da sito aurora

Avrebbe
potuto essere la più influente singola frase di quel periodo: “In
queste circostanze è chiaro che l’elemento principale di qualsiasi
politica a lungo termine degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica deve
essere un paziente ma fermo e vigile contenimento dell’espansionismo
russo”. Originato dal telegramma di 8000 parole, sì in quei giorni
abbastanza incredibilmente non c’erano email, internet, chat, facebook,
inviato a Washington nel febbraio 1946 da George F. Kennan, incaricato
d’affari degli Stati Uniti a Mosca, in un momento in cui la guerra
fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica accelerava. L’anno successivo,
una versione rielaborata del “Lungo telegramma” di Kennan, con quella
frase, fu pubblicata come “Le fonti della condotta sovietica” sulla
prestigiosa rivista Foreign Affairs sotto lo pseudonimo di “Mr. X”(anche
se era risaputo a Washington chi l’avesse scritto). Da quel momento, il
“contenimento” di ciò che fino alla crisi sino-sovietica veniva
chiamato blocco sovietico, fu la firma della politica estera e militare
di Washington. L’idea era circondare Unione Sovietica e Cina
militarmente, economicamente e diplomaticamente, assieme alla fascia di
Stati comunisti da Ungheria e Cecoslovacchia in Europa orientale alla
Corea democratica sul Pacifico e dalla Siberia alle SSR dell’Asia
centrale dell’Unione Sovietica. In altre parole, la maggior parte del
territorio euroasiatico. E poi fin quando il muro di Berlino nel 1989
crollò e l’Unione Sovietica scomparve dalla faccia della Terra, nel
1991. Assieme all’ex mondo comunista, la politica del contenimento finì
nella pattumiera della storia, o no? Stranamente, come sottolinea oggi
lo storico e autore di TomDispatch Alfred McCoy, se si guardano le basi
militari di Washington (che, se non altro, si sono ampliate nell’epoca
post-sovietica), ai suoi conflitti e al centro della sua politica
estera, i tentativi statunitensi di “contenere” le roccaforti
dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, non sono mai cessati. Dopo
il passaggio di quasi un quarto di secolo dalla Guerra Fredda, la mappa
di quei presidi, e dei conflitti che li seguono, sembra ancora
stranamente familiare. Ed ecco una cosa ancora più strana, come McCoy
chiarisce: gli Stati Uniti non sono la prima potenza imperiale a
sforzarsi di “contenere” l’Eurasia. Nel 1945, quando la seconda guerra
mondiale si concluse con la Gran Bretagna e il suo impero in via di
esaurimento, gli Stati Uniti ereditarono l’anonima politica del
“contenimento” inglese prima che Kennan pensasse di usarne il termine.
E’ strano rendersi conto che il “contenimento”, come politica imperiale,
ha una storia che, in un certo senso, ha più di due secoli. E’
abbastanza strano, infatti, che McCoy rivolga l’attenzione al tema
contribuendo a dare un senso al tagliente rapporto USA-Cina per il resto
di questo secolo. Tom
La geopolitica del declino globale degli USA
Washington contro Cina nel XXI secolo
Alfred W. McCoy
Infatti,
anche per il più grande degli imperi, la geografia è spesso destino.
Non lo si saprebbe a Washington, però. Le élite della sicurezza politica
nazionale e della politica estera statunitensi continuano ad ignorare
le basi della geopolitica che hanno plasmato il destino degli imperi
mondiali negli ultimi 500 anni. Di conseguenza, hanno perso il senso dei
rapidi cambiamenti globali in Eurasia che sono in procinto di minare la
grande strategia per il dominio mondiale che Washington ha perseguito
in questi ultimi sette anni. Uno sguardo a ciò che accade nella
“saggezza” di Washington in questi giorni, rivela una visione del mondo
stordita dall’insularità. Si prenda ad esempio il politologo di Harvard
Joseph Nye, Jr., noto per il suo concetto di “soft power”. Offrendo una
semplice lista di modi in cui crede che il potere militare, economico e
culturale degli USA rimanga unico e superiore, ha recentemente sostenuto
che non vi sia alcuna forza, interna o globale, in grado di eclissare
in futuro gli USA quale potenza più importante del mondo. Per chi punta
sull’impennata economica di Pechino proclamando il “secolo cinese”, Nye
elenca aspetti negativi: il reddito pro capite della Cina, “ci vorranno
decenni per recuperare il ritardo (se mai)” con gli USA; è miope,
“focalizzata su politiche principalmente regionali” e “non sviluppa
alcuna funzionalità significativa come forza di proiezione globale”.
Soprattutto Nye sostiene che la Cina soffre di “svantaggi geopolitici
nell’equilibrio di potere asiatico, rispetto agli USA”. Oppure
mettiamola così (e in questo Nye è tipico di come si pensa il mondo a
Washington): con più alleati, navi, caccia, missili, denaro, brevetti e
film di successo rispetto a qualsiasi altra potenza, Washington vince a
mani basse. Se il professor Nye dipinge la potenza dai numeri, l’ultimo
tomo dell’ex-segretario di Stato Henry Kissinger, modestamente
intitolato Ordine mondiale, salutato sulle riviste come niente
di meno che una rivelazione, adotta una prospettiva nietzscheana.
L’intramontabile Kissinger ritrae la politica globale come plastica così
assai plasmabile per i grandi leader dalla volontà di potenza. Con
questa misura, secondo la tradizione di maestri diplomatici europei come
Charles de Talleyrand e il principe Metternich, il presidente Theodore
Roosevelt era un visionario coraggioso che lanciò “il ruolo americano
nella gestione dell’equilibrio Asia-Pacifico”. D’altra parte, il sogno
idealistico di Woodrow Wilson dell’autodeterminazione nazionale lo
rendeva geopoliticamente inetto e Franklin Roosevelt era cieco verso
l’inflessibile “strategia globale” del dittatore sovietico Josif Stalin.
Harry Truman, al contrario, superò l’ambivalenza nazionale impegnando
“gli USA nella formazione di un nuovo ordine internazionale”, una
politica saggiamente seguita dai successivi 12 presidenti. Tra i più
“coraggiosi”, Kissinger insiste, vi era il leader per “coraggio, dignità
e convinzione”, George W. Bush, la cui risolutezza nel “trasformare
l’Iraq tra gli Stati più repressivi del Medio Oriente a democrazia
multipartitica” sarebbe riuscita se non fosse stato per la “sovversione
spietata” della sua opera da parte di Siria e Iran. In tale prospettiva,
la geopolitica non ha luogo; solo la coraggiosa visione di “statisti” e
re conta davvero. E forse questa è una prospettiva confortante per
Washington, in un momento in cui l’egemonia statunitense va visibilmente
sgretolandosi tra i sommovimenti tettonici del potere globale. Con i
sacri veggenti di Washington sorprendentemente ottusi sul tema del
potere geopolitico, forse è il momento di tornare alle origini. Ciò
significa ritornare al testo fondante della moderna geopolitica, che
rimane una guida indispensabile anche se pubblicata su una oscura
rivista geografia inglese oltre un secolo fa.
Sir Halford inventa la Geopolitica
In una fredda serata di Londra del gennaio 1904, Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics, mise in “trance” il pubblico al Royal Geographical Society, nel Savile Row, con un documento audacemente intitolato “Il Perno geografico della storia“. Da questa presentazione si evince, secondo il presidente della società, “una splendida descrizione… raramente eguagliata in questa stanza“.
Mackinder sostenne che il futuro del potere globale non risiede, come
la maggior parte degli inglesi immaginava, nel controllo delle rotte
marittime globali, ma nel controllo della vasta massa di terra chiamata
“Euro-Asia”. Volgendo l’epicentro del pianeta dall’America al centro
dell’Asia, quindi inclinando l’asse terrestre a nord, appena oltre la
proiezione equatoriale di Mercatore, Mackinder ridisegnava e
riconcettualizzava la mappa del mondo. La sua nuova mappa mostra Africa,
Asia, Europa non come tre continenti separati, ma come massa di terra
unitaria, una vera e propria “isola mondo”. Il suo ampio e profondo
“Heartland”, 4000 miglia dal Golfo Persico al Mare della Siberia, è così
enorme che può essere controllato solo dai sue “rimlands”, in Europa
orientale, o quella che lui chiamava “margine” marittimo nei mari
circostanti. Ne la “Scoperta della rotta del Capo per le Indie” nel XVI secolo, Mackinder scrisse, “dotando
la Cristianità dell’ampia possibilità di mobilitare la potenza…
avvolgendo l’influenza intorno alla potenza terrestre eurasiatica che
fino ad allora ne aveva minacciato l’esistenza“. Questa maggiore mobilità, poi spiegò, diede ai marinai dell’Europa “la superiorità per circa quattro secoli sugli uomini delle terre di Africa e Asia”.
Eppure il “cuore” di questa vasta massa, un'”area pivot” che si estende
dal Golfo Persico al fiume Yangtze della Cina, rimase niente di meno
che la leva di Archimede della futura potenza mondiale. “Chi domina
l’Heartland comanda l’Isola-Mondo”, riassumeva più avanti la situazione
Mackinder. “Chi domina l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Al di là della
vasta massa dell’isola-mondo, che costituiva quasi il 60% della
superficie della Terra, c’era un emisfero meno conseguente coperto da
ampi oceani e alcune periferiche “isole minori”, cioè naturalmente
Australia e Americhe. Nella generazione precedente, l’apertura del
Canale di Suez e l’avvento della navigazione a vapore “aumentarono la
mobilità del potere marittimo (relativo) rispetto a quello terrestre”.
Ma le ferrovie in futuro potrebbero “lavorare con maggior meraviglia nella steppa“,
affermò Mackinder, riducendo i costi del trasporto marittimo e
spostando il centro del potere geopolitico nell’entroterra. Nel tempo lo
“Stato pivot” della Russia poteva, in alleanza con un’altra potenza
come la Germania, espandersi “sulle terre marginali di Euro-Asia” permettendo “l’uso di vaste risorse continentali per costruire la flotta, e l’impero mondiale sarebbe stato in vista“.
Per due ore, mentre leggeva un testo spesso dalla sintassi contorta e
dai riferimenti classici, come ci si aspettava da un ex-docente di
Oxford, il suo pubblico comprendeva di venire a conoscenza di qualcosa
di straordinario. Diversi rimasero a fare ampi commenti. Ad esempio, il
famoso analista militare Spenser Wilkinson, il primo a tenere una
cattedra di storia militare a Oxford, si pronunciò poco convinto della
“moderna espansione della Russia”, insistendo sul fatto che le potenze
navali inglese e giapponese avrebbero continuato la funzione storica di
mantenere “l’equilibrio tra le forze divise… sull’area continentale”.
Incalzato dai suoi ascoltatori, considerando altri fatti o fattori tra
cui “l’aria come mezzo di locomozione”, Mackinder rispose: “Il mio
obiettivo non è prevedere il grande futuro di questo o quel Paese, ma
avere una formula geografica cui poter adattare un qualsiasi equilibrio
politico“. Invece di eventi specifici, Mackinder cercava una teoria generale sul nesso di causalità tra geografia e potenza globale. “Il futuro del mondo“, insisteva, “dipende dal mantenimento di (un) equilibrio di potere”
tra potenze marittime come la Gran Bretagna o il Giappone, attive sul
margine marittimo, e “le forze interne espansive” dal cuore
euro-asiatico che erano intente a contenere.
Non solo Mackinder dava voce a una visione del mondo che avrebbe
influenzato la politica estera della Gran Bretagna per diversi decenni,
ma in quel momento creava la scienza moderna della “geopolitica”, lo
studio di come la geografia può, in determinate circostanze, formare il
destino di interi popoli, nazioni e imperi. Da quella notte a Londra,
naturalmente, è passato tanto tempo. Era un’altra epoca. L’Inghilterra
era ancora in lutto per la morte della regina Vittoria. Teddy Roosevelt
era presidente. Henry Ford aveva appena aperto una piccola fabbrica
automobilistica a Detroit per il suo Modello A, un’automobile dalla
velocità massima di 28 miglia all’ora. Solo un mese prima, il “Flyer”
dei fratelli Wright aveva preso il volo per la prima volta volando per
30 metri, per l’esattezza. Tuttavia, per i successivi 110 anni le parole
di Sir Halford Mackinder offrirono un prisma di eccezionale precisione
per capire la geopolitica spesso oscura che guidava i principali
conflitti del mondo, due guerre mondiali, una guerra fredda, le guerre
asiatiche degli USA (Corea e Vietnam), le due guerre del Golfo Persico e
anche la pacificazione infinita dell’Afghanistan. La domanda di oggi è:
come può Sir Halford aiutarci a capire non solo il secolo passato, ma
il mezzo secolo prossimo?
Britannia Rules the Waves
Nell’era della potenza marittima durata poco più di 400 anni, dal 1602
alla Conferenza sul disarmo di Washington del 1922, le grandi potenze
furono in competizione per il controllo dell’isola-mondo eurasiatica
attraverso le rotte marittime circostanti che si estendevano per 15000
miglia da Londra a Tokyo. Lo strumento del potere era, naturalmente, la
nave, prima con le fregate, poi con portaerei, corazzate, sottomarini e
aerei. Mentre gli eserciti terrestri nuotavano nel fango della Manciuria
o della Francia in battaglie dalle perdite da capogiro, le marine
imperiali incrociavano sui mari, manovrando per il controllo di coste e
continenti. Al culmine della potenza imperiale intorno al 1900, la Gran
Bretagna dominava i mari con una flotta di 300 grandi navi e 30 bastioni
navali, basi che circondavano l’isola-mondo dal Nord Atlantico a Scapa
Flow al Mediterraneo, Malta e Suez, a Bombay, Singapore e Hong Kong.
Proprio come l’impero romano racchiuse il Mediterraneo, facendone il
Mare Nostrum, la potenza inglese fece nell’Oceano Indiano il proprio
“mare chiuso”, garantendosi i fianchi con le forze dell’esercito alla
Frontiera nord-occidentale dell’India e bloccando persiani e ottomani
costruendo basi navali del Golfo Persico. Con tale manovra, la Gran
Bretagna si assicurò il controllo su Arabia e Mesopotamia, terreno
strategico che Mackinder definì “il passaggio terrestre dall’Europa alle Indie”
e via al “cuore” dell’isola mondo. Da questo punto di vista
geopolitico, il XIX secolo fu, in fondo, la rivalità strategica spesso
chiamata “Grande Gioco” tra Russia “al comando di quasi tutto l’Heartland… che bussava alle porte via terra delle Indie“,
e la Gran Bretagna “che avanzava verso l’interno dai porti dell’India
per affrontare la minaccia da nord-ovest”. In altre parole, Mackinder
concluse “le realtà geografiche finali” dell’era moderna sono potenza
marittima contro potenza terrestre o “World-Island e Heartland”.
Rivalità intense, prima fra Inghilterra e Francia, poi Inghilterra e
Germania, che guidarono l’implacabile gara europea degli armamenti
navali che portò il costo della potenza marittima a livelli
insostenibili. Nel 1805, l’ammiraglia dell’ammiraglio Nelson, la HMS Victory,
con il suo scafo di quercia pesava appena 3500 tonnellate, combatté
nella battaglia di Trafalgar contro la flotta di Napoleone navigando a
nove nodi, e i suoi 100 cannoni ad anima liscia sparavano palle da 42
libbre a una gittata massima di 400 metri. Nel 1906, solo un secolo più
tardi, la Gran Bretagna varò la prima corazzata moderna del mondo, la
HMS Dreadnought, con scafo in acciaio dallo spessore di 30 cm,
del peso di 20000 tonnellate, le cui turbine a vapore consentivano una
velocità di 21 nodi, e i cui cannoni meccanizzati da 305mm permettevano
di sparare rapidamente proiettili da 400kg fino a 12 km. Il costo di
questo leviatano fu di 1,8 milioni di sterline, pari a quasi 300 milioni
di oggi. Nel giro di un decennio, una mezza dozzina di potenze svuotò
il tesoro per costruire flotte di queste costosissime letali corazzate.
Grazie ad una combinazione di superiorità tecnologica, portata globale e
alleanze navali con Stati Uniti e Giappone, la pax britannica durò un
intero secolo, dal 1815 al 1914. Alla fine, tuttavia, questo sistema
globale fu afflitto dall’accelerazione della corsa agli armamenti
navali, dalla volatile diplomazia da grande potenza e dall’aspra gara
per l’impero d’oltremare che implose nella strage insensata della prima
guerra mondiale, lasciando 16 milioni di morti nel 1918.
Il secolo di Mackinder
Come l’eminente storico degli imperi Paul Kennedy una volta osservò, “il resto del Novecento testimonia la tesi di Mackinder“,
con due guerre mondiali combattute sui suoi “rimlands”, dall’Est Europa
attraverso il Medio Oriente all’Asia orientale. In effetti, la prima
guerra mondiale fu, come lo stesso Mackinder in seguito osservò, “un duello diretto tra potenza terrestre e potenza marittima“.
Alla fine della guerra nel 1918, le potenze del mare, Gran Bretagna,
USA e Giappone, inviarono spedizioni navali ad Arcangelo, Mar Nero e
Siberia per contenere la rivoluzione della Russia nel suo “cuore”.
Riflettendo l’influenza di Mackinder sul pensiero geopolitico in
Germania, Adolf Hitler rischiò il suo Reich nel tentativo criminale di
catturare il cuore russo quale spazio vitale, per la sua “razza
superiore”. L’opera di Sir Halford contribuì a plasmare le idee del
geografo tedesco Karl Haushofer, fondatore della rivista Zeitschrift für
Geopolitik, fautore del concetto di Lebensraum e consigliere di Adolf
Hitler e del suo vice Rudolf Hess. Nel 1942, il Führer inviò un milione
di uomini, 10000 pezzi di artiglieria e 500 carri armati per forzare il
Volga a Stalingrado. Alla fine, le sue forze subirono 850000 feriti,
uccisi e catturati nel vano tentativo di sfondare il Rimland
europeo-orientale nella regione centrale dell’isola-mondo. Un secolo
dopo la conferenza di Mackinder, un altro studioso inglese, lo storico
degli imperi John Darwin ha sostenuto nel suo saggio Dopo Tamerlano, che gli Stati Uniti avevano raggiunto l'”Imperium colossale… su scala senza precedenti”
a seguito della seconda guerra mondiale, divenendo la prima potenza
nella storia a controllare i punti strategici assiali “su entrambe le
estremità dell’Eurasia” (sua interpretazione di “Euro-Asia” di
Mackinder). Temendo l’espansione cinese e russa quale “catalizzatore
della collaborazione”, gli Stati Uniti occuparono i bastioni imperiali
di Europa occidentale e Giappone. Con questi punti assiali come
ancoraggio, Washington costruì un arco di basi militari seguendo il
modello marittimo della Gran Bretagna che ha visibilmente lo scopo di
circondare l’isola-mondo.
La geopolitica assiale degli USA
Dopo aver preso le estremità assiali dell’isola-mondo da Germania
nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati
Uniti aumentarono le barriere della potenza militare per contenere Cina e
Russia nel cuore eurasiatico. Spogliata dai fronzoli ideologici, la
grande strategia anticomunista del “contenimento” della Guerra Fredda di
Washington era poco più che un processo di successione imperiale. Il
Regno unito esaurito su sostituito ai “margini” marittimi, ma la realtà
strategica rimase sostanzialmente la stessa. Infatti, nel 1943, due anni
prima della fine della seconda guerra mondiale, un Mackinder
invecchiato pubblicò il suo ultimo articolo, “Il Mondo e la Conquista della Pace“,
per l’influente rivista degli Stati Uniti Foreign Affairs. In esso
ricordò agli statunitensi che aspiravano ad una “grande strategia” nella
versione inedita dell’egemonia planetaria, che anche il loro “sogno
della forza aerea globale” non cambiava le basi geopolitiche. “Se
l’Unione Sovietica emerge da questa guerra come vincitrice sulla
Germania”, avvertì, “diverrà la più grande potenza terrestre sul globo”,
controllando “la più grande fortezza naturale sulla terra“. Quando
si giunse a creare la nuova Pax Americana post-bellica, fondamentale
per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’US
Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico,
integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si
basò a Napoli nel 1946 per il controllo dell’Oceano Atlantico e del Mar
Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947,
per il Pacifico occidentale; e la Quinta Flotta in Bahrain nel Golfo
Persico dal 1995. Successivamente, i diplomatici statunitensi aggiunsero
cerchie di alleanze militari, Organizzazione del Trattato
dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio
Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954)
e trattato di sicurezza nippo-statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati
Uniti avevano una rete globale di 450 basi militari in 36 Paesi volti,
in gran parte, a contenere il blocco sino-sovietico dietro una cortina
di ferro che coincideva in modo sorprendente ai “rimlands” di Mackinder
nel continente eurasiatico. Alla fine della guerra fredda, nel 1990,
l’accerchiamento di Cina comunista e Russia richiese 700 basi
all’estero, una forza aerea di 1763 jet da combattimento, un vasto
arsenale nucleare, più di 1000 missili balistici, una flotta di 600
navi, di cui 15 gruppi tattici di portaerei nucleari, tutti collegati al
solo sistema globale di satelliti per le comunicazioni.
Fulcro del perimetro strategico di Washington intorno all’isola mondo è
la regione del Golfo Persico, dove da quasi 40 anni è il luogo del
continuo intervento statunitense, palese ed occulto. La rivoluzione del
1979 in Iran significò la perdita di un Paese chiave dell’arco di
potenza degli Stati Uniti nel Golfo e lasciò Washington lottare per
ricostruirsi la presenza regionale. A tal fine, allo stesso tempo
sostenne l’Iraq di Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran
rivoluzionario e armò i più estremisti mujahidin afghani contro
l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. E’ in tale contesto che
Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del
presidente Jimmy Carter, scatenò la strategia per sconfiggere l’Unione
Sovietica con una agilità geopolitica ancora oggi poco compresa. Nel
1979, Brzezinski, aristocratico polacco declassato e in unica sintonia
con le realtà geopolitiche del suo continente nativo, convinse Carter ad
intraprendere l’operazione Ciclone con massicci finanziamenti, arrivati
a 500 milioni di dollari all’anno alla fine degli anni ’80. Il suo
obiettivo: mobilitare i militanti musulmani per attaccare il ventre
molle nell’Asia centrale dell’Unione Sovietica e imporre un cuneo
islamista nel cuore sovietico, per infliggere contemporaneamente una
sconfitta demoralizzante all’Armata Rossa in Afghanistan e staccare il
“Rimland” dell’Europa dell’Est dall’orbita di Mosca. “Non abbiamo spinto i russi ad intervenire (in Afghanistan)“, disse Brzezinski nel 1998 spiegando la sua geopolitica nella versione da Guerra Fredda del Grande Gioco “ma
consapevolmente aumentammo le probabilità che avvenisse…
Quell’operazione segreta fu un’ottima idea. Il suo effetto fu trascinare
i russi nella trappola afghana“. Alla domanda sull’eredità di
questa operazione, trattandosi di creare un Islam militante ostile agli
Stati Uniti, Brzezinski, che ha studiato e spesso cita Mackinder, fu
freddamente impenitente. “Cos’è più importante per la storia del mondo?” Chiese. “I
taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani esagitati
o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?”
Eppure, anche la splendida vittoria degli USA nella guerra fredda con
l’implosione dell’Unione Sovietica, non avrebbe trasformato i fondamenti
geopolitici dell’isola-mondo. Di conseguenza, dopo la caduta del muro
di Berlino nel 1989, la prima incursione estera di Washington nella
nuova era fu il tentativo di ristabilire la sua posizione dominante nel
Golfo Persico, con l’occupazione di Sadam Husayn del Quwayt quale
pretesto. Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, lo storico
Paul Kennedy ritornò sul trattato di Mackinder per spiegare questa
disavventura apparentemente inspiegabile. “In questo momento, con centinaia di migliaia di truppe statunitensi nei rimlands eurasiatici“, Kennedy scrisse sul Guardian, “sembra
che Washington prenda sul serio l’ingiunzione di Mackinder di
garantirsi il controllo del ‘perno geografico della storia'”. Se
interpretiamo queste osservazioni in modo ampio, l’improvvisa
proliferazione delle basi militari USA in Afghanistan e Iraq andava
vista come ennesimo tentativo imperiale di avere una posizione centrale
ai margini del cuore eurasiatico, come le antiche fortezze coloniali
inglesi lungo la Frontiera di Nordovest dell’India. Negli anni
successivi, Washington tentò di sostituire i suoi inefficaci soldati a
terra con i droni. Nel 2011 l’Air Force e la CIA accerchiarono il continente eurasiatico con 60 basi per la loro flotta di droni, il cui cavallo di battaglia è il Reaper, armato di missili Hellfire
e bombe GBU-30, con un raggio di 1150 miglia, potendo da queste basi
colpire obiettivi quasi ovunque in Africa e Asia. Significativamente le
basi dei droni ora punteggiano i margini marittimi intorno
all’isola-mondo, da Sigonella, Sicilia, a Incirlik in Turchia; Gibuti
sul Mar Rosso; Qatar e Abu Dhabi nel Golfo Persico; Isole Seychelles
nell’Oceano Indiano; Jalalabad, Khost, Kandahar e Shindand in
Afghanistan; e nel Pacifico, a Zamboanga nelle Filippine e l’Andersen
Air Base sull’isola di Guam, tra gli altri luoghi. Per pattugliare
questa periferia, il Pentagono spende 10 miliardi di dollari costruendo
una flotta di 99 Global Hawk dotati di telecamere ad alta risoluzione in
grado di sorvegliare il terreno per un raggio di cento miglia, sensori
elettronici che possono sorvegliare tutte le comunicazioni, e motori
efficienti capaci di 35 ore di volo continuo e un’autonomia di 8700
miglia.
La strategia della Cina
Le azioni di Washington, in altre parole, sono qualcosa di vecchio,
anche se su scala inimmaginabile. Ma l’ascesa della Cina a prima
economia del mondo, impensabile un secolo fa, rappresenta qualcosa di
nuovo e così rischia di ribaltare la geopolitica marittima che ha
plasmato il potere mondiale negli ultimi 400 anni. Invece di
concentrarsi esclusivamente sulla costruzione di una flotta oceanica
come gli inglesi, o una flotta aerospaziale globale come gli USA, la
Cina raggiunge le profondità dell’isola mondo, nel tentativo di
ridisegnare completamente le basi geopolitiche del potere globale. Usa
una strategia sottile, che finora ha eluso l’élite al potere a
Washington. Dopo decenni di preparazione tranquilla, Pechino ha
recentemente iniziato a rivelare la sua grande strategia per il potere
globale, agendo attentamente. Il piano in due fasi è volto a costruire
un’infrastruttura transcontinentale per l’integrazione economica
dell’isola mondo dall’interno, mobilitando forze militari per affettare
chirurgicamente l’accerchiamento di Washington. Il primo passo è il
progetto mozzafiato di costruite una infrastruttura per l’integrazione
economica del continente. Stabilendo una complessa ed enormemente
costosa rete di ferrovie alta velocità e alto volume, così come
oleodotti e gasdotti per tutta la grande Eurasia, la Cina realizzerà la
visione di Mackinder in modo nuovo. Per la prima volta nella storia, il
movimento veloce transcontinentale di carichi cruciali, petrolio,
minerali e manufatti, sarà possibile su larga scala, quindi unificando
potenzialmente questa vasta massa in un’unica zona economica che si
estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In questo modo, la
leadership di Pechino spera di spostare il centro del potere geopolitico
dalla periferia marittima al cuore del continente. “Le ferrovie trans-continentali ora mutano le condizioni della potenza terrestre“,
scrisse Mackinder nel 1904 quando la “precaria” ferrovia a binario
unico Transiberiana, la più lunga del mondo, attraversò il continente
per 5700 miglia da Mosca a Vladivostok. “Ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie“, aggiunse. “Gli
spazi nell’Impero Russo e nella Mongolia sono così vasti, e le loro
potenzialità in… carburante e metalli così incalcolabili che un vasto
mondo economico, più o meno isolato, vi si svilupperà inaccessibile al
commercio oceanico“. Mackinder era un po’ prematuro. La rivoluzione
russa del 1917, la rivoluzione cinese del 1949, e i successivi 40 anni
di guerra fredda rallentarono un reale sviluppo per decenni. In questo
modo, al “cuore” eurasiatico fu negata crescita economica ed
integrazione, grazie anche a barriere ideologiche artificiali; cortina
di ferro e poi frattura cino-sovietica bloccarono qualsiasi costruzione
di infrastrutture nel vasto territorio euroasiatico. Ma non più. Solo
pochi anni dopo la fine della guerra fredda, l’ex-consigliere per la
sicurezza nazionale Brzezinski, allora fortemente critico sulla visione
globale delle élite politiche repubblicane e democratiche, iniziò a
lanciare segnali di avvertimento sull’inetta geopolitica di Washington. “Da quando i continenti iniziarono ad interagire politicamente, circa cinquecento anni fa”, scrisse nel 1998, parafrasando Mackinder, “L’Eurasia
è stata il centro del potere mondiale. La potenza che domina l”Eurasia’
controllerà due delle tre regioni più avanzate ed economicamente
produttive del mondo… rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania
geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo“.
Mentre tale logica geopolitica fu elusa da Washington, venne ben
compresa a Pechino. In effetti, negli ultimi dieci anni la Cina ha
lanciato il più grande investimento infrastrutturale mondiale, che già
conta un trilione di dollari, da quando Washington avviò l’U.S. Interstate Highway System
nei lontani anni ’50. Le cifre su rotaie e condotti costruiti
sbalordiscono. Tra 2007 e 2014 la Cina ha posto nelle sue campagne 9000
miglia di ferrovie per i nuovi treni ad alta velocità, più del resto del
mondo messo insieme. Il sistema ora trasporta 2,5 milioni di passeggeri
al giorno a una velocità massima di 240 miglia all’ora. Il sistema sarà
completato nel 2030, aggiungendo 16000 miglia di ferrovie ad alta
velocità al costo di 300 miliardi di dollari, collegando tutte le
principali città della Cina. Allo stesso tempo, la leadership cinese ha
cominciato a collaborare con gli Stati vicini su un imponente progetto
per integrare la rete ferroviaria nazionale con una rete
transcontinentale. Dal 2008, tedeschi e russi si sono uniti ai cinesi
nel lancio del “Ponte Eurasiatico”. Due rotte est-ovest, la vecchia
Transiberiana a nord e la nuova rotta a sud lungo l’antica Via della
Seta, attraverso il Kazakistan, hanno lo scopo di unire tutta l’Eurasia.
Sulla rotta più veloce del sud, container di manufatti ad alto valore
aggiunto come computer e parti per auto, viaggiano per 6700 miglia da
Lipsia, in Germania, a Chongqing, in Cina, in soli 20 giorni, circa la
metà dei 35 giorni per viaggiare via mare.
Nel 2013, le Deutsche Bahn AG (ferrovie tedesche) iniziarono a
preparare una terza via tra Amburgo e Zhengzhou, riducendo i tempi ad
appena 15 giorni, mentre la ferroviaria kazaka apriva il collegamento
Chongqing-Duisburg dai tempi simili. Nell’ottobre 2014, la Cina
annunciava i piani per la costruzione della più lunga linea ferroviaria
ad alta velocità del mondo, al costo di 230 miliardi di dollari. Secondo
i piani, i treni potranno percorrere le 4300 miglia tra Pechino e Mosca
in soli due giorni. Inoltre, la Cina costruisce due ramificazioni verso
sud-ovest e sud, in direzione dei “margini” marittimi dell’isola-mondo.
Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha firmato un accordo con il
Pakistan per spendere 46 miliardi di dollari sul corridoio economico
Cina-Pakistan. Autostrade, collegamenti ferroviari e condutture
copriranno le quasi 2000 miglia da Kashgar nello Xinjiang, la provincia
più occidentale della Cina, all’impianto portuale di Gwadar, in
Pakistan, aperto nel 2007. La Cina ha investito più di 200 miliardi di
dollari nella costruzione del porto strategico di Gwadar sul Mar
Arabico, a 370 miglia dal Golfo Persico. Dal 2011, la Cina ha anche
iniziato ad estendere le sue linee ferroviarie nel Laos, nel sud-est
asiatico, al costo iniziale di 6,2 miliardi di dollari. Alla fine, una
linea ad alta velocità trasporterà passeggeri e merci da Kunming a
Singapore, in sole 10 ore. In questo stesso dinamico decennio, la Cina
ha costruito una vasta rete di gasdotti e oleodotti trans-continentali
per importare combustibili da tutta l’Eurasia ai suoi centri abitati,
nel nord, centro e sud-est. Nel 2009, dopo un decennio di lavori, la China National Petroleum Corporation
(CNPC) ha aperto la fase finale del Kazakistan-China Oil Pipeline, che
si estende per 1400 miglia dal Mar Caspio al Xinjiang. Allo stesso
tempo, la CNPC ha collaborato con il Turkmenistan per inaugurare il
gasdotto Asia Centrale-Cina, lungo 1200 miglia, in gran parte parallelo
al Kazakstan-China Oil Pipeline, il primo a trasportare gas naturale dalla regione alla Cina. Bypassando lo stretto di Malacca controllato dall’US Navy,
CNPC ha aperto una pipeline Cina-Myanmar nel 2013 per trasportare
petrolio del Medio Oriente e gas naturale birmano lungo le 1500 miglia
dal Golfo del Bengala al sud-ovest della Cina. Nel maggio 2014,
l’azienda firmava un accordo 30ennale da 400 miliardi con il colosso
energetico russo Gazprom per trasportare 38 miliardi di metri cubi di
gas naturale l’anno entro il 2018, attraverso una rete settentrionale di
gasdotti ancora da completare attraverso Siberia e Manciuria.
Anche se massicci, questi progetti sono solo una parte del boom delle
costruzioni che negli ultimi cinque anni ha tessuto una rete di
oleogasotti in Asia centrale e meridionale, in Iran e Pakistan. Il
risultato sarà presto un’infrastruttura energetica interna integrante la
vasta rete russa di oleodotti, che si estende sull’Eurasia
dall’Atlantico al Mar Cinese Meridionale. Per sfruttare tali
sconcertanti piani di crescita regionali, nell’ottobre 2014 Pechino
annunciava la creazione della Banca per investimenti infrastrutturali
asiatica. La leadership cinese vede questa istituzione come futura
alternativa regionale, e alla fine eurasiatica, alla Banca mondiale
dominata dagli Stati Uniti. Finora, nonostante le pressioni di
Washington per non aderire, 14 Paesi chiave, tra cui stretti alleati
degli Stati Uniti come Germania, Gran Bretagna, Australia e Corea del
Sud, hanno firmato. Allo stesso tempo, la Cina ha iniziato a costruire
rapporti commerciali a lungo termine con le aree ricche di risorse
dell’Africa, così come con Australia e Sud-Est asiatico, nell’ambito del
suo progetto d’integrazione economica dell’isola-mondo. Infine, Pechino
ha da poco rivelato una strategia abilmente progettata per
neutralizzare le forze militari di Washington disposte intorno al
perimetro del continente. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha
annunciato la costruzione del massiccio corridoio
stradale-ferroviario-gasifero dalla Cina occidentale al nuovo porto di
Gwadar, in Pakistan, creando la logistica per le future installazioni
navali nel Mare Arabico ricco di energia. A maggio, Pechino ha
intensificato le pretese sul controllo esclusivo sul Mar Cinese
Meridionale, ampliando la base navale di Longpo sull’isola di Hainan a
prima struttura per sottomarini nucleari della regione, accelerandone il
dragaggio per creare tre nuovi atolli che potrebbero diventare
aeroporti militari nelle controverse isole Spratley, e avvertendo
formalmente l’US Navy di stare alla larga. Con la costruzione delle
infrastrutture militari nel Mar cinese meridionale e nel Mar arabico,
Pechino forgia la futura capacità di compromettere chirurgicamente e
strategicamente il contenimento militare statunitense. Allo stesso
tempo, Pechino sviluppa piani per sfidare il dominio di Washington nello
spazio e nel cyberspazio. Per esempio, completerà il proprio sistema
satellitare globale entro il 2020, prima sfida al dominio di Washington
sullo spazio da quando gli Stati Uniti lanciarono il sistema di 26
satelliti di comunicazione per la difesa nel 1967. Allo stesso tempo,
Pechino costruisce una formidabile capacità di cyberguerra.
In un decennio o due, in caso di necessità, la Cina sarà pronta a
tagliare chirurgicamente l’accerchiamento continentale di Washington in
alcuni punti strategici, senza dover confrontarsi con la potenza globale
delle forze armate statunitensi, potenzialmente rendendo inutile la
vasta flotta di portaerei, incrociatori, droni, caccia e sottomarini
statunitensi. Senza la visione geopolitica di Mackinder e della sua
generazione di imperialisti inglesi, l’attuale leadership statunitense
non è riuscita a cogliere il significato del cambiamento globale
radicale in atto sul territorio euroasiatico. Se la Cina riesce a
collegare le sue industrie in crescita alle vaste risorse naturali del
cuore eurasiatico, molto probabilmente, come Sir Halford Mackinder
previde quella fredda sera di Londra nel 1904, “l’impero mondiale sarà in vista“.
Alfred W. McCoy, autore di TomDispatch, detiene la cattedra Harrington di Storia presso l’Università del Wisconsin-Madison. È redattore di Endless Empire: Spain’s Retreat, Europe’s Eclipse, America’s Decline e autore di Policing America’s Empire: The United States, the Philippines, and the Rise of the Surveillance State.