domenica 2 agosto 2009

Asterix Vs Deleuze

Finalmente ho trovato un wi-fi e posso così salutare dalla Francia quel gentleman di  Lino Rossi, che insieme alla sua gang di svitati ha dato addosso a Domenico solo perché si è permesso di dire "oncologia fungina" e di far trapelare il sospetto che le teorie complottiste forse non sono proprio il vangelo. Mi dispiace per loro, ma sebbene sia  vero che i complotti esistono, i paranoici sono in numero superiore. Chiediamo scusa anche  agli amanti dell'irrazionalismo in specie francese, non vorremmo che un po'di ragione rovinasse il delirio infiorettato di qualche "bidello metropolitano".
Bella la Bretagna ve la consiglio.


mercoledì 29 luglio 2009

Donne uccise: i maschi non concedono neppure la semilibertà

di Enza Panebianco (da femminismo a sud via Gennaro Carotenuto)

Parliamo di femminicidio all’italiana. Lei è una martire o una arpia. Lui è sempre depresso. Nel giro di pochi giorni su parecchi quotidiani avete potuto leggere la storia di Mariagrazia, uccisa dal solito marito che dopo averle tolto la vita si è suicidato, di Rossana, uccisa dal convivente che dopo una fuga si è costituito, di Teresa, uccisa dal marito e poi perfino insultata (era un'arpia!), di una donna della quale nessuno scrive il nome, che viene massacrata a colpi di accetta da un uomo che aveva già tentato di uccidere la ex moglie, di Rosalia, morta a 17 anni perché è chiaro che "se mi lasci non vale", di Miriam e Anna, la prima morta per mano certa e la seconda ancora non si sa, di molte altre ancora che se sommate diventano un numero spaventoso del quale ci si rende conto solo a contarle ogni giorno.
Tra gli assassini ci sono i mariti depressi, quelli pietosi che tolgono la vita perché "lei era malata", quelli che "lei era un'arpia", quelli che "lei era una puttana e lo faceva impazzire", quelli che "lui l’amava troppo e lei voleva lasciarlo".
Normalmente ogni scusa viene usata come attenuante. Si descrive un sintomo per legittimare un gesto che limita la libertà altrui. Come quando si dice che certe cose le puoi fare se sei ubriaco. Chi beve però sa perfettamente che l’alcool non è una autorizzazione a fare come ti pare.
La depressione - e lo dico senza essere una esperta in materia – dicono sia una patologia che colpisce in maggior numero le donne. Eppure questo non si traduce in altrettanti omicidi. Le origini della depressione credo siano spiegate di modo che anestetizzino la società rispetto a problemi ben più gravi. Un giorno ti licenziano, non sai come mantenere la famiglia, non puoi pagare il mutuo e vai in depressione. Ci saranno mille altre ragioni ma tutte si traducono in una patologizzazione delle ragioni fortemente sociali che portano alla depressione.
Gli scienziati fanno una gran fatica per trovare l’origine di questo male in un difetto genetico, giusto per non dire che questa cosa dipende da noi, dagli umani, dai nostri comportamenti, da quello che subiamo o che infliggiamo agli altri. Dire di una persona che è "malata" è il modo migliore per deresponsabilizzare la società di una serie di problemi che non vuole risolvere. Perciò concede una tregua anche all’individuo e lo relega nell’angolo riservato agli scarti di produzione.
Una persona depressa per quanto ne so viene trattata con farmaci che rincoglioniscono un elefante, un anestetico che ti fa restare con il sorriso in bocca anche se arriva quello che ti pignora tutto e lo mette all’asta. Una cosa che spesso dicono in psichiatria è che: non sono importanti le cose che accadono ma come tu le affronti. Come dire: se non sai accettare un licenziamento, una società che ti massacra, ti usa e poi ti getta, se non accetti di essere molestata, violentata in vari modi, è e sarà sempre colpa tua. Non è il tuo datore di lavoro ad essere un bastardo, sei tu ad essere malata.
Se sei in mobilità, quasi al licenziamento, ti sfrattano da casa e ti suicidi: è certamente colpa tua, non del governo, né delle banche, né di ogni altro figlio di puttana che si arricchisce sulla tua pelle, ti spreme e poi ti butta via.
A leggere Foucault si capisce che l’anormalità è una cosa che esiste in ciascuno di noi, che la follia è stata una bella giustificazione morale per incarcerare e rinchiudere tanta gente che rifiutava di farsi "normalizzare". La psichiatria e il carcere stanno per lui infatti allo stesso livello.
La psichiatria moderna, quella dopo Basaglia, dopo la chiusura dei manicomi, ha fatto dei passi avanti ma la logica della normalizzazione permea un pezzo consistente del settore.
La spinta che c'è’ in questo momento va comunque in tutt’altra direzione. Raccolgo articoli e dettagli su donne uccise dai loro uomini da almeno 15 anni (non da un giorno, ma da 15 anni). Fatelo anche voi, andate in biblioteca e cercate fra gli articoli di cronaca. Fateveli dare dalle redazioni dei giornali. Adesso che i quotidiani pubblicano su internet cercateli in rete. Posso dirvi con certezza per esempio qual è l’andamento delle versioni che vengono fornite dalla stampa.
Da un po’ di anni, da quando cioè esiste una forte spinta autoritaria che insiste su soluzioni farmacologiche anche per punire gli stupratori, da quando nelle carceri si è ricominciato a sedare pesantemente i reclusi perché stranieri e perché non si è fatta alcuna fatica a comprenderli, la versione della stampa circa i femminicidi è peggiorata.
La componente razzista spinge alla formulazione di accuse piene di distinguo. Il marocchino che ammazza è solo un assassino. L’italiano che ammazza è depresso. Non c'è dunque alcun interesse ad indagare le cause reali del femminicidio. Nessun interesse. C'è’ anzi l’interesse esplicito a giustificare il femminicida (lei era un’arpia!), a compatirlo (lui è depresso!), a legittimarlo (lui aveva ragione di essere geloso!).
In tutti i casi la ragione precisa, la costante che si ripresenta come fosse una inevitabile condanna a morte è la decisione della donna di lasciare il marito, il fidanzato, rifarsi una vita, allontanarsi, fare altro. Oppure è semplicemente la decisione della donna di reagire dopo aver subito ogni genere di angheria compresa quella psicologica (anche quella volgarmente legittimata dallo stato di salute del marito).
Volendo patologizzare il problema, di quale uomo che uccide una donna o la picchia selvaggiamente o la stupra per punirla potresti dire che sta bene?
Quante sono invece le donne che vivono da "depresse" perché non possono, non sanno, liberarsi in una situazione di schiavitù? Quante sono le donne "depresse" che ammazzano i mariti per reagire alle angherie che subiscono? Chi è dunque, all’interno delle relazioni tra un uomo e una donna, ad essere in stato di soggezione? Inequivocabilmente la donna.
Sono le donne ad essere educate per accogliere e prendersi cura di uomini di qualunque specie. Sono le donne che devono sopportare qualunque tipo di situazione familiare. Le donne sempre colpevolizzate se non si prendono cura di tutti. Le donne alle quali lo stato assegna il ruolo di ammortizzatrici sociali a partire dalla loro condizione di schiavitù.
Lo stato non indaga sui femminicidi semplicemente perché ne è complice. La verità sta tutta qui. Ne è complice e non demorde anzi insiste nell’attribuire un ruolo che non può essere tradito pena la diserzione.
Come non ricordare le accuse di tanti uomini che massacravano le mogli scritte nero su bianco su certi giornali: "lei non aveva cucinato", oppure "lei non pulisce mai la casa".
Come può osare dunque una donna scegliere di lasciare l’uomo che le ha catturate come proprietà a tutto servizio?
Non può. Se una donna lo fa, in certe condizioni, la donna deve pagare. Paga perché la società non l’aiuta, perché gli uomini la perseguitano, perché non c'è’ lavoro, non c'è’ casa, perché la società e lo stato non offrono alternativa, come se le porte fossero tutte chiuse perché ti sei comportata male. Pagano perché gli uomini considerano gli "alimenti" una quota di partecipazione all’uso del tuo corpo. Se non possono usarlo non te li danno, neppure quando quegli alimenti riguardano i bambini, neppure se sono il surrogato di quello che lo stato dovrebbe darti per ritornare ad essere autonoma. E come può lo stato pretendere che la donna separata riacquisti autonomia se a pagare quella autonomia è l’ex marito? Un paradosso infatti che si rivela in tutta la sua drammaticità perché mantiene un legame con uomini che ritengono di avere una opzione su di te. Lui paga per risarcirti degli anni che hai speso per costruire anche la sua fortuna e tu gli appartieni. Le donne pagano perchè per restare tranquille dovrebbero non dover stabilire più nessun legame con gli uomini violenti e invece lo stato decide che i mariti violenti possono avere diritto all’affido condiviso dei figli. Le donne pagano con la vita, troppo spesso, quasi sempre.
La cultura sulla quale si fonda uno stato patriarcale è tesa a creare giustificazioni morali al femminicidio. Si dice sia colpa della moglie se il marito era geloso perché la moglie doveva avere cura di indossare un burqa o di restare chiusa in casa. Si dice che sia colpa delle donne se lui non si sente sicuro perché le donne devono vivere le relazioni come fossero costanti sedute di terapia psicologica per i loro uomini.
Dalle rassegne stampa si capisce quale sia l’andamento di una società. Dal modo in cui viene tollerata la violenza contro le donne si capisce persino quale tipo di governo si insedierà: se è democratico, assistenzialista, cattolico, fascista, autoritario, oligarchico, progressista, etc etc.
Le donne non vengono uccise perché gli uomini sono depressi. Le donne vengono uccise perché lo stato non le vuole libere. Perché agevola la spinta al possesso, l’orrendo modo di relazionarsi di tanti uomini, perché li usa come aguzzini per tenere in piedi una struttura sociale nella quale la regola è: unirsi, contribuire alla crescita demografica, partorire operai e consumatori, crepare.
Tutti quelli che non assolvono a questa funzione non esistono, sono trasgressori, eretici, vittime dell’inquisizione: così le donne che vogliono liberarsi, e le lesbiche, e i gay, e le trans, e gli uomini che dissentono e non si fanno carcerieri delle donne, e chiunque non sia disposto ad essere considerato un numero.
Una società che si fonda sulla schiavitù degli esseri umani, le donne schiave tra gli schiavi, non ha interesse a liberare nessuno.
Quello che fanno ora – sicurezza, certezza della pena, etc etc – è solo un pessimo modo per tenere le cose esattamente come stanno. Come quando dentro un carcere il direttore scrive regole che fanno l’occhiolino ai cattivi mentre lui finge di minacciarli affinché i buoni continuino a spazzare pavimenti, lavare i cessi e lavorare come muli.
Volessero darci una mano lo avrebbero già fatto. Non vogliono e i maschi lo sanno.
Perciò è necessario che noi ammettiamo la nostra corresponsabilità e che ci diamo da fare:
prevenire – fare attenzione alla persona con cui decidiamo di stare – provando a non infognarci in storie con persone aggressive, violente, gelose, asfissianti, possessive, morbose, solo perché riteniamo di poterli cambiare o di non poter meritare di meglio;
reagire – far crescere la nostra autostima – considerandoci belle per quello che siamo, perseguendo un futuro che ci dia prospettive di autonomia, vicino o lontano da casa, rivolgendoci ad altre donne se necessario, stabilendo alleanze, anzi sorellanze con altre, chiedendo aiuto se serve senza vergognarci;
parlare – esplicitare, comunicare tutto – raccontare quello che ci succede, se lo raccontiamo alle altre dobbiamo dirlo a noi stesse, consegnare dettagli alla persona di cui ci fidiamo, amica o estranea che sia, non vergognarci di niente, non considerare quello che ci succede come un errore che riguarda solo noi, che dipende da noi.
Noi non ne abbiamo colpa, non potevamo saperlo, e se anche lo sapevamo e abbiamo ugualmente scelto di restare non dobbiamo mai pensare di doverne pagare le conseguenze con la vita. Dobbiamo andare via orgogliose di avere capito, di avere una occasione di riscatto, di poter rinascere, di ricominciare, di poter assumerci la responsabilità delle nostre vite. Sicure di poter trovare un futuro differente e migliore e molte altre persone che ci ameranno molto di più.
Diamoci, datevi una mossa sorelle, qui non ci salva nessuno, bisogna fare tutto da sole. Questa è già autodifesa. Noi la pratichiamo da sempre.
Fate attenzione ad ogni cosa che vi dicono, alle foto che vengono pubblicate accanto ad ogni notizia di violenza che vi riguarda: voi sempre vittime, persone da proteggere, schiave di uomini consegnate ad altri uomini, mai grintose, orgogliose, vive, fiere, solidali, mai una immagine che faccia crescere la vostra autostima e che vi rappresenti per quello che siete. Donne di resistenza che non smettono mai di resistere anche se piegate-sfinite-massacrate, persone coraggiose che sopravvivono a tutto e che sacrificano la vita ogni giorno per ottenere un pezzo di libertà, eroine di una quotidianità brutale, forti e tenaci, determinate e piene di talento. Non martiri che fanno del proprio martirio una ragione di vita ma donne resistenti che si liberano dallo stato di schiavitù per poter essere libere.
Parlate, urlate, mettetevi in contatto con altre sorelle, alzate la testa e reagite. Siete vive e siete libere. Indecorose e libere!

La foto è di claudia pajewsky e fa parte di una raccolta che racconta un pezzo di manifestazione contro la violenza maschile sulle donne del 25 novembre 2008 organizzata dalla rete nazionale femministe e lesbiche sommosse. Il nostro slogan era: Indecorose e libere.

sabato 25 luglio 2009

Chi saranno gli evangelisti?



Paolo Barnard ha ragione. O no. O forse è chiederselo che non ha senso.
Le vere e proprie invettive che Barnard ha lanciato contro gli idioti che deviano le (scarse) risorse dell'opposizione popolare verso obbiettivi futili, trascurando le minacce esiziali che incombono, hanno creato qualche trambusto. Molti aficionados di Grillo e Travaglio si sono mostrati permalosi in modo ingiustificato. Hanno le loro ragioni, non dico di no, ma Paolo Barnard non è un blogger qualunque, e se l'autore del fondamentale e indispensabile Perché ci Odiano ti dice qualcosa che ti destabilizza, be', sarebbe meglio che riflettessi a fondo prima di replicare.
I sostenitori dell'opposizione Grillo-Travaglio-Di Pietro fanno benissimo a ricordare che non ci sono solo le ossessioni antiberlusconiane, ma anche iniziative concrete (l'acqua pubblica, la raccolta differenziata eccetera) che, vuoi o non vuoi, non si possono liquidare come irrilevanti.
E infatti Barnard non dice che le iniziative di questa opposizione siano irrilevanti in assoluto. Dice che, nel loro insieme, queste iniziative stanno monopolizzando l'energia della collettività "contro", non lasciandone alcuna per i problemi davvero fondamentali, tipo il devastante imperialismo neoliberista.
In quello che dice Barnard c'è parecchio di vero, solo che la soluzione che auspica (una sorta di evangelizzazione diffusa in partis infidelibus, paziente, umile e capillare) mi sembra alquanto disperata.
Intendiamoci, se la ritenessimo davvero fuori dalla realtà non staremmo a fare un blog dove parliamo anche delle cose che (d'accordo con Barnard) riteniamo importanti. Ma non esiste, a nostro avviso, un aut aut. La questione Berlusconiana, che ovviamente non si riduce alla sua persona, ma riguarda una praticabilità minima della vita istituzionale e civile di una nazione, non rappresenta certo tutto l'universo mondo, ma non è nemmeno irrilevante.
Paradossalmente, l'inciampo vero, ideologico e tattico, alla strategia di Barnard, non viene dai vari grillini, ma da alcuni che (all'interno della galassia "contro") si dichiarano d'accordissimo con le invettive del giornalista.
Sul sito ecumenico ComeDonChisciotte abbiamo potuto leggere l'energico appoggio alle tesi di Barnard da parte di Antonella Randazzo. Questo è positivo, nel vortice di indignazione grillista che offuscava l'atmosfera.
Il bello, però, è che gli argomenti che, nell'ottica di Randazzo, davvero contano, coincidono con quelli di Barnard molto parzialmente. Un elenco delle questioni giudicate cruciali da Randazzo:

- Progetto stegocratico di una dittatura globale con un unico centro di potere.
- Signoraggio.
- Verità sull’11 settembre.
- Repressioni attuate dagli eserciti occidentali nei paesi del Terzo Mondo.
- Vero significato del termine “terrorismo” (vedi a questo proposito http://www.disinformazione.it/significato_terrorismo.htm ).
- Scie chimiche.
- Sistemi dittatoriali creati e controllati dalle autorità statunitensi.
- Vero volto degli organismi internazionali (FMI, BM. ecc.).
- Verità sullo Stato d’Israele.
- Verità sulla condizione coloniale dell’Italia.
- Verità sui legami fra mafia e autorità statunitensi.
- Vera autodeterminazione dei popoli.
- Tecniche di controllo mentale per evitare che il sistema possa essere minacciato.
- Crimini dei cartelli farmaceutici.
- Uso criminale della Scienza e della produzione alimentare.

Dubitiamo fortemente che Barnard ci si ritroverebbe, lui che ha detto a chiare lettere cosa ne pensa dei "truther" dell'11 settembre.
Non è certo il caso di Randazzo, ma purtroppo è vero che molti, all'interno dell'arcipelago "contro", coltivano una filosofia decisamente postmoderna e irrazionalistica (che arriva agli estremi demenziali dell'oncologia fungina)
Non sono anche queste energie sprecate su obbiettivi irrilevanti (in questo caso inesistenti)?
E allora?
E allora, nel nostro piccolo, noi continueremo a parlare della finanza internazionale, dell'imperialismo, di Palestina, di Cuba, di Iran, e continueremo a linkare i video di Paolo Barnard, e continueremo a parlare di Berlusconi, e della sinistra, e continueremo a parlare di scienza e pseudoscienza.
La testimonianza non è né sacra né inconcludente.
La si fa e basta.

Domenico D'Amico

mercoledì 8 luglio 2009

Gramsci è armato e pericoloso

di Domenico D'Amico
 

Gramsci che impugna due MP5K (ma senza dito sul grilletto) sembrerebbe una visione inquietante per qualcuno.
Il punto non erano le armi, ma la sovrapposizione (suggerita dal pezzo per cui ho fatto il photoshopping) tra Gramsci e il personaggio fittizio Morpheus (dalla trilogia The Matrix). Come dire: abbiamo bisogno di una figura autorevole (e magari, perché no, carismatica) che possa offrire, e soprattutto diffondere, una narrativa disvelatrice del reale. Questo comporta che i ragionamenti, le analisi, gli approfondimenti sono importanti, sì, ma una percezione alternativa della realtà non si fa strada attraverso la riflessione, ma attraverso il simbolico, o addirittura il mitologico.
Non si tratta di fare l'apologia dell'irrazionalismo, si tratta della banale constatazione del fatto che il sistema imperiale liberale utilizza magistralmente la propaganda e l'indottrinamento per fare appello alle budella delle masse, in modo che esse abbiano sempre un qualche capro espiatorio per le mazzate che ricevono.
Per scuotere quelle interiora non basta la ragionevolezza. Occorrono simboli.
Ma questo riguarda noi, pidocchi sul dorso peloso e unticcio del Leviatano.
Noi possiamo gingillarci con concetti quasi totalmente privi di consistenza come quello che probabilmente avrà allarmato il nostro anonimo lettore alla vista di un Gramsci pronto a far fuoco sui nemici del proletariato.
Questo concetto è la nonviolenza.
Feticcio inane di neoliberali e Radicali (per non parlare delle penose conversioni bertinottiane), la nonviolenza, nella sua efficacia come pratica di lotta politica, è in effetti un puro costrutto ideologico.
Come spiega William P. Meyers, la nonviolenza non viene predicata ai governi o alle forze di polizia (cioè alle entità che utilizzano la violenza in modo sistematico), ma ai movimenti di opposizione.
Spassoso.
Meyers sottolinea anche la totale falsità dell'efficacia della lotta nonviolenta, proprio negli esempi più citati, Gandhi e Martin Luther King. La storia dell'indipendenza indiana è lunga e complessa, e la pratica nonviolenta di Gandhi (quando la praticò) vi ebbe un ruolo marginale. Quanto a King e alle leggi Jim Crow, occorre ricordare che fu la Guardia Nazionale a far entrare gli studenti neri nelle scuole segregazioniste?
In breve: al meglio, la nonviolenza è un sistema di pressione psicologica e morale per far sì che qualcun altro (di solito i governi) utilizzino la violenza ad un certo fine; al peggio, è una favoletta per tener buoni i facinorosi con troppi grilli per la testa (con l'aggravante che, in ogni caso, i No dal Molin di turno verranno comunque manganellati ed etichettati come sovversivi, qualsiasi scelta tattica pratichino).
Non esiste pratica politica di opposizione al potere stabilito che non implichi violenza, per il semplice fatto che il potere stabilito, di per sé, è violenza legittimata.
Bloccare il traffico (su una strada o una ferrovia), spargere letame, fare un picchettaggio, sono atti di violenza tanto quanto incendiare cassonetti o spaccare vetrine. Lo stesso sciopero in sé è un atto violento, ed è proprio per questo che liberisti e libertarian lo odiano tanto: per loro l'unica violenza è quella dell'individuo contro l'individuo e quella dello Stato contro l'individuo entrepreneur, la violenza economica (a cui lo sciopero risponde con un'azione di legittima difesa) rimane al di là della loro sfera percettiva.
La nonviolenza di stampo neoliberale e Radicale è ben lieta di ignorare i secoli di lotte violente e sanguinose che hanno permesso, in occidente, la conquista della giornata lavorativa di otto ore e tanti di quei "diritti umani" la cui difesa, ovviamente, neoliberali e Radicali sono prontissimi ad affidare alle bombe dell'Impero. Questo perché la nonviolenza neoliberale e Radicale è totalmente integrata con la violenza imperiale. Difatti, a chi vanno i consigli sulla lotta nonviolenta? A palestinesi e iracheni (o meglio, al massimo ai primi: l'invasione di un paese e la macellazione di centinaia di migliaia di persone non turba la sensibilità neoliberale e Radicale sufficientemente da far loro ipotizzare che gli iracheni possano "resistere"). Già, se vengo invaso militarmente, occupato, colonizzato, oppresso e umiliato e ammazzato ogni santo giorno, il mio primo pensiero è resistere e contrattaccare, ma devo essere un imbecille: la risposta è la pratica nonviolenta. Oh, gli occupanti se la stanno già facendo sotto!
Come disse un resistente guatemalteco: "Il 3 per cento dei proprietari terrieri possiede il 65 per cento della terra. Negli ultimi quindici anni ci sono stati 150.000 omicidi politici e sparizioni... Non mi parlare di Gandhi: qui non sarebbe sopravvissuto nemmeno una settimana. Un movimento progressista pacifico ce l'avevamo. È stato distrutto. Noi siamo stati distrutti. Perché il metodo di Gandhi funzioni ci dev'essere un governo capace di provare vergogna. Qui non l'abbiamo."

lunedì 6 luglio 2009

Rifondazione e Terra

di Alessandra Daniele (da Carmilla)

gramsci nonviolenza mp5 domenico d'amico

Compagni, ho da darvi due notizie, una cattiva, e una buona.
La notizia cattiva è che i comunisti non torneranno in Parlamento per moooolto, moooolto tempo, e questo a prescindere da quanti voti riusciranno mai a recuperare, perché PDL e PD, di comune accordo, continueranno ad alzare la
sbarra dello sbarramento in modo da tenerli fuori comunque.
PDL e PD non sono che le due facce dello stesso paperdollaro di Paperopoli, due facce come il culo. Finora l’unico motivo di vero dissenso fra loro è stata qualche escort che ha usato la lingua anche per parlare.

La notizia buona è che c’è vita anche fuori dal Parlamento. C’è aria respirabile, anzi, molto più respirabile. Come molti benemeriti militanti di base già sanno, è soprattutto lì che si può e si deve fare politica, tornando all'essenza di quello che è, che deve essere un comunista, sostenendo e organizzando i lavoratori, i discriminati, gli sfruttati, restituendogli coscienza di sé.
Ci sono milioni di italiani che si interrogano sul cazzo di Berlusconi, senza rendersi conto di avercelo nel culo. Ci sono intere generazioni di precari cottimisti che non hanno idea di appartenere di fatto alla classe operaia, definizione che associano soltanto all'immagine sfocata di omini in blu, reali quanto il Dr. Manhattan e i puffi. Si credono ''ceto medio'': non arrivano alla seconda settimana, ma si sentono rappresentati politicamente
dai loro stessi sfruttatori. Polli che votano per lo spiedo, e ci si infilano da soli sognando il tacco a spillo della Marcegaglia.
E' una catastrofe culturale, prima ancora che politica.
Quindi agire sulla realtà non basta, se non si agisce anche sulla
percezione della realtà.
Ciò che rende le destre oggi così apparentemente invincibili, quello che fa sembrare patetici i tentativi di sfidarle frontalmente a volte persino a chi li compie, è ciò che Gramsci chiamava
Egemonia Culturale, e che Morpheus chiama Matrix. Sì, per quanto sia difficile immaginarsi Gramsci in latex nero e mirrorshades, il concetto di base è lo stesso: il potere di controllare la percezione della realtà.
E chi controlla la percezione della realtà, di fatto controlla la realtà.
Decenni di palinsesti Rai-set hanno piantato nei cervelli degli italiani l'idea che essere un cazzone/una troietta egoista e ignorante è bello, è giusto, è figo, è
l’unica scelta vincente. Allevando così intere generazioni di pseudo individualisti che si credono lupi, e sono invece perfette pecore da macello.
Questo condizionamento non può essere combattuto solo a livello cosciente, perché è stato radicato nell'inconscio, attraverso la continua, martellante, ossessiva imposizione di determinati modelli. Una pianta maligna fertilizzata con quintali di merda.
L'unico sistema di combatterla efficacemente è agire contemporaneamente sul reale, e sull’immaginario collettivo, che oggi accorda ai comunisti la stessa credibilità che dà alle vittime di rapimenti alieni. Alla prossima scissione subatomica fra nanopartiti comunisti, la loro infinitesimale percentuale di consenso diventerà impossibile da calcolare per via del principio di indeterminazione di Heisenberg.
Cosa potrebbero fare i comunisti per uscire dagli X Files? Innanzitutto cacciare a calci in culo TUTTI i loro dirigenti. E in malo modo, scaraventandogli la scrivania fuori dalla finestra, davanti alle telecamere.
Immaginatevi la scena: uno sconosciuto militante di base, neo eletto portavoce, dichiara al Tg ''Sì, abbiamo rinnovato tutto il vertice,
gli altri lo dicono, noi lo facciamo davvero'', e sullo sfondo Diliberto o Ferrero, in maniche di camicia, che raccoglie i cocci della sua roba dal marciapiede. L'anchorman Rai-set commenta sarcastico ''guardate i comunisti come si sono ridotti'', la signora Pina però guarda la Tv e ridacchia pensando ''però, figo cacciarli così...''
Deciderà perciò di votare comunista?
Questo non ha nessuna importanza.
Se vogliono tornare a cambiare davvero qualcosa, i comunisti devono smettere di partecipare alla circense Campagna Elettorale Perenne.
Lascino a Sansonetti il ruolo di comunista di peluche da talk show elettorale.
Smettano di rincorrere gli zero virgola, e sventolare loghi disegnati con Paint.
Ogni comunista deve poter dire al lavoratore, allo sfruttato, al discriminato, ''io non sono qui per dare la caccia al tuo voto, ma per darti un aiuto concreto. Quando le istituzioni se ne fottono, le ONLUS si arrendono, e i sindacati se ne sbattono le palle, cerca me. Cerca un comunista.
La tua battaglia è la mia, è la nostra. Questo è quello che ‘comunista’ significa”.

sabato 6 giugno 2009

Cos'è veramente la Freedom House


Cosa ci fa la nuova arrivata del fronte antagonista di sinistra a braccetto con gli occulti manipolatori mediatici della destra americana? Mi fa ridere, pena e desolazione allo stesso tempo. Poiché per l’ennesima volta nella compagine che ‘resiste’ al ‘regime’ di Berlusconi si colgono slabbrature talmente grottesche da farci disperare. Ormai l’antagonismo di cui parlo è disposto a tutto, ma proprio a tutto, pur di riuscire a incidere un segnetto nella fiancata dell’irraggiungibile bolide politico del Cavaliere. Arrivano persino ad aggrapparsi alla bandiera di una delle peggiori macchine di propaganda neoconservatrice, imperialista, neoliberista, occulta e prezzolata d’America. E la sventolano colmi di gaudio, come fosse una luce di giustezza mondiale (e di sinistra), non sapendo neppure di cosa parlano.

Sono infatti incappato in un video tratto dalla trasmissione Tetris di La 7 del 15 maggio, dove Beatrice Borromeo (spalleggiata da Padellaro e De Magistris) sferrava attacchi all’Italia berlusconiana e alla sua pessima informazione. Ed ecco, puntuale, il mantra: “Nel rapporto della Freedom House sulla libertà d’informazione, l’Italia dei media è considerata un Paese non libero…”. E giù a dire che la Freedom House qui, che la Freedom House là, che la Freedom House su, che la Freedom House giù, e così via. Mi sono saltati i nervi, basta, ancora sta spazzatura della Freedom House? Ma hanno un’idea di chi stanno parlando? Solo perché suona americano, solo perché c’è la parola “Freedom”, questi pensano di star citando degli autorevoli Lumi dei diritti civili? E gli spettatori, poveretti, come sempre presi per il naso. Infatti sono ormai anni che ogni tanto fra i crocchi degli antagonisti italian-gill-trav-santoriani, in tv o nelle piazze, spunta l’immancabile mantra “il rapporto della Freedom House…”. Dio mio.

Chi conosce l’America sa che la parola ‘Freedom’ incastonata nel nome di una qualsiasi fondazione statunitense significa una sola cosa e solo una: esportazione nel mondo del libero mercato selvaggio, degli interessi corporativi americani, e con essi dei mezzi necessari per imporli, fra cui le bombe da 500 libbre, quelle Cluster e il braccio mortifero del Fondo Monetario Internazionale. Cioè miseria, disperazione, menzogne, sfruttamenti indicibili, stragi, e sofferenze per generazioni. Eccovi la Freedom House.

Fondata come gruppo di pensiero non profit nel 1941, si getta subito anima e corpo nella Guerra Fredda, al fine di promuovere “i valori democratici e di opporsi alle dittature sia di estrema sinistra che di estrema destra”. (1)

Le sbavature nell’approccio a quei valori si manifestano subito, ma è allo scoppio della guerra in Vietnam che trapela evidente la sua distorta visione dei concetti di giustizia e democrazia. La Freedom House dichiara infatti che il lascito storico americano di più di 70 anni di interferenze e di crimini nel Sud Est asiatico è “straordinariamente valido” (2). Le fosse comuni di oltre 2 milioni di filippini e di indonesiani trucidati direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti non contano, evidentemente.

Da notare, prima di procedere, la sua forte contiguità con le maggiori lobby ebraico-americane pro Israele, come l’AIPAC o il B'nai B'rith (si veda più sotto).

I bizzarri (e tragici) lapsus nella sua integrità di ONG continuano. Negli anni ’70 e ’80, Freedom House lavora sodo presso l’UNESCO per minare il lavoro del New World Information and Communications Order, che era la versione del Terzo Mondo di un sistema di informazione alternativo a quello occidentale. Durante gli anni di Reagan, il gruppo si impegna per promuovere i ‘valori’ americani nel Centro America, e questo si traduce in un appoggio per il peggior terrorismo finanziato dagli USA che si ricordi, dalle squadre della morte del Salvador ai Contras del Nicaragua, responsabili dell’annientamento della società civile di quei Paesi (massacri e torture) al punto dall’essere condannati nel 1986 dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja come “terroristi” (USA inclusi). Si distinguono in questo due lobbisti della Freedom House, Bruce Cameron e Penn Kemble. Da notare che la Freedom House giudicò le elezioni salvadoregne di quell’epoca come “ammirevoli”, mentre gli Stati Uniti addestravano e armavano il battaglione Atlacatl dell’esercito del Salvador, che massacrò migliaia di contadini colpevoli di simpatizzare per i gruppi di opposizione. (3) (4) (5). Freedom House giudicò anche le elezioni razziste della Rodesia di Ian Smith come libere, e a questo si può aggingere solo un no-comment.

Sul sito dell’organizzazione si legge: “Martedì 4 aprile 2000, ospiteremo un dibattito sulla repressione a Cuba. Moderatore Otto Reich, membro del nostro direttivo” (6). Il nome di Otto Reich sicuramente non vi dice nulla, ma ecco di chi si tratta: “Otto Reich, nel 1987 nominato ambasciatore per l’amministrazione Reagan in Venezuela, poi con l’elezione di Bill Clinton ritiratosi a vita privata come lobbista per l’industria di armamenti Lockheed-Martin e per le distillerie Bacardi, che secondo il New York Times lo avrebbe pagato 600.000 dollari per il suo lavoro di accanito anti-castrista … infine Reich riemerge ai pubblici uffici nel 2002 come Assistente Segretario di Stato per l’Emisfero Occidentale, nominato personalmente da George W. Bush che per l’occasione dovette usare un trucco al limite della legalità per scavalcare l’opposizione a quella nomina da parte del suo stesso Senato. La folgorante carriera di questo personaggio è ancora più sorprendente se si considera che già nella prima metà degli anni ottanta, in qualità di Capo dell’Ufficio dei Diplomazia Pubblica di Ronald Reagan, era stato posto sotto accusa dal General Accounting Office del Congresso americano per frode e per uso illegale di propaganda illecita, ed era stato infatti rimosso dall’incarico. Ma Otto Reich macchinava fianco a fianco con i grandi nomi dello scandalo Iran-Contras, come Elliott Abrams e Oliver North, che furono per lui un potente lasciapassare per le stanze alte del potere, e fu proprio nella sua funzione di ambasciatore statunitense a Caracas che si adoperò per far ottenere a Orlando Bosh (terrorista nel mirino del Dipartimento di Giustizia USA, nda) un visto d’entrata per gli Stati Uniti”. (7)

Nella Board of Trustees della Freedom House compare una certa Diana Villiers Negroponte. Questa è la moglie di John Negroponte, che come ambasciatore americano in Honduras fu il principale sponsor del Battaglione 3-16, altra macchina di sterminio e di torture di civili, e non risulta che la consorte abbia mai denunciato quegli orrori. Diana ha anche lavorato per la Camera di Commercio USA nell’introduzione del famigerato accordo NAFTA, che in breve è un accordo di libero commercio e sfruttamento a sangue del lavoro sottopagato dei messicani, oltre che una mina nel cuore del sindacalismo di tutto il nord America.

Nella medesima Board of Trustees della Freedom House hanno militato i più noti neoconservatori del club di George W. Bush, come Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Jeane Kirkpatrick, Samuel Huntington, Zbigniew Brzezinski and Malcolm Forbes Jr., fra gli altri. Adrian Karatnycky, un direttore esecutivo della Freedom House, scrisse nel 2004 sul Washington Post un editoriale dove giudicava il colpo di Stato che depose il presidente di Haiti Jean Bertrand Aristide (democraticamente eletto) come “la caduta di uno pseudo democratico”. Da notare che nei mesi che seguirono l'isola fu travolta da repressioni sanguinarie. Si ricorda ai lettori che Karatnycky rappresentava un’organizzazione che dichiara di difendere “i valori democratici e di opporsi alle dittature”. Nelle sue fila apparve nel 2000 anche l’ex capo della CIA James Woolsey. (8)

Ancora pillole dorate per la Borromeo e soci: Zbigniew Brzezinski (ex consigliere per la sicurezza nazionale di Carter, nda) è stato a busta paga della Amoco, che nel 1997 aveva ricchi interessi petroliferi in Azerbaijan. Ma l’Azerbaijan di Geidar Aliyev era un incubo dei diritti umani e questo non figurava benissimo, per cui che fare? Brzezinski si piazzò alla Freedom House ed ecco che nel suo rapporto sulla ‘libertà’ nel mondo l’Azerbaijan di colpo salì di merito, cosa che verrà poi diligentemente sbandierata al Congresso USA per tacitare i critici. (9) E stando nell’Est europeo e nelle ex repubbliche sovietiche, l’opera di propaganda e interferenza della Freedom House si dispiega al suo meglio, con finanziamenti occulti ai candidati pro Libero Mercato e ai gruppi di attivisti di destra più affidabili, dalla Serbia all’Ukraina e oltre. (10) Infine la ciliegina sulla torta: la Freedom House ha criticato il governo tedesco nel 2001 per aver messo fuori legge la propaganda nazista su Internet, poiché tale mossa “violava la libertà stampa”. (11) Ora, si può discutere di questo caso, ma rimane bizzarro che questa organizzazione si sbracci per difendere gli esaltatori di Auschwitz e Sobibor ma non i civili torturati a morte dell’America Centrale. Vi sarebbe molto altro, ma non posso dilungarmi.

E questo scempio che è la Freedom House, è poi l’autrice del citatissimo rapporto Freedom of the Press di cui all’inizio di questo articolo, eternamente sbandierato dalla sinistra antagonista italiana come "autorevole". Vera è una cosa, e cioè che nell’edizione del 2008, che copriva il 2007 di Prodi, i nostri media erano stati promossi a "liberi". Ma ciò che interessa è leggere la motivazione della buona pagella che Romano si meritò. In essa la Freedom House ci sciorina soprattutto una lunga lista di insufficienze (gli effetti della legge Gasparri, la Censura Legale, la legge Mastella sulle intercettazioni, le intimidazioni contro i giornalisti, il conflitto d’interessi del Cavaliere, la perquisizione di D’Avanzo di Repubblica ecc.), e solo due o tre marginali sufficienze. E allora, ci si chiede, da dove viene la promozione a stampa “libera” del governo di centrosinistra? Sarebbe un mistero, se non fosse per quattro strane righe: “In gennaio, il governo Prodi ha approvato una legge che criminalizza la negazione dell’Olocausto, e altre forme di incitamento all’odio, con pene fino a 4 anni di carcere. In ottobre, le autorità avevano sequestrato delle bottiglie di vino con immagini di Hitler sull’etichetta”. Nessun commento negativo a questi fatti da parte di Freedom House, al contrario di quanto fecero nell’identico caso tedesco del 2001. Perché? Non è mia abitudine perdermi in dietrologie, ma non può sfuggirmi il fatto che oggi nella Board of Trustees di Freedom House siede Tom Dine, che è stato direttore per anni dell’AIPAC, la potentissima regina delle lobbies ebraiche americane. Saranno quelle quattro righe che hanno graziato i media dell’era prodiana nonostante la brutta pagella? (12)

Per finire, gli antagonisti italian-gill-trav-santoriani, Borromeo in testa, dovrebbero perdere due minuti per controllare gli archivi della Freedom House, e scoprire altre cose al limite dell’inverosimile. Per esempio: nella storia del loro rapporto annuale Freedom in the World, questa ONG pone la Bolivia come Paese “libero” dal 1982 al 2003 (con un solo anno di eccezione), e poi “parzialmente libero” dal 2003 al 2005. Chiunque abbia anche solo una conoscenza scolastica della storia delle dittature latinoamericane, comprende che questa classificazione è un insulto all’intelligenza; altrettanto lo è quella delle Filippine, dove anche gli orrendi anni del dittatore Ferdinand Marcos sono definiti “parzialmente liberi”, e ci sarebbe da ridere non fosse per il rispetto dei morti; il fondo del grottesco si tocca nei voti al Sudafrica dell’Apartheid, anch’esso "quasi libero" dal 1973 al 1994 (sic) secondo la Freedom House. Mi fermo qui. (13)

Si badi bene. Quanto appena dimostrato non può essere scartato come, in fondo, solo un peccatuccio veniale da parte dei nostri ‘paladini’ antagonisti e dei loro seguaci. Dimostra di nuovo la loro tendenza a una ingiustificabile superficialità nel nome del coro anti Cavaliere, e chi ci dice che non l’abbiano replicata in mille altri casi? Vi fidate di giornalisti che aderiscono acriticamente e senza verifiche alla ‘parrocchia’ più a portata di mano, e più screditata, pur di arrivare al loro scopo? Questi sono i metodi di chi fa scempio del giornalismo.

Dovete dirgliele queste cose, e tutte le altre contraddizioni e falle che vi capita di scorgere in loro (e in me). Dovete pretendere spiegazioni, perché se vi affidate a un carro sbilenco, nel fosso alla fine ci finite voi. Ma soprattutto perché voi meritate il meglio, visto che siete i protagonisti, cioè la gente.

Agite, e non scrivete a me. Quando ho denunciato il filosionismo di Marco Travaglio, col suo gravissimo corollario di immoralità e due pesi e due misure, ho ricevuto montagne di mail, ma un solo cittadino, solo uno, ha agito per chiedere conto a Travaglio. Lo stesso accade per ogni altra denuncia, mia e di altri. Ma così dove andiamo? E la prossima volta che sentirete dire "... la Freedom House!", spegnete il televisore. Per decenza.

Paolo Barnard


Note

(1) Freedom House website: About us.
(2) New York Times, December 20, 1967
(3) The Decline of the Democratic Ideal, Noam Chomsky, Z Magazine, May, 1990
(4) Herman/Chomsky, Manufacturing Consent, Vintage 1994
(5) Paolo Barnard, Perché ci Odiano, Rizzoli 2006
(6) Freedom House to Censure China and Cuba at UN Human Rights Commission, Freedom House Website, March 28/2000
(7) Paolo Barnard, Perché ci Odiano, Rizzoli 2006.
(8) Diana Barahona, Monthly Review 01/07
(9) Counterpunch, Alexander Cockburn & Jeffrey St. Clair, 1998
(10) Eva Golinger, The Chávez Code, on the U.S. intervention in Venezuela, Olive Branch Press May 2006
(11) UN Committee on NGOs, 2001 Session, 29th Meeting AM
(12) http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=251&year=2008
(13) http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=5

mercoledì 29 aprile 2009

Aperta la caccia a de Magistris: Facci e Radicali uniti nella lotta

di Franco Cilli
 

Se il Giornale, per bocca di Filippo Facci (scusate la bestemmia), ha cominciato a sparare contro De Magistris, significa che Berlusconi e sodali lo temono. Inutile fare una difesa d'ufficio di De Magistris, chi ha seguito la sua vicenda sa bene come sono andate le cose e sa bene chi è De Magistris. Se pure  l'uomo avesse qualche pecca (non lo credo, ma il fatto di essere umani ha qualche controindicazione), questo non cancellerebbe le colpe di un sistema criminale di stampo mafioso che il Sig. Facci probabilmente attribuisce al fato o a eventi naturali come i temporali, dimenticandosi pure che i voti della mafia li prende il suo padrone.
 Alla compagnia di tiratori scelti per la caccia al magistrato si è subito associato Massimo Bordin, il bronchitico direttore di Radio Radicale: "Beh certo, in effetti, Facci è documentatissimo... insomma in fondo è vero che De Magistris non ha mai emesso una sentenza di condanna in tutta la sua carriera...". Il bronchitico cerca di riprendersi nel finale, affermando che in fondo "...su tutti i politici che ha inquisito, magari ci sarà stato pure qualcuno che se lo meritava..." . Certo ai radicali non interessano né i fatti, né il contesto specifico in cui i fatti si collocano, a loro interessa solo il formalismo giuridico, unico elemento fattuale di democrazia. I crimini sono cose da tribunali e basta, che c'entrano con la politica liberale, liberista e libertaria? Carnevale era buono e De Magistris è cattivo. Fine. Se Dell'Utri si iscrive al Partito Radicale avrà pure il diritto di farlo, no? Se poi lo condannano,  un carcerato avrà pure il diritto di fare politica. Posso essere d'accordo in merito, ma non è questo il punto. Se tutto ciò è molto rassicurante riguardo alla difesa delle garanzie individuali,  dimostra però un'afasia  sconcertante riguardo ai fatti e ai personaggi protagonisti della  storia disgraziata di questo paese. Non mi dice nulla infatti né degli affari di Dell'Utri né della commistione fra mafia e politica.
Ad ogni modo tutta questa veemenza nei confronti di De Magistris mi fa pensare che il buon Camilleri avesse ragione nel cercare di mettere insieme Di Pietro e società civile, probabilmente era un'idea vincente.
Tonino, questa volta, forse ha fatto male i conti.

martedì 3 marzo 2009

Dr House Vs Madre Teresa di Calcutta


di Franco Cilli  

Ho appena finito di vedere l'ultimo episodio della serie televisiva House MD. Alla fine della puntata il Dr. House  rinuncia ad assumere il metadone, un farmaco che si era rivelato estremamente efficace nel far cessare del tutto il suo dolore cronico, perchè questo aveva un tale potere euforizzante su di lui al punto da sviare le sue capacità di giudizio e condurlo a scelte sbagliate nelle diagnosi.
C'è da premettere che in un altro episodio house descrive il suo dolore come qualcosa che "quando va bene è insopportabile". Chi accetterebbe di tenersi un dolore così atroce pur di non rinunciare alla propria lucidità di giudizio? Ma soprattutto chi sarebbe tanto stolto da credere che il dolore sia un viatico indispensabile per poter vedere le cose nella loro giusta prospettiva, senza essere sviato da un innaturale quanto accecante ottimismo? E' vero, alcuni studi eseguiti su pazienti depressi rivelano che quest'ultimi tendono a valutare i fatti in termini più realistici rispetto alle persone maggiormente inclini all'ottimismo, ma non è un buon motivo per credere che soffrire le pene dell'inferno favorisca le tue capacità di giudizio.
Ma non è questo il punto. Il punto è che temo che in House inizi ad intravedersi lo svolgersi della classica parabola, la quale dopo un calvario costellato di dolore e di profondi conflitti interiori, conduce inevitabilmente alla resipiscenza e ad  una nuova consapevolezza di sè e del mondo.
Quello che mi ha sempre attratto del personaggio House è il suo assoluto disincanto, un atteggiamento che gli fa rigettare  con sarcasmo qualsiasi mitologia del cammino verso la fede e  del rinnovamento spirituale, e persino verso il cambiamento interiore tout court.
Non mi piace pensare alla serie di House come ad una sorta di romanzo di formazione. Insomma non ce lo vedo House nelle vesti dell'eroe romantico che passa da una fase di immaturità giovanile, fatta di ingenuità e aspettative vane, ad una fase della piena consapevolezza del proprio destino, sia esso tragico che eroico; e nemmeno alla favola della conquista  dell'equilibrio interiore e della saggezza attraverso un cammino sui sentieri impervi della vita, col suo fardello di dolore e con il lento  disvelamento di maschere artificiali che nasconderebbero la vera natura dell'io. Di questa mitologia si sono nutrite abbondantemente la letteratura e la psiconalisi, e la ritengo un qualcosa che fa parte dell'infanzia dell'umanità. Anche la mitologia cristiana e religiosa in generale vede nel dolore  e nella sofferenza il viatico che conduce alla vera conoscenza, che si conquista solo con "l'abbraccio di Dio", e questo abbraccio è per forza di cose un abbraccio doloroso, perchè solo il dolore ti dispensa dalla colpa orginaria dell'uomo e di da il passasporto  verso l'eternità.
House finora ha rappresentato una delle poche aree di libero pensiero, lontane dalla retorica dei buoni sentimenti, da morali salvifiche e da quel turpe immondezzaio di sentimentalismo da discount, alternato all'ottimismo beota dei "consigli per gli acquisti", che ci propina la TV. Speriamo che continui ad esserlo.