martedì 20 marzo 2012

Lista Civica Nazionale a prescindere

Non facciamoci intimidire dalle sortite dei vari Latorre contro Emiliano, e dalle scomuniche del Pd nei confronti dei promotori della Lista Civica Nazionale. Il loro nervosismo è il segno palpabile che abbiamo visto giusto: un listone della società civile è una seria minaccia per questo sitema di partiti e può definitivamente infliggere un colpo mortale a un esercito di zombies che si rifiuta di morire in pace. Non arretriamo, non mostriamo segni di debolezza, contrattacchiamo, mettiamo il dito nella piaga dell'ipocrisia di chi parla di maggiore moralità nella vita pubblica e poi tratta Craxi come un martire. Stiamo parlando di partiti  che contano frotte di indagati in più nelle proprie liste, un numero che aumenta di giorno in giorno. Grazie a loro siamo in gara con il Sud America per i livelli di corruzione nella vita pubblica: dobbiamo aver timore di rispondere per le rime a questa gente? 
Retrocedere ora per "quattro cozze pelose" sarebbe un tragico errore e perderemmo un'occasione unica per il nostro paese.

lunedì 19 marzo 2012

Alemanno, il sindaco fallito

Scandali. Degrado, Traffico. Criminalità. Assunzioni di amici e parenti. E trenta milioni di euro spesi per i collaboratori esterni. Storia e ritratto dell'uomo che in quattro anni di Campidoglio è riuscito a sbagliare tutto


A Gianni Alemanno non gliene va dritta una, nemmeno per sbaglio. Sarà la sfiga, come la nevicata del secolo che ha paralizzato la città, l'incapacità sua e dei suoi uomini (dal Gran Premio di Formula Uno all'Eur alla candidatura alle Olimpiadi, non c'è mezza ciambella che gli riesca con il buco) o le inchieste dei magistrati (l'ultima è sulle mazzette intascate dai vigili urbani, ma ne sta arrivando un'altra sugli appalti dei Punti verde qualità), fatto sta che Giovanni detto Gianni, barese di nascita e capitolino d'adozione, dopo quattro anni in Campidoglio è già considerato uno dei peggiori sindaci della storia di Roma. Non solo dai denigratori e dai nemici della sinistra, ma pure nel Pdl girano ormai battute maligne. "A Roma dopo Alemanno non vinciamo nemmeno se candidiamo Gesù Cristo", è la più in voga al momento. Non c'è nulla da ridere, però. Perché la parabola di Alemanno coincide, tra il comico e il tragico, con il declino vertiginoso della città eterna.

Prendiamo un mese a caso, febbraio 2012. Le cronache danno l'idea plastica del fallimento dell'amministrazione nera che comanda la capitale dal 2008. Prima i 30 centimetri di neve gestiti alla Brancaleone, poi rapine, sparatorie e omicidi diventati un refrain quotidiano, poi il "no" di Monti alle Olimpiadi 2020 e l'accusa della Corte dei conti sui costi - raddoppiati - della metropolitana C.

Infine il fango sugli uomini del corpo di polizia municipale, novelli estortori paragonati ai criminali del clan dei Casamonica, e i nuovi, enormi problemi di bilancio, con la richiesta affannata di liquidità al governo. Ecco: l'elenco di febbraio non è l'eccezione, ma la norma. Perché tra Parentopoli nelle municipalizzate, blocchi del traffico per l'apertura di megastore, allagamenti per pioggia e l'occupazione delle poltrone da parte di ex fascisti e raccomandati, non c'è settimana che il sindaco e la sua squadra non finiscano in prima pagina.
Partiamo dall'inizio della fine.

Il crepuscolo di Alemanno è cominciato con lo scandalo delle assunzioni facili all'Ama e all'Atac, le società comunali che tra il 2008 e il 2009 hanno fatto centinaia di contratti "anomali" (tra cui quelli alla figlia e al figlio del caposcorta di Alemanno) a decine di parenti e fidanzate di dirigenti del centrodestra, finiti poi al vaglio della procura. Gli uomini del nuovo Dux non sembrano aver perso il vizio, e l'ultimo assunto eccellente che ha scatenato nuove polemiche si chiama Paolo Zangrillo, fratello del medico personale di Silvio Berlusconi, da settembre direttore del personale in Acea con stipendio di 300 mila euro e casa di 200 metri quadri pagata. Alemanno non ha dimenticato il suo, di medico personale: Adolfo Panfili è infatti "delegato del sindaco per i rapporti con gli enti sanitari", mentre sua moglie Valeria Mangani - non si sa a che titolo - è stata nominata vicepresidente della spa comunale di moda Alta Roma.

Al di là delle aziende partecipate, nessun ente pubblico in Italia ha assunto tanta gente come il Campidoglio targato Pdl. "Si devono ridurre gli sprechi. Cancelleremo consulenze, nomine e integrazioni economiche dettate da logiche politiche", giurava Gianni in campagna elettorale. Non è andata così. "L'Espresso" ha spulciato tutte le delibere del Comune firmate finora dalla giunta e ha scoperto che tra staff del sindaco, assessorati, segretarie e uffici stampa in meno di quattro anni sono stati assunti ben 303 esterni, tra dirigenti, funzionari e co.co.co. Spesso amici degli amici (come quelli della lobby dell'Unire di Franco Panzironi), famigli di potenti o semplici simpatizzanti del centrodestra, spesso senza competenze specifiche. Un esercito costato alla collettività, tra stipendi e oneri previdenziali, la cifra monstre di oltre 30 milioni. Alla faccia del buco in bilancio.

Il recordman è Antonio Turicchi, ex direttore esecutivo scappato poi all'Alstom, che è riuscito a strappare un contrattino che pesava sui conti per quasi un milione di euro. Ma anche Umberto Broccoli, il sovrintendente ai musei noto per la sua passione radiofonica (qualche giorno fa ha letto su RadioUno brani di un romanzo su re Artù, mago Merlino e Fata Morgana, definita "la femmina più calda e lussuriosa di tutta la Gran Bretagna") si porta a casa una busta paga più che dignitosa (Broccoli costerà, fino a tutto luglio 2012, ben 667 mila euro). Stessa cifra per i direttori "tecnici" Francesco Coccia ed Errico Stravato, impegnato nel mega progetto di abbattere le 14 torri di Tor Bella Monaca.

sabato 17 marzo 2012

Sindacato, sesto potere

Questa gente del sindacato la detesto, e mi dispiace per alcuni miei amici sindacalisti, che tutto sommato sono brave persone. Non si tratta dei singoli ovviamente, il sindacato è il sesto potere, una banda di coyotes che si nutre alla greppia dei padroni ed espressione di una politica consociativa che permea l'intera società italiana. Tanto per fare un esempio, credo sia difficile smentire il fatto che se vuoi fare carriera in un'azienda come quella ospedaliera, avere in tasca  la tessera di un sindacato ti permette quantomeno per sederti al tavolo delle spartizioni dei vari incarichi di potere. 
Rimango ancora incredulo al pensiero di tutte le conquiste svendute da questi signori nel corso degli anni. Non si può perdonare loro di aver accettato l'idea che il debito pubblico andasse sanato col sacrificio delle nostre pensioni, del nostro reddito e dei nostri diritti acquisiti di lavoratori e non riesco a capacitarmi di come tutti noi abbiamo potuto ingoiare anche questi ultimi provvedimenti del governo in materia di lavoro e pensioni  senza battere ciglio. Prima dei vari Amato, Dini, Prodi, avevamo pensioni decenti, ma qualcuno ci ha convinto che non andava bene, che vivevamo al di sopra delle nostre possibilità e abbiamo accettato l'idea che il sistema contributivo fosse cosa equa, in base alla logica fraudolenta del tanto mi dai tanto ti rendo, ma non basta, oggi siamo finalmente riusciti a digerire persino l'idea che sia giusto andare in pensione un attimo prima di mettere il piede nella fossa. Tutto questo i  nostri sindacalisti più furbi lo giustificano con la logica dei mutati rapporti di forza, i più figli di puttana invece con le mutate condizioni economiche e sociali, la globalizzazione e bla, bla, bla. Balle, è solo politica consociativa ed estremo tentativo di autoconsevazione.
Detesto la Camusso, non solo perché ha chiesto la delega per far contenta la sua amica Fornero e firmare un'intesa catastrofica per i lavoratori, (l'avete vista come se la ride di gusto fra la Emma e la Elsa, sembrano vecchie comari), ma anche perché incarna al pieno una cultura industrialista che pone come priotaria la produzione di merci in un'ottica di sviluppo infinito, a prescindere da cosa e perché si produce. L' uscita sul TAV la dice tutta: “l'Italia ha un disperato bisogno di investimenti”, che importa se vengono utilizzati in opere inutili e dannose. Anche Landini in fin dei conti non va oltre una concezioni produttivista del lavoro, legata a una visione novecentesca della realtà. Produrre macchine in un mercato ormai saturo e in un mondo che muore soffocato dai gas di scarico è un controsenso, soprattutto se si continua a ragionare all'interno di parametri di tipo fordista. Ma non si può pretendere che un sindacalista esca fuori da un visione autoreferenziale e di Landini almeno si può apprezzare l'onestà intellettuale e la difesa di quel poco che rimane dei diritti dei lavoratori. Altra cosa sono i gialli Bonanni e Angeletti, lividi di rabbia, non quando il governo e i padroni fanno delle porcate e minacciano le condizioni di vita dei lavoratori, ma quando non vengono invitati alla mangiatoia e non possono esibirsi nelle foto ricordo a fianco delle Marcegaglie e soci. “Nessuno pensi di poter prendere delle decisioni senza consultare le parti sociali”, ripete ossessivamente Bonanni.
Rinnovare la politica significherà certamente liberarsi fra gli altri, anche di questa gente, sebbene non si possa certo fare a meno dei diritti e delle tradizioni che questi personaggi pretendono ancora di rappresentare.

Liste civiche e società civile, unico antidoto al berlusconismo

di Paolo Flores d’Arcais, da Micromega (il Fatto quotidiano, 16 marzo 2012)“Tecnici” o non “tecnici”, tra un anno si vota. E ognuno di noi dovrà decidere se giocare il ruolo del cittadino attivo, quello del gregario portatore d’acqua, o rincantucciarsi nell’innocua protesta velleitaria. Ieri il direttore di questo giornale ha ricordato che l’effettiva rappresentatività degli attuali partiti oscilla tra il 4% e l’8%. Il che significa che un 92-96% dei cittadini non sarà rappresentato nel prossimo Parlamento, a meno che la società civile non sappia organizzarsi in prima persona. Quella del privilegio e dell’establishment, lo farà, con Monti, Passera e altri “tecnici” usciti dal cilindro. E quella che vuole un’Italia meno lontana dalla “giustizia e libertà” scritta nella nostra Costituzione, e viene perciò tacciata da quasi vent’anni di “giustizialismo” e di “estremismo”?


Antonio Padellaro ha già spiegato perché non sia più lecito aspettare: se si lascia che i protagonisti delle prossime elezioni siano solo i partiti, ci si fa complici di una sostanziale continuità col berlusconismo, anche se in maquillage. Dunque, una o più liste di società civile, le cui forme di sinergia con i partiti del centrosinistra dipenderanno dalla legge elettorale. E candidati della società civile alle primarie (primarie vere, cioè ad armi pari) se si voterà con l’attuale “porcata”. Dobbiamo lavorarci da subito; alle liste, all’individuazione del candidato, al programma (eventualmente in sequenza inversa).


Dobbiamo, ma “chi”? Il Fatto inizia nei prossimi giorni un viaggio di ascolto politico con i suoi lettori. “Libertà e Giustizia” con Zagrebelsky, Saviano, Eco, sta moltiplicando le iniziative pubbliche. MicroMega è tradizionalmente impegnata in questa direzione. Il mondo del web è ricco di fermenti analoghi. La Fiom ha saputo catalizzare tutti i movimenti di lotta verso un “interesse generale”, esattamente come i sindaci riuniti da De Magistris. Le diverse “sensibilità” di un coerente mai-più-berlusconismo non sono sovrapponibili, ma potrebbero (dovrebbero!) almeno impegnarsi a parlarsi, invitarsi reciprocamente alle rispettive iniziative. Progettare insieme entro l’anno una sorta di “stati generali” della “cittadinanza attiva” ne costituirebbe il naturale coronamento.

venerdì 16 marzo 2012

Piccole liste civiche crescono

Alleluia,

Flores D’Arcais si è deciso a fare sul serio, dopo tanti proclami sulla necessità di fare liste civiche, si è deciso ad impegnarsi in prima persona, mettendo in campo anche la sua rivista Micromega. Ci si è finalmente accorti che se non ci si da una mossa, di questa idea si approprierà Berlusconi, il solo che ha il fiuto per capire da che parte tira il vento, e se il consenso ai partiti è al 4% l’unica alternativa è fare qualcosa che cavalchi l’antipolitica, sfidando il paradosso, che a ben pensarci però  è tale solo su un piano logico formale. Problema irrilevante in fondo visto che la gente non legge Aristotele e si fa spesso guidare dall’istinto. Staremo a vedere.
Da parte mia mi candido senz’altro per le primarie

giovedì 15 marzo 2012

Pubblicità nel Blog

Scrivo queste righe per rispondere a chi mi ha chiesto giustamente del perché della pubblicità sul nostro Blog e in particolare della pubblicità che vedete qui a fianco.
Da un po' di tempo fungiamo da intemediari per una cooperativa che si occupa di fornire farmaci e materiali sanitari ai cosiddetti PVS. La cooperativa è gestita da compagni che lavorano in ambito sanitario e che  nel tempo libero si dedicano a quello che per loro è un secondo lavoro.
Conosciamo questi compagni da molti anni e siamo in grado di dire che lavorano bene. 
La loro politica di privilegiare il farmaco generico in grandi quantitativi, grazie a confezioni ad hoc, pemette loro di praticare prezzi molto convenienti. Inoltre il contatto consolidato con ditte olandesi e tedesche,  che adottano una politica caratterizzata da elevati livelli di controllo qualità, è un'ottima garanzia di qualità del prodotto.
Il buon lavoro svolto da queste persone  ha avuto  molti felici riscontri, primo fra tutti forse, l'apprezzamento di Emergency, di cui sono il principale partner in Sudan.  Ma la cooperativa non rifornisce solo gorsse organizzazioni: lo stoccaggio di piccole quantità di prodotto in magazzino le pemette di esaudire anche richieste minime.
Facciamo pubblicità a loro anche per nostro tornaconto ovviamente, ma chi ci ha imparato a conoscerci sa che può fidarsi di noi e che per nulla al mondo faremmo pubblicità così personalizzate per qualcuno o qualcosa di cui non abbiamo piena fiducia.
Degli Ads di Google non rispondiamo, ma quella è tutta un'altra storia.

P.S. Vorrei precisare che coopsan non è il nome della cooperativa, ma solo un account gmail.

Paolo Barnard: lettera a un imprenditore.


dal Blog di Paolo Barnard
 
Caro imprenditore, spero che una domenica pomeriggio nella calma del suo salotto lei possa dedicare trenta minuti a leggere questa mia. Il contenuto parla di quanto di più caro lei abbia fuori dall’ambito familiare: il suo lavoro, il suo investimento di una vita, e coloro che lavorano con, per, lei. Vi stanno distruggendo. E peggio: siete soli. Né Confindustria, né le vostre organizzazioni di rappresentanza hanno capito cosa è in atto nell’Unione Europea, non sanno o non vogliono capire, e infatti se ne vedono i risultati. Qui vorrei offrire a lei, e ai suoi omologhi, un contributo di comprensione, ma soprattutto di autodifesa e di riscatto. Le parlo di economia, il motore di tutto ciò che ci sostiene, senza il quale non solo i redditi e i fatturati, ma neppure i diritti sono possibili. La sua figura, ritengo, è oggi una chiave fondamentale per salvare l’Italia, la democrazia, il lavoro.
I sindacati… devo trattenere il disprezzo per organizzazioni condotte da quadri dirigenti che sono quanto di più parrocchiale, ignorante e cinico questo Paese abbia prodotto fuori dalle Mafie. Veri ascessi del mondo del lavoro e nel futuro di milioni di lavoratori, traditori di una causa che fu nobile, venduti non ai ‘Padroni’, ma al proprio bieco opportunismo. Per questo faccio appello a voi imprenditori. Spero che voi, uomini e donne schiacciati fra la retorica defunta della sinistra e la distruttività apocalittica dei poteri sovranazionali, possiate intuire la validità di queste righe.
Il mio lavoro ha per oltre dodici anni approfondito i temi di cui tratto qui. Nulla di quanto scrivo di seguito è frutto di esasperati concetti, radicalismi infondati, notiziole da internet. Ho fatto ricerca con alcuni dei maggiori macro economisti internazionali, e il mio saggio Il Più Grande Crimine 2011 si fregia dell’apprezzamento di uno dei massimi esperti di storia dell’economia Neoliberale al mondo, il Prof. John F. Henry, autore del fondamentale testo The Historic Roots of the Neoliberal Program. Lo scorso 24-26 febbraio ho ospitato a Rimini cinque degli economisti sopraccitati in un summit intitolato “Questo è un Colpo di Stato Finanziario”, dove la teoria economica detta Modern Money Theory (MMT), che forma le basi di questo scritto, è stata spiegata in tre giorni di lezioni (dettagli più sotto). Qui uno scorcio http://www.youtube.com/watch?v=XP60tpwu5cs.

I nuovi rentiers.

Ora il succo del mio messaggio. Un imprenditore italiano moderno deve comprendere, prima di tutto, che ciò che decide direttamente del destino dei suoi bilanci e dell’economia in cui il suo lavoro vive, sta molto alle spalle persino del concetto di economia globalizzata. Quindi, non solo ciò che per lei è vitale non risiede in decisioni di politica nazionale, ma neppure in quei meccanismi internazionali di cui di norma si parla. Il dramma che ci minaccia, e che la minaccia, è proprio in questo trasferimento di poteri a sfere neppure immaginabili da chi s’informa e lavora. Ora le do l’esempio più chiaro e diretto. La prego di non pensare, dopo le prime righe, che questo sia un trattato di massimi sistemi. No, qui, e lo vedrà fra poco, parlo proprio della sua vita aziendale e del futuro della nostra economia, nei termini più concreti. Per cortesia mi segua.

Ciò che sta accadendo all’Europa della crisi non è solo frutto di accidenti finanziari e dissesti di bilanci statali, né in particolare di una crisi sistemica delle bilance commerciali o altro. Certamente questi fattori contano, ma c’è ben altro. Vi sono forze al lavoro in Europa che mirano, non esagero, alla distruzione delle dinamiche del Capitalismo stesso. E non sono affatto forze marxiste, per carità. Al contrario, e peggio. Va compresa, qui, la differenza fra Europa e Stati Uniti. Nel secondo caso, il Capitalismo si è sviluppato su una terra nuda, tragicamente ripulita della sua popolazione autoctona, ma nuda di ogni presenza delle forze dell’Ancien Régime europeo. Il Capitalismo americano è nato dinamico, pragmatico, e con un’istintiva connotazione verso la ‘Funzione del Consumo’, che oltre un secolo e mezzo più tardi verrà descritta dall’economista inglese John Maynard Keynes. Negli USA, il Potere maggiore fino ai primi anni ’90 ha sempre badato a mantenere in vita il fondamentale principio secondo cui è la Spesa che genera il Risparmio e dunque il successivo Investimento e i Consumi, da cui viene il profitto. Questa centralità della capacità di spendere valeva sia per lo Stato americano, che ha creato la maggiore ricchezza nella sua storia spendendo a deficit di bilancio fino al 25% del PIL, sia per il settore non-governativo, cioè il privato, dove l’elemento dei consumi (spesa) è sempre stato in primo piano (fin eccessivo, si sa). Riassumo: negli Stati Uniti, il Capitalismo, pur nelle sue immense ingiustizie, ha però sempre tenuto in vita una dinamica dove alla maggioranza dei cittadini andava garantito reddito sufficiente a generare una spesa interna che mantenesse in vita la produzione aziendale, spesso aiutata da grandi infusioni di spesa a deficit dello Stato. Ecco il Capitalismo all’Americana, almeno prima della recente mutazione nella folle sfera finanziaria speculativa.

Questo Capitalismo sbarcò in Europa dopo la seconda guerra mondiale, con un buon successo. Intendo dire un successo di pubblico, e con la partecipazione confusa e ignorante della classe politica. In Europa, tuttavia, i gangli del Potere tradizionale - quello che ereditò gli ideali dell’Ancien Régime, del Neomercantilismo tedesco e francese, che transitò trasversalmente nel nazismo, e che fu pregno di appoggi nelle sfere vaticane - ha sempre visto il Capitalismo americano come un’aberrazione. Non certo per le sue derive eccessivamente consumistiche, ma, al contrario, solo perché persino quel minimo di contenuto democratico che esso mantiene – cioè la necessità della presenza di una popolazione tutelata abbastanza affinché consumi – era visto come un’insidia inaccettabile nelle mire fondamentali di questo Potere tradizionale europeo. Queste mire erano, e sono tuttora, la distruzione di qualsiasi potere popolare e democratico, e l’imposizione, anzi, il ritorno in Europa di un nuovo ordine sociale di tipo para-feudale, con a capo quelli che già Adam Smith e David Ricardo definivano nel ‘7-800 i “rentiers”.

I “rentiers” erano, e rimangono nel presente, i rampolli delle nobiltà e delle tecnocrazie europee che ritengono loro diritto ‘divino’ non solo governare i popoli ritenuti masse ignoranti, ma anche prelevare tutta la ricchezza possibile dal lavoro di altri. E questo salasso ha colpito e sta colpendo anche voi imprenditori proprio oggi. Non è necessario ricordarle che per questo identico motivo in Francia nel 1789 scoppiò una rivoluzione. Quell’evento li marginalizzò per un periodo, ma poi i “rentiers” tornarono e oggi governano l’Unione Europea. I loro sicari ed esecutori materiali nella UE moderna sono (o sono stati) i potentissimi tecnocrati come Herman Van Rompuy, Olli Rehn, Jaques Attali, Jaques Delors, o Lorenzo Bini Smaghi e Mario Draghi, e poi gli Juncker, i Weigel fra i tanti. Sono i decisori finali dei nostri destini, coloro che decidono in stanze chiuse di Francoforte o Bruxelles se lei avrà mercato o se invece soccomberà, alla lettera, coi loro Trattati vincolanti per ogni parlamento europeo. “Rentiers” sono divenuti i finti imprenditori (come Montezemolo o De Benedetti in Italia) che scommettono su rendite da ‘clienti prigionieri’ dei servizi essenziali forzosamente privatizzati e riuniti in monopoli privati (la Captive Demand), violando ogni regola di libero mercato reale; lo sono i capitani Neomercantili di multinazionali dell’acciaio, metalmeccaniche o dell’high tech franco-tedesche, le cui strategie di profitto hanno abbandonato la virtuosità del libero mercato reale e si basano solo sulla deflazione dei redditi dei loro dipendenti cui succhiano la vita con pretese di produttività da collasso (in Germania i redditi crescono del 50% in meno rispetto alla media europea con una produttività del 35% superiore, e infatti i consumi interni sono crollati); “rentiers” sono i gestori degli Hedge Funds della City di Londra, gli speculatori che estraggono fortune inaudite proprio dall’attacco al tessuto economico di intere nazioni attraverso l’uso della scommessa finanziaria pura. Le vostre aziende sono ostaggi impotenti di questi immensi giochi.
Questi sono i nuovi “rentiers”, odiano il Capitalismo dei consumi, sono tornati al timone dell’economia, e, come detto, hanno in comune particolarmente il desiderio di estrarre dal terreno produttivo di aziende e cittadini un profitto del tutto parassitario. Voi, le piccole e medie aziende italiane promotrici di redditi da lavoro e di consumi, siete nel loro mirino per questi motivi. Per riconquistare il potere perduto un secolo fa e al fine di attuare il loro programma, essi pensarono a un’intera struttura politico-economica, le cui forme larvali comparvero 75 anni fa, e la cui massima espressione è oggi l’Eurozona. Questo il pubblico non sa, voi non sapete.

Le basti pensare che il progetto di moneta unica europea nacque da uno dei profeti di questi nuovi “rentiers”, nel 1943. Era l’economista francese Francois Perroux, che immaginò l’unione monetaria con la mira di ottenere che “lo Stato perda interamente la sua ragion d’essere”. La distruzione delle funzioni monetarie dello Stato, come le spiegherò fra poco e crucialmente, è oggi lo strumento primario dei nuovi “rentiersper affossare l’economia produttiva, i redditi, i consumi e dunque il Capitalismo stesso, come già detto prima. Il Perroux lasciò scritto che “Il futuro garantirà la supremazia alla nazione o alle nazioni che imporranno la povertà che genera super profitti e quindi accumulo”. Si tratta proprio dei super profitti dei nuovi “rentiers”. Non certo dei profitti della sua attività, che, come il buon senso suggerisce, non può certo prosperare nel crollo delle vendite indotto dall’affossamento dell’economia produttiva, dei redditi, dei consumi

E’ alla luce del sole.
Si faccia una domanda, la più banale, ma la più vera: perché la nostra ‘Italietta’ della ‘liretta’ degli anni ’70-80 si vide promossa fra i sette più prosperi Paesi del mondo, mentre oggi, con questo Euro che prometteva rilanci insperati siamo ridotti al fanalino di coda d’Europa, additati come i somari della classe e sul filo del default? Come fu possibile per quella ‘Italietta’ figurare come il secondo Paese al mondo per risparmio privato dopo il Giappone, mentre oggi l’indebitamento delle famiglie sta schizzando ai massimi storici? Come potemmo allora intimidire la macchina delle esportazioni tedesche al punto da indurre la Germania a sporchi trucchi per soffocare la nostra produttività (lo SME ad esempio)? Oggi gli stiamo nei gas di scarico, quando va bene. Insomma, cosa ci è accaduto?
Prima di risponderle, mi sbarazzo subito della risposta-cliché offerta dagli ignoranti o dai mentitori del mainstream mediatico, cioè che il debito pubblico da noi contratto proprio in quegli anni è ciò che oggi ci trascina in fondo al pozzo. Questo è falso, e persino del tutto sbagliato dal punto di vista degli stati patrimoniali di uno Stato sovrano. Due note di spiegazione: sappia che il più alto debito pubblico mai registrato dall’Italia repubblicana è quello del 1998, col 132% di debito/PIL, ben superiore al livello odierno del 114%. Lei ricorda per caso che l’Italia di allora fosse PIIGS? Che vi fosse un assalto speculativo dei mercati tale da necessitare emergenze nazionali? Parole come ‘spread’ o  ‘default’ erano allora sulle prime pagine di tutti i quotidiani, riviste e TG? No. Perché? Perché quel debito era in lire, cioè moneta sovrana, ovvero una moneta che l’Italia creava dal nulla e senza limiti, per cui i mercati sapevano che Roma poteva ripagare qualsiasi obbligazione senza problemi. Il Giappone di oggi è un esempio eclatante di quella verità di macro economia: ha un debito quasi doppio di quello dell’Italia, cioè oltre il 200%/PIL, ma nessun mercato lo sta aggredendo. Ma il Giappone, come l’Italia di allora, ha moneta sovrana e nessun limite vero nel crearne per pagare i propri debiti (e nulla cambia se il debito è in mani nazionali o estere). E poi consideri questo: la Spagna, anch’essa agonizzante nel cortile della vergogna dei PIIGS, ha un debito pubblico di appena il 66%/PIL. Quindi l’argomentazione secondo cui è la presenza di elevato debito pubblico in sé che affonda un’economia non regge.
Ora la seconda nota: la scienza contabile ci insegna che quando lo Stato con propria moneta sovrana (es. la lira) spende più di quanto ci tassi, cioè spende a deficit, esso lascia all’interno del settore non-governativo di famiglie e aziende più denaro di quanto ne prelevi. Cioè ci arricchisce (maggiori dettagli più avanti). Lo Stato paga uno stipendio pubblico spendendo a deficit, e chi lo riceve aumenta di reddito. Lo Stato emette un titolo che accresce il deficit, e chi lo compra vede il proprio denaro acquisire interessi superiori a quelli bancari, cioè si arricchisce. Lo Stato edifica un’infrastruttura spendendo a deficit, e le imprese private sotto contratto aumentano i fatturati sui loro conti. Lei obietterà: sì, d’accordo, ma poi quel debito dobbiamo ripagarlo noi, quindi il guadagno iniziale si perde poi del tutto. No, affatto. L’idea che il debito pubblico (cioè la somma dei deficit) con moneta sovrana sia un peso futuro per i cittadini è falsa. Il debito e il deficit statale, con moneta sovrana, sono la ricchezza del settore non-governativo di famiglie e aziende, al centesimo, e tali rimangono per il semplice fatto che neppure lo Stato dovrà mai ripagarli. Lo illustra egregiamente il Prof. Luca Fantacci della prestigiosa Bocconi: “Nessuno Stato è in grado di ripagare i propri debiti. D’altro canto, gli Stati non sono nemmeno tenuti a ripagare i loro debiti. I debiti degli Stati, da quando hanno preso la forma di titoli negoziabili sul mercato, ossia da poco più di trecent’anni, non sono più fatti per essere ripagati, bensì per essere continuamente rinnovati e per circolare indefinitamente. I titoli di stato sono emessi, sono acquistati e rivenduti ripetutamente sul mercato e, quando giungono a scadenza, sono rimborsati con i proventi dell’emissione di nuovi titoli.” Quindi se lo Stato a moneta sovrana in realtà non è mai tenuto a ripagare il proprio debito, perché mai dovrebbe pretendere che noi cittadini e aziende lo facciamo?
E allora, caro amico imprenditore, se non è il debito pubblico ad averci affossati in questa depressione economica soffocante che ci ha declassati all’umiliazione dei PIIGS, e che minaccia direttamente il suo lavoro, cosa lo ha fatto? Per caso la corruzione? Per caso l’evasione fiscale? Macché, l’Italia che entrò nel G7 era zeppa di entrambe. E allora?
La risposta è già detta: siamo stati trascinati nell’Eurozona, il gran disegno dei nuovi “rentiers”, dove la sottrazione del potere sovrano dell’Italia di emettere la propria moneta ha rapidamente distrutto la nostra economia, che è la vita della sua azienda. Quella sottrazione sta ottenendo, cioè, quello che i nuovi “rentiers” agognano come sistema,  “la supremazia alla nazione o alle nazioni che imporranno la povertà che genera super profitti e quindi accumulo”. L’Euro è per noi a tutti gli effetti una moneta straniera (Godley 1997, Krugman 2012), che il Tesoro italiano non può emettere. Chi emette gli Euro è il sistema delle banche Centrali europee dei 17 Paesi dell’Eurozona, le quali li depositano direttamente nelle riserve di istituti finanziari privati. Il nostro Stato deve prendere in prestito ogni singolo Euro che spende dai mercati di capitali privati, ai tassi da loro decisi. Ciò ha due conseguenze catastrofiche intuibili: primo, uno Stato che non può più creare la propria moneta, ma che la deve sempre cercare a tassi che non controlla, non può più spendere a deficit per generare quella ricchezza nel settore non-governativo di cui si è detto. Questo porta a un immediato impoverimento del Paese, che si riflette su risparmio, consumi e quindi sui profitti aziendali. Secondo, quello Stato diviene ostaggio totale dei mercati di capitali privati, che ne possono depredare la ricchezza impunemente. E ciò rientra con precisione nel piano distruttivo dei nuovi “rentiers”. Ecco la catastrofe dell’Eurozona. Dopo tutto fu uno dei suoi maggiori architetti, il tecnocrate francese Jaques Attali, che in conversazione con l’economista Alain Parguez, ex consigliere di Mitterrand, si lasciò sfuggire la piena verità sui nuovi “rentiers” con queste parole: “Ma cosa credeva la plebaglia europea? Che l’Euro fosse stato fatto per la loro felicità?” Ahimè, nella cosiddetta plebaglia stanno milioni di consumatori che sono l’ossigeno della sua azienda.

Chi crea ricchezza finanziaria per lei?

E il reddito di cittadinanza?

di Vittorio Longhi da Micromega (repubblica.it)

Al di là delle uscite infelici sulle “paccate di soldi” – che ti aspetteresti da un leghista della prima ora e non da una docente autorevole di economia – sembra che l’assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) non riuscirà a garantire la copertura universalistica promessa dalla ministra Fornero. Molti lavoratori disoccupati e inoccupati, specialmente quelli precari, ne resterebbero esclusi. Nelle intenzioni il nuovo ammortizzatore sociale vorrebbe andare nella direzione del resto dell’Europa occidentale, dove però esistono forme di sostegno al reddito per chiunque e si chiede un impegno serio a cercare una nuova occupazione. Se l’obiettivo è l’allineamento all’Europa, non si può evitare di affrontare il tema del reddito di cittadinanza, come da tempo propongono alcuni economisti, sociologi e politici.

Su questo fronte in Italia è molto attiva l’associazione Basic Income Network (Bin), che ha scritto una lettera al presidente del Consiglio chiedendo l’introduzione del “reddito minimo garantito incondizionato, ulteriore rispetto a una indennità di disoccupazione generalizzata, affinché si definisca un nuovo diritto sociale”. Il reddito di cittadinanza pone la questione centrale su cosa siano oggi i diritti sociali – sostiene il Bin – su cosa significhi garanzia di un livello socialmente decoroso di esistenza e della possibilità di scelta e di autodeterminazione dei soggetti sociali.

In effetti il punto è proprio l’autodeterminazione degli individui e l’emancipazione dalla famiglia, favorite dal reddito minimo, mentre in Italia bisogna ancora contare sul welfare familistico, sul sostegno dei genitori in assenza di un sostegno pubblico. Senza contare l’impulso che questo ammortizzatore darebbe al consumo e alla domanda interna. Fatta eccezione per l’Italia, la Grecia e l’Ungheria, negli altri paesi dell’UE l’integrazione al reddito va dai 400 ai mille euro mensili, oltre alle facilitazioni per la casa, i trasporti, la cultura, la famiglia e i figli.

La domanda che ci si pone in quei contesti è se i sussidi scoraggino la ricerca di lavoro, favorendo l’abuso e l’assistenzialismo. Ma se ci sono buoni servizi per l’impiego che riqualificano e reinseriscono il disoccupato in tempi ragionevoli nel mercato del lavoro – come nei paesi scandinavi, ad esempio – il problema sembra davvero non sussistere.

Il Riformista è morto,viva la morte

di Rossana

Il Riformista chiude:
Emanuele Macaluso, 88enne successore di Antonio Polito alla direzione de “Il Riformista”, sostiene che «il giornale chiude per colpa dei tanti finti giornali che percepiscono gli aiuti destinati ad altri, e perché non ha sponde politiche». Dicono che in questi casi bisogna mantenere un contegno democratico e non gioire mai se una voce dell'espressione di una parte della società civile tira le cuoia, è come giorire dell'estinzione, che so io, di una classe di lepidotteri, ma come si fa. Il problema è che il riformista e i suoi referenti politici, così come la gran parte dei partiti, Pdl e Lega in testa, sono per l'Italia un problema serio e non il frutto di una gioiosa biodiversità. Questo, i pochi politici con un briciolo di dignità non lo capiranno mai e il mondo dello spettacolo si adegua. Santoro invita Cicchitto, la Costamagna la Carfagna. Andiamo!
Avete sentito? Anche Padellaro invoca un'alternativa e fa appello alle liste civiche e alla parte migliore di quest'Italia. Il nostro Blog fa proseliti.
Manca solo qualcuno che si decida a tagliare il cordone ombelicale che ci lega al Pd e poi possiamo cominciare a crescere.

martedì 13 marzo 2012

Syria: The Western Deception Over Regime Change Unravels. NATO Prepares for All Out War


The Western governments' and mainstream media’s narrative of a one-sided humanitarian crisis in Syria is rapidly unwinding to reveal a self-serving deception to justify a re-run of Libya-style NATO conquest. In reality, it is the Western powers and their Israeli and Arab henchmen who are fuelling a humanitarian crisis and creating the conditions for all-out war. All of which, it should be said, constitutes criminality comparable to Nazi Germany’s wars of aggression.

The latest crack in the Western façade over Syria comes in the form of leaked correspondence from Western private intelligence firm Stratfor, which reports that US-led NATO special forces have been operating inside Syria alongside armed opposition groups. Stratfor is closely aligned with Pentagon planners; indeed can be viewed as a private wing of the Pentagon. The document, disclosed by Wikileaks, cites US military sources discussing a campaign of destabilisation against the Syrian government of Bashir Al Assad, involving training opposition groups and deploying guerilla tactics, including assassinations. In other words, discussing a scenario that approximates to what is actually happening in Syria.

Given Straftor’s credentials as a reliable think-tank for the US military-industrial complex, the disclosure can be seen as a damning indictment of NATO criminality and Western mainstream media complicity.

Since political turmoil erupted in Syria a year ago, the monotonous “big lie” narrative from Western governments and the corporate-controlled news media has been one of “brutal state repression against a civilian population” committed by the Assad government.

This portrayal has, predictably, led to strident condemnation of the Syrian government by Western leaders and calls for “humanitarian intervention” by NATO powers and Western-backed Gulf Arab states – in a tested formula prescribed for Libya.

The Gulf Arab states led by Saudi Arabia and Qatar have been most prominent in doing the bidding of the Western powers in labelling the Syrian government as an international pariah – just as these Western client monarchies had done with regard to demonizing Libya.  The ridiculous irony of unelected Gulf Arab despots, who have been brutally suppressing their own populations, denouncing anyone seems wholly lost on the mainstream media.

Ominously, the 22-member Arab League suspended Syria’s membership in a repeat of a similar sanction against Libya before the latter was subjected to a seven-month aerial blitzkrieg by NATO powers and eventual regime change, culminating in the roadside execution of Libyan leader Muammar Gaddafi.

No doubt the Syrian government has a case to answer, not only over recent human rights violations but also for decades of resistance to political reforms.

However, this is a far secondary issue to the immediate concern of criminal aggression by foreign powers. Over the past year, the Assad government has consistently maintained that a large measure of the violence assailing the civilian population is emanating from external forces.  That is, the situation in Syria is more akin to a sponsored armed insurrection against the state. In that context, the Syrian government has a sovereign right to suppress such violent sedition, which furthermore appears to have little popular support and which is threatening the stability and security of the entire country.

This sovereign right is all the more founded given burgeoning evidence that the subversion is being fomented and furnished by foreign governments and their special forces. Turkey, Israel and Saudi Arabia have emerged as key backers of the self-styled armed opposition, the so-called Syrian Free Army. Most of the weaponry supplied to the oppositionists is reportedly emanating from Israel.

French and British special forces, such as Britain’s SAS and SBS, are believed to have been on the ground in Syria for several months directing the armed opposition.  Michel Chossudovsky has reported British military sources admitting to such involvement.  This systematic infringement by foreign powers can only be explained on the basis of a premeditated strategic plan.

Yet all the while, the Western governments and mainstream media studiously promote a deceptive fiction that the Syrian state is acting unilaterally, barbarically and criminally against its own people. The increasingly threadbare narrative maintains that Western governments and military are not involved in the Syrian conflict. Indeed, the Western mainstream media continue to report that Western governments are “opposed to arming Syrian rebels” and that they are anguishing over whether to intervene or not. This media also peddle the absurd claim that Arab states are “considering” supplying weapons to the supposed Syrian rebels when the latter are already armed to teeth by Arab Sunni monarchs who are salivating at the chance to take down a Shia/Alawite “enemy”.

Despite the mainstream media’s self-serving smokescreen, the fact is that the Western governments have been calculating for years on the subversion of Syria from within. For the past 12 months, their plans for regime change in Damascus have gone into overdrive with clandestine, criminal military action on the ground and using Arab and Israeli proxies as conduits for weapons. The latest leak from the Pentagon’s favourite private-sector think-tank, Stratfor, is just one more proof of an already established fact on the ground. But don’t expect the Western mainstream propaganda machine, or even some of the so-called progressive media, to alter the mood music of “humanitarian crisis” in its efforts to groom the Western public to accept yet another criminal war, even when it becomes patently clear that the narrative is nonsense.

There is too much at stake for truth to be allowed to interfere. Syria is a preordained piece on the chessboard that the Western powers want to take out in their grand scheme for bolstering dominance over the oil-rich Middle East – with Iran as the next piece. The Afghanistan, Iraq, Libya, Syria… Iran sequence stretches Western government and media credibility to well beyond breaking point. Believe the “responsibility to protect” or “weapons of mass destruction” fairytale if you want. Meanwhile, in the real world Prince Charming is shafting international law and human lives by the millions.

Finian Cunningham is Global Research’s Middle East and East Africa Correspondent


lunedì 12 marzo 2012

Da Vasto a Piazza San Giovanni

Caro Paolo (da ex rifondarolo mi permetto di darti del tu). Io credo che tu abbia ragione da vendere quando dici che la foto di Vasto è ormai sorpassata dagli eventi (semmai  sia esisito un tempo in cui  l'alleanza col Pd potesse avere avuto un senso). Negli ultimi mesi, con l'adesione del Pd al governo Monti si è creata una frattura netta nell'ambito dell'ex centrosinistra, che ha definitivamente provocato la deriva del Pd verso territori geografici appartenenti alla destra. Ormai, se le vecchie categorie destra/sinistra hanno ancora senso,  dobbiamo considerare il liberismo, aldilà dei fatti specifici, il punto nodale che segna il passaggio da una polarità  all'altra. Il Pd ha da tempo abbracciato appieno il pensiero unico e mostra uno zelo fanatico nel conformarsi dei suoi principi. Credo per questo motivo che sia necessario prendere atto di una cesura così netta e irrimediabile e operare una scelta coraggiosa, che escluda categoricamente il Pd da qualsiasi progetto politico alternativo, perlomeno per quanto riguarda il governo della nazione.

Quello che intendo affermare in maniera chiara è che non possiamo farci condizionare nelle nostre scelte dagli umori e dalle convenienze tattiche del Pd o sperare in un OPA che scalzi Bersani e tutto l'apparato per mettere al loro posto Vendola e i vendoliani. Ciò che auspico in parole povere è un salto netto rispetto all'attendismo nei confronti di questo partito, giocato sul filo di lana di improbabili tatticismi. Qui non è più questione di tattica né di spingere il Pd a riposizionarsi nel fronte del sinistra. Bersani e soci sono prorpio un'altra cosa rispetto a San Giovanni, ed è impossibile e sconsiderato  tornare a vecchi schematismi ulivisti o post-ulivisti. Considero sacrosanta, rispetto alla creazione di un "aggregato di forze" in grado di competere sul terreno elettorale con le destre, l'idea di fare appello a tutta la società civile e a tal proposito stipulare un'alleanza con una Lista Civica Nazionale o un insieme di liste civiche, su punti di programma ben definiti. Diversamente non credo ci siano grosse chance di vittoria. Dalle parti di De Magistris si discute appunto di ciò. Credo che abbiate molto da dirvi.(FC)

Paolo Ferrero da ilfattoquotidiano

La manifestazione della Fiom di venerdì è stata la prima grande manifestazione di opposizione sociale a Confindustria e al governo Monti. Colorata, allegra e combattiva è stata una gran bella manifestazione. Il suo significato non è però solo sindacale. Venerdì la politica si è divisa tra chi si è schierato con il governo Monti e chi si è schierato con i lavoratori metalmeccanici. La linea di divisione è passata esattamente dentro il centrosinistra, con il Pd che non ha partecipato.

A questo punto  le strade sono due: continuare ad inseguire il Pd che a sua volta insegue l’Udc, che a sua volta insegue il centrodestra. A me pare una strada senso e senza prospettive: il governo Monti è un governo costituente e non scomparirà con la fine della legislatura. In un modo o nell’altro il prossimo governo sarà la prosecuzione del centrismo di Monti, un po’ spostato da una parte o dall’altra, e il Pd vi sarà impegolato dentro.

Per questo propongo a Sel e Idv un’altra strada: quella di sostituire la foto di Vasto con la foto di Piazza San Giovanni. La gente che era in piazza non ha solo la necessità ma anche il diritto di avere una aggregazione politica di riferimento. E’ possibile oggi in Italia dare vita a una aggregazione a sinistra del Pd che costruisca l’opposizione al governo Monti e alla Confindustria, dia una sponda politica e un punto di riferimento politico alle persone che erano in piazza venerdì e costituisca una aggregazione elettorale unitaria? Io credo che oltre alla Federazione della Sinistra sarebbero disponibili a questo percorso molte realtà sociali, liste civiche, aggregazioni e comitati territoriali. Un polo della sinistra di questo tipo sarebbe significativo anche sul piano elettorale e costituirebbe la vera alternativa alla ristrutturazione neocentrista del sistema politico che il governo Monti sta producendo. Conosco bene le differenze che ci sono tra di noi e infatti non propongo di fare il “partito unico della sinistra”. Propongo di dar vita a una aggregazione stabile, che permetta di mettere in comune le cose che ci uniscono e lasciare fuori dalla porta le cose che ci dividono, in primo luogo la storica tendenza alla divisione che aleggia nella sinistra italiana.

Oggi in Italia abbiamo due destre
, quella populista di Berlusconi e quella tecnocratica di Monti ma non abbiamo nessuna sinistra. Invece di continuare a lamentarsi di cosa fanno queste due destre forse sarebbe ora di costruire insieme una sinistra degna di questo nome!

Noi di Rifondazione Comunista e della Federazione della Sinistra ci siamo.