giovedì 14 agosto 2008

La memoria...dell'aqua


FUOCO...FUOCHINO...ACQUA

Il Dottore, gran brava persona, continua a confrontarsi con la pletora di sostenitori di medicine alternative, teorie scientifiche alternative, cosmologie alternative, eccetera eccetera... Ah, vorrei averla io l'acribia di chi sente il dovere della testimonianza. Un fannullone come me preferisce il copia e incolla. Questo pezzo dal sito di informazione scientifica Brain Mind & Life, nella sua esemplare linearità, mostra la totale inanità del "dibattito" sulla cosiddetta "memoria dell'acqua", in quanto il pensiero che sottende al "ragionamento" omeopatico è di tipo magico, e quindi, per sua natura, è totalmente impermeabile alla verifica empirica.
cura impossibile

IL CASO BENVENISTE
RIVELAZIONI RETROSCENA E DISCUSSIONE
L’analisi del caso Benveniste, ossia della ricerca che condusse all’ipotesi della memoria dell’acqua, ci permette di capire in cosa sia consistita e perché sia stata ordita una frode di così grandi dimensioni, rendendoci conto delle ragioni che, a quindici anni di distanza, rendono l’affaire ancora di attualità. La discussione di questa vicenda ci offre anche l’opportunità di proporre alla riflessione e al dibattito un tema di importanza epocale, quale la contaminazione, sotto la spinta di interessi economici, della medicina scientifica con pratiche anacronistiche.

Il fatto. Il 30 giugno 1988 l’autorevole rivista britannica Nature pubblicò un articolo dal titolo Human basophil degranulation triggered by a very dilute antiserum against IgE (333, 816-818), firmato da tredici autori [1]. Il gruppo di lavoro era coordinato dal biochimico francese Jacques Benveniste, professore presso l’Università di Parigi-Sud, direttore dell’Unité 200 dell’Institut National de la Santé e de la Recherche Médicale (INSERM) di Parigi. Gli altri istituti di provenienza dei ricercatori erano il Dipartimento di Zoologia dell’Università di Toronto in Canada, l’omologo istituto dell’Università di Gerusalemme, la facoltà medica dell’Università di Milano dalla quale provenivano due medici in servizio presso l’Ospedale Maggiore del capoluogo lombardo, in seguito dissociatisi dalle ipotesi sostenute dai principali autori. Fra questi ebbero un ruolo preminente Elizabeth Davenas e Bernard Poitevin.
Il lavoro sembrava dimostrare che la diluizione in acqua di un antisiero, spinta molto oltre la totale scomparsa di ogni sua molecola, fosse ancora in grado di produrre il suo effetto fisiologico di degranulazione dei granulociti basofili. Questo sorprendente risultato induceva gli autori ad ipotizzare che l’acqua sia in grado di trattenere impronte infinitesimali delle molecole con cui viene a contatto [2].
La ratio e la procedura di questo studio sono molto semplici, per cui sarà sufficiente una breve esposizione concettuale e tecnica per proseguire con cognizione di causa il nostro approfondimento.
 
La ricerca. Il lavoro apparteneva all’area dell’Immunologia e sfruttava le competenze di Benveniste sui meccanismi molecolari dell’allergia.
I fenomeni allergici sono caratterizzati dalla produzione di anticorpi capaci di reazione immediata, le immunoglobuline E (IgE) e dalla liberazione di varie sostanze, fra cui l’istamina, responsabili delle manifestazioni cutanee e dell’asma. L’istamina viene rilasciata da globuli bianchi che, per le loro caratteristiche chimico-tintoriali, sono detti granulociti basofili o semplicemente basofili. La degranulazione dei basofili non è altro che il rilascio di granuli contenenti istamina, fenomeno che può facilmente essere studiato mediante la colorazione con un composto colorante chiamato blu di toluidina. La degranulazione dei basofili può essere indotta artificialmente impiegando un siero anti-IgE. In condizioni normali il blu di toluidina reagisce con l’istamina producendo una tinta rossa che colora intensamente i basofili. Se i granuli contenenti istamina sono stati tutti rilasciati il basofilo, completamente degranulato, non si colora più. Si comprende, pertanto, come il metodo della colorazione con blu di toluidina si possa impiegare per testare l’effetto del siero anti-IgE: l’efficacia della sua azione coincide con la scomparsa al microscopio delle macchioline rosse che corrispondono alle cellule basofile.
La particolarità di questo progetto dell’INSERM consisteva nel fatto che il fenomeno della degranulazione causata dal siero anti-IgE veniva impiegato per testare la possibilità che il siero diluito oltre 120 volte potesse ancora produrre i suoi effetti: un’ipotesi priva di fondamento scientifico, anzi in contrasto con le più elementari conoscenze di chimica e fisica, vediamo perché.
 
La Legge di Avogadro. È una di quelle chiavi di volta su cui si fonda sia una parte della concezione scientifica della materia, sia i più umili calcoli di una minuta pratica di laboratorio. La Legge di Avogadro [3], inizialmente concepita per i gas e, poi, come tutte le leggi dei gas estesa alle soluzioni, enuncia: Volumi uguali nelle stesse condizioni di temperatura e di pressione contengono lo stesso numero di molecole. Stabilendo per la prima volta un rapporto fra numero di molecole e volume, la legge ci consente di definire quante molecole di una sostanza sono presenti in un dato volume di gas o di acqua. Il numero fisso di molecole per centimetro cubico è pari a 6,025 x 1023 e prende il nome di Numero di Avogadro.
Diluendo in 100 millilitri (o c.c.) il nostro siero varie volte, alla 13a diluizione abbiamo la certezza che non c’è più neanche una molecola: calcolare per credere!
È lecito chiedersi perché un team di ricercatori che ha superato da tempo l’età delle prime lezioni di chimica chieda ed ottenga finanziamenti per testare un siero che travaserà [4] per 120 volte in 100 ml d’acqua fino alla paradossale concentrazione di 10-120 M? Se si è al corrente della enorme mole di progetti di ricerca seri, fondati e referenziati che ogni anno rimangono inattuati per mancanza di fondi, è facile dirigere i sospetti verso interessi estranei alla comunità scientifica [5].
 
La pubblicazione. La pubblicazione su una rivista scientifica, come è noto, segue tutt’altri criteri rispetto all’editoria giornalistica; si tratta infatti di un atto di comunicazione alla comunità scientifica internazionale di risultati di assoluto rilievo di ricerche condotte nel più rigoroso rispetto del metodo sperimentale, previo accurato esame e giudizio di merito da parte di una commissione di referees che nel caso di Nature include sempre i maggiori esperti del settore, frequentemente insigniti del premio Nobel. Non sorprende, perciò, che l’apparire di un simile articolo destasse stupore e sollevasse le più indignate proteste da parte di molti ricercatori e responsabili di istituti scientifici. Lo stesso direttore della rivista, John Maddox, fu oggetto di attacchi molto duri “per aver pubblicato idiozie del genere e per aver con ciò dato credito ad idee a dir poco dubbie.” [6] Il rigore formale con cui era stata condotta una parte di quello studio non avrebbe dovuto impedire ai referees e al direttore, garante della loro serietà e tutore del prestigio della rivista, di rendersi conto dell’infondatezza dell’ipotesi testata e dell’improponibilità di una procedura fondata su preconcetti magici quali un’azione molecolare prodotta in assenza di molecole o lo sprigionarsi di una “forza vitale” grazie allo scuotimento dell’acqua. Si chiedeva al direttore di scusarsi per un errore così grave e di dimettersi per non compromettere la reputazione della rivista. “La sua risposta fu che la pubblicazione e la critica che sarebbe seguita da parte della comunità scientifica, avrebbero messo a tacere le proteste dei fautori dell’omeopatia secondo i quali gli esperimenti omeopatici non avevano mai trovato spazio nelle riviste scientifiche per via dei pregiudizi nei loro confronti, pregiudizi nati a causa della resistenza della comunità scientifica a prenderli sul serio.” [7]
Ad onor del vero, si deve ricordare che John Maddox aveva accompagnato l’articolo con una nota dal titolo “Quando credere all’incredibile” [8], in cui precisava che il fenomeno descritto non aveva ancora trovato una spiegazione scientifica ed invitava i lettori a non emettere giudizi fino a quando una commissione di esperti non avesse assistito alla ripetizione degli esperimenti e ne avesse controllato rigorosamente i risultati. 
 
La commissione di indagine presieduta da Maddox. L’indagine sulla ricerca condotta presso i laboratori parigini sembrava, perciò, già programmata quando si era decisa la pubblicazione e, probabilmente, anche il nome del presidente della commissione che avrebbe effettuato i controlli e le ispezioni era dato per certo. John Maddox, nato nel 1925, aveva studiato Fisica ottenendo anche degli incarichi di insegnamento presso il Dipartimento di Fisica Teorica dell’Università di Manchester. Sebbene godesse di ottima fama, veniva guardato con sospetto da una parte della comunità scientifica perché aveva un curriculum da giornalista e non da accademico o da ricercatore. Aveva lavorato, infatti, al Manchester Guardian per 10 anni come giornalista scientifico. Era già stato direttore di , dal 1966 al 1973, quando nel 1980 riassunse l’incarico[9]. Probabilmente coloro che avrebbero voluto uno scienziato di provato valore a dirigere la più prestigiosa impresa editoriale nel campo delle scienze naturali e biomediche, vedevano in questo episodio la conferma dei loro dubbi sull’opportunità di lasciare su una poltrona così importante qualcuno che non ritenevano sufficientemente preparato. Maddox si rendeva conto che presiedere la commissione sul “caso Benveniste” equivaleva a sottoporsi ad un esame di idoneità cui non poteva sottrarsi, pena le dimissioni dall’incarico.
Sapendo di non potersi permettere di fallire e che l’esito peggiore dell’indagine sarebbe stato non riuscire a svelare il mistero di quei risultati che andavano contro ogni logica e conoscenza scientifica, Maddox mise la massima cura nella selezione dei commissari che lo avrebbero affiancato nel delicato compito. La scelta cadde su uno studioso pratico di tecniche di laboratorio, che conosceva a fondo la realtà della ricerca per esserne un protagonista e, soprattutto, era specializzato nel riconoscimento di errori tecnici e frodi nella ricerca biomedica di base, ossia Walter W. Stewart; e sul maggior esperto in trucchi e tecniche illusionistiche, James Randi.
Quest’ultimo, a differenza di quanto talvolta si legge, non è un illusionista ma uno studioso che ha dedicato gran parte della propria vita a smascherare guaritori, truffatori, parapsicologi, persone che si dichiaravano in possesso di poteri paranormali, ecc. Per far questo ha imparato una grande quantità di tecniche che richiedono lunghi e complessi addestramenti, così che in un programma televisivo che lo ha reso famoso era in grado di mostrare egli stesso i trucchi dei presunti maghi [10].

Il sopralluogo. La commissione, giunta nel laboratorio dell’INSERM, fece richiesta di ripetere gli esperimenti limitandosi ad assistere e riservandosi di partecipare in una fase successiva. Sarebbero rimasti a Parigi una settimana, ma le impressioni iniziali fecero loro dubitare che ne sarebbero venuti a capo tanto presto.
Gli esperimenti ripetuti dai collaboratori di Benveniste riuscirono perfettamente, anche se alcune cose apparivano strane. Ad esempio la registrazione dei dati era affidata sempre alla stessa ricercatrice, la quale li annotava su un quaderno di laboratorio. Si trattava della prima firmataria dell’articolo: Elizabeth Davenas. Le pagine del quaderno erano numerate come quelle di un libro contabile, per cui in teoria non vi poteva essere una grossolana manomissione come l’aggiunta o l’eliminazione di una pagina. A James Randi non era sfuggito, però, che la Davenas annotava i dati a matita e portava il quaderno a casa, dove avrebbe provveduto a riscriverli con inchiostro indelebile. Inoltre rilevarono che la conta dei basofili degranulati non era delegata solo alla Davenas, ma ella soltanto aveva riscontrato i dati favorevoli all’ipotesi che l’acqua “ricordasse” gli anticorpi anti-IgE. Prese corpo il sospetto che non si trattasse di un errore, ma di una frode astutamente architettata, così che si decise di intervenire secondo un metodo suggerito da Randi, ossia impiegando una procedura estremamente efficace per prevenire la manomissione fraudolenta.
 
Il “Metodo Randi”. Le provette contenenti il siero diluito furono fatte etichettare dalla Davenas e l’intera procedura fu videoregistrata, dando alla maggiore indiziata la certezza di sapere in quali provette fosse il siero ancora attivo, in quali quello troppo diluito per poter degranulare i basofili e in quali acqua pura.
Quando la ricercatrice andò via, nella stanza del laboratorio in cui aveva lasciato le provette, Stewart, Randi e Maddox, dopo aver oscurato le finestre ed essersi accertati che non vi fossero telecamere o microfoni dei ricercatori, accesero di nuovo la loro videocamera per registrare quanto si apprestavano a fare.
Tolsero le etichette e le sostituirono con delle altre, numerate secondo un codice casuale inventato al momento e annotato su un foglio di carta. In questo modo, se la frode consisteva nel contaminare di nascosto le provette che contenevano di fatto solo acqua con siero degranulante, questa operazione sarebbe risultata oltremodo difficile, perché non era più possibile sapere quali provette manomettere. Per essere certi che il codice delle etichette, necessario per proseguire l’esperimento il giorno dopo, non fosse accessibile, il pezzo di carta su cui era scritto fu avvolto in un foglio di alluminio, ripiegato e custodito in una busta sigillata con un particolare tipo di adesivo che avrebbe consentito il facile rilievo delle impronte digitali di chi avesse tentato di aprirla. La busta fu attaccata al soffitto del laboratorio. A questo punto il team composto dai ricercatori e dai membri della commissione poteva lavorare, come si usa dire nel gergo della ricerca, in cieco. Cioè nel cimentare i basofili con le soluzioni si andava alla cieca, non sapendo quando si stessero impiegando le diluizioni contenenti anticorpi e quando acqua senza tracce di siero. Aggiunto il blu di toluidina, a fine giornata tutti andarono via, solo James Randi si attardò un po’ e, non visto, tracciò dei segni sul pavimento per marcare la posizione della scala che era stata impiegata per attaccare la busta al soffitto.
James Randi riferisce che il giorno dopo, quando andarono in laboratorio per effettuare la conta dei basofili colorati di rosso, Elizabeth Davenas e gli altri ricercatori sembravano tesi e preoccupati, mentre Benveniste era di buon umore ed ostentava grande sicurezza, al punto di aver convocato i fotografi ed ordinato lo champagne. Questo atteggiamento, se si escludono doti di recitazione degne di un attore professionista, faceva propendere per la buona fede del direttore dell’Unità 200.
Estratti i codici dalla busta si procedette alla conta e, con questa, si rovinò la festa a Benveniste: le diluizioni omeopatiche non producevano alcun effetto, ovvero l’acqua non rivelava alcuna proprietà magicaricordo e la creazione del fantasma di milioni di molecole. come il
Il risultato era così nettamente evidente da non concedere alibi come quello invocato dagli indagati, ossia di un errore nella realizzazione del campione statistico. Trilussa diceva: “La statistica è quella cosa che se tu hai mangiato due polli ed io nessuno, abbiamo mangiato un pollo a testa”, ma se i polli mancano del tutto -anche in senso metaforico- c’è poco da invocare la statistica: si rimane tutti a bocca asciutta. A quel punto la frode era stata evidenziata senza ombra di dubbio. La busta che custodiva il foglio avvolto nell’alluminio su cui erano scritti i codici delle provette, recava lievi segni dovuti ad un tentativo di effrazione con un oggetto appuntito e, d’altra parte, Randi nell’entrare in laboratorio aveva notato la scala spostata dalla posizione in cui l’aveva lasciata la sera prima; spostamento reso maggiormente evidente dai segni che aveva tracciato sul pavimento. Si riteneva che le chiavi del laboratorio le avesse solo Benveniste ma, in assenza di dati certi al riguardo, ogni illazione è lecita.
Il risultato dell’accertamento premiò più di ogni altro John Maddox, che da tutta la vicenda ottenne un consolidamento della stima di cui godeva presso lo staff della rivista da lui diretta [11] ed una riabilitazione agli occhi dei suoi detrattori. La sua linea di condotta era apparsa saggia oltre che vincente in quanto, prima la sua rispettosa tolleranza, interpretando quello spirito liberal-democratico tanto caro alla cultura britannica, aveva consentito la pubblicazione del lavoro e, dopo, da vero paladino della scienza aveva condotto la squadra di esperti che, attraverso la verifica empirico-logica, aveva ristabilito la verità [12].
Era davvero importante una risposta chiara ed autorevole al clamore ed al risalto con il quale i mezzi di comunicazione di massa avevano diffuso ed amplificato la notizia della “eccezionale scoperta”, seguendo il vecchio adagio giornalistico secondo cui un cane che morde l’uomo non è una notizia, ma se un uomo ha morso un cane gli si dovrà dare il massimo rilievo possibile. Si giunse perfino ad intervistare vari premi Nobel per conoscerne l’ovvio e scontato parere, che avrebbe aumentato l’attenzione e l’interesse per il servizio televisivo o radiofonico, così come per l’articolo del quotidiano: in Italia si diede il microfono a Rita Levi Montalcini, in Francia a Daniel Bover.
Per la verità nessuno scienziato degno di questo nome aveva preso sul serio i risultati e l’interpretazione di Davenas e collaboratori, infatti al riguardo Skrabanek e Mc Cormick osservano che la grossolanità della pretesa è di quelle che presuppongono una crassa ignoranza in termini di cultura generale e consapevolezza della realtà su cui si reggono i valori empirici della scienza: “Le conseguenze per la fisica sarebbero state più profonde di quelle che ebbe la scoperta che la terra è sferica. La scienza, così come la conosciamo, avrebbe dovuto essere cancellata e riscritta da capo.” [13]
Ma la commissione di Nature non fu l’unica a sottoporre ad esame l’ipotesi della memoria dell’acqua. Sono poche le fonti che riportano di una sperimentazione molto seria che verificava il lavoro dell’équipe di Benveniste. Lo studio fu promosso da Science et vie, rivista francese di divulgazione scientifica il cui prestigio è legato ad un attivo impegno a tutela della salute dei cittadini. I redattori della rivista ritennero un proprio dovere morale partecipare all’accertamento della verità, anche in considerazione del fatto che in Francia, in quel periodo, un medico su quattro prescriveva rimedi omeopatici.
La ricerca promossa da Science et vie fu condotta quello stesso anno presso il laboratorio allergologico del Rothschild Hospital di Parigi: in nessuna delle prove fu mai possibile assistere ad un fenomeno che desse adito a qualche dubbio. Un articolo pubblicato su Scientist, fornendo un ottimo resoconto della ricerca, stigmatizzava l’amplificazione da parte del sistema di comunicazione di massa, affermando che gli scienziati francesi avevano poco da dire, laddove la stampa francese diceva davvero troppo [14].
A coloro che si rivolgono in fiduciosa buona fede all’omeopatia giova ricordare che uno dei maggiori omeopati del mondo, tenace sostenitore di un’omeopatia -a suo dire- “scientifica”, David Reilly, subito dopo l’annuncio dei risultati di Davenas e soci ebbe a dire: “Se la cosa si dimostra priva di fondamento avremo dimostrato che l’omeopatia è uno dei più grandi incidenti di percorso della scienza medica, una follia di tali proporzioni da meritare uno studio a parte.” [15]
La dimostrazione che si trattava di una frode dovrebbe indurre gli omeopati in buona fede, così come i pazienti, a seguire Reilly e ad abbandonare questa follia.
 
L’accertamento della commissione e la verifica indipendente del laboratorio allergologico francese, erano più che sufficienti perché nel mondo scientifico si considerasse l’affaire Benveniste un “caso chiuso”. Si deve osservare, però, che quanto era emerso durante il controllo non avrebbe lasciato indifferente un magistrato, una corte di giustizia o anche un semplice cittadino che non accetta di essere truffato. Molti interrogativi, che andavano dal perché di quella strana ricerca a chi l’avesse finanziata e a come si fosse giunti alla vera e propria frode dei risultati falsi, sembravano trovare risposta nelle vicende passate e presenti dell’équipe dell’INSERM.
 
 Retroscena e rivelazioni. Scoppiato lo scandalo presso il laboratorio dell’Unità 200, dopo la dissociazione dei due Italiani, un altro firmatario dell’articolo, Pierre Belon, prima prese le distanze dalla ricerca e, poi, ruppe i rapporti con Benveniste. La situazione diveniva ogni giorno più difficile, fino a quando Philippe Lazar, direttore generale dell’INSERM, minacciò il licenziamento dell’intera équipe. La crisi del gruppo di ricerca dovuta allo smascheramento da parte della commissione di Nature, ci riporta al quesito che ci siamo posti nel paragrafo sulla legge di Avogadro e che si può sintetizzare così: perché mai quegli esperimenti e chi li ha finanziati?
Rosario Brancato e Maurizio Pandolfi, due medici oculisti, docenti universitari rispettivamente al San Raffaele di Milano e all’Università di Lund in Svezia, si sono occupati della vicenda in un loro peraltro piacevole e brillante saggio recente [16] in cui, però, riflettono ingenuamente quanto gli autori del “piano” volevano si credesse: “Ci si può chiedere se gli autori avessero un qualche contatto con l’omeopatia. Benveniste no ma altri due erano medici omeopatici, una circostanza che tinse di sospetto lo scetticismo di molti.” [17]
Brancato e Pandolfi si sbagliano di grosso, se così non fosse bisognerebbe spiegare in che modo Benveniste si sarebbe convinto a testare le funzioni dell’acqua diluita nell’acqua e, a sua volta, come avrebbe convinto il Ministero a finanziarlo. Ma le cose non stavano così. La chiave di volta per comprendere l’origine del progetto ed i ruoli dei singoli si chiama Bernard Poitevin.
Poitevin, che abbiamo citato fra i membri del gruppo di ricerca, era medico. Laureatosi a Nantes nel 1978, fu estraneo a pratiche terapeutiche non scientifiche fino a quando suo padre adottivo fu curato con l’omeopatia, circostanza che gli consentì di conoscere questo complesso ed antico modo di sfruttare l’effetto placebo, camuffandolo sotto le spoglie di una fantomatica energia che si sprigionerebbe dalla diluizione accompagnata a scuotimento di sostanze che in congrue quantità sarebbero responsabili dei sintomi che si vogliono curare. Poitevin fiutò l’affare costituito dalla legittimazione di queste pratiche che, anche in virtù della crescente sfiducia verso un sistema sanitario sempre più compromesso con interessi ed opportunismi politici, sembrava avere buone possibilità di affermazione. Il primo passo lo compì nel 1980 ottenendo la tesi di dottorato in immunologia presso il laboratorio di Benveniste. Il campo immunologico che allora, più di oggi, si presentava come un’area vasta e largamente insondata di fenomeni spesso capricciosi ed inspiegabili, gli parve l’anello di congiunzione ideale fra l’omeopatia e la scienza. Il passo successivo fu presentare Michel Aubin, direttore scientifico dei Laboratoires Homéopathiques de France (LHF), una casa farmaceutica omeopatica, a Benveniste. L’incontro è cruciale perché comporta la “conversione” all’omeopatia del direttore dell’Unità 200. Nel 1982 Benveniste firma con Aubin un contratto per studiare l’attività dei prodotti omeopatici nei meccanismi dell’allergia. In altre parole il laboratorio viene finanziato per la prima volta dall’industria omeopatica per lavorare su suoi progetti. Non è noto quale sia stato, in quel periodo, il primum movens che ha attratto su quel sodalizio l’attenzione della maggiore delle industrie produttrici di rimedi omeopatici in Francia, la Boiron. Fatto sta che nel 1983 Benveniste, dopo aver rinnovato per altri due anni il contratto con la LHF di Aubin, firma un contratto anche con la Boiron.
 Poitevin diviene consigliere scientifico della LHF e, in questa qualità, svolge la funzione di supervisore nel laboratorio di Benveniste, coadiuvato da Beatrice Descours, che lavora in qualità di tecnico di laboratorio per la Boiron. Alla fine del 1983, per motivi poco chiari, la Descours si dimette ed al suo posto è assunta Elizabeth Davenas. Da notare che fin dall’inizio la Davenas ha lavorato presso il laboratorio dell’Unità 200 con lo stipendio pagato dalla Boiron.
Conosciuti questi fatti, il quadro d’insieme è molto più chiaro. La decisione di realizzare questo “geniale” progetto di ricerca spetta ad un nucleo di omeopati che da anni lavora a tutti gli effetti per l’industria omeopatica, anche se utilizza in parte una struttura e dei fondi pubblici.
Durante il 1988, qualche mese prima della pubblicazione su Nature, la Boiron acquistò la LHF, diventando così l’unica finanziatrice dei progetti di ricerca di Benveniste. Le due industrie di rimedi omeopatici fra il 1982 e il 1986 investirono tra i duecentomila ed i trecentomila franchi l’anno, nel 1987 e nel 1988 circa ottocentomila l’anno, il 1989 un milione di franchi. Complessivamente il sostegno all’Unità 200, fino alla pubblicazione dell’articolo, si stima intorno ai quattro milioni di franchi.
Dunque, la “memoria dell’acqua” è frutto di un piano architettato e finanziato dall’industria omeopatica per guadagnare una patente di scientificità ai propri prodotti, allo scopo di conquistare quote sempre più estese di mercato grazie alla persuasione dei medici. Non stupisce, perciò, che il piano prevedesse anche un escamotage per evitare l’incriminazione per truffa.
I ricercatori dell’Unità 200 erano ben consapevoli del fatto che la ripetizione degli esperimenti in laboratori indipendenti avrebbe presto dimostrato l’impossibilità di ottenere i loro incredibili risultati, così introdussero nel loro lavoro un errore di campionatura statistica. L’intento era quello di scaricare su quell’errore la responsabilità dei dati ottenuti, per poter dichiarare la propria buona fede. Se un simile trucco poteva aver presa nel corso di un processo su una corte ben disposta, non aveva certo possibilità di sviare la comunità scientifica. A tale proposito si può osservare, visto che si intendeva ingannare i medici oltre che i comuni cittadini, che Benveniste e soci puntavano sull’ignoranza dei clinici francesi in materia di statistica. E non erano i soli, considerato che la direzione generale dell’INSERM per salvare la reputazione dell’istituzione, incaricò il direttore dell’Unità 292, Alfred Spira, uno statistico, di ripetere gli esperimenti cercando di dimostrare che con l’errore di campionatura fosse possibile ottenere i risultati di Benveniste. Ovviamente le prove sperimentali ebbero ancora una volta esito negativo, ma Spira riuscì, se non altro, ad allontanare l’attenzione dal problema vero.
 Il prestigio dell’Istituto sembrava comunque compromesso, tanto che Philippe Lazar voleva che Benveniste andasse via o, per lo meno, fece in modo che si sapesse di questa sua volontà; accettò, invece, di confermarlo nell’incarico per altri quattro anni, ossia fino a scadenza del mandato nel 1992, a patto che la Davenas -ritenuta da tutti la vera responsabile della frode- fosse allontanata [18].

Discussione. Uno dei motivi che ci ha spinto a studiare il caso Benveniste e a proporre in uno scritto una sintesi dei fatti noti e delle nostre riflessioni è che l’accertamento della verità che condusse alla soluzione di quel caso e, conseguentemente, a porre la parola fine ad ogni disputa sul  presunto fondamento scientifico dell’omeopatia, oggi sembra essere del tutto ignorato.
L’esemplarità del caso aveva un enorme valore, perché dimostrava che l’unica volta, in assoluto, che si registrava un fenomeno rilevato scientificamente che obbedisse al dogma omeopatico, si era in presenza di una truffa. Purtroppo, se si eccettuano gli operatori in buona fede, ciò che la quotidiana esperienza ci propone ad un livello un po’ più alto e generale della realtà del singolo che vende o somministra prodotti omeopatici, è molto chiaro. Da una parte c’è chi sostiene in forma propagandistica delle pratiche e delle convinzioni “quotate in borsa” indipendentemente dalla loro veridicità, e ritiene parte di quest’attività insabbiare, depistare e confondere. Dall’altra c’è chi è scientificamente preparato ed in grado di rilevare e smascherare le imposture, ma teme di esporsi a querele od attacchi personali di chi è organizzato per tutelare e difendere un interesse economico. Questa condizione lascia la verità senza avvocati. In una società che tende alla parità “democratica” fra il vero e il falso, il torto e la ragione o la magia e la scienza, purché abbiano sostegno finanziario, confondere le idee attraverso varie forme di comunicazione è un primo passo per la conquista sia dell’opinione della maggioranza, sia di quella di operatori sanitari carenti in formazione scientifica, ideale target di mercato dei manovratori occulti dell’industria delle cosiddette “medicine alternative”.
Un quadro confuso crea dubbi ed incertezze nel riconoscimento di un valore o di un senso, giovando soltanto al falso che, in quel marasma, è messo sullo stesso piano del vero. In questa cornice si inquadra il libro del giornalista Michel de Pracontal Les mystères de la mémoire de l’eau [19], così come le riedizioni abusive o le fotocopie dell’articolo originale pubblicato su Nature; operazioni che hanno buon gioco perché l’INSERM non ha alcun interesse a tornare sulla vicenda, sperando che si dimentichi il coinvolgimento dell’istituzione, lasciando i propagandisti unica voce al riguardo.
Vale la pena soffermarsi brevemente su alcune caratteristiche del sapere scientifico che troppo spesso si danno per note ed acquisite ma, se così fosse, non dovremmo avere “medici omeopatici”.
La scienza non fornisce verità assolute, ma un vero relativo ad un metodo, cioè una oggettività riproducibile, la cui utilità è data dalla possibilità di conoscere le condizioni in cui l’oggetto/evento/fenomeno esiste. Tutti, dotati degli strumenti, possono riprodurre quel vero. La Matematica, fondamento universale del sapere scientifico, si basa sulla coerenza interna dei suoi  sistemi logici; la Fisica, la Chimica e tutte le discipline sperimentali da queste derivate, si basano sulla verifica empirica di ipotesi sviluppate nell’ambito di conoscenze pregresse seguendo una coerenza logica sulla falsariga di quella matematica. È il caso tipico della ricerca biomedica di base (biochimica, genetica, biologia molecolare, patologia molecolare, immunologia, ecc.) in cui l’esperimento consente di mettere alla prova un’ipotesi in una forma oggettiva e ripetibile, riscontrando il risultato con i sensi [20]. I grandi progressi che le discipline scientifiche hanno consegnato alle società moderne si basano in gran parte sulla regola della ripetibilità dei risultati in laboratori diversi e concorrenti. Il concorrente agisce da severo giudice perché ha tutto l’interesse a dimostrare l’errore dell’altro, così come ha interesse a riconoscere il vero ed il giusto nell’altro, perché ciò gli consentirà di essere secondo e non ultimo nella competizione generale. Questo non vuol dire che il sistema della scienza sia un sistema perfetto, tutt’altro, ma questa è senz’altro la parte migliore e, probabilmente, uno dei migliori sistemi di garanzia di successo che le imprese del sapere umano abbiano mai concepito.
Questa sintetica caratterizzazione ci consente di definire un punto fondamentale per la nostra discussione, cioè che il vero scientifico è sempre il risultato di un processo di conoscenza empirica e critica che si basa a sua volta su altri risultati ottenuti sempre, come si è soliti dire, per tentativo ed errore, imparando da codesti errori. Alcuni risultati della ricerca vengono generalizzati come procedure di laboratorio, ottenendo ogni volta che li si impiega, ovvero migliaia di volte in tutto il mondo, verifica sperimentale. Al contrario, saperi come quelli di molte “medicine alternative” e dell’omeopatia, sono caratterizzati dal fondarsi su dogmi indimostrati che si considerano veri fino a prova del contrario. Questa è la ratio delle verità rivelate tipica del sapere religioso, che si colloca in tutt’altra sfera rispetto all’umile conoscenza empirica della materia e dei suoi fenomeni, anche ammesso che vi sia una divinità degna di fede che abbia rivelato agli uomini i principi dell’omeopatia. Come ci insegna l’Antropologia, la ratio di questi saperi proviene da epoche in cui lo studio empirico della realtà era impossibile per mancanza di mezzi adeguati.
Molti omeopati spiegano agli scettici che l’omeopatia cura i sintomi non le malattie, ma in genere non ne conoscono il motivo. Se lo conoscessero, saprebbero anche che quella pratica non è compatibile con la medicina scientifica e nemmeno con le più elementari nozioni di patologia note da secoli. Infatti, un assunto di base della teoria omeopatica è che quasi tutte le malattie abbiano la stessa patogenesi. L’omeopatia moderna fu concepita nel 1800 da Samuel Hahnemann come variante dell’arcaica Magia Simpatetica, dalla quale trae la teoria: “Tutte le malattie tranne le sicosi [21] e la sifilide sono causate da un miasma di psoriasi” [22]. Quella magia non conosce la struttura atomica e molecolare della materia inorganica ed organica e, pertanto, suppone che in ogni cosa, sia esso un sasso che un organismo vegetale o animale, vi sia un’essenza sui generis. Coerentemente con questa idea primitiva, molto diffusa nel pensiero arcaico, l’omeopatia suppone l’esistenza di proprietà legate a questa “essenza”.
Un omeopata tedesco partendo da due proprietà che l’omeopatia attribuisce al peperoncino, ossia quella di conferire colore rosso acceso alle guance e stimolare la nostalgia di casa, nel 1983 propose su rivista considerata autorevole nella sua realtà culturale, una terapia a base di peperoncino alle solite “diluizioni” per gli 11 milioni di lavoratori stranieri residenti nell’Europa occidentale [23]. Se si pensa all’ortaggio in questione come ad un vegetale dal quale estrarre principi attivi, ossia si ragiona in termini molecolari, non se ne giustifica l’impiego particolare se lo si diluisce ben oltre la scomparsa di ogni traccia. Si deve invece tener conto dell’essenza. In altre parole nel peperoncino c’è una qualità intrinseca che definisce le sue caratteristiche e le sue proprietà, incluse quelle in grado di produrre effetti nell’uomo (sintomi) che è propria dell’essere peperoncino e non carota. Questa qualità obbedisce ad una proprietà [24], ovvero quella di determinare effetti opposti se data in concentrazioni negative. Quest’ultimo concetto, che resterebbe poco chiaro qualora si tentasse di spiegarlo in termini logici, si comprende bene alla luce del meccanismo magico di “annullamento”: un’azione inversa rispetto a quella che ha prodotto un determinato effetto produce l’effetto inverso, annullando il precedente. [25]
L’omeopatia, rispetto ad altri tipi di terapie non scientifiche o “medicine alternative”, costituisce un caso molto speciale, soprattutto perché ha creato una sua industria “farmaceutica” con un budget che le conferisce un importante peso economico, ma anche perché è sponsorizzata dalla famiglia reale inglese, in grado di influenzare in tutto il mondo ambienti a loro volta influenti.
Proprio in Inghilterra, il rettore ed il preside della facoltà inglese di omeopatia mentre si ergevano a garanti del sapere affermando in un discorso l’importante funzione dell’istituzione da essi rappresentata per evitare che “alcuni medici con una cattiva preparazione e non qualificati possano prosperare e sostenere teorie folli” [26], si rendevano protagonisti delle più assurde prescrizioni. Il rettore, ad esempio, prescriveva “alle ragazze vittime di una delusione amorosa e alle donne che non sono mai riuscite a sfogarsi con le lacrime […] affinché si sciolgano, sali da cucina a diluizioni tali che è improbabile trovarne una molecola in un’intera botte” [27]. Ovviamente il razionale terapeutico è dato dal fatto che le lacrime sono salate.
È evidente che uno studente della facoltà di Medicina che abbia compreso anche solo i concetti salienti delle materie di studio del primo anno di corso non può accettare roba come la patogenesi universale dovuta al miasma di psoriasi, la capacità del peperoncino di agire sul cervello determinando nientemeno che la nostalgia di casa o l’importanza del sapore delle lacrime per una terapia farmacologica della delusione d’amore a base d’acqua che “si ricorda del sale” che ha incontrato. Allora come si spiega l’alto numero di medici laureati in Francia, Inghilterra, Germania e Italia che associa queste pratiche alla medicina scientifica?
Non ci attarderemo oltre sul concetto di dinamizzazione che conferisce energia vitale attraverso lo scuotimento, eccetto che per rilevare che rientra nel quadro del paradosso di inversione che caratterizza la “diluizione”: più si diluisce più, scotendo, aumenta la “potenza” della pozione magica. A tutto il sapere omeopatico si può applicare lo stesso aggettivo: arcaico.
Ma, se si pensa al concetto omeopatico di diluizione che, come già si è rilevato, diluizione non è, si deve dire che basta il buon senso di un bambino di 10 anni per rendersi conto dell’assurdità. Una concentrazione adoperata in omeopatia è quella detta 12c che corrisponde a 1024. Per rendere più evidente la proporzione Von Baeyer propone un esempio noto come il “Teorema dell’ultimo respiro di Cesare”. Se consideriamo che l’ultimo respiro di Cesare abbia avuto il volume di un’espirazione media e che si sia distribuito uniformemente nell’atmosfera terrestre attraverso gli anni, considerato che il volume dell’atmosfera corrisponde alla capacità dei nostri polmoni per dieci alla ventiquattresima, dobbiamo dedurre che ad ogni inspirazione inaliamo una molecola dell’ultimo respiro di Cesare [28].
È proprio difficile credere alla buona fede di operatori di omeopatia che si siano soffermati solo per qualche istante con attenzione sugli strumenti che impiegano. Ma deve fare ancor più riflettere il fatto che i trials per testare la validità dell’omeopatia sono un affare dell’800 quando, fra gli altri, se ne occupò James Young Simpson (1853) [29], divenuto famoso per aver introdotto l’uso del cloroformio come anestetico generale. Già allora si dimostrò che si trattava di una grande impostura [30] ed ora nel terzo millennio siamo ancora alle prese con i fantasmi di una follia molto redditizia. Infatti, se ci stupisce l’esempio del respiro di Cesare, che diremo del fatto che i rimedi più impiegati sono contrassegnati come 30c ovvero 1060? In un articolo redazionale su Medical Press del 1879 dal titolo “Omeopatia Impazzita” a proposito della diluizione 30c si faceva questo esempio: “l’equivalente di un granello di sale in una quantità di diluente tale che basterebbe a riempire diecimila miliardi di globi, ciascuno tanto grande da contenere l’intero sistema solare”[31].
 
Il caso Benveniste, è esemplare in tutti gli aspetti di una vicenda che si trascina dalla metà del XIX secolo: l’impostura, il consenso in buona e cattiva fede di ignoranti ed interessati, lo smascheramento e, poi, l’oblio di quest’ultimo. Se dobbiamo notare cosa è cambiato, non possiamo esimerci dal fare un rilievo negativo che, però, non deve indurci al pessimismo. Questo rilievo consiste nel notare la crescente contaminazione della Medicina contemporanea con pratiche non scientifiche ed anacronistiche. Il problema è di proporzioni epocali e richiederebbe un approfondimento ed uno studio a sé, vogliamo solo accennare ad alcune delle cause che ci sembrano più evidenti, proponendole alla riflessione e al dibattito:
 
1. La mancanza di una formazione scientifica realmente concettuale e critica.
2. La passività come atteggiamento mentale in molti modelli sociali e culturali.
3. L’indebolimento o la perdita di collegamento fra valori ideali e valori personali.
4. La fiducia cieca ed acritica in ciò che si afferma sul mercato.
5. La perdita di responsabilità sociale e culturale dei professionisti di alta qualificazione.
6. L’estensione del paradigma politico-giornalistico alla gestione di ogni forma di sapere.
7. La mercificazione della cultura.
8. La perdita di un sistema di valori morali alti cui ancorare la deontologia professionale.
 
Si potrebbe continuare ancora per molto, ma ci fermiamo qui in attesa delle prossime occasioni di discussione e dibattito sull’argomento, che rimarrà sempre attuale per noi di BRAIN MIND & LIFE, fino a quando ci saranno omeopati e ci saremo noi, per rispetto della verità che è sempre rispetto di tutti.
 
Filippo Rucellai, Rita Cadoni e Giuseppe Perrella – BM&L


[1] E. Davenas et al., Human basophil degranulation triggered by a very dilute antiserum against IgE, Nature, 333, 816-818, 1988.
[2] Vedi F. Rucellai e R. Cadoni, L’acqua è smemorata, in Frodi, Inganni ed Errori (Rubrica sulle pagine italiane del sito della Società di Neuroscienze BRAIN MIND & LIFE, www.brainmindlife.com) in cui si propone un’analogia esplicativa per rendere evidente l’assurdità di una simile ipotesi.
Ci piace ricordare il titolo di Legislatore delle Molecole che Icilio Guareschi attribuì ad Amedeo Avogadro (1776-1856).
[4] Parlare di “diluizione” dopo le 13 volte in 100 ml è erroneo, vuol dire accettare già l’impostura omeopatica. Infatti, diluire vuol dire sciogliere una sostanza in un liquido sicché, quando la sostanza è assente, manca il soggetto della diluizione. Per cui la logica dell’espressione linguistica diluizione viene a cadere, in quanto si è in presenza del solo liquido adoperato, in questo caso l’acqua.
[5] E’ noto che l’omeopatia postula l’efficacia di queste presunte diluizioni come dogma indimostrato, al quale aggiunge una non meno infondata pratica, ovvero quella della dinamizzazione, consistente nello scuotimento fra una diluizione e l’altra che conferirebbe le proprietà desiderate al “rimedio” in allestimento. L’équipe di Benveniste “dinamizzò” scrupolosamente ad ogni travaso il liquido che aveva contenuto il siero anti-IgE.
Petr Skrabanek and James Mc Cormick, Follies And Fallacies In Medicine, 1989, Ed. It., Follie ed inganni della Medicina, pag. 148, Marsilio, Venezia, 1992.
[7] Petr Skrabanek and James Mc Cormick, op. Cit., p. 148.
[8] J. Maddox, in Nature, 333, June 30th, 1988.
[9] Incarico che manterrà per altri quindici anni, fino al 1995.
[10] Fra questi vi era il celebre Uri Geller che era riuscito ad ingannare mezzo mondo con i suoi poteri paranormali, i quali gli conferivano, a suo dire, la capacità di piegare oggetti di metallo con la sola forza del pensiero. James Randi riuscì a filmare la frazione di secondo in cui l’abilissimo truffatore piegava un cucchiaino contro il piano della sedia su cui era seduto. Randi divenne popolare per un programma televisivo in cui prometteva un milione di dollari a chiunque fosse riuscito a proporgli un trucco che lui non sarebbe stato in grado di svelare. Parte di quelle serie televisive sono state proposte anche in programmi della televisione italiana. Ha smascherato i guaritori Filippini con l’impiego di nozioni di anatomia e medicina legale, oltre che di prestidigitazione; talvolta ha fatto ricorso alla fisica, alla chimica o a saperi tecnologici. Ha impiegato la statistica e notissimi giochi matematici per svelare i trucchi di maghi che si dichiaravano in grado di prevedere disastri aerei, ferroviari o navali. La sua attività prevalente per molti anni è stata quella di perito per commissioni parlamentari di inchiesta.
[11] E’ rimasto alla guida della rivista fino all’età di 70 anni e proprio ai suoi colleghi di Nature ha dedicato la sua ultima fatica: That remains to be discovered (ed. It., Che cosa resta da scoprire, Garzanti, Milano 2000).
[12] J. Maddox, J. Randi, W.W. Stewart, “High dilution” experiments a delusion, in Nature, 334, 287-290, 1988.
Petr Skrabanek and James Mc Cormick, op. Cit., p. 149.
[14] A. Dorizynski, French scientists say little; the French press too much, Scientist, Sept 5th , 4, 1988.
[15] D. T. Reilly, Explanation of Benveniste, Nature, 334, 285, 1988.
A commento dell’osservazione fatta da Reilly, ossia che “l’omeopatia è uno dei più grandi incidenti di percorso della scienza medica”, si deve precisare che le scienze mediche non hanno mai avuto alcun rapporto con l’omeopatia, piuttosto è accaduto -e purtroppo ancora accade- che dei medici laureati, per ignoranza o malafede per accrescere i profitti, esercitino l’omeopatia ed impieghino i rimedi omeopatici che si fondano su principi che già Ippocrate aveva dimostrato essere irrazionali. 
[16] R. Brancato e M. Pandolfi, Miserie e Grandezze della Medicina. Verità, illusioni, speranze. Oscar Mondadori, Milano, 2002.
[17] R. Brancato e M. Pandolfi, op. Cit., p. 126.
[18] Nel 1994 Benveniste tornò alla carica, cercando di coinvolgere il premio Nobel per la fisica George Charpak che non volle prestarsi in alcun modo, opponendo recisi rifiuti; infine accettò di supervisionare la ripetizione degli esperimenti che, ancora una volta, diedero esito negativo. Quando, anche dopo questa ulteriore dimostrazione della frode di sei anni prima, gli omeopati continuarono ad alimentare il dibattito, Charpak definì la “memoria dell’acqua” un delirio senza fine.
[19] Eccetto coloro che lessero, a suo tempo, i reports qui citati, ben pochi sanno come stiano davvero le cose, in quanto i mezzi di informazione, dopo aver diffuso la notizia della “scoperta della memoria dell’acqua” e fomentato ad arte la bagarre, al momento della verità si sono invece limitati ad una timida smentita.
[20] La vista, in genere. Oltre l’ovvio caso dell’osservazione al microscopio, si pensi ai risultati delle elettroforesi che si leggono come bande di colore, ai precipitati, ai sopranatanti o agli opacamenti spesso riscontrabili a vista nei test-tubes (provette). In tutte le discipline sperimentali vi sono strumenti, quali i telescopi o gli spettrofotometri, che non sono altro che espansori della funzione visiva.
[21] Si vuole intendere i “condilomi acuminati”.
[22] E’ perfino superfluo sottolineare che “miasma di psoriasi” è un’espressione senza senso. Vedi anche Petr Skrabanek and James Mc Cormick, op. Cit., p. 144.
[23] A. Braun, Capsicum, das Heimweh und die Purifikatoren, in Z klass Homoopath, 27, 195-200, 1983.
[24] Proprietà che è un “classico del pensiero magico” in tutte le culture arcaiche e che, in varie forme, si conserva nei rituali dei “maghi moderni”: la fattura, ossia un manufatto simbolico contro un evento o una persona negativa, contiene elementi richiamanti l’evento o la persona per invertire la direzione dell’effetto negativo, annullandolo. Legami fra i processi paralogici che collegano la magia arcaica a quella moderna si possono cogliere in molte opere di antropologi ed etnologi, fra queste un classico italiano è Sud e Magia di Ernesto De Martino (Feltrinelli, varie edizioni).
[25] Su questi argomenti sono state scritte intere biblioteche e, dalla lettura del pensiero magico da parte di Freud, passando per l’antropologia culturale e l’antropoanalisi, non si contano gli autori che si sono cimentati con l’argomento, per lo più paragonando i meccanismi psichici dell’annullamento nella psiconevrosi ossessiva con le forme del pensiero magico.
[26] H. Boyd, Homoeopathic Medicine, pp. 150-177, in Alternative Therapies, G.T. Lewith editor, London Heinmann, 1985.
[27] H. Boyd, op. Cit., ibidem.
[28] H. C. von Baeyer, Caesar’s last breath, in Science 26, 6, 2-4, 1986.
[29] J. Y. Simpson, Homoeopathy: Its Tenets and Tendencies, Edimburg, Sutherland and Knox, 1853.
[30] AA.VV. Homoeopathy and homoeopathic writings, in Dublin Quarterly Journal of Medical Sciences, 1, 173-210, 1846.
[31] Redazionale non firmato: Homoeopathy gone mad, in Medical Press, 78, 256, 1879.

mercoledì 13 agosto 2008

I mulini ad acqua di ComeDonChisciotte


acqua
L'ACQUA DI DIO

di Franco Cilli

Nei giorni scorsi ho partecipato a un'acceso dibattito sulle medicine alternative, su un sito di sinistra piuttosto famoso: Comedonchisciotte, che per certi versi apprezzo e stimo. Sono stato tacciato di essere un aristotelico impenitente, oltrechè di essere un ignorante e un presuntuoso, da chi si proclamava degno erede di Galileo. La discussione verteva prettamente sull'omeopatia e sull'ultimo ritrovato dei seguaci più o meno acculturati di questa pseudoscienza: la "memoria dell'acqua". Mi riprometto di scrivere un post più ricco e dettagliato sull'argomento quando farà meno caldo. Vorrei solo mettere in rilievo un parallelo che mi è venuto in mente ed è quello con l'intelligent design, l'ultima trovata dei credenti di estrazione anglosassone della religiome dell'unico Dio. Quando i credenti hanno capito che il buon San Tommaso e il buon Sant'Anselmo non erano più sufficienti a convincere un mucchio di persone dell'esistenza di Dio, hanno pensato di fare un upgrade della loro strumentazione obsoleta e si sono inventati la teoria dell'intelligent design, che pur essendo solo una teoria totalmente campata in aria, era sufficiente a dare un nuovo impulso a una religione che appariva come un astro in via di raffreddamento.Visto che la scienza non può spiegare tutto, ecco pronta una teoria, che grazie alla non onnipotenza della stessa, rimette in sella il vero onnipotente per eccellenza: Dio.
Una cosa analoga stanno facendo i cultori dell'omeopatia: dato che qualcuno si è accorto che un tale Avogadro aveva fatto una scoperta che riduceva ad acqua fresca i preparati omeopatici e l'empirismo ingenuo del povero dott. Hannemann appariva un tantino sbiadito, gli omeopati si sono attaccati al concetto fresco fresco e molto accattivante di memoria dell'acqua, cioè a dire che per quante siano le succussioni di un dato preparato omeopatico, l'acqua, benchè ormai totalmente priva di molecole di quel preparato, conserverà memoria dello stesso grazie alla memoria di legame dei suoi atomi di idrogeno e di ossigeno. La storia è molto interessante e comincia con lo scienziato francese Benveniste negli anni '80, che affermò di essere riuscito a dimostrare l'esitenza di questo fenomeno misurandone gli effetti. In pratica Benveniste prese un antianticorpo(anti IgE) lo diluì a diluizioni omeopatiche (cioè a dire eliminando totalmente la sua presenza dal preparato)) e dimostrò (credette di dimostrare, a mio avviso) che malgrado il procedimento di  diluizione i granulocitoi basofili degranulavano a contatto con tale preparato, liberando istamina.
Nature,
prestigiosa rivista scientifica e massima rappresentante della scienza ufficiale, accettò di pubblicare l'esperimento, ma pretese un protocollo rigido e la supervisione fra gli altri di James Randi, grande illusionista e cacciatore di fandonie. I risultati furono ovviamente molto deludenti. Gli epigoni dell'acqua intelligente, però non si diedero per vinti ed oggi (non so che risonanza abbia nel mondo accademico, credo zero), viene fuori un fisico, Roberto Germano che ha scritto "Aqua", un libro dove dati alla mano il concetto di memoria dell'acqua verebbe riproposto e dimostrato aldilà di qualsiasi dubbio. Confesso che ho appena sfogliato questo libro, ma non è questo il punto. Il punto è, come ho cercato di spiegare nelle discussioni avute, che il problema non ha niente a che vedere con la fisica quantistica, la calorimetria, la conduttività o quant'altro. Il problema ha a che vedere con l'efficacia dell'omeopatia, la quale è tutt'altro che dimostrata: ammesso che esista qualcosa di vagamente definibile come memoria dell'acqua, chi mi dice che quel determinato composto di cui l'acqua conserva memoria sia realmente efficace? E perchè l'acqua conserva memoria solo di quelle sostanze e non dello sciroppo di menta che ho preso al bar o della purga che mia nonna ha preso nel '23?
Una follia. Una follia anche perchè i fedeli dell'acqua tendono a mettere tutto nello stesso calderone: le cure naturali contro il cancro (guerra ala chemioterapia), le amalgami dentali, i vaccini che sono pericolosi e inutili, i chelanti per il mercurio per guarire i bambini autistici e quant'altro. Il tutto condito con una visione paranoica della realtà che vede congiure della "scienza ufficiale" ad ogni angolo di strada. Intendiamoci, io detesto Big Pharma, ma la canea che gli alternativi provocano serve solo ad occultare i veri problemi che stanno dietro la ricerca stessa, cioè lo scorretto utilizzo della metodologia, la manipolazione dei risultati, l'asservimento a logiche di profitto. Affermare queste cose non vuol dire però di conseguenza che l'irrazionalità deve sostituire la razionalità del metodo, imperfetto sì, perfettibile sì, inquinato sì, da logiche estranee al bene comune, ma infinitamente migliore del pensiero magico e delle paranoie degli "alternativi". Qui il problema, in definitiva non è il metodo scientifico, il problema è che quelli che lo conoscono bene, spesso lo usano malamente.

venerdì 8 agosto 2008

Pulpiti pragmatici

I POLLI DEI RADICALI
Ho sempre trovato irritante questo tipo di argomentazione: “Ah, volete fare una manifestazione contro i maltrattamenti agli zibellini, ma come la mettiamo con le sofferenze dei polli? Quando mai avete sfilato per i polli?”
Dico io, che razza di ragionamento sarebbe questo? D'accordo, avrò trascurato i polli, ma se trovi giusta la mia iniziativa per gli zibellini, aggregati: poi potremo parlare anche delle galline!
La questione, però, sarebbe completamente diversa se io, in passato, non mi fossi limitato a sorvolare sullo strazio dei polli, no, ma avessi fondamentalmente trovato accetabile il loro trattamento negli allevamenti intensivi, riconoscendo che, certo, le galline se la passano male, che sicuramente sono stati fatti molti errori, ma che in fondo le batterie sono la cosa migliore in un mondo imperfetto, e inoltre tutto andrebbe per il meglio se gli allevatori facessero come dico io!
È quello che sta succedendo (non da adesso) per la toccante campagna per i diritti umani in Cina. Soprattutto commovente è l'atteggiamento dei Radicali (si badi bene, con la R maiuscola, che quelli con la minuscola sono gentaglia). Se si tratta dell'Iraq, i Radicali sono un prodigio di realismo e ragionevolezza; criticano Bush per gli errori commessi nella “campagna militare in Iraq”, ma a quanto sembra il maggiore di questi errori non è stato quello di commettere il supremo crimine di guerra di aggressione, massacrando centinaia di migliaia di persone, annichilendo infrastrutture, depuratori, condutture, ospedali e quant'altro, no... Il peggiore sbaglio di Bush è stato quello di non appoggiare l'iniziativa Radicale “Iraq Libero”, che contemplava l'esilio (ma non l'impunità) per Saddam Hussein e una bella costituente irachena con patrocinio internazionale.
Perché sono commosso? Perché i Radicali credevano (e tuttora credono) che gli janqui siano andati in Iraq a portare la democrazia. Solo, lo hanno fatto nel modo sbagliato! Bastava che dessero retta a Pannella.
Per i Radicali, quindi, non si è trattato di sorvolare su una bagatella come il peggior crimine di guerra del XXI secolo, si è trattato di accettarlo, comprenderlo e (possibilmente) emendarlo. Come dire: la missione (portare la democrazia in Medioriente) è comunque ottima, e anche dal disastro iracheno qualcosa di buono può venirne fuori. In fondo, è stata abbattuta una dittatura sanguinaria, no? Andarsene adesso vorrebbe dire abbandonare gli iracheni alla guerra civile e alla teocrazia (accadrà comunque, ma vuoi mettere se ci sono le megabasi janqui a tener d'occhio i savages?).
Perché Bush che fa la predica alla Cina non è un ipocrita: è che le democrazie possono fare cose che le non democrazie invece no. Come l'omicidio di massa.
Quanto alla categoria di democrazia, non c'è bisogno di ricorrere ai bizantinismi dei politologi (diritti civili, separazione dei poteri, habeas corpus, rispetto della forma, e chi ne ha più ne disconnetta): è l'occidente bianco a essere democratico, anzi, visto che noi europei abbiamo tanto bisogno di “riforme americane”, l'occidente anglosassone.
No, non è per una questione di ipocrisia che trovo imbarazzante sentire i Radicali parlare dei diritti umani in Cina.
Semplicemente, non ne hanno l'autorità morale.

Domenico D'Amico

Cinema coreano 01

GIANNA CHI?

Guardando un film tutto sommato gradevole come Two Faces of My Girlfriend, mi sono venute in mente, a catena, altre opere.
two faces of my girlfriend
Two Faces of My Girlfriend

Two Faces narra dell'incontro di un giovane disoccupato con una ragazza dalla doppia (anzi, come si scoprirà in seguito, tripla) personalià. Gu-chang, il disoccupato, vive a casa della sorella divorziata, è al settimo anno di università, fallisce miseramente ai colloqui di lavoro, cerca di spillare soldi perfino al nipotino, e oltretutto non è nemmeno un bel ragazzo: a quasi trent'anni è ancora vergine. A questo punto incontra una ragazza in metropolitana. Lei è truccata da tipico spettro orientale, pallore cadaverico e scarpe rosse in mano - una citazione dall'horror Red Shoes - perché sta facendo la comparsa in un film, e oltretutto, nel vagone deserto, dormicchia coi lunghi capelli neri che le coprono il volto. Quando si sveglia e lo fissa, Gu-chang se la da' a gambe, terrorizzato, e lascia cadere il cellulare. L'indomani, la ragazza viene svegliata dalla produttrice (sua sorella), che la rimprovera di essersene andata senza aver interpretato il suo ruolo di Fantasma numero 17. Quando Gu-chang (su suggerimento del nipotino), chiama il proprio cellulare per capire se qualcuno lo ha trovato, la ragazza, assonnata, prende l'apparecchio (che ha raccolto senza pensarci) e risponde: “Pronto, qui è il Fantasma 17...” Gu-chang sussulta dallo spavento e da' per perso il telefonino. Quando conosce Anni, una ragazza dolce e sensibile, che, stranamente, sembra trovarlo di suo gusto, Gu-chan crede di incontrarla per la prima volta. I problemi sorgono quando Anni cede il posto ad Hanni, violenta e prepotente, nonché fumatrice, bevitrice e divoratrice di cibo. Seguono equivoci, risse e momenti teneri.

two faces of my girlfriend
Two Faces of My Girlfriend

Quando Gu-chang è arrivato a una sorta di accordo di non belligeranza con la personalità più aggressiva della sua ragazza, scopre (è la sorella di Anni a dirglielo) che sia Anni sia Hanni sono il prodotto del profondo dolore e senso di colpa che Yuri (ecco il suo vero nome) nutre dopo la morte dell'uomo che amava. Gu-chan, col cuore spezzato, accetta di collaborare alla guarigione di Yuri, sapendo che così Anni e Hanni scompariranno, e lui verrà dimenticato...
Ma il cellulare di Gu-chan, rimasto tutto il tempo in casa di Yuri, sarà l'occasione di un nuovo incontro tra i due. Si conoscono per la prima volta, di nuovo, e con ottimi auspici.
Naturalmente, non ho potuto fare a meno di pensare a My Sassy Girl. Two Faces arriva a farne una citazione (la scena del faro umano). Sarebbe ingiusto però paragonare un'opera tutt'al più accettabile come Two Faces a un capolavoro come My Sassy Girl.

my sassy girl
My Sassy Girl

Non si può però non notare la vena di misoginia che percorre questi racconti (e altri dello stesso genere, ad esempio Mr. Handy, generati dall'esplosione coreana di commedie romantiche seguita a My Sassy): il maschio bonaccione sopporta con pazienza la femmina bizzosa, consapevole che, in fondo, un loser come lui dove l'andrebbe ad agganciare una gnocca del genere (in fondo è la storia della Serva Padrona di Pergolesi)?. Tuttavia, sia in Two Faces sia in My Sassy i due protagonisti non riescono a rendere compiuto il loro amore finquando non riescono, ognuno a suo modo, a dare un nuovo senso alla propria esistenza (nel caso degli uomini si tratta di mettere la testa a posto e di fare qualcosa della loro vita, nel caso delle donne di superare il dolore di una perdita e ricominciare a vivere).

my sassy girl
My Sassy Girl

È un po' quello che accade (ovviamente in termini diversi) in molti film di Luc Besson (tipo Nikita, Leon, Il Quinto Elemento): un uomo e una donna, entrambi umanamente incompleti (perché disadattati, troppo giovani, alieni o dall'emotività negata) si incontrano, e insieme evolvono verso un'esistenza più piena e reale.
My Sassy Girl, ovviamente, è ben più di questo, mettendo in campo un sofisticatissimo gioco di piani temporali (che non scade mai in un tedioso, oulipiano, schemetto metanarrativo) che fa risplendere i sentimenti e i pensieri dei protagonisti come alberi luminescenti.
Purtroppo è in arrivo un remake janqui, con Elisha Cuthbert. Non voglio credere che sarà un orrore come La Casa sul Lago del Tempo (remake USA del coreano Il Mare), ma c'è poco da sperare. Innanzitutto la storia sembra inserirsi nel filone “uomo troppo serio e inquadrato incontra ragazza pazzerella che gli mette un po' di friccico nella vita” (da Something Wild ad Along Came Polly), e poi... Elisha Cuthbert.

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My Sassy Girl (USA)

Sono un suo estimatore, intendiamoci, fin dalla sua apparizione in 24, ma paragonarla a Jeon Ji-hyeon [1], l'interprete, oltre che dell'originale My Sassy Girl, anche di Il Mare, Windstruck e Daisy, sarebbe un po' come far gareggiare un ghepardo e un gatto štruppiato.

Jeon Ji-hyeon
Jeon Ji-hyeon

windstruck
Windstruck

daisy
Daisy

[1] Ah, questi nomi orientali! Jeon Ji-hyeon (전지현) viene chiamata, in occidente, Jeon Ji-hyun, Jun Ji-hyun, Jun Ji-hyeon... E allora, in occasione del suo primo film girato negli States (un versione live action di Blood the Last Vampire), hanno tagliato la testa al polipo e scelto il suo nome occidentale ufficiale: Gianna Jun.
Ehi, ma che è quello?
Niente. Ho solo vomitato il pancreas...

Domenico D'Amico

mercoledì 6 agosto 2008

A RUOTA LIBERA 2: HEIDEGGER, DELEUZE, GUATTARI, PENSIERO DE CHE ?


PENSIERO MARCIO


Fa caldo, la mente è appannata, i pensieri fanno fatica a trovare la sintonia giusta, ma un’immagine mi appare ancora nitida e per nulla sfocata dalle spire della calura: l’inutilità di certi pensatori. Deleuze, Guattari, Lacan, Foucault, Negri, Lyotard, sono i pensatori dell’inutile e bello (o dell’inutile è bello). Qualcuno mi può spiegare a che servono? A che serve il loro linguaggio farfugliante, che dovrebbe essere la summa di una gnosi tanto incomprensibile quanto privata? Fra l’altro, se ne infischiano della matematica e delle scienze di base e hanno l'ardire di pretendere che queste si pieghino al loro pensiero.
E non mi si venga a dire che ho la presunzione di parlare senza aver prima letto le oper di questi signori e senza argomentare nel dettaglio, perchè io le opere di questi signori le ho lette ed ho perso solo tempo nel farlo, tempo che avrei meglio speso se avessi letto un manuale di orticultura, e non ho nessuna voglia di perdere altro tempo ad argomentare l'inargomentabile. Facciamo così, per venirci incntro, qualcuno se ha il coraggio, si legga queste opere: "Essere e Tempo" oppure "Millepiani" o "l'Antiedipo"o meglio "Differenza e Ripetizione" e poi le commentiamo insieme.
Lasciamo perdere i francesi, ma qualcuno mi può spiegare a che servono i giochetti di parole di un tizio come Heidegger, quando la cosa che risalta maggiormente di lui, andando al grano, è che era un vigliacco nazista (mai pentito) e profittatore delle sue giovani allieve? A che serve la sua presunta profondità di pensiero? Ha mai sfamato qualcuno? Che  tipo di progresso ha mai portato al genere umano il parlare a vanvera  ricamato dalle peggiori intenzioni? Le affabulazioni non sono qualcosa di vicino a una lucida follia? Bene: elogio della follia, ma non degli stronzi nazisti!

lunedì 4 agosto 2008

Miseria di anime morte

di Riccardo Petrella
da Il Manifesto

Le due bambine rom morte annegate nel mare di Napoli, i cui corpi sono coperti da pezzi di stoffa che lasciano visibili i loro piedi, giacciono abbandonate sulla spiaggia al sole (in attesa di...?), nella palese indifferenza dei bagnanti che passano o che si crogiolano al sole a pochi metri. Le foto diffuse in tutto il mondo sono eloquenti. Paese indegno, il nostro, quando parte della sua popolazione è giunta a tale livello di cinismo, di miseria d'animo e di rigetto dell'altro (le bambine sono rom, no?).
Paese indegno, altresì, come lo è il governo italiano che ha deciso, alcune settimane prima, di schedare le impronte digitali dei bambini rom col pretesto di proteggerli dai loro genitori accusati di essere «naturalmente» (perché rom) inclini ad agire come genitori snaturati, schiavisti e sfruttatori dei loro bambini. Una misura giudicata indegna anche dalle autorità dell'Ue e, con un voto, dallo stesso europarlamento (del cui gruppo politico di maggioranza relativa, il Ppe, fa parte il partito del primo ministro italiano).
Governo indegno che sbriciola la sua cultura politica e polverizza il suo senso etico-civile accettando, come espressione pittoresca, il volgarissimo gesto del dito medio compiuto da un ministro chiave della Repubblica per esprimere la sua considerazione dell'inno nazionale italiano. Mai visto nella storia dei paesi europei una così vergognosa indecenza da parte di un ministro di Stato.
Paese indegno anche perché nessun rappresentate del parlamento ha richiesto le dimissioni immediate del ministro colpevole di siffatto scempio della rispettabilità della classe politica italiana. L'opposizione, riformista, avrebbe dovuto abbandonare il Parlamento e dichiarare l'astensione da ogni lavoro parlamentare fintantoché il ministro non si fosse dimesso. Essendosi limitata ad una debolissima protesta pro-forma, anche l'attuale opposizione parlamentare ha contribuito ad aumentare l'indegnità del nostro paese. Mentre le forze della sinistra, ormai extraparlamentare, sono state in questi giorni, in altre faccende affaccendate...
Paese indegno, anche perché popolo indegno. Noi italiani abbiamo aderito con facilità a due «grandi concezioni culturali»: la priorità data all'arricchimento individualista furbastro, menefreghista e, se necessario, illegale; la visione dell'altro (Roma, i rom, lo Stato, il mendicante, l'immigrato, l'Europa, il negro...) considerato la causa del male, il nemico, anche quando l'italiano riesce a sfruttarlo. Due concezioni che hanno localizzato la dignità del nostro popolo al di sotto del livello della pancia, distruggendo in noi gli elementi sostanziali di immunologia etica, morale, civile, politica, ed umana.
Da qui, il datore di lavoro veneto che lascia morire di fatica nei campi il «clandestino» indiano e domanda poi che il suo corpo (ridotto a scarico/rifiuto) sia tolto dal suo campo; da qui, l'accusa di essere una cloaca fatta al Consiglio superiore della magistatura da parte di un altissimo esponente politico del governo attuale; da qui, un popolo che rielegge trionfalmente e lo porta a diventare ministro la persona che aveva affermato che usava la bandiera tricolore italiana per pulirsi il sedere, che è lo stesso autore recente del gesto del dito; da qui un popolo che ridà il potere ad un Presidente del consiglio dei ministri che dichiara vittoria, urbi et orbi e senza vergogna, per essere riuscito, finalmente, a far adottare delle leggi fatte a sua misura per salvarsi da una magistratura non solo comunista (a suo avviso) ma malata perché, come dichiarato in altri momenti, sempre da Presidente del consiglio dei ministri: «Bisogna essere malato di mente per esercitare il mestiere di magistrato».
Questo è un paese indegno, diretto da un governo indegno, culturalmente sostenuto da un popolo che si compiace di ritrovarsi rappresentato da come sopra e che, oggi, si comporta, esso stesso, in maniera indegna.
Il futuro non è finito: non so quando, non so come, un altro paese prenderà il posto con un popolo degno perché animato dall'amore dell'altro e della dignità umana, dal rispetto quotidiano dei valori etici, sociali e civili del vivere insieme e fiero della res publica. Quel che so è che è giusto e buono di gridare la propria indignazione e di lavorare per costruire un altro futuro, senza compromessi.

[Sull'evento di Napoli, un articolo dell'inglese The Guardian, tradotto da Che Dicono di Noi
immagini: Corriere della Sera / The Guardian

domenica 3 agosto 2008

Il destino di un paragnosta

postato da Ullikummi alle ore 18:19 domenica, 03 agosto 2008

THE MENTALIST
In arrivo a settembre sulla CBS, The Mentalist è un telefilm che promette (finalmente) l'avvento di un poliziesco di vaglia che si possa affiancare a giganti del tipo Law & Order Criminal Intent e Criminal Minds (il quale ultimo, col finale della terza stagione, ci ha lasciato col duodeno in sospeso).
Ovviamente possiamo trarre gli auspici solo basandoci sul pilota (un preair, cioè il primo episodio di una serie di imminente programmazione lasciato filtrare attraverso la rete, probabilmente dalle stesse reti televisive, con intenti promozionali; spesso questi preair risultano leggermente diversi dai pilot che verranno trasmessi a tempo debito: è successo con Heroes e The Sarah Connor Chronicles), ma la prima impressione è notevole.
I tasselli potrebbero sembrare un po' consumati (il poliziotto eterodosso che aggira i regolamenti, ed è anche l'eroe con alle spalle un tragico evento primario che lo ha cambiato, facendone il personaggio complicato della storia, e che ha anche una missione vendicatrice davanti a sé), ma l'insieme sembra reggere benissimo, sia per l'idea di base sia per l'interpretazione.
Il protagonista è un ex paragnosta, uno di quei channeler janqui che vedono il fantasma di tua nonna che ti sbava su una spalla, un professionista televisivo di un certo successo. Un evento terribile gli fa decidere di utilizzare le sue doti nelle indagini di polizia. Le sue doti di eccezionale osservatore, si badi bene. Perché l'ex paragnosta afferma esplicitamente che i poteri paranormali non esistono (“There's no such thing like real psychics”), e riesce a farci toccare con mano la profondità delle sue percezioni del comportamento umano. Inoltre è ateo (“There is no other side. This is it”), e speriamo che la serie non ci infligga i dubbi spirituali che hanno (quasi) sfiorato perfino il mitico dottor House! Inoltre, Simon Baker (che abbiamo visto in passato nel pregevole The Guardian) delinea un protagonista dalla profonda sensibilità, adeguatamente stazzonato, e con una venatura di sornioneria che non stride col resto. E l'alchimia con Robin Tunney, la coprotagonista, per ora sembra funzionare.
Insomma, The Mentalist è quello che ci saremmo aspettati da Psych, che invece si è rivelato di un piattume estenuante.
A settembre!
Domenico D'Amico

sabato 2 agosto 2008

Glossario utile - Petrolio, Cina, Dollaro, Credit Crunch, Speculazione, Tassi, Inflazione -


CRISOPOLY

Carlo Leone Del Bello
Roberto Tesi

PETROLIO
C'è chi rimpiange le quotazioni della fine del XX secolo: il petrolio a 10 dollari al barile era una vera pacchia. Certo, non per i paesi esportatori che vedevano assottigliarsi le loro entrate e - è il caso dell'Algeria - non riuscivano neppure a pagare i dipendenti pubblici. Da alcuni anni le quotazioni del greggio stanno salendo, anche se hanno ripiegato un po' negli ultimi giorni. Nel 2003 il petrolio costava poco più di 30 dollari. Poco meno in euro. Attualmente costa attorno ai 125 dollari, ovvero 84 euro. In 5 anni la quotazione in dollari si è quasi quintuplicata, mentre in euro l'incremento è di circa il 200%. L'aumento del prezzo dell'oro nero ha portato a un balzo generalizzato dei prezzi e - vista la rigidità dei salari nell'era della globalizzazione - a un minore incremento dei consumi e di conseguenza ha provocato un rallentamento della crescita. Altro effetto negativo l'aumento delle quotazioni lo sta producendo sui conti con l'estero dei paesi (come l'Italia) che dipendono per larga parte dalla importazioni energetiche. Sicuramente, nel medio periodo le importazioni dei paesi esportatori di greggio saliranno. Per ora, invece, i paesi petroliferi stanno accumulando enormi riserve che spesso vengono utilizzate dai «fondi sovrani», cioè dai fondi di investimento statali per fare shopping nei paesi industrializzati. Come andrà a finire? Dipende ovviamente da quale sarà la dinamica dei prezzi. Di petrolio, infatti, ancora ce n'è (le stime dicono che le attuali riserve sono sufficienti a coprire la domanda per altri 41 anni) ma costa tantissimo estrarlo e le «7 sorelle» con relative cugine, investono poco: con gli attuali alti prezzi fanno enormi profitti. Per ora gli va bene così: in futuro le fonti energetiche non saranno di origine fossile e molte compagnie stanno investendo alla grande sulle fonti rinnovabili.

CINA e DINTORNI

La Cina, l'India, la Russia, il Brasile e altri paesi di recente e forte industrializzazione sono indicati come i responsabili della impennata dei prezzi delle materie prime. La loro colpa è l'imitazione del modello di sviluppo occidentale favorito dalla invasione delle multinazionali (50 mila solo in Cina le imprese estere) che producono direttamente in quei paesi per beneficiare dei più bassi costi del lavoro e della minore protezione dei lavoratori e dalla enorme flessibilità. L'effetto dell'avvio di un processo accelerato di crescita è visibile nei dati del Pil che in questi paesi (non solo in Cina) cresce a tassi superiori alle due cifre accompagnato da un forte aumento della domanda interna. Quando 1,3 miliardi di persone (la popolazione della Cina) mangiano più proteine o acquistano milioni di auto è inevitabile che il prezzo della materie prime cresca. Ma possiamo fargliene una colpa?
Un contributo alla crescita dei prezzi arriva anche da questi paesi che stanno «sconvolgendo» il vecchio mercato mondiale. Un tempo, quando gli Usa andavano in recessione, tutto il mondo industrializzato seguiva a ruota e la domanda scendeva facendo da freno alla crescita dei prezzi. Oggi non è più così: un rallentamento della crescita è avvertito anche in Cina, India e negli altri paesi, ma la domanda interna rimane forte. Questo significa che i prezzi delle materie prime non scendono più. O scendono molto poco.

LA CASA
«La casa è il salvadanaio degli americani», dicevano gli analisti. Con la casa di proprietà i cittadini Usa potevano (e, in parte, ancora possono) coprire ogni spesa. Come? Semplice: con la rinegoziazione dei mutui. Il boom immobiliare statunitense è durato quasi 10 anni e in questo periodo pochi hanno acquistato una casa in contanti. Tutti preferivano ricorrere ai mutui favoriti dalla politica dei bassi tassi di interesse praticata da Greenspan per sorreggere l'economia. Si è così innescato un meccanismo infernale: la forte domanda faceva salire i prezzi delle case e la gente correva in banca per rinegoziare il mutuo e poi pagarsi, con i soldi in più che riceveva, l'auto, la sanità, il fondo pensione, l'istruzione dei figli. Insomma, il welfare e più in generale consumi. Non a caso gli Usa (come paese) e come privati cittadini) sono i più indebitati del mondo. L'economia in espansione dava certezza di redditi futuri e quindi le banche non facevano difficoltà a concedere la rinegoziazione del mutuo. O anche a concedere mutui a chi non aveva assolutamente garanzia da offrire. Nascono così i mutui subprime. Infernali, ingannevoli. Spesso per i primi due anni i tassi di interesse erano bassissimi per invogliare il contraente. Poi dal terzo anno schizzavano a livelli impossibili: da 10% in su. Ma la catena di Sant' Antonio a un certo punto si è interrotta. Abbiamo scoperto una nuova parola: «foreclusure». Significa «pignoramento». Le banche ne stanno facendo a decine di migliaia ai cittadini che non pagano le rate di mutuo. Ma nel frattempo i prezzi delle case sono crollati e le case pignorate non valgono quasi più nulla. E le banche accumulano perdite.

IL CREDIT CRUNCH

La catena di Sant antonio dei mutui subprime funzionava così: a) società finanziarie concedevano il mutuo; gli stessi mutui venivano ceduti alle banche per avere nuovo denaro per proseguire l'attività; le banche a loro vota cartolarizzavano i mutui, emettendo obbligazioni a alto rendimento (garantite dagli alti interessi sui mutui) e queste obbligazioni finivano nele mani di istituzioni o privati cittadini. Anche per i mutui «normali» spesso il meccanismo era questo. Ma a un certo punto il meccanismo si è inceppato e il boom edilizio ha cominciato a sgonfiarsi. Un contributo lo ha dato l'aumento del costo del denaro che ha messo in crisi anche il credito al consumo, provocando un forte rallentamento della crescita dei consumi. Risultato: l'economia Usa frena, trovare lavoro diventa più difficile, i disoccupati aumentano: 1,5 milioni in più in 12 mesi. Non è recesssione, ma poco ci manca. Anche a causa dell'inflazione crescente che riduce il potere d'acquisto, milioni di persone non sono più in gradio di pagare i mutui e inizia la stagione dei pignoramenti. Le banche si ritrovano per le mani case il cui valore (coperto dal mutuo) è sceso del 30% e sono diventate invedibili. Per onorare le obligazione emesse sono costrette ad attingere ai fondi ordinari. E sono costrette a evidenziare enormi perdite in bilancio. A questo punto necessitano di risorse e cominciano a salire i tassi interbancari, quelli che regolano i prestiti tra le stesse banche. Che oltretutto debbono adeguare il capitale alla nuova situazione che si è creata. E' la crisi del credito.

LA SPECULAZIONE

La speculazione oggi è rimasta orfana del boom edilizio e risente della e crisi delle borse. Dove fare affari? La nuova frontiera è quella dei future sul petrolio e sulle materie prime. Sicuramente non è solo la speculazione che ha spinto all'insù le quotazioni, ma un buon contributo l'ha dato. Basti pensare che solo negli Usa ogni giorno sul mercato dei future del petrolio vengono firmmati contratti per un miliardo di barili contro un aproduzione reale di petrolio inferiore ai 90 milioni. Questo significa che solo una percentuale minima dei contratti si risolve con la consegna materiale del greggio. Tutto il resto è pura speculazione. Lo stesso accade per tutte le altre materie prime. E' il mercato dei future che influenza il prezzo del mercato «a pronti». E scommettere sui futur non costa caro: a garanzia serve un deposito pari al 5% della somma complessiva investita. Certo, in caso di cali impriovvisi si possono perdere un mucchio di soldi, ma i guadagni sono in generale mostruosi: bastano pochi centesimi nella variazioni del prezzo per portare a casa barche di soldi. Senza contare che recentemente è stato anche scoperto che c'erano società che «truccavano» un po' le quotazioni. Sui future non c'è di fatto tassazione. Tremonti ha proposto di alzare il deposito a garanzia. Sarebbe meglio se i grando della terra si mettessero d'accordo per introdurre una piccola tassa di pochi centesimi al barile (una sorta di Tobin tax) la specualzione sarebbe spazzata via.

I TASSI
«Il mutuo a tasso variabile è molto più conveniente»: i solerti funzionari della banche lo hanno consigliato per anni ai clienti che volevano acquistare casa. Hanno abboccato in tanti. E ora pagano pegno. Con la salita dei tassi ufficiali e ancora di più con quella dei tassi interbancari - Euribor - provocata dalla frenetica ricerca di liquidità da parte delle banche, il costo del mutuo (soprattutto quelli contratti nel 2003-2006 - è lievitato enormemente e le rate sono salite del 30-40 per cento, con punte anche superiori. Sopravvivere diventa sempre più complicato. Anche perché l'inflazione sta erodendo il potere d'acquisto. Moltisimi sono costretti a stringere la cinghia, riducendo i consumi la cui discesa provoca un rallentamento dell'economia e quindi una decelerazione del Pil. Anche le imprese fanno la loro parte: investono sempre meno e ricorrono di più alla cassa integrazione, mentre la crescita dell'occupazione si blocca, bloccando la crescita del reddito.

LE BORSE
In passato il tracollo delle economie ha preso il via dai mercati azionari che, in generale, vivono di vita propria, ma colllegata all'andamento del'economia reale. In generale le borse anticipano l'andamento del ciclo economico. Questo significa che comincia la fase discendente quando l'economia va ancora bene e cominciano a risalire quando l'economia reale è ancora in crisi, ma ci sono prospettive di ripresa. Da mesi le borse mondiali vanno male: gli indici italiani hanno perso negli ultimi 12 mesi quasi il 30%. Male anche il Nikkei giapponese, la borsa inglese, la francese e la tedesca. Il Dow Jones Industrial in un anno è sotto di oltre il 15%, ma occorre tenere presente che l'indice è costruito sulla base delle 30 più grandi multinazionali statunitensi, colossi che capitalizzano anche più di 300 miliardi di dollari. Nelle fasi di crescita (quando il toro scalpita) i guadagni in borsa (i capital gain, ma anche i dividendi) contribuiscono alla crescita del Pil stimolando i consumi. Oggi con le borse che ripiegano, manca questo elemento. Le borse, al contrario di altre fasi, non danno alcun contributo alla crescita. Di più: nei prossimi mesi, secondo molti esperti, le quotazioni scenderanno ancora, visto che in generale i conti economici delle imprese non brillano, come dimostrano le «trimestrali» che qusi quotidianamente vengono presentate. Occhio alla borsa, però: quando le quotazioni risaliranno stabilmente dopo 6-9 mesi saranno visibili anche i primi segnali di una inversione del ciclo economico.

L'INFLAZIONE

Quindici mesi fa in Europa era al 2%, ora è al 4.1% e in paesi importanti (come la Spagna) al 5,3%. L'euro forte protegge un po' dagli aumenti: negli Usa, infatti, la crescita dei prezzi è sopra il 5%. A tirarela volata dei prezzi sono i rincari delle fonti energetiche (e non va meglio nella Francia nuclearizzata, visto il forte aumento del prezzo dell'uranio salito a 100 dollari l'oncia) e delle materie prime alimentari il cui prezzo è spinto sia dalla crescente domanda che dal forte uso dei derivati del petrolio (combustibili e concimi chimici, su tutti). Al netto della componente energetica e di quella alimentare l'indice (il core index, come viene chiamato) mostra un trend più contenuto. Ma progressivamente c'è una traslazione degli aumenti e quindi il core index finirà per allinerasi all'indice del costo della vita. Le retribuzioni non sono allineate all'aumento dei prezzi: di conseguenza il potere d'acquisto di milioni di persone sta diminuendo. E questo si riflette sui consumi: si acquistano meno auto, si cerca di risparmiare sul cibo, si fanno vacanze più corte, meno ristorante e meno cinema. La domanda globale in questo modo frena e per i paesi dell'euro diventa quasi impossibile (nel breve periodo) supplire con un aumento delle esportazioni che, soprattutto in Italia, in altre fasi cicliche hanno trainato la crescita del Pil. Se proseguirà la contrazione dei consumi, la distribuzione reagirà - sta già cominciando a farlo, come si può vedere dagli aumenti dei listini delle auto - con aumenti dei prezzi per mantenere invariati i margini di profitto. Solo il «redito fisso» non potrà recuperare, visto che gli aumenti di pensioni e salari hanno un tetto prefissato: il tasso di inflazione programmato. Questo significa un nuovo peggioramento nella distribuzione del reddito: come sempre l'infllazione non è uguale per tutti.

LIBERO COMMERCIO
La materie prime alimentari crescono anche a causa dei vincoli al libero commercio perché tutti i paesi seguitano a praticare politiche protezioniste. Che significa sussidi ai produttori (anche facendo pagare l'acqua quasi nulla) e dazi all'importazioni dall'estero, in particolare dai paesi meno sviluppati. Per decenni gli Usa hanno favorito l'importazione delle materie prime, ma penalizzato pesantemente quelle di semilavorati. Il Giappone per lunghi anni nel dopoguerra (con il consenso Usa) ha protetto la sua agricoltura, ma favoriva l'import di prodotti industriali, soprattuto beni strumentali. Solo due esempi di una pratica diffusa che nonostante interminabili trattative a livello mondiale non si riesce a interrompere. I paesi più poveri hanno bisogno di controllare le importazioni, mentre avrebbero bisogno (per svilupparsi) di esportare di più. Ma i paesi dell'occidente non ci stanno e impongono pesanti dazi sui prodoti agricoli. Perché? Il motivo è poco economico, ma anche poco nobile: il libero commercio non piace, perché provocherebbe un drastico ridimensionamento dell'agricoltura nei paesi ricchi. E gli agricoltori, anche se ridimensionati nel numero, sono ancora una formidabile forza politica. Risultato: meglio mandare qualche miliardo di aiuti (di merci prodotte nei paesi ricchi) ai paesi poveri, che favorire la loro crescita. Ma c'è un altro risvolto negativo: il protezionismo finisce per far lievitare i prezzi e i consumatori pagano due volte. La prima come contribuenti e la seconda come consumatori.

LA STAGFLATION
Di solito (senza generalizzare) le fasi di alta inflazione provocano una secca riduzione della crescita. Poi, grazie alla recessione, i prezzi frenano e, in alcuni casi scendono. In questo modo si riavvia il processo di accumulazione. Succede, però - non solo in teoria - che la fase di inflazione sia accompagnata da una fase recessiva. O quantomeno di stagnazione: così nasce il termine «stagflation». La causa principale di una inflazione prolungata è nella natura «esogena» dell'inflazione stessa. Questo significa che anche frenando ulteriormente la domanda, i prezzi seguitano a crescere. E i prezzi crescono ancora di più se si segue una politica economica espansiva. Insomma, La stagflation è una brutta bestia per gli economisti e per i politici: combatterla non è facile. Negli Usa la Fed ha optato per una politica monetaria espansiva per cercare di sorreggere i consumi e la crescita. In Europa la Bce sta facendo una scelta opposta: alzando i tassi cerca di frenare la domanda e quindi spera di frenare la crescita dei prezzi. Una strategia che può funzionare a patto di strangolare il potere d'acquisto dei consumatori, non consentendo il recupero salariale dell'inflazione. Il tutto potrebbe anche funzionare, ma occorrerebbe uno stato sociale fortissimo e una forte presenza dell'economia pubblica in grado di garantire una politica economica che oggi va di moda chiamare anticiclica.

I SALVATAGGI

Undici mesi fa sulle prime pagine dei giornali finì una banca sconosciuta ai più: la Northern Rock. Una banca privata (che aveva sempre distribuito utili ai suoi azionisti) precipitata in crisi nera (con tanto di code agli sportelli) a causa del tracollo dei mutui. La banca è stata salvata dal governo britannico che - dopo averla abbondantemente finanziata - l'ha nazionalizzata. Insomma, la crisi finanziaria ha fatto passare in secondo piano la parola d'ordine «privato è meglio». Recentemente - sul Financial times - il premio Nobel Joseph Stiglitz ha criticato la decisione del congresso americano di stanziare 300 miliardi di dollari per aiutare il sistema bancario Usa in crisi a cominciare da Fannie Mae e da Freddie Mac, le due società (private) che grosso modo hanno rifinanziato il 59% dei mutui concessi negli Usa. Stiglitz nella sua critica usa un linguaggio extraparlamentare. Scrive che negli Usa si «privatizzano gli utili e si pubblicizzano le perdite». Il tutto sta avvenendo in maniera strisciante. La forma più subdola sono i rifinanziamenti in pratica non garantiti da nulla, visto che sono garantiti solo da obbligazioni spazzatura, che la Fed e la Bce concedono a piene mani alle banche e alle società finanziarie. Lo strumento si chiama Taf e il prestitito viene concesso a un tasso di poco superiore al 2%. Di fronte a un sistema che fa acqua da tutte le parti, si preferisce aiutare il sistema finanziario che ha messo in crisi l'economia reale, anziché attuare una politica economica redistributiva in grado di garantire formazione, sanità, previdenza e il diritto alla casa.

TRAPPOLA DEL DOLLARO
L'Opec sostiene che la svalutazione e la volatilità della moneta Usa è alla base della forte crescita dei prezzi del greggio e delle altre materie prime. In parte è vero, ma le responsabilità della valuta Usa sono ben altre. Dopo il periodo di potere imperiale inizato nel 1944 con gli accordi di Bretton Wood, dopo il 1971 (accordo del Plaza) il signoraggio del dollaro è proseguito anche con un regime di cambi decisamente meno fissi. Di fatto per lunghi decenni sono stati gli Stati uniti a decidere la politica monetaria mondiale e il livello di valutazione del dollaro. E hano costretto anche molti paesi ad agganciare la propria moneta al dollaro per non subire penalizzazioni nel commercio estero. Di più: gli Usa sono riusciti sempre a finanziare la loro politica economica (a cominciare dalla guerra nel VietNam) manovrando tassi e moneta. Da anni il commercio estero Usa segna deficit enormi (al pari del bilancio federale) che vengono sistematicamente coperti dai paesi (un tempo il Giappone, ora l'Opec e la Cina) dagli investimenti esteri. Il debito Usa (molto più grande di quello italiano in cifra assoluta) è nelle mani di investitori esteri che ovviamente fanno il tifo perché la valuta Usa non si svaluti ulteriormente. Una svalutazione che di fatto potrebbe avvenire (con grande aiuto per le esportazioni di merci Usa) anche rivalutando lo yuan e lo yen. Ma Cina e Giappone che hanno economia molto trainate dall'export non vogliono rivalutare le rispettive monete. Sarebbe necessario un nuovo accordo monetario mondiale, ma gli Usa non hanno nessun interesse a promuoverlo. E il disordine prosegue.

Dal Manifesto del 01/08/08

Obiettivo: distruggere il tessuto sociale



Mariastella Gelmini è fantastica (e ha centinaia di complici nelle redazioni dei giornali e TG)

di Gennaro Carotenuto
(da Giornalismo Partecipativo)

Sui tagli all’educazione pubblica potrebbe essere scritto un manuale di disinformazione. Vengono tagliati 87.000 docenti, le classi verranno accorpate ed esploderanno a livelli da scuole del terzo mondo?

Vuol dire che il titolone lo facciamo sul ritorno del grembiule alle elementari. Con tanto di sondaggino online così la gggente crede di dire la sua: “siete d’accordo che i bambini a scuola tornino ad essere tutti uguali?”.

Vengono levati otto miliardi all’educazione tanto che calcoli avveduti sostengono che l’intero sistema si bloccherà? Non c’è problema, commissioniamo un bell’articolo di fondo sull’importanza del ritorno del sette in condotta: “finalmente il governo fa tornare la serietà a scuola”. Come non averci pensato prima? Poi mettiamo un altro bel sondaggino online: siete favorevoli o contrari a mettere gli alunni scostumati dietro la lavagna in ginocchio sui ceci?
Si elimina di punto in bianco la SSIS impedendo a una generazione intera di avere accesso al lavoro per il quale sono stati fatti preparare e hanno pagato ingenti tasse universitarie. Risolviamo intervistando la Ministro (nella foto tra i palloncini): “signora mia, è evidente che lo facciamo per loro… meglio precari nei call center privati che nella scuola pubblica, no?”
Si riabbassa l’obbligo scolastico, da 16 a 14 anni, unico paese dell’Europa Occidentale? Che importa, facciamo un bel reportage sui prof fannulloni e strapagati. Che schifo sta scuola e meno male che Silvio (Brunetta) c’è!
E’ sotto gli occhi di tutti la campagna disinformativa contro la scuola pubblica. Da una parte si cerca davvero di smantellarla, dall’altra si inducono subdolamente i cittadini a non fidarsi della più gloriosa istituzione dell’Italia unita (altro che Carabinieri!). Nonostante ben poco indichi che le scuole private possano offrire di più delle pubbliche, la fuga (fomentata ad arte) è già cominciata, soprattutto nelle grandi città. Classi medie appena appena abbienti si svenano e spostano i figli. Una volta fuggite le classi medie chi difenderà più la scuola pubblica?
Suore di tutti gli ordini possibili e signorine Rottermeier prendono in consegna i pargoli al modico prezzo di 6-10.000 Euro l’anno. Dove ho già visto tutto questo? Ah, sì, in un paese chiamato Argentina… datemi della Cassandra se volete.
Alla campagna per far credere che la scuola pubblica se non fa già schifo lo farà, oltre al governo, che piccona materialmente, si prestano tutti i media, e gli abitanti di questo paese, come i lemmings, corrono verso il suicidio. Del resto vuoi mettere quanto è più sexy un titolo: “a scuola ritorna il grembiule” oppure “finalmente sette in condotta ai bulli” che un titolo e un’analisi seria, possibilmente che dica la cosa più sensata: senza scuola pubblica non esiste più il paese e non esiste più la democrazia. Se qualcuno prova a non essere d’accordo, semplice: reintervistiamo la Ministra, che è pure di bella presenza. Si costerna. s’indigna, s’ingegna: “non è vero che bocceremo col 7 in condotta! Sono menzogne comuniste! Per essere bocciati ci vorrà il 5 in condotta”. Di cosa parlavamo?
Una volta si diceva “contadino, scarpe grosse e cervello fino”, erano ignoranti ma non si facevano fregare. Adesso gli italiani sono analfabeti di ritorno e si fanno fregare ogni giorno di più. E i giornalisti, spesso tanto analfabeti di ritorno come i loro concittadini, un po’ ci fanno e un po’ ci sono. Un po’ sono in malafede un po’ proprio non hanno gli strumenti per capire la gravità della situazione.
Ne avevamo avuto già sentore negli anni passati: levare soldi alla scuola pubblica per darli alle private (che in Italia al contrario che all’estero sono: 1) quasi solo dei preti; 2) popolate da figli di papà che non hanno voglia di studiare e che pagano salato per un pezzo di carta che non meritano) vuol dire essere a favore della libera scelta. Invece al contrario (non c’entra, ma c’entra) essere contro la libera scelta in maniera di interruzione di gravidanza lo chiamiamo essere “pro-vita” (come i torturatori di Eluana Englaro). E purtroppo, per convincerci su tante cazzate hanno centinaia di Goebbles al lavoro nelle redazioni.

venerdì 1 agosto 2008

The Dark Knight - Batman: forse un dilemma di troppo per il roditore volante -

Batman: forse un dilemma di troppo per il roditore volante

I fedeli più duri e puri di Batman hanno sempre storto il naso di fronte alla ridefinizione estetica che il cinema ha compiuto sulla pelle del loro eroe. In particolare, è sembrato un vero insulto che, sin dal primo film (quello di Tim Burton del 1989) sia stata esclusa dal quadro la calzamaglia grigia caratteristica del fumetto, per lasciar posto a una corazza rivestita di lattice (più in linea con l'estetica gotica di Burton).


Certo, i fedeli hanno le loro ragioni. Ma è una parola riuscire a filmare una cosa del genere.
La cosa non riguarda solo Batman. Avremmo potuto avere un Wolverine in giallo.
A mio modesto avviso, la scelta fu inevitabile. Quanto all'impostazione narrativa, be', indubbiamente l'occhio fiabesco di Burton è impagabile, ma personalmente ho trovato Christopher Nolan più appetibile. Dalla fiaba ottocentesca, scintillante di vetri oscuri e merletti neri, precipitiamo nel tagliente e abbacinante frullato tra saghe millenarie su eroi dal cupo destino di pharmakoi e irriconciliabili dilemmi novecenteschi, morali etici e politici. E molta azione in più.
Stranamente, rispetto a Batman Begins, in questo film l'uomo pipistrello non sembra affatto il super-ninja del primo Nolan (anche dopo l'”alleggerimento” della corazza), richiamando piuttosto l'inesorabile pistonatore dei primi capitoli della saga.
Le lacerazioni etiche, invece, esplodono e si disseminano per tutto il racconto. Anche troppo.
Già l'antitesi caos-ordine (evocata dall'apparizione del Joker) sarebbe bastata a reggere il peso della storia. Ma abbiamo anche il groviglio esistenziale dell'eroe-non eroe e il suo rapporto con la collettività, il senso della giustizia e la morale della plebe (eccola!); di conseguenza il tragico dilemma dell'eroe borghese (Harvey Dent), posto letteralmente di fronte alle due facce del conflitto civile, l'ordine costituito sarà sostanziale o solo l'ingannevole e futile abbellimento di una giungla spietata? Il che ci porta anche all'indignazione di Lucius di fronte al Grande Fratello ideato da Bruce Wayne: a che prezzo la sicurezza, troppo potere per un uomo solo, qui custodiet ipsos custodes, eccetera eccetera...
Troppi arrosticini sulla brace.
Tuttavia, The Dark Night resta un racconto straordinario. Soprattutto, è ovvio, per la figura creata da Heath Ledger. Con la morte di questo attore, abbiamo perso la possibilità di vedere di nuovo, in un prossimo volume della narrazione visiva di Batman, questa mefitica mutazione del briccone divino, questo doloroso agente del caos, questo affabulatore all'arma bianca...
Questo Joker.

Domenico D'Amico


Nota a margine – A suo tempo desistetti dalla visione della serie Dawson's Creek per due ragioni: primo, si collocava nel filone dei telefilm che, piuttosto che narrare, vogliono insegnare come si vive (soprattutto, è ovvio, ai ggiovani); secondo, le protagoniste femminili (Katie Holmes e Michelle Williams) sembravano reduci da una rissa che avesse provocato loro terribili lesioni, rigonfiamenti e deformità a cranio e faccia.
Detto questo, Katie Holmes (che ha tutta la mia comprensione per la sua attuale, miserevole situazione) in Batman Begins faceva comunque la sua porca figura.
E invece, in The Dark Night, abbiamo grandinate di erotismo incandescente (o gelido) eruttate dalle figure maschili, e una Rachel che irradia l'aura sensuale di un estintore non revisionato (no, non ho dimenticato Secretary).
Whatever.