrato di potenza e di ferina volontà di sopravvivenza pur nell’assenza di valori. Siamo passati dal Che Guevara, eroe solare portatore di un ideale di riscatto e speranza, all’oscurità dell’eroe che si dimena nei suoi tormenti, ma che alla fine trova la forza in se stesso o nel motto del suo corpo di appartenenza, senza la necessità di aggrapparsi a un ideale o a un fine ultimo.

Non so se questa mia percezione dell'immaginario collettivo sia il risultato del passaggio da un'era “mitologica”, contrassegnata dalla prevalenza del mito come motore di una società giovane e in evoluzione, oppure se anche questo sia il frutto avvelenato della tanto decantata fine delle ideologie del secolo breve, o se addirittura un mutamento così radicale possa essere il risultato di una strategia premeditata (da chi?) per annientare ogni senso contrario a una società basata sullo sfruttamento e sul profitto, certo è che di giovani come quello che è andato a combattere a fianco dei curdi a Kobane non ne vedo molti (sbaglio?).

Alle volte credo che tutto questo non sia nient'altro che la pausa fra il primo e il secondo tempo.

venerdì 3 luglio 2015

Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico?

di Matteo Nucci da Minima&Moralia

Atene.
Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica.
Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue parole marcavano la prima pagina del quotidiano. Si apriva così: “Yanis Varoufakis usa meno cravatte ma più profumo della media dei ministri finanziari dell’area euro”. Perché l’inviato di Repubblica in prima pagina parla del profumo del Ministro delle Finanze ellenico (che peraltro, profumo o meno, ebbe un certo successo a Cernobbio)? Non potevo credere ai miei occhi. Ma poiché molti giornalisti sono ormai propensi alle note di colore, passai oltre. Ho dimenticato quelle parole fino a stamattina.
Sono arrivato a Atene nella notte. La città non dormiva, ma era presto per tirare le somme. Code ai bancomat. Gente impazzita. Popolazione allo stremo. Pensionati distrutti. La scelta “folle” di Tsipras di indire un referendum mi inseguiva sui titoli dei quotidiani da giorni. E siccome vengo in Grecia, amo la Grecia, studio la Grecia da più di vent’anni, non potevo crederci. Ma stamattina sono rimasto di stucco.


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Federico Fubini comincia così il suo articolo sul Corriere della Sera di oggi: “Nessuno sale più all’Acropoli. Da ieri ormai non ci salgono i turisti, i cui torpedoni sono scomparsi dai piedi della salita al tempio di Atena con l’approssimarsi dell’atto finale di questo dramma”. Intitolato “Grecia, il piano segreto di Varoufakis: una moneta parallela all’euro”, l’articolo racconta una serie di retroscena su Tsipras, Varoufakis, Syriza, Dragasakis (vice Premier moderato); e lascia intendere che Syriza è spaccata, che Tsipras è allo sbando e Varoufakis neanche a parlarne. Giocando sul filo di rimandi alla classicità di cui credo che Fubini non sappia granché, l’articolo si conclude con un’allusione al suicidio politico di Tsipras. Nulla di ciò che racconta Fubini è confermato da fonti. Può darsi che sia molto ben informato su Syriza e sulle sue dinamiche interne. Può darsi. Ho sentito persone interne a Syriza, oggi, che smentiscono drasticamente le sue ricostruzioni, ma può darsi che abbia ragione perché è possibile che le smentite non abbiano alcun valore, come è noto in questi casi.
Ci sono soltanto due dati che è possibile controllare di questo articolo. Il primo è l’Acropoli vuota che già ho citato. Il secondo eccolo: “Non c’è più tempo: i pagamenti nel Paese stanno collassando, i pensionati senza bancomat hanno diritto a ritirare non più di 120 euro ogni tre giorni e navi turistiche da 500 posti partono ormai dal Pireo per le Cicladi con 20 passeggeri a bordo.”


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E così sono sceso al centro di Atene, mi sono infilato a Monastiraki e ho percorso la stradina che costeggia l’Agorà intitolata a Adriano. Bar zeppi di turisti, bancomat solitari e senza fila, sono entrato all’Agorà e ho domandato se l’affluenza al sito fosse cambiata in questi giorni. “In nessun modo” mi hanno risposto. Forse però Fubini è salito su, nel caldo, sulla roccia dell’Acropoli. Sono uscito dall’Agorà su Apostolou Pavlou e sono arrivato alla piazzola dei torpedoni sotto l’Acropoli. Zeppa come sempre. Un pullman si è allontanato pieno e un altro ha preso il suo posto. Dove era stato Fubini? Sono salito su per la via disegnata da Dimitris Pikionis. Alle biglietterie la fila sotto il sole cocente. I Propilei affollati. Il Partenone come sempre accerchiato da turisti che scattano foto: giapponesi, francesi, italiani, inglesi, americani, greci. Non ho mai amato l’Acropoli affollata di gente. Il mio maestro, Gabriele Giannantoni, si svegliava alle sei per essere sotto il Partenone alle otto in punto, all’apertura. Sono cresciuto imparando a apprezzare il silenzio. Ma stavolta ero felice. Cosa aveva visto Fubini?
Me ne sono tornato a Monastiraki, ho preso la metro per il Pireo, l’ “elettrico” come chiamano qui il primo mezzo che percorse la capitale, un treno elettrico per metà esterno e per metà sotterraneo. Ho attraversato la strada aggirando il ponte aperto per le Olimpiadi e dall’anno scorso chiuso per lavori mai iniziati. Il porto pullulava di turisti. Due americane non sapevano nulla del “corralito” ma erano felici per non aver dovuto pagare i mezzi pubblici. Un gruppo di ragazzi se la rideva all’ombra fumando sigarette. Tutto come sempre. Ho domandato se ci fosse qualche cambiamento. Niente di rilevante, forse un lieve calo – mi hanno detto. È inizio luglio. Solo turisti. In mezzo alla settimana quasinessun greco. Forse qualcuno ha deciso di rinunciare? Difficile dirlo. Lo sanno gli albergatori.


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Forse Federico Fubini è salito all’alba all’Acropoli e poi al Pireo ha trovato una nave che partiva con venti passeggeri a bordo? Ne dubito. Se anche fosse, non è questa la norma nei giorni più importanti in cui un referendum decisivo è alle porte. Le sue informazioni non raccontano la realtà. Come ci si può fidare di lui sui retroscena politici, se gli unici fatti che ha raccontato non sono reali?
Il mio mestiere non è quello del giornalista. Ma quando scrivo reportage dai paesi in cui viaggio, la regola è quella che mi hanno insegnato: raccontare ciò che vedo, domandare, controllare i dati. Si tratta della regola più importante per chiunque abbia la possibilità di essere letto anche solo da pochi lettori avidi di informazioni. Figurarsi su questioni di così grande importanza e su quotidiani letti da migliaia di persone. Così, sull’Acropoli ho tirato fuori il mio tesserino di pubblicista e ho scattato foto alla folla così come davanti ai bancomat solitari e vuoti e davanti al porto brulicante di viaggiatori.

Poi me ne sono andato a pranzo con una reporter che da anni racconta la Grecia per un grande quotidiano straniero. Abbiamo parlato, mi ha raccontato. Viene in Grecia e parla greco da una trentina di anni. Conosce il popolo e i suoi politici. La grandezza e la miseria greche. La tragedia. Il radicalismo. L’intelligenza. La predisposizione al dibattito. Eravamo in una taverna. Si sono uniti due greci a discutere di politica. Abbiamo chiacchierato fino alle quattro. Non so se lei scriverà di quel che abbiamo vissuto oggi a pranzo. So che a me piacerebbe se i lettori italiani potessero leggere i suoi magnifici articoli.

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In Grecia, in questi giorni, si decidono molte cose. Per il Paese e per l’Europa stessa. La campagna mediatica ha raggiunto qui proporzioni inaudite. Si sa bene quanto le tv private che dominano il panorama informativo greco siano tutte senza esclusione da una parte. L’informazione europea potrebbe mostrare un’altra via, una via se non imparziale (ché l’imparzialità è un’utopia), ma perlomeno documentata e il più possibile fedele alla realtà. È sconcertante dover ammettere il contrario.