Visualizzazione post con etichetta Il Manifesto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il Manifesto. Mostra tutti i post

venerdì 4 settembre 2015

Il ricatto

Non condivido lo spirito di fondo di questo articolo, che ritengo intrinsecamente razzista, ma ritengo che l'accento posto sull'ipocrisia dei media e della politica sollevi il velo di ipocrisia che  sta caratterizzando la vicenda migranti. Quello che accade non è il frutto di eventi naturali o di piaghe bibliche, è la solita vecchia logica del dominio che produce guerre e drammi umani infiniti. Questo i compagni del Manifesto dovrebbero gridarlo forte

di Maurizio Blondet da maurizioblondet.it

Quando il Corriere, La Stampa, e Il Manifesto pubblicano la stessa foto in prima pagina , il lettore avvertito capisce che è in corso un’operazione. Non che la foto non sia straziante; deve esserlo. Il Manifesto quasi ha scoperto il gioco col suo titolo rivoltante, cinico : “Niente Asilo”. Una battuta ‘di spirito’  – chissà che risate –  sul corpicino, venuta sù come vomito dal peggior rigurgito romanesco, dimostra che i compagni del Manifesto, quando l’hanno escogitata e trovata buona, non stavano pensando al piccolo Aylan, o come si chiamava; stavano pensando a Salvini. E come con quella foto lo stavano inc***do.
Perché quello è il motivo della foto, dell’operazione:  stroncare ogni obiezione politica e razionale sulla “accoglienza senza limiti”, ogni ragionamento sul perché e sul come. E mobilitare il sentimentalismo della massa che vive nell’irrealtà (quella che su Facebook si scambia immagini di gattini), orripilarla, farla reagire di fronte a questa intrusione della realtà: “Bisogna fare qualcosa! Subito! Accoglierli!”.
Il più untuoso è stato il direttore de La Stampa, Mario Calabresi. Ha postato la foto con un commento in cui raccontava come si è macerato ed ha sofferto: non voleva pubblicarla, troppo cruda; poi “Ho cambiato idea…E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza”.
Il suo commento è piaciuto alla cosca di RaiTre, che l’ha chiamato, il Calabresi, a lacrimare sulla necessità di accogliere. Ebbene: in un’ora, il direttore di uno dei maggiori giornali italiani, esperto di politica estera e americana, è riuscita a non dire chi sono i responsabili della tragedia che si è rovesciata sul popolo siriano. E’ riuscito a non pronunciare mai la parola “Stati Uniti”, a non dire che i terroristi in guerra contro Assad sono alimentati dai sauditi, addestrati dagli
americani, e sostenuti dalla Turchia, e i feriti dell’ISIS, sono curati negli ospedali israeliani.
Una disinformazione disonorevole, ma evidentemente Calabresi  fa’ il suo lavoro per queste operazioni. Perché il pubblico avvertito – ma non quello di Facebook – deve capire che foto atroci arrivano ogni giorno ai giornali, dalla Siria: impiccati, decapitati dai “ribelli anti-Assad”.
Quelle non si pubblicano, si ha rispetto del vostro stomaco, vi si lascia ad intenerirvi coi gattini. “Non le possiamo pubblicare”, ha sempre ripetuto Calabresi.
Dunque, il pubblico avvertito deve intuire che, se “questa” l’hanno pubblicata, è per suscitare un effetto. Un effetto psichico collettivo, su di voi. Convincervi che “la politica deve fare qualcosa, subito”.
E infatti la politica, sulla spinta della vostra emozione sapientemente provocata, “farà qualcosa”. Era già pronta a fare qualcosa, fra poche settimane il problema dei profughi sarà affrontato all’ONU…era tutto previsto. Ci mancava la foto che vi avrebbe fatto accettare quel che hanno già deciso.
Perché non dovete credere che Calabresi abbia il cuore tenero verso tutti i bambini.
Ha scelto di “non” pubblicare la foto che vedete qui:


Un bambino di 5 anni, Raed Mohammed Sari, ucciso mentre giocava sulla spiaggia di Gaza da un aereo israeliano, senza motivo alcuno, il 16 luglio del 2014.

Come sapete, ce ne sono a dozzine di foto così da Gaza. Calabresi ha scelto di “non” pubblicarle. Per non farvi reagire all’orrore che Israele sta commettendo a Gaza, per non farvi gridare, di pancia, che “bisogna fare qualcosa”. 

images



Gaza child 2011

Dunque, se Calabresi, e quelli del Manifesto dalla battuta odiosa, e quelli del Corriere, hanno “scelto”, questa volta, di pubblicare quella foto, è perché vogliono esercitare il ricatto morale contro di voi.
Non vi dicono che cosa davvero succedere alla povera Siria, da cosa fuggono i siriani. La rete tedesca Deutsche Welle ha mostrato centinaia di camion carichi di materiali per l’ISIS in attesa, in lunga fila, nel posto di frontiera turco di Oncupinar, per poi scaricare i loro rifornimenti al Califfato; basterebbe che la Turchia fosse obbligata a smettere questo traffico, e la guerra finirebbe. Time Magazine ha raccontato in un reportage come equalmente Tal Abyad, la cittadina siriana di confine con la Turchia, era vitale per i rifornimenti dell’ISIS, e come la perdita di questa cittadina attaccata dai curdi avrebbe ridotto drasticamente la capacità combattiva dei decapitatori. Era giugno, e la AP vantava che i curdi avanzavano grazie agli intensi bombardamenti americani contro le posizioni del Califfato… quando per gli Usa, che hanno la base ad Incirlik in Turchia, non fanno nulla per tagliare le linee di rifornimento che dalla Turchia partono per il Califfo, sul confine dove operano commandos Usa e gente della Cia.
Le forze curde e quelle di Assad stanno sforzandosi entrambe di tagliare le linee di rifornimento del nemico. Ma sono entrambe limitate da una “zona di sicurezza” che gli Stati Uniti e i suoi alleati regionali hanno creato in territorio siriano alla frontiera, e che continuano ad allargare; quando l’armata siriana ha provato ad attaccare, l’aviazione turca e quella israeliana hanno aggredito le forze siriane, evidentemente per difendere questi “santuari” creati allo scopo di proteggere i terroristi jihadisti.
Gli Usa potrebbero eliminare l’ISIS in un mese – tagliando i rifornimenti – senza nemmeno entrare con alcuna truppa in territorio siriano. I profughi siriani tornerebbero a casa loro, l’orrore finirebbe…è vero, noi italiani resteremmo con il problema degli africani che non fuggono da nessuna guerra, i cui paesi sono in tumultuoso sviluppo – ma almeno Calabresi avrebbe finalmente fatto qualcosa per la pace – se avessero detto quel che continuano a tacere. I nomi dei colpevoli, e l’appello a “fare qualcosa”. 

giovedì 14 agosto 2014

Il Manifesto. Uno spettro si aggira per l'Italia



Ogni tanto mi guardo indietro e ripenso a quando compravo "il Manifesto" e mi chiedo perché ho smesso di comprarlo. La risposta non è semplice, ma credo che abbia molto a che vedere con la frustrazione. Tutta la gioventù passata dietro l'illusione della rivoluzione e a credersi meglio dei tuoi compagni del gruppuscolo affianco, accusato delle peggiori nefandezze e delle peggiori infrazioni alla teologia ufficiale, santificata dal messia di turno o da una personale esegesi dei libri sacri. Alla fine capisci che tutti sti gruppuscoli altro non sono che la proiezione pubblica della frantumazione del tuo cervello e allora la frustrazione si impadronisce di te e quando a distanza di anni ci ripensi devi dare la colpa a qualcuno come il Manifesto che magari non c'entra nulla. Insomma orfano del tuo gruppo vorresti continuare a essere comunista, ma non capisci più come fare e a quale santo votarti. Poi quando è venuto il tempo dei vari Deleuze, Guattarì, Foucalt, Lacan e compagnia, una liberazione. Grazie Manifesto per avergli dato così tanto spazio. Via i vecchi arnesi arrugginiti del marxismo alla Pcml e finalmente il cuore si apre ad un linguaggio tanto più assurdo e incomprensibile, quanto portatore di verità, se solo si riuscisse a capire qual'è il cifrario giusto per decodificarlo. Ma l'entusiasmo dura poco, perché quando parli con la gente la mercato o con gli emarginati di ogni colore e nazionalità, capisci che con Deleuze non ci fai una mazza. Ecco questo è il momento che la frustrazione ti porta ad un gesto estremo, liberatorio, mandi a quel paese il Manifesto padre che ti ha creato o se preferite il Manifesto madre, ti emancipi e prendi il volo senza sapere dove andare, ma rinfrancato dall'assenza di concetti inutili.

Oggi mi trovo a domandarmi se il Manifesto farà prima o poi qualcosa di utile (il Fatto promuove campagne da centinai di migliaia di firme e almeno serve a qualcosa), ma quando ti imbatti in tipa velenosa e urticante come Ida Dominijanni, che ancora da retta a tipi come Massimo Recalcati, capisci perché hai lasciato il Manifesto e quasi rimpiangi Valentino Parlato e Rossana Rossanda. Essere “un giornale, un giornale, un giornale” non necessariamente è un merito, forse è solo un limite, anche cognitivo, e se poi non indichi una strada e ti perdi dietro gli ondeggiamenti di SEL, allora che ti seguo a fare?

Scusa Manifesto, in fondo siete delle brave persone e vi sono anche affezionato, ma perché da quando non vi compro più mi sento meno frustrato?

lunedì 20 agosto 2012

Schizofrenie manifeste


Il Manifesto è schizofrenico. In un magnifico editoriale Norma Rangeri ci ricorda, dopo giorni di assordante silenzio, che i giudici di Palermo sono sotto attacco di media e partiti, con poche eccezioni,  a causa delle loro assurda pretesa di voler fare il loro mestiere e di andare fino in fondo sulla trattativa stato mafia, aggiungendo che nemmeno da sinistra o dalle parti del sindacato si è levata una voce chiara a favore dei magistrati palermitani. Probabilmente il Manifesto si è dimesso dalla sinistra a sua insaputa  o  forse la direttrice del giornale comunista non legge nemmeno il suo stesso giornale,  visto che anche loro si sono comportati come tutti gli altri, tacendo o parlando a sproposito come Valentino Parlato.

La chicca migliore però ce la offre un tale Alfio Mastropaolo, nella sua acuta analisi politica, che prima attacca Di Pietro dicendo che si comporta come un Gasparri qualunque, quando invece di porgere il petto patriotticamente alla bordate di Napolitano gli risponde per le rime, smontando le sue pretese di immunità concepite  sulla base del codice di Annurabi,  e poi elogia Vendola per essersi  “riposizionato in modo saggio”, senza cedere a manie suicide anti Pd,  al quale anzi porta in dote il suo bel pacchetto di voti. Il nostro si produce in una lunga e illuminante analisi sul Risiko della politica italiana, lasciandoci a bocca aperta per le su doti di preveggenza e di profondità di pensiero,  espresse  con  giudizi trancianti e di rara lucidità. Il geniale pensatore della Domenica dimentica stranamente di dire che Bersani e Vendola si sono deliberatamente collocati in un campo del tutto avverso a quello delle sinistra, almeno a stando alle vecchie definizioni "novecentesche", demolendo sistematicamente tutte le conquiste sociali e lavorative degli ultimi anni, di comune intesa con la banda Monti tutta, Casini e Pdl compresi, e bastonando la gente che lavora. Le loro bassezze e la loro mediocrità, queste si che rendono ancora attuale il pericolo Berlusconi, che potrebbe essere persino  considerato una valida alternativa a un governo tecnico, così zelante nello svuotare  sobriamente  le tasche di chi lavora.

Forse questa il Manifesto la chiama dialettica, ma io la chiamerei follia, da TSO.

martedì 14 agosto 2012

Il Manifesto del silenzio

Continua il silenzio del mio ex giornale sulle raccolta firme in favore dei magistrati di Palermo, promossa dal Fattto Quotidiano. Il Manifesto tace. Sarà una questione di concorrenza? Forse il corazziere Valentino Parlato non vuole favorire un giornale concorrente, visto con un certo fastidio, causa la pruderie giustizialista di Travaglio e company e la loro “oggettiva” collocazione nel campo delle destre, dato che il pragmatismo stile british è roba borghese, ed è pur sempre il paravento di una falsa neutralità, quando non è lo strumento più o meno consapevole del populismo. A voler essere molto maliziosi si direbbe però più un malinteso realismo della politica. Stanno con Napolitano perché nelle loro infinita mediocrità si credono talmente presuntuosi da credere che l'unico modo di evitare la disgregazione sociale e istituzionale è affidarsi nelle mani del peggior presidente della storia italiana, assurto al ruolo di massimo fautore dell'ordine sociale, minacciato dall'antipolitica e da spinte irrazionaliste. Vogliamo forse tornare ad uno stato di natura caratterizzato della guerra permanente? Per carità no, mettiamoci la corazza e stringiamoci attorno all'ex stalinista, poi craxiano, poi mercatista giudizioso, attento a fare i conti della spesa, e a fustigare la eccessiva esuberanza italica, specie quella di chi lavora.
Ovviamente le mie sono solo dissertazioni agostane e illazioni di poco conto, ma il fatto in sé nella sua accecante omissione resta: nessun appoggio ai magistrati di Palermo e né una riga sugli attacchi a loro rivolti. E dire che di trattativa stato-mafia sono stati i primi a parlarne quelli del Manifesto.
Ad ogni modo si capisce perché siano e restino quelli del “è un giornale, un giornale, un giornale”, per altro fallito. Perché sono dei mediocri e basta e forse anche un po' ipocriti, ipocriti, ipocriti.

mercoledì 6 giugno 2012

APPELLO PER UN’EUROPA DEMOCRATICA. Sosteniamo la sinistra radicale greca – Etienne Balibar, Rossana Rossanda, Michel Vakaloulis


da soggettopoliticonuovo
 
Tutti sanno che, nell’evolversi degli avvenimenti che in tre anni hanno spinto la Grecia nell’abisso, le responsabilità dei partiti al potere dal 1974 sono schiaccianti. Nuova Democrazia e Pasok hanno perpetuato corruzione e privilegi, ne hanno beneficiato e fatto ampiamente beneficiare fornitori e creditori della Grecia, mentre le istituzioni comunitarie guardavano altrove. Potremmo stupirci del fatto che la Ue o l’Fmi, trasformati in baluardi di virtù e di rigore, si impegnino a riportare al potere questi stessi partiti che non hanno più nessun credito, denunciando il «pericolo rosso» incarnato da Syriza, minacciando di tagliare i viveri se le elezioni del 17 giugno confermeranno il rigetto del Memorandum come il 6 maggio scorso.
Non soltanto questa ingerenza è in flagrante contraddizione con le regole democratiche più elementari, ma le sue conseguenze sarebbero drammatiche per il nostro avvenire comune. Ci sarebbe una ragione sufficiente per rifiutare, in quanto cittadini europei, di lasciar soffocare la volontà del popolo greco. Ma la situazione è ancora più grave. Da due anni i dirigenti dell’Unione europea, in stretta concertazione con l’Fmi, lavorano per spossessare il popolo greco della sovranità. Con il pretesto del risanamento delle finanze pubbliche e di modernizzare l’economia impongono un’austerità che soffoca l’attività economica, riduce alla miseria la maggioranza della popolazione, smantella il diritto del lavoro. Questo programma di risanamento sul modello neoliberista sfocia nella liquidazione dell’apparato produttivo e nella disoccupazione di massa. Per imporlo, c’è stato bisogno addirittura di uno stato d’emergenza senza equivalenti in Europa occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale: il bilancio dello Stato è dettato dalla troika, il parlamento greco è ridotto a una camera di registrazione, la Costituzione più volte aggirata. La decadenza del principio di sovranità popolare va di pari passo con l’umiliazione di un intero paese. In Grecia è stato toccato il fondo, ma questa deriva non riguarda solo la Grecia. Sono tutti i popoli delle nazioni che la costituiscono ad essere considerati dall’Unione europea alla stregua di entità trascurabili, quando si tratta di imporre un’austerità contraria ad ogni razionalità economica, di combinare gli interventi dell’Fmi e della Bce a favore del sistema bancario, o di imporre dei governi di tecnocrati non eletti.
I risultati del 6 maggio scorso non lasciano nessun dubbio sul rigetto massiccio della politica imposta dalla troika. Di fronte alla prospettiva di una vittoria di Syriza è stata scatenata una campagna di disinformazione e di intimidazione sia all’interno del paese che a livello europeo. Questa campagna mira ad escludere Syriza dal contesto degli interlocutori politici degni di fiducia. Tutti i mezzi sono buoni per squalificarla, a cominciare dall’etichetta di «estremista» che gli è stata appiccicata e dal parallelismo che viene fatto con i neo-nazisti di Alba dorata. A Syriza sono state addebitate tutte le tare: imbroglio e doppio linguaggio, irresponsabilità e infantilismo rivendicativo. Stando a questa propaganda odiosa, Syriza metterebbe in pericolo le libertà, l’economia mondiale e la costruzione europea. La responsabilità congiunta degli elettori greci e dei nostri dirigenti sarebbe di sbarrargli la strada. Brandendo la minaccia di un’esclusione dall’euro e di altri ricatti economici, si sta organizzando una manipolazione del voto popolare.
Noi, firmatari di questo testo, non possiamo tacere di fronte a questo tentativo di spossessare un popolo europeo della propria sovranità. Bisogna che cessino immediatamente sia la campagna di stigmatizzazione di Syriza sia i ricatti relativi all’esclusione dall’eurozona. Tocca al popolo greco decidere del proprio destino, respingendo ogni diktat. Lo affermiamo a nostra volta: è tempo che l’Europa capisca il segnale inviato da Atene il 6 maggio scorso. È ora di abbandonare una politica che porta alla rovina la società e mette i popoli sotto tutela con lo scopo di salvare le banche. È urgente mettere un termine alla deriva suicida di una costruzione politica ed economica che affida il governo agli esperti e istituisce l’onnipotenza degli operatori finanziari. Ci vuole un’Europa che sia opera dei propri cittadini, al servizio dei loro interessi.
In ogni paese due Europe, politicamente e moralmente antitetiche, si affrontano: quella che mira a spossessare gli esseri umani a vantaggio dei banchieri e quella che afferma il diritto a una vita degna di essere vissuta e si dà collettivamente i mezzi per realizzarlo. Ciò che vogliamo quindi con gli elettori, i militanti e i dirigenti di Syriza non è la scomparsa dell’Europa ma la sua rifondazione. È l’ultraliberismo che favorisce la crescita dei nazionalismi e dell’estrema destra. I veri salvatori dell’idea europea sono i partigiani dell’apertura e della partecipazione dei cittadini, i difensori di un’Europa dove la sovranità popolare non è abolita ma estesa e condivisa. Ad Atene è in gioco l’avvenire della democrazia in Europa e dell’Europa stessa. Per una sorprendente ironia della storia, i greci impoveriti e stigmatizzati si ritrovano in prima linea nella nostra lotta per l’avvenire comune. Ascoltiamoli, sosteniamoli, difendiamoli! *tutte le firme su www.left.gr

Fonte: Il Manifesto 06/06/2012 


venerdì 11 maggio 2012

E noi? Rossana Rossanda (Il Manifesto)


Rossana Rossanda da soggettopoliticonuovo
 
Non credo di essere caduta in stato ipnotico davanti al successo di François Hollande, come sospetta il nostro gentile collaboratore e compagno Joseph Halevi (il manifesto di ieri), se mai sono influenzata, anzi terrorizzata, dalla catalessi della sinistra italiana. Per cui tendo ad apprezzare chiunque tenti di svincolarsi dalle politiche di rigore dell’Europa, delle quali la Germania è il più feroce guardiano malgrado l’opinione più che dubitosa non solo dei Krugman e degli Stiglitz ma, ormai, anche degli europeisti della prima ora, come Delors o Prodi o Amato.
D’altra parte non ritengo, come ha finto di fare Sarkozy per due mesi, che la misura dei due programmi sia essenzialmente contabile – non foss’altro che per l’impossibilità di calcolare realmente le spese finché i tassi di sconto con i quali ogni paese acquista valuta non saranno regolati e/o la Bce non potrà prestare agli stati ai tassi assai bassi con cui presta alle banche. I punti di svolta con i quali Hollande s’è conquistato faticosamente la vittoria sono tre; uno, la trattativa sul fiscal compact – grimaldello sul quale Angela Merkel dovrà vedersela al suo parlamento con tutta la Spd, e dal quale dipenderà anche la riforma fiscale che Hollande, ed altri, si ripropongono; due, il primato all’occupazione giovanile (mentre potrà accedere alla pensione a 60 anni chi avrà quarantun anni di contributi); tre, il voto a tutti gli immigrati in tutte le assemblee locali. Su questi tre punti si sono scontrati la destra rigorista, liberale e identitaria e le sinistre di Hollande e Mélenchon.
Quel che mi preme è la paralisi italiana. Il risultato delle elezioni parziali è disperante. Berlusconi e la Lega sono andati in pezzi ma le sinistre e il vantato centro non ne hanno tratto un voto di più, l’astensionismo e il qualunquismo essendosi spartite le spoglie dei perdenti. Il voto antidestra s’è frammentato in almeno sette o otto sigle. A distanza di quattro giorni, non si vede una reazione del Pd che non sia la tentazione di ripararsi dietro alla sciagurata legge elettorale detta porcellum, tanta è la distanza dalla sensibilità, per non dire il furore del paese. E noi? Per Luigi Pintor il giornale non era un bollettino che descriveva britannicamente gli errori od omissioni altrui, era una forma della politica – avanzava le sue analisi e proposte, si esponeva, stimolava. Dovevamo essere protagonisti del “che fare”. Qualche settimana fa mi è parso di capire che la direzione fosse incline ad appoggiare la proposta all’assemblea fiorentina sui Beni comuni, cui ho avanzato le mie obiezioni ed è stata ripresa sulle nostre pagine specialmente da Paul Ginsborg, sottolineandone il carattere metodologico. Che, appunto, consideravo insufficiente. Non credo che ci sia stata una decisione, ma nemmeno una discussione collettiva di chi fa il giornale, quindi il manifesto come tale non avanza né un’analisi di quel che ci presentano le elezioni, né una proposta su quel che – siamo senza poteri ma non senza convinzioni – andrebbe fatto. Di qui a dodici mesi si vota anche in Italia, la campagna elettorale si aprirà in autunno e già prima si discuterà del bilancio, che è ormai la sola sede di discussione programmatica su cui disputano indirettamente le Camere. Camere che si sono impegnate in questi mesi soprattutto nel disfare pezzi della Costituzione. In queste camere oggi il Pdl appare mortalmente ferito e la Lega idem, in difficoltà il centro e la sinistra. Non si dovrebbe ritenere chiuso l’esperimento di Mario Monti, visto che lo sostengono partiti o malmessi o in agonia? In presenza d’una evidente crisi di fiducia dell’elettorato? Una interruzione degli espedienti “tecnici” e il tuffo nelle elezioni anticipate non sarebbe sicuro e confortevole per nessuno, ma almeno darebbe una misura non artefatta dello stato e dei bisogni degli italiani sulla cui base ripartire.
E non al buio. Le forze politiche debbono avere le loro proposte o assumere in proprio la responsabilità di quelle dei “tecnici”. Deve uscire dalle battute e dal silenzio il Pd. Deve farlo la sinistra rimasta fuori del parlamento. A una elezione si avanzano proposte precise di breve e medio termine, tanto più urgenti in una situazione critica come quella italiana. Esistono alcune elaborazioni dei movimenti, che sarebbe l’ora di finire di esaltare o contrastare in forma generica, esaminando o contrapponendo argomento ad argomento. Fra queste una è quella della assemblea sui beni comuni, che si fonda su un’assai vasta consultazione dalla quale trarre un programma. Un’altra sarebbe la traduzione, per così dire, in italiano della “Rotta” delineata per l’Europa da Sbilanciamoci, cui il manifesto ha dato ampia ospitalità. Un altro itinerario è suggerito dai Comitati Dossetti, con particolare riferimento al nostro manomesso sistema politico. Potrebbe essere precisata l’elaborazione verde. E altri che non nomino. Tanto meglio se qualche sinistra le accoglierà, ma un programma meno vago di quello che si sottintende finora le sinistre lo debbono avere se non vogliono entrare in agonia.
E pur nelle difficoltà grandi in cui si trova il manifesto deve, a mio avviso, impegnarsi in questo compito, con determinazione e assieme con la libertà di parola che ci ha da sempre distinto. Credo che lo dobbiamo anche ai molti compagni e amici che ci hanno messo non in salvo ma in una situazione un poco migliore di quella sulla quale è cominciata la procedura di liquidazione coatta, del cui lavoro sarebbe utile avere maggiore informazione e comunicarla a coloro che ci aiutano. Ma senza un impegno politico di più vasto respiro neppure varrebbe la pena di sopravvivere. Il tempo che abbiamo davanti è poco, gli interlocutori molti. La mia idea è di partire subito. Se possibile meglio di Hollande e Melenchon – si tranquillizzi Joseph Halevi – ma certo non meno di loro. Si può.


martedì 24 aprile 2012

La finanza spiegata ai gatti

Un piccolo ripasso non guasta
 
da Il Manifesto
 
Tra tutti i problemi che porta la crisi economica, c’è pure quello della lettura dei giornali. Quotidiani, settimanali e persino i siti internet sono ormai invasi da termini e concetti inafferrabili, propri di un linguaggio tecnico, quello dell’economia e in particolare della finanza. Mondo distante dalla testa (e dal cuore) della maggior parte delle persone, ma vicinissimo ai loro portafogli. Se la previsione di tracolli e Armageddon neanche tanto lontani provoca comprensibile ansia, non aiuta il fatto di non capirci un’acca quando cerchiamo di fare il punto, di mettere in fila le informazioni, di strutturare le nostre conoscenze. E’ anche attraverso questo tecnicismo che la finanza divora i nostri risparmi. E che banche e governi sciorinano “soluzioni” , ad armi impari.
I giornalisti, da parte loro, un po’ sono costretti a utilizzare quel linguaggio, e un po’ si fanno prendere dal “gioco” dimenticando i loro lettori.

Allora, visto che siamo arrivati alla resa dei conti, è ora di vederci chiaro. Contro i pescecani della finanza, schieriamo la gatta Savana. Sui giornali si è sempre rifatta le unghie, ma di fronte a certi titoloni appare perplessa. Le piace tenere tutto sotto controllo, ed è diffidente di natura. Chi l’ha detto che la finanza non è a misura di gatto? Guidata da esperti di economia di rango – tutti amanti dei gatti, va da sé  – Savana riuscirà a godersi di nuovo i suoi giornali.

Avviso ai pescecani: quando si arrabbia, graffia.


Il manifesto 24 luglio pag. 9

“I portavoce dell’hedge fund Paul Johnson hanno preferito non commentare la notizia di grossi guadagni realizzati giocando sul debito sovrano greco. Non commentare è la prassi per qualsiasi hedge fund. (…)La finanza delle scommesse è oggi cosi redditizia che Citygroup – una delle banche che ha ricevuto oltre 45 miliardi di dollari da Obama per il proprio salvataggio – ha infranto tutte le regole pur di restare nel mercato piu lucrativo. Per avere il prestito bisognava rinunciare ad entrare nel mercato dei derivati con i propri soldi per non rischiare il capitale. Citygroup non l’ha fatto e alle autorità ha risposto che solo facendo cosi avrebbe potuto restituire il prestito.”
Spiega Antonio Tricarico
Cos’è un hedge fund?

Innanzitutto gli hedge fund sono delle società (degli strumenti finanziari gestiti da società di risparmio)*, di cui peraltro la stragrande maggioranza è registrata nei paradisi fiscali. Un hedge fund è un fondo altamente speculativo (una precisazione: qualsiasi investimento sui mercati finanziari tende ad essere speculativo, tende cioè a prevedere una certa situazione del mercato con l’obiettivo di avere ritorni molto superiori ).  Questi fondi si basano su questo principio: sul mercato finanziario tendono a fare investimenti a lungo termine, e usano questa “esposizione debitoria” per fare successivi investimenti a breve termine e molto più rischiosi generando così capitale. Per fare un esempio: un hedge fund decide di prendere in prestito grosse somme di mercato attraverso una banca e con questi soldi (che in realtà sono un debito) opera sui mercati finanziari in modo spericolato, investendo su titoli a breve termine e molto rischiosi, ma che proprio perché sono rischiosi danno molti interessi e molti ritorni che vengono incassati in poco tempo. Questo tipo di comportamento sui mercati finanziari può essere considerato “piratesco” per due motivi: gli investimenti a breve termine  vengono fattei con vere e proprie scommesse e senza avere tutti i soldi a disposizione. Si può impegnare anche solo un 5% della somma necessaria e incassare anche il 30 o il 40% di profitto. Il secondo motivo è che questi tipi di titoli – molto rischiosi – sono legati a situazioni svantaggiose (altrimenti non avrebbero grossi ritorni). Quindi gli hedge fund tendono a scommettere sui default dei paesi, sui fallimenti di società e così via. Gli hedge fund in genere non sono collegati al sistema bancario, anche se alcune banche stanno mettendo in piedi i loro fondi speculativi.
Cosa sono i derivati?
I derivati sono dei contratti, in origine sono nati come una forma di contratti assicurativi. Questi pezzi di carta hanno un valore di per sé, che si basa su un “bene sottostante”,  che può essere una quantità fisica – grano, petrolio – o delle azioni. Il valore dei derivati deriva dal fatto che si scommette sul prezzo futuro o sui comportamenti finanziari di quel “bene sottostante”. Un esempio: A e B stipulano un derivato in cui A si impegna a comprare entro dieci giorni da B una tonnellata di petrolio. Poniamo che al momento della stipula una tonnellata di petrolio costi 100. Il derivato scommette che entro dieci giorni il prezzo sarà calato a 90. Il problema e’ che oggi la stragrande maggioranza di questi contratti sono utilizzati da puri attori finanziari che non producono nulla.  Avendo un valore in sé il contratto cosa succede? Se grandi moli di capitali oggi siglano 1 milione di contratti derivati,  per un valore di non si sa quanti miliardi di dollari, e scommettono che una tonnellata di petrolio tra dieci giorni costerà 90 anziché 100 si verifica una spinta talmente forte da diventare reale, e il mercato del petrolio si adeguerà a quel prezzo. E’ quella che si chiama finanziarizzazione. Oggi i più grandi trader energetici, cioè i soggetti che spostano le petroliere, non sono più le multinazionali del petrolio ma grosse banche di affari. C’è dunque una commistione pericolosa e inquinante: è chiaro che chi sta scommettendo sul prezzo del petrolio in realtà sa quando quella petroliera arriverà in porto, a quali condizioni. Dunque tutto il “gioco” è truccato. Inoltre la stragrande maggioranza di questi derivati non vengono neanche registrati dalle borse valori. Sono contratti e scommesse che vengono giocati su mercat non regolamentari  (in gergo otc – over the counter).
*In neretto trovate delle specificazioni che abbiamo inserito dopo alcune osservazioni di un lettore, che trovate nei commenti.


mercoledì 18 aprile 2012

In pensione a 67 anni? "E' una eutanasia di massa"

Le misure volute da Fornero condannano i ferrovieri a un futuro di miseria. Senza considerare che si tratta di un lavoro usurante (aspettativa di vita: 65 anni). Sciopero di 24 ore, tra venerdì e domenica
 
da Il Manifesto


 
Sentir parlare tranquillamente di «eutanasia di massa» in un'assemblea di lavoratori fa un po' impressione. Se poi si scopre che i presenti stanno parlando di se stessi nel prossimo futuro, il salto di qualità è assicurato.
Ma questi sono ferrovieri, molti i macchinisti. Con la morte fanno i conti ogni giorno e sono abituati a parlarne a voce bassa. Il pericolo di «eutanasia», questa volta, non è legato solo alla durezza del loro lavoro, ma all'intreccio perverso tra riforma delle pensioni e cancellazione art. 18, in votazione al Senato. E non stanno esagerando.
Partiamo dalle pensioni. Ai ferrovieri è stato tolto nel 2000 il «fondo pensioni esclusivo» istituito addirittura nel 1908, integrandolo come «fondo speciale» nell'Inps e stabilendo invece un regime «ordinario» per i neo assunti. Nel 2010 il «semplificatore» Roberto Calderoli cancellò anche quel residuo «privilegio» come legge, lasciando la possibilità di far sopravvivere le agevolazioni pensionistiche solo per via contrattuale. Ora è arrivata «Terminator» Fornero, equiparando i ferrovieri a qualsiasi altro lavoro. E quindi in pensione e 67 anni.
Fino al 31 dicembre potevano andarci a 58, almeno i macchinisti e diverse altra figure particolari. Ohibò, che ci sarà di male, potrebbero dire ai piani alti di Confindustria...
Diciamo intanto che l'aspettativa di vita media di un macchinista è di 65 anni. In teoria, dunque, nessuno di loro arriverà più vivo alla pensione (pagando inutilmente contributi per una vita). In secondo luogo, quel limite di 58 anni è stato fissato a suo tempo seguendo la logica delle visite mediche periodiche, cui ognuno di loro viene sottoposto (con una frequenza di ogni 5 anni in gioventù, che diventa annuale dopo i 50). Si sa da sempre, insomma, che sono ben pochi quelli che risultano ancora «idonei» a 58 anni. E del resto, immaginatevi di stare voi su un Frecciarossa lanciato a 300 all'ora con alla guida un solo macchinista 66enne... Oppure pensate a un manovratore che «fa i ganci» a quell'età (i manovratori sono quelli che letteralmente si buttano sotto il treno per attaccare una carrozza all'altra). O a un addetto alla manutenzione che percorre gli «stradelli» ai lati dei binari.
Il lavoro dei ferrovieri era ritenuto fino a pochi mesi fa così dannoso da non esser compreso neppure nella categoria dei lavori usuranti. Del resto: fanno turni notturni e orari altamente irregolari, stanno a lungo in galleria, sono sottoposti a campi magnetici potenti (fino a 30 microtesla sulle linee Tav, anche se «discontinui», quando il limite di legge è 0,2), trasportano passeggeri, ecc. Dopo 15-20 anni presentano in genere problemi alla vista e all'udito; dopo 20-25, intorno all'80% presenta problemi a colonna vertebrale, soffrono di disfunzioni delle pressione, colesterolo, ecc.
Insomma: qualsiasi sia l'età pensionabile formale (superiore alle stesse aspettative di vita), quasi nessuno ci potrà arrivare come adatto alla mansione. Ma che cosa faranno, una volta dichiarati «inidonei»? Finché erano pochi, e per poco tempo, potevano facilmente esser ricollocati in azienda (biglietterie, ecc). Ma se saranno decine di migliaia e per quasi un decennio? Davvero Mauro Moretti - l'altro «Terminator» di questa storia - pagherà loro uno stipendio?
Qui arriva il combinato disposto delle modifiche all'art. 18. Qualsiasi azienda, a quel punto (sia Fs che la neonata Ntv di Montezemolo e Della Valle) troverà logico licenziarli «per motivi economici». Ma fuori del settore ferroviario (il discorso vale comunque anche per il trasporto pubblico locale, che presenta problemi molto simili), chi mai potrà offrire un impiego a un personale così specializzato e - ricordiamolo - più vicino al fine vita che alla pensione? Come per gli esodati «esodati», ma su un periodo ancora più lungo; questa è davvero una condanna alla fame.
Naturalmente, per quanto molto calmi, i ferrovieri non sono affatto d'accordo. Scioperano per 24 ore subito: dalle 21 di venerdì sera i treni merci, dalle 21 di sabato il settore passeggeri. Ci sono anche ragioni contrattuali, nella piattaforma, ma il tema delle pensioni è divento centrale. Mancheranno Cgil, Cisl e Uil, saranno sostenuti sono dalle sigle conflittuali (Orsa, Usb, Cub). Ma anche a questo, negli anni, hanno fatto l'abitudine.

martedì 17 aprile 2012

Lavoro e beni comuni Che ne dite?

Finalmente qualcosa di meno fumoso...

Alberto Lucarelli e Ugo Mattei da soggettopoliticonuovo

Proviamo a dare qualche contenuto concreto alla discussione sul soggetto politico nuovo che si svolgerà il 28 aprile prossimo a Firenze. Così possiamo cominciare a rispondere alle diverse posizioni critiche che sono state avanzate nel dibattito (molto vivo e interessante) che sta svolgendosi sul Manifesto.
Innanzitutto, una decisione che va presa a Firenze, cominciando a sperimentare subito il piacere di decidere collettivamente, è il nome del nuovo soggetto. Il nome non è questione da poco, perché per suo tramite si offre un orizzonte di senso alla nostra operazione politica.
Un nome è poi indispensabile per qualunque uso istituzionale si voglia fare del nuovo soggetto sia prima che alle elezioni del 2013. Ciò risulta di una qualche urgenza perché autorevoli compagni hanno letto nella attuale denominazione di “soggetto politico nuovo” un accento di nuovismo politico. Nulla di più lontano dalle nostre intenzioni. Il nuovismo, la rottamazione, il far pulizia, il giovanilismo sono tutte manifestazioni becere di antipolitica e vanno in una direzione opposta rispetto al nostro scopo di contribuire a un’altra politica che pensi e rifletta prima di lanciare facili slogan e scorciatoie. Noi proponiamo di chiamarci Lavoro e beni comuni (Lbc).
Altri hanno parlato di Democrazia continua. A parte l’acronimo imbarazzante di quest’ultima denominazione, lavoro e beni comuni segnala senza ambiguità che il nostro soggetto politico nasce nel conflitto il quale si sta articolando, a livello globale, sulla ristrutturazione costituente del rapporto fra capitale e lavoro, declinato sulla questione proprietaria e sui beni comuni. Immaginando il soggetto politico nuovo come un “Cln anti-tecnocrazia”, noi collochiamo la nostra proposta come declinazione italiana di una grande resistenza globale. Diremmo quasi, se non fossimo pacifisti senza se e senza ma, che l’Italia deve schierarsi (dando l’ esempio fra le grandi economie occidentali) a fianco dei popoli oppressi del Sud globale, in una guerra mondiale di liberazione contro l’oppressione del neoliberismo che, come i peggiori regimi del ’900, sta devastando il mondo e lo stesso piacere e senso di vivere.
Il rapporto fra capitale e lavoro, contro le plurime declinazioni della sovranità autoritaria, sarà dunque il terreno di sfida e i beni comuni l’orizzonte di senso e di alleanze globali con cui cercare di vincere, stabilendo un’egemonia nuova finalmente sostitutiva di quella neoliberale, divenuta anche da noi sempre più aggressiva, para-fascista e comunque in stridente contrasto coi nostri valori costituzionali. Nome e collocazione politica globale dovrebbero da un lato far chiarezza sulle alleanze possibili e sul grande discrimine politico, e dall’altra ci consentono di superare (non di buttare via ma di contestualizzare storicamente) contrapposizioni che potevano aver senso nel ’900, con la sovranità politica ancora salda negli Stati ma che non ne hanno più oggi che la sovranità è privatizzata a livello globale. È oggi che Lavoro e beni comuni (o come altro si chiamerà) dichiara che “non c’è più tempo”. È sul contesto dell’oggi che deve articolare la sua proposta per il domani. Collocarsi dalla parte del lavoro e affrontare la questione dei beni comuni significa resistere all’accumulo proprietario senza fine, con ogni strumento di lotta politica, sociale e giuridica, a livello globale e locale contemporaneamente.
Cosa faremmo nei nostri primi 100 giorni di governo? Questa è la proposta che dobbiamo cominciare a elaborare a Firenze, per aver pronta fra un anno un’alternativa sistemica credibile. Nulla di meno! Dobbiamo smetterla di parlare di risultati a due cifre come se una rappresentanza parlamentare minoritaria in un Parlamento che non conta più nulla potesse soddisfarci. Forse interesserebbe a qualche politicante in cerca di ricollocazione, non certo a chi vuole liberare l’Italia dalla tirannia tecnocratica ed autoritaria del pensiero unico neoliberale. Avrà senso partecipare alle elezioni, come uno degli strumenti di lotta politica in campo, se si riesce a organizzare una grande alleanza capace di esprimere in modo credibile una proposta di governo del paese che davvero inverta la rotta, proponendo anche a livello globale un modello italiano, che innanzitutto passa dalla piena consapevolezza che il re è nudo.
Proponiamo di seguito un decalogo per la discussione fiorentina. Alcune proposte potrebbero sembrare radicali ma ci paiono percorribili e indispensabili nella ricerca di un modello che faccia l’ interesse del 90% della popolazione. Si tratta di articolare le tre sovranità di cui parlava Tonino Perna, un’operazione che chiunque abbia buon senso non può che voler sottrarre dagli interessi privati multinazionali.
1. Rinegoziare radicalmente il debito pubblico. L’Italia deve dar vita ad un audit serio che si collochi come base per rinegoziare la nostra stessa posizione in Europa. La sovranità monetaria va recuperata senza tabù. La stessa esclusività dell’euro come valuta in circolazione va ripensata.
2. Ri-nazionalizzazione delle principali banche dopo averle sottoposte a audit. Piano quinquennale di attuazione dell’ art. 43 Costituzione in materia economica, alimentare ed energetica di informazione e di cultura. Ricostruzione di un Iri che intervenga a salvaguardia delle aziende in crisi finanziando e supportando il loro progressivo trasferimento ai lavoratori.
3. Azzeramento del budget offensivo della difesa e uscita immediata dell’ Italia da ogni azione di guerra globale, anche se mascherata da intervento umanitario. Muovere passi concreti per una collocazione internazionale dell’ Italia come paese neutrale. Uscita immediata dalla Nato e apertura di negoziato volto a chiudere ogni presenza militare sul nostro territorio.
4. Moratoria immediata su ogni processo di dismissione, privatizzazione o liberalizzazione e contestuale promulgazione di una legge che stabilisca principi chiari e trasparenti sulle condizioni di governo del patrimonio pubblico.
5. Tassa patrimoniale sulla ricchezza mobiliare ed immobiliare con un’aliquota fortemente progressiva. Tassa sullo spreco, il che include l’acquisto e l’utilizzo di Suv ed altri veicoli socialmente dannosi. Utilizzo dei proventi di tale tassazione per l’immediato finanziamento di posti di lavoro per un grande piano pubblico di tutela del territorio e del patrimonio immobiliare.
6. “Reddito minimo” garantito e immediata abrogazione della riforma pensioni e della riforma del lavoro così come concepite dalla tecnocrazia. La retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
7. “Reddito massimo” controllato: nessuno deve poter guadagnare in nessuna forma oltre una certa cifra annua (250 mila euro è la nostra proposta).
8. Moratoria venticinquennale di ogni grande opera. Riconversione di quanto stanziato a tal fine per opere volte a favorire la libera circolazione delle persone sul territorio a prezzi accettabili ed in condizione degne.
9. Semplificazione radicale dell’ordinamento giuridico e dell’organizzazione amministrativa tramite istituzione di una commissione permanente di monitoraggio e riforma del diritto. Riforma del sistema penale e recupero della funzione riabilitativa della pena. Depenalizzazione dell’uso della droga e di ogni reato connesso col disagio della migrazione tramite politiche di integrazione fortemente proattive.
10. Introduzione di una tassazione seria sulla successione per dare a ogni giovane che nasce in Italia opportunità non troppo diverse da ogni altro. Limiti di durata per la concessione della personalità giuridica privata. Statuto giuridico di diritto pubblico per i partiti politici e per i sindacati.
Si può fare? Si tratta davvero di un programma che può prendere voti solo a sinistra o se ben spiegato parla il linguaggio di un nuovo senso comune? Cominciamo a parlarne a Firenze, tenendo conto che l’egemonia passa attraverso l’abbattimento delle barriere fra destra e sinistra, proprio come ha saputo fare il neoliberismo reagan-tatcheriano, creando una falso realismo che ha portato laburisti, democratici, socialisti e socialdemocratici a di tutto il mondo a perseguire politiche di destra senza neppure saperlo.

Fonte: Il Manifesto 17 Aprile 2012

sabato 31 marzo 2012

Proposta non comune - Manifesto per un soggetto politico nuovo -

di Norma Rangeri dal Il Manifesto

Un gruppo di intellettuali, tra i quali molti nostri preziosi collaboratori, firma un documento politico-culturale, che già nel titolo ne illustra la finalità: «Manifesto per un soggetto politico nuovo, per un'altra politica nelle forme e nelle passioni». Il lungo testo sostiene che non c'è più tempo, né speranza di cambiare questi partiti, spesso causa prima della crisi di democrazia che dovrebbero interpretare e risolvere. Dunque la partecipazione ha bisogno di altre forme, altri uomini, altre donne, altre ragioni e altri sentimenti.

I contenuti che animano questo manifesto politico fanno riferimento al "benecomunismo" elaborato negli ultimi anni a partire dalla battaglia sull'acqua pubblica. La riflessione sui beni comuni, le esperienze di movimento che ne sono seguite, sono lo scheletro, il perno su cui poggia l'opposizione radicale al bagaglio teorico e alla pratica politica delle attuali formazioni della sinistra, descritte come vuote oligarchie che nutrono leadership malate di narcisismo. In questa critica si sfondano porte spalancate. La rottamazione è ormai un risentimento di massa.
Più interessante la parte costruttiva, il percorso, l'habitat, le procedure, le suggestioni di una partecipazione del cittadino alla cosa pubblica. L'idea di superare lo sfogatoio qualunquista del «sono tutti uguali», la necessità di sperimentare una nuova delega, strutture intermedie, comunali, territoriali, che l'esperienza della rete dei «Comuni per il bene comune» stanno scoprendo e valorizzando.Compresa la ricerca di nuove parole per indicare nuove speranze.
Se il progetto si risolverà nell'aggiungere una nuova sigla all'attuale spezzatino della sinistra o invece sarà l'epicentro di una scossa per terremotare l'attuale geografia dei partiti, lo capiremo strada facendo. Nell'uno o nell'altro caso, le culture politiche e le esperienze sociali che oggi precipitano nel documento che pubblichiamo hanno animato le nostre pagine, le nostre campagne. Spesso in sintonia con il punto di vista del giornale, altre volte in contrasto con l'analisi e le soluzioni che suggerivamo nella crisi globale. Ed è facile prevedere qualche scintilla, per l'autorevolezza delle firme e l'eterogeneità delle culture e dei mondi che rappresentano. Se l'iniziativa provocherà una discussione sarà già un buon risultato. Che merita attenzione.
Mettere in campo «un'altra Italia, lavorare per un'altra Europa» è un progetto ambizioso, un vasto programma. Come del resto è sempre avvenuto quando, nel suo processo di scissionismo acuto, la sinistra si è fatta in mille pezzi, sempre più piccoli e sempre meno rilevanti. Da tempo si è capito che rimettere insieme i cocci non è possibile, né utile. Del resto chi firma il testo che pubblichiamo non fa parte di nomenklature partitiche, rappresenta l'anticorpo di un intellettuale collettivo sempre critico, e per questo mal digerito dal ceto politico.
Nei dibattiti che intorno alla sorte del nostro giornale si svolgono nei circoli degli amici del manifesto vediamo spesso la litigiosa famiglia della sinistra tornare a parlarsi. E siamo contenti di essere usati come un campo non neutrale, un laboratorio pienamente partecipe nuove connessioni, di un modo gentile di parlarsi. Ci piace esserlo anche nei confronti del tentativo di questo partito-movimento. Con la curiosità e l'autonomia di chi non ha mai rappresentato la voce di un partito.

giovedì 29 marzo 2012

Manifesto per un soggetto politico nuovo

"Il Manifesto" giornale sarà dell partita? Ha finalmente capito che essere solo e unicamente "un giornale" non paga nemmeno rispetto al giornalismo in sé?Me lo auguro.
Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l' impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l'epiteto di "Old Corruption".

In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli - la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell'appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l'Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste. Oggi la sfera separata della politica in Italia, "il palazzo" per intenderci, non rappresenta affatto parti intere del paese: le persone giovani, specialmente del Sud e donne, che non trovano sbocco ai loro sogni e ai loro percorsi educativi. 

giovedì 9 febbraio 2012

Quarant'anni dalla vostra parte

Cari compagni, perdonate la presunzione da uno che vi ha letto e sostenuto per circa 40 anni, ma voglio dirvi che il vostro fallimento non ha alla base solo cause economiche o l'incidenza di calamità naturali come il terremoto, le inondazioni, le cavallette. Il vostro insuccesso è principalmente figlio di una patologia agorafobica conseguente alla vostra paura di affrontare il rischio di uscire dal proprio recinto e al medesimo tempo di aprire l'uscio casa ad esperienze e soggettività diverse. 
Il manifesto ha fallito non solo perché ciò in cui ha sempre creduto non si è mai realizzato: le diseguaglianze sono aumentate, i diritti dei lavoratori sono stati rimessi in discussione e il capitalismo si è trasformato attraverso le sue crisi senza mai essere stato messo seriamente in discussione, tant'è che il liberismo è diventato un assoluto dal quale non si può prescindere, ma soprattutto perché non è riuscito a far credere sul serio che esistessero possibilità alternative. Non ha saputo connettersi ad altre realtà ed esperienze internazionali e non ha nemmeno saputo suscitare un dibattito visibile sulla natura del capitalismo. Non dico che voi potevate salvare il mondo, ma avevate il carisma e l'autorità per offrire spazi e competenze per un laboratorio politico di alternativa. Potevate lanciare proposte in maniera più convinta,  che dessero la speranza concreta di un'alternativa politica all'attuale sistema, tentare di coagulare attorno a voi le forze migliori delle società. Chi meglio di voi poteva farlo? Solo di recente avete avuto la brillante intuizione del "benecomunismo", senza però riuscire a tradurlo in consensi e proposte politiche. Diciamocela tutta, capisco che siete solo giornalisti, ma limitarsi alla notizia con qualche pur buona analisi, sapendo che tale materiale è rintracciabile in rete in milioni di altre fonti, non è sufficiente per un giornale che nasce con la vocazione di essere parte di un progetto rivoluzionario. Eppoi avete un brand che solo a nominarlo avrebbe potuto attirare nicchie di mercato sufficienti a sostenere non uno ma mille giornali. Non avete avuto la capacità o la volontà di sfruttarlo, aspettando invano introiti pubblicitari che non sono mai arrivati. 
Ve lo dico con affetto: siete degli incapaci, e l'esistenza di un giornale come il Fatto Quotidiano, che sopravvive senza alcun contributo pubblico  lo dimostra ampiamente, ma come si suol dire "siete i nostri incapaci"e guai a chi vi tocca.


Il ministero dello Sviluppo ha avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della nostra cooperativa, a cui non potevamo più opporci. Ma nonostante i limiti imposti da una ristrutturazione durissima e sacrifici senza precedenti, il giornale resta in edicola. Oggi alle 14 conferenza stampa in redazione 


È il momento più difficile della storia quarantennale del manifesto. Chi ci segue sa che l'allarme l'avevamo lanciato da tempo. Che non era un «al lupo, al lupo» né una delle infinite crisi che con l'aiuto di decine di migliaia di sostenitori siamo riusciti a superare dal 1971 a oggi. 

Il ministero per lo sviluppo economico ha ufficialmente avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa editrice del manifesto. Ma il giornale resta in edicola e rilancia. Perché non è finita finché non è finita.
Questa procedura particolare - alternativa alla liquidazione volontaria - cautela la cooperativa da eventuali rischi di fallimento. E' una procedura estrema, riservata a soggetti per loro natura fragili come le cooperative, che non hanno «padroni» che ogni anno ripianino i debiti o raccolgano i profitti.
Da oggi il manifesto entra in una terra sconosciuta. I casi di cooperative editoriali che hanno attraversato questa procedura sono rarissimi, forse è addirittura un inedito. Una delle tante «prime volte» che il manifesto, giornale quotidiano e forma originale della politica, ha sperimentato sulla sua pelle nei suoi primi 40 anni. I dettagli «tecnici» di quello che accadrà li daremo oggi in una conferenza stampa (alle 14 qui in redazione, via Angelo Bargoni 8, Roma). Per adesso però non sono la cosa più importante.
Banalmente: oggi il manifesto spende più di quanto incassa. E' una debolezza cronica e strutturale, aggravata dal taglio drastico e retroattivo dei contributi pubblici per l'editoria non profit. Il manifesto ha lanciato sottoscrizioni e campagne di sostegno ancora prima di nascere. Non è «piagnisteo»: è nel suo Dna. Senza non potrebbe vivere. E' un'impresa comune costruita senza padroni. Né occulti né palesi. I «padroni» del manifesto sono chi ci lavora e chi lo legge.
Per questo stavolta alla procedura indicata dal ministero non potevamo più opporci. Dal 2008 cala la pubblicità, le vendite vanno e vengono (incoraggianti a novembre e dicembre, in lieve calo a gennaio) e senza il contributo pubblico (che era previsto) il bilancio del 2011 non si può chiudere. E' l'aritmetica perversa dei fondi editoria, che vengono erogati nel 2012 come rimborso del 2011. Nonostante le promesse di intervento fatte dal presidente del consiglio Mario Monti e l'esplicita richiesta in tal senso del presidente della Repubblica, a oggi nessuna soluzione è stata trovata.
Restiamo noi e voi. Siamo la stessa cosa, ma noi abbiamo il dovere di spiegarvi quello che abbiamo fatto. Sul manifesto circolano moltissime leggende metropolitane e qualche lacrima di coccodrillo. Sono tempi brutali per tutti e non c'è da stupirsi.
Però sfatiamo alcuni luoghi comuni. I sacrifici che abbiamo fatto in questi anni sono senza precedenti. Abbiamo ridotto tiratura e distribuzione all'osso (p.s. le edicole sono 30mila e più di tanto non si può tagliare, già adesso il giornale si trova poco e male). Siamo l'unico quotidiano nazionale non full color: questo ci fa risparmiare in tipografia ma ci rende meno appetibili per la pubblicità. Di recente abbiamo aumentato il prezzo, ridotto la foliazione e portato Alias e la TalpaLibri dentro il quotidiano. In questi anni durissimi abbiamo messo a punto tutto. Siamo in ristrutturazione industriale più o meno dal 2006 e il sacrificio più grande lo stanno facendo soprattutto i lavoratori (che sono anche gli editori di se stessi).
Parlano i bilanci. Nel 2006 il manifesto aveva 107 dipendenti. A febbraio sono 74 (52 giornalisti e 22 poligrafici). Di questi 74, però, la metà è in cassa integrazione a rotazione. Per cui il giornale che leggete (dal 2010 a oggi) è fatto, materialmente, da circa 35 persone. Troppe? Troppo poche? Scarse? Brave? In numeri: dal 2006 al 2010 il costo del lavoro è diminuito del 26%, con un risparmio annuo di 1,1 milioni di euro. Nel triennio 2008-2010 i costi industriali si sono ridotti di 2 milioni e mezzo. I costi generali del 20 per cento. E visto che parliamo di soldi e di mercato, tra noi tutti riceviamo più o meno lo stesso salario, dalla direttrice alla centralinista: circa 1.300 euro netti al mese.
Il manifesto però è innanzitutto un progetto politico. Questo giornale può migliorare e cambiare molto ma non può mutare natura. Non potrebbe esistere senza il contributo di chi, da anni, lavora e scrive gratuitamente, dai fondatori al più giovane dei collaboratori. Più che ai nostri stipendi (che pure contano e non arrivano) il primo pensiero di ogni giorno è il nostro/vostro giornale. Da oggi lo sarà ancora di più.

lunedì 4 agosto 2008

Miseria di anime morte

di Riccardo Petrella
da Il Manifesto

Le due bambine rom morte annegate nel mare di Napoli, i cui corpi sono coperti da pezzi di stoffa che lasciano visibili i loro piedi, giacciono abbandonate sulla spiaggia al sole (in attesa di...?), nella palese indifferenza dei bagnanti che passano o che si crogiolano al sole a pochi metri. Le foto diffuse in tutto il mondo sono eloquenti. Paese indegno, il nostro, quando parte della sua popolazione è giunta a tale livello di cinismo, di miseria d'animo e di rigetto dell'altro (le bambine sono rom, no?).
Paese indegno, altresì, come lo è il governo italiano che ha deciso, alcune settimane prima, di schedare le impronte digitali dei bambini rom col pretesto di proteggerli dai loro genitori accusati di essere «naturalmente» (perché rom) inclini ad agire come genitori snaturati, schiavisti e sfruttatori dei loro bambini. Una misura giudicata indegna anche dalle autorità dell'Ue e, con un voto, dallo stesso europarlamento (del cui gruppo politico di maggioranza relativa, il Ppe, fa parte il partito del primo ministro italiano).
Governo indegno che sbriciola la sua cultura politica e polverizza il suo senso etico-civile accettando, come espressione pittoresca, il volgarissimo gesto del dito medio compiuto da un ministro chiave della Repubblica per esprimere la sua considerazione dell'inno nazionale italiano. Mai visto nella storia dei paesi europei una così vergognosa indecenza da parte di un ministro di Stato.
Paese indegno anche perché nessun rappresentate del parlamento ha richiesto le dimissioni immediate del ministro colpevole di siffatto scempio della rispettabilità della classe politica italiana. L'opposizione, riformista, avrebbe dovuto abbandonare il Parlamento e dichiarare l'astensione da ogni lavoro parlamentare fintantoché il ministro non si fosse dimesso. Essendosi limitata ad una debolissima protesta pro-forma, anche l'attuale opposizione parlamentare ha contribuito ad aumentare l'indegnità del nostro paese. Mentre le forze della sinistra, ormai extraparlamentare, sono state in questi giorni, in altre faccende affaccendate...
Paese indegno, anche perché popolo indegno. Noi italiani abbiamo aderito con facilità a due «grandi concezioni culturali»: la priorità data all'arricchimento individualista furbastro, menefreghista e, se necessario, illegale; la visione dell'altro (Roma, i rom, lo Stato, il mendicante, l'immigrato, l'Europa, il negro...) considerato la causa del male, il nemico, anche quando l'italiano riesce a sfruttarlo. Due concezioni che hanno localizzato la dignità del nostro popolo al di sotto del livello della pancia, distruggendo in noi gli elementi sostanziali di immunologia etica, morale, civile, politica, ed umana.
Da qui, il datore di lavoro veneto che lascia morire di fatica nei campi il «clandestino» indiano e domanda poi che il suo corpo (ridotto a scarico/rifiuto) sia tolto dal suo campo; da qui, l'accusa di essere una cloaca fatta al Consiglio superiore della magistatura da parte di un altissimo esponente politico del governo attuale; da qui, un popolo che rielegge trionfalmente e lo porta a diventare ministro la persona che aveva affermato che usava la bandiera tricolore italiana per pulirsi il sedere, che è lo stesso autore recente del gesto del dito; da qui un popolo che ridà il potere ad un Presidente del consiglio dei ministri che dichiara vittoria, urbi et orbi e senza vergogna, per essere riuscito, finalmente, a far adottare delle leggi fatte a sua misura per salvarsi da una magistratura non solo comunista (a suo avviso) ma malata perché, come dichiarato in altri momenti, sempre da Presidente del consiglio dei ministri: «Bisogna essere malato di mente per esercitare il mestiere di magistrato».
Questo è un paese indegno, diretto da un governo indegno, culturalmente sostenuto da un popolo che si compiace di ritrovarsi rappresentato da come sopra e che, oggi, si comporta, esso stesso, in maniera indegna.
Il futuro non è finito: non so quando, non so come, un altro paese prenderà il posto con un popolo degno perché animato dall'amore dell'altro e della dignità umana, dal rispetto quotidiano dei valori etici, sociali e civili del vivere insieme e fiero della res publica. Quel che so è che è giusto e buono di gridare la propria indignazione e di lavorare per costruire un altro futuro, senza compromessi.

[Sull'evento di Napoli, un articolo dell'inglese The Guardian, tradotto da Che Dicono di Noi
immagini: Corriere della Sera / The Guardian

martedì 29 luglio 2008

Lettera al Manifesto


Caro Manifesto,


La questione della giustizia mi sembra una questione dirimente, per quanto riguarda la visione della politica all’interno della sinistra: non per nulla è stata motivo di acceso dibattito nell’ultimo congresso di rifondazione.
Il nodo fatidico, che ci portiamo in eredità da quando abbiamo scoperto che la società è divisa in classi, è il concetto di conflitto. Una grossa parte della sinistra rifiuta di ricondurre la politica alla giustizia, cioè a dire all’etica, in nome dell’autonomia e del primato della politica, poiché concentrare l’azione sui problemi etici vuol dire mettere da parte le radici fondamentali dell’ingiustizia, che risiedono nella divisione in classi della società, e incentrare l’azione su tematiche “sovrastrutturali”. In altre parole, non si può ricondurre la politica a una questione etica, altrimenti si rischia, una volta risolta questa, di precludere ogni possibilità di cambiamento radicale della società. Mettiamoci anche il fatto che il conflitto rappresenta di per sé il motore fondamentale del diritto, poiché questo non può essere ipostatizzato, ma va considerato in perenne evoluzione, proprio in grazia del conflitto stesso. Mettiamoci inoltre l’idiosincrasia della sinistra verso una cultura genericamente repressiva, e si capisce il mal di pancia di Vendola e dei Bertinottiani. È paradossale, però, che proprio quella componente di Rifondazione che fa del conflitto la discriminante fondamentale del suo agire abbia voluto porre l’accento sulla questione morale.
Il problema è, a mio avviso, che nel contesto italiano in particolare il problema giustizia non può semplicemente essere eluso, bollando gli avversari come giustizialisti tout court e rimarcando la differenza fra chi è per il cambiamento vero e chi invece per una morale levantina punto e basta. La specificità italiana è tale che i principi basilari del diritto borghese vengono calpestati, soffocando ogni possibilità di politica (alta o bassa che sia) che abbia un minimo di credibilità. Non si può placidamente discutere in un salotto televisivo con dell’Utri o Cicchitto, o Berlusconi stesso, facendo finta di ignorare le loro storie intrise di trame, malaffare e connivenze mafiose, solo perché “il problema, compagni, è politico”. Tutto ciò crea una prevedibile irritazione nella “plebe” poiché mette tutti i soggetti della politica sullo stesso piano. È vero, non bisogna assecondare gli istinti forcaioli e plebei del cosiddetto “popolo”, ma qui non si tratta di mettere in galera nessuno, qui si tratta di raggiungere un  grado accettabile di legalità, si tratta di restituire un minimo di agibilità alla politica, soffocata da interessi mafiosi e di casta. È proprio la politica con la P maiuscola che viene danneggiata da fenomeni regressivi come la criminalità politico-mafiosa, ed è per questo che si corre il rischio della mutazione del popolo in plebe.
Ho letto (nell’intervista al Manifesto) Vendola che irrideva all’intervento di un compagno che proponeva di formare un CLN insieme ai dipietristi. Anch’io un po’ fra il serio e il faceto ho fatto una proposta simile sul blog di Grillo, e alidilà degli aspetti che Vendola trova scandalosi, il problema di una transizione italiana si pone eccome, e  non possiamo ignorarlo. Dire che Grillo e di Pietro sono  populisti è come dire che il dolore è tale perché fa male. Non significa niente. Bisogna finirla coi pregiudizi e con le discriminanti, non dobbiamo essere d’accordo con Grillo su tutto, ma non possiamo ignorare quelle istanze che la sinistra in tempi non sospetti aveva fatto sue prima ancora dello stesso Grillo. Dire che la mafia è un problema politico e come tale va considerato non vuol dire niente: la mafia bisogna combatterla a tutti i livelli, recidendo in primis il filo che la lega alla politica e questo, sebbene molti compagni abbiano sacrificato le loro vite nella lotta alla mafia, non è stato fatto o è stato fatto con una tale schizzinosità (per non apparire giustizialisti), che è sembrato ai più una gara di fioretto fra Bertinotti e dell’Utri. Insomma, quando si è trattato di denunciare apertamente i legami fra mafia e politica il messaggio è stato talmente debole che non l’ha sentito nessuno.

Franco Cilli