mercoledì 3 ottobre 2018

Le doppie morali della crisi europea



Sergio Cesaratto ha scritto un bel libro, Chi non rispetta le regole? (Cesaratto 2018), con l’obiettivo di smontare sistematicamente una particolare lettura della crisi dell’Euro, che assolve completamente la classe dirigente politica ed economica tedesca, e scarica per intero la responsabilità sui paesi della periferia europea. È una lettura moraleggiante, diffusa non solo in Germania, ma anche in ambienti italiani di orientamento liberista. Non è affatto un’invenzione dell’autore. Al contrario, personalmente ho ascoltato diverse volte questo tipo di narrazione quando, nell’autunno del 2013, condussi con Klaus Armingeon una serie di interviste volte a capire in quale maniera funzionari publici, politici e sindacalisti tedeschi interpretassero la crisi dell’Euro e le risposte da dare ad essa (Armingeon e Baccaro 2015).
La lettura “tedesca” della crisi
Esagerando un po’ (ma lasciando inalterata la sostanza), la lettura della crisi che emerse da quei colloqui in Germania si può riassumere nella maniera seguente: a dire degli intervistati, la situazione dei paesi della periferia europea era per molti versi simile a quella della Germania nei primi anni 2000. Anche l’economia tedesca languiva in quel periodo in una crisi profonda. Diversamente però dai paesi del Sud, la Germania scelse di mantenere in ordine i suoi conti pubblici e di introdurre riforme importanti del mercato del lavoro e della protezione sociale (le riforme Hartz). Sindacati e imprese contribuirono alla ripresa economica accordandosi per flessibilizzare il sistema di contrattazione collettiva, in precedenza eccessivamente rigido, e in questo modo consentirono alle imprese, attraverso la moderazione salariale, di riguadagnare la competitività internazionale persa negli anni immediatamente successivi alla riunificazione. Fu un governo di centro-sinistra, il governo Schroeder, ad introdurre le riforme, e ad esse pagò un prezzo politico molto alto: non fu rieletto, ma si dimostrò capace di anteporre gli interessi del paese agli interessi di parte. Grazie alle riforme fatte, la Germania tornò a crescere in capo a pochi anni.
La storia di solito si concludeva con considerazioni su quel che avrebbero dovuto fare i paesi della periferia europea. Come la Germania dieci anni prima, anche per questi l’unica soluzione era imboccarsi le maniche e fare le riforme strutturali troppo a lungo rimandate. La loro spesa pubblica era fuori controllo, i mercati del lavoro eccessivamente rigidi, i sistemi pensionistici troppo generosi, e in più avevano sprecato l’opportunità dei bassi tassi di interesse forniti dall’Euro nei primi anni 2000. Erano responsabili delle proprie sfortune. Pretendere che i loro debiti fossero ripagati da altri paesi era un abuso. Chiedere alla Germania di rinunciare alla propria competitività duramente riconquistata era come chiedere al Barcellona di giocare senza Messi per fare un favore agli avversari (Weidmann 2012).
Questa ricostruzione veniva fornita, con poche variazioni, da personaggi di diversa estrazione: funzionari del ministero delle Finanze e politici di CDU e SPD. Gli unici ad avere una lettura differente della situazione erano i sindacalisti di Ver.Di., il sindacato dei servizi, che mettevano l’accento sulla necessità per la Germania di espandere la domanda interna, ma la loro posizione appariva del tutto isolata, ed incapace di incidere sulle scelte politiche.
È esattamente contro questo tipo di narrazione che il libro di Cesaratto si rivolge, ricordando come un’unione monetaria, l’Euro come il gold standard, si regga su “regole del gioco” implicite. Il sistema è sostenibile solo se ci sono meccanismi e strumenti che consentano l’aggiustamento simmetrico in caso di squilibri della bilancia di parte corrente. In particolare, un paese in surplus dovrebbe consentire ai suoi prezzi interni di crescere più rapidamente dei prezzi dei paesi in deficit in modo da riequilibrare il tasso di cambio reale (che è dato dal rapporto tra i prezzi interni ed esteri) e attraverso questo l’equilibrio di parte corrente. Tali meccanismi non sono però automatici, ma dipendono da decisioni politiche. Se, come nel caso della Germania, il paese in surplus ha un’economia “tirata dalle esportazioni”, il non aggiustamento gli permette di trarre beneficio dalla situazione, almeno per un po’. Dunque una prima conclusione di Cesaratto è che il paese che ha violato le regole (implicite) di funzionamento dell’unione monetaria è la Germania, e lo ha fatto perseguendo scientemente il suo interesse nazionale.
La crisi dell’Eurozona come crisi di bilancia dei pagamenti
Nel dibattito di economia eterodossa, Cesaratto è associato alla tesi che equipara la crisi dell’Euro ad una crisi di bilancia dei pagamenti (Cesaratto 2015). In sintesi, secondo questa tesi l’Eurozona è assimilabile ad un sistema di cambi fissi. È noto che i sistemi di cambi fissi sono soggetti ad un particolare tipo di crisi (verificatasi finora soprattutto nei paesi in via di sviluppo), nota come “arresto improvviso” (Frenkel e Rapetti 2009). Anche la crisi del 2010-2011 ha per Cesaratto le caratteristiche di un arresto improvviso, sia pure sui generis.
Negli anni precedenti alla crisi, i mercati finanziari si erano convinti che il rischio paese fosse scomparso e che il debito pubblico di tutti i paesi dell’Eurozona, compresi quelli periferici, fosse di fatto garantito in solido da tutti i paesi membri. Questa percezione aveva comportato una convergenza dei tassi di interesse nominali a partire dalla metà degli anni ’90. Permanevano tuttavia tassi di inflazione differenti a livello nazionale e questo creava disparità dei tassi di interesse reale, che erano più alti nei paesi a bassa inflazione, in primis la Germania, e più bassi nei paesi ad alta inflazione, quelli della periferia meridionale più l’Irlanda.
Queste differenze nei tassi di interesse reali, note come “effetto Walters” (Walters 1988), rallentavano la domanda nei paesi core e la facevano aumentare nei paesi della periferia, soprattutto nel settore delle costruzioni, tradizionalmente sensibile al tasso di interesse reale, stimolando la concessione di credito da parte del settore bancario e l’indebitamento, in primis privato. Per un certo periodo sembrò che gli squilibri fossero espressione di un processo benefico di convergenza (Blanchard e Giavazzi 2002), che incoraggiava gli investimenti nei paesi della periferia riducendo le disparità di sviluppo. Solo successivamente divenne chiaro che gli investimenti erano in settori a bassa produttività e non generavano convergenza.
Fino all’esplodere della crisi, le banche periferiche prendevano a prestito riserve da quelle dei paesi core, le quali erano ben liete di riciclare le loro riserve in eccesso a tassi un po’ più elevati di quello sui depositi presso la banca centrale (Cesaratto 2016). Dopo il fallimento di Lehmann Brothers, tuttavia, e soprattutto dopo la crisi greca, i flussi interbancari dal centro alla periferia si interruppero bruscamente.
Occorre sottolineare che nel caso dell’Euro, a differenza di un sistema di cambi fissi, non c’è un problema di esaurimento delle riserve valutarie da parte dei paesi sotto attacco, grazie alla presenza di un meccanismo di pagamenti interbancari, il Target 2, che consente ai paesi membri di finanziare il deficit estero (e le fughe di capitali) in maniera potenzialmente illimitata anche quando i flussi transfrontalieri di capitale si bloccano, sostituendo ai prestiti interbancari i prestiti del sistema delle banche centrali. Dunque la conseguenza più immediata dell’arresto improvviso è stata un accumulo di crediti Target 2 da parte della Bundesbank, e un corrispondente accumulo di debiti da parte delle banche centrali dei paesi periferici (Sinn 2014). In assenza del sistema Target 2, le misure di austerità necessarie a far fronte all’arresto improvviso sarebbero state probabilmente assai più gravose.
Gli effetti immediati dell’arresto improvviso di flussi di capitale si manifestarono non nel sistema bancario, ma nel mercato dei titoli pubblici. Preoccupati dall’aggravarsi delle finanze pubbliche di alcuni paesi, appesantite dalla crisi e dagli interventi pubblici per “mettere in salvo” i sistemi bancari (per esempio in Irlanda), i mercati finanziari cominciarono a nutrire dubbi sulla capacità di alcuni governi di ripagare i loro debiti, e dunque domandarono tassi di interesse sempre più elevati per compensare l’aumentato rischio. L’aumento dei tassi di interesse aggravava, invece di alleggerire, il rischio di fallimento. Ad un certo punto alcuni paesi della periferia divennero incapaci di rifinanziare le proprie emissioni di titoli pubblici anche a tassi molto elevati, e dunque furono costretti ad invocare l’intervento della “trojka” proprio come in simili circostanze i paesi in via di sviluppo invocano l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. Ed infatti tra i programmi di austerità richiesti dal FMI ai paesi in via di sviluppo e quelli richiesti dalla trojka non c’è grande differenza: entrambi comportano l’aggiustamento fiscale attraverso il taglio della spesa piuttosto l’aumento delle imposte, e la liberalizzazione dei mercati dei prodotti e soprattutto del lavoro.
Insomma, i tratti caratteristici di un arresto improvviso, argomenta Cesaratto, sono chiaramente identificabili anche nella crisi dell’Eurozona: afflusso di capitali esteri (in questo caso per rifinanziare l’espansione di credito bancario nei paesi periferici), improvvisa crisi di fiducia, arresto e fuga di capitali, intervento delle istituzioni monetarie internazionali con annesse condizionalità, e programma di aggiustamento strutturale (ovvero austerità). Per quanto la crisi si sia manifestata nel mercato dei debiti pubblici – un mercato in cui il rischio non è “coperto” dalla BCE, che può fornire riserve in maniera potenzialmente illimitata alle banche, ma non può, a norma di trattati europei, acquistare titoli dai governi – è stata per Cesaratto in primis una crisi di debito privato: alcune parti hanno prestato eccessivamente e in maniera poco prudente, ed altre parti, corrispondentemente, hanno preso in prestito eccessivamente e in maniera poco prudente. Guardare alla situazione, come fa la Germania, solo dal lato del creditore è forse comprensibile, ma del tutto parziale. Le parti in causa sono due e hanno responsabilità simmetriche: il debitore si impegna a ripagare il debito, il creditore concede il credito dopo aver adeguatamente vagliato la solvibilità della controparte.
Cesaratto sottolinea come le regole di governance previste dai trattati europei erano e sono completamente inadeguate a scongiurare il tipo di crisi descritta nel paragrafo precedente, in quanto sostanzialmente disinteressate alle dinamiche del settore privato e interamente finalizzate a limitare la discrezionalità fiscale dei governi. Tali regole presuppongono, in linea con l’economia neoclassica, che il settore privato sia efficiente, e in particolare che il settore finanziario sia in grado di prezzare adeguatamente il rischio, cosa per lo meno discutibile dopo l’ultima crisi. I trattati si preoccupano dunque del problema di “azzardo morale”, ovvero di impedire che il settore pubblico si indebiti più del dovuto sfruttando l’aumentata credibilità derivante dal far parte di un’unione monetaria. Per questo motivo furono introdotti nel Trattato di Maastricht vincoli di deficit e debito pubblico attraverso il Patto di Stabilità e Crescita. Tuttavia, nulla fu previsto per limitare l’indebitamento privato, né per impedire politiche di svalutazione competitiva (reale) all’interno dell’Eurozona.
Il “mercantilismo” tedesco
Per quanto il libro di Cesaratto non prenda posizione esplicita nella disputa accademica sull’importanza delle politiche di contenimento del costo unitario del lavoro in Germania, limitandosi a sintetizzare le varie posizioni (pp. 45-47), si tratta di un tema importante per la tesi centrale del libro, che colei che ha davvero violato le regole (implicite) di un’unione monetaria è stata la Germania.
La disputa, una sorta di “fuoco amico” tra autori che condividono un approccio eterodosso all’economia, ha opposto Flassbeck e Lapavitsas da un lato (2015) e Storm e Naastepad dall’altro (2015). Per Flassbeck e Lapavitsas la causa prima della crisi è da cercarsi nella pluriennale moderazione salariale tedesca, sia nominale (contenimento dei costi unitari del lavoro) che reale (aumenti salariali reali inferiori alla crescita della produttività del lavoro), effetto dell’offensiva padronale per la riduzione dei costi e delle strategie cooperative di sindacati e (soprattutto) consigli di fabbrica delle grandi aziende tedesche, preoccupati oltre ogni cosa di garantire i posti di lavoro dei propri affiliati, e dunque disposti a fare contrattazione concessiva (Baccaro e Benassi 2017). Con l’Euro, e con la conseguente impossibilità di compensare le differenze tra i tassi nazionali di inflazione attraverso l’aggiustamento del cambio nominale, la moderazione salariale ha prodotto una svalutazione del tasso di cambio reale tedesco a svantaggio degli altri paesi dell’Eurozona, ed è dunque di importanza fondamentale, secondo Flassbeck e Lapavitsas (2015), per spiegare l’accumularsi di squilibri delle partite correnti.
Storm e Naastepad ritengono invece che la moderazione salariale e la compressione dei costi unitari del lavoro abbiano un’importanza marginale nello spiegare i surplus di parte corrente tedeschi, dato che, a loro dire, il sistema produttivo tedesco non compete sui costi, ma su livelli qualitativi superiori (resi possibili dalla presenza di istituzioni non liberali nelle relazioni industriali e nella formazione professionale), ed attribuiscono un ruolo più importante ai flussi di capitale dal centro alla periferia dell’Eurozona, che avrebbero causato la perdita di competitività di quest’ultima. Se un effetto della moderazione salariale c’è stato, argomentano Storm & Naastepad, si è fatto sentire più sulla riduzione delle importazioni tedesche che sullo stimolo alle esportazioni. Insomma, mentre per Flassbeck e Lapavitsas la catena causale procede dal mercato del lavoro (moderazione salariale) alle differenze di competitività, per Storm parte dichiaratamente dalla finanza, mentre il mercato del lavoro ha un ruolo secondario e derivato (le perdite di competitività sono conseguenze delle bolle immobiliari).
Cesaratto, come detto, non si schiera esplicitamente, ma un intero capitolo del libro è dedicato al “mercantilismo” tedesco, il che lascia pensare che simpatizzi per la versione di Flassbeck e Lapavitsas. Allo stesso tempo, ci si deve chiedere fino a che punto questa versione (che come detto mette fortemente l’accento sul mercato del lavoro come origine della catena causale) sia conciliabile con la sua tesi che la crisi dell’Euro è crisi di bilancia dei pagamenti, tesi che mette al centro dell’azione i movimenti di capitale e la finanza. In ogni caso, il libro discute i numerosi vantaggi che l’Euro ha fornito alla Germania, ricordando ad esempio che il famoso “salvataggio” della Grecia del 2010 fu in realtà un salvataggio delle banche francesi e tedesche (ancor più francesi che tedesche in verità), fortemente esposte rispetto al sistema bancario greco: se la Grecia avesse fatto default, queste banche avrebbero subito perdite che ne avrebbero compromesso la stabilità finanziaria, costringendo i governi di riferimento a rifinanziarle. Attraverso il salvataggio della Grecia, pagato in maniera proporzionale dai altri partner europei, Parigi e Berlino hanno mutualizzato i costi del loro bail-out. Cesaratto ricorda anche come la Germania abbia beneficiato dalla flight to security seguita alla crisi dei debiti sovrani, ovvero della fuga di capitali dai paesi della periferia verso il centro, che ha condotto ad un ulteriore abbassamento dei tassi di interesse in Germania.
Le proposte di riforma inadeguate
Le riforme di cui la zona Euro avrebbe bisogno dovrebbero consistere nell’introduzione di regole che rendano simmetrici i costi dell’aggiustamento tra paesi, permettendo di restaurare “le regole del gioco”. Un esempio che Cesaratto non discute, ma che andrebbe in questa direzione, riguarda il sistema di contrattazione collettiva, che dovrebbe essere coordinato tra i vari paesi in maniera da assicurare che i tassi di crescita del salario nominale corrispondano in media all’obiettivo di inflazione della BCE più la crescita media della produttività nazionale, in modo da rendere impossibili le svalutazioni competitive (del cambio reale) che hanno caratterizzato i primi anni dell’Euro. Tuttavia, queste e altre regole di bilanciamento incontrerebbero difficoltà e resistenze politiche probabilmente insormontabili, oltre che difficoltà di coordinamento tra attori nazionali (sono i sindacati tedeschi della manifattura disposti a rinunciare alla competitività di costo delle loro imprese?).
Una soluzione che viene di frequente avanzata, e sdegnosamente rifiutata dall’opinione pubblica tedesca, consiste nell’introduzione di trasferimenti fiscali dai paesi in surplus a quelli in deficit. Trasferimenti di questo tipo sono già politicamente difficili da sostenere in paesi in cui vi è comunanza di storia, cultura e tradizioni (si pensi a quanto spinosa sia la questione dei trasferimenti tra Nord e Sud in Italia, o tra Ovest e Est in Germania), figurarsi nell’Unione europea, ove tali condizioni non esistono. In ogni caso, i trasferimenti non risolvono il problema degli squilibri di competitività tra paesi, ma semmai li compensano a posteriori, condannando i paesi della periferia ad un poco dignitoso futuro di dipendenza dalla solidarietà altrui.
Cesaratto sottolinea inoltre l’assoluta inadeguatezza delle proposte di riforma dell’Eurozona al momento in discussione. Lungi dal muovere verso una più equa ripartizione dei costi di aggiustamento, esse mirano a restaurare l’ortodossia monetaria violata, agli occhi dell’élite tedesca, dalla politica monetaria non-convenzionale della BCE di Draghi, e a far applicare le regole di rigore fiscale troppo spesso violate, a dire della Germania, dai paesi del Sud. Spiccano in questo senso il breve documento (detto “non-paper”) fatto circolare da Schaeuble prima di lasciare il Ministero delle Finanze, che chiede una più rigorosa applicazione delle regole fiscali (compreso il Fiscal Compact) da affidarsi ad un organismo tecnico, un fondo monetario europeo, che possa imporre la disciplina a governi recalcitranti, sostituendosi alla Commissione Europea, un organismo ritenuto eccessivamente comprensivo nei riguardi dei governi inadempienti. Contemporaneamente il non-paper rifiuta l’assicurazione comune dei depositi bancari e l’introduzione di Eurobonds, ovvero ogni forma di ulteriore mutualizzazione dei rischi tra paesi europei. Chiede inoltre che ogni intervento di “salvataggio” degli stati sia condizionato ad interventi di ristrutturazione del debito, con perdite per i detentori di titoli. Se tali proposte fossero applicate, fa notare Cesaratto, i tassi di interesse sui titoli italiani aumenterebbero a causa dell’aumentato rischio, mettendo a rischio la sostenibilità del debito pubblico e accelerando, invece di prevenire, una nuova crisi di fiducia.
Anche le recenti proposte francesi, nonostante la gran fanfara con cui sono state accolte, non affrontano la sostanza dei problemi dell’Eurozona e rischiano di peggiorare la situazione. Cesaratto si sofferma sul contributo di 16 economisti francesi e tedeschi (Bénassy-Quéré e et al. 2018), che si propone come una mediazione tra esigenze diverse, e lo considera troppo vicino al non-paper tedesco per rappresentare una soluzione durevole. In particolare, le proposte degli economisti franco-tedeschi incorporano la richiesta tedesca che interventi di sostegno da parte del fondo salva-stati siano subordinati alla ristrutturazione del debito.
Che fare?
Le raccomandazioni di policy che derivano dall’analisi sono sorprendentemente moderate, considerate le prese di posizione precedenti dell’autore (per es. Cesaratto 2016). Non si consiglia di uscire dall’Euro; anzi, se ne mettono in evidenza le incognite e i rischi difficilmente quantificabili data la mancanza di precedenti (pp. 98-105). Quel che l’Italia dovrebbe fare, nell’opinione di Cesaratto, è esigere la non-applicazione delle regole fiscali, in particolare del Fiscal Compact. Invece di impegnarsi a tagliare il debito attraverso attivi di bilancio primario anno dopo anno, cosa che ha effetti recessivi, il governo italiano dovrebbe impegnarsi a stabilizzare il debito, ma non a ridurlo. Con questa proposta, si scommette sul fatto che un aumento del deficit pubblico faccia ripartire la domanda aggregata, e generi un tasso di crescita sufficientemente superiore al tasso di interesse medio pagato sullo stock di debito da stabilizzare il debito pur in presenza di un deficit primario. Questa politica, però, richiede la collaborazione della BCE che deve impegnarsi non solo a mantenere basso il tasso di interesse di riferimento, ma anche a proteggere i titoli del debito pubblico italiano da improvvise crisi di sfiducia dei mercati finanziari, continuando ad acquistarli (o dichiarando di essere disposta a farlo whatever it takes).
C’è molto con cui concordare in questo libro. Personalmente condivido che fosse necessario opporre alla narrazione “tedesca” della crisi una narrazione alternativa e opposta che la bilanciasse. Occorre tuttavia ricordare che non c’è stato nessun raggiro teutonico: le regole che sono state applicate sono quelle inserite nei Trattati europei, che l’Italia ha volontariamente sottoscritto e spesso incoraggiato. Concordo anche sull’analisi della natura della crisi, anche se avrei voluto un po’ più di chiarezza sulla catena causale: la crisi ha origine dalla moderazione salariale tedesca? O dalla creazione di credito bancario nei paesi periferici, conseguenza di tassi di interesse reali troppo bassi (nella periferia)? O le due cose sono inscindibili? È importante rispondere a queste domande, dato che le implicazioni di policy sono differenti. Sono inoltre d’accordo che l’Italia dovrebbe prendere le distanze dalle proposte dell’Eurozona formulate recentemente dai tecnocrati franco-tedeschi.
Quel che mi lascia un po’ insoddisfatto è invece la parte di political economy: non vedo perché i partner europei dovrebbero accettare che l’Italia metta da parte gli impegni già presi sul deficit e sulla riduzione del debito (attraverso il Fiscal Compact), per impegnarsi solo a stabilizzare il debito. Inoltre, quanto è realistico pensare che la BCE sia disposta a intervenire in difesa dei titoli di debito pubblico italiano, soprattutto ora che il mandato di Draghi è in scadenza?
In breve, il programma di Cesaratto, per quanto ragionevole, non mi sembra politicamente realizzabile nelle condizioni attuali. Cesaratto ha ragione che per superare la crisi è necessario che la Germania cambi la direzione della sua politica economica, rilanciando la sua domanda interna, e permettendo agli altri di fare altrettanto. Tuttavia, questo non accadrà perché qualche economista riesce a convincere les elites politico-economiche tedesche che le loro analisi sono sbagliate, ma perché cambiano i rapporti di forza. Concretamente questo significa due cose: primo, un pesce grosso (ovvero di importanza sistemica, come l’Italia) decide che è disposto ad uscire dall’Euro se le cose non cambiano. Questo però è un chicken game molto pericoloso, in cui ci si può fare molto male. Secondo, un pesce grossissimo, come gli Stati Uniti di Trump, costringe la Germania a ribilanciare il proprio modello di crescita minacciando il ritorno al protezionismo. Credo che la seconda minaccia sia più credibile della prima.
*Max Planck Institute for the Study of Societies
Referenze bibliografiche
Armingeon, Klaus e Lucio Baccaro. 2015. “The Crisis and Germany: The Trading State Unleashed.” Pp. 165-83 in Complex Democracy, edito da V. Schneider e B. Eberlein: Springer International Publishing.
Baccaro, Lucio e Chiara Benassi. 2017. “Throwing out the Ballast: Growth Models and the Liberalization of German Industrial Relations.” Socio-Economic Review 15(1):85-115.
Bénassy-Quéré, Agnès e et al. 2018. “Reconciling Risk Sharing with Market Discipline: A Constructive Approach to Euro Area Reform.” Center For Economic Policy Research, Policy Insight No 91.
Blanchard, Olivier e Francesco Giavazzi. 2002. “Current Account Deficits in the Euro Area: The End of the Feldstein-Horioka Puzzle? .” Brookings Papers on Economic Activity 2:147-86.
Cesaratto, S. 2015. “‘Alternative Interpretation of a Stateless Currency Crisis’.” Cambridge Journal of Economics 41(4):977-98.
Cesaratto, Sergio. 2016. Sei Lezioni Di Economia. Reggio Emilia: Imprimatur.
Cesaratto, Sergio. 2018. Chi Non Rispetta Le Regole? . Reggio Emilia: Imprimatur.
Flassbeck, Heiner e Costas Lapavitsas. 2015. Against the Troika: Crisis and Austerity in the Eurozone. London: Verso.
Frenkel, Roberto e Martin Rapetti. 2009. “A Developing Country View of the Current Global Crisis: What Should Not Be Forgotten and What Should Be Done.” Cambridge Journal of Economics 33(4):685-702.
Sinn, Hans-Werner. 2014. “Austerity, Growth and Inflation: Remarks on the Eurozone’s Unresolved Competitiveness Problem.” The World Economy 37(1):1-13.
Storm, Servaas e C. W. M. Naastepad. 2015. “Crisis and Recovery in the German Economy: The Real Lessons.” Structural Change and Economic Dynamics 32:11-24.
Walters, Alan. 1988. “A Critical View of the Ems.” Cato Journal 8(2):503–6.
Weidmann, Jens. 2012. “Rebalancing Europe.” Speech at Chatham House in London, 28 March.

venerdì 21 settembre 2018

Toni Negri e i “post-operaisti”: l’utopia funzionale alla globalizzazione capitalista?


di Fabrizio Marchi da l'interferenza

“La globalizzazione è stata qualcosa di estremamente importante per i popoli del terzo mondo. Milioni e milioni di persone che attraverso la globalizzazione dei mercati sono state tirate fuori dalla miseria. Credo che anche l’Occidente ci abbia guadagnato molto”.

Non sono parole di economisti liberisti come Von Hayek o Milton Friedman, ma di Toni Negri, filosofo, comunista, padre dell’operaismo degli anni ’60 e ’70, leader dell’area cosiddetta “post-operaista” – come vengono appunto definiti coloro che provengono da quell’esperienza politica – intervistato dal giornalista Gianluigi Paragone a “La Gabbia” pochi giorni fa, in occasione del seminario “Comunismo 17” organizzato a Roma presso l’Atelier Autogestito Esc dal 18 al 22 gennaio:

Interessante notare che nella stessa trasmissione, subito dopo di lui, l’imprenditore e uomo politico di area liberale Franco De benedetti, canterà più o meno le stesse lodi della globalizzazione, aggiungendo che quest’ultima, oltre a migliorare le condizioni di vita di milioni e milioni di persone, ha contribuito anche a portare diritti e democrazia dove non c’erano.

I due, Negri e De Benedetti, partono da approcci diversi e hanno finalità e orizzonti diversi (per lo meno in teoria), ma la direzione di marcia, come vediamo, è esattamente la stessa.

Seguendo la loro logica è necessario quindi appoggiare il processo di globalizzazione e anzi fare quanto è nelle nostre possibilità per accelerarlo perché porterà (e ha già portato, dicono…) benessere, diritti e democrazia nel mondo – secondo l’opinione di De Benedetti (ma in fondo, indirettamente, anche di Negri) – e perché creerà – secondo Negri – le condizioni per il passaggio ad una società libera dalla schiavitù del lavoro salariato (magari, diciamo noi…), anche grazie alla Tecnica che “libera” e “libererà” masse sempre più crescenti dalla schiavitù del lavoro, e quindi, in ultima analisi, verso una società comunista, sia pure di là da venire. Un passaggio, questo, che non prevede mediazioni (lo Stato, la Politica, i Partiti o la conquista del Potere Politico) ma è il risultato di un processo di fatto inevitabile, anche se ovviamente non del tutto spontaneo. Spetterà ai nuovi “lavoratori salariati cognitivi”, cioè la punta più avanzata del mondo del lavoro perché situata nel punto più alto dell’organizzazione capitalista della produzione, condizionare e indirizzare tale processo nella direzione auspicata, anche mobilitando le cosiddette “moltitudini”, cioè tutta quella vasta gamma di nuovi soggetti, le donne, evidentemente considerate come una “categoria” oppressa e discriminata in quanto tale (nessuna novità rispetto alla narrazione femminista di sempre e da tempo uno dei mattoni fondamentali dell’ideologia dominante), i migranti e tutti coloro che in forme diverse sono sottoposti al rapporto di produzione capitalistico (mi scuso per la estrema semplificazione ma su un articolo di giornale non è possibile fare altrimenti).

Insomma, a parere del nostro, saremmo già in un mondo migliore rispetto a quello esistente fino ad una trentina di anni fa, immediatamente prima del crollo del muro di Berlino. Il fatto che da allora il processo di globalizzazione capitalista sia stato imposto attraverso la guerra imperialista permanente (con tutti gli effetti del caso…) sembra essere un particolare secondario e non influire sul giudizio complessivamente positivo dello stesso (e infatti, come noto, i centri sociali che fanno riferimento all’area “negriana” non si sono particolarmente distinti, per usare un eufemismo, nel sostegno alla Siria o al Donbass…). E che questa guerra totale abbia tentato di disintegrare e molto spesso disintegrato stati, nazioni, popoli, comunità, etnie, culture, identità, sembra esserlo ancor più (secondario). Ma questo non ha nessuna importanza per Negri e compagni, perché i concetti di stato e ancor più di nazione sono considerati come pura “barbarie”, come vicende tribali “che hanno causato solo disastri”. Cosa in gran parte vera, perché non c’è dubbio che certo nazionalismo, in particolare quello che ha dominato in Europa nel XIX e nella prima metà del XX secolo (ma anche nei secoli precedenti) abbia rappresentato la bandiera ideologica (falsa coscienza) per giustificare le guerre imperialiste e la dominazione coloniale. Non c’è però altrettanto dubbio che è esistito anche un nazionalismo “progressista” – penso proprio ai movimenti di liberazione nazionale anticolonialisti e antimperialisti di tutto il mondo (fra cui anche molti movimenti comunisti dove l’elemento di classe si sovrapponeva a quello nazionale, basti pensare al Vietnam o a Cuba) a partire da quelli arabi ma non solo – che proprio sulla rivendicazione dell’identità culturale e nazionale (e talvolta religiosa) dei popoli fondava la sua ragion d’essere, come è inevitabile che sia. Del resto è risaputo che per fiaccare la resistenza di un popolo sottomesso è necessario distruggere le sue radici e la sua storia, in altre parole la sua identità (una parolaccia, per i post-operaisti e per tutta la “sinistra” contemporanea, sia essa liberal o radical…), cosa che le varie dominazioni coloniali hanno sempre cercato di fare nel modo più lucido e sistematico. A poco o nulla serve ricordare che anche per Lenin e i bolscevichi la “questione nazionale” non era affatto sottovalutata (Lenin, in un suo scritto “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” scrive, fra le altre cose, che “Ho già scritto nelle mie opere sulla questione nazionale che non bisogna assolutamente impostare in astratto la questione del nazionalismo in generale. E’ necessario distinguere il nazionalismo della nazione dominante dal nazionalismo della nazione oppressa, il nazionalismo della grande nazione da quello della piccola”). Ma tutto ciò rappresenta, al meglio, per i post-operaisti, solo zavorra se non peggio, un ostacolo sul cammino della liberazione totale dell’umanità e del “desiderio”.

In questa visione delle cose, è importante rilevarlo, il concetto di internazionalismo proletario, finisce inevitabilmente a confondersi e a sovrapporsi completamente con quello di “cosmopolitismo”, cioè con una sorta di neo universalismo (neo) kantiano, naturalmente distorto e piegato alle esigenze ideologiche e politiche delle elite capitaliste dominanti. L’orizzonte è appunto quello della distruzione di ogni identità culturale, statuale, nazionale (che non è detto che debba avere necessariamente un carattere reazionario; erano forse reazionari gli indiani americani, gli aborigeni australiani, gli algerini e tutti i popoli che hanno combattuto e talvolta vinto contro il dominio coloniale?) e l’abbattimento di ogni ostacolo, sia esso di ordine politico o culturale, che possa essere di impedimento al processo di globalizzazione capitalista, che significa di fatto la globalizzazione dei mercati ma niente affatto dei diritti (il capitalismo convive allegramente con le monarchie semifeudali saudite, con la società divisa in caste indiana, con lo stato-partito cinese, e gli stati occidentali stanno gradualmente adeguando il loro sistema di garanzie sociali sul modello di quelli asiatici per poter essere competitivi con questi ultimi ). Ma quello che non si capisce, a questo punto, è quale possa essere il terreno e anche lo spazio politico e fisico per poter sviluppare una conflittualità antagonista (di classe) dal momento che si esclude, per coerenza, l’ipotesi di una rottura e di una uscita dal sistema. Le ricadute concrete, infatti, in termini politici, di questa concezione, si traducono nella scelta di rimanere all’interno delle strutture del dominio capitalista, cioè l’UE e l’eurozona, escludendo a priori la possibilità che un processo politico e sociale all’interno di uno degli stati membri (ad esempio l’affermazione politica ed elettorale di un fronte democratico, popolare e socialista) possa portare quello stesso stato a recuperare la sua autonomia politica e sottrarsi, sia pure parzialmente, ai diktat delle elite capitaliste globaliste dominanti. Viceversa – sostengono i nostri amici – il sistema dovrebbe essere cambiato dal “di dentro”, cioè attraverso quel processo cui facevo cenno in apertura. La qual cosa, dal mio punto di vista, è quanto meno contraddittoria. Come si può infatti pensare di esercitare una egemonia e addirittura cambiare radicalmente una istituzione che è strutturalmente un progetto capitalista e imperialista? La vicenda greca è significativa da questo punto di vista (e non a caso Negri difende le scelte politiche sia di Tsipras che di Varoufakis) e in tal senso rimando ad un mio vecchio articolo: http://www.linterferenza.info/editoriali/la-necessita-della-mediazione-e-il-coraggio-della-rottura/

Come dicevo, la globalizzazione, attraverso la guerra e il saccheggio sistematico delle risorse dei paesi del terzo mondo ha portato alla distruzione e alla spoliazione di intere aree, creando il fenomeno, non certo nuovo, della migrazione di grandi masse, che in moltissimi casi hanno perso anche quel poco che avevano, verso le “metropoli” occidentali.

Naturalmente questa massa di manodopera costituita dagli immigrati va a premere sui lavoratori occidentali e a fungere come da arma di ricatto su questi ultimi, con due ricadute, entrambe funzionali al capitale:
l’abbassamento del costo del lavoro, con conseguente riduzione dei salari, la precarizzazione del lavoro, la distruzione o la riduzione ai minimi termini del welfare e dei diritti sociali e ultimamente (vedasi l’attacco delle oligarchie finanziarie europee alle Costituzioni democratiche dei vari stati scaturite dalla guerra contro il nazifascismo e considerate obsolete), anche di quelli civili;
la competizione fra i lavoratori autoctoni e quelli immigrati, la cosiddetta “guerra fra poveri” che, ovviamente, viene alimentata ad arte dalla variante neo populista di destra del sistema capitalista (Trump, Le Pen, Salvini e neo destre sia dell’ovest che dell’est europeo).

Nello stesso tempo, la globalizzazione ha provocato il fenomeno della cosiddetta delocalizzazione: le imprese dei paesi sviluppati vanno a produrre nei paesi del terzo mondo dove il costo del lavoro è bassissimo, i lavoratori sono completamente privi di diritti (e di certo le imprese e le multinazionali occidentali non fanno nulla per portarglieli, alla faccia di chi sostiene che la globalizzazione capitalista avrebbe portato diritti e democrazia…), non esistono sindacati, e ci sono governi “amici” che alla bisogna chiudono tutti e due gli occhi e che sono complici di questo processo di sfruttamento complessivo dei lavoratori e dei “loro” stessi popoli.

Ma – si dice – la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita di milioni e milioni di persone. E grazie al cavolo, mi verrebbe da dire, non faccio certo fatica a crederlo. Perché è evidente che questo processo ha visto la crescita in taluni contesti, ma non in tutti, di una nuova classe borghese che prima era molto ridotta e in taluni casi non esisteva neanche. Il problema è che – se la teoria del valore (e del plusvalore) di Marx non è una fantasia dell’autore – se c’è qualcuno che si arricchisce, logica vuole che ci sia qualcun altro che si impoverisce o che comunque venga sfruttato da coloro che si arricchiscono sul suo lavoro e alle sue spalle. Che sia dunque un liberale e un liberista a sostenere che il processo di globalizzazione capitalista ha migliorato, in termini assoluti, le condizioni di vita di una parte, comunque minoritaria, della popolazione mondiale, è del tutto normale, logico e comprensibile. Non lo è per nulla se a sostenere tale tesi è un comunista.

Negri non può non accorgersene, ma ovviamente cade in contraddizione. Al minuto 1,25 dell’intervista, Paragone osserva che la globalizzazione è stata dominata dal neoliberismo che ha “livellato” (nonché ridotto…) i diritti dei lavoratori, e naturalmente Negri non può che confermare. Ora però la vedo dura sostenere che la globalizzazione è stata un fatto assolutamente positivo e contestualmente riconoscere (né potrebbe essere altrimenti…) che questa ha portato ad una riduzione e ad un livellamento (in basso…) dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo. Anche in questo, nulla da dire se a sostenere tale tesi fosse un pensatore liberale-liberista, ma non dovrebbe essere questo il caso di Negri.

Veniamo ora ad un’altra questione fondamentale sulla quale mi pare che ci sia, forse, e sottolineo forse, una divergenza di opinioni all’interno dell’area post-operaista (per lo meno restando alla sua intervista a “La Gabbia”, non ho ascoltato il suo intervento al seminario) e gli altri due maggiori esponenti e intellettuali di quell’area, cioè Paolo Virno e Franco Berardi (Bifo) che invece ho ascoltato in diretta.

Negri sostiene che la classe operaia occidentale, o ciò che resta di essa, sia ormai un ceto sociale residuale, pervaso da pulsioni egoiste, ridotta in queste condizioni dai padroni e dalle socialdemocrazie (e su questo ha in larghissima parte ragione se non fosse che, a mio parere, anche una certa “sinistra” “radical, antagonista e femminista”, cioè quella che anche lui rappresenta, ci ha messo del suo…) che difende in modo corporativo le proprie posizioni (cioè il posto di lavoro e una certa sicurezza sociale…). Bifo ci va giù in modo molto più pesante (forse perché non era in televisione…) e parla espressamente di “classe operaia “nazionalistizzata” e nazificata”, e per questo facile preda del populismo. Il quale populismo – spiega Virno – è “il fascismo postmoderno”. Anche in questo c’è sicuramente del vero, però mi sembrerebbe un grave errore liquidare la questione in questo modo e affidarsi alle sorti magnifiche e progressive dei lavoratori cognitivi della Silicon Valley (ripetutamente evocati e individuati da Bifo come la possibile avanguardia del processo rivoluzionario…) e delle cosiddette “moltitudini desideranti” (che siano desideranti non c’è alcun dubbio, si tratta di capire se questo desiderio prenderà spontaneamente una strada rivoluzionaria o comunque di rottura rispetto all’ordine sociale esistente oppure sarà fagocitato dal capitale, molto abile, anche e soprattutto dal punto di vista ideologico/psicologico, a “giocare” la sua partita proprio su quella naturale e legittima aspirazione alla soddisfazione del desiderio…).

Ora, se è da lodare il tentativo di individuare in alcuni settori di lavoratori, quelli più “avanzati” perché si trovano – come dicevo – nel punto più alto dell’organizzazione e della divisione capitalista del lavoro (e quindi sono provvisti di “know how”, di un differenziale di sapere che li pone in una condizione “privilegiata”, in termini di capacità cognitive, rispetto ad altri), l’avanguardia o comunque i possibili soggetti di un altrettanto possibile processo di trasformazione, mi sembra un gravissimo errore liquidare tutti gli altri (anche con un certo malcelato disprezzo, che si avverte chiaramente e che non dovrebbe appartenere a chi si professa comunista), dandoli per perduti e regalandoli di fatto al neo populismo di destra.

E a questo punto ci sono altri due gravissimi errori che vengono a mio parere commessi. Intanto non è affatto detto che quel differenziale di sapere di cui sono provvisti quei “lavoratori cognitivi” si trasformi necessariamente in coscienza di classe. E’ anzi, purtroppo, assai più probabile il contrario, e cioè che proprio per la loro condizione “privilegiata” vengano ideologicamente fagocitati dal capitale. Del resto, non sarebbe la prima volta che accade. Abbiamo visto l’ “evoluzione” di quel ceto giovanile e intellettuale che nel ’68 era stato individuato come la possibile avanguardia di un processo rivoluzionario e che ha finito per essere completamente o quasi assorbito dal capitale che addirittura ha fatto sue, sia pure rivisitandole pro domo sua, le rivendicazioni e le aspirazioni di cui si faceva portatore.

Oltre a quei “lavoratori cognitivi”, sia pure ormai molto diffusi e cresciuti esponenzialmente di numero, esistono ancora larghe masse di lavoratori generici, non qualificati e sottoccupati, accanto a quei settori di vecchia classe operaia e di piccola e piccolissima borghesia che una volta avremmo detto “proletarizzata” o in via di “proletarizzazione” (proprio a causa della globalizzazione celebrata anche da Negri…). Le periferie e le grandi aree metropolitane di tutte le grandi città europee, ma anche delle province profonde, sono popolate da questa gente che si sente, a ragione, sempre più esclusa e che in gran parte vota in massa per le forze politiche neo populiste di destra (ma non solo di destra).

Ora il problema, a mio parere, è in questa fase quello di lavorare alla costruzione di un blocco sociale in senso gramsciano, che sappia unificare tutti quei settori sociali, i “lavoratori cognitivi” con la classe operaia tradizionale, il “proletariato intellettuale” con i lavoratori generici e meno qualificati e le masse popolari e piccolo e piccolissimo borghesi “periferiche” (in tutti i sensi), e naturalmente superare il conflitto fra lavoratori autoctoni e immigrati (lavoro, quest’ultimo, di una grandissima difficoltà, e pur fondamentale). Se non si fa questo lavoro, se non gli si prosciuga il brodo di coltura, il neo populismo di destra continuerà a crescere e ad aumentare in misura esponenziale i suoi consensi. In una parola: ad essere egemone. E’ quindi anche e soprattutto in quel “brodo” che oggi i comunisti devono lavorare, senza avere timore di sporcarsi le mani, perché quella gente, anche quella ormai completamente priva di una coscienza politica e di classe, che straparla contro gli immigrati ritenendoli responsabili del loro disagio, è la loro gente, la nostra gente, non dimentichiamolo mai, altrimenti siamo destinati a deragliare, e in larga parte è purtroppo già avvenuto.

Mi pare, quindi, che l’atteggiamento dei post-operaisti, in tal senso, e in particolare quello di Virno e Bifo, sia profondamente sbagliato e, mi sento di dire forse presuntuosamente, assai poco socialista e comunista.

Per la verità Negri nella sua intervista a Paragone assume una posizione diversa perché al giornalista che gli chiede perché in tutto questo contesto non esplodano delle ribellioni, Negri risponde (minuto 7) che “Non è vero, che le ribellioni ci sono, almeno dal 2011 ad oggi, e che vengono chiamate “populismi”, ma che in realtà – spiega sempre Negri – sono ribellioni”.

Mi pare (e mi auguro) che qui ci sia una diversa interpretazione rispetto alle posizioni molto nette di Bifo e Virno che invece bollano senza possibilità di appello i populismi come fenomeni apertamente neofascisti e razzisti. Però, come ripeto, questa è una mia personale interpretazione sulla base di quello che ho ascoltato (cioè gli interventi di Bifo e Virno e l’intervista di Negri) e che mi auguro abbia un riscontro effettivo.

Un’ultima nota, questa volta solo parzialmente critica, perché sono del tutto d’accordo con Negri relativamente al suo giudizio sulla Sinistra storica quando dice:” La Sinistra ha fallito quando nel 1914 ha votato il debito di guerra per fare la prima guerra mondiale, ha fallito nel ‘39 e poi nel ’53 quando si è allontanata dal Marxismo. E’ un corpo ormai defunto ma questo non significa che non ci sia una forte, continua, solida ribellione nella vita di tutti i giorni”.

Manca però un punto fondamentale: l’autocritica. Di cantonate, oltre che di brillanti intuizioni, Negri e compagni ne hanno prese, e a mio parere quelle che stanno prendendo oggi sono assai più pericolose di quelle prese nel passato, per le ragioni che ho tentato di spiegare. Forse un pizzico di umiltà (che non hanno mai avuto), ma soltanto un pizzico, potrebbe essere di aiuto per tutti, anche per loro stessi.

domenica 16 settembre 2018

Rimango Attonito

di Luigi Castaldi (da Malvino, 14 settembre 2018)

Fritz Kahn (1888-1968) - Mechanik der Erektion

Da stupeo, che sarebbe rimango attonito, abbiamo lo stupor, la sorpresa dinanzi al mai visto prima, allo straordinario, all’inatteso – sorpresa che spesso assume significato di scoperta, non di rado accompagnata a incanto – ma pure la stupiditas, l’ottusità che causa smarrimento – quasi sempre accompagnato da incidente, ancorché di entrambi spesso non si abbia segno di cosciente percezione – anche dinanzi a ciò che è comunemente risaputo, del tutto ordinario, facilmente prevedibile. Dedurremmo che la differenza tra stupor e stupiditas stia tutta negli strumenti della conoscenza di cui si è in possesso? Se sì, saremmo autorizzati a correggere chi si dice stupito del fatto che certezze considerate fino a ieri indiscutibili siano oggi così spesso e così pesantemente messe in discussione. A dispetto della reputazione di cui eventualmente godi – saremmo autorizzati a dirgli – è stupidità, non è stupore: è evidente che gli strumenti della conoscenza in tuo possesso fossero in realtà assai carenti o comunque assai male utilizzati. In tal caso, puoi darci assicurazione del fatto che il non utilizzarli a dovere non sia stato intenzionale? Liberaci da questo scrupolo: siamo sempre stati troppo buoni ieri a dar per certo che che tu fossi in possesso dei notevoli strumenti della conoscenza che l’opinione pubblica ti attribuiva o siamo troppo cattivi oggi a pensare che tu preferisca sembrarci stupido per stornare il sospetto che il non utilizzarli a dovere sia stato intenzionale?
Ieri, per esempio, davi per ormai fenomenologicamente connaturati, geneticamente acquisiti, storicamente irreversibili, sistemi come il libero mercato o la liberaldemocrazia, sicché sostenevi che metterci mano per proteggerli dalla concentrazione monopolistica o dall’ingerenza confessionale significava voler far violenza alla Natura, alla Genetica, alla Storia (e il fatto che usassi maiuscole nell’ambito delle cosiddette scienze sociali poteva, volendo, già puzzare un poco): nel farti paladino del laissez faire e dell’esportazione della democrazia, eri ispirato dall’Alto o eri a libro-paga di chi oggi mostra a te – finalmente, se eri solo sprovveduto – e a noi – purtroppo, se abbiamo voluto crederti – che le poste in gioco fossero ben altre?
Fai mostra di stupore, misto ad apprensione, per il fatto che oggi l’individuo sia sorpreso in affannosa ricerca di un’identità comunitaria e, ancor più, di cento piccole e tutto sommato inutili protezioni, in cambio delle quali è disposto a rinunciare a quasi tutti i diritti precedentemente acquisiti, ma dei quali non ha mai potuto far concreto utilizzo per darsi protezione da sé, pronto a rendersi cellula obbediente di uno Stato organico, fedele ricetrasmittente di un’etica di Stato, insomma un fascista 2.0 di cui dici di non saperti dar ragione, se non in uno sdegnato inorridire, ma non si tratta dello stesso individuo che ti tornava comodo da conformista della società alla Fine della Storia, e che ti dava prova di incrollabile fede democratica nel fatto che non andasse a votare? Non è lo stesso individuo che ti sembrava essere l’Ultimo Uomo proprio perché apparentemente convinto delle fake news ufficiali che ti erano commissionate dalle paternalistiche élites a guardia della ragion di Stato?
Tenevi tanto alla fama d’homme du monde, e di un mondo che aveva finalmente fatto i conti con le sue contraddizioni, e ora che riemergono aggravate dal non aver dato ad esse soluzione dall’esito del conflitto che pretendevano si consumasse – il conflitto ti avrebbe guastato la digestione – ora, dico, ti stupisci che minaccino di metterti a soqquadro il sistemino filosofico che ti eri costruito? Tutta quella bella pedagogia che doveva far di una plebe un popolo, dandole a esempio da imitare il tizio che era riuscito a spacciarsi per datore di lavoro, in realtà prendendolo, che fine fatto dinanzi al mostro che oggi ti si para di fronte, rozzo, ignorante, aggressivo? Soprattutto: ti eri guadagnato una livrea da lacchè più bella della divisa di un ammiraglio, ti stupisci che oggi vogliano impiccarti ad un pennone? Ti confesso: rimango attonito.

Orban, Europa allo Specchio

(da Il Simplicissimus)


Scusate se oso farmi delle domande, circostanza che viola una delle leggi fondamentali della contemporaneità, ma questa faccenda del j’accuse di Bruxelles contro l’Ungheria puzza da qualsiasi parte la si rigiri, nonostante le certezze dei sempre indignati per partito preso. Lo posso fare perché questo blog ha denunciato già nel 2013, attraverso la penna di una intellettuale ungherese cosa stava accadendo a Budapest: Ungheria, prove tecniche di fascismo. Ma lo posso anche fare sulla base delle antinomie e delle contraddizioni che emergono da questa vicenda: come è possibile che a Bruxelles si condanni il regime di Orban per le limitazioni alla libertà di espressione quando quasi contemporaneamente si è approva una legge bavaglio nascondendola dietro il pretesto di arginare le major della rete? E’ certamente legittimo lamentarsi del fatto che l’Ufficio nazionale della magistratura sia stato messo sotto l’influenza politica diretta del governo, ma la dipendenza dei pubblici ministeri dal potere politico è qualcosa di diffuso in tutto il continente, salvo – per fortuna – che in Italia. Quanto agli attacchi del regime a questo o a quel magistrato ricordiamoci il ventennio berlusconiano, ma anche le polemiche in Francia sull’affaire Sarkozy. E per ciò che concerne i muri che vengono opposti alle politiche immigratorie imposte dalla Ue secondo criteri a dir poco grotteschi, esse sono ufficialmente condivise anche da altri Paesi come l’Austria e la Polonia, senza parlare del fatto che Bruxelles ha dato sei miliardi alla Turchia perché facesse da muro per i migranti.
La cosa ancor meno convincente è che tutto questo non è di ieri: la nuova costituzione che permette le cose deprecate dall’Ue è in vigore dal 2013, senza che la cosa abbia mai preoccupato più di tanto i maestrini di Bruxelles. Questi hanno cominciato a preoccuparsi quando la Banca di Ungheria è tornata sotto il controllo dello Stato e l’Fmi è stato tacitato con il pagamento anticipato del debito, tutte cose possibili grazie al fatto che l’Ungheria dispone ancora del Fiorino e non è facilmente ricattabile come la Grecia e l’Italia. Ma si è passati all’azione quando Orban ha cominciato ad attaccare direttamente Soros e la sua Central European University che rappresenta il cuore del progetto neo liberista globale: l’inatteso plebiscito ricevuto da Orban in aprile dagli elettori, ha convinto il magnate a spostare anche la sua famigerata Open Society da Bruxelles a Berlino.
Ora facciamo un apparente salto logico di qualche giorno e vediamo cosa ha detto Orban nel suo discorso a Strasburgo tenutosi prima della votazione: ha parlato di “schiaffo in faccia all’Ungheria” che “ha preso le armi contro il più grande esercito del mondo, l’esercito sovietico, e ha versato il suo sangue per la libertà”. Certo un modo un po’ strano per sottolineare l’alleanza di ferro con la Germania di Hitler, ma viste le vicende ucraine nelle quali il distacco dalla Russia viene giustificato dagli occidentali (e Soros c’entra parecchio anche in questo) con lo stesso argomento, il leader ungherese ha pensato che in qualche modo tali parole arrivassero al cuore di tenebra a quella sub cultura dell’Unione, mai esplicitata, ma in qualche modo operante al fondo di tante vicende. La testa neoliberista ci mette un attimo, come si è visto in Grecia, a galleggiare su un’anima grifagna e tirannica che si nasconde dietro un falso umanitarismo di comodo.
Del resto Viktor Orban nasce come personaggio interamente immerso in quel mondo: Il leader ungherese infatti è tutt’altro che un autoctono sarmatico, dal punto di vista culturale intendo, ma è una scheggia impazzita prodotta dal liberismo rampante degli anni ’90, l’ambiente con il quale ha tutt’ora fortissimi legami. Nell’1989, grazie a una borsa di studio della fondazione Soros, va a prendersi un master ad Oxford e l’anno dopo viene magicamente eletto nel Parlamento di Budapest; nel ’92 diviene leader di Fidesz, il partito conservatore che è tutt’oggi la prima forza politica del Paese; nel ’98 ascende per la prima volta al governo e in piena vicenda balcanica fa entrare l’Ungheria nella Nato; nel 2001 viene convocato da Bush e accetta di partecipare alla guerra infinita in Afganistan, in maniera così entusiasta da essere premiato da due organizzazioni parallele della Nato, la New Atlantic initiative e l’American enterprise institute. In seguito perde due elezioni consecutive vinte dai socialisti e torna al potere nel 2010. Qui inizia una seconda vita segnata dal rifiuto di entrare nell’euro, dalle rinazionalizzazioni (in particolare quella della banca centrale) e l’instaurazione di un regime autoritario con una legge elettorale liberticida e la Costituzione del 2013 che addirittura occhieggia alla monarchia e fa riferimento esplicito a vaste rivendicazioni territoriali.
Ora si dirà che questa frattura rispetto alle linee liberiste di Bruxelles e dell’Fmi gli dovrebbe aver alienato gli ambienti atlantisti e globalisti, anche se le previsioni di disastro economico preannunciate dai soloni economici non solo non si sono realizzate, ma l’Ungheria è uno dei Paesi del continente in cui c’è stata una crescita effettiva e non solo statistica. Però non è così: l’autoritarismo piace istintivamente alle elites economico – finanziarie e ai loro strumenti mediatici e militari: in realtà esse si sentono minacciate proprio dalla democrazia al punto che non perdono occasione di umiliarla, ridurla, disfarla nella noncuranza, salvo esportarne lo scalpo spolpato come feticcio da utilizzare nelle guerre del caos. Solo quando questo autoritarismo esce dai binari stabiliti e funzionali all’egemonia, si sottrae alle logiche globaliste o alle strategie messe a punto nei pensatoi dei ricchi, solo quando si traduce, insomma, in eresia, allora comincia il j’accuse.

Nel caso specifico Orban ha ecceduto in autonomia e sovranismo ed è per questo che la Costituzione in vigore da 5 anni e preparata, discussa, osteggiata nel totale silenzio, dai democratici ungheresi da 6, viene sanzionata solo ora come contraria ai principi europei, perché nel frattempo si è consumata una frattura ben più grave: il ritorno a logiche di cittadinanza che sia pure malamente interpretate, sono del tutto incompatibili con le visioni di una società diseguale e unicamente basata sul profitto. La società neoliberista insomma dove lo stato è solo un secondino dei poteri forti, dove non esiste una dimensione collettiva vera e propria, ma solo pulsioni individuali, attorno alle quali si addensa ciò che rimane dei diritti. Orban in fondo non è altro che l’immagine dell’ Europa oligarchica vista in uno specchio infranto, con destra e sinistra variamente invertite, dimensioni alterate, ma dove tratti e tendenze sono perfettamente riconoscibili.

Cosa si Nasconde Dietro la Legge sul Copyright

di Massimo Bordin (da Micidial.it)





[Questo pezzo di Massimo Bordin da Micidial.it è particolarmente interessante perché nella sua analisi va al di là delle solite (contraddittorie) ovvietà su snippet e compagnia bella. Nell'attuale contesto, ricordiamolo, abbiamo un Romano Prodi che sul Messaggero di oggi esalta il coraggio del Parlamento Europeo, alfiere dei diritti dei cittadini contro lo strapotere dei giganti della comunicazione, nonché di Junker, paladino di un euro in concorrenza del dollaro come valuta globale. Perché, sapete, la disaffezione dei cittadini nei confronti dell'Unione è dovuta alla troppa burocrazia e poca politica. Ecco, finalmente arrivano le decisioni politiche, il diritto d'autore e le sanzioni contro l'Ungheria, dato che, lo sanno tutti, Orban sta agendo in contrasto coi “valori” dell'Unione, la medesima Unione che ha fatto strame della sua madre morale, spirituale e culturale, la Grecia. Rallegratevi, dunque: volevate il ritorno della politica, ma questa non ci ha mai abbandonato, casomai stava affilando i suoi “valori” per poterci pugnalare meglio. (Domenico D'Amico)]

Il 12 settembre il Parlamento Europeo ad ampia maggioranza ha approvato la legge sul copyright. In Italia il Movimento 5 Stelle tuona il suo parere contrario per voce del leader Di Maio, mentre sui più blasonati giornali online si festeggia. Ufficialmente gli articoli 11 e 13, vero cuore della riforma, sembrano indirizzati a preservare i diritto d’autore, ma, come dice il poeta, “fatta la legge trovato l’inganno”.
Lascerei perdere l’idea che il pericolo stia dietro il divieto di pubblicare immagini o spezzoni di contenuti altrui sotto forma di link (chiamati snippet). Se fosse davvero tutto qua ci sarebbe solo da festeggiare: basterebbe infatti evitare di richiamare le puttanate che puntualmente scrivono le testate giornalistiche mainstream e saremo a cavallo. Anzi, messa giù così l’agonia del giornalismo prezzolato subirebbe una forte accelerazione perché le piattaforme più importanti del web come Google e Facebook si troverebbero nella condizione di impedire la divulgazione tramite modalità ipertestuale dei vari Espresso, Repubblica, Corriere, Sole24ore, Huffingtonpost, ecc. Per i blog, i canali privati di youtube e le testate giornalistiche medio-piccole sarebbe una manna caduta dal cielo di Strasburgo.
Siccome le lobby degli editori, invece, hanno fatto pressione proprio nel senso opposto a quello sopra descritto, occorre allora chiedersi che diamine nasconda questa legge.
Il trucco sta tutto negli algoritmi che facebook e google news dovranno implementare per difendere il diritto d’autore. Con ogni probabilità, Zuckerberg e amici dovranno pagare costosissimi algoritmi allo scopo di individuare tutti quei siti e post che non pagano gli editori per avere il diritto di pubblicare un loro link nella forma evoluta dello snippet. In altri termini, se possiedi un sito web che divulga informazioni, alla fine dell’iter attuativo della legge, potresti trovarti bloccato da facebook o da qualsiasi piattaforma internet. Perché?
Per il semplice fatto che queste piattaforme si saranno dotate di un algoritmo che individua i siti dotati di licenza, li lascia scaricare i contenuti, ed al contempo blocca tutti quelli che non hanno la licenza, cioè quelli che non si fanno pagare, come i piccoli blog o le piccole testate giornalistiche. Sembra non aver nulla a che fare col diritto d’autore, e infatti non ce l’ha, quello è solo il pretesto per fermare la libera informazione col trucchetto sorosiano della burocrazia.
Lo scenario peggiore è quello per il quale le grandi case editoriali, tipo l’espresso, pagano una licenza ridicola e l’algoritmo facebookiano le intercetta e le accomoda sulla piattaforma con i loro link, le immagini e tutta la compagnia cantando. Gli altri che non pagano alcuna licenza, ma che lasciano accedere GRATUITAMENTE ai contenuti da essi prodotti, potrebbero però trovarsi bloccati perché un algoritmo così elaborato da ricercare ogni singola foto, ogni musichetta da 5 secondi, ogni citazione ipertestuale, magari da wikipedia, richiede un processo troppo complicato e, al più, esageratamente costoso. Insomma, per semplificare ed abbattere i costi, facebook e google potrebbero bloccare tutta l’informazione NON-mainstream, cioè, e guarda caso, tutta l’informazione che ha sconfitto il clan dei Clinton in America, che ha favorito la Brexit ed ha consentito l’avanzata dei sovranisti nell’Europa Continentale (Italia in primis). Anche qualora un sito web di news riuscisse a rivedere la propria produzione evitando le rassegne stampa, i link e le citazioni, basterà una foto di qualche politico o di qualche incontro pubblico, magari postato agli albori del sito, per vedersi il blocco perenne delle piattaforme internazionali. Hai voglia, dopo, con l’avvocatucolo di Vergate sul Membro, a farsi ripristinare il diritto a postare su facebook avendo a che fare con interlocutori che hanno sede legale a Menlo Park in California …
Molti attivisti ripongono fiducia sull’abilità delle piattaforme di adeguare gli algoritmi in modo da rispettare solo gli snippet, oppure sulla concretezza legislativa delle singole nazioni. Oppure ancora su un cambio di leadership al parlamento Europeo, visto che verrà rinnovato nel 2019.

Comunque vada a finire questa complicata vicenda una cosa è già appurata: non c’è nessuno di più smaccatamente illiberale dei liberisti che hanno preso le redini di questo continente, oramai troppo vecchio e stupido per poter pensare a qualsivoglia unificazione, trincerato in battaglie di retroguardia e incapace di proporre un valido modello alternativo a quello dei satrapi orientali alla Xi Jinping o al bellafighismo hollywoodiano d’oltreoceano.

venerdì 14 settembre 2018

Giobbe, Toni, Ivan e la Dolce Vita


I Morti, 2000


Non mi sono chiesto perché Toni Negri si sia interessato a Giobbe (Antonio Negri, Il Lavoro di Giobbe, SugarCo 1990), dato che tutti si sono interessati a Giobbe e, vuoi o non vuoi, nel campo intellettuale Negri è un soggetto di vaglia: niente di strano che voglia dire la sua. Più interessanti le motivazioni che espone, inusualmente terra terra: le cose vanno malissimo, la vita fa schifo, interroghiamoci insieme a Giobbe sull'insensatezza del cosmo, hai visto mai che venga fuori qualcosa di inedito... Toh, il lavoro! La creazione! Il Messia! Cthulhu fhtagn!

Ora, il presupposto di Negri, che Giobbe deprivi la razionalità del suo potere operativo, in quanto il giusto si ritrova immerso in una situazione totalmente priva di senso (di senso categorizzabile, descrivibile), data l'impossibilità di individuare una dialettica tra termini ultimativamente sproporzionati (Giobbe e Dio), questo presupposto, a mio avviso, è totalmente errato.
È vero che Giobbe descrive in lungo e in largo una realtà che non solo è in contrasto con la teodicea “ortodossa” dei suoi amici (Dio premia i giusti e castiga gli empi, e se il giusto soffre è solo una cosa temporanea, egli si pentirà dei propri peccati e Dio lo colmerà di ogni bene, spirituale e materiale), ma la vanifica totalmente: non è che Dio sia cattivo, e si sia messo a premiare i malvagi e a vessare i giusti, no, le cose stanno peggio ancora, empi e pii ricevono grazie e disgrazie in maniera totalmente casuale, in assenza di un sistema sanzionatorio riconoscibile. È come se Dio non esistesse.
Ma Giobbe grida al non senso del mondo non per descriverlo, ma per contestarlo. Non abbandona la ragione (etica) in quanto resa obsoleta da un cosmo insensato e a-dialettico, al contrario, egli invoca un ristabilimento di una legalità “razionale”, vedendola come unica sua possibilità di salvezza: smettila di punirmi preventivamente (illegalità), smettila di nascondere gli eventuali indizi a mio carico (illegalità), non impedirmi di starti davanti come querelante di diritto (illegalità), insomma, rendi “ragionevole” (legale, rispondente cioè a norme condivise e comprensibili) questo procedimento contro di me, e io confido di poter dimostrare la mia innocenza. È vero che Giobbe dispera di poter ottenere giustizia, dato che nessun terzo può fare da arbitro tra lui e Dio, perché Dio è legislatore, giudice, testimone e carnefice, e non lo si può costringere a essere “giusto”, perché è lui a stabilire quello che è giusto, ma questa consapevolezza non lo fa desistere: schiacciato, come un Joseph K, da una giustizia insensata e senza forma, continua a chiedere che gli sia concesso di difendersi in un regolare processo (habeas corpus: Giobbe è un liberale ante litteram?).
Del resto, anche l'affermazione secondo cui una dialettica Giobbe-Dio sia fondamentalmente impossibile anzi, vista l'incommensurabilità dei due termini, insensata, anche questa osservazione di Negri è, di nuovo a mio avviso, totalmente errata. Dice Negri che una dialettica che può avere come esito non il superamento della contraddizione ma la distruzione di uno dei termini (in questo caso Giobbe, umano infinitamente piccolo di fronte all'infinitamente grande), si consegna all'insensato. Ma è lui stesso a osservare come Dio non abbia senso senza coorti di angeli che gli sfilano davanti, senza un satana che gli propone scommesse, e, soprattutto, senza esseri umani che lo adorino. E sottolinea anche (Negri) che Dio insiste più di una volta sulla necessità che Giobbe rimanga in vita, e si capisce: se Giobbe muore la scommessa con il satana non ha più senso, ma soprattutto non ci sarebbe più nessuno ad assistere all'epifania di Dio. Se non c'è l'essere umano a contemplare e a meravigliarsi delle sue opere, Dio perde la sua identità, magari anche la propria esistenza.
Quindi la dialettica Dio-Giobbe sussiste, eccome, proprio perché l'opzione di annichilimento di uno dei termini (Giobbe) non si pone.
E qui Negri introduce la parola “lavoro”, che sembrerebbe avere qualcosa a che fare con il “valore”, in qualche modo collegato alla teodicea retributiva (Dio premia i virtuosi e castiga i peccatori) degli amici di Giobbe, ed essendo quest'ultima falsa ne consegue anche che il “lavoro” è una cosa brutta. Ma, e ce lo aspettavamo, questo termine assume la solita, postmoderna, polimorficità. È il lavoro maledizione inflitta ad Adamo, una metafora della condizione umana (“i suoi giorni si snodano come quelli di un cottimista”), ma anche “avventura prometeica dell'uomo” (pag.106).
Negri si chiede, a questo punto, come liberare il lavoro (qualsiasi cosa ciò significhi), e indica la soluzione in un Messia della carne, della creaturalità, invocato dalle tante interiezioni “viscerali” di Giobbe.
Ora, il fatto che questi richiami al Messia-Incarnazione abbiano un pedigree autorevole non ne sminuisce l'abusività. L'invocazione per un giudice terzo, un Vendicatore, scusate se mi ripeto, sono la forma con cui Giobbe esige un ordine etico razionale che redima il difetto dell'attuale ordine retributivo (sballato e insensato). Se il continuo richiamo alla fisicità carnale di Giobbe ha un senso, è proprio questo: se non c'è giustizia per me, per questo corpo devastato ed esausto, per le sofferenze inflitte ai lavoratori, alla vedova e all'orfano, allora non c'è senso, Dio non ha senso (o, si potrebbe dire, esistenza). Di nuovo, Negri sbaglia nel voler vedere in tutto questo un approdo “altro” che lascia dietro di sé la ragione, uno schema retributivo e quant'altro. Se fosse così, andrebbe bene la soluzione prospettata in qualche punto dagli amici di Giobbe (soprattutto Elihu): vabbè, sembrerebbe che Dio non sia molto conseguente (eticamente razionale) nel premiare i giusti e punire gli empi, ma insomma, lui sa quello che fa, tu invece a che titolo vuoi contendere con lui, hai messo tu limiti agli oceani eccetera? È un espediente della teodicea che a tutt'oggi, nonostante le randellate ricevute, non si decide a emettere l'ultimo respiro. Il male? È un mistero, va' a sapere come ragiona Dio!
Negri non vede questa esigenza di razionalità etica (banalmente, di giustizia) perché è un postmoderno (anche se lui lo negherebbe), e quindi, deleuzianamente, qualsiasi cosa possa interpretare come un superamento-dismissione-allontanamento dalla ragione (o da qualcosa che gli somigli, anche solo vagamente) gli sembra positivo. Se fosse coerente con la premessa, la parabola di Giobbe dovrebbe approdare all'accettazione del totale non senso: non c'è giustizia, la sofferenza dei giusti è casuale e insensata, nessuno comanda, decide, retribuisce, non c'è dio. E non sarebbe una conclusione ingiustificata (non più dei richiami messianici di tanti interpreti del testo): in fondo Giobbe pencola molto verso il Qohelet, i suoi accenni a una nuova vita, a una resurrezione della carne, sono protocollari, è evidente che la sua concezione dello sheol è quella dell'ebraismo primitivo, una specie di aldilà appena abbozzato, un buco di cui si sa poco e niente. Questa posizione non ha nulla di religioso, tanto meno di mistico o di messianico. È una posizione pragmatica: Dio ti dice di fare certe cose (fare sacrifici a lui, aiutare i poveri eccetera), se lo fai prospererai, se no languirai e morirai. Tu scopri che le cose non vanno affatto così, e così ti ribelli, chiedi conto a Dio del suo comportamento. È impossibile, assurdo? Non ha importanza, perché non hai scelta. Lo schema retributivo razionale (eticamente) deve esistere, altrimenti... Altrimenti cosa? In realtà tutti i dettagli che affascinano Negri (la vacuità della retribuzione, Dio che ride delle sfortune degli uomini, l'impossibilità di un giudice terzo, eccetera) sono evocati da Giobbe solo come contrasto alla sua sicurezza di potersi dimostrare innocente. Giobbe non si distacca, non emigra, non va oltre la ragione distributiva, dice anzi: o la giustizia (razionale, comprensibile, condivisibile) o il nulla. Il richiamo messianico è solo retorica: ah, magari ci fosse un giudice terzo! Ah, magari potessi un giorno vivere di nuovo! Ah, magari ci fosse per me un vendicatore!
Ma siccome siamo “destrutturalisti” dobbiamo per forza superare la banalissima ragione, anche se non con la dialettica meschina “degli Hegel o degli Schelling” (pag.108), che è comunque paccottiglia razionalistica!
A questo punto un Messia è d'obbligo, ma di che si tratti non possiamo dire, perché Negri è Negri, e i concetti linguistici e metafisici si fanno fluidi e rizomatici, tutto è niente e niente è tutto. Non sorprende che il libro si concluda con un elogio degli apici dell'affabulazione post-strutturalista:
Deleuze-Guattari, nel loro formidabile «Mille Plateaux», descrivono esattamente le dinamiche che seguono la crisi metafisica (di superamento, della dialettica) nella modernità. Il limite superiore del mondo, l'assunta impossibilità di trascendimento, aprono orizzonti indefiniti, canali di scorrimento massicci. Il metodo e il processo, il rizoma e il flusso divengono le chiavi di un discorso sulla modernità. Nessuna presunzione di cogliere immanenti costituzioni della soggettività: ma, d'altra parte, il sempre nuovo riproporsi di insiemi, di limiti, di ritornelli dell'essere, di nodi di cooperazione e di espressione, che – disincarnati – sul limite, sull'incrocio, nella costellazione ritrovano carne – oggettivati, nella tragedia ritrovano determinazione soggettiva.” (pag.157)

Come si vede, lo spostamento e il superamento sono valori in sé: un po' come i personaggi di Kerouac, il filosofo sente l'impulso di spostarsi, di stare sul margine, di cavalcare il flusso, proiettato verso un “it” totalmente privo di connotati, probabilmente solo sognato (o allucinato).

Come dicevo all'inizio, non mi sono chiesto come mai Toni Negri si interessasse a Giobbe, ma piuttosto (cedendo alle mie idiosincrasie, lo ammetto): perché Giobbe e non Ivan Karamazov?
L'interrogativo può sembrare pretestuoso: non lo è.
Tra le tante cose che il discorso di Ivan (contenuto nei capitoli III e IV del Libro Quinto dei Fratelli Karamazov) è e può essere, c'è anche il suo aspetto di “risposta a Giobbe”. Ivan fa letteralmente tabula rasa di qualsiasi teodicea, razionalistica o misticheggiante che sia, non confutandola ma rendendola umanamente indecente. Non a caso, nessuno è riuscito a dare una “risposta a Ivan”, se non rifugiandosi nel Mistero o aggrappandosi di nuovo a qualche brandello di teodicea, o semplicemente fraintendendo il suo discorso (di solito ricorrendo al trucco di concentrarsi sulla Leggenda del Grande Inquisitore, facendo finta che il resto non esista).
Il fatto è che il discorso di Ivan riesce davvero a sfondare i limiti del linguaggio e della razionalità, non virtualmente come nel chiacchiericcio post-strutturalista, e quindi ci sarebbe ben poco carburante per una macchina desiderante (con alla guida un corpo senza organi), qui Dostoevskij va oltre Giobbe, e oltre c'è solo il nulla.

Non sorprende, perciò, che si discuta di Giobbe e non di Ivan. Il dolore di Giobbe, essendo “socializzabile” (pag.132), offre una via di redenzione agli esseri umani, preconizza un Messia che può essere anche marxiano, mentre la ribellione di Ivan non apre a nessuna forma di riscatto.
La potenza è istaurata nel dolore, è potenza del non essere, è potenza della comunità – un'essenza inconclusa entro un processo indefinitivamente creativo.” (pag.133)

Cos'è questa, se non l'ennesima teodicea che vuole rendere la sofferenza “comprensibile”? Negri cavalca l'onda che porta lontano dalla ragione e dal senso, solo per imboccare, attraverso la porta del messianismo, la strada della vecchia sofferenza “istruttiva”, anche se con termini più barocchi. Bel paradosso.
Inoltre, Negri non accenna minimamente all'osservazione che farebbe Ivan: ah, certo, Giobbe viene restituito alla sua antica prosperità, tante greggi, tanti figli, tre figlie (naturalmente bellissime), e un pacco di soldi... E quelli di prima, i guardiani, i dipendenti di Giobbe massacrati nelle razzie? I poveri armenti periti in disastri mirati (dal satana scommettitore)? Tutta la prole sterminata (ah, queste case fatte col cemento della mafia!)? Quelle tre figlie, altrettanto belle, altrettanto virtuose, sono morte ingiustamente o no?
Sono domande ingenue e anacronistiche, certo, e allora? Ivan direbbe che nessuna ricchezza, nessuna figliolanza, nessun nuovo bestiame potranno mai compensare gli operai, i figli, le bestie sterminate ingiustamente. La redenzione è impossibile, anzi peggio, inaccettabile. Negri ha sacrosantamente ragione a sottolineare il carattere decisivo della visione diretta di Dio da parte di Giobbe. Questo cambia tutto, certo.
In peggio.
Giobbe conosce Dio faccia a faccia, e nell'interpretazione di Negri arriva a essere tutt'uno con la stessa Creazione (una conoscenza assoluta che significa diventare la cosa conosciuta). Ma questo non cancella l'ingiustizia. Quei morti, quel dolore restano irriscattabili.
Al posto di Giobbe, Ivan avrebbe detto:
Ti ho conosciuto faccia a faccia,
e ora taccio, mi copro di cenere e mi pento delle mie parole,
riconosco la tua gloria e la tua grandezza,
ma lasciami nella mia miseria, alle mie piaghe,
all'irrisione dei monelli,
non voglio armenti, non voglio pezzi d'oro, non voglio altri figli e figlie.
E ti volgo le spalle.
Ti ho visto, e ora distolgo da te il mio sguardo.”

Perché, come dice Lear:
Perché deve
Aver vita un cavallo, un cane, un topo,
E tu neanche un respiro? Tu non ritornerai,
Mai più, mai più, mai più, mai più, mai più.”


Annotazione poco seria:

Dio si manifesta direttamente a Giobbe, e tra le sue sublimi creazioni gli indica il Leviatano, mostro marino di proporzioni enormi, e dice, sarcasticamente (40, 30-31):
Lo metteranno in vendita le compagnie di pesca,
se lo divideranno i commercianti?
Crivellerai di dardi la sua pelle
e con la fiocina la sua testa?

Insomma, Yahweh non ha letto Moby Dick.

Annotazione più che seria:

Giobbe, di solito, viene considerato un giusto per default, infatti tutte le speculazioni e discussioni e interpretazioni partono dal dato di fatto che Giobbe sia un virtuoso che soffre ingiustamente e che per questo chiede ragione a Dio. Elifaz insinua che Giobbe si meriti le sue sventure per atti malvagi commessi in prima persona, e non come uomo genericamente peccatore al cospetto di Dio (22, 6-9), ma si presume che lo dica per eccesso di zelo teologico.
E tuttavia, c'è un momento in cui Giobbe (che aiuta i poveri, le vedove, che si comporta con equità perfino coi suoi schiavi) nomina una categoria di persone che sembra escludere dalla sua pietà (30, 1-10):
Ora invece si ridono di me
i più giovani di me in età,
i cui padri non avrei degnato
di mettere tra i cani del mio gregge.
Anche la forza delle loro mani a che mi giova?
Hanno perduto ogni vigore;
disfatti dalla indigenza e dalla fame,
brucano per l'arido deserto,
da lungo tempo regione desolata,
raccogliendo l'erba salsa accanto ai cespugli
e radici di ginestra per loro cibo.
Cacciati via dal consorzio umano,
a loro si grida dietro come al ladro;
sì che dimorano in valli orrende,
nelle caverne della terra e nelle rupi.
In mezzo alle macchie urlano
e sotto i roveti si adunano;
razza ignobile, anzi razza senza nome,
sono calpestati più della terra.
Ora io sono la loro canzone,
sono diventato la loro favola!
Hanno orrore di me e mi schivano
e non si astengono dallo sputarmi in faccia!

Chi sono questi reietti? Sono contadini e allevatori che si sono indebitati e si sono “dati alla macchia” per evitare il peggio. Come dice David Graeber nel suo Debito, I Primi 5000 Anni (pag.92):
Sembra che l’economia dei regni ebraici, al tempo dei profeti, cominciasse a sviluppare le stesse crisi del debito, da tempo frequenti in Mesopotamia: specialmente negli anni del cattivo raccolto, il povero si indebitava con il ricco o con i ricchi prestatori di denaro della città, che iniziavano a togliere loro il titolo di proprietà sulla terra, divenendone proprietari, mentre i loro figli e figlie venivano portati via a integrare la servitù nelle abitazioni dei creditori, o per essere addirittura venduti come schiavi.

Da queste situazioni insanabili (come il debito greco) derivò l'idea del Giubileo.
Quello che è curioso, però, è che Giobbe, che altrove nel testo deplora la situazione dei lavoratori sfruttati, dei poveri, degli orfani, delle vedove, non abbia che parole di disgusto verso questi paria fiscali (magari lui era uno dei suddetti prestatori), ma ancora di più stupisce che i post-strutturalisti di sinistra (foucaultiani o meno), con le loro simpatie metafisiche per il marginale, l'outcast, il delinquente, abbiano ignorato questo lumpenproletariat biblico.