mercoledì 17 settembre 2008

I dilettanti rubano, i professionisti saccheggiano


Mani Pulite, per favore
da Nature - in traduzione su Italia dall'Estero - via Beppe Grillo

Il governo italiano deve mantenersi a distanza di sicurezza dall’industria.

Quindici anni fa al culmine della campagna italiana anticorruzione ‘Mani Pulite’, la polizia irruppe nell’abitazione di Duilio Poggiolini, il capo del comitato nazionale per la registrazione dei farmaci e trovò lingotti d’oro nascosti sotto il suo pavimento. Per molti italiani l’immagine di quei lingotti lucenti è ancora vivida, a simboleggiare in modo permanente i tempi in cui i funzionari del governo, compreso il Ministro della sanità, prendevano mazzette dalle industrie farmaceutiche per approvare farmaci e stabilirne i prezzi.

Da allora sono stati presi provvedimenti per evitare che tale situazione si ripetesse, per cui oggi risulta preoccupante la scelta del governo Berlusconi di rimuovere Nello Martini, farmacista senza legami politici, dalla gestione dell’AIFA, l’agenzia autonoma creata nel 2004 per approvare i farmaci e monitorarne l’impiego. Martini è riuscito con successo a limitare l’incremento della spesa farmaceutica al 13% dell’intero budget della spesa sanitaria, ma così facendo ha scatenato le ire dell’industria. Solo poche settimane fa i pubblici ministeri di Torino hanno accusato Martini di “disastro colposo” per ritardi burocratici nell’aggiornamento delle informazioni sugli effetti collaterali di alcuni farmaci, benché nessuno di essi richiedesse più di una minima ristesura del testo.

Martini è stato rimpiazzato a metà luglio dal microbiologo Guido Rasi, membro dell’amministrazione dell’AIFA e descritto dalla stampa italiana come vicino ad Alleanza Nazionale, il partito di estrema destra che fa parte della coalizione del governo Berlusconi. In modo ancor più preoccupante il governo, insediatosi a maggio, dichiara di voler ridurre i poteri dell’AIFA separando la determinazione del prezzo dei farmaci dalla valutazione tecnica sulla loro efficacia, restituendo il potere decisionale sui prezzi al Ministero della sanità e del welfare.

In un momento in cui tutte le nazioni faticano per riuscire a pagare, con budget ridotti, i prezzi sempre più alti dei farmaci di nuova generazione, questa scelta ha poco senso. Se l’Italia vuole effettuare un’efficace politica sui costi sanitari allora l’agenzia indipendente deve essere in grado di integrare tutte le informazioni tecniche con quelle economiche. Per di più le connessioni tra i Ministeri della sanità e del welfare con il sistema industriale sono sgradevolmente strette: per esempio la moglie del ministro Maurizio Sacconi è direttrice generale di Farmindustria, l’associazione che promuove gli interessi delle aziende farmaceutiche.

Infatti il Governo Berlusconi ha già manifestato l’inquietante tendenza di permettere a interessi industriali di estendere la loro influenza su agenzie dello stato. Poche settimane dopo il dimissionamento di Martini, l’agenzia spaziale italiana è stata posta nelle mani di un commissario a capo della divisione spazio del gigante aerospaziale Finmeccanica. Il governo dovrebbe pensare due volte se è davvero il caso di riaprire la porta che è stata sbarrata dopo il caso Poggiolini.

Autismo: una recensione

I Falsi Profeti dell'Autismo: Cattiva Scienza, Pratiche Rischiose e la Ricerca di una Cura
di Paul A. Offit (Columbia University Press, 2008)

(recensione di Barbara Martin - dal sito Pathofilia)


autism's false prophetsSe qualcuno pensa che Paul Offit, specialista di malattie infettive in uno dei migliori ospedali pediatrici della nazione, abbia sovrastimato le minacce fisiche ricevute dagli antivaccinazionisti, ecco una smentita rivelatrice: per Autism's False Prophets, in cui Offit spiega con semplicità come i vaccini siano stati erroneamente coinvolti nelle manifestazioni di autismo, non ci sarà nessun tour promozionale. I problemi di sicurezza sono davvero troppo grandi, dicono gli editori del libro, la Columbia University Press.
Paul Offit è diventato l'equivalente medico di Salman Rushdie (entrato in "clandestinità" dopo la pubblicazione dei Versetti Satanici, libro che gli procurò una fatwa da parte dell'ayatollah Khomeini). E non si tratta di un'analogia azzardata, vista la fede cieca che praticano quelli che, a dispetto di ogni credibile prova scientifica, aderiscono, e ne traggono guadagno, all'idea che i vaccini siano in qualche modo responsabili di una condizione neuropsichiatrica ancora largamente poco compresa.
Nell'introduzione, Offit - che detiene il brevetto di un vaccino contro un rotavirus, e che è uno strenuo sostenitore delle vaccinazioni nel loro insieme - riferisce di ricevere moltissima posta minatoria [hate mail], parte della quale ha una connotazione religiosa. Uno degli scriventi gli chiede: "Perché hai venduto l'anima al diavolo?" E un altro prega "che l'amore di Cristo un giorno inondi il [suo] cuore ottenebrato". Offit ha anche ricevuto truculente minacce di morte ("Ti appenderò per il collo finché non morirai!") e poco velate minacce contro i suoi figli. Ma quello che importa davvero è che il libro di Offit non è un libro su Offit.
Autism's False Prophets è la sistematica esposizione della relativamente breve storia dell'autismo, la sua individuazione 70 anni fa, il suo incremento (dovuto principalmente, se non esclusivamente, all'affinamento della sua diagnosi), e le sue vaste ripercussioni, che hanno spinto i genitori di alcuni bambini gravemente malati verso l'impensabile. Altri genitori, alla ricerca disperata di una cura, hanno finito per provare una o più terapie fasulle (ad esempio la facilitated communication), spacciate da uno o più ciarlatani vogliosi di riempire i vuoti lasciati dalla medicina allopatica.
Come scrive Offit, qualcuno di questi falsi profeti è in possesso di titoli professionali; altri sono privi di qualsiasi preparazione medica. Molti hanno ricevuto il sostegno, implicito o esplicito, da media e personaggi politici, senza che ci fossero conseguenze per coloro che hanno seminato l'idea infondata e pericolosa che le vaccinazioni causino l'autismo. Di questi falsi profeti, uno dei maggiori, secondo Offit, è il gastroenterologo inglese Andrew Wakefield, che alla fine degli anni 90 tentò di stabilire una correlazione tra vaccino MMR [vaccino contro morbillo, parotite e rosolia] e autismo. Il lavoro di Wakefield, che ricevette un'eco mediatica enorme, aveva come maggiore finanziatore un avvocato specializzato in personal injury [lesioni dovute a negligenza professionale in campo medico], rivela Offit, e venne più tardi screditato con l'accusa di falsificazione. Comunque sia, le idee di Wakefield sulla pericolosità del vaccino MMR hanno contribuito alla recente epidemia di morbillo verificatasi in Inghilterra, e, incredibilmente, il ricercatore ha ancora sostenitori sfegatati.
C'è poi il duo padre-figlio Mark e David Geier, che (insieme ad altri) hanno indicato come causa dell'autismo il thimerosal, un conservante presente nei vaccini, mediante ricerche condotte in un laboratorio nel seminterrato di casa loro, nel Maryland. I Geier, da parte loro, si sono spinti terribilmente in là, promuovendo l'uso di pericolose terapie chelanti e la castrazione chimica col leuprolide [leuprolide acetato, un antiandrogeno, che cioè blocca la produzione di ormoni maschili] (Lupron; TAP) per i bambini autistici. Offit riferisce come Kathleen Seidel, bibliotecaria e blogger tenace, il cui figlio soffre di una forma di autismo, abbia praticamente da sola svelato la natura altamente discutibile delle ricerche dei Geier.
I genitori di bambini autistici che, come Seidel, rifiutano di ignorare la scienza e di perdere tempo, denaro ed energie con trattamenti indimostrati e campati in aria, sono gli eroi misconosciuti della storia dell'autismo. Autism's False Prophets, dice Offit, è stato scritto per loro. Comunque, il clamore degli opportunisti è stato pompato da figure politiche ignoranti ma molto influenti (con probabile convenienza economica) - in particolare il deputato Dan Burton, che ha un nipote affetto da autismo, e il civilista [tort lawyer = specializzato in cause per danni] Robert F. Kennedy Jr., acceso sostenitore dell'idea che il thimerosal causi l'autismo. Personaggi pubblici come Burton e Kennedy hanno praticamene ignorato la serie di studi epidemiologici che hanno escluso i vaccini come causa dell'autismo, asserendo irresponsabilmente che la questione debba essere affrontata in un dibattito non scientifico, ma popolare. Ne deriva che essi allontanano attenzione e finanziamenti dalla ricerca credibile sulle cause e la cura dell'autismo.
Anche i media hanno un ruolo in questa confusione, è la convincente osservazione di Offit, a causa della loro passione per le controversie. L'idea che i vaccini non causino l'autismo, per quanto autentica e di estremo pubblico interesse, non è particolarmente provocatoria. L'ipotetico titolo sarebbe molto simile a quelli del giornale satirico The Onion. Inoltre, la scienza, che molto pubblico trova terribilmente arida, non è facile da comunicare. Esempio calzante, la partecipazione di Harvey Fineberg, presidente dell'Istituto di Medicina [Institute of Medicine of the National Academy of Science], che partecipando a "Meet the Press" si è trovato a confrontarsi (grande esempio di "contraddittorio") con lo scafato sofista David Kirby, autore del libro anti-vaccini Evidence of harm. E se non si può contare su "Meet the Press" per fare buona informazione, ancora meno ci si può aspettare da un talk show come quello di Oprah.
Per i lettori che non credono che la ricerca scientifica sia una gara a chi strilla più forte, il quadro tracciato da Autism's False Prophets, in cui individui opportunisti calpestano qualsiasi evidenza sperimentale, sarà fonte di indignazione. Si tratta però di una collera giustificata, finalizzata ad allontanare l'investigazione dai vaccini salvavita, per focalizzarla sulle sfuggenti (e autentiche) cause dell'autismo.

traduzione di Domenico D'Amico

domenica 14 settembre 2008

Bolivia: la strage di pando come portella della ginestra. IL VERO VOLTO DEL LIBERALISMO

A costo di essere monotoni, copiamo e incolliamo un'altro pezzo di Gennaro Carotenuto.
Qualche sera fa ho sentito (su Radio Radicale) un esponente Radicale chiamare i secessionisti boliviani “liberali conservatori”, e paventare un precipitare della tensione in America Latina, a causa, anche, del “vetero-marxismo” di brutti ceffi del genere Chàvez. Il bello è che l'esponente Radicale era perfettamente a conoscienza del contesto (riforme agrarie impedite, indigeni trattati come subumani eccetera), ma il dogma liberale dei Radicali gli impediva di prendere partito come, ad esempio, era pronto a fare per il conflitto Russia-Georgia (ovviamente tutto contro la Russia, per una questione “di principio”, ignorata da una Comunità Europea “in ginocchio” di fronte all'Orso).
Cosa c'è da meravigliarsi?
È questo il liberalismo che prolifera nell'affabulazione Radicale.
Il loro migliore dei mondi possibile è sempre l'inferno di qualcun altro.
Ma quel qualcun altro, si sa, è ineducato, massimalista, strumentalizzato.
Insomma, un negro.
Domenico D'Amico

BOLIVIA: LA STRAGE DI PANDO COME PORTELLA DELLA GINESTRAIL. L'ODIO DEI RICCHI CONTRO I POVERI.
di Gennaro Carotenuto
Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli dei poveri
Pierpaolo Pasolini
Li abbiamo visti tutti i soldatini boliviani inermi, facce da adolescenti indigeni massacrati di botte dai giovani bianchi o sbiancati, creoli o che si sentono creoli o che credono che con quei calci, quegli sputi, quell’odio diventeranno creoli. Li abbiamo visti i soldatini boliviani scappare via nelle strade di Santa Cruz o di Trinidad.
Quei ragazzi contadini dell’altipiano, soldatini di leva microscopici con quelle divise sempre troppo grandi. Avevano le lacrime in faccia impastate nel loro sangue e nel fango degli stivali di chi li ha umiliati. Nei loro occhi più che l’odio c’era il terrore. Il terrore di chi ancora una volta si vede sopraffatto. Il terrore di chi viene bastonato da 500 anni ogni volta che tenta di alzare la testa e teme che anche questa volta finirà nella stessa maniera.
Ma abbiamo guardato in faccia anche questi giovani di classe media manovrati da quelli di classe alta. Aizzati all’odio con tutti gli argomenti più indegni, il razzismo aperto del “mai accetteremo un indio presidente”, la demagogia più bieca e l’organizzazione della violenza, il paramilitarismo di organizzazioni neofasciste come la UJC, che rende complici giorno per giorno. Chi scrive si pregia di non usare mai il termine fascismo a sproposito. Ma nelle azioni di queste bande sempre meno spontanee e sempre più paramilitari, non si può non vedere lo squadrismo del fascismo movimento, quella cooptazione della classe media da parte delle élite per usarle contro quella proletaria. E’ il partito dell’ordine dove l’ordine è quello classista, non quello democratico, che fu alla base del primo affermarsi dell’ideologia fascista ben prima di farsi regime.
E allora li abbiamo riconosciuti guardandoli in faccia, armati di bastoni, di armi da fuoco, perfino di fruste, sopraffare spavaldamente i soldati venuti a fermarli, riempirli di calci e sputi e poi avventarsi sui contadini, senza più freni né inibizioni fino a prendersela violentemente perfino con le cholas, le donne indigene che per tutta la vita li hanno accuditi, serviti. E’ umanamente impossibile capire come possano odiarle tanto. Eppure le odiano o forse le stanno vessando solo in una maniera diversa da come le hanno vessate per tutta la vita.
Li abbiamo visti dare l’assalto in maniera ogni giorno più sistematica a qualunque simbolo dello Stato e della convivenza civile, stazioni, aeroporti, scuole, ma soprattutto ai mercati dove gli indigeni offrono il loro lavoro. E’ oramai una guerra aperta dove lo Stato, la legalità, la democrazia semplicemente sono inermi di fronte all’odio di classe, all’odio razziale coniugato con la forza, all’odio incendiato con i soldi, tanti soldi, all’odio rafforzato dall’impunità, all’odio con alle spalle l’impero. Se lo Stato è nostro, viva lo Stato, ma se lo Stato pretende di farsi democratico e rappresentare tutti i boliviani, allora odiamo lo Stato e lo distruggiamo.
Dopo decine di azioni terroristiche selvagge (e noi conosciamo solo la violenza urbana, quello che succede nei latifondi dove l’indigeno è ancora schiavo lo ignoriamo) da Santa Cruz a Beni a Tarija (i dipartimenti epicentro del secessionismo) a Pando c’è stata dunque la prima strage come dio comanda. La prima verità di comodo parlava di scontri tra opposte fazioni, ma era una menzogna per evitare di dire chi ha torto e chi ha ragione, chi massacra e chi è massacrato in Bolivia. Ma non ci sono stati scontri a Cobija ma un massacro.
Sembra di raccontare Portella della Ginestra. Paramilitari e sicari, un vero squadrone della morte, hanno aperto il fuoco con le loro armi automatiche su di una manifestazione pacifica di contadini disarmati. Oramai non sono più né otto né quindici, ma si parla di almeno trenta morti ammazzati. E il mandante è il prefetto, il governatore Leopoldo Fernández, sinistro e non pentito collaboratore di due dittatori, torturatore e violatore di diritti umani. Il massacro, pensato a sangue freddo è funzionale al disegno. Vuole provocare la reazione dello Stato e del popolo per far passare da vittime i carnefici, con la complicità dei media, e vuole instaurare il terrore nella regione. Potrebbe essere il punto di non ritorno.
Venitemi a prendere adesso, provoca il mandante della strage, sapendo che lo stato di diritto è un simulacro in un dipartimento dove, dopo la strage, la proclamazione dello stato d’assedio si è rivelata inapplicabile. Come a Portella della Ginestra, mafiosi, latifondisti e l’impero alle loro spalle stanno già costruendo l’impunità.
Spaventato, massacrato, il popolo chiede armi, come in Spagna nel ‘36 e in Cile nel ‘73. Vuole difendersi e difendere la democrazia boliviana. E qui sta la grandezza di Evo Morales, la sua taglia di grande statista che sta emergendo ogni ora di più. Nonostante tutto, nonostante l’odio, gli insulti, le calunnie, continua incessantemente a chiamare al dialogo, a tendere la mano, continua a credere nelle regole della civiltà aymara alla quale appartiene, nella disciplina di uno che ha fatto il sindacalista per tutta la vita, nelle regole della democrazia e dello stato diritto, che si attagliano più a lui che ai presunti liberaldemocratici suoi oppositori spalleggiati dal governo degli Stati Uniti.
Forse sbaglia Evo, sicuramente non può fidarsi di quei quattro banditi che sono i prefetti dell’opposizione, ma non può prestare il fianco al nemico rispondendo con la forza e dando il via a una vera dichiarata guerra civile. Evo sa che si è arrivati a questo punto, con l’opposizione schiacciata sul suo stesso estremismo più folle e più violento perché ogni giorno lui, Evo Morales, è più popolare, più saldo, più convinto di stare cambiando davvero la Bolivia. E il popolo lo appoggia come ha testimoniato il . Sono loro, l’opposizione, ad aver bisogno della violenza, ad aver bisogno di incendiare il paese in un mare d’odio. Sono loro ad avere la forza ma non la ragione. confermandolo Presidente 10 agosto con il 67.4% dei voti 

sabato 13 settembre 2008

Janqui di merda

L’America integrazionista reagisce e si stringe intorno alla Bolivia, minacciata dal terrorismo secessionista finanziato da Washington e sull’orlo della guerra civile

di Gennaro Carotenuto (da Giornalismo partecipativo)

La situazione in Bolivia è drammatica. Nella giornata di ieri forze paramilitari facenti capo al prefetto (governatore) dell’opposizione del dipartimento di Pando, hanno provocato una strage di contadini che ha causato otto morti. Un altro grave attentato terroristico, con danni per 100 milioni di dollari al gasdotto che esporta il gas boliviano verso il Brasile, è stato condannato da tutti, meno che dal governo statunitense. Quell’attentato terroristico è parte di una strategia di destabilizzazione giunta al punto di non ritorno e che non colpisce solo la Bolivia ma tutta l’America latina integrazionista.
Ma la Bolivia non è sola: in un comunicato congiunto i governi del Brasile, del Cile, dell’Argentina e del Venezuela hanno affermato che “non riconosceremo nessun governo che pretenda di sostituirsi a quello democratico eletto dai boliviani e confermato in un referendum appena un mese fa con quasi il 70% dei voti”. Le parole più pesanti le ha usate il governo del brasiliano Lula da Silva: “il Brasile non tollererà, ripetiamo, non tollererà, nessuna rottura dell’ordine democratico in Bolivia”. La battaglia della Bolivia è quella di tutta l’America latina.
L’opposizione secessionista e golpista, dopo la durissima sconfitta subita nel referendum revocatorioha scelto dunque la via del terrorismo e della guerra civile. Sta cercando di ripetere il 2002 venezuelano, quando un colpo di stato sanguinoso, appoggiato dai governi statunitense e spagnolo e dal Fondo monetario internazionale, fu però spazzato via in 48 ore da milioni di cittadini venezuelani scesi in piazza in difesa del governo di Hugo Chávez. La stessa sorte toccò alla serrata golpista contro la PDVSA, la compagnia petrolifera di stato. Anche il sabotaggio dell’economia del paese fu sconfitto dalla resistenza popolare. dello scorso dieci agosto, quando il governo legittimo di Evo Morales sfiorò il 70% dei voti,
La Bolivia democratica, appena ieri costretta a espellere l’ambasciatore degli Stati Uniti Philip Goldberg, accusato di organizzare e finanziare la secessione delle province più ricche del paese, ha i mezzi per difendersi. Nonostante la rappresaglia statunitense, che ha espulso l’Ambasciatore boliviano e quello venezuelano e tirato fuori dal cilindro accuse di narcotraffico per funzionari del governo venezuelano, la Bolivia democratica può contare sulla reazione in propria difesa di tutti i più importanti governi dell’America latina integrazionista.
Tutti insieme, senza i pudori e le paure che hanno contraddistinto per decenni le relazioni con le oligarchie delle diverse nazioni e con Washington che queste ha sempre appoggiato, il concerto latinoamericano si è unito intorno a Evo Morales per dire all’opposizione e a Washington che non è più tempo di colpi di stato in America latina. E’ esattamente quello che prevede la carta della OEA, (l’organizzazione degli stati americani): nessun sovvertimento di governi democraticamente eletti sarà più accettato in America. Anche in questo caso stride il silenzio del governo degli Stati Uniti, un silenzio che invece appoggia apertamente la sovversione violenta del governo legittimo boliviano. Ma dell’appoggio statunitense al golpismo e al terrorismo, statene certi, i giornali di domani non faranno parola e invece parleranno d’altro.
L’escalation è iniziata. Il governo brasiliano ha denunciato che la propria Ambasciata a La Paz sta da giorni cercando di comunicare con l’opposizione ma che questa, semplicemente, rifiuta qualsiasi contatto con il governo del più importante paese della regione. Il Brasile vuole trovare una maniera di alleggerire la situazione e aprire una prospettiva di dialogo. L’opposizione, manovrata e finanziata da agenzie statunitensi come la USAID e il NED, non vuole il dialogo perché vuole portare la situazione ad un punto di non ritorno, alla caduta del governo legittimo, al golpe o alla piena guerra civile.
Dall’Argentina la stessa presidente Cristina Fernández ha espresso la sua durissima condanna per “il sabotaggio terrorista” e “condanna le azioni violente promosse dalle autorità locali [dei dipartimenti controllati dall'opposizione] del quale si rende protagonista l’opposizione” ed ha affermato che “l’Argentina è fermamente decisa a difendere l’integrità territoriale boliviana e conferma il suo pieno e incondizionato appoggio al governo di Evo Morales”.
Con un discorso franco si è espresso in pubblico il presidente venezuelano Hugo Chávez (vedi video), anch’egli sotto rumor di sciabole e vittima delle continue ingerenze statunitensi, e già sopravvissuto al golpe dell’11 aprile del 2002. Chávez, come misura di solidarietà alla Bolivia, ha espulso l’Ambasciatore statunitense a Caracas e richiamato il proprio da Washington e con parole durissime ha dichiarato che sarà disponibile a ristabilire relazioni diplomatiche solo con il prossimo governo degli Stati Uniti: “gli statunitensi devono imparare a rispettare i popoli dell’America latina”.

venerdì 12 settembre 2008

Basaglia in Cile

L'articolo che segue offre spunti interessanti, senza dubbio, sebbene  quel "fabbricare concetti"  mi stia un po' stretto. Il problema è proprio quello, ed è un problema che investe gran parte del pensiero post-moderno: l'idea che le analisi si "fabbrichino", attraverso un puro assemblaggio di concetti. Sarà che mi sto autoeducando al metodo scientifico e alla semplicità del ragionamento, ma non concepisco l'idea che la realtà possa essere la proiezione di un pensiero, seppure elaborato e carico di suggestioni. Mi sa di idealismo, e credo di non sbagliare se dico che è un'eredità, quella dell'idealismo, di cui non riusciamo a liberarci malgrado ci dichiariamo materialisti.
Una cosa è la fredda analisi di un fenomeno, supportata da dati materiali, quantitativi (brutta cosa la statistica) e verifiche fatte sul campo, altra cosa è descrivere fenomeni a colpo d'occhio e con l'ausilio dell'immaginazione (o dell'immaginario), o in forza di una coerenza che è solo coerenza di ragionamento e non di dati.
Mi rendo conto che è troppo pretendere che i nostri filosofi si trasformino in ragionieri, troppo sterile, troppo freddo il discorso. Chi li ascolterebbe? Le analisi però non si possono fare a cuor leggero, con la penna che scrive le note di un racconto. Le analisi sono strumenti del mestiere, che in quanto tali possono essere affilati o spuntati, ma in ogni caso devono servire a qualcosa. Finora le analisi dei post-moderni non mi pare siano servite a gran che.


RIVALUTAZIONE DEL MOVIMENTO ANTIMANICOMIALE DI BISAGLIA

La traiettoria vitale di Franco Basaglia si intreccia con il movimento degli anni 60/70 in Italia e nel mondo. Se pensiamo oggi alle forme di quel movimento dobbiamo innanzitutto collocarci per rendere conto del punto di vista da cui provengono le nostre osservazioni.
 Siamo, o per lo meno io sono, su navi irregolari, forse corsare, che attraversano un piano di consistenza caratterizzato dalla circolazione di merci ma non di soggetti e ci poniamo,mi pongo ,come nodo della rete,punto di incontro e reclutamento per difendere ed allargare questo spazio libero dove i soggetti non devono trasformarsi in merci per circolare. Infatti se non si è merce, forza lavoro richiesta, si può essere catturati e rinchiusi in luoghi appositi chiamati centri di detenzione temporanea o con altra terminologia, che altro non sono se non campi di internamento, solamente perché siamo dove non siamo richiesti come merce o dove un qualche potere dice che non dovremmo essere: siamo clandestini.
La condizione umana di essere in un luogo dove per qualcuno non dovremmo essere diviene priva di diritto: il soggetto non è titolare di habeas corpus, è ,come dice Giorgio Agamben, una nuda vita e sul suo corpo si esercita il controllo biopolitico.
Noi combattiamo questo controllo siamo out of control.
 In questo mondo ci sono pochi oppositori alla costituzione dei dispositivi totalitari di controllo, dispositivi che si costituiscono ovunque e privano i soggetti del diritto.
Ad esempio nel mondo del lavoro gli strumenti contrattuali sono sempre più "flessibili" cioè parcellizzati, individualizzati: la contrattazione collettiva è fortemente combattuta in nome della ideologia individualista che spezza e frantuma la forza della classe distruggendone la coscienza collettiva.
 La lotta di classe ha assunto nuove forme perché la classe operaia è stata sconfitta ed ha perso perfino la coscienza di essere, non è più presente a se e non si sa dove sia.
L´opposizione sociale si presenta con forme di ribellione che raramente superano l´orizzonte di una singola questione:in italia ad esempio, c’è il problema dei rifiuti a Napoli, la galleria nella val di Susa in Piemonte per il treno ad alta velocità,l´opposizione all´allargamento della base NATO a Vicenza,ma è molto difficile la riunificazione di questi "fronti di lotta" attorno ad una comune prospettiva di cambiamento.
 In buona sostanza c´è stato un cambiamento della forma di produzione capitalistica, ormai viviamo in una era che vede il dominio della produzione immateriale, cioè la merce che è prodotta non vale,come giustamente diceva Marx per il lato dell´uso, per la sua componente materiale, ma per il lato del valore di scambio, cioè per la sua componente immateriale.
Abbiamo raggiunto un livello produttivo in cui il feticismo della merce esprime il suo dominio sul pianeta tramite un vero sex appeal dell´inorganico come diceva Walter Benjamin.
Questo significa che non si produce tanto la cosa quanto il modo di consumarla ed il modo di consumarla determina una abitudine: un abito come direbbe Peirce. Per dirla in breve  la produzione attuale produce il consumatore, la sua soggettività e se vogliamo la sua coscienza o meglio la sua coscienza falsa,ci avrebbe detto Lukács,.
Così ci troviamo di fronte ad un apparato produttivo che si dispiega su vari piani, forse i millepiani di cui parlano Deleuze e Guattari e che ci si presenta come una macchina, cioè un apparato composto di parti biologiche e meccaniche che producono incessantemente modi di attribuzione di significati a significanti, cioè i macchinari contemporanei producono incessantemente ideologia di cui W.Reich ci ha mostrato la "forza materiale".
Questa è l’epoca del semiocapitalismo,una epoca in cui le varie province di significato, per dirla alla Schutz si riunificato sotto l´egida di una forma che cerca di tenere unite le varie semiotiche particolari: la produzione di segni e di significati determina gli abiti comportamentali e dunque le relazioni sociali contemporanee.
Parla più di noi un romanzo di Pilip Dick che un trattato di sociologia accademica.
Questa organizzazione sociale contemporanea sta producendo, ha prodotto, una mutazione antropologica.
Innanzi tutto pensiamo al tempo ed al ritmo del vivere:
da quando la popolazione delle città del mondo ha superato quella delle campagne,siamo entrati in un punto di non ritorno, l´equilibrio del pianeta si è definitivamente spezzato in favore delle zone antropizzate, le risorse mondiali vengono monopolizzate e distribuite per mantenere gli squilibri, la forma delle megalopoli è sempre più caotica imprevedibile e dominata dagli slum. La vita nello slum,come dimostra Mike Davis è il paradigma della vita contemporanea.
Lo slum non è solo Delhi è Los Angeles, le città non sono più organizzate secondo la logica centro,periferia, quartieri residenziali,quartieri popolari di operai, ma secondo recinzioni e barriere che distinguono stili di vita, mondi paralleli che non dovrebbero incontrarsi, piani e livelli di metropoli tipo la Los Angeles di Blade Runner.
Per questo abbiamo zone libere da prostituzione,quartieri a luci rosse,piccoli villaggi turistici dove si dovrebbe vivere la vita del Truman Show circondati da muri al di la dei quali vivono in riserve esseri deprivati da controllare perché pericolosi in se, violenti senza motivo e dunque tutti da rinchiudere in carcere come ha dimostrato Loic Wacquant.
Siamo di fronte di nuovo ad una situazione di "grande internamento" come all´inizio dell´era moderna, analizzata da Foucault ,quando i vagabondi, i non regolari, i non "borghesi"(che erano gli abitanti del borgo a cui si contrapponevano i villani o contadini e i vagabondi) dovevano essere controllati e rinchiusi perché considerati pericolosi per le proprietà del nuovo ordine sociale della borghesia nascente..
E di nuovo tornano gli appositi spazi che la biopolitica ha approntato per controllare e disciplinare i corpi,che trovano giustificazioni "scientifiche"per abolire l'habeas corpus e impedire la libera circolazione, si tratta di una applicazione su larga scala del riduzionismo biologico
.Ancora negli anni 70 del secolo scorso è incominciata l'offensiva del neoliberalismo e del riduzionismo con il Manhattan Institute e con libri come
 "The Bell Curve:Intelligence and Class Structures in American Life"
di Richard Herrnstein e Charles Murray, nel quale si sostiene che negli Stati uniti le ineguaglianze razziali e di classe rifletterebbero differenze individuali di "capacità cognitive". in questo testo si sostiene che:
 «Molti pensano che i criminali provengano dai'quartieri malfamati' delle città. Da un certo punto di vista hanno ragione, in quanto è proprio in quei quartieri che in larga parte risiedono le persone a bassa capacità cognitiva».
Per questi autori si diviene criminali non a causa delle privazioni materiali ["deprived"] caratteristiche di una società ineguale, ma per carenze mentali e morali ["depraved"].
Con questi principi si reintroduce l'idea che esistono delle persone "pericolose" in se,per basso quoziente cognitivo,in questo caso,non più per caratteristiche razziali, come dicevano dei nord africani  gli psichiatri francesi degli anni 50, duramente criticati da Franz Fanon.
Fanon diceva che si faceva dell'aggressività una caratteristica essenziale di una etnia e non l'effetto del colonialismo.
Così gli autori di "The bell curve" collegano l'aggressività e la pericolosità sociale al basso quoziente cognitivo e non relazionano questo quoziente alle caratteristiche sociali,all'accesso alla istruzione e così via...
Queste teorie hanno portato ad un aumento esponenziale dei reclusi nelle carceri degli USA.
Ma il grande internamento contemporaneo non è solo nelle carceri e nei centri di identificazione e detenzione temporanea per i migranti, sono sorti anche veri e propri campi di concentramento come Guantanamo dove non esiste nessuna graranzia di nessun tipo per le persone li rinchiuse.
Dunque siamo in presenza di una nuova riorganizzazione dello spazio nel pianeta,con la riduzione,fino alla scomparsa delle zone vergini,una mutazione del rapporto fra città e campagna in favore della città che diventa sempre più megalopoli ed una progressiva stratificazione degli spazi urbani in livelli differenziati che concretizzano la paura dell’altro da se in tentativi di controllare qualsiasi comportamento “deviante” con la biotecnologia: sistemi di telecamere onnipresenti,schedature del DNA selettive,banche dati di ogni tipo, controlli delle comunicazioni telefoniche e così via.
L’aumento della velocità di trasporto e comunicazione, come ha mostrato Virilio,ha altresì provocato una ulteriore mutazione delle abitudini della vita quotidiana,spostamenti individuali e di massa da una città all’altra, da una paese all’altro, da un continente all’altro hanno realizzato una mescolanza di abitudini di vita,comportamenti,credenze religiose che non ha riscontro in nessuna era passata. I vincoli sociali di tipo comunitario si sono affievoliti, le comunità intese come isole o province di significati sono scomparse.
Gli stessi stati nazionali si presentano come anacronistiche barriere di resistenza al flusso sempre più  veloce di comunicazione reale e virtuale ed  alla circolazione dei corpi e delle informazioni. Questa situazione di cambiamento si accompagna con l’ansia,come ha dimostrato Pichon Riviere, il cambiamento produce innanzi tutto una ansia depressiva,la paura di perdere le sicurezze acquisite,la paura di “perdere la presenza” se usiamo il linguaggio di Ernesto De Martino,quando estende all’analisi delle “apocalissi culturali” la sua ricerca sulla crisi della morte e sul lutto.
A questa paura si può reagire con una ansia confusionale, una perdita dei confini dell’identità che ritroviamo facilmente in molti migranti ma anche in molti abitanti delle metropoli che sono coinvolti in questi processi di cambiamento.
E’ uno stato di sofferenza psichica che non può essere negato. Qui è importante la lezione di Franco Basaglia che non ci ha mai detto che la malatta mentale non esisteva, ci diceva che non esisteva o meglio che era una sovrastruttura ideologica la nosografia psichiatrica,ci diceva che la categorizzazione della sofferenza era una reificazione che produceva come effetto la riduzione del soggetto alla propria definizione diagnostica,ci diceva che il manicomio, in quanto istituzione, non era solamente l’edificio in cui erano contenuti i folli ma il dispositivo ideologico che lo rendeva possibile e quindi tutto l’apparato nosografico catalogatore e distanziatore che produceva la malattia che diceva di curare.
Ma non ci ha mai detto che non esisteva la sofferenza psichica, ci ha detto invece che la psichiatria manicomiale a vocazione custodialistica si poneva dalla parte del controllo sociale e negava l’aspetto terapeutico, la cura della sofferenza dell’altro e che il nostro compito era la negazione dell’istituzione manicomiale attraverso l’analisi del nostro mandato sociale , il rifiuto di un mandato sociale custodialistico e l’accettazione di quello terapeutico. Questo significa che la nostra ideologia,si perché noi abbiamo una ideologia,  è quella sintetizzata in una scritta sul muro del manicomio di Trieste: la libertà è terapeutica. Questa idea si contrappone totalmente all’idea del controllo che sta dilagando nel pianeta è una idea che continua a dirci “do not panic” niente paura.
In questa confusione noi entriamo dalla parte di chi costruisce strumenti per pensare, per fabbricare concetti,ancora una volta Deleuze e Guattari che definiscono l’attività filosofica come la fabbricazione di concetti, ma anche Antonio Gramsci che ci ha insegnato a lavorare sul senso comune e ci ha detto che il senso comune è la sedimentazione nella vita quotidiana delle grandi filosofie e che il cambiamento del senso comune è la strategia per quella “riforma intellettuale e morale” che secondo lui era necessaria non solo in Italia ma nel mondo intero.
 Au contraire, esistono industriali della paura che diffondono attraverso i media mainstream la peste psichica di reichiana memoria. Questa peste non è altro che l’elaborazione paranoica del lutto,come diceva Franco Fornari quando ha analizzato i moventi inconsci della guerra. Anche per Pichon Riviere l’ansia paranoidea è una reazione al cambiamento, è una delle resistenze più potenti. Si individua nella novità,nella situazione nuova un pericolo: lo straniero, lo sconosciuto è potenzialmente pericoloso e quindi si apprestano sistemi di difesa per diminuirne la supposta pericolosità: esercito nelle strade, controllo dei campi nomadi, rilevazione delle impronte ai bimbi rom,perché così i “cittadini” si possono sentire più sicuri. Queste sono alcune azioni del nuovo governo di destra italiano debolmente contrastate da una evanescente opposizione. Ma  azioni analoghe avvengono ovunque nel pianeta.
Si tratta della continua ed incessante creazione di muri:muri che vorrebbero difendere e separare e allontanare l’altro, il pericoloso, il nemico. Il prototipo di questi muri sono i muri del manicomio che Franco Basaglia in Italia ha abbattuto. Ma, ci ha sempre ricordato Armando Bauleo esistono anche i manicomi mentali su cui si appoggia la resistenza al cambiamento.
 La resistenza al cambiamento si arrocca sul  bastione della identità, tutti hanno paura di confondersi, di perdere l’identità, per questo c’è un richiamo costante alla identità di etnia, di religione di comunità e così via e dunque si costruiscono  di muri e muraglie per striare e controllare lo spazio liscio della moltitudine nomade.
Ma Amartya  Sen ha dimostrato molto bene come  questo richiamo all’identità dell’identico si  accompagni alla violenza contro l’altro che non è me.
Questo altro,è pericoloso è minaccioso:non è me,ed in questo universo paranoico tutto ciò che non è me mi è nemico e deve essere annichilito.
E’ questo il vocabolo attualmente usato dai militari in guerra:” annichiliscili!
Noi lavoriamo su altro, contrastiamo l’ossessione dell’identità perché crediamo che l’altro sia costitutivo del me,perché sappiamo che non può esserci un io senza altro.
Siamo con Rimbaud: io è un altro.
Per questo in questo trentennale della legge 180 o legge Basaglia dobbiamo lanciare una controffensiva all’ideologia dominante della psichiatria nosografia classificatoria del DSM Questa è l’ideologia che permette il controllo e il contenimento dei comportamenti delle moltitudini migranti da parte di funzionari che tramite dei test applicano delle diagnosi stigmatizzanti che trasformano soggetti confusi e sofferenti dall’identità molteplice in individui ad una sola dimensione,come avrebbe detto Marcuse,quella psicopatologica. Siamo anche noi i replicanti di Blade Runner sottoposti al test per essere scoperti,ma siamo anche i funzionari che sottopongono il test.
 Proprio Franco Basaglia ci ha insegnato ad interrogarci su quello che facciamo, lui che aveva consuetudine con Sartre sapeva che ciascuno di noi non è uno psichiatra ma fa lo psichiatra,quindi deve interrogarsi su cosa sta facendo perché il suo essere non si esaurisce con il suo fare. E dunque così come il borderline è moltitudine e non solo borderline anche lo psichiatra che lo diagnostica è moltitudine per questo l’analisi sul mandato sociale è per noi psichiatri Basagliani ineludibile.
Franco Basaglia con la scoperta che si poteva e si doveva fare l’analisi del proprio mandato sociale  e trarne le conseguenze pratiche ci ha condannato. Non possiamo fare finta che non si possa fare, è come quando il dott.Semmelweis  ha scoperto che la febbre puerperale derivava dai chirurghi che non si lavavano le mani. C’è voluto molto tempo e molte battaglie per fare diventare senso comune questa scoperta, ma chi lo sapeva non poteva rendersi causa di sofferenza e morte anche se andava contro le leggi e le disposizioni del tempo.
Così la scoperta che il manicomio è una istituzione totale che produce la malattia che vorrebbe curare ci spinge ad una battaglia abolizionista e la consapevolezza che l’abolizione della libertà che si attua in qualsiasi istituzione totale è fonte di sofferenza e morte estende questo movimento ad una visione più ampia verso una autogoverno delle moltitudini desideranti che abitano questa contemporaneità e vogliono viverla fuori da ogni controllo paranoico perché sentono come compito comune come avrebbe detto Armando Bauleo la costruzione di una comunità a venire.


Leonardo Montecchi
Cile 30/08/2008
Da "Rekombinant"


Bibliografia


Franco Basaglia            L’istituzione negata                             Einaudi
                                    Che cosa è la Psichiatria                     Einaudi
                                     Scritti                                                Einaudi

Giorgio Agamben          Homo sacer                                       Einaudi
                                     La comunità che viene                        Einaudi

Karl Marx                     Il capitale                                           Editori Riuniti

Walter Benjamin           Angelus Novus                                    Einaudi

C. Peirce                      Scritti                                                   Bompiani

G. Lukács                     Storia e coscienza di classe                  Sugar

Deleuze e Guattari         Millepiani                                             Castelvecchi

W. Reich                      Psicologia di Massa del fascismo           Mondadori

A. Schutz                      Don Chisciotte e il problema della realtà  Armando Editore

Philip Dick                    Un oscuro Scrutare                                Fanucci
                                     Ubik                                                      Fanucci

Mike Davis                    Slum                                                     Feltrinelli

Loic Wacquant              Parola d’ordine tolleranza zero               Feltrinelli

Michel Foucault              Storia della follia                                    Rizzoli

Richard Herrnstein e Charles Murray    The Bell Curve: Intelligence and Class Structures in American Life
                                                                         A Free Press Paperbacks Book

Paul Virilio            Velocità e politica: saggio di dromologia              Milthipla

Pichon Riviere       Il processo gruppale                                           Lauretana

Armando Bauleo    Note di Psicologia  e Psichiatria Sociale
                              Psicanalisi e gruppalità                                       Borla

Amartya  Sen          Identità e violenza                                             Laterza

Artur Rimbaud        Opere                                                               Mondadori

mercoledì 10 settembre 2008

La scienza di sinistra

Il brevetto del NUOVO CAPITALE
«APPUNTI» PER CERCARE LE RAGIONI A SINISTRA
prima parte

Nuovo modo di produrre e nuovo ruolo della scienza, In un mondo messo a rischio nella sua esistenza materiale e nella sua ragione morale. Un contributo alla discussione per non rassegnarsi al declino, tra deriva moderata e resistenza testimoniale

di Marcello Cini

Condivido tuttora, nonostante l'attuale diaspora della sinistra, la domanda che Claudio Fava aveva posto a Chianciano con chiarezza: «Abbiamo paura di impegnarci nella costruzione di una sinistra che sappia finalmente elaborare le culture del comunismo e del socialismo per proporne una sintesi originale? Qualcuno di noi è così miope da vivere questa sfida culturale e politica, che forse prenderà il tempo e lo spazio di una generazione, come un tradimento ai sacri luoghi delle nostre identità? O pensiamo davvero che tra dieci o vent'anni ci saranno ancora, in questo paese, una sinistra cosiddetta 'socialdemocratica' e una sinistra cosiddetta 'comunista', ciascuna gelosa custode delle proprie liturgie e della propria storia? Un nuovo soggetto politico di sinistra non soffocato dall'ornamento dei propri aggettivi è solo una favola che ci raccontiamo o è realmente una sfida che ci mette tutti (tutti!) in discussione?». Penso ancora che il dibattito su come iniziare a costruire gli strumenti che possono contrastare l'offensiva travolgente che il capitalismo del XXI secolo sta portando avanti contro i popoli della Terra dovrebbe avere la priorità. Temo invece che l'obiettivo della ricostruzione di una sinistra senza aggettivi non sia ancora percepito nella sua urgenza. Certo non si potrà affrontarlo finché ognuno intende presentarsi all'appuntamento con la pretesa di usare la propria cassetta di attrezzi ereditata dal bisnonno. Proverò in questo testo - diviso in due parti - a elencare alcune differenze, secondo me essenziali, tra il capitalismo del XX e quello del XXI secolo sulle quali bisognerebbe costruire questo discorso comune.


Profitto «intangibile»
La prima differenza investe il modo di produzione della ricchezza. Essa è rappresentata dalla tendenza, suffragata da fatti sotto gli occhi di tutti, a fondare sempre più la formazione del profitto nel processo di accumulazione del capitale sulla produzione di merci non tangibili (non solo conoscenza, informazione, saperi, formazione, ma anche comunicazione, intrattenimento e addirittura modelli di vita). Non voglio dire che la produzione di merci materiali sia diventata inessenziale o quantitativamente secondaria, ma insisto che la produzione delle merci necessarie al soddisfacimento dei bisogni crescenti della popolazione umana è sempre più impregnata in ogni suo interstizio e resa concretamente possibile da una sempre maggiore e indispensabile componente non tangibile di conoscenza. L'obiettivo principale del capitalismo odierno è dunque di negare la differenza sostanziale tra la natura dei beni materiali e quella dei beni immateriali, nascondendo la proprietà fondamentale di questi ultimi che, contrariamente a ciò che accade per i beni materiali, è quella di poter essere goduti da parte di un «consumatore» lasciando intatta la possibilità che innumerevoli altri facciano altrettanto. Il «consumatore» dunque in realtà non «consuma» il bene di cui fruisce, che può continuare a essere a disposizione di tutti. La differenza non investe soltanto la fase del «consumo», ma anche quella della produzione. Mentre per l'operaio della fabbrica di merci materiali (nelle sue fasi successive dal fordismo al toyotismo) la categoria marxiana di lavoro astratto, misurabile quantitativamente, rappresentava tutto sommato la sostanza del rapporto capitale lavoro (e comunque stava alla base dell'analisi di Sraffa sulla «produzione di merci a mezzo di merci»), per il lavoratore della fabbrica delle parole (folgorante a questo proposito il film di Virzì sulla vita degli operatori dei call-center che vale più di tanti corposi saggi) la categoria della qualità caratterizza inevitabilmente il lavoro di ogni individuo. La differenza è sostanziale. Nel primo caso gli operai si sentivano oggettivamente e soggettivamente uguali, e dunque solidali tra loro. Si contrapponevano al capitale attraverso sindacati e partiti di classe. Nel secondo ogni lavoratore compete con gli altri con tutti i mezzi per sopravvivere. L'individualismo e la solitudine sono la regola. Questo spiega tante cose: in primo luogo la vittoria di Berlusconi. Il discorso andrebbe approfondito, e io non sono in grado di farlo: mi stupisce però che chi dovrebbe saperne più di me non lo faccia.



La Terra al collasso
La seconda differenza fondamentale è la scoperta dei limiti fisici dell'ecosistema terrestre. Sono rimaste inascoltate, e addirittura accusate di terrorismo intellettuale, fino a due o tre anni fa le grida d'allarme (che risalgono agli anni 70) dei primi ambientalisti, intesi a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sui sintomi dell'incipiente degrado che avrebbe investito il pianeta, nonostante che esse siano state via via rafforzate per trent'anni da fatti incontrovertibili e da analisi rigorose. Soltanto da un paio d'anni gli scienziati dell'IPCC (l'organismo delle Nazioni Unite per lo studio del cambiamento climatico) sono arrivari alla conclusione - ormai finalmente condivisa dalla maggior parte della comunità scientifica internazionale e fatta propria anche dai maggiori esponenti politici della Comunità Europea - che interventi concreti massicci e urgenti sono necessari per contrastare l'aumento dell'effetto serra e della temperatura globale del pianeta e impedire le sue conseguenze devastanti. Conseguenze del resto previste e quantificate nel notissimo rapporto redatto dal principale consulente economico di Tony Blair, Nicholas Stern, nel quale si prevede che, se si continua a non intraprendere alcuna azione significativa per ridurre l'emissione di CO2 nell'atmosfera, i danni del riscaldamento globale potranno arrivare nel giro di dieci, al massimo venti anni, a un tasso annuo tra il 5% e il 20% del Pil globale. Una cifra da confrontare con una spesa attorno all'uno per cento in misure preventive da iniziare subito. Non insisterei su questo argomento che è ormai ben noto, se non fosse per l'incomprensione da parte della tradizione comunista di questo processo, incomprensione che costituisce purtroppo una pesante palla al piede della sinistra.



La scienza «a servizio»
La terza differenza riguarda la scienza. Nell'immaginario collettivo la scienza ha assunto un peso enorme, carico da un lato di aspettative, e dall'altro di paure. Per capirne l'origine occorre rendersi conto che anch'essa ha subito un profondo mutamento. Esso consiste nel suo passaggio dal modello galileiano e newtoniano di conoscenza delle proprietà e della struttura della materia inerte, fondato sulla ricerca delle leggi generali e immutabili della natura che ne sarebbero la causa prima, al modello di conoscenza delle proprietà della materia vivente e della mente umana fondato sul riconoscimento dell'unicità di ogni processo nel quadro dei principi dell'evoluzione darwiniana e dell'autorganizzazione dei sistemi complessi. Non c'è più dunque una scala gerarchica di attività separate e distinte che vede al vertice una scienza «pura» come scoperta disinteressata e autonoma delle leggi generali della natura, dalla quale nasce una tecnologia che ne applica i risultati per creare oggetti destinati a fini utili, e a sua volta li consegna all'economia perché investa le risorse necessarie a immetterli nel modo più efficiente e profittevole sul mercato. Queste tre fasi si intrecciano strettamente tra loro. Molti scienziati seri e disinteressati, impegnati in un lavoro di ricerca «di base», che non si pone l'obiettivo immediato di ottenere risultati da immettere sul mercato, negano che questa svolta sia così radicale e sostanziale, e auspicano comunque che la barriera tra scienza e tecnologia venga ripristinata e rafforzata. Secondo me si tratta di una illusoria aspirazione a tornare ai bei tempi passati, che ignora il carattere irreversibile della trasformazione che ha investito il tessuto sociale negli ultimi due o tre decenni. Una trasformazione che non solo deriva dalla differenza epistemologica tra la scienza delle leggi e le scienze dei processi alla quale ho appena accennato, ma che ha anche una causa precisa: la deliberazione della Corte suprema degli Stati uniti del 1980 sulla brevettabilità degli organismi geneticamente modificati. Da quel momento in poi si brevetta tutto: qualsiasi pezzo di materia vivente e qualunque idea venga partorita da una mente umana.



«Lecito» e «illecito»
Oltre alla differenza sul piano epistemologico che abbiamo appena discusso, si è prodotta con il passaggio dalle scienze della materia inerte a quelle della vita e della mente una differenza radicale sul piano dell'etica professionale degli scienziati, e più in generale dell'etica pubblica. Una cosa è infatti manipolare, controllare, forgiare un oggetto fatto di materia inerte e altra cosa è compiere le stesse operazioni su un organismo vivente o addirittura sull'uomo. Lo sgretolamento della barriera tra fatti e valori sta accendendo un conflitto per l'egemonia nella società fra chi ritiene che soltanto perseguendo un crescente dominio razionale sui fatti e sulle relazioni che li connettono sia possibile affrontare i problemi della vita umana e della convivenza sociale e chi pretende di essere depositario e amministratore di valori assoluti di origine trascendente in grado di regolamentare ogni aspetto dei comportamenti umani. Ma la

Il brevetto del NUOVO CAPITALE
«APPUNTI» PER CERCARE LE RAGIONI A SINISTRA
prima parte

Nuovo modo di produrre e nuovo ruolo della scienza, In un mondo messo a rischio nella sua esistenza materiale e nella sua ragione morale. Un contributo alla discussione per non rassegnarsi al declino, tra deriva moderata e resistenza testimoniale

di Marcello Cini


Condivido tuttora, nonostante l'attuale diaspora della sinistra, la domanda che Claudio Fava aveva posto a Chianciano con chiarezza: «Abbiamo paura di impegnarci nella costruzione di una sinistra che sappia finalmente elaborare le culture del comunismo e del socialismo per proporne una sintesi originale? Qualcuno di noi è così miope da vivere questa sfida culturale e politica, che forse prenderà il tempo e lo spazio di una generazione, come un tradimento ai sacri luoghi delle nostre identità? O pensiamo davvero che tra dieci o vent'anni ci saranno ancora, in questo paese, una sinistra cosiddetta 'socialdemocratica' e una sinistra cosiddetta 'comunista', ciascuna gelosa custode delle proprie liturgie e della propria storia? Un nuovo soggetto politico di sinistra non soffocato dall'ornamento dei propri aggettivi è solo una favola che ci raccontiamo o è realmente una sfida che ci mette tutti (tutti!) in discussione?». Penso ancora che il dibattito su come iniziare a costruire gli strumenti che possono contrastare l'offensiva travolgente che il capitalismo del XXI secolo sta portando avanti contro i popoli della Terra dovrebbe avere la priorità. Temo invece che l'obiettivo della ricostruzione di una sinistra senza aggettivi non sia ancora percepito nella sua urgenza. Certo non si potrà affrontarlo finché ognuno intende presentarsi all'appuntamento con la pretesa di usare la propria cassetta di attrezzi ereditata dal bisnonno. Proverò in questo testo - diviso in due parti - a elencare alcune differenze, secondo me essenziali, tra il capitalismo del XX e quello del XXI secolo sulle quali bisognerebbe costruire questo discorso comune.


Profitto «intangibile»
La prima differenza investe il modo di produzione della ricchezza. Essa è rappresentata dalla tendenza, suffragata da fatti sotto gli occhi di tutti, a fondare sempre più la formazione del profitto nel processo di accumulazione del capitale sulla produzione di merci non tangibili (non solo conoscenza, informazione, saperi, formazione, ma anche comunicazione, intrattenimento e addirittura modelli di vita). Non voglio dire che la produzione di merci materiali sia diventata inessenziale o quantitativamente secondaria, ma insisto che la produzione delle merci necessarie al soddisfacimento dei bisogni crescenti della popolazione umana è sempre più impregnata in ogni suo interstizio e resa concretamente possibile da una sempre maggiore e indispensabile componente non tangibile di conoscenza. L'obiettivo principale del capitalismo odierno è dunque di negare la differenza sostanziale tra la natura dei beni materiali e quella dei beni immateriali, nascondendo la proprietà fondamentale di questi ultimi che, contrariamente a ciò che accade per i beni materiali, è quella di poter essere goduti da parte di un «consumatore» lasciando intatta la possibilità che innumerevoli altri facciano altrettanto. Il «consumatore» dunque in realtà non «consuma» il bene di cui fruisce, che può continuare a essere a disposizione di tutti. La differenza non investe soltanto la fase del «consumo», ma anche quella della produzione. Mentre per l'operaio della fabbrica di merci materiali (nelle sue fasi successive dal fordismo al toyotismo) la categoria marxiana di lavoro astratto, misurabile quantitativamente, rappresentava tutto sommato la sostanza del rapporto capitale lavoro (e comunque stava alla base dell'analisi di Sraffa sulla «produzione di merci a mezzo di merci»), per il lavoratore della fabbrica delle parole (folgorante a questo proposito il film di Virzì sulla vita degli operatori dei call-center che vale più di tanti corposi saggi) la categoria della qualità caratterizza inevitabilmente il lavoro di ogni individuo. La differenza è sostanziale. Nel primo caso gli operai si sentivano oggettivamente e soggettivamente uguali, e dunque solidali tra loro. Si contrapponevano al capitale attraverso sindacati e partiti di classe. Nel secondo ogni lavoratore compete con gli altri con tutti i mezzi per sopravvivere. L'individualismo e la solitudine sono la regola. Questo spiega tante cose: in primo luogo la vittoria di Berlusconi. Il discorso andrebbe approfondito, e io non sono in grado di farlo: mi stupisce però che chi dovrebbe saperne più di me non lo faccia.



La Terra al collasso
La seconda differenza fondamentale è la scoperta dei limiti fisici dell'ecosistema terrestre. Sono rimaste inascoltate, e addirittura accusate di terrorismo intellettuale, fino a due o tre anni fa le grida d'allarme (che risalgono agli anni 70) dei primi ambientalisti, intesi a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sui sintomi dell'incipiente degrado che avrebbe investito il pianeta, nonostante che esse siano state via via rafforzate per trent'anni da fatti incontrovertibili e da analisi rigorose. Soltanto da un paio d'anni gli scienziati dell'IPCC (l'organismo delle Nazioni Unite per lo studio del cambiamento climatico) sono arrivari alla conclusione - ormai finalmente condivisa dalla maggior parte della comunità scientifica internazionale e fatta propria anche dai maggiori esponenti politici della Comunità Europea - che interventi concreti massicci e urgenti sono necessari per contrastare l'aumento dell'effetto serra e della temperatura globale del pianeta e impedire le sue conseguenze devastanti. Conseguenze del resto previste e quantificate nel notissimo rapporto redatto dal principale consulente economico di Tony Blair, Nicholas Stern, nel quale si prevede che, se si continua a non intraprendere alcuna azione significativa per ridurre l'emissione di CO2 nell'atmosfera, i danni del riscaldamento globale potranno arrivare nel giro di dieci, al massimo venti anni, a un tasso annuo tra il 5% e il 20% del Pil globale. Una cifra da confrontare con una spesa attorno all'uno per cento in misure preventive da iniziare subito. Non insisterei su questo argomento che è ormai ben noto, se non fosse per l'incomprensione da parte della tradizione comunista di questo processo, incomprensione che costituisce purtroppo una pesante palla al piede della sinistra.



La scienza «a servizio»
La terza differenza riguarda la scienza. Nell'immaginario collettivo la scienza ha assunto un peso enorme, carico da un lato di aspettative, e dall'altro di paure. Per capirne l'origine occorre rendersi conto che anch'essa ha subito un profondo mutamento. Esso consiste nel suo passaggio dal modello galileiano e newtoniano di conoscenza delle proprietà e della struttura della materia inerte, fondato sulla ricerca delle leggi generali e immutabili della natura che ne sarebbero la causa prima, al modello di conoscenza delle proprietà della materia vivente e della mente umana fondato sul riconoscimento dell'unicità di ogni processo nel quadro dei principi dell'evoluzione darwiniana e dell'autorganizzazione dei sistemi complessi. Non c'è più dunque una scala gerarchica di attività separate e distinte che vede al vertice una scienza «pura» come scoperta disinteressata e autonoma delle leggi generali della natura, dalla quale nasce una tecnologia che ne applica i risultati per creare oggetti destinati a fini utili, e a sua volta li consegna all'economia perché investa le risorse necessarie a immetterli nel modo più efficiente e profittevole sul mercato. Queste tre fasi si intrecciano strettamente tra loro. Molti scienziati seri e disinteressati, impegnati in un lavoro di ricerca «di base», che non si pone l'obiettivo immediato di ottenere risultati da immettere sul mercato, negano che questa svolta sia così radicale e sostanziale, e auspicano comunque che la barriera tra scienza e tecnologia venga ripristinata e rafforzata. Secondo me si tratta di una illusoria aspirazione a tornare ai bei tempi passati, che ignora il carattere irreversibile della trasformazione che ha investito il tessuto sociale negli ultimi due o tre decenni. Una trasformazione che non solo deriva dalla differenza epistemologica tra la scienza delle leggi e le scienze dei processi alla quale ho appena accennato, ma che ha anche una causa precisa: la deliberazione della Corte suprema degli Stati uniti del 1980 sulla brevettabilità degli organismi geneticamente modificati. Da quel momento in poi si brevetta tutto: qualsiasi pezzo di materia vivente e qualunque idea venga partorita da una mente umana.



«Lecito» e «illecito»
Oltre alla differenza sul piano epistemologico che abbiamo appena discusso, si è prodotta con il passaggio dalle scienze della materia inerte a quelle della vita e della mente una differenza radicale sul piano dell'etica professionale degli scienziati, e più in generale dell'etica pubblica. Una cosa è infatti manipolare, controllare, forgiare un oggetto fatto di materia inerte e altra cosa è compiere le stesse operazioni su un organismo vivente o addirittura sull'uomo. Lo sgretolamento della barriera tra fatti e valori sta accendendo un conflitto per l'egemonia nella società fra chi ritiene che soltanto perseguendo un crescente dominio razionale sui fatti e sulle relazioni che li connettono sia possibile affrontare i problemi della vita umana e della convivenza sociale e chi pretende di essere depositario e amministratore di valori assoluti di origine trascendente in grado di regolamentare ogni aspetto dei comportamenti umani. Ma la scoperta che inevitabilmente la scienza si trova ad avere a che fare con giudizi di valore porta la religione ad appropriarsi del diritto di decidere in merito, con la scusa che la religione ha il monopolio della morale. Sappiamo tutti che questa è la pretesa del papa Benedetto XVI. E' una intrusione indebita, come hanno ampiamente dimostrato pensatori come Jurgen Habermas, Hans Jonas, e giuristi come Gustavo Zagrebelski. Deve essere tuttavia ben chiaro che la battaglia per l'autonomia della scienza contro l'ingerenza dei dogmi religiosi non può essere condotta in nome di una astratta scienza galileiana che ignora l'intreccio tra conoscenza e valori che caratterizza oggi le scienze della vita e della mente. Se si pretende che in tre secoli la scienza non sia cambiata si perde in partenza. Se invece si riconosce che l'intreccio fra conoscenza e valori è nelle cose, diventa legittimo, anzi necessario, rifiutarsi di «ritagliarne» i temi, come si dice oggi, «eticamente sensibili» per cederne la competenza a un unico soggetto esterno, per di più autoritario per natura, come il capo della Chiesa cattolica. La formazione del consenso sul lecito e l'illecito deve invece coinvolgere, nelle forme da costruire insieme, una molteplicità di soggetti, aperti al dialogo e al confronto reciproco, portatori di tradizioni culturali, istanze sociali, esperienze del passato e progetti per il futuro in grado di presentare punti di vista diversi diffusi, ma ignorati dai meccanismi di decisione attualmente adottati senza discussione, con affrettata arroganza e incoscienza dai detentori dei poteri e degli interessi più forti.



dal Manifesto del 09/09/08
seconda parte scoperta che inevitabilmente la scienza si trova ad avere a che fare con giudizi di valore porta la religione ad appropriarsi del diritto di decidere in merito, con la scusa che la religione ha il monopolio della morale. Sappiamo tutti che questa è la pretesa del papa Benedetto XVI. E' una intrusione indebita, come hanno ampiamente dimostrato pensatori come Jurgen Habermas, Hans Jonas, e giuristi come Gustavo Zagrebelski. Deve essere tuttavia ben chiaro che la battaglia per l'autonomia della scienza contro l'ingerenza dei dogmi religiosi non può essere condotta in nome di una astratta scienza galileiana che ignora l'intreccio tra conoscenza e valori che caratterizza oggi le scienze della vita e della mente. Se si pretende che in tre secoli la scienza non sia cambiata si perde in partenza. Se invece si riconosce che l'intreccio fra conoscenza e valori è nelle cose, diventa legittimo, anzi necessario, rifiutarsi di «ritagliarne» i temi, come si dice oggi, «eticamente sensibili» per cederne la competenza a un unico soggetto esterno, per di più autoritario per natura, come il capo della Chiesa cattolica. La formazione del consenso sul lecito e l'illecito deve invece coinvolgere, nelle forme da costruire insieme, una molteplicità di soggetti, aperti al dialogo e al confronto reciproco, portatori di tradizioni culturali, istanze sociali, esperienze del passato e progetti per il futuro in grado di presentare punti di vista diversi diffusi, ma ignorati dai meccanismi di decisione attualmente adottati senza discussione, con affrettata arroganza e incoscienza dai detentori dei poteri e degli interessi più forti.


dal Manifesto del 09/09/08
seconda parte

martedì 9 settembre 2008

Il Travaglio delle carceri

Abbiamo troppi detenuti, un corno! Cosa vuol dire “troppi detenuti”? In base a cosa? Quale sarebbe il numero perfetto di detenuti? Non esiste! Il numero dei detenuti dipende direttamente dal numero delle persone che violano la legge, vengono prese e vengono condannate a una pena che, secondo la legge, prevede il carcere. Quindi non esiste né il “troppi”, né il “troppo pochi”. Ci sono quelli che riusciamo a prendere. In un Paese che, tra l’altro, per certi tipi di reati i livelli di impunità sono quasi al 90%, immaginate che cosa succederebbe se conquistassimo 1% di efficienza in più all’anno.

L'ho sempre detto, Travaglio lo devi prendere per quello che è: a volte ti piace perché ti restituisce il piacere del buon senso e della verità, quella che hai sotto gli occhi e che molti si rifiutano di vedere, altre volte, come in questo passaggio, tira fuori la sua vena conservatrice e non ti piace affatto. Niente bei discorsi romantici e fumosi, niente analisi sociologiche buoniste, per carità: la legge è legge! Non mi piace: qualche volta si va in galera per amore delle proprie idee, spesso perchè sei un dannato della terra e basta.
L'illegalità di oggi può essere la legalità di domani. Gli schiavi che scappavano commettevano reato, oggi la schiavitù è reato. Se non sei un giudice o un poliziotto in servizio devi porti il problema delle ingiustizie e non solo dell'applicazione del codice, ciò significa che devi assumerti delle responsabilità. Si chiama conflitto sociale, esiste, è sempre esistito e non si può ignorarlo, è il motore della storia  e spesso  porta  la  gente in galera.
Altra cosa è la galera per mafiosi, corrotti e psicopatici assassini.
Su una cosa sono d'accordo: ognuno deve assumersi la responsabilità delle proprie illegalità. (F.C.)