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martedì 18 settembre 2012

Il Mito dell'Insolvenza del Giappone

...e la bufala del "decennio perduto": il più grande “debitore” del mondo è adesso il più grande creditore del mondo
 
di Ellen Hodgson Brown (da Dissident Voice)
traduzione di Domenico D'Amico

L'enorme debito pubblico del Giappone nasconde un enorme beneficio per il popolo giapponese, il che insegna molto sulla crisi debitoria degli USA.

In un articolo pubblicato su Forbes nell'aprile del 2012, intitolato “Se il Giappone È insolvente, Come Mai Sta Soccorrendo Economicamente l'Europa?”, Eamon Fingleton faceva notare come il Giappone sia il paese, al di fuori dell'Eurozona, che abbia dato di gran lunga il maggior contributo all'ultima operazione di salvataggio finanziario dell'Euro. Si tratta, scrive, dello “stesso governo che è andato in giro facendo finta di essere in bancarotta (o perlomeno, che ha evitato di opporsi sul serio quando ottusi commentatori americani e britannici hanno dipinto le finanze pubbliche giapponesi come un totale disastro).” Osservando che fu sempre il Giappone, praticamente da solo, a salvare il FMI al culmine del panico globale del 2009, Fingleton domanda:

Com'è possibile che una nazione il cui governo si suppone sia il più indebitato tra i paesi avanzati si permetta tanta generosità? (…) L'ipotesi è che la vera finanza pubblica del Giappone sia molto più solida di quanto la stampa occidentale ci abbia fatto credere. Quello che non si può negare è che il Ministero delle Finanze giapponese sia uno dei meno trasparenti del mondo...”

Fingleton riconosce che i passivi del governo giapponese sono ingenti, ma dice che dovremmo guardare anche all'aspetto patrimoniale del bilancio:

[I]l Ministero delle Finanze di Tokyo ottiene sempre più prestiti dai cittadini giapponesi, ma non per pazze spese statali in patria, bensì all'estero. Oltre a rimpolpare il piatto per far sopravvivere il FMI, Tokyo è ormai da tempo il prestatore di ultima istanza sia del governo statunitense sia di quello britannico. E intanto prende in prestito denaro con un tasso di appena l'1% in dieci anni, il secondo tasso più basso del mondo dopo quello svizzero.”

Per il governo giapponese è un buon affare: può farsi prestare denaro all'1% in dieci anni, e prestarlo agli USA a un tasso dell'1,6 (il tasso attuale dei titoli USA a dieci anni), con un discreto margine di guadagno.
Il rapporto debito/PIL del Giappone è quasi del 230%, il peggiore tra i più grandi paesi del mondo. Eppure il Giappone resta il maggior creditore del mondo, con un netto di bilancio con l'estero di 3.190 miliardi di dollari. Nel 2010 il suo PIL pro capite era superiore a quello di Francia, Germania, Regno Unito e Italia. Inoltre, anche se l'economia della Cina è arrivata, a causa della sua popolazione in progressivo aumento (1,3 miliardi contro 128 milioni), a superare quella del Giappone, i 5.414 dollari di PIL pro capite dei cinesi è solo il 12% dei 45.920 dei giapponesi.
Come si spiegano queste anomalie? Un buon 95% del debito pubblico giapponese è detenuto all'interno del paese, dagli stessi cittadini.
Oltre il 20% del debito è in possesso della Japan Post Bank [1], dalla Banca centrale e da altre istituzioni statali. La Japan Post è la più grande detentrice di risparmio interno del mondo, e gli interessi li versa ai suoi clienti giapponesi. Anche se in teoria è stata privatizzata nel 2007, è pesantemente influenzata dalla politica, e il 100% delle sue azioni è in mano pubblica. La Banca centrale giapponese è posseduta dallo stato per il 55%, ed è sotto il suo controllo per il 100%.
Del debito rimanente, oltre il 60% è detenuto da banche giapponesi, compagnie assicurative e fondi pensione. Un ulteriore porzione è in mano a singoli risparmiatori. Solo il 5% è detenuto all'estero, per lo più da banche centrali. Come osserva il New York Times in un articolo del settembre 2011:

Il governo giapponese è pieno di debiti, ma il resto del Giappone ha denaro in abbondanza.”

Il debito pubblico giapponese è il denaro dei cittadini. Si possiedono l'un l'altro e ne raccolgono insieme i frutti.

I Miti del Rapporto Debito/PIL in Giappone

Il rapporto debito pubblico/PIL del Giappone sembra davvero pessimo. Ma, come osserva l'economista Hazel Henderson, si tratta solo di una questione di procedura contabile – una procedura che lei e altri esperti ritengono fuorviante. Il Giappone è leader mondiale in parecchi settori della produzione di alta tecnologia, inclusa quella aerospaziale. Il debito che compare sull'altra colonna del suo bilancio rappresenta il premio riscosso dai cittadini giapponesi per tutta questa produttività.
Secondo Gary Shilling, in un suo articolo su Bloomberg del giugno 2012, più della metà della spesa pubblica giapponese va in servizi al debito e previdenza sociale. Il servizio al debito viene erogato sotto forma di interessi ai “risparmiatori” giapponesi. La previdenza e gli interessi sul debito pubblico non vengono inclusi nel PIL, ma in realtà si tratta della rete di sicurezza sociale e dei dividendi collettivi di un'economia altamente produttiva. Sono questi, più dell'industria bellica e dei “prodotti finanziari” che costituiscono una grossa parte del PIL degli USA, i veri frutti dell'attività economica di una nazione. Per quel che riguarda il Giappone, rappresentano il godimento da parte dei cittadini dei grandi risultati della loro base industriale ad alta tecnologia.
Shilling scrive:

Il deficit statale si suppone serva a stimolare l'economia, eppure la composizione della spesa pubblica giapponese, sotto questo aspetto, non sembra molto utile. Si stima che il servizio al debito e la previdenza – in genere non uno stimolo per l'economia – consumeranno il 53,5% della spesa per il 2012...”

Questo è quello che sostiene la teoria convenzionale, ma in realtà la previdenza e gli interessi versati ai risparmiatori interni stimolano, eccome, l'economia. Lo fanno mettendo denaro in tasca ai cittadini, incrementando così la “domanda”. I consumatori che hanno soldi da spendere riempiono i centri commerciali, incrementando così gli ordini di ulteriori merci, e spingendo in su produzione e occupazione.

I Miti sull'Alleggerimento Quantitativo

Una parte del denaro destinato alla spesa pubblica viene ottenuto direttamente “stampando moneta” per mezzo della banca centrale, procedura nota anche come “alleggerimento quantitativo” [Quantitative easing]. Per più di un decennio la Banca del Giappone ha seguito questa procedura; e tuttavia l'iperinflazione che secondo i falchi del debito si sarebbe dovuta innescare non si è verificata. Al contrario, come osserva Wolf Richter in un articolo del 9 maggio 2012:

I giapponesi [sono] infatti tra i pochi al mondo a godersi una vera stabilità dei prezzi, con periodi alternati di piccola inflazione o piccola deflazione – l'opposto di un'inflazione al 27% su dieci anni che la Fed si è inventata chiamandola, demenzialmente, 'stabilità dei prezzi'”.

E cita come prova il seguente grafico diffuso dal Ministero degli Interni giapponese:


Com'è possibile? Dipende tutto da dove va a finire il denaro prodotto con l'alleggerimento quantitativo. In Giappone, il denaro preso in prestito dallo stato torna nelle tasche dei cittadini sotto forma di previdenza sociale o interessi sui loro risparmi. I soldi sui conti bancari dei consumatori stimolano la domanda, stimolando la produzione di beni e servizi, facendo aumentare l'offerta. E quando domanda e offerta aumentano insieme, i prezzi restano stabili.

I Miti sul “Decennio Perduto”

La finanza giapponese si è a lungo ammantata di segretezza, forse perché quando il paese era maggiormente disposto a stampare denaro per sostenere le proprie industrie, si è fatto coinvolgere nella II Guerra Mondiale. Nel suo libro del 2008, In the Jaws of the Dragon, Fingleton suggerisce che il Giappone abbia simulato l'insolvenza del “decennio perduto” degli anni 90 per evitare di incorrere nell'ira dei protezionisti americani a causa delle sue fiorenti esportazioni di automobili e altre merci. Smentendo le pessime cifre ufficiali, durante quel decennio le esportazioni giapponesi aumentarono del 75%, ci fu un incremento delle proprietà all'estero, e l'uso di energia elettrica aumentò del 30%, segnale rivelatore di un settore industriale in espansione. Arrivati al 2006, le esportazioni del Giappone erano diventate il triplo rispetto al 1989.
Il governo giapponese ha sostenuto la finzione di adeguarsi alle norme del sistema bancario internazionale, prendendo “in prestito” il denaro invece di “stamparlo” direttamente. Ma prendere in prestito il denaro emesso da una banca centrale proprietà dello stesso governo è l'equivalente pratico di un governo che il denaro se lo stampi, in particolare quando il debito continua a rimanere nei bilanci ma non viene mai ripagato.

Implicazioni per il “Precipizio Fiscale” [2]

Tutto questo ha delle implicazioni per gli americani preoccupati per un debito pubblico fuori controllo. Adeguatamente guidato e gestito, a quanto pare, il debito non deve far paura. Come il Giappone, e a differenza della Grecia e degli altri paesi dell'Eurozona, gli USA sono gli emittenti sovrani della propria valuta. Se lo volesse, il Congresso potrebbe finanziare il proprio bilancio senza ricorrere a investimenti esteri o banche private. Potrebbe farlo emettendo direttamente moneta o facendosela prestare dalla propria banca centrale, a tutti gli effetti a zero interessi, dato che la Fed versa allo stato i suoi profitti dopo averne sottratto i costi.
Un po' di alleggerimento quantitativo può essere positivo, se il denaro arriva allo stato e ai cittadini piuttosto che nelle riserve bancarie. Lo stesso debito pubblico può essere una cosa positiva. Come testimoniò Marriner Eccles, direttore della Commissione della Federal Reserve, in un'audizione davanti alla Commissione Parlamentare Bancaria e Valutaria [ House Committee on Banking and Currency] nel 1941, il credito dello stato (o il debito) “è ciò in cui consiste il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fosse il debito, non ci sarebbe nemmeno denaro”.
Adeguatamente gestito, il debito pubblico diventa il denaro che i cittadini possono spendere. Stimola la domanda, finendo per stimolare la produttività. Per mantenere il sistema stabile e sostenibile, il denaro deve avere origine dallo stato e i suoi cittadini, e finire nelle tasche del medesimo stato e dei medesimi cittadini.


Ellen Brown è avvocato a Los Angeles e autrice di 11 libri. In Web of Debt: The Shocking Truth about Our Money System and How We Can Break Free, mostra come un monopolio bancario abbia usurpato il potere di emettere valuta, sottraendolo alla sovranità del popolo, e come il popolo possa riappropriarsene. Altri articoli di Ellen Brown. Il suo sito personale.

note del traduttore

[1] Le poste giapponesi, pur diventando un vero e proprio istituto di credito, a differenza di altre banche commerciali ha come attività principale il risparmio. [Wikipedia]
[2] “Fiscal Cliff: letteralmente “rupe fiscale” ma reso in italiano anche con “precipizio”, il “fiscal cliff” indica il doppio impasse che dovranno affrontare gli Stati Uniti alla fine di quest'anno, quando scadranno gli incentivi fiscali introdotti nell'era Bush e si dovrà trovare un accordo sul tetto al debito Usa per evitare tagli automatici alle spese e aumenti delle tasse. Il fiscal cliff potrebbe esercitare pressioni significative sulla crescita Usa nei primi mesi del prossimo anno. Nel peggiore dei casi si rischierebbe anche una nuova recessione. Di qui la minaccia delle agenzie di rating (ultima ieri Fitch) di abbassare il giudizio sulla solvibilità degli Stati Uniti in caso di mancato accordo al Congresso. [Il Sole 24 Ore – 30 agosto 2012]

lunedì 16 luglio 2012

La povertà nel mondo è diminuita? Le manipolazioni della Banca mondiale


di Vicenç Navarro* (da Investig'Action via Marx21)
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

  
Qualche settimana fa [aprile 2012] la Banca Mondiale ha pubblicato un breve comunicato stampa di sei pagine, che ha fatto scorrere molto inchiostro. La Banca mondiale segnalava che, malgrado la recessione mondiale, la povertà estrema era diminuita nel mondo. Il titolo del comunicato stampa riassumeva tutto: «Nuove stime rivelano una diminuzione della povertà estrema per il periodo dal 2005 al 2010».

Inutile dire che i principali mezzi d'informazione del mondo occidentale, di sensibilità liberale e avidi di buone notizie, hanno ripreso ampiamente il dispaccio. I più grandi quotidiani e settimanali del mondo hanno pubblicato articoli gridando all'unisono la buona notizia. Il titolo del New York Times era rappresentativo: «La povertà mondiale diminuisce malgrado la recessione economica mondiale». Titoli simili sono apparsi sui grandi media, specialmente sulla stampa economica liberale, dal Financial Times passando per The Economist.
Quest'ultimo, con l'esagerazione che lo caratterizza, ha indicato che «per la prima volta il numero dei poveri è diminuito in tutto il mondo». Evidentemente, come si sarebbe potuto prevedere, i mezzi d'informazione dominanti in Spagna hanno ripreso l'informazione con la stessa esultanza.

Il problema di tutta questa mobilitazione mediatica è che i dati, ivi compresi i dati della stessa Banca mondiale, non riflettevano questa realtà. Lo studio della Banca mondiale verte sull'evoluzione della povertà estrema durante il periodo 1981-2008. Pertanto l'ultimo anno analizzato è il 2008, primo anno della recessione. Infatti, nel 2008 la recessione era appena cominciata. Dallo studio della Banca mondiale non si può quindi concludere che la povertà sia diminuita malgrado la recessione, come indicato dalla maggior parte dei media. In realtà, la crisi e la recessione sono iniziate nel 2008 e si intensificano in numerose parti del mondo. Per arrivare alla conclusione a cui sono giunti i media, si sarebbe dovuto focalizzare lo studio sugli anni 2008-2012 e vedere se la povertà fosse diminuita durante questo periodo. La Banca mondiale non ha realizzato un tale studio.

Ciò che la Banca mondiale ha realmente fatto è una stima del calo della povertà per il periodo 2008-2010, stima basata non su dati reali, bensì su dati calcolati secondo molteplici presupposti, taluni dei quali devono essere rimessi seriamente in discussione. Le stime della Banca mondiale sono di fatto note per la loro «creatività», che conduce a valutazioni e proiezioni di scarsa credibilità nella comunità scientifica. Gli unici dati esatti, e non supposizioni, dello studio della Banca mondiale terminano nel 2008, quando la recessione era appena all'inizio.

Inoltre il rapporto della Banca mondiale commette un altro errore che, come il precedente, permette di giungere ad un'errata conclusione. Vi si analizza quanta gente viva nel mondo con meno di 1,25 dollari al giorno e si quantifica come questa cifra si sia evoluta durante il periodo 1981-2008. Secondo i calcoli dello studio, vi erano 662 milioni di persone in meno che vivevano in queste condizioni nel 2008 rispetto al 1981. Da questo si è tratta la conclusione che la povertà fosse diminuita a livello mondiale. Dato che questo periodo è stato soprattutto liberista, ovvero che la maggior parte dei Paesi del mondo, sotto la pressione del FMI e della Banca mondiale, hanno seguito politiche neoliberiste, questa diminuzione è presentata come la prova del grande successo di tali politiche. Si sono visti pubblicare diversi articoli di celebri economisti liberali (in realtà, neoliberisti), che cantavano le lodi del neoliberismo. Ma una tale euforia ignora alcuni fatti elementari.

Uno di questi è che la maggior parte della diminuzione della percentuale di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno si concentra in Cina (e, al secondo posto, in India). Ora la Cina non ha seguito le politiche neoliberiste nel suo processo di sviluppo. Diversamente dal buon senso convenzionale neoliberista degli USA e dell'Unione europea, lo Stato cinese è altamente interventista, con (un esempio fra gli altri) un controllo totale della banca pubblica e del credito. In India la situazione è simile. Al di fuori di questi due Paesi, la percentuale della popolazione che vive in estrema povertà aumenta, anzichè diminuire, particolarmente nei Paesi che hanno seguito con maggiore docilità le ricette neoliberiste.

Quanto agli altri Paesi interessati dal calo di povertà, come per esempio il Venezuela, il Brasile, l'Argentina e altri Paesi dell'America latina, tale diminuzione della povertà è dovuta appunto alla rivolta contro le politiche neoliberiste. Rompendo con queste ultime, le politiche di questi Paesi sono più interventiste e di orientamento ridistributivo, con una partecipazione attiva dello Stato nell'attività economica. Come mostrano i rapporti pubblicati dal «Center for Economic and Policy Research» di Washington, le conseguenze del neoliberismo nel mondo in termini di sviluppo sono negative. I tassi di crescita economica e di produzione d'impiego sono stati più importanti nei Paesi che hanno ignorato le posizioni neoliberiste che in quelli che le hanno seguite. Infatti, uno dei Paesi che ha conosciuto la più grande diminuzione della povertà è proprio il Venezuela, sotto il governo di Hugo Chavez, demonizzato dai media spagnoli a grande diffusione.

Ma il più grande problema del rapporto della Banca mondiale è la definizione stessa che essi dànno della povertà estrema, utilizzando come indicatore il consumo di 1,25 dollari USA come soglia di povertà. Certamente utilizzare 1,25 dollari USA non significa che, nel mondo, sono poveri coloro che consumano meno di 1,25 dollari per abitante. Una simile somma, in dollari USA, potrebbe assere una quantità rispettabile di denaro per un Paese povero. La soglia di povertà estrema non si colloca a 1,25 dollari USA nei Paesi in via di sviluppo. La vera soglia di povertà estrema è piuttosto il potere d'acquisto in moneta locale il cui valore è paragonabile ad un potere d'acquisto di 1,25 dollari negli USA.

Come perfettamente dimostrato da Robin Broad e John Cavanagh nel loro libro Development Redefined. How the Market met it Match, questo indicatore è semplicistico ed estremo. In effetti, esso non tiene conto dei beni di consumo che non sono commercializzati. Per esempio, due Paesi possono essere sulla soglia di 1,25 dollari al giorno per abitante, e tuttavia quello che ha abbondanza di servizi pubblici sarà meno povero di quello che non detiene tali servizi. Il fatto è che la Banca mondiale non valorizza i servizi pubblici, ma piuttosto il settore privato. In tal modo, un simile indicatore sottovaluta deliberatamente l'effetto positivo dei servizi pubblici per quanto riguarda la riduzione della povertà in un Paese.

Ricapitolando, il neoliberismo è un fallimento, anche se la Banca mondiale ed il FMI cercano di salvarlo. Esso ha un impatto devastante sulla povertà e la crisi sta per accentuare ancor più questa situazione. La Spagna è un esempio lampante dei danni del neoliberismo. La povertà si è accentuata e non ridotta. Scrivere il contrario è propaganda neoliberista, tanto più quando si cerca di occultare questa realtà con studi, i quali di scientifico hanno solo l'apparenza.

* Vincenç Navarro, professore di politica [strategia] pubblica presso le università Pompeu Fabra e The Johns Hopkins University

sabato 24 marzo 2012

I tremila prigionieri politici a Cuba del vaticanista di Sky Stefano Maria Paci

da Giornalismo partecipativo


Sto cercando di capire da dove il vaticanista di SKY tiri fuori la notizia che ripete da giorni a ogni SkyTG24 per la quale, per opera della chiesa cattolica, in occasione della visita del Papa sarebbero stati liberati a Cuba la bellezza di tremila prigionieri politici.
Caspita, sto tutto il giorno qui a studiare di America latina ma questa mi era sfuggita! Per avere una versione neutra su questi temi chi scrive va sempre per prima cosa a vedere l’ultimo rapporto di Amnesty che per Cuba si trova a questo link. Non viene identificato un numero definitivo di prigionieri di coscienza ma quello che appare sicuro è il numero di undici (11).

A questi potrebbero aggiungersi alcune altre unità secondo la stessa Amnesty, arrivando intorno alla ventina. Venti di troppo probabilmente, ma sempre venti rispetto alle centinaia di prigionieri politici in Messico da dove Paci parla e dei quali chissà perché non fa parola. Per arrivare a tremila ne mancano duemilanovecentottanta!
Altre fonti, meno neutre di Amnesty, sul numero dei prigionieri politici a Cuba si spingono intorno all’ottantina. Mettiamo pure che tali fonti siano tutte comuniste come l’Economist e il Financial Times per Berlusconi. Vogliamo raddoppiare? Triplicare? Resta il fatto che in ogni SkyTg24 viene ripetuta gratuitamente una notizia falsa e tendenziosa che Stefano Maria Paci ha letto di fretta chi sa dove e, pur essendo il tema dei diritti umani straordinariamente importante, riporta senza alcuna seria verifica professionale.
Eppure sarebbe stato facile verificare. Restiamo sempre alle fonti giornaliste mai tenere con Cuba. Il quotidiano La Repubblica lo scorso dicembre pubblicava la notizia dell’amnistia a Cuba che fin dal titolo riporta: Amnistia, Cuba libera 2.991 detenuti. Tra loro cinque prigionieri politici. Cinque prigionieri politici, gli altri sono persone condannate per reati comuni. Di tremila prigionieri politici liberati a Cuba per la visita del Papa (a quanto mi risulta) parla solo il sito Attualissimo, non proprio una perla di autorevolezza giornalistica. Milioni di italiani pagano un salato canone mensile a Sky per avere come fonte del principale canale all-news italiano “Attualissimo”? "Accuracy, Accuracy, Accuracy" diceva Pulitzer… traducetelo per Paci…

lunedì 20 febbraio 2012

SOCIAL MEDIA "TACTICAL INTELLIGENCE COLLECTION": l'uso di Facebook e Twitter per lo spionaggio e la propaganda



Traduzione per DoppioCieco di Franco Cilli

Un nuovo studio del Consiglio Mediterraneo per gli Studi di Intelligence '(MCIS) nell'Annuario 2012 degli studi di intelligence, indica l'uso dei social media come "la nuova frontiera della ricerca tattica open source dell'intelligence ". Fitsanakis Joseph di IntelNews.org, che è coautore dello studio, riporta quanto segue:

Nel nostro studio mettiamo in evidenza come Facebook, Twitter, YouTube, e una miriade di altre piattaforme di social networking siano sempre più considerate dalle agenzie di intelligence, come canali di acquisizione di informazioni preziose. Noi basiamo i nostri risultati su tre ricerche recenti, che riteniamo evidenzino in modo chiaro l'uso da parte dell'intelligence dei social networks. (Joseph Fitsanakis: l'uso crescente da parte delle spie di Facebook e Twitter per raccogliere dati, intelNews.org 13 febbraio 2012)
Ciò che lo studio trascura di menzionare tuttavia, è l'uso dei social media da parte degli organismi di intelligence per altri scopi. Lo studio ci porta a credere che i social media siano solo uno strumento di raccolta di informazioni, quando in realtà, una serie di relazioni hanno dimostrato che essi vengono largamente utilizzati a scopi propagandistici, compresa la creazione di false identità a sostegno di operazioni segrete. Tali pratiche sono discusse nell'articolo “Army of Fake Friends Social Media to Promote Propaganda, Social Media”: dove viene descritto come l'Air Force abbia commissionato un software per gestire un esercito di persone virtuali e come il Pentagono cerchi di manipolare i Social Media per scopi propagandistici, pubblicato su Global Research nel 2011.

Lo studio MCIS si basa in parte sulla "primavera araba", un contesto di riferimento che avrebbe "indotto il governo degli Stati Uniti a sviluppare delle linee guida per il filtraggio di informazioni provenienti dai social media network". (Ibid.)

Ancora una volta, questo elemento non tiene conto del fatto che il governo degli Stati Uniti fornisce "un addestramento per attivisti" a cittadini stranieri per destabilizzare il loro paese di origine. Questa tattica è descritta in maniera dettagliata nel più recente articolo di Tony Cartalucci, l'Egitto: Agitatori in prova finanziati dagli USA. USA = promozione della democrazia = finanziamento dei moti di sedizione all'estero

La "Cyber ​​dissidenza" è patrocinata tra gli altri dalla CIA legata alla Freedom House. Il primo degli eventi dell'Insitute Human Freedom di Bush, cosponsorizzato dalla Freedom House è stato intitolato “Conferenza sui cyber dissidenti: successi e sfide globali".

La Conferenza sui cyber-dissidenti si è focalizzata sulle attività, sui metodi, sul coraggio e sulle realizzazioni di otto oratori dissidenti, provenienti da sette nazioni. Cinque di queste nazioni sono paesi considerati “non liberi” secondo i criteri della Freedom House: Cina, Cuba, Iran, Siria e Russia. Altre due sono nazioni dove la libertà è considerata in pericolo ("parzialmente libere" in base agli stessi criteri della Freedom House), a causa della concentrazioni di troppo potere nella mani di una sola persona, come in Venezuela, o a causa della minaccia di gruppi terroristici interni, come in Colombia. (Conferenza sui cyber dissidenti: Successi e sfide globali, The George W. Bush Presidential Center)

Paesi in cui la libertà è stata “abrogata" e che sono alleati degli Stati Uniti, come il Bahrain o l'Arabia Saudita, non vengono elencati. L'unico alleato degli Stati Uniti che rientra nella lista degli osservati speciali è la Colombia, ma solo perché la sua libertà è minacciata da gruppi terroristici, e non dal suo Governo. Vale la pena notare che il governo colombiano è stato accusato di spiare i suoi giornalisti e la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (CIDH) afferma a chiare lettere la libertà di espressione 'esiste a mala pena' in Colombia.
L'obiettivo dell'addestramento per attivisti da parte degli USA e di destabilizzare i nemici dell'America nel nome della libertà. “ La Cyber dissidenza” è a sua volta utilizzata dalle agenzie di intelligenze per operazioni segrete. 

venerdì 10 febbraio 2012

Fulvio Grimaldi dalla Siria

da stampalibera

La propaganda sta alla democrazia, come il randello sta a uno Stato totalitario. (Noam Chomsky)Per un fascista il problema non è mai quello di presentare la verità al pubblico, ma come utilizzare al meglio l’informazione per convincere il pubblico a dare al fascista e al suo gruppo più denaro e più potere.(Henry Wallace)
Il popolo americano è libero di fare esattamente ciò che gli si ordina. (Ward Churchill)
L’impegno per finire presto il montaggio del film su Siria e guerre Usa negli ultimi vent’anni non mi permette di fare grandi chiacchiere su quanto accade tra la guerra interna contro di noi e quella esterna contro i popoli del Medio Oriente  condotte dalla stessa cupola di narcofascisti. Che siamo nella stessa bratta, affogativi dallo stesso nemico, con la vitale necessità di  urgente e indispensabile unità tra noi pensionati, contadini, ambientalisti, operai, studenti, Forconi, precari, cacciati da lavoro o casa, sventrati da destra e sinistra, addirittura rastrellati in retate, ma già un po’ forconizzati, e i libici, i siriani, gli iracheni, gli assopiti palestinesi e tanto altro Sud del mondo, che siamo alla resa dei conti finale, lo hanno capito gli Occupy dell’Occidente, compresi quei ragazzi che ieri a migliaia hanno manifestato a Londra contro le minacce e aggressioni a Siria e Iran. Su questo, invece, da noi tutto tace.
Intanto i media con l’elmetto strombazzano di rivolte armate in atto e di sanguinarie repressioni nella cinta periferia di Damasco. Può darsi. Ma dicevano le stesse cose di Damasco e Homs quando giracchiavo da quelle parti io. E tutto era calmo. Comunque, da fonte diretta apprendo che è in atto un’operazione di stanamento dei mercenari e islamisti armati da parte della forze di sicurezza. A Jamarana, Duma, Harasta, roccaforti dei fanti Nato-Qatar, la notte scorsa si sentivano spari. Due RPG sono stati sparati contro il convento dove suore cattoliche curano un orfanatrofio. Si sta avverando quanto un parrocco del quartiere di Bab Duma, nella Damasco vecchia temeva, insieme ai suoi fedeli, in massima parte profughi  dalla caccia ai cristiani messa in atto dagli sciti del regime di Baghdad: che l’integralismo islamico e Al Qaida, scatenati dagli emiri e dalla Nato, riducono la Siria libera, laica, progressista e multiconfessionale in un dittatura della Sharìa.Quello che invece i cortigiani embedded non strombazzano sono le immagini di armi israeliane che le forze di sicurezza siriane continuano a sequestrare ai “pacifici manifestanti”, o le scene di sangue e distruzione che provocano in città gli attentati dei noti maestri del terrorismo.
Eppure per una volta il grande disordine sotto il cielo ci prospetta davvero una situazione simpatica: La feccia reazionaria e Usa-prona che domina la Lega araba, e il Qatar del tagliagole emiro Al Thani che s’è fatto vendere la presidenza temporanea della Lega dai palestinesi (bravi, eh?) sono nel marasma. Tra sabato e oggi, in preda al panico, da quella discarica di rifiuti tossici sono partite due decisioni storiche, una il contrario dell’altra. Il pupazzo a capo di questa congrega di despoti feudali, El Arabi (nomen non sempre omen), pressato dalle due dittature cripto-Nato Qatar e Arabia Saudita, ha di sua iniziativa richiamato gli osservatori dalla Siria. Mossa disperata contro il Consiglio Ministeriale della stessa Lega che, con 4 voti contro 1 (Qatar), ha convalidato la relazione della missione. e l’ha prolungata di un mese. Come già accennato nel precedente post, gli osservatori, per quanto abbiano girato il paese per 35 giorni in piena libertà, hanno confermato in massima parte la versione dei fatti da 10 mesi diffusa (e per chi volesse intender, documentata) dal governo siriano, compresa la denuncia dei gruppi armati infiltrati nel paese che sparano su folla e forze dell’ordine e compiono attentati terroristici e atrocità sui civili. E compresa anche la validità delle riforme proposte e avviate da Assad  e che i ratti hanno sistematicamente respinto.
Tutto questo ha effetti catastrofici, non tanto su di noi, imbavagliati e ottenebrati dal consenso bellico dei media, dei partiti e di quel fulmine di guerra in poltrona che è il nostrano godmansachsiano, quanto sui satrapi arabi e su chi, atlanticamente, se ne avvale come mercenariato contro quanto rimane di area mediorientale libera, decente, sovrana, umana.
Io che conosco i miei polli semiti (intendo quelli veri, non quelli surrogati), posso garantire che avrà più effetto sui popoli arabi la relazione degli osservatori (per quanto occultata dalla presidenza della Lega e neanche pubblicata in arabo, ma lì il passaparola, ora anche elettronico, funziona alla meraviglia), di mille tricche e balacche sparate dagli emiri attraverso le emittenti Al Jazira e Al Arabiya.
E’ un passaggio questo, come la straordinaria compattezza e resistenza dei siriani, che gioca a favore delle primavere arabe, quelle antiche e quelle nuove, purchè autentiche. Lo vogliamo capire, o no, che la resistenza libica, il popolo siriano e, con tutte le sue contraddizioni, l’Iran, lottano anche per noi, lottano contro l’armagheddon dei dementi cavalieri dell’apocalisse? E se sanguinano, sanguinano anche per noi. La buona educazione non insegnerebbe a ricambiare?
******************************************************************************Pubblicato da PaoloMossetti il 28 gennaio 2012.
L’articolo Dispacci settimanali – “Impartiality didn’t even cross our minds”: intervista a Fulvio Grimaldi appartiene alla categoria Dispacci settimanali,Paolo Mossetti.
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Dispacci settimanali – “Impartiality didn’t even cross our minds”: intervista a Fulvio Grimaldi
Da Informare Per Resistere
Di Fulvio Grimaldi si racconta poco, sulle pagine dei grandi quotidiani e sulle riviste patinate e nelle trasmissioni televisive che contano, perché forse ci sarebbe troppo da raccontare. La sua è una carriera sterminata che copre quasi sei decenni di storia di Italia e del mondo: è stato giornalista per la BBC, inviato del Paese Sera e di Liberazione, l’unico testimone italiano al Bloody Sunday del ’72, scrittore per Lotta Continua, documentarista incallito e sempre sul campo, allergico agli hotel e alle cronache per interposta persona, ha vinto cause per ingiusto licenziamento, ha sbattuto la porta della RAI dov’era un rispettatissimo e temutissimo corrispondente di guerra. E’ stato persino teatrante di strada con Gian Maria Volonté, compositore di canzoni rivoluzionarie, e attore per Elio Petri: suo il cameo del giornalista Patané – sguardo penetrante e folta chioma rossa – ne L’Indagine su un cittadino. Ha seguito innumerevoli conflitti: dall’Irlanda del Nord alla Palestina, dall’Iraq alle guerre in Jugoslavia. Ad un giornalista inglese che lo intervistava come rappresentante di quel giornalismo “that is passionate, that does not shy away from the graphic horror of war, and that resists the pretence of neutrality in times of barbarism”, Fulvio ha detto:


“…impartiality didn’t even cross our minds… we belonged to the running and screaming and falling and dying”.



Fulvio Grimaldi, quando hai iniziato a seguire la Libia? E perche’?

Seguo tutto il Medio Oriente dal 1967, quando Paese Sera mi mandò come inviato di guerra alla Guerra dei Sei Giorni in Palestina. La regione mi interessa perchè penso che il mondo e la società arabe siano da sempre il massimo obiettivo colonialista dell’imperialismo occidentale e abbiano reagito con le risposte più originali e valide.


Ci spieghi perché è scoppiata questa guerra?

Perché la Libia non si lasciava inserire nei progetti della globalizzazione e aveva scelto un percorso antimperialista e anticapitalista. Sembra una semplificazione ma è così. Perché aveva sviluppato una società di forte giustizia sociale, nonostante tutti siano pensino che questa sia propaganda di Gheddafi. Perché aveva sostenuto tutti i movimenti di liberazione del mondo. Perché lavorava per l’unità e l’indipendenza africana. Perché aveva petrolio e acqua. Perché ostacolava la normalizzazione coloniale della regione.
Ma perche’ e’ tutto precipitato nel 2011? Qual e’ stata la debolezza di Gheddafi? E qual e’ la differenza tra la guerra civile libica e le altre primavere arabe? 
E’ successo ora perchè la primavera araba ha fornito l’occasione per confondere le idee alla pubblica opinione, mettendo sullo stesso piano le rivolte contro satrapi servi dell’Occidente che avevano ridotto i propri popoli in rovina e il colpo di Stato dei mercenari Nato contro un paese renitente all’ordine mondiale globalizzato e che forniva un modello contagioso di giustizia sociale e indipendenza.


Che paese era la Libia di Gheddafi che hai conosciuto?

Un paese di alto livello democratico, con un processo decisionale strutturato sulla partecipazione diretta del popolo. Un paese pacifico e felice, progredito enormemente sul piano industriale e culturale. Un paese a cui l’ONU aveva riconosciuto il primato africano dell’Indice di Sviluppo Umano: emancipazione delle donne, alta aspettativa di vita, bassissima mortalità infantile, servizi pubblici gratis, casa e lavoro per tutti, due milioni di immigrati con gli stessi diritti dei cittadini.
Puoi spiegarci meglio questo passaggio sulla partecipazione diretta del popolo? 
In Libia esisteva dalla rivoluzione Al Fateh del 1977 un sistema di democrazia diretta, fondata sui comitati popolari in cui tutta la popolazione di città quartieri, luoghi di lavoro, villaggi, fabbriche partecipava al processo decisionale sulle proprie questioni. Il sistema era piramidale e arrivava al Congresso Nazionale, praticamente il governo della Jamahiriya, che proponeva le linee generali di politica nazionale e internazionale. Gheddafi non aveva nessuna carica istituzionale, solo un’enorme autorità morale, in quanto padre della patria.
Com’era l’atmosfera che si respirava nel Paese, nei giorni della Guerra civile? Vorrei essere preciso: e’ corretto chiamarla ‘guerra civile’?
Quello che ho visto nelle settimane trascorse a girare la Libia libera era un paese schierato incondizionatamente e appassionatamente per il suo leader, Gheddafi, in difesa della sua libertà, dignità, scelte sociali, combattivo, eroico per aver resistito quasi disarmato alle ventisette potenze militari più forti del mondo e ai suoi mercenari di terra. Non era certo una guerra civile quella tra alcune migliaia di integralisti islamici, terroristi Al Qaida, rinnegati della Nazione, truppe speciali Nato e del Qatar, e la stragrande maggioranza della popolazione. Era il solito colpo di Stato Nato travestito da rivolta democratica.


Se l’atmosfera era così pacifica come tu dici, perché i primi focolai di ribellione scoppiati a Bayda, Derna, Bengasi tra il 13 e il 16 Gennaio sembrano aver trovato appoggio da parte della popolazione locale? E che succede da lì fino al 15 febbraio, ‘Giorno della Rabbia’ e inizio ufficiale della guerra civile (o golpe)? Vorrei capire fino a che punto la rivolta è stata etero-diretta e quanto invece auto-diretta…
 
La Nato ha immesso i suoi mercenari Al Qaida e qatarioti in una situazione, la Cirenaica, in cui storicamente esistevano espressioni di opposizione islamista e fondamentalista alla Libia laica e socialista. Ha fatto leva su queste nicchie, come su elementi che pensavano all’Occidente capitalista come a un Begodi. Nelle città da te menzionate si sono subito insediati emiri integralisti che proclamavano l’emirato islamico. Se fosse stata una guerra civile con partecipazione di massa, non ci avrebbe messo 8 mesi per rovesciare il governo e solo grazie agli stermini bombaroli Nato. I “ribelli”, pur dotati dalla Nato di ogni arma pesante, non hanno mai vinto una battaglia contro le forze lealiste. Per dire che genere di umanità fossero, bastano il linciaggio di Gheddafi, lo spaventoso pogrom contro i libici neri e la caccia al gheddafiano da bruciare vivo, smembrare e esporre.


Hai conosciuto gli italiani che in Libia vivono e lavorano? Credo che non si sappia molto su di loro…

Conosco Valentino Parlato, nato in Libia e tra i pochi giornalisti non venduti alla propaganda. Ho anche conosciuto dei voltafaccia che prima si erano approfittati dei rapporti con la Libia e poi l’hanno pugnalata alle spalle.
Tripoli viene descritta dal Guardian come la Pyongyang del Nord Africa. Come passavi le tue giornate durante il conflitto? Che impressione hai avuto della citta’? 
Domanda un po’ curiosa a un inviato di guerra. Pyongyang è un paragone strumentale e malevolo. Penserei piuttosto a Fallujah e Jenin, altre città martiri della Resistenza ai barbari.E anche a questa ho già risposto. Giravo, incontravo, filmavo, intervistavo. Tripoli era diventata una città urbanisticamente splendida. L’ho vista ridurre in cenere con donne e bambini disintegrati. Strano che i miei colleghi dei grandi media non l’abbiano visto. Erano lì…
Qual’era il tuo rapporto con le autorita’ civili e militari libiche? Ti sei sentito ristretto nella tua liberta’ d’azione e di comunicazione con l’estero?
Nessuna difficoltà a comunicare con l’estero. Eravamo in Stato di guerra, con spie che imperversavano travestite da giornalisti o uomini d’affari, o Ong. Qualsiasi paese pone restrizioni ai movimenti in simili condizioni. Io ero comunque libero di scegliere dove andare, con chi parlare, chi visitare, chi e cosa riprendere. Mi accompagnavano interpreti e guide. Forse erano agenti, ma non mi hanno mai impedito di scegliere i miei interlocutori e luoghi, di fare domande e ottenere risposte.
So che hai realizzato recentemente un documentario sulle rivolte medio orientali e nordafricane…
Sì, e consiglierei tutti a documentarsi meglio, fuori dalla nebbia dei media embedded, dando uno sguardo sia al mio docufilm “Maledetta Primavera”, sia al mio blog, sia alle numerose fonti attendibili presenti in rete.
Penso che non sia impossibile andare a vedere e descrivere un paese prospero, libero, dignitoso, ridotto in schiavitù dalla civiltà occidentale, dai suoi vampiri multinazionali e dai loro mercenari integralisti. Che del resto si stanno già sbranando tra di loro per il bottino, mentre la resistenza patriottica cresce di giorno in giorno. Come non riesce a vincere in Iraq o Afghanistan, l’imperialismo non riuscirà a vincere neanche in Libia. Del resto deve vedersela con rivolte di massa interne che sono stufe di perdere ospedali e scuole a vantaggio di cacciabombardieri e forze speciali.
contrai post…

martedì 7 febbraio 2012

La violencia y las contradicciones del Gobierno encienden la protesta social en Panamá

 
 
Un occhio a quello che succede lontano da noi

Las propias contradicciones del Ejecutivo panameño y el desprecio por los indígenas Ngäbe que tratan de defender su territorio de la minería encendieron este lunes un conflicto que trataron de reprimir a punta de balas desde el domingo. Todo está abierto en el país del “milagro económico” y la desigualdad social.
 El domingo fue una jornada caótica en Panamá por la represión desatada por el Gobierno para despejar la vía Interamericana que los indígenas Ngäbe había cerrado desde el martes 31 de enero por cuenta del incumplimiento gubernamental de unos acuerdos sellados hace casi un año. Esa mentira atribuida a Ricardo Martinelli –la de eliminar el artículo que protegía a la Comarca Ngäbe-Buglé de la minería y de las hidroeléctricas- no sería la última.
El domingo, con el cadáver de Jerónimo Rodríguez Tugri aún caliente y decenas de heridos y detenidos, el Gobierno culpaba a factores externos, a la ultraizquierda o, incluso, a los religiosos católicos de Tolé de instigar a los Ngäbe y a alguna mano criminal de haber disparado el arma que acabó con la vida de Rodríguez y dejó gravemente herido a Francisco Miranda. Pero el lunes amaneció con una sorprendente portada de La Estrella de Panamá que demostraba que la Policía Nacional sí había disparado munición letal y la indignación que el domingo ya había encendido algunas partes del país se convirtió en hoguera de consecuencias imprescindibles.
Obreros en Colón, Panamá o David; docentes en Chilibre, Santiago de Veraguas, Penonomé o Chitré; estudiantes y obreros en Ciudad de Panamá, e indígenas Emberá en Darién salían a la calle en solidaridad con los Ngäbe y el Gobierno utilizó la persuasión de los gases lacrimógenos para tratar de frenar el fuego. No sólo no lo calmó, sino que lo atizó. Como posteaba un panameño en las redes sociales: “no se combate un incendio con fuego, ni una inundación con agua”. Se produjeron durante el lunes decenas de detenciones, choques entre manifestantes y policías, se puso en peligro la vida de enfermos de centros de salud en Colón por el uso de gases lacrimógenos por parte de la autoridad, se mantuvo retenidos por horas y horas a los obreros y docentes detenidos desde el sábado pasado en una violación al debido proceso, ya que la ley panameña es clara y obliga a liberar al detenido o remitirlo a la autoridad competente.
Mientras, los Ngäbe tomaban aliento. En Changuinola sí se mantenía el corte del puente que une la ciudad con el resto del país y en la tarde marchaban por cientos los obreros de las bananeras en solidaridad con sus hermanos de sangre. Los comercios confirmaban que empezaba a sentirse el desabastecimiento y los transportistas avisaban que, de no haber pronta solución, se unirían a la protesta.
En dos puntos habitualmente calmados, Cerro Punta y Volcán, los disturbios llegaron al extremo. La madrugada del lunes fue en Cerro Punta, donde policías y manifestantes se enfrentaron por horas. En la tarde, a eso de las 4 p.m., en Volcán, los indígenas lograban replegar a los antimotines que habían tratado de despejar la vía y después, cegados por la rabia y la frustración, quemaron la estación policial y la corregiduría, así como varios vehículos oficiales. La situación era muy grave al entrar la noche.
En Viguí, los Ngäbe lograban reagruparse pasado el medio día, pero lejos de la carretera Interamericana, aunque la policía fue tras ellos y provocó el enfrentamiento en la comunidad de Bella Esperanza, poniendo en riesgo a toda la población civil que allí habita.
La rabia y la indignación creció como un incendio durante todo el día, conforme se iban distribuyendo más pruebas del despropósito oficial: videos con intervención policial en hospitales, detención de menores de edad, uso de armamento de guerra (como los M-16). Una jornada aciaga que no aventura nada bueno.
Las Naciones Unidas, a través del Alto Comisionado para los Derechos Humanos, ofrecieron su mediación y la Iglesia católica, habitual mediadora, hizo público un durísimo comunicado desde Tolé acusando al Gobierno de prepotencia y desproporcionalidad.
El Gobierno, sin embargo, jugó a ofrecer diálogo sin concreciones y no respondió en todo el día al pliego de condiciones exigidas por la Cacica Silvia Carrera y la Coordinadora Ngäbe para sentarse a negociar. Quizá, la experimentada política del Partido Popular, Teresita Yaniz de Arias, lo resumió bien en la mañana: “El Gobierno no puede negociar desde el desprecio. Y el hecho es que han utilizado un lenguaje ofensivo, incendiario y descalificativo hacia los Ngäbe”. La prueba la brindó la diputada del partido oficialista Marilyn Vallarino, presidenta de la Comisión de la Mujer de la Asamblea, quien escribió en su cuenta de Twitter: “Los Originarios borrachos y drogados no tienen nada que perder están perjudicando a todo un país. Ahora se hacen víctimas de su irresponsabilidad” (dixit).
Fuente: http://otramerica.com/radar/violencia-y-contradicciones-del-gobierno-encienden-la-protesta-social-en-panama/1501

venerdì 7 agosto 2009

Caro Giuseppe Giulietti, sul Venezuela sbagli

di Gennaro Carotenuto (da Giornalismo Parrtecipativo)

hugo-chavez-02Caro Giuseppe Giulietti,


leggo un tuo duro attacco contro il governo venezuelano dalle pagine di “Articolo 21”, associazione nelle finalità della quale mi riconosco pienamente. La stima che ho per te mi fa scorgere il fumo del “sentito dire” e il condizionamento del continuo inquinamento delle fonti operato dal mainstream.
giulietti-giuseppeIl Venezuela è un laboratorio mediatico senza pari al mondo. Come tutti i governi integrazionisti latinoamericani ha dovuto fronteggiare, inizialmente senza strumenti legislativi, un irriducibile “latifondo informativo commerciale”, contrario spesso in maniera eversiva ai governi di centro-sinistra. Tale latifondo considera (strumentalmente) ogni possibile democratizzazione del sistema mediatico come un attacco all’unica libertà d’espressione che ha a cuore, la propria.
In questo contesto la demonizzazione sempre più marcata dei processi politici latinoamericani, e in particolare quello venezuelano vede inoltre sempre più spesso accostare il presidente Hugo Chávez a Silvio Berlusconi, dipinti come due autocrati accomunati dalla smania di controllare i media. Tale accostamento è diffamatorio per il governante bolivariano. Semmai è vero il contrario: Chávez è massacrato da anni da un sistema mediatico di stile berlusconiano per squallore morale, potere economico e pervicacia della disinformazione.
In Venezuela, come nel resto dell’America latina, media commerciali ademocratici se non apertamente antidemocratici, dei quali sono proprietari uno o pochi soggetti economicamente dominanti e con rilevanti alleanze internazionali, mediatiche, politiche ed economiche, bombardano quotidianamente i governi integrazionisti facendosi beffe di ogni deontologia ed etica professionale. Ancora domenica scorsa il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato un complotto tendente a diffamare i suoi omologhi venezuelano ed ecuadoriano, Hugo Chávez e Rafael Correa. Sui nostri giornali ho visto riportare la calunnia ma non la denuncia della stessa.
Il caso venezuelano è paradigmatico perché il sistema televisivo privato tutto fu protagonista del fallito colpo di Stato dell’11 aprile 2002 e successivamente, come senz’altro sai, dai media commerciali in questi anni si è più volte incitato ad assassinare il capo dello stato. Cosa succederebbe se in Italia, nel corso di un talk show, magari ad Anno Zero, si incitasse il pubblico a prendere un fucile di precisione e sparare contro il capo del governo Silvio Berlusconi?
Quella eversiva è solo la punta dell’iceberg. Dai media commerciali venezuelani vengono quotidianamente lanciati messaggi incostituzionali, indecenti, indiscutibilmente diseducativi. Ciò in aperta, fragrante e cosciente violazione alle leggi dello Stato che vengono continuamente sfidate, per esempio non rispettando le fasce protette per l’infanzia o incitando alla discriminazione e all’odio razziale. Tali violazioni sono distribuite in tutto il palinsesto, dai TG ai talk-show fino agli spot pubblicitari e alla fiction.
Ogni volta che in questi anni il governo ha legittimamente tentato di far rispettare le leggi, le televisioni e i media commerciali hanno alzato il livello dello scontro sapendo di contare sull’appoggio esterno (in buona o malafede) di chi cadeva nel facile paradigma del “tiranno tropicale che censura media indipendenti”.
Ricordo qui un esempio tra i tanti. Nell’aprile 2008 i nostri giornali si tuffarono sulla notizia che il perfido Chávez aveva censurato il cartone animato statunitense dei Simpson. “La Stampa” di Torino parlò di “museruola chavista contro il cartoon imperialista”. Balle: in realtà i Simpson non erano censurati ma solo considerati come non adatti alla fascia protetta, esattamente come avviene negli Stati Uniti. A un giornalista onesto sarebbero bastati cinque minuti per verificare.
E’ con tali esempi di cialtroneria che si crea il paradigma falso e tendenzioso del “tiranno tropicale che censura media indipendenti”. Ci si rende così complici dei media commerciali al di fuori di ogni regola quando non in maniera apertamente eversiva. Con stima e sinceramente ti domando e domando alla FNSI: cosa deve fare un governo democratico di fronte a un attacco così brutale, sistematico e organizzato?
A chi immagina senza conoscere un Venezuela dominato dalla propaganda ufficiale, ricordo che nelle ultime elezioni presidenziali una commissione di osservatori internazionali, della quale ho fatto parte, ha calcolato che oltre i due terzi dei media era controllato dall’opposizione. Mentre scrivo queste righe a Caracas è l’alba e, come sempre da dieci anni a questa parte, i chioschi dei giornali si popolano di quotidiani quasi totalmente avversi al governo e con un livello di aggressività personale nei confronti del capo dello Stato da noi sconosciuta e che il governo venezuelano tollera.
Nonostante tale insostenibile pressione nessun media in dieci anni è stato chiuso in Venezuela. Tale semplice verità non basta ad evitare che Chávez sia presentato come il “tiranno tropicale che attacca i media indipendenti” che indipendenti non sono affatto. Mi domando perché due mesi fa, quando il governo peruviano chiuse dalla sera alla mattina, senza che scadesse alcuna concessione, “Radio la Voz” degli indigeni dell’Amazzonia, colpevole di informare della resistenza di quelle genti nessuno, né “Articolo 21”, né la FNSI ha protestato. Siamo tutti adulti e capiamo perché Chávez faccia scandalo di per sé sempre mentre Alan García possa agire nel silenzio complice del sistema mediatico mondiale.
Il canale televisivo RCTV, apertamente golpista (e non è un dettaglio), fu trasferito sul cavo perché la concessione dell’etere era scaduta. Chi scrive fu forse l’unico giornalista italiano a presenziare dal vivo alle manifestazioni dell’opposizione che avvennero in diretta televisiva e con maxischermi in tutte le piazze di Caracas. Altro che bavaglio e censura; il governo aveva il pieno diritto di decidere essendo l’etere un bene pubblico. Ogni anno nel mondo non vengono rinnovate decine di concessioni dall’Australia agli Stati Uniti, dalla Colombia all’Unione Europea, senza scandalo alcuno salvo che quando si tratta di Chávez.
A tal proposito sarei curioso di sapere quando scadrà la concessione di Mediaset, o se è per caso perpetua, e se nel nostro paese qualcuno ritenga che sia opportuno o socialmente utile non rinnovarla e magari riassegnare le frequenze ad altri soggetti, pubblici o privati, che ne facciano miglior uso per il bene comune.
A chi sostiene che sia un attentato alla libertà di espressione non rinnovare automaticamente concessioni scadute, rispondo che ha ragione Hugo Chávez quando parla di “latifondi mediatici” che un governo democratico ha il dovere e la legittimità per redistribuire. “Libertà di espressione” vuol dire garantire la stessa a molteplici soggetti, non solo ai soliti due o tre nei secoli dei secoli. Altrimenti dovremmo concludere che l’etere non è un bene pubblico dato in concessione ma una proprietà privata che può essere ereditata di generazione in generazione, di padre in figlio come è accaduto in Venezuela e come sta accadendo in Italia da Silvio a Piersilvio senza che ciò causi particolare preoccupazione.
Proprio rispetto a ciò, rispetto a quella che nel mio libro “Giornalismo partecipativo” che uscirà in autunno, definisco non in riferimento al Venezuela come un’indispensabile “riforma agraria dell’informazione”, il paese sudamericano sta scrivendo alcune delle pagine più interessanti al mondo. In questi anni la libertà conquistata con la Costituzione partecipativa bolivariana, ha fatto nascere e prosperare centinaia di radio comunitarie, di qualunque tendenza politica, che hanno abbassato sensibilmente l’assicella della concentrazione editoriale ed economica necessaria a fondare e far funzionare un media favorendo un pluralismo che il sistema mediatico mainstream impedisce.
In tale contesto i soggetti dominanti si stracciano le vesti perché divengono un po’ meno dominanti. Non mi straccerò le vesti con loro e propongo un’altra lettura: non c’è democratizzazione possibile dell’informazione senza intaccare il potere di tali soggetti dominanti.
Certo, il senatore del PD Stefano Passigli ha scritto un libro intero, “Democrazia e conflitto d’interessi” per spiegarci che in Italia non abbiamo fatto la legge sul conflitto d’interessi per evitare che il soggetto dominante Berlusconi “facesse la vittima”. Per la nostra vigliaccheria dobbiamo piegarci alla stessa logica nel commentari cose d’America latina?
Il discorso sarebbe lungo, ma mi piace chiudere ricordando Telesur, la prima televisione pubblica multistatale al mondo, con base a Caracas, che in questo mese e mezzo ha seguito secondo per secondo il golpe in Honduras in condizioni di particolare rischio per i propri inviati e tecnici e supplendo all’assenza colpevole dei grandi network. Nel frattempo i nostri TG applaudivano al dittatore di Bergamo alta Roberto Micheletti (attendo interventi dell’FNSI sugli scandalosi TG2 e “Studio aperto” in merito). In Venezuela in questi anni, rispetto al monocolore informativo mainstream, le voci si sono moltiplicate, intersecate, rinnovate, democratizzate. Chi fino a ieri controllava tutto oggi strepita perché controlla meno del tutto ed ha finalmente dei doveri oltre che dei diritti. Bisogna seguire l’esempio di Caracas, altro che censura!
con stima


Gennaro Carotenuto

venerdì 29 agosto 2008

Georgia on my ass 2

RIECCOLI

Sono sempre loro: Bernard Henri-Lévy e André Glucksmann, che in gessato e cravatta ci guardano con aria furbastra dalla pagina 2 del Corriere della Sera del 13 agosto u.s.: "Ora difendiamo Tbilisi. Non sia un'altra Sarajevo". Si tratta della traduzione italiana di una delle tipiche veline da regime mediatico transnazionale, di quelle che partono su qualche quotidiano francese o statunitense ed è poi obbligatorio tradurre su tutta la stampa "che conta", come se fosse oro colato. Stavolta questi due istigatori di odio tra i popoli, suonatori di piffero della guerra neocoloniale, lucidi servi della NATO e delle sue politiche di smembramento e di conquista, si sforzano di far passare da vittima l'aggressore Saakhasvili e il suo regime e attaccano, come per loro è abitudine, la Russia. E lo fanno continuando per di più ad usare la metafora bugiarda di Sarajevo: come al solito, tra i popoli vittima dello smembramento della Jugoslavia, come tra i popoli vittima dello smembramento dell'Unione Sovietica, secondo loro solo alcuni avrebbero diritto alla cosiddetta autodeterminazione; altri (i serbi in Bosnia, gli osseti in Georgia, i russi in Estonia...) sarebbero invece reietti, indegni, non meritevoli degli stessi diritti degli altri. Super-popoli e sub-popoli, insomma.
Questa è la logica razzista e fascista di Bernard Henri-Lévy e André Glucksmann. Benissimo ha fatto allora la Duma russa ad affermare invece solennemente oggi, con il riconoscimento formale di Abkhazia ed Ossetia del Sud, che tutti i popoli hanno gli stessi diritti: osseti ed abkhazi hanno pienamente diritto alla secessione, visto che tale diritto è stato unilateralmente attribuito ad esempio agli albanesi del Kosovo sulla base del criterio - strumentale, ma non per questo meno razzista e fascista, viste le finalità per cui è stato usato - della differenza etnica.
Peraltro, sono grossolane menzogne le "cronache dalla Georgia" che il razzista e fascista Bernard Henri-Lévy ha usato per criminalizzare la Russia: è stato facile accorgersene, e la polemica è divampata in Francia. Ne riportiamo di seguito i contenuti essenziali, facendo riferimento ai siti su cui essa continua a dipanarsi. Più sotto ancora riportiamo invece i link a numerosissimi articoli degli scorsi anni, in cui si stigmatizzavano le parole e le azioni di questi due zombie sessantottini - come nella azzeccatissima definizione di Diana Johnstone... Perchè di nient'altro che zombie si tratta: succhia-sangue provenienti da un passato di battaglie che hanno tradito e vilipeso, morti viventi interessati solo a trasmettere agli altri la loro morte interiore, e la morte concreta, materialmente portata attraverso gli umanitari bombardamenti della NATO. In che altro modo descrivere l'abiezione morale di questi due agitatori di propaganda imperialista, capofila di quella scuola dannunzian-sionista che vede in Italia tanti feroci rappresentanti, quali il Marco Pannella in divisa ustascia o l'Adriano Sofri dei "cani di Sarajevo"? Abiezione morale, perchè è questo l'unico giusto modo di definire la logica dei due-pesi-e-due-misure continuamente, reiteratamente, irresponsabilmente, sfacciatamente, odiosamente proclamata da questi nemici della pace.


Ma dove ha visto BH Levy le cose che dice di aver visto in Georgia?
Infuria in Francia la polemica su un articolo dell’ex «nouveau philosophe» Bernard-Henry Levy apparso su Le Monde il 19 agosto, "Choses vues dans la Georgie en guerre".html, (tradotto in Italia dal Corriere della Sera il giorno successivo con un titolo ridicolo e fuorviante, "Georgia nuova Cecenia".shtml ).
Infatti Rue89, un notiziario online, in un articolo del 22, "BHL n'a pas vu toutes ses choses vues en Georgie" , accusa esplicitamente il « filosofo » di flagrante delitto di « affabulazione », in sostanza d’aver costruito una bella favoletta (anti-russa ovviamente) senza mai essersi recato nei posti in cui dice d’esser stato, in particolare nella città di Gori (quella natale di Stalin, per intenderci). E non è la sola "affabulazione". Perciò, il caro BHL, dove ha « visto » le cose che dice di aver visto nella Georgia in guerra ? E come mai LeMonde lascia passare articoli del genere, senza verificare le fonti ?
Inevitabilmente si è scatenata la polemica furibonda, e Libération ("Géorgie: BHL affabule, selon rue89".php), è arrivata a chiudere i commenti nei quali BHL veniva definito come uno pseudo-intellettuale, simbolo stesso della vacuità di una certa intellighentsia francese... Un oceano di vacuità.
Del resto quasi negli stessi giorni Le Monde ha provato a lanciare la bufala dei « 140 morti in Tibet », salvo poi la miseranda figura di ritrattare e di balbettare idiozie. Ma se Parigi piange, Roma non ride.  Che dire di quei quotidiani italiani, come la Repubblica, in evidente crisi di malafede, che prima hanno sperato nel facile scoop dei morti tibetani, poi si sono rassegnati a lasciar svanire la notizia inesistente, e contemporaneamente hanno titolato il barbaro assassinio di 76 civili in Afghanistan in un bombardamento NATO, per la maggior parte bambini, « un tragico incidente » ?
Chi non si è lasciato ingannare da questa ridicola vicenda è il quotidiano britannico The Independent che così tirava le conclusioni, il 18 agosto:
« Gli americani  hanno inviato coperte, gli Estoni medicinali, ma sicuramente sono i francesi ad aver soccorso maggiormente le genti dell’Ossezia del Sud inviandogli il loro nouveau philosophe Bernard-Henry Levy ».

Liens:
[1]
http://www.lemonde.fr/europe/article/2008/08/19/choses-vues-dans-la-georgie-en-guerre-par-bernard-henri-levy_1085547_3214_1.html
[2]
http://www.rue89.com/2008/08/21/les-reponses-de-bernard-henri-levy-a-rue89
[3]
http://www.lexpress.fr/actualite/monde/gori-ville-fantome-et-cite-interdite_550120.html
[4]
http://www.rue89.com/2008/08/24/droit-de-reponse-de-gilles-hertzog
[5]
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/08/13/AR2008081303759.html
[6]
http://www.rue89.com/2008/08/23/droit-de-reponse-de-raphael-glucksmann
[7]
http://www.independent.co.uk/opinion/columnists/pandora/pandora-bernardhenri-lvy-french-gift-to-georgia-900650.html


--- vedi anche / a lire aussi:

BHL et la gauche zombie (par Diana Johnstone)

BHL ou l'empereur de la morale aux habits neufs (par Pascal Boniface)




I testi di JUGOINFO in cui è menzionato André Glucksmann: