venerdì 26 giugno 2015

Salvini e il mestiere della tortura

La tortura in effetti è un mestiere, la insegnano alla CIA, alla Escuela de Las America, dove esiste persino un manuale illustrato, e in svariati altri posti frequentati specialmente da occidentali. 
La tortura per molti è un mestiere serio che richiede, lucidità, fermezza, esercizio, capacità di distacco dalle proprie emozioni e una costante capacità di "deumanizzare" il torturato. 
I torturatori argentini sono arrivati ad allevare amorevolmente i figli delle loro vittime. Non si vedevano come carnefici, almeno non sempre. Consideravano il far soffrire le persone un compito come un altro, del tutto impersonale. Qualcuno dovrà pur farlo. Almeno questo è quello che raccontano certuni. 
Io credo che non esista davvero la "banalità del male" e che le giustificazioni e le razionalizzazioni reggano fino ad un certo punto. Gli Eichmann non sono il vicino della porta accanto, persone per bene, grige e minuziose, spinte nel vortice del male da un improvviso mutamento dei codici morali. Gli Eichmann si vestono di grigio e si danno una patina di normalità, ma sono dei mostri dentro. 
Non credo però che Salvini sia un mostro come Eichman, Salvini è un spacciatore di paura incosciente e spietato, e lo specchio di un'Italia degradata e incolta. Come ogni professionista della contabilità politica pensa solo al rendiconto elettorale, il resto si dilegua sullo sfondo, è una categoria dello spirito che interessa solo gli ingenui che non sanno di politica. Salvini se ne infischia delle conseguenze di quello che dice e che fa e delle ferite che che provoca in un corpo sociale malato, perché le vede come dato neutro, significano qualcosa, ma in un universo impolitico e distante da lui. Salvini non deumanizza le vittime, umanizza i carnefici. Per certi versi è un passo avanti.
Il leghista però comprende il significato delle parole e a suo modo è costretto a mascherare l'atrocità di quello che dice dietro una presunta razionalizzazione: la tortura o meglio quello che noi definiremmo come tortura è una non tortura, è una naturale estensione del mestiere della polizia. Quindi, lasciate fare alla polizia il suo mestiere, che si traduce in un messaggio chiaro: benpensanti che odiate quei personaggi cisposi e a vostro dire puzzolenti, che fanno cortei per i più svariati motivi e poi le prendono di santa ragione, poliziotti allevati non all'idea della polizia come civil servant, ma come corpo armato dello stato a caccia di un nemico da "annichilire" e disumanizzare etichettandolo come "zecca" e simili, io sono dalla vostra parte, quindi datemi consenso e potere. In fondo non penso sul serio che esista il diritto alla tortura, in realtà tutto questo can can è venuto fuori perché gli ipocriti da una parte vogliono sicurezza e dall'altra non comprendono i rischi che i poliziotti corrono per loro ogni giorno e si preoccupano di tutelare qualche zecca. Ingrati. 
Poco male se in qualche occasione anche noi abbiamo inveito contro di voi quando manifestavamo con gli allevatori per le quote latte o quando vi mordevamo le caviglie per non farci prendere. Noi siamo come voi in fin dei conti. 
L'ipocrisia e la grettezza italica salvano il padano Salvini? Non credo, lo rendono solo più riconoscibile.

giovedì 25 giugno 2015

Sofri e Travaglio, la galera e il teatro

Ascanio Celestini da Internazionale


Ieri Marco Travaglio ha scritto un articolo su Adriano Sofri, ma poi ha parlato anche di altro. Per me che faccio teatro e ogni tanto vedo lui comparire come attore nelle stagioni teatrali è un motivo di riflessione importante.
Da alcuni anni ci chiediamo (io, ma soprattutto critici e studiosi) come mai giornalisti e magistrati, ma alle volte anche preti, portino in scena degli spettacoli teatrali. Lo so che il teatro è meno piccolo di una nicchia, ma è un settore nel quale operano dei professionisti che si sono formati per farlo. Non basta avere delle cose da dire per farci un’opera teatrale. Ma probabilmente non è così visto che c’è gente che compra il biglietto per vedere Travaglio.
Oggi mi sono dovuto ricredere. La forza persuasiva di Travaglio ha qualcosa di molto teatrale e tra i capolavori della persuasione mi ricorda il celebre discorso di Marco Antonio di Shakespeare. Cesare è stato ucciso dai congiurati e sulla sua salma Antonio parla proprio col loro permesso. Anche per questo la plebe gli crede. Bruto ha ucciso Cesare per combattere la tirannia e Antonio utilizza proprio i suoi argomenti per rovesciarne il senso.
Travaglio lo fa in un modo più semplice di Shakespeare, ma ci prova.
La questione che cerco di affrontare nasce dal fatto che Sofri viene invitato dal ministro Orlando a parlare di carcere e giustizia e Travaglio scrive che nessuno meglio di lui può farlo, ma lo dice ricordando che non ha scontato tutti e 22 gli anni di carcere al quale è stato condannato. Scrive che “è riuscito a scontarne a malapena 7” e gioca tralasciando il fatto che per un altro mucchio di anni è uscito di giorno per lavorare e poi è tornato di sera tra le sbarre.
La galera solo di notte, per lui, è villeggiatura come per Berlusconi era il confino ai tempi del fascismo?
Tutti quegli anni non se li è fatti in cella perché, ricorda Travaglio, è uscito “per gravissimi problemi di salute da cui si è prontamente e fortunatamente ripreso”, insomma fa pensare ad un malessere passeggero, forse persino un pretesto, ma non dice che gli si è squarciato l’esofago ed è stato un mese in coma farmacologico.
E conclude la parte in cui parla di Sofri ricordando che “era stato invitato al tavolo proprio in veste di ex detenuto, quindi di profondo conoscitore della materia carceraria, per quel poco che l’aveva sperimentata”.

Sette anni di reclusione per lui sono pochi.
In un testo del 1949 pubblicato su Il Ponte Vittorio Foa scrive che “nessuna pena detentiva dovrebbe superare i tre, al massimo cinque anni”. Foa scriveva cose del genere perché conosceva il carcere. Lo conosceva perché c’era stato rinchiuso.
Sarebbe da fare un’analisi approfondita dell’acrobazia retorica che segue e che mette in fila nomi improbabili, tipo: Riina, Buzzi, Lapo Elkann, Provenzano.
L’effetto è quello del frullatore: mischio ingredienti diversi e ne viene fuori uno solo che ha un solo sapore. Che li rende tutti uguali. Un po’ come la barzelletta che ci raccontavamo da bambini. Quella della mela che si sposa con la pesca e il prete dice “vi dichiaro macedonia”.
Ma a parte questo questo finale di frutta mista che mette tutti sullo stesso piano, tutti impresentabili, tutti malviventi, è più o meno a metà del monologo che usa l’artificio retorico più interessante. Ovvero quando scrive che il contributo di gente come Sofri a un dibattito sulla detenzione “potrebbe avviarci verso la totale decarcerazione, cioè l’abolizione definitiva delle patrie galere”. Come a dire che non soltanto bisognerebbe mandare più gente in galera e chiudercela per molto più tempo. Che non basta avergli fatto scontare una pena, ma devono anche starsene zitti. Per lui è uno scandalo che persone che hanno vissuto un’esperienza di detenzione scrivano libri e parlino in pubblico. E questo perché (lo scrive come se si trattasse di una provocazione, senza sapere che da decenni se ne parla) potrebbero farci capire l’assurdità dell’istituzione carceraria.
Non sto a ricordare a Travaglio che nella costituzione non si parla di carcere e che le pene non devono essere esclusivamente schiacciate sulla galera. Che in molti paesi si è imboccata da tempo la via della decarcerazione.
Semplicemente mi permetto di dargli due consigli.
Il primo è di decidere se sta facendo il giornalista o il teatrante. Sono due linguaggi diversi. Nel primo dovrebbe cercare di raccontare dei fatti, nel secondo può scrivere commedie o tragedie inventando commistioni, parallelismi e macedonie.
E poi gli consiglio un libro che è stato pubblicato un paio di mesi fa: Abolire il carcere. Ci sono scritti di pericolosi assassini terroristi come Luigi Manconi e Gustavo Zagrebelsky. Penso che possa farselo recapitare gratuitamente visto che l’ha pubblicato il suo stesso editore, quello per il quale pubblica libri e dirige un quotidiano.
Con rispetto,
Ascanio

Grecia. Stiamo assistendo a una indegna e inutile tortura

di Sergio Cesarotto da il Manifesto



Con le pro­po­ste di lunedì scorso il governo Tsi­pras si è spinto molto in là nelle con­ces­sioni alla Troika.
All’inasprimento della pres­sione fiscale sulle imprese si è aggiunto un ina­spri­mento non banale dei con­tri­buti sociali che col­pi­sce imprese, salari e pen­sioni. Que­ste in Gre­cia sono piut­to­sto basse con il 60% dei pen­sio­nati con un red­dito netto sotto i 700 euro men­sili, mal­grado le scioc­chezze che si sen­tono — mar­tedì sera dal prof. Qua­drio Cur­zio su Radio 1 — di pen­sioni a livello tede­sco. E spesso la pen­sione è l’unico red­dito della fami­glia estesa.
Nono­stante ciò la Troika non è sod­di­sfatta, soprat­tutto nei riguardi delle misure sulle imprese (che non neces­sa­ria­mente sono un bene). Si tratta di misure reces­sive che non inter­rom­pono l’austerità. Non ci deve con­so­lare l’alleggerimento del tar­get di sur­plus pri­ma­rio del bilan­cio pub­blico dai 3 o 4,5% chie­sti dalla Troika al’1% nel 2015 (e 2% nel 2016).
La dif­fe­renza è nell’uccidere subito il con­dan­nato o tor­tu­rarlo ancora più a lungo. Per­ché di una inde­gna e inu­tile tor­tura stiamo parlando.
La solu­zione ragio­ne­vole c’è, e Varou­fa­kis l’ha ripro­po­sta all’Eurogruppo la scorsa set­ti­mana: il fondo salva-Stati euro­peo emetta titoli per acqui­stare i titoli greci in mano alla Bce (26 miliardi) con il duplice effetto di dila­zio­nare la resti­tu­zione di que­sto debito fra dieci o vent’anni dando respiro al bilan­cio greco e con­sen­tire alla Gre­cia di entrare nel pro­gramma di quan­ti­ta­tive easing della Bce (ora quest’ultima non può acqui­stare titoli greci per­ché già ne ha troppi in pancia).
Su que­sto tema l’Europa ha già detto no, che se ne ripar­lerà più avanti.
Che se ne dovrà ripar­lare è sicuro visto che la con­fer­mata auste­rità impe­dirà alle finanze gre­che la resti­tu­zione di que­sti fondi alla Bce e anche di quelli al Fmi (32,5m).
L’unica con­ces­sione alla Gre­cia sono i famosi ultimi 7,2m del piano di sal­va­tag­gio in sca­denza con cui essa potrà ripa­gare la tran­che al Fmi in sca­denza que­sto mese e le rate di luglio e ago­sto alla Bce.
Que­sto è per­verso. Si sa che un nuovo piano di sal­va­tag­gio sarà neces­sa­rio quando le pros­sime rate ver­ranno a sca­denza. Ma il sal­va­tag­gio deve avve­nire, nel dise­gno dei tor­tu­ra­tori, cen­tel­li­nando le ero­ga­zioni in cor­ri­spon­denza alle rate in sca­denza, tenendo il governo greco col cap­pio al collo.[/do]
Logica vor­rebbe che l’Europa si assu­messe subito e ora tutto il debito greco con Bce e anche Fmi — come molti eco­no­mi­sti hanno invo­cato, anche con­ser­va­tori quale Jacob Kir­ke­gaard del Peter­son Insti­tute — nei fatti dila­zio­nan­dolo per qual­che decen­nio sì da libe­rare per un po’ la Gre­cia dal fardello.
A quel punto pur vin­co­lata da obiet­tivi strin­genti di bilan­cio, la Gre­cia dispor­rebbe di uno o due miliardi al mese in più (lo dico ad occhio) da spen­dere per soste­nere la domanda interna ed effet­tuare poli­ti­che di sviluppo.
La pro­spet­tiva cam­bie­rebbe radicalmente.
La ragione dell’apparentemente illo­gico rifiuto euro­peo va pro­ba­bil­mente tro­vata nelle ele­zioni spa­gnole: far capire a Pode­mos che non v’è pos­si­bi­lità di euro­peiz­za­zione dei debiti sovrani e all’elettorato che le forze alter­na­tive tro­ve­ranno un muro.
E non si dica che il cat­tivo è il Fmi. Nel 2013 que­sto ha fatto auto­cri­tica affer­mando di essere stato tirato den­tro al primo «sal­va­tag­gio» della Gre­cia nel 2010 — quello che salvò le ban­che fran­cesi e tede­sche coi soldi anche del con­tri­buente ita­liano — con­sa­pe­vole già allora che il debito greco andava ristrutturato.
Una volta tirato den­tro il Fmi, che gesti­sce quat­trini dei con­tri­buenti di tutto il mondo, fa il suo mestiere di pre­ten­derli indie­tro. Se vuole, l’Europa lo può liquidare.
È que­sta che ne esce priva di ogni resi­dua cre­di­bi­lità, spe­ra­bil­mente anche agli occhi di coloro che per­vi­ca­ce­mente ancora spe­rano in un suo mutamento.

Rispondendo a Nando. La lenta apocalisse dell'euro(pa)

Io amo i coraggiosi: ma non basta essere bravi guerrieri, si deve anche sapere chi colpire. E spesso c'è maggior coraggio nel trattenersi e passare oltre, per risparmiarsi per il nemico più degno. „




Caro Nando,

ti ringrazio per costringermi a uno sforzo intellettuale improbo che ha il suo equivalente fisico in Stallone che sfida che sfida Apollo Creed (le mie citazioni sono un po' all'ingrosso e meno apocalittiche, tanto per non prendermi sul serio). 
Apollo è l'establishment, un buffone forte e baldanzoso che mena fendenti, schernendo con i suoi balletti il proletario Stallone, che è forte di cuore e con la volontà di un asino affamato, ma in possesso di una tecnica approssimativa. 
Ecco dilettante per dilettante, la nostra tecnica l'abbiamo appresa da noi, come autodidatti, ma non è la tecnica in sé che conta alla fine, ma battere l'avversario.

Questo delirio per dire che le tue argomentazioni sono ampiamente condivisibili, ma per prima cosa dobbiamo vincere su un terreno che è si politico ed economico, ma è principalmente dominato dalla potenza. Tu dici “sconfiggere il mercantilismo tedesco”, giusto, ma l'araba fenice risorge sempre e se una volta tolto l'euro quello risorge sotto altre spoglie che facciamo? Monti dixit: “l'euro non serve per sconfiggere il debito pubblico, ma per ripianare il saldo con l'estero” e diciamo noi per creare in questo modo disoccupazione, diminuendo di conseguenza il costo del lavoro e aumentando conseguentemente la competizione fra i lavoratori. 
Il discorso è che euro non euro con la flessibilità dei cambi e con un costo del lavoro al ribasso qualcuno finirebbe sempre per scaricare su altri paesi il costo delle sue crisi, cercando al tempo stesso l'egemonia economica come hanno sempre fatto Francia, Inghilterra e Germania. Ergo io vedo come prioritaria la fine dell'austerità (leggasi liberismo) e un sistema di compensazioni che garantisca tutti i membri dell'unione così come aveva pensato un grande economista all'indomani di Bretton Woods con l'invenzione del Bancor. 
Ora la sparo grossa: con le monete nazionali, va bene che possiamo svalutare e farci gli affari nostri, ma non rischiamo di ripiegare in un protezionismo becero foriero di nazionalismi e guerre? Non rischiamo di perpetuare una storia già vecchia, con frazionismi e simmetrie fra entità ringhiose, che affilano le zanne pronte a sbranarsi, mentre dovremmo convergere verso il placido e atarassico unicum che contiene in sè tutti gli “attributi” dell'essere? Insomma non sarebbe meglio una federazione di stati che perseguono suol serio gli interessi comuni, magari con una moneta Bancor/Euro come vessillo di equità ed uguaglianza? (lo so c'entra poco il Bancor perché comunque era legato a un rapporto aureo, ma per rendere il concetto). 
Io voglio la società di Star Trek, un unico pianeta federato dove la gente pensa solo all'auto-realizzazione e non al soldo. Sarà per questa inguaribile ingenuità che mi attacco non all'euro ma a un Europa ideale e anche un po' gelatinosa, ma solidale. Mi fermo qui.

Rispondendo a Franco. La lenta apocalisse dell'euro

 
Rispondendo a Franco.
Visione semiprofetica di un dilettante in merito alla lenta apocalisse dell'euro.
Ovvero:"Chi saprà placare il pianto delle madri?"

I re della terra che si sono prostituiti
 e han vissuto nel fasto
 con essa piangeranno e si lamenteranno a causa di lei,
 quando vedranno il fumo del suo incendio, tenendosi a distanza
 per paura dei suoi tormenti e diranno:
"Guai, guai, immensa città,
Babilonia, possente città;
in un'ora sola è giunta la tua condanna!"
L'Apocalisse di Giovanni

Caro Franco, approfitto del nostro ultimo breve colloquio sul tuo blog per dilungarmi un po'. 
Decisamente concordo con te: la politica è complicata (come la vita d'altronde, e come non lo sono i commenti sui blog e a volte i blog stessi,  non per nulla l'Eco li deplora). Ma, banalità per banalità, dato che siamo fra amici, posso dire che forse l'euro è, sotto certi aspetti, più semplice da decifrare di quanto si possa immaginare. Naturalmente non prima di avere, con fatica, sgombrato il campo da tutte le frottole di destra e soprattutto di "sinistra" che ci sono state propinate in questi lunghi decenni di progresso. E non prima, soprattutto, di aver potuto verificare le opinioni e le divulgazioni di persone abituate a pensare e a utilizzare gli strumenti della scienza economica. Persone, conservatrici e progressiste, che per di più hanno sensibilità per i destini umani. Cosa dicono in sostanza queste persone? L'euro è l'elefante che vola (e prima o poi cadrà sulla tua testa). O forse meglio, l'euro è il carro davanti ai buoi, ma non per tutti, naturalmente. 

In Germania, per dire, oggi l'euro non è un problema: anzi! Ha tutte le caratteristiche del fu Marco più altri interessanti e vantaggiosi "optionals". Grazie all'euro (e allo sfruttamento delle classi subalterne tedesche, annessi e connessi verrebbe da dire, o combinati disposti, che tanto fa moda), la Germania è fra le grandi economie esportatrici del mondo. Grazie all'euro può distruggere, quel tanto che basta però, senza sgradevoli "interventi a terra", l'economia greca e contemporaneamente accusare i greci di essere degli odiosi parassiti... e infine recuperare, si spera, "il dovuto". Le dialettiche all'interno della classe dirigente tedesca riguardano , mi sembra, aspetti che noi qui, fra amici, possiamo considerare secondari: pesi, tempi, misure per bilanciare il rendiconto politico con quello finanziario, senza sfiorare il perno rotante della macchina, la sua efficienza e soprattutto il suo fine. L'egemonia del mercantilismo tedesco sull'Europa e oltre. E quindi, in sostanza, mi appare illusorio sperare di inserirsi fra queste discrepanze per ottenere, che so, un'euro più equo: si tratterebbe comunque di una lotta di retroguardia per prolungare una lenta agonia. 

Per noi, in Grecia in Italia e altrove, è sostanzialmente diverso. L'euro dimostra di essere, quotidianamente, uno strumento efficacissimo di oppressione e coercizione economica, oltre che politica. Capace di esautorare e di imporre in maniera graziosamente postmoderna una disciplina ferrea di cui pochissimi (eletti e non) traggono vantaggio. Infatti l'euro è, con evidenza, a livello finanziario, lo strumento principe del capitalismo tedesco (e dell'imperialismo statunitense in Europa), che fa terra bruciata ovunque può per recuperare valore. Ciò a discapito di tutte le altre economie e di tutti i popoli. Potenza della deflazione! Inoltre, l'euro è il vero e solo cardine di questa Europa in cui la sfera politica è morta o agonizza nel cappio del "vincolo esterno" e del pareggio di bilancio inserito nella Costituzione degli Stati (ahimè). E infatti, a livello europeo, gli organi rappresentativi sono, senza offesa, ridicoli marchingegni privi di potere. 

Lo so che parlo come un integralista barocco, ma siamo fra amici, e so anche, naturalmente, che queste cose tu le sai meglio di me, e anzi le sanno quasi tutti. Ma, chissà, forse per incantamento, o per una sorta di sindrome di Stoccolma, l'euro ottiene ancora credito nelle piazze e tra le forze politiche che dovrebbero tutelare i più deboli. Si assiste allo spettacolo di persone investite di responsabilità che girano il capo da un'altra parte, a destra e a sinistra, per non dover vedere. Oltre naturalmente allo spettacolo di quelli che mentono all'inverosimile, sapendo di mentire, e che parlano in forza  di  teorie perfettamente fasulle, che hanno sempre platealmente fallito, se non in ciò di cui non possono dire. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, sono, dalla sinistra, considerati tecnici affidabili e chiamati a ricoprire cariche di responsabilità.  E si assiste allo spettacolo di quelli che descrivono con algebra e geometria realtà triviali nella loro splendida inesistenza. Tutto ciò, naturalmente, per poter conservare un posto nella buona società, specchio di quella in cui viviamo noi,  sempre più crudele e classista.
 Ora, però, parlando dell'Italia (che della Grecia non oso): se un programma politico, o un'analisi politica, o una forza (o un' occhiataccia) che voglia dirsi di sinistra, o anche alternativa, minimizza, trascura o evade questo fatto, cioè, lo ripeto in altro modo: "l'euro come arma del capitale finanziario contro le classi subalterne e come strumento di governo oppressivo" di cui bisogna con urgenza liberarsi, per me, trascura l'essenziale del qui e ora, togliendosi il terreno da sotto i piedi, e rinunciando a priori a un  recupero, anche minimo o parziale di sovranità, possibilità, movimento, aria fresca! Questa scelta, grave, può essere causata da diversi motivi (per esempio: avere un'idea diversa, temere il caos, temere una fine spaventosa : meglio uno spavento senza fine!  Ma può anche essere dovuta alla riluttanza ad ammettere che non abbiamo capito o che abbiamo commesso degli errori, o banalmente può essere causata dall'interferenza di interessi professionali o personali. Io, per esempio, allora non avevo capito, e non so dire ora fino a che punto ho capito). 

Ma il risultato non cambia: non potrà che essere il fallimento di questo programma politico, perché è avulso dalla realtà, con conseguenti costi sociali, purtroppo enormi. Il fallimento di un programma di sinistra nelle odierne condizioni sociali, in Italia, in Grecia e altrove, "implica", così dicono i sacri manuali, una deriva di destra. Di questo siamo già parzialmente testimoni. Il "fuori dall'euro" si coniuga, a destra, con le ruspe contro i rom e le flotte militari nel mediterraneo.

In prospettiva, e per finire, il mio implacabile e romantico solipsismo, e pure la mia insofferenza per la sofferenza degli esseri umani, avrebbero preferito, a questo punto, l'avverarsi di una totalizzante entropia neoimperialista,  che mi potesse lasciare così, nella sua benevole (a suo modo) tolleranza,"come cosa posata e dimenticata", o suppellettile sobriamente desiderante, nell'oblio di un ideale Mercato. Non invece questo terribile e asettico tallone di ferro finanziario, disumano e volgare, che distrugge le vite dentro questa lenta, iniqua e inquietante apocalisse dell'euro. Che sopravviene  in nome e per conto della  bestia neoliberista

Ma così non è, e ci toccherà ancora far qualcosa (cosa?), sperando di esserne capaci e che serva. Ieri sera, ormai a luci spente, ho detto a mia figlia che aveva un malanno: "Sei ancora piccola, e hai un padre. Cosa c'è di meglio nella vita?". Di conseguenza sarà necessario, per iniziare, chiedersi: "chi saprà sanare la tua terra, che placida e verde in primavera, arde nell'estate: frumento e cenere?". E soprattutto: "Chi saprà placare il pianto delle madri?". "In soldoni" (come avrebbe detto, con voce dimostrativa un nostro caro amico, se ancora ci fosse): fuori dall'euro è giusto! (per cominciare)...
 

lunedì 22 giugno 2015

Ti piace l'euro? No, nun me piace e basta

Schäuble mi ha convinto, non c'è euro se non c'è austerità e viceversa, e se lo dice lui. Eppure c'è una sorta di inerzia intellettuale che ci costringe a considerare solo un'altra equazione: Euro = Europa. Dal punto di vista logico /formale questa equazione è difficilmente dimostrabile, infatti una moneta potrebbe cambiare nome e funzione, ma ciò non implicherebbe la fine dell'Europa. Da un punto di vista empirico andiamo anche peggio, se l'euro doveva diventare in fattore stabilizzante dell'economia e garantire un regime fiscale omogeneo, non ci siamo proprio, se poi l'austerità e l'euro con i tagli alle spese e il pareggio di bilancio dovevano rappresentare la panacea di tutti i mali, con conseguente diminuzione del debito pubblico e dirottamento delle risorse verso gli investimenti allo scopo di aumentare l'occupazione (austerità espansiva, puah!), siamo addirittura alle comiche: debito cresciuto (2300 miliardi di euro rispetto ai 1900 di un anno fa o poco più), disoccupazione 12, 4% (-02 rispetto a Marzo, capirai). Se consideriamo l'aspetto politico, e qui a mio avviso risiede la questione più importante, un euro che funziona come moneta straniera porta, come dicono i liberali, ad "affamare la bestia" a un punto tale che le spese per il welfare diventano aritmeticamente insostenibili, specie se il risparmio è finalizzato a una fantomatica ripresa che non può certo avvenire con politiche recessive, e a quel punto si arriva al nocciolo della questione: le privatizzazioni, cioè svendita dei beni comuni e affidamento totale agli "spiriti animali" del mercato.
Per finire l'Europa "ideale", cioè il superamento dei nazionalismi e delle guerre. Idea nobile, ma non necessariamente legata ad una corrispondente idea di moneta, e per dirla tutta, la federazione di stati sembra più una favola storicistica, delle "magnifiche sorti e progressive", che un processo evolutivo inevitabile. Se guardiamo la storia gli Stati Uniti, proprio perché tali hanno incarnato un'idea di potere e di geopolitica a dir poco criminale. Insomma al di là dei dubbi che insorgono sul dopo euro, l'attualità è tutta a sfavore dell'euro. 
La sinistra dovrebbe almeno tenere aperta una discussione su questi temi invece di dare l'euro per scontato e considerarlo una sorta di totem inviolabile.
Ad ogni modo l'euro nun me piace, anche se ancora diffido del dopo e per questo un po' vigliaccamente mi accodo a quelli che pensano che con un po' di maquillage le cose si risolvono, magari trasformando la BCE nella fatidica banca di ultima istanza. Direbbe qualcuno parafrasando De Filippo, "ma quella è religione". Appunto.

Perché mi auguro che non ci sia accordo tra UE e Grecia

di Giorgio Cremaschi da Micromega
 
Idioti! Pare che così commentasse il presidente del consiglio francese Deladier rivolto alle folle festanti che lo accolsero per l'accordo di Monaco del 1938, ove la grande Germania di Hitler umiliava la piccola Cecoslovacchia con il concorso di tutta l'Europa. Naturalmente tutto è diverso da allora e i paragoni son sempre forzature, se non per tre singolari coincidenze.
La prima è che la piccola Grecia con un PIL inferiore al 2% della UE si trova ad una tavolo con rapporti di forza a proprio danno simili a quelli della Cecoslovacchia del 1938. La seconda è che un eventuale accordo di Bruxelles provocherebbe in Europa una euforia incosciente simile a quella di 77 anni fa. La terza è che l'accordo, almeno per la Grecia, non risolverebbe nulla, rinviando solo per un po' di tempo la resa dei conti con il tentativo di quel paese di abbandonare le politiche di austerità.
Purtroppo in assenza di mutamenti profondi nelle politiche economiche della Germania e di tutta la UE, un eventuale compromesso di facciata che allentasse il cappio del credito sulla Grecia, servirebbe solo a logorare la credibilità ed il consenso del governo di Syriza, servirebbe a "renzizzare" Tsipras. Poi tra qualche tempo la UE e la Troika tornerebbero all'attacco, per far definitivamente fallire il solo esperimento politico di sinistra nel continente europeo colpito dalla crisi e così riproporre con ancora più arroganza la politica di austerità.
Queste considerazioni non rappresentano in alcun modo una critica al governo greco. Nessun europeo di sinistra ha diritto oggi di suggerire o proporre ai greci, di fronte al silenzio, alla complicità, alla rassegnazione che in tutto il continente ha accompagnato l'intervento della Troika verso quel paese. I grandi sindacati, i partiti socialisti son stati o complici dei creditori o passivi. La sinistra radicale non è riuscita a fare nulla di significativo. Le nuove forze indignate son troppo giovani e troppo legate alla crisi dei loro paesi per costruire una iniziativa internazionale. La destra euroscettica conservatrice e fascista ovviamente ha solo da guadagnare dal crollo delle speranze suscitate da Syriza.
In sintesi la Grecia è sola e noi possiamo solo colpevolmente stare a guardare. Ciò nonostante c'è da augurarsi che il confronto impari di Bruxelles si concluda senza accordo e che l'Europa precipiti nella crisi di sistema che merita e che è necessaria perché le cose cambino.
Sgomberiamo il campo dai valori civili e morali. Questa Europa li ha sommersi nelle scogliere di Ventimiglia e nelle frontiere del Donbass ucraino ove sostiene truppe che si fregiano di simboli nazisti. Se nel passato si era potuto coprire gli interessi finanziari con i superiori valori democratici del continente, oggi questa ipocrisia mostra tutta la sua malafede. Questa Europa difende solo le sue ricchezze e i suoi ricchi, e cerca di associare i suoi sempre più numerosi poveri a questa lotta contro il testo del mondo. Non c'è nulla di progressivo e avanzato in un continente che distrugge il suo più importante risultato, lo stato sociale, e poi cerca di indirizzare la rabbia dei suoi esclusi verso quelli che stanno fuori. Se si ragionasse sul piano morale questa Europa sepolcro imbiancato meriterebbe solo di essere travolta.
Ma anche sul piano più cinicamente economico bisogna augurarsi la rottura. Il merito della cosiddetta trattativa tra il governo greco e la Troika è di aver fatto emergere due verità di fondo.
La prima è che l'Unione Europea è guidata dalla Germania, è un sistema planetario con al centro il sole tedesco. Questo sistema si confronta poi con quello che ruota attorno agli USA, con il FMI, persino con i BRICS. Ma sempre secondo gli interessi e le regole dettate dal paese guida. Non c'è l'Europa, c'è la Germania.
La seconda verità l'ha brutalmente ammessa il ministro delle finanze tedesco Schauble, che ha dichiarato che Euro ed austerità sono la stessa cosa. È vero, la moneta unica non è solo una moneta, ma un modello di sviluppo economico. Basta guardare i trattati che l'hanno istituita, a partire da quello che varò il serpente monetario europeo nel 1979, al quale il PCI di Enrico Berlinguer si oppose rompendo la politica di unità nazionale con la DC. Per poi passare a Maastricht, al fiscal compact e a quel mostruoso pareggio di bilancio costituzionale, che fa sì che il ministro Padoan possa rimproverare alla Corte Costituzionale di non essere compatibile. L'Euro e le politiche di austerità sono coniate dalla stessa zecca e hanno lo stesso corso legale, anzi hanno lo stesso scopo. Quello di affermare sul continente europeo un sistema di capitalismo selvaggio che travolga diritti del lavoro, contratti, servizi, pensioni e scuola pubblica. Un modello americano a trazione tedesca questa è l'economia dell'Euro.
È riformabile? La vicenda greca di questi mesi dimostra di no. La questione non è il debito. Un mese di quantitative easing con cui la Banca Centrale Europea finanzia il sistema bancario perché finanzi il debito, vale 70 miliardi. La Grecia ne chiede 7, tre giorni di lavoro di Draghi. Quando nel giugno 2011 il presidente Napolitano proclamò la necessità dei più ampi sacrifici per ridurre il debito, questo era pari a 1900 miliardi. Ora siamo a 2200 miliardi, trecento in più, una cifra pari a tutto l'ammontare del debito greco. Ma l'Italia è virtuosa perché ha tagliato le pensioni e garantito la libertà di licenziamento e persino di spionaggio dei lavoratori. L'Italia è virtuosa perché fa le "riforme" chieste dalle banche e aggiunge altre privatizzazioni alle tante già disastrosamente realizzate. L'Italia è virtuosa perché il suo governo riceve gli applausi di Marchionne. La Grecia invece con il nuovo governo ha timidamente tentato di fare un'altra politica, e per questo va posta all'indice.
Questa Europa non è riformabile, così come non lo era quella dominata dalla Santa Alleanza degli imperatori del 1848. Certo se scoppiasse una rivoluzione in Germania tutto cambierebbe. Ma in attesa che quello accada, la sola possibilità di costruire un' alternativa all'austerità sta nella rottura della macchina europea e del suo cardine monetario: l'euro. Come ha scritto Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato Sii: "Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro..." Lo stesso vale per i diritti sociali, non c'è conciliazione tra essi e l'austerità, non c'è una via di mezzo.
Per questo una rottura a Bruxelles ci porterebbe in una terra sconosciuta, come ha detto Draghi, dove le vecchie politiche di austerità non potrebbero più essere imposte e guidate con il pilota automatico. Certo non sarebbe il ritorno all'Eden, ma a quel punto le politiche pubbliche e di eguaglianza sociale avrebbero una possibilità, possibilità che viene totalmente negata dal sistema europeo attuale. La crisi della moneta unica farebbe avvicinare l'Italia alla Grecia, alla Spagna, a paesi con economie e problemi simili e forse fermerebbe anche la marcia angosciante e catastrofica verso il confronto militare con la Russia.
Insomma la rottura dell'Europa dell'euro non sarebbe la soluzione, ma la premessa indispensabile per trovare una soluzione giusta alla crisi. La Grecia naturalmente all'inizio verrebbe sottoposta a tutte le minacce e rappresaglie possibili e sarebbe necessaria verso quel paese la solidarietà che finora non c'è stata. Ma alla fine, magari con opportuni accordi con i BRICS , quel paese mostrerebbe a tutto il continente che la via sconosciuta costruisce più futuro di quella nota che non porta a nulla.
Ma qui mi fermo perché è molto più probabile che alla fine un accordo finto si trovi e che tutto continui andare avanti verso il baratro. A quel punto l'opinione pubblica europea e le Borse festeggeranno lo scampato pericolo. Idioti.

domenica 21 giugno 2015

Bergoglio e pregiudizio

Mentre un papa, emblema della trascendenza si proietta nel mondo reale meglio di qualunque materialista sfatto o cultore della Dea Ragione, un esercito di incensati dal pregiudizio e dal terrore collettivo del nuovo mostro, il gender, che sembra partorito da una follia vandeana di ritorno, spara bordate contro il semplice diritto di progettare il proprio futuro lontano dalle sacrestie o dalle muffe di una psicologia da retrobottega.
Questi personaggi non mettono solo in crisi i diritti, questi languidi spacciatori di eternità senza fede, mettono in crisi il concetto stesso di tolleranza e di visione del diverso come prodotto di una disperante biodiversità. 
Come posso infatti tollerare quegli insetti molesti che brulicano nel mio cortile e spacciano il loro ronzio per il canto celestiale del divino?

Cosa (non) è la teoria del gender

 "Educare al genere (come si legge nel bel saggio Educare al genere) significa, in fondo, sostenere la crescita psicologica, fisica, sessuale e relazionale, affinché i bambini e le bambine di oggi possano progettare il proprio futuro al di là delle aspettative sulla mascolinità e la femminilità."

da Wired

No, l’ideologia del gender non esiste davvero. È una trovata propagandistica che distorce gli studi di genere
Si salvi chi può da coloro che, per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, vogliono colonizzare le menti di bambini e bambine con una visione antropologica distorta, con un’azione di indottrinamento gender. Il monito l’ha lanciato, a più riprese, il mondo cattolico.
Lo ha fatto, per esempio, il cardinale Angelo Bagnasco in apertura del Consiglio della Conferenza episcopale italiana. Il Forum delle associazioni familiari dell’Umbria ha stilato addirittura un vademecum per difendersi dalla pericolosa introduzione nelle scuole italiane di percorsi formativi e di sensibilizzazione sul gender. Che si parli di educazione all’effettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili, tutto secondo loro concorre a un unico scopo: l’indottrinamento. E anche l’estrema destra a Milano (ma non solo) ha lanciato la sua campagna “contro l’aggressione omosessualista nelle scuole milanesi” per frenare eventuali seminari “diseducativi”.


La diffusione dell’ideologia gender nelle scuole, secondo ProVita onlus, l’Associazione italiana genitori, l’Associazione genitori delle scuole cattoliche, Giuristi per la vita e Movimento per la Vita, è una vera emergenza educativa. Perché in sostanza, dietro al mito della lotta alla discriminazione, in realtà spesso si nasconde “l’equiparazione di ogni forma di unione e di famiglia e la normalizzazione di quasi ogni comportamento sessuale”. Tanto che, nello spot che ProVita ha realizzato per promuovere la petizione contro l’educazione al genere, una voce fuori campo chiede “Vuoi questo per i tuoi figli?”. Ma cos’è la teoria/ideologia gender?

La teoria del gender

Non esiste. Nessuno, in ambito accademico, parla di teoria del gender. È infatti un’espressione usata dai cattolici (più conservatori) e dalla destra più reazionaria per gridare “a lupo a lupo” e creare consenso intorno a posizioni sessiste e omofobe.
Significativa, per esempio, la posizione di monsignor Tony Anatrella che, nel libro La teoria del gender e l’origine dell’omosessualità, ci mette in guarda da questa fantomatica teoria, tanto pericolosa quanto oppressiva (più del marxismo), che si presenta sotto le mentite spoglie di un discorso di liberazione e di uguaglianza e vuole inculcarci l’idea che, prima d’essere uomini o donne, siamo tutti esseri umani e che la mascolinità e la femminilità non sono che costruzioni sociali, dipendenti dal contesto storico e culturale. Un’ideologia (udite, udite) che pretende che i mestieri non abbiano sesso e che l’amore non dipenda dall’attrazione tra uomini e donne. Talmente perniciosa, da essersi ormai insediata all’Onu, all’Unesco, all’Oms, in Parlamento europeo.
Ma non ha alcun senso parlare di teoria del gender e men che mendo di ideologia del gender”, sostiene Laura Scarmoncin, che studia Storia delle donne e di genere alla South Florida University. “È un’arma retorica per strumentalizzare i gender studies che, nati a cavallo tra gli anni 70/80, affondano le loro radici nella cultura femminista che ha portato il sapere creato dai movimenti sociali all’interno dell’accademia. Così sono nati (nel mondo anglosassone) i dipartimenti dedicati agli studi di genere” e poi ai gay, lesbian e queer studies.
In sostanza, come spiega Sara Garbagnoli sulla rivista AG About Gender, la teoria del gender è un’invenzione polemica, un’espressione coniata sul finire degli anni ’90 e i primi 2000 in alcuni testi redatti sotto l’egida del Pontificio consiglio per la famiglia con l’intento di etichettare, deformare e delegittimare quanto prodotto in questo campo di studi. Poi ha avuto una diffusione virale quando, in particolare negli ultimi due-tre anni, è entrata negli slogan di migliaia di manifestanti, soprattutto in Francia e in Italia, contrari all’adozione di riforme auspicate per ridurre le discriminazioni subite dalle persone non eterosessuali.
È un blob di slogan e di pregiudizi sessisti e omofobi”. Un’etichetta fabbricata per distorcere qualunque intervento, teorico, giuridico, politico o culturale, che voglia scardinare l’ordine sessuale fondato sul dualismo maschio/femmina (e tutto ciò che ne consegue, come subordinazione, discriminazione, disparità, ecc.) e sull’ineluttabile complementarietà tra i sessi.
Secondo gli ideatori dell’espressione teoria/ideologia del genere, nasciamo maschi o femmine. Punto. Il sesso biologico è l’unica cosa che conta. L’identità sessuale non si crea, ma si riceve. E il genere è una fumisteria accademica, come scrive Francesco Bilotta, tra i soci fondatori di Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford.
In realtà gli studi di genere costituiscono un campo di indagine interdisciplinare che si interroga sul genere e sul modo in cui la società, nel tempo e a latitudini diverse, ha interpretato e alimentato le differenze tra il maschile e il femminile, legittimando non solo disparità tra uomini e donne, ma anche negando il diritto di cittadinanza ai non eterosessuali.
 
L’identità sessuale
 

Gli studi di genere non negano l’esistenza di un sesso biologico assegnato alla nascita, né che in quanto tale influenzi gran parte della nostra vita. Sottolineano però che il sesso da solo non basta a definire quello che siamo. La nostra identità, infatti, è una realtà complessa e dinamica, una sorta di mosaico composto dalle categorie di sesso, genere, orientamento sessuale e ruolo di genere.
Il sesso è determinato biologicamente: appena nati, cioè, siamo categorizzati in femmine o maschi in base ai genitali (a volte, però, genitali ambigui rendono difficile collocare il neonato o la neonata nella categoria maschio o femmina, si parla allora di intersessualità).
Il genere invece è un costrutto socioculturale: in altre parole sono fattori non biologici a modellare il nostro sviluppo come uomini e donne e a incasellarci in determinati ruoli (di genere) ritenuti consoni all’essere femminile e maschile. La categoria di genere ci impone, cioè, sulla base dell’anatomia macroscopica sessuale (pene/vagina) e a seconda dell’epoca e della cultura in cui viviamo, delle regole cui sottostare: atteggiamenti, comportamenti, ruoli sociali appropriati all’uno o all’altro sesso.
Il genere, in sostanza, si acquisisce, non è innato, ha a che fare con le differenze socialmente costruite fra i due sessi. Non a caso nel tempo variano i modelli socioculturali, e di conseguenza le cornici di riferimento entro cui incasellare la propria femminilità o mascolinità.
L’identità di genere riguarda il sentirsi uomo o donna. E non sempre coincide con quella biologica: ci si può, per esempio, sentire uomo in un corpo da donna, o viceversa (si parla in questo caso di disforia di genere).
Altra cosa ancora è l’orientamento sessuale: l’attrazione cioè, affettiva e sessuale, che possiamo provare verso gli altri (dell’altro sesso, del nostro stesso sesso o di entrambi).

 
Educare al genere

Nelle nostre scuole – sottolinea Nicla Vassallo, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Genova – a differenza di quanto si è fatto in altri Paesi, non c’è mai stata una vera e propria educazione sessuale e anche per questo l’Italia è arretrata rispetto alla considerazione delle categorie di sesso e genere. Eppure, educare i genitori e dare informazioni corrette agli insegnanti affinché parlino in modo ragionato, e non dogmatico, di sesso, orientamento sessuale, identità e ruoli di genere, a figli e scolari è molto importante perché sono concetti determinanti per comprendere meglio la nostra identità personale. E per essere cittadini occorre sapere chi si è”.

Educare al genere (come si legge nel bel saggio Educare al genere) significa, in fondo, sostenere la crescita psicologica, fisica, sessuale e relazionale, affinché i bambini e le bambine di oggi possano progettare il proprio futuro al di là delle aspettative sulla mascolinità e la femminilità.
Basti pensare, come scrivono le curatrici nell’introduzione, all’appellativo effeminato che viene usato per descrivere quegli uomini che non si comportano da “veri maschi” (coraggiosi, determinati , tutti di un pezzo, che non devono chiedere mai) e danno libero sfogo alle emozioni tradendo lo stereotipo dominante. E la scuola può (deve) avere un ruolo fondamentale per scalfire gli stereotipi di genere, ancora fin troppo radicati nella nostra società, offrendo a studenti e studentesse gli strumenti utili e necessari per diventare gli uomini e le donne che desiderano.
Educare al genere significa dunque interrogarsi sul modo in cui le varie culture hanno costruito il ruolo sociale della donna e dell’uomo a partire dalle caratteristiche biologiche (genitali). Contrastare quegli stereotipi e quei luoghi comuni, socialmente condivisi, che finiscono col determinare opportunità e destini diversi a seconda del colore del fiocco (rosa o azzurro) che annuncia al mondo la nostra nascita.
Concedere diritto di cittadinanza ai diversi modi di essere donna e uomini. E significa anche riflettere “sul fatto che le attuali dicotomie di sesso (maschio/femmina) e di genere (uomo/donna) non sono in grado, di fatto, di descrivere la complessità della realtà” sottolinea Vassallo. E dietro questa consapevolezza non ci sono le famigerate lobby Lgbt, ma decenni di studi interdisciplinari.
 
A scuola per scalfire stereotipi e pregiudizi
 

Trasmettere ai bambini e alle bambine, attraverso alcune attività ludico-didattiche, il valore delle pari opportunità e abbattere tutti quegli stereotipi che, fin dalla più tenera età, imprigionano maschi e femmine in ruoli predefiniti, granitici, e sono alla base di molte discriminazioni, è l’obiettivo del progetto Il gioco del rispetto.
Dopo la fase pilota dello scorso anno, sta per partire in alcune scuole dell’infanzia del Friuli Venezia Giulia. Accompagnato però da non poche polemiche alimentate, ancora una volta, da chi vuole tenere lontano dalle scuole l’educazione al genere. Come se possa esserci qualcosa di pericoloso nell’illustrare (lo fa uno dei giochi del kit didattico) un papà alle prese con il ferro da stiro e una mamma pilota d’aereo. Alcuni l’hanno definito “una pubblica vergogna”, un tentativo di “costruire un mondo al contrario“, l’ennesima propaganda gender, “lesivo della dignità dei bambini” e inopportuno, perché non avrebbe senso sensibilizzare i bambini contro la violenza sulle donne, “come se un bambino di 4 o 5 anni potesse essere un mostro, picchiatore o stupratore.
Eppure, poter riflettere sugli stereotipi sessuali, combattere i pregiudizi, sviluppare consapevolezza dei condizionamenti storico-culturali che riceviamo, serve anche a prevenire comportamenti violenti e porre le basi per una società più civile.
 
Le esperienze italiane
 

Lungo lo Stivale sono diversi i progetti che si prefiggono di abbattere pregiudizi e stereotipi in classe. Per esempio, l’associazione Scosse ha promosso l’anno scorso a Roma La scuola fa differenza, per colmare, attraverso percorsi formativi rivolti a educatori e insegnanti dei nidi e delle scuole dell’infanzia, le carenze del nostro sistema scolastico in merito alla costruzione delle identità di genere, all’uso di un linguaggio non sessista e al contrasto alle discriminazioni. Da diversi anni lo fa anche la Provincia di Siena nelle scuole di ogni ordine e grado.
Così come “da un po’ di anni ”, spiega Davide Zotti, responsabile nazionale scuola Arcigay, “attività di prevenzione dell’omofobia e del bullismo omofobico sono organizzate nelle scuole italiane da Arcigay, Agedo e altre associazioni, attraverso percorsi di educazione al rispetto delle persone omosessuali”.
In Toscana, per esempio, la Rete Lenford ha coordinato una rete di associazioni impegnate in percorsi didattici contro le violenze di genere e il bullismo omotransfobico, per una scuola inclusiva. E a Roma l’Assessorato alla scuola, infanzia, giovani e pari opportunità ha promosso, in collaborazione con la Sapienza, il progetto lecosecambiano@roma, rivolto alle studentesse e agli studenti degli istituti superiori della Capitale. Apripista, però, è stato il Friuli Venezia Giulia, dove da cinque anni Arcigay e Arcilesbica portano avanti il progetto A scuola per conoscerci, che nel 2010 ha ricevuto l’apprezzamento da parte del Capo dello Stato, per il coinvolgimento degli studenti nella formazione civile contro ogni forma di intolleranza e di discriminazione.
Inoltre, il ministero per le Pari opportunità e l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali a difesa delle differenze) hanno elaborato una strategia nazionale per la prevenzione, rispondendo a una raccomandazione del Consiglio d’Europa di porre rimedio alle diffuse discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere (nelle scuole, nel mondo del lavoro, nelle carceri e nei media). In quest’ambito, l’Istituto Beck ha realizzato degli opuscoli informativi per fornire ai docente strumenti utili per educare alla diversità, facendo riferimento alle posizioni della comunità scientifica nazionale e internazionale sui temi dell’orientamento sessuale e del bullismo omofobico. E sono stati organizzati dei corsi di formazione per tutte le figure apicali del mondo della scuola, al fine di contrastare e prevenire la violenza, l’esclusione sociale, il disagio e la dispersione scolastica legata alle discriminazioni subite per il proprio orientamento sessuale.
Da qui la levata di scudi contro l’ideologia gender che destabilizzerebbe le menti di bambini e adolescenti. Perché non solo tra moglie e marito, ma anche tra genitori e figli non si deve mettere il dito: guai a mettere in discussione la famiglia tradizionale e a istillare domande nella testa di bambini e adolescenti che abbiano a che fare con l’identità (sessuale),  l’affettività o la sessualità.
 
Il genere come ideologia
 

Se qualcuno del gender ha fatto un’ideologia è stata la Chiesa cattolica”. Non ha dubbi in proposito la Vassallo che, nel suo ultimo libro Il matrimonio omosessuale è contro natura  (Falso!), ci mette in guardia dall’errore grossolano di far coincidere la femmina (quindi il sesso, categoria biologica) con la donna (il genere, categoria socioculturale), o il maschio con l’uomo: negando, in questo modo, identità e personalità a ogni donna e a ogni uomo.
Nei secoli, infatti, la Chiesa cattolica ha costruito l’idea che uomo e donna siano complementari e si debbano accoppiare per riprodursi”. Questo, in pratica, sarebbe il solo ordine naturale possibile. “Invece, se oggi parliamo di decostruzione del genere, non lo facciamo per una presa di posizione ideologica, ma partendo dalla costatazione che, di fatto, non ci sono solo due sessi (ce lo dice la biologia, si pensi all’intersessualità), ci sono più generi e non c’è un unico orientamento sessuale: ovvero quello eterosessuale, che la Chiesa ha sempre promosso, etichettando come contro natura quello omosessuale”.
Ma la natura non è omofoba. Anzi. Nel libro In crisi d’identità, Gianvito Martino, direttore della divisione di Neuroscienze del San Raffaele di Milano, spiega (e documenta) che è un gran paradosso etichettare l’omosessualità, ma anche il sesso non finalizzato alla riproduzione, come contro natura. Ci sono infatti organismi bisessuali, multisessuali o transessuali, la cui dubbia identità di genere è essenziale per la loro sopravvivenza. Additare quindi come contro natura certi comportamenti significa ignorare la realtà delle cose, scegliendo deliberatamente di essere contro la natura.
Inoltre, – aggiunge lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi, ordinario di psicologia dinamica alla Sapienza di Roma – non solo ciò che è considerato caratteristico della donna o dell’uomo cambia nel corso della storia e nei diversi contesti culturali, ma anche il concetto di famiglia ha conosciuto e sempre più spesso conosce configurazioni diverse: famiglie nucleari, adottive, monoparentali, ricombinate, omogenitoriali, allargate, ricomposte, ecc. Delegittimarle significa danneggiare le vite reali di molti genitori e dei loro figli. Ci sono molti modi, infatti, di essere genitori (e non tutti sono funzione del genere). Non lo affermo io, ma le più importanti associazioni scientifiche e professionali nel campo della salute mentale dopo più di quarant’anni di osservazioni cliniche e ricerche scientifiche, dall’American Academy of Pediatrics, alla British Psychological Society, all’Associazione Italiana di Psicologia”.
In sostanza – conclude Lingiardi – adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, etero o omosessuali, possono essere ottimi genitori. Ciò di cui i bambini hanno bisogno è sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti, responsabili. Una famiglia, infatti, non è soltanto il risultato di un accoppiamento riproduttivo, ma è soprattutto il risultato di un desiderio, di un progetto e di un legame affettivo e sociale”.

sabato 20 giugno 2015

La cocciuta Germania ci riprova.

di Tonino D’Orazio


L’attacco e la guerra alla Russia sembra un vero e cocciuto pallino storico se non magari una tara della Germania.

Nella Prima guerra mondiale, l'impero tedesco, affiancato da Austria-Ungheria e Impero Ottomano, combatté contro la Russia ad oriente e contro la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti ad occidente. Uscì sconfitta dal conflitto e la Germania dovette subire un umiliante trattato di pace nel 1919. Oltre a perdere le colonie d'oltremare e alcuni territori metropolitani, la Germania dovette pagare ingenti danni di guerra. Il totale delle perdite causate dal conflitto può essere stimato a più di 37 milioni, contando più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili, cifra che fa della "Grande Guerra" uno dei più sanguinosi conflitti della storia umana. Fine anni ’30, la Germania nazista si riarma per cui subisce il duro e asfissiante blocco commerciale fatto dagli inglesi (sono sempre dietro le quinte, anche oggi). Dopo la fallita invasione dell'Unione Sovietica iniziata nel 1941, la Germania nazista iniziò ad indietreggiare su tutti i fronti. Finché i russi non invasero per primi Berlino nel maggio 1945, aspettando gli alleati e distruggendo quel che rimaneva dai bombardamenti anglo-americani,. la Germania nazista venne definitivamente sconfitta. Più di 28 milioni di morti in Europa, (di cui quasi 20 milioni in Unione Sovietica, senza contare il resto del mondo), una specie di ulteriore “repulisti” umano, utile al rilancio della ristrutturazione capitalista in pieno boom nei decenni successivi. Dopo aver perso ancora ampi territori in favore della Polonia e dell'Unione Sovietica, la Germania venne divisa in tre stati. La Germania dell’Est se l’è già ripresa. Il resto e qualcosa in più con il predominio dell’euro e delle già predisposte future strutture e infrastrutture europee sono in fase.

Questa volta ci riprova di nuovo, però adesso con gli amici francesi e inglesi (altri nemici di sempre, dall’epoca di Carlomagno a seguire, per secoli) e l’amicone americano, gatto Silvestro. Ma gli inglesi non si sono mai fidati e stanno un passo indietro a guardare. Non sono, almeno ufficialmente, gli “animatori” del blocco economico contro la Russia, ma sono i più fedeli amici dei cugini Usa e sono sempre pronti.

Le tensioni sono tali che siamo entrati nella “normalità” dell’inizio delle minacce reciproche, da un anno a questa parte (“Tintinnio di sciabole”). La scusa per iniziare c’è sempre, basta prendere a prestito un altro paese. Strangolarne un altro economicamente, provocarlo, dandogli prepotentemente in anticipo la responsabilità dell’inizio delle ostilità. E’ sempre stato così. Dalla sempre efficace storiella del lupo e della pecora. Cosa c’entra la libertà dei popoli e l’autodeterminazione delle etnie affini in confronto “al mercato”. Gli inglesi e i francesi hanno massacrato e diviso a convenienza l’Africa con i confini imposti a suo tempo. Mi sembra che noi abbiamo fatto tre guerre d’indipendenza per riunificarci e all’interno ancora non è finita.

Oggi ci risiamo, nella solita leggerezza d’animo delle popolazioni che sperano che non succeda nulla, che siamo davanti solo a una dimostrazione muscolare di forza, ma intanto, aiutati dai mass media, già fanno (o gli fanno fare) di nuovo il tifo russofobo. Mischiando il tutto ad un nuovo e incomprensibile razzismo contro i musulmani, i sempiterni rom, i gay. Sembra non ancora esserci ebrei questa volta, ma quante volte la storia è tornata. Ormai anche il canale di Sicilia è diventato un olocausto acquatico, senza fumo, senza scorie e già senza memoria.

Intanto è stato deciso che la Nrf, (Nato Responce Force) che attualmente è dotata di 13mila soldati, passerà ad averne 30mila nel 2016. Nell'ambito della Nrf opererà la nuova brigata “Spearhead” (VJTF, forza di prontissima risposta, nel gergo Nato): 5mila soldati dispiegabili in 48 ore e che potranno contare su 6 centri di comando nell'est europeo «immediatamente operativi» in Polonia, Romania, Bulgaria, Estonia, Lettonia e Lituania. Tutti vecchi amici dei russi e tutti in mano a governi di destra, nella storia notoriamente pacifisti. Intanto la VJTF è però già schierabile attualmente grazie al contributo “volontario” di Germania, Olanda e Norvegia.

Il Pentagono è pronto a mandare armi e soldati nei Paesi baltici come “segnale” alla Russia, (New York Times,13 giugno). Carri armati, truppe di fanteria e altre armi pesanti, oltre a 5mila soldati.

Il presidente russo ha spiegato in una recente conferenza stampa che la Russia non crede alla storia che i nuovi missili americani in Europa servirebbero per intercettare eventuali lanci provenienti dall'Iran. Anche per la nostra intelligenza è di nuovo una gran balla, come le “armi di distruzione di massa” di Saddam. Basta vedere la cartina allegata (Non ho ancora quella futura prevista dagli Usa per il Pacifico e la Cina). “Secondo noi, l'obiettivo è la neutralizzazione del nostro potenziale missilistico nucleare”, ha spiegato Putin. Quindi inevitabile la contromossa, come quella di puntare i nuovi missili anche sulle città europee che partecipano all’operazione. Anche se “Mi fa orrore dirlo e anche solamente pensarci”. Ha annunciato il rafforzamento delle capacità militari russe con 40 nuovi missili balistici intercontinentali, dotati di testate nucleari, “in grado di sfuggire anche ai più sofisticati sistemi di difesa antimissilistica”. Conoscendoli c’è da crederci. “Se qualcuno mette in pericolo il territorio della Russia (“è la Nato ad avvicinarsi alle nostre frontiere, non noi”) essa deve puntare i propri armamenti verso i Paesi da dove proviene questa minaccia”. Noi che abbiamo sul nostro territorio almeno una sessantina di ordigni militari nucleari statunitensi sotto copertura della compartecipata Nato, non dovremmo dormirci sopra. Anche perché abbiamo a rappresentarci solo un bulletto in giro e che straparla o la pallida Mongherini. Mentre Germania e Francia ormai corrono affannosamente ai ripari, anche se ancora ufficialmente minaccianti, da un summit all’altro, il ministro degli affari esteri tedesco “teme che la situazione ci stia sfuggendo di mano”.

In quanto alle sanzioni, mai la dicotomia tra politica e affari è stata così evidente ai danni dell’Europa (-100 miliardi) e dell’Italia (-10 miliardi) in particolare. Putin ci ha appena ricordato i miliardi che abbiamo perso e che perdiamo mentre l’export verso la Russia delle aziende statunitensi - Paese-guida della coalizione pro-Ucraina e in realtà economicamente anti-Europa- registra un incremento del 23%. (Milano Finanza). A Pietroburgo, ieri, le compagnie petrolifere mondiali erano tutte in ginocchio a fare accordi con Gasprom. I maggiori fornitori della Russia negli scambi internazionali sono diventati attualmente i paesi del Brics e l’America del Sud. Una specie di boomerang nella scelta mondiale di campo.

Ma noi siamo occupati non dalla disperazione di quasi 10 milioni di poveri e almeno 8 di disoccupati ma da qualche decina di migliaia di immigrati, che tra l’altro, al pari di migliaia di nostri giovani emigrati non vedono l’ora di andare via da questo paese che non è più nostro (ma della Troika) e non offre futuro a nessuno. Utilissimo paravento per pericolose operazioni coloniali alle nostre spalle e per potenziare (tutti i giorni, su tutte le reti, a tutte le ore, costruito contraltare di Renzi) il neofascista Salvini, nuovo garante delle sempre culturalmente arretrate destre italiane.

giovedì 18 giugno 2015

Perché è fallito il grande gioco di Washington

da sito aurora


Avrebbe potuto essere la più influente singola frase di quel periodo: “In queste circostanze è chiaro che l’elemento principale di qualsiasi politica a lungo termine degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica deve essere un paziente ma fermo e vigile contenimento dell’espansionismo russo”. Originato dal telegramma di 8000 parole, sì in quei giorni abbastanza incredibilmente non c’erano email, internet, chat, facebook, inviato a Washington nel febbraio 1946 da George F. Kennan, incaricato d’affari degli Stati Uniti a Mosca, in un momento in cui la guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica accelerava. L’anno successivo, una versione rielaborata del “Lungo telegramma” di Kennan, con quella frase, fu pubblicata come “Le fonti della condotta sovietica” sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs sotto lo pseudonimo di “Mr. X”(anche se era risaputo a Washington chi l’avesse scritto). Da quel momento, il “contenimento” di ciò che fino alla crisi sino-sovietica veniva chiamato blocco sovietico, fu la firma della politica estera e militare di Washington. L’idea era circondare Unione Sovietica e Cina militarmente, economicamente e diplomaticamente, assieme alla fascia di Stati comunisti da Ungheria e Cecoslovacchia in Europa orientale alla Corea democratica sul Pacifico e dalla Siberia alle SSR dell’Asia centrale dell’Unione Sovietica. In altre parole, la maggior parte del territorio euroasiatico. E poi fin quando il muro di Berlino nel 1989 crollò e l’Unione Sovietica scomparve dalla faccia della Terra, nel 1991. Assieme all’ex mondo comunista, la politica del contenimento finì nella pattumiera della storia, o no? Stranamente, come sottolinea oggi lo storico e autore di TomDispatch Alfred McCoy, se si guardano le basi militari di Washington (che, se non altro, si sono ampliate nell’epoca post-sovietica), ai suoi conflitti e al centro della sua politica estera, i tentativi statunitensi di “contenere” le roccaforti dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, non sono mai cessati. Dopo il passaggio di quasi un quarto di secolo dalla Guerra Fredda, la mappa di quei presidi, e dei conflitti che li seguono, sembra ancora stranamente familiare. Ed ecco una cosa ancora più strana, come McCoy chiarisce: gli Stati Uniti non sono la prima potenza imperiale a sforzarsi di “contenere” l’Eurasia. Nel 1945, quando la seconda guerra mondiale si concluse con la Gran Bretagna e il suo impero in via di esaurimento, gli Stati Uniti ereditarono l’anonima politica del “contenimento” inglese prima che Kennan pensasse di usarne il termine. E’ strano rendersi conto che il “contenimento”, come politica imperiale, ha una storia che, in un certo senso, ha più di due secoli. E’ abbastanza strano, infatti, che McCoy rivolga l’attenzione al tema contribuendo a dare un senso al tagliente rapporto USA-Cina per il resto di questo secolo. Tom

La geopolitica del declino globale degli USA Washington contro Cina nel XXI secolo
Alfred W. McCoy
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Infatti, anche per il più grande degli imperi, la geografia è spesso destino. Non lo si saprebbe a Washington, però. Le élite della sicurezza politica nazionale e della politica estera statunitensi continuano ad ignorare le basi della geopolitica che hanno plasmato il destino degli imperi mondiali negli ultimi 500 anni. Di conseguenza, hanno perso il senso dei rapidi cambiamenti globali in Eurasia che sono in procinto di minare la grande strategia per il dominio mondiale che Washington ha perseguito in questi ultimi sette anni. Uno sguardo a ciò che accade nella “saggezza” di Washington in questi giorni, rivela una visione del mondo stordita dall’insularità. Si prenda ad esempio il politologo di Harvard Joseph Nye, Jr., noto per il suo concetto di “soft power”. Offrendo una semplice lista di modi in cui crede che il potere militare, economico e culturale degli USA rimanga unico e superiore, ha recentemente sostenuto che non vi sia alcuna forza, interna o globale, in grado di eclissare in futuro gli USA quale potenza più importante del mondo. Per chi punta sull’impennata economica di Pechino proclamando il “secolo cinese”, Nye elenca aspetti negativi: il reddito pro capite della Cina, “ci vorranno decenni per recuperare il ritardo (se mai)” con gli USA; è miope, “focalizzata su politiche principalmente regionali” e “non sviluppa alcuna funzionalità significativa come forza di proiezione globale”. Soprattutto Nye sostiene che la Cina soffre di “svantaggi geopolitici nell’equilibrio di potere asiatico, rispetto agli USA”. Oppure mettiamola così (e in questo Nye è tipico di come si pensa il mondo a Washington): con più alleati, navi, caccia, missili, denaro, brevetti e film di successo rispetto a qualsiasi altra potenza, Washington vince a mani basse. Se il professor Nye dipinge la potenza dai numeri, l’ultimo tomo dell’ex-segretario di Stato Henry Kissinger, modestamente intitolato Ordine mondiale, salutato sulle riviste come niente di meno che una rivelazione, adotta una prospettiva nietzscheana. L’intramontabile Kissinger ritrae la politica globale come plastica così assai plasmabile per i grandi leader dalla volontà di potenza. Con questa misura, secondo la tradizione di maestri diplomatici europei come Charles de Talleyrand e il principe Metternich, il presidente Theodore Roosevelt era un visionario coraggioso che lanciò “il ruolo americano nella gestione dell’equilibrio Asia-Pacifico”. D’altra parte, il sogno idealistico di Woodrow Wilson dell’autodeterminazione nazionale lo rendeva geopoliticamente inetto e Franklin Roosevelt era cieco verso l’inflessibile “strategia globale” del dittatore sovietico Josif Stalin. Harry Truman, al contrario, superò l’ambivalenza nazionale impegnando “gli USA nella formazione di un nuovo ordine internazionale”, una politica saggiamente seguita dai successivi 12 presidenti. Tra i più “coraggiosi”, Kissinger insiste, vi era il leader per “coraggio, dignità e convinzione”, George W. Bush, la cui risolutezza nel “trasformare l’Iraq tra gli Stati più repressivi del Medio Oriente a democrazia multipartitica” sarebbe riuscita se non fosse stato per la “sovversione spietata” della sua opera da parte di Siria e Iran. In tale prospettiva, la geopolitica non ha luogo; solo la coraggiosa visione di “statisti” e re conta davvero. E forse questa è una prospettiva confortante per Washington, in un momento in cui l’egemonia statunitense va visibilmente sgretolandosi tra i sommovimenti tettonici del potere globale. Con i sacri veggenti di Washington sorprendentemente ottusi sul tema del potere geopolitico, forse è il momento di tornare alle origini. Ciò significa ritornare al testo fondante della moderna geopolitica, che rimane una guida indispensabile anche se pubblicata su una oscura rivista geografia inglese oltre un secolo fa.

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Sir Halford inventa la Geopolitica
In una fredda serata di Londra del gennaio 1904, Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics, mise in “trance” il pubblico al Royal Geographical Society, nel Savile Row, con un documento audacemente intitolato “Il Perno geografico della storia“. Da questa presentazione si evince, secondo il presidente della società, “una splendida descrizione… raramente eguagliata in questa stanza“. Mackinder sostenne che il futuro del potere globale non risiede, come la maggior parte degli inglesi immaginava, nel controllo delle rotte marittime globali, ma nel controllo della vasta massa di terra chiamata “Euro-Asia”. Volgendo l’epicentro del pianeta dall’America al centro dell’Asia, quindi inclinando l’asse terrestre a nord, appena oltre la proiezione equatoriale di Mercatore, Mackinder ridisegnava e riconcettualizzava la mappa del mondo. La sua nuova mappa mostra Africa, Asia, Europa non come tre continenti separati, ma come massa di terra unitaria, una vera e propria “isola mondo”. Il suo ampio e profondo “Heartland”, 4000 miglia dal Golfo Persico al Mare della Siberia, è così enorme che può essere controllato solo dai sue “rimlands”, in Europa orientale, o quella che lui chiamava “margine” marittimo nei mari circostanti. Ne la “Scoperta della rotta del Capo per le Indie” nel XVI secolo, Mackinder scrisse, “dotando la Cristianità dell’ampia possibilità di mobilitare la potenza… avvolgendo l’influenza intorno alla potenza terrestre eurasiatica che fino ad allora ne aveva minacciato l’esistenza“. Questa maggiore mobilità, poi spiegò, diede ai marinai dell’Europa “la superiorità per circa quattro secoli sugli uomini delle terre di Africa e Asia”. Eppure il “cuore” di questa vasta massa, un'”area pivot” che si estende dal Golfo Persico al fiume Yangtze della Cina, rimase niente di meno che la leva di Archimede della futura potenza mondiale. “Chi domina l’Heartland comanda l’Isola-Mondo”, riassumeva più avanti la situazione Mackinder. “Chi domina l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Al di là della vasta massa dell’isola-mondo, che costituiva quasi il 60% della superficie della Terra, c’era un emisfero meno conseguente coperto da ampi oceani e alcune periferiche “isole minori”, cioè naturalmente Australia e Americhe. Nella generazione precedente, l’apertura del Canale di Suez e l’avvento della navigazione a vapore “aumentarono la mobilità del potere marittimo (relativo) rispetto a quello terrestre”. Ma le ferrovie in futuro potrebbero “lavorare con maggior meraviglia nella steppa“, affermò Mackinder, riducendo i costi del trasporto marittimo e spostando il centro del potere geopolitico nell’entroterra. Nel tempo lo “Stato pivot” della Russia poteva, in alleanza con un’altra potenza come la Germania, espandersi “sulle terre marginali di Euro-Asia” permettendo “l’uso di vaste risorse continentali per costruire la flotta, e l’impero mondiale sarebbe stato in vista“. Per due ore, mentre leggeva un testo spesso dalla sintassi contorta e dai riferimenti classici, come ci si aspettava da un ex-docente di Oxford, il suo pubblico comprendeva di venire a conoscenza di qualcosa di straordinario. Diversi rimasero a fare ampi commenti. Ad esempio, il famoso analista militare Spenser Wilkinson, il primo a tenere una cattedra di storia militare a Oxford, si pronunciò poco convinto della “moderna espansione della Russia”, insistendo sul fatto che le potenze navali inglese e giapponese avrebbero continuato la funzione storica di mantenere “l’equilibrio tra le forze divise… sull’area continentale”. Incalzato dai suoi ascoltatori, considerando altri fatti o fattori tra cui “l’aria come mezzo di locomozione”, Mackinder rispose: “Il mio obiettivo non è prevedere il grande futuro di questo o quel Paese, ma avere una formula geografica cui poter adattare un qualsiasi equilibrio politico“. Invece di eventi specifici, Mackinder cercava una teoria generale sul nesso di causalità tra geografia e potenza globale. “Il futuro del mondo“, insisteva, “dipende dal mantenimento di (un) equilibrio di potere” tra potenze marittime come la Gran Bretagna o il Giappone, attive sul margine marittimo, e “le forze interne espansive” dal cuore euro-asiatico che erano intente a contenere.
Non solo Mackinder dava voce a una visione del mondo che avrebbe influenzato la politica estera della Gran Bretagna per diversi decenni, ma in quel momento creava la scienza moderna della “geopolitica”, lo studio di come la geografia può, in determinate circostanze, formare il destino di interi popoli, nazioni e imperi. Da quella notte a Londra, naturalmente, è passato tanto tempo. Era un’altra epoca. L’Inghilterra era ancora in lutto per la morte della regina Vittoria. Teddy Roosevelt era presidente. Henry Ford aveva appena aperto una piccola fabbrica automobilistica a Detroit per il suo Modello A, un’automobile dalla velocità massima di 28 miglia all’ora. Solo un mese prima, il “Flyer” dei fratelli Wright aveva preso il volo per la prima volta volando per 30 metri, per l’esattezza. Tuttavia, per i successivi 110 anni le parole di Sir Halford Mackinder offrirono un prisma di eccezionale precisione per capire la geopolitica spesso oscura che guidava i principali conflitti del mondo, due guerre mondiali, una guerra fredda, le guerre asiatiche degli USA (Corea e Vietnam), le due guerre del Golfo Persico e anche la pacificazione infinita dell’Afghanistan. La domanda di oggi è: come può Sir Halford aiutarci a capire non solo il secolo passato, ma il mezzo secolo prossimo?

Britannia Rules the Waves
Nell’era della potenza marittima durata poco più di 400 anni, dal 1602 alla Conferenza sul disarmo di Washington del 1922, le grandi potenze furono in competizione per il controllo dell’isola-mondo eurasiatica attraverso le rotte marittime circostanti che si estendevano per 15000 miglia da Londra a Tokyo. Lo strumento del potere era, naturalmente, la nave, prima con le fregate, poi con portaerei, corazzate, sottomarini e aerei. Mentre gli eserciti terrestri nuotavano nel fango della Manciuria o della Francia in battaglie dalle perdite da capogiro, le marine imperiali incrociavano sui mari, manovrando per il controllo di coste e continenti. Al culmine della potenza imperiale intorno al 1900, la Gran Bretagna dominava i mari con una flotta di 300 grandi navi e 30 bastioni navali, basi che circondavano l’isola-mondo dal Nord Atlantico a Scapa Flow al Mediterraneo, Malta e Suez, a Bombay, Singapore e Hong Kong. Proprio come l’impero romano racchiuse il Mediterraneo, facendone il Mare Nostrum, la potenza inglese fece nell’Oceano Indiano il proprio “mare chiuso”, garantendosi i fianchi con le forze dell’esercito alla Frontiera nord-occidentale dell’India e bloccando persiani e ottomani costruendo basi navali del Golfo Persico. Con tale manovra, la Gran Bretagna si assicurò il controllo su Arabia e Mesopotamia, terreno strategico che Mackinder definì “il passaggio terrestre dall’Europa alle Indie” e via al “cuore” dell’isola mondo. Da questo punto di vista geopolitico, il XIX secolo fu, in fondo, la rivalità strategica spesso chiamata “Grande Gioco” tra Russia “al comando di quasi tutto l’Heartland… che bussava alle porte via terra delle Indie“, e la Gran Bretagna “che avanzava verso l’interno dai porti dell’India per affrontare la minaccia da nord-ovest”. In altre parole, Mackinder concluse “le realtà geografiche finali” dell’era moderna sono potenza marittima contro potenza terrestre o “World-Island e Heartland”. Rivalità intense, prima fra Inghilterra e Francia, poi Inghilterra e Germania, che guidarono l’implacabile gara europea degli armamenti navali che portò il costo della potenza marittima a livelli insostenibili. Nel 1805, l’ammiraglia dell’ammiraglio Nelson, la HMS Victory, con il suo scafo di quercia pesava appena 3500 tonnellate, combatté nella battaglia di Trafalgar contro la flotta di Napoleone navigando a nove nodi, e i suoi 100 cannoni ad anima liscia sparavano palle da 42 libbre a una gittata massima di 400 metri. Nel 1906, solo un secolo più tardi, la Gran Bretagna varò la prima corazzata moderna del mondo, la HMS Dreadnought, con scafo in acciaio dallo spessore di 30 cm, del peso di 20000 tonnellate, le cui turbine a vapore consentivano una velocità di 21 nodi, e i cui cannoni meccanizzati da 305mm permettevano di sparare rapidamente proiettili da 400kg fino a 12 km. Il costo di questo leviatano fu di 1,8 milioni di sterline, pari a quasi 300 milioni di oggi. Nel giro di un decennio, una mezza dozzina di potenze svuotò il tesoro per costruire flotte di queste costosissime letali corazzate. Grazie ad una combinazione di superiorità tecnologica, portata globale e alleanze navali con Stati Uniti e Giappone, la pax britannica durò un intero secolo, dal 1815 al 1914. Alla fine, tuttavia, questo sistema globale fu afflitto dall’accelerazione della corsa agli armamenti navali, dalla volatile diplomazia da grande potenza e dall’aspra gara per l’impero d’oltremare che implose nella strage insensata della prima guerra mondiale, lasciando 16 milioni di morti nel 1918.

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Il secolo di Mackinder
Come l’eminente storico degli imperi Paul Kennedy una volta osservò, “il resto del Novecento testimonia la tesi di Mackinder“, con due guerre mondiali combattute sui suoi “rimlands”, dall’Est Europa attraverso il Medio Oriente all’Asia orientale. In effetti, la prima guerra mondiale fu, come lo stesso Mackinder in seguito osservò, “un duello diretto tra potenza terrestre e potenza marittima“. Alla fine della guerra nel 1918, le potenze del mare, Gran Bretagna, USA e Giappone, inviarono spedizioni navali ad Arcangelo, Mar Nero e Siberia per contenere la rivoluzione della Russia nel suo “cuore”. Riflettendo l’influenza di Mackinder sul pensiero geopolitico in Germania, Adolf Hitler rischiò il suo Reich nel tentativo criminale di catturare il cuore russo quale spazio vitale, per la sua “razza superiore”. L’opera di Sir Halford contribuì a plasmare le idee del geografo tedesco Karl Haushofer, fondatore della rivista Zeitschrift für Geopolitik, fautore del concetto di Lebensraum e consigliere di Adolf Hitler e del suo vice Rudolf Hess. Nel 1942, il Führer inviò un milione di uomini, 10000 pezzi di artiglieria e 500 carri armati per forzare il Volga a Stalingrado. Alla fine, le sue forze subirono 850000 feriti, uccisi e catturati nel vano tentativo di sfondare il Rimland europeo-orientale nella regione centrale dell’isola-mondo. Un secolo dopo la conferenza di Mackinder, un altro studioso inglese, lo storico degli imperi John Darwin ha sostenuto nel suo saggio Dopo Tamerlano, che gli Stati Uniti avevano raggiunto l'”Imperium colossale… su scala senza precedenti” a seguito della seconda guerra mondiale, divenendo la prima potenza nella storia a controllare i punti strategici assiali “su entrambe le estremità dell’Eurasia” (sua interpretazione di “Euro-Asia” di Mackinder). Temendo l’espansione cinese e russa quale “catalizzatore della collaborazione”, gli Stati Uniti occuparono i bastioni imperiali di Europa occidentale e Giappone. Con questi punti assiali come ancoraggio, Washington costruì un arco di basi militari seguendo il modello marittimo della Gran Bretagna che ha visibilmente lo scopo di circondare l’isola-mondo.

La geopolitica assiale degli USA
Dopo aver preso le estremità assiali dell’isola-mondo da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti aumentarono le barriere della potenza militare per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico. Spogliata dai fronzoli ideologici, la grande strategia anticomunista del “contenimento” della Guerra Fredda di Washington era poco più che un processo di successione imperiale. Il Regno unito esaurito su sostituito ai “margini” marittimi, ma la realtà strategica rimase sostanzialmente la stessa. Infatti, nel 1943, due anni prima della fine della seconda guerra mondiale, un Mackinder invecchiato pubblicò il suo ultimo articolo, “Il Mondo e la Conquista della Pace“, per l’influente rivista degli Stati Uniti Foreign Affairs. In esso ricordò agli statunitensi che aspiravano ad una “grande strategia” nella versione inedita dell’egemonia planetaria, che anche il loro “sogno della forza aerea globale” non cambiava le basi geopolitiche. “Se l’Unione Sovietica emerge da questa guerra come vincitrice sulla Germania”, avvertì, “diverrà la più grande potenza terrestre sul globo”, controllando “la più grande fortezza naturale sulla terra“. Quando si giunse a creare la nuova Pax Americana post-bellica, fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’US Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si basò a Napoli nel 1946 per il controllo dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per il Pacifico occidentale; e la Quinta Flotta in Bahrain nel Golfo Persico dal 1995. Successivamente, i diplomatici statunitensi aggiunsero cerchie di alleanze militari, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e trattato di sicurezza nippo-statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano una rete globale di 450 basi militari in 36 Paesi volti, in gran parte, a contenere il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai “rimlands” di Mackinder nel continente eurasiatico. Alla fine della guerra fredda, nel 1990, l’accerchiamento di Cina comunista e Russia richiese 700 basi all’estero, una forza aerea di 1763 jet da combattimento, un vasto arsenale nucleare, più di 1000 missili balistici, una flotta di 600 navi, di cui 15 gruppi tattici di portaerei nucleari, tutti collegati al solo sistema globale di satelliti per le comunicazioni.
Fulcro del perimetro strategico di Washington intorno all’isola mondo è la regione del Golfo Persico, dove da quasi 40 anni è il luogo del continuo intervento statunitense, palese ed occulto. La rivoluzione del 1979 in Iran significò la perdita di un Paese chiave dell’arco di potenza degli Stati Uniti nel Golfo e lasciò Washington lottare per ricostruirsi la presenza regionale. A tal fine, allo stesso tempo sostenne l’Iraq di Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran rivoluzionario e armò i più estremisti mujahidin afghani contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. E’ in tale contesto che Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, scatenò la strategia per sconfiggere l’Unione Sovietica con una agilità geopolitica ancora oggi poco compresa. Nel 1979, Brzezinski, aristocratico polacco declassato e in unica sintonia con le realtà geopolitiche del suo continente nativo, convinse Carter ad intraprendere l’operazione Ciclone con massicci finanziamenti, arrivati a 500 milioni di dollari all’anno alla fine degli anni ’80. Il suo obiettivo: mobilitare i militanti musulmani per attaccare il ventre molle nell’Asia centrale dell’Unione Sovietica e imporre un cuneo islamista nel cuore sovietico, per infliggere contemporaneamente una sconfitta demoralizzante all’Armata Rossa in Afghanistan e staccare il “Rimland” dell’Europa dell’Est dall’orbita di Mosca. “Non abbiamo spinto i russi ad intervenire (in Afghanistan)“, disse Brzezinski nel 1998 spiegando la sua geopolitica nella versione da Guerra Fredda del Grande Gioco “ma consapevolmente aumentammo le probabilità che avvenisse… Quell’operazione segreta fu un’ottima idea. Il suo effetto fu trascinare i russi nella trappola afghana“. Alla domanda sull’eredità di questa operazione, trattandosi di creare un Islam militante ostile agli Stati Uniti, Brzezinski, che ha studiato e spesso cita Mackinder, fu freddamente impenitente. “Cos’è più importante per la storia del mondo?” Chiese. “I taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani esagitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?” Eppure, anche la splendida vittoria degli USA nella guerra fredda con l’implosione dell’Unione Sovietica, non avrebbe trasformato i fondamenti geopolitici dell’isola-mondo. Di conseguenza, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, la prima incursione estera di Washington nella nuova era fu il tentativo di ristabilire la sua posizione dominante nel Golfo Persico, con l’occupazione di Sadam Husayn del Quwayt quale pretesto. Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, lo storico Paul Kennedy ritornò sul trattato di Mackinder per spiegare questa disavventura apparentemente inspiegabile. “In questo momento, con centinaia di migliaia di truppe statunitensi nei rimlands eurasiatici“, Kennedy scrisse sul Guardian, “sembra che Washington prenda sul serio l’ingiunzione di Mackinder di garantirsi il controllo del ‘perno geografico della storia'”. Se interpretiamo queste osservazioni in modo ampio, l’improvvisa proliferazione delle basi militari USA in Afghanistan e Iraq andava vista come ennesimo tentativo imperiale di avere una posizione centrale ai margini del cuore eurasiatico, come le antiche fortezze coloniali inglesi lungo la Frontiera di Nordovest dell’India. Negli anni successivi, Washington tentò di sostituire i suoi inefficaci soldati a terra con i droni. Nel 2011 l’Air Force e la CIA accerchiarono il continente eurasiatico con 60 basi per la loro flotta di droni, il cui cavallo di battaglia è il Reaper, armato di missili Hellfire e bombe GBU-30, con un raggio di 1150 miglia, potendo da queste basi colpire obiettivi quasi ovunque in Africa e Asia. Significativamente le basi dei droni ora punteggiano i margini marittimi intorno all’isola-mondo, da Sigonella, Sicilia, a Incirlik in Turchia; Gibuti sul Mar Rosso; Qatar e Abu Dhabi nel Golfo Persico; Isole Seychelles nell’Oceano Indiano; Jalalabad, Khost, Kandahar e Shindand in Afghanistan; e nel Pacifico, a Zamboanga nelle Filippine e l’Andersen Air Base sull’isola di Guam, tra gli altri luoghi. Per pattugliare questa periferia, il Pentagono spende 10 miliardi di dollari costruendo una flotta di 99 Global Hawk dotati di telecamere ad alta risoluzione in grado di sorvegliare il terreno per un raggio di cento miglia, sensori elettronici che possono sorvegliare tutte le comunicazioni, e motori efficienti capaci di 35 ore di volo continuo e un’autonomia di 8700 miglia.
preview006_risultatoLa strategia della Cina
Le azioni di Washington, in altre parole, sono qualcosa di vecchio, anche se su scala inimmaginabile. Ma l’ascesa della Cina a prima economia del mondo, impensabile un secolo fa, rappresenta qualcosa di nuovo e così rischia di ribaltare la geopolitica marittima che ha plasmato il potere mondiale negli ultimi 400 anni. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla costruzione di una flotta oceanica come gli inglesi, o una flotta aerospaziale globale come gli USA, la Cina raggiunge le profondità dell’isola mondo, nel tentativo di ridisegnare completamente le basi geopolitiche del potere globale. Usa una strategia sottile, che finora ha eluso l’élite al potere a Washington. Dopo decenni di preparazione tranquilla, Pechino ha recentemente iniziato a rivelare la sua grande strategia per il potere globale, agendo attentamente. Il piano in due fasi è volto a costruire un’infrastruttura transcontinentale per l’integrazione economica dell’isola mondo dall’interno, mobilitando forze militari per affettare chirurgicamente l’accerchiamento di Washington. Il primo passo è il progetto mozzafiato di costruite una infrastruttura per l’integrazione economica del continente. Stabilendo una complessa ed enormemente costosa rete di ferrovie alta velocità e alto volume, così come oleodotti e gasdotti per tutta la grande Eurasia, la Cina realizzerà la visione di Mackinder in modo nuovo. Per la prima volta nella storia, il movimento veloce transcontinentale di carichi cruciali, petrolio, minerali e manufatti, sarà possibile su larga scala, quindi unificando potenzialmente questa vasta massa in un’unica zona economica che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In questo modo, la leadership di Pechino spera di spostare il centro del potere geopolitico dalla periferia marittima al cuore del continente. “Le ferrovie trans-continentali ora mutano le condizioni della potenza terrestre“, scrisse Mackinder nel 1904 quando la “precaria” ferrovia a binario unico Transiberiana, la più lunga del mondo, attraversò il continente per 5700 miglia da Mosca a Vladivostok. “Ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie“, aggiunse. “Gli spazi nell’Impero Russo e nella Mongolia sono così vasti, e le loro potenzialità in… carburante e metalli così incalcolabili che un vasto mondo economico, più o meno isolato, vi si svilupperà inaccessibile al commercio oceanico“. Mackinder era un po’ prematuro. La rivoluzione russa del 1917, la rivoluzione cinese del 1949, e i successivi 40 anni di guerra fredda rallentarono un reale sviluppo per decenni. In questo modo, al “cuore” eurasiatico fu negata crescita economica ed integrazione, grazie anche a barriere ideologiche artificiali; cortina di ferro e poi frattura cino-sovietica bloccarono qualsiasi costruzione di infrastrutture nel vasto territorio euroasiatico. Ma non più. Solo pochi anni dopo la fine della guerra fredda, l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale Brzezinski, allora fortemente critico sulla visione globale delle élite politiche repubblicane e democratiche, iniziò a lanciare segnali di avvertimento sull’inetta geopolitica di Washington. “Da quando i continenti iniziarono ad interagire politicamente, circa cinquecento anni fa”, scrisse nel 1998, parafrasando Mackinder, “L’Eurasia è stata il centro del potere mondiale. La potenza che domina l”Eurasia’ controllerà due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo… rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo“. Mentre tale logica geopolitica fu elusa da Washington, venne ben compresa a Pechino. In effetti, negli ultimi dieci anni la Cina ha lanciato il più grande investimento infrastrutturale mondiale, che già conta un trilione di dollari, da quando Washington avviò l’U.S. Interstate Highway System nei lontani anni ’50. Le cifre su rotaie e condotti costruiti sbalordiscono. Tra 2007 e 2014 la Cina ha posto nelle sue campagne 9000 miglia di ferrovie per i nuovi treni ad alta velocità, più del resto del mondo messo insieme. Il sistema ora trasporta 2,5 milioni di passeggeri al giorno a una velocità massima di 240 miglia all’ora. Il sistema sarà completato nel 2030, aggiungendo 16000 miglia di ferrovie ad alta velocità al costo di 300 miliardi di dollari, collegando tutte le principali città della Cina. Allo stesso tempo, la leadership cinese ha cominciato a collaborare con gli Stati vicini su un imponente progetto per integrare la rete ferroviaria nazionale con una rete transcontinentale. Dal 2008, tedeschi e russi si sono uniti ai cinesi nel lancio del “Ponte Eurasiatico”. Due rotte est-ovest, la vecchia Transiberiana a nord e la nuova rotta a sud lungo l’antica Via della Seta, attraverso il Kazakistan, hanno lo scopo di unire tutta l’Eurasia. Sulla rotta più veloce del sud, container di manufatti ad alto valore aggiunto come computer e parti per auto, viaggiano per 6700 miglia da Lipsia, in Germania, a Chongqing, in Cina, in soli 20 giorni, circa la metà dei 35 giorni per viaggiare via mare.
Nel 2013, le Deutsche Bahn AG (ferrovie tedesche) iniziarono a preparare una terza via tra Amburgo e Zhengzhou, riducendo i tempi ad appena 15 giorni, mentre la ferroviaria kazaka apriva il collegamento Chongqing-Duisburg dai tempi simili. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava i piani per la costruzione della più lunga linea ferroviaria ad alta velocità del mondo, al costo di 230 miliardi di dollari. Secondo i piani, i treni potranno percorrere le 4300 miglia tra Pechino e Mosca in soli due giorni. Inoltre, la Cina costruisce due ramificazioni verso sud-ovest e sud, in direzione dei “margini” marittimi dell’isola-mondo. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha firmato un accordo con il Pakistan per spendere 46 miliardi di dollari sul corridoio economico Cina-Pakistan. Autostrade, collegamenti ferroviari e condutture copriranno le quasi 2000 miglia da Kashgar nello Xinjiang, la provincia più occidentale della Cina, all’impianto portuale di Gwadar, in Pakistan, aperto nel 2007. La Cina ha investito più di 200 miliardi di dollari nella costruzione del porto strategico di Gwadar sul Mar Arabico, a 370 miglia dal Golfo Persico. Dal 2011, la Cina ha anche iniziato ad estendere le sue linee ferroviarie nel Laos, nel sud-est asiatico, al costo iniziale di 6,2 miliardi di dollari. Alla fine, una linea ad alta velocità trasporterà passeggeri e merci da Kunming a Singapore, in sole 10 ore. In questo stesso dinamico decennio, la Cina ha costruito una vasta rete di gasdotti e oleodotti trans-continentali per importare combustibili da tutta l’Eurasia ai suoi centri abitati, nel nord, centro e sud-est. Nel 2009, dopo un decennio di lavori, la China National Petroleum Corporation (CNPC) ha aperto la fase finale del Kazakistan-China Oil Pipeline, che si estende per 1400 miglia dal Mar Caspio al Xinjiang. Allo stesso tempo, la CNPC ha collaborato con il Turkmenistan per inaugurare il gasdotto Asia Centrale-Cina, lungo 1200 miglia, in gran parte parallelo al Kazakstan-China Oil Pipeline, il primo a trasportare gas naturale dalla regione alla Cina. Bypassando lo stretto di Malacca controllato dall’US Navy, CNPC ha aperto una pipeline Cina-Myanmar nel 2013 per trasportare petrolio del Medio Oriente e gas naturale birmano lungo le 1500 miglia dal Golfo del Bengala al sud-ovest della Cina. Nel maggio 2014, l’azienda firmava un accordo 30ennale da 400 miliardi con il colosso energetico russo Gazprom per trasportare 38 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno entro il 2018, attraverso una rete settentrionale di gasdotti ancora da completare attraverso Siberia e Manciuria.
Anche se massicci, questi progetti sono solo una parte del boom delle costruzioni che negli ultimi cinque anni ha tessuto una rete di oleogasotti in Asia centrale e meridionale, in Iran e Pakistan. Il risultato sarà presto un’infrastruttura energetica interna integrante la vasta rete russa di oleodotti, che si estende sull’Eurasia dall’Atlantico al Mar Cinese Meridionale. Per sfruttare tali sconcertanti piani di crescita regionali, nell’ottobre 2014 Pechino annunciava la creazione della Banca per investimenti infrastrutturali asiatica. La leadership cinese vede questa istituzione come futura alternativa regionale, e alla fine eurasiatica, alla Banca mondiale dominata dagli Stati Uniti. Finora, nonostante le pressioni di Washington per non aderire, 14 Paesi chiave, tra cui stretti alleati degli Stati Uniti come Germania, Gran Bretagna, Australia e Corea del Sud, hanno firmato. Allo stesso tempo, la Cina ha iniziato a costruire rapporti commerciali a lungo termine con le aree ricche di risorse dell’Africa, così come con Australia e Sud-Est asiatico, nell’ambito del suo progetto d’integrazione economica dell’isola-mondo. Infine, Pechino ha da poco rivelato una strategia abilmente progettata per neutralizzare le forze militari di Washington disposte intorno al perimetro del continente. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha annunciato la costruzione del massiccio corridoio stradale-ferroviario-gasifero dalla Cina occidentale al nuovo porto di Gwadar, in Pakistan, creando la logistica per le future installazioni navali nel Mare Arabico ricco di energia. A maggio, Pechino ha intensificato le pretese sul controllo esclusivo sul Mar Cinese Meridionale, ampliando la base navale di Longpo sull’isola di Hainan a prima struttura per sottomarini nucleari della regione, accelerandone il dragaggio per creare tre nuovi atolli che potrebbero diventare aeroporti militari nelle controverse isole Spratley, e avvertendo formalmente l’US Navy di stare alla larga. Con la costruzione delle infrastrutture militari nel Mar cinese meridionale e nel Mar arabico, Pechino forgia la futura capacità di compromettere chirurgicamente e strategicamente il contenimento militare statunitense. Allo stesso tempo, Pechino sviluppa piani per sfidare il dominio di Washington nello spazio e nel cyberspazio. Per esempio, completerà il proprio sistema satellitare globale entro il 2020, prima sfida al dominio di Washington sullo spazio da quando gli Stati Uniti lanciarono il sistema di 26 satelliti di comunicazione per la difesa nel 1967. Allo stesso tempo, Pechino costruisce una formidabile capacità di cyberguerra.
In un decennio o due, in caso di necessità, la Cina sarà pronta a tagliare chirurgicamente l’accerchiamento continentale di Washington in alcuni punti strategici, senza dover confrontarsi con la potenza globale delle forze armate statunitensi, potenzialmente rendendo inutile la vasta flotta di portaerei, incrociatori, droni, caccia e sottomarini statunitensi. Senza la visione geopolitica di Mackinder e della sua generazione di imperialisti inglesi, l’attuale leadership statunitense non è riuscita a cogliere il significato del cambiamento globale radicale in atto sul territorio euroasiatico. Se la Cina riesce a collegare le sue industrie in crescita alle vaste risorse naturali del cuore eurasiatico, molto probabilmente, come Sir Halford Mackinder previde quella fredda sera di Londra nel 1904, “l’impero mondiale sarà in vista“.

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Alfred W. McCoy, autore di TomDispatch, detiene la cattedra Harrington di Storia presso l’Università del Wisconsin-Madison. È redattore di Endless Empire: Spain’s Retreat, Europe’s Eclipse, America’s Decline e autore di Policing America’s Empire: The United States, the Philippines, and the Rise of the Surveillance State.