domenica 20 novembre 2011

Gli Indignati vogliono vincere?

di Jacopo Fo da  ilfattoquotidiano

Mi ha un po’ preoccupato l’intervento a Servizio Pubblico di alcuni giovani. Spero rappresentino una piccola minoranza sennò son dolori…

Durante la trasmissione di Santoro alcuni Indignados italiani si sono presentati con la maschera dell’eroe del film V per Vendetta. Questo eroe è un terrorista giustiziere che in un mondo dittatoriale del futuro uccide una serie di potenti malvagi e alla fine organizza un mega attentato con un treno imbottito di esplosivo scagliato contro il Parlamento dittatoriale.

Tra un assassinio e l’altro salva una fanciulla di incomparabile bellezza, che diventa sua complice. Ma siccome non è sicuro dell’affidabilità di lei, la sequestra e la porta in una finta prigione della polizia, la tortura per un lungo periodo di tempo e poi le fa credere di essere stata condannata a morte. La ragazza nonostante tutto non cede alle torture, non rivela i segreti che conosce e viene quindi accettata nel club terrorista.

Ora, scusate, non solo questo è un film che inneggia alla violenza militare, ma è pure un film che vende una visione fascista dei rapporti umani, a cominciare dal fine che giustifica i mezzi. Un’immagine della costruzione di un mondo nuovo basata sull’eroe, una specie di superman, che si erge al di sopra della morale umana per mondare i peccati. In questo film c’è l’idea che l’amore, l’empatia, il rispetto, possano essere negati e uccisi in nome di un obiettivo superiore.

Io avevo capito che il mondo nuovo si costruisce facendo rete, praticando la via dei piccoli passi, del pensiero trasversale, della spinta gentile, della sacralità del ridere. Avevo capito che la qualità del mezzo contiene la qualità del fine, che il viaggio è altrettanto importante della meta da raggiungere. Avevo capito pure che siamo pacifisti. Che siamo il 99% del mondo e che possiamo cambiare il corso della storia mettendo insieme la nostra sensibilità, la nostra creatività, la nostra capacità di cooperare e amare.

E credo che una società che nasce da un terrorismo individualista da super eroe, disposto perfino al sadismo, è una società nella quale non voglio vivere. Mi fa schifo.

Ora qualcuno mi dirà: “Ma ti attacchi ai dettagli, non vedi il quadro d’insieme, il desiderio di giusta rivolta che se ne frega delle sottigliezze della grammatica.” Mi dispiace dirlo ma siamo nell’era della comunicazione e dei simboli. Puoi ribellarti a tutto quel che vuoi, ma se usi dei simboli che rappresentano il contrario di quel che dici di volere fai una pirlata pazzesca.

Ma il guaio è che non solo questi Indignados sono andati a Servizio Pubblico con la maschera sbagliata, ma pure (alcuni) hanno parlato con una modalità aggressiva. E oltretutto hanno portato proposte nelle quali non c’erano idee di cambiamento reale, ma solo rivendicazioni iperboliche. Dire: “Ora ci devono dare indietro tutti i soldi che hanno rubato!” E’ molto bello. Ma è solo demagogia.

Da parecchio dico che uno dei nostri obiettivi deve essere quello di cambiare le leggi sulla prescrizione dei reati e imporre a chi ha succhiato il sangue dell’Italia, formando logge segrete, corrompendo e organizzando un complotto mafioso colossale, di pagare i danni. Ma non penso che si possa fare ora, con questo Parlamento e il 25% degli italiani che è ancora convinto che Berlusconi sia vergine.

Oggi tocca rendersi conto che la situazione è tragica, che, se non riusciamo a ottenere alcuni essenziali cambiamenti, milioni di italiani rischiano di non avere più le medicine salvavita. In Grecia sta succedendo questo. In questo momento dovremmo impegnarci a bloccare il tentativo di far pagare la crisi al popolo individuando obiettivi sui quali realizzare una grande alleanza tra gli italiani onesti: basta burocrazia folle, basta sprechi (e spese militari e regali alla Casta), basta corruzione, basta evasione fiscale, basta tolleranza verso le mafie e l’illegalità, nuove regole per banche e mercato azionario (e magari anche la fine del segreto bancario e dei paradisi fiscali).

Sono argomenti capaci di convincere il 99% degli italiani di buona volontà. Di questo dovrebbe parlare chi ha modo di farlo. E si dovrebbe dimostrare con i numeri e le statistiche che la crisi non esisterebbe se recuperassimo solo una parte dei 500 miliardi circa che lo Stato Italiano oggi spreca o si fa rubare.

La maschera spaventosa di V e gli obiettivi al momento irrealizzabili non sono utili. Fare i duri in tv danneggia tutto il movimento.

sabato 19 novembre 2011

La serietà del male

di Boiardo

Il governo Monti ha davvero una vocazione ecumenica, per non scontentare rifondaroli, no global, indignados e compagnia cantando ha messo Clini all'ambiente, così da dare a tutti i soggetti sopraelencati un motivo per continuare a far sentire la propria voce e per sopramercato ci ha messo pure le flessibilità in uscita del lavoro, l'ICI, la riforma delle pensioni, tagli qui e la e altre cosette che si scopriranno strada facendo.
L'ex opposizione ha ormai gettato la maschera definitivamente, buttando alle ortiche ogni briciolo di dignità rimasta seppure ne aveva ancora, e ha fatto il suo giuramento definitivo alla religione di mercato, purché, senza avere pretese eretiche o riformatrici, sia coniugata con l'equità. Equità significa, secondo il lessico di Bersani e compagnia la seguente equazione: se un operaio viene spogliato, derubato e messo sulla graticola, il ricco deve essere almeno solleticato con una piuma sotto la pianta dei piedi. In realtà la cura dei professori è una solenne fregatura, non solo perché finirà per aggravare ancora di più le condizioni delle classi lavoratrici e per la terapia dimagrante che si profila per lo stato sociale, ma soprattutto perché sancirà definitivamente come inderogabili e assoluti i principi del mercato. Ogni idea fuori dal coro verrà bollata come ingenuo complottismo e qualsiasi proposta che sfugga al rigore della legge del pareggio di bilancio, come irresponsabilità.
Allo stato di cose attuale il governo Monti ha prodotto un effetto effetto psicologico devastante: l'immaginario collettivo si è modellato immediatamente sull'idea del binomio serietà/irresponsabilità, dove Monti rappresenta, in questo continuum, la polarizzazione estrema della serietà. Al di fuori di questa polarità c'è il nulla. L'alternativa che abbiamo a questo punto è essere irresponsabili o essere nulla. Questo è ciò che aspetta chi oserà criticare il richiamo alla ragionevolezza dei professori: si potrà scegliere fra l'essere degli irriducibili oppositori della ragione, che delirano di complotti dei poteri forti, o chiamarsi fuori da ogni contesa. Ognuno di noi da oggi in poi temerà in cuor suo di fare la scelta sbagliata, quella che conduce la baratro se non asseconderà i dettami dei professori.
Risalire una china così impervia sarà un'impresa improba, rendere attuale un'idea di società diversa da quella prospettata dal liberismo, richiederà molta forza di volontà e molta pazienza. Occorrerà moltiplicare sul territorio gli esempi positivi di una buona politica, come nel caso di De Magistris, ma soprattutto occorrerà uscire il prima possibile dalla logica delle grandi manifestazioni, buone per infoltire gli album di ricordi e nulla più. I movimenti devono imparare a produrre esempi concreti di società alternativa, colonizzare le istituzioni e fornire una nuova classe dirigente al paese, sul modello di Grillo, altrimenti la loro forza è destinata a disperdersi.
La vedo male per Vendola e Rifondazione, riconquistare la scena con un ruolo da protagonisti sarà dura, almeno fintantoché non si riuscirà a rompere l'incantesimo della “giusta via” tracciata da Monti. Non so cosa si può fare a questo punto, ma non vorrei augurarmi che Monti lasci dietro di sé solo macerie, per poter dire di aver avuto ragione.
Una lista civica nazionale, che riunisca la parte migliore di questo paese, come propone De Magistris e come questo blog nel suo piccolo propone da sempre, potrebbe essere una buona idea dalla quale ricominciare.

La violenza dei mansueti

Ci hanno detto che dovevamo diventare non violenti perché la violenza dei deboli può creare discordia e rovinare l'armonia di una comunità e allora siamo diventati non violenti. Ma non gli è bastato, perché la malignità del povero si manifesta anche nei gesti e nelle parole e anche quella è violenza, e allora hanno preteso che divenissimo mansueti. Neanche ciò è stato sufficiente, perché persino i mansueti nel loro belare possono fare cagnara e disturbare chi è al potere. Allora hanno preteso che non manifestassimo sentimenti come forma di rispetto per chi, delegato a servire i nostri interessi è caduto in disgrazia e perché mostrassimo un nobile distacco per le cose terrene.
Ho il sospetto che neanche questo gli basti, poiché persino un individuo totalmente apatico può sbandare per strada e urtare qualche potente pestandogli i piedi.
Alla fine temo proprio che dovremo chiuderci in casa e uscire solo quando ce lo diranno giornalisti e intellettuali accreditati dal governo, ma con la massima compunzione mi raccomando, perché dal levar di ciglia al terrorismo il passo è breve.

La serietà del male

di Boiardo

Il governo Monti ha davvero una vocazione ecumenica, per non scontentare rifondaroli, no global, indignados e compagnia cantando ha messo Clini all'ambiente, così da dare a tutti i soggetti sopraelencati un motivo per continuare a far sentire la propria voce e per sopramercato ci ha messo pure le flessibilità in uscita del lavoro, l'ICI, la riforma delle pensioni, tagli qui e la e altre cosette che si scopriranno strada facendo.
L'ex opposizione ha ormai gettato la maschera definitivamente, buttando alle ortiche ogni briciolo di dignità rimasta seppure ne aveva ancora, e ha fatto il suo giuramento definitivo alla religione di mercato, purché, senza avere pretese eretiche o riformatrici, sia coniugata con l'equità. Equità significa, secondo il lessico di Bersani e compagnia la seguente equazione: se un operaio viene spogliato, derubato e messo sulla graticola, il ricco deve essere almeno solleticato con una piuma sotto la pianta dei piedi. In realtà la cura dei professori è una solenne fregatura, non solo perché finirà per aggravare ancora di più le condizioni delle classi lavoratrici e per la terapia dimagrante che si profila per lo stato sociale, ma soprattutto perché sancirà definitivamente come inderogabili e assoluti i principi del mercato. Ogni idea fuori dal coro verrà bollata come ingenuo complottismo e qualsiasi proposta che sfugga al rigore della legge del pareggio di bilancio, come irresponsabilità.
Allo stato di cose attuale il governo Monti ha prodotto un effetto effetto psicologico devastante: l'immaginario collettivo si è modellato immediatamente sull'idea del binomio serietà/irresponsabilità, dove Monti rappresenta, in questo continuum, la polarizzazione estrema della serietà. Al di fuori di questa polarità c'è il nulla. L'alternativa che abbiamo a questo punto è essere irresponsabili o essere nulla. Questo è ciò che aspetta chi oserà criticare il richiamo alla ragionevolezza dei professori: si potrà scegliere fra l'essere degli irriducibili oppositori della ragione, che delirano di complotti dei poteri forti, o chiamarsi fuori da ogni contesa. Ognuno di noi da oggi in poi temerà in cuor suo di fare la scelta sbagliata, quella che conduce la baratro se non asseconderà i dettami dei professori.
Risalire una china così impervia sarà un'impresa improba, rendere attuale un'idea di società diversa da quella prospettata dal liberismo, richiederà molta forza di volontà e molta pazienza. Occorrerà moltiplicare sul territorio gli esempi positivi di una buona politica, come nel caso di De Magistris, ma soprattutto occorrerà uscire il prima possibile dalla logica delle grandi manifestazioni, buone per infoltire gli album di ricordi e nulla più. I movimenti devono imparare a produrre esempi concreti di società alternativa, colonizzare le istituzioni e fornire una nuova classe dirigente al paese, sul modello di Grillo, altrimenti la loro forza è destinata a disperdersi.
La vedo male per Vendola e Rifondazione, riconquistare la scena con un ruolo da protagonisti sarà dura, almeno fintantoché non si riuscirà a rompere l'incantesimo della “giusta via” tracciata da Monti. Non so cosa si può fare a questo punto, ma non vorrei augurarmi che Monti lasci dietro di sé solo macerie, per poter dire di aver avuto ragione.
Una lista civica nazionale, che riunisca la parte migliore di questo paese, come propone De Magistris e come questo blog nel suo piccolo propone da sempre, potrebbe essere una buona idea dalla quale ricominciare.

martedì 15 novembre 2011

L’Europa, la Trilateral Commission e il gruppo Bilderberg Tratto da: L’Europa, la Trilateral Commission e il gruppo Bilderb

Da leggere assolutamente per comprendere bene da dove arriva Monti, come funzionano alcuni club esclusivi internazionali che “pianificano” a livello globale il futuro dell’economia, della finanza e quindi della politica.

Vittorio Agnoletto

di Giovanna Cracco da Paginauno via Informare per Resistere

 

Le pressioni della Trilateral Commission e del gruppo Bilderberg sulle commissioni europee e l’invenzione del Patto di stabilità per estromettere i governi nazionali dalle scelte economiche: quando la politica, obbligata a fare i conti con il voto e il consenso popolare, è un lusso che il neoliberismo non si può più permettere

Poche cose generano disinteresse negli italiani quanto l’Unione europea, le sue regole, i vari trattati che l’hanno creata, le istituzioni. Un disinteresse radicato, nonostante la consapevolezza, o il sentore, che l’Unione stia fagocitando pian piano l’autonomia decisionale di ogni Paese membro.
Le ultime elezioni europee del 2009 hanno visto un’affluenza del 65%, in calo rispetto alle votazioni precedenti dell’8%. Una persona consapevole ma ottimista (quasi un ossimoro) potrebbe valutare il disinteresse come una presa di coscienza da parte degli italiani del fatto che la politica, in Europa, ha un peso talmente irrisorio, che esercitare il proprio diritto di voto per decidere da chi farsi rappresentare al Parlamento europeo è una farsa a cui si sottraggono volentieri. Ma proprio in virtù dell’ossimoro, risulta difficile dare questa interpretazione. Più probabile che la complessità delle strutture europee, e quindi l’impegno che richiede il conoscerle e farsi un’opinione, sia la ragione alla base del disinteresse.

Nel 1992, anno della firma del Trattato di Maastricht, l’Unione europea era stata presentata agli italiani come la terra promessa, l’unica possibile salvezza da un sistema Paese in fallimento, in preda a Tangentopoli, falcidiato nella sua classe politica corrotta; come il solo modo per uscire dalla dinamica di un debito pubblico in perenne aumento e da una lira buttata fuori dal Sistema monetario europeo (Sme). In nome dei parametri del Trattato – inerenti ai valori di debito pubblico, deficit, inflazione, tasso d’interesse a lungo termine e permanenza nei due anni precedenti nello Sme – fu lanciata la campagna delle privatizzazioni delle imprese pubbliche (svendute ai grandi gruppi privati come nemmeno a un mercato delle pulci); fu approvata dal Parlamento italiano – 1996, governo Prodi – una manovra economica da 62.500 miliardi di lire, perno dell’affannata rincorsa, risultata vittoriosa, per entrare nel primo gruppo che avrebbe adottato l’euro. Quel che a tutti i costi si doveva agguantare, infatti, era l’unione economica dell’Europa: il treno del libero mercato, lanciato a piena velocità.

La mano invisibile, la legge naturale della domanda e dell’offerta che genera i giusti prezzi e la competizione tra pari: nel ’92 il libero mercato era già divenuto quel che Foucault avrebbe definito un ‘regime di verità’. Aveva cioè già imposto il proprio processo di veridizione, stabilendo in modo autoreferenziale l’insieme delle regole che sanciscono che cosa è vero e che cosa è falso. Tra quelle vere, la principale è l’automatismo delle dinamiche del mercato, che produce maggior ricchezza per tutta la popolazione a patto sia lasciato libero di agire. A patto, dunque, che la politica adotti la logica del ‘governo minimo’ – privatizzare, abbandonare il welfare, ritirarsi dal ruolo di mediatore dei conflitti sociali e dal tavolo della contrattazione collettiva sul lavoro. Le sue azioni quindi non sono più giudicate sulla base di criteri come legittimo o illegittimo, ma esclusivamente sugli effetti che producono in termini di utilità. Il ‘governo del fare’, ben prima che Berlusconi lanciasse lo slogan.

Ne nasce, inevitabilmente, un primato dell’economia sulla politica, e un governo della società in tal senso. Non è una novità (con la definizione di struttura/sovrastruttura, Marx aveva già individuato e analizzato questa dinamica), ma viene a mancare quel discorso dialettico che politica ed economia sono sempre state costrette a tenere in piedi, con le conseguenze che questa mancanza comporta. Prima fra tutte, la questione della libertà degli individui, che perde la caratteristica giuridica – naturale, direbbe Rousseau – per abbracciare quella mercantile. Il libero mercato ‘consuma’ libertà, ne deve dunque produrre per sopravvivere: libertà del venditore, dell’acquirente e del consumatore; libertà di proprietà, d’impresa e del mercato del lavoro. La formula del liberalismo, scriveva Foucault, non è ‘sii libero’, ma: ‘ti procurerò di che essere libero’.

Al ricco banchetto del libero mercato, siede però un convitato di pietra: i cittadini. Non tanto perché possono scendere in piazza a protestare – dato che il concetto di democrazia ormai sacralizzato, vuole che il conflitto sociale sia pacifico, colorato, fantasioso negli slogan e rispettoso delle ‘zone rosse’: quando trasgredisce queste regole, si trasforma automaticamente in facinoroso e terrorista e opinione pubblica, mass-media e politica fanno a gara per condannarlo. Il problema è che i cittadini hanno il diritto di voto.

La politica, in realtà, ha già trovato il modo per rendere innocuo tale diritto, creando quel che a tutti gli effetti è un sistema unipolare: la visione economica infatti è una, destra e sinistra hanno entrambe abbracciato l’ideologia del libero mercato. Ma l’inseguimento del consenso elettorale, per giochi di potere, produce inevitabilmente lentezze decisionali, che provocano gravi danni in un contesto economico che vive di rapidità e immediatezza, ancora più necessarie in una fase di crisi come quella attuale. Lo dichiara candidamente anche lo stesso Sacconi, in un’intervista rilasciata al Corsera l’8 novembre scorso, quando afferma che la crisi ha innescato un passaggio epocale: da una parte vi sono Paesi come la Cina, “con sistemi istituzionali molto semplici e perciò veloci nelle decisioni, dall’altra i Paesi di vecchia industrializzazione che non possono più far leva sul debito pubblico, come l’Italia”. Far leva sul debito pubblico, nelle parole del ministro, significa sostenere quella politica di welfare che produce consenso elettorale. Non è più possibile farlo, e per ragioni ormai evidenti: il mercato, lasciato totalmente libero di agire, penalizza, attraverso la speculazione finanziaria, i Paesi troppo indebitati. Tuttavia non è nemmeno possibile diventare la Cina: la democrazia è sacra, con il suo diritto di voto, e non si può tornare indietro, a un regime dittatoriale.
La soluzione trovata a questa impasse è l’esautorazione della politica dalle decisioni economiche, e l’Europa vi è riuscita così bene che Bernanke, governatore della Fed, la indica come la futura strada maestra.

In un convegno a Rhode Island, il 4 ottobre scorso, egli afferma che il progressivo aumento e invecchiamento della popolazione in tutti i Paesi occidentali – data la crescita delle aspettative di vita creata dal benessere economico – rischia di generare enormi spese sanitarie e pensionistiche, che andranno ad aumentare sempre più i debiti pubblici. Tagliare e privatizzare tutto è l’unico modo per evitarlo, dato che le imposte sulle imprese, i redditi alti e i patrimoni non si possono aumentare – sono i principali attori del libero mercato, non li si può ‘impoverire’ – e nemmeno si può più spennare un pollo – il ceto medio-basso – ormai rimasto senza piume. Una soluzione tuttavia che rischia di provocare problemi di consenso elettorale. Occorre dunque affidare la politica economica a organismi non elettivi e vincolarla all’applicazione di rigide ‘regole fiscali’, impersonali, asettiche, non derogabili.

L’invidia di Bernanke nasce dal fatto che l’Europa, ben prima degli Stati Uniti, è riuscita a mettere in pratica l’esautorazione, con l’invenzione del Patto di stabilità. Comodo paravento dietro cui la politica si nasconde, evitando così di rispondere del fatto che è essa stessa ad aver innalzato il libero mercato a luogo di verità – dal momento che ancora, il potere legislativo è unicamente nelle sue mani – i cittadini si sentono dire che non è responsabilità del governo italiano una manovra economica da 24 miliardi di euro, perché la esige l’Unione europea, il Patto di stabilità, la difesa dalla speculazione.
Il processo di veridizione si è talmente compiuto che Tremonti è, nell’elettorato di destra come in quello di sinistra, il ministro più apprezzato: ha tenuto i conti pubblici in ordine, recita il mantra trasversale. Senza che alcuno si chieda quale ordine dovrebbe essere ritenuto legittimo, per uno Stato che non ha sottoscritto alcun contratto economico con chicchessia bensì, al limite, un contratto sociale con i propri cittadini.

Gli attori protagonisti dell’intero sistema sono diventati i banchieri. Tengono per lo scroto sia gli Stati, sia l’economica produttiva, che agisce ormai con un unico fine: creare gruppi industriali sempre più grandi. La ragione è duplice: realizzare quelle economie di sistema che permettono di essere competitivi e (dolce chimera) agguantare posizioni dominanti o addirittura di monopolio; e diventare talmente grandi da non poter fallire. Raggiungere ossia quella posizione per cui il fallimento dell’impresa trascinerebbe con sé nel baratro talmente tante banche creditrici, che sono loro stesse a correre continuamente in soccorso con nuovo credito. In un circolo vizioso e virtuale di un giro di denaro che esiste ormai solo dentro i computer.

Non stupisce, in tale contesto, che si siano creati consessi di poteri forti, lobby chiuse, ristrette, riservate; spazi in cui banchieri, politici e industriali tracciano le linee guida comuni e strategiche per salvaguardare il sistema e possibilmente farlo crescere, e rappresentanti del mondo accademico e dell’informazione si occupano di mettere in circolo il pensiero unico del ‘vero’ e del ‘falso’ sancito dal processo di veridizione. La Trilateral Commission, il gruppo Bilderberg. Nomi che il solo pronunciare genera accuse di complottismo e dietrologia. Nulla di tutto questo. Come nulla di più normale che un sistema basato su pochi attori principali crei spazi adibiti al confronto programmatico: né più né meno di un consiglio di amministrazione.

La Trilaterale nasce nel 1973, su iniziativa di David Rockefeller. Il nome rimanda alle tre aree all’epoca punto di riferimento dell’economia del libero mercato, nord America, Europa e Giappone, in cui sono tuttora presenti le tre direzioni regionali, a Washington, Parigi e Tokyo. Nel tempo il gruppo si è allargato, inglobando i vari Stati dell’est Europa e dell’Asia che abbracciavano il neoliberismo, e dai 180 membri iniziali – 60 per ogni area – si è arrivati oggi a circa 400, suddivisi per Paese in base a un principio di rappresentanza stabilito sul doppio parametro Pil/popolazione.
La struttura è insomma quella di un Parlamento globale, ma con meno membri della sola Camera italiana e, soprattutto, non elettivo: si entra a farne parte su invito, e vi si contano soprattutto banchieri (tutti i presidenti dei grandi istituti, compresi quelli centrali delle varie nazioni, della Banca europea, della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, e gli amministratori delegati dei maggiori fondi speculativi); politici (ministri e parlamentari seduti nelle Camere dei loro Paesi e/o in quella europea e nelle commissioni europee); industriali (i rappresentanti delle principali multinazionali: Coca Cola, Nokia, Rothschild, Shell, Sony ecc.); rappresentanti del mondo accademico, giornalisti e soprattutto editori (Les Echos, Le Figaro, Financial Times, Frankfurter Allgemeine Zeitung, El Pais, Politiken [Danimarca], Helsingin Sanomat, The New York Times, Time Magazine, The Wall Street Journal, The Globe and Mail [Canada], New York Daily News, The Asahi Shimbun [Giappone]). Si riunisce in seduta plenaria una volta l’anno, a rotazione nei diversi Paesi membri, e la sua mission è favorire la globalizzazione. Nella riunione del 1975, i tre relatori principali – il francese Michel Crozier, l’americano Samuel Huntington e il giapponese Joji Watanuki – analizzarono la crisi economica del periodo come il risultato di un “sovraccarico del sistema decisionale”: la soluzione proposta fu quella di spingere per un radicale cambiamento, verso la riduzione dell’intervento statale e un rafforzamento del potere politico esecutivo a scapito del Parlamento e degli istituti di democrazia diretta, come il referendum (1).
L’elenco completo dei partecipanti alla riunione del 2010 è appetitosa e scaricabile dal sito stesso della Trilateral (2), vale la pena giusto indicare qualche nome, italiano e non, conosciuto (vedi box Trilateral Commission).

Il Gruppo Bilderberg è ancora più ristretto: un comitato esecutivo (di cui si conosce solo il nome del presidente, l’ex commissario europeo V.E. Davignon, e non l’identità e il numero dei componenti) e circa 120 persone – alcuni ospiti fissi ai meeting annuali, altri saltuari – tra politici, banchieri, industriali, accademici e giornalisti appartenenti all’area del nord America e dell’Europa. La prima riunione data 1954. Rispetto alla Trilateral, è più chiuso e riservato: i suoi ritrovi sono off-the-record (a ogni partecipante è imposto l’obbligo della segretezza), blindati alla stampa e protetti da rigide misure di sicurezza.
È riuscito a restare praticamente nell’ombra fino agli anni Duemila, quando sono iniziate a circolare voci – fuori dall’ambiente politico/economico il quale, al contrario, della sua esistenza ha sempre saputo. Per la sua segretezza è stato più volte accusato di essere una loggia massonica coperta. Probabilmente è per questo che recentemente ha iniziato un percorso di parziale (o simil) trasparenza, con un sito ufficiale (3) in cui sono pubblicate le date, i luoghi, le scalette tematiche degli incontri annuali dal 1954 a oggi e, dalla riunione del 2008, anche le liste dei partecipanti (quanto complete non è dato saperlo: il presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy, per esempio, pare che a domanda diretta non abbia smentito la sua partecipazione alla riunione del 2009; eppure, nell’elenco disponibile sul sito non compare).

Gli argomenti affrontati in quelli che vengono definiti dei semplici forum riguardano l’economia globale, la finanza, il mercato monetario, la governance mondiale, la sicurezza internazionale, le risorse energetiche, i conflitti militari. In un’intervista del settembre 2005 alla BBC (4), il presidente del Bilderberg dichiara che il gruppo nasce semplicemente perché persone influenti sono naturalmente interessate a parlare con altre persone influenti; parla di common sense, senso comune, che lega fra loro i dirigenti politici ed economico/finanziari interessati a far crescere il libero mercato mondiale; afferma che il fatto che importanti leader politici (Bill Clinton, Tony Blair e tutti i presidenti della Commissione europea) prima di diventare tali abbiano fatto parte del Bilderberg, non significa che il gruppo selezioni la classe dirigente del mondo occidentale ma semplicemente che fa del suo meglio per valutare chi siano gli astri nascenti: appartenere al Bilderberg, dice Davignon, non è un caso nella loro carriera, ma poi dipende dalle loro capacità. Reti informali e private come il Bilderberg hanno contribuito a oliare gli ingranaggi della politica mondiale e della globalizzazione per mezzo secolo, conclude Davignon; e finché affari e politica resteranno reciprocamente dipendenti, queste reti continueranno a prosperare.
Anche per il Bilderberg, l’elenco dei partecipanti alle riunioni è appetitoso, quanto se non più della Trilateral (vedi box Bilderberg).

Dal 1998 inizia ad apparire, al Parlamento europeo, qualche sporadica interrogazione parlamentare (5) che chiede di far luce sulla ragione della presenza di numerosi commissari europei alle riunioni del Bilderberg (tra cui anche Emma Bonino, nel 1998); alcune chiedono anche se Mario Monti e Romano Prodi facciano parte del comitato esecutivo del gruppo. Le richieste di chiarimenti si intensificano negli anni. Le risposte sono sempre le medesime: i commissari partecipano in quanto invitati, e certamente sono invitati in qualità dei ruoli che rivestono; la loro partecipazione resta comunque a titolo personale, e soprattutto non significa che si fanno rappresentanti degli interessi del gruppo Bilderberg all’interno dell’Unione europea né di quelli dell’Unione europea all’interno del Bilderberg. Negazione categorica, invece, per quanto riguarda la partecipazione di alcuno al comitato direttivo, sia del Bilderberg che della Trilateral.
Il progetto dell’Unione europea è ormai giunto al suo compimento. E non è un caso che l’unica unione realmente attuata sia quella economica: non quella politica, né tanto meno quella sociale, dal basso, identitaria. Due ultimi passaggi hanno definito le regole di appartenenza all’Unione: uno già completato, con il Trattato di Lisbona, l’altro in via di attuazione.
Il primo è l’inserimento della possibilità di recesso volontario e unilaterale di uno Stato membro dall’Unione. La logica è economica, e risponde alla regola del più forte: non ce la fai a stare nel gioco? Ne devi uscire. Sia il Bilderberg che la Trilateral, d’altra parte, sono realtà ‘a invito’. Poiché è indubbio che al recesso volontario un Paese possa esserci spinto, con forti pressioni; o, al contrario, che la minaccia dell’uscita possa essere usata nei confronti di quei Paesi i cui governi, recalcitranti per ragioni di consenso, si attardino a varare quelle ‘riforme’ non ancora attuate e profondamente necessarie al libero mercato – pensioni e mercato del lavoro, soprattutto.

Il secondo riguarda il nuovo Patto di stabilità e l’istituzione del Fondo anti-crisi.
Il patto sarà reso ancora più stringente, con un inasprimento delle regole e un meccanismo di sanzioni, per lo Stato che le viola, quasi automatico. Germania e Francia – le economie forti dell’Unione – vorrebbero anche introdurre una sanzione politica: la sospensione del diritto di voto nel Consiglio europeo per i Paesi non in regola con i parametri del Patto.
Il Fondo, oggi provvisorio, sarà reso permanente e vi potranno accedere non solo gli Stati ma anche i privati. L’Unione europea si prepara dunque a sostenere banche, fondi d’investimento e chissà quale altra realtà finanziaria privata, e a farlo con soldi pubblici – la parola ‘pubblico’ suona ormai stonata accostata alla Ue, resta il fatto che in quanto istituzione politica è per definizione pubblica. E lo farà bypassando i governi nazionali. Perché se è vero che degli 85 miliardi di euro concessi all’Irlanda (22,5 dall’Unione e i restanti tra Fmi, prestiti bilaterali internazionali e contributo irlandese proveniente dalle riserve di cassa e dal Fondo nazionale di riserva per le pensioni), 35 vanno nelle casse delle banche private del Paese per evitarne il fallimento, è pur vero che la scelta della forma sotto la quale concedere il denaro è stata finora una prerogativa della politica nazionale: entrare come Stato nella proprietà della banca o semplicemente concedere a prestito.

Le sanzioni politiche e l’istituzione del Fondo, per essere rese operative, necessitano di una modifica del Trattato di Lisbona. Secondo le regole che lo stesso Trattato si è dato, una simile variazione dovrebbe passare attraverso un referendum popolare. Non avverrà, ovviamente. Gruppi di studio sono già al lavoro per trovare i giusti cavilli giuridici e far rientrare le modifiche tra quelle che non devono essere sottoposte alla verifica della volontà popolare.
Poco male, una farsa in meno. La stessa Costituzione europea uscita dalla porta, grazie ai referendum negativi di Francia e Olanda, è poi rientrata dalla finestra praticamente variata solo nel nome: Trattato di Lisbona. Ci eviteremo così il teatrino di un ulteriore inutile esercizio del voto, e prima o poi, magari, si smetterà anche di parlare di democrazia. In modo consapevole, e pessimista.

 
(1) Cfr. La crisi della democrazia: rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione Trilaterale, Michel Crozier, Samuel Huntington, Joji Watanuki, Franco Angeli, 1977 (con prefazione di Gianni Agnelli)
(2) http://www.trilateral.org/download/file/TC%20list%2012-10(2).pdf
(3) http://www.bilderbergmeetings.org/index.html
(4) Cfr. http://news.bbc.co.uk/2/hi/4290944.stm
(5) Cfr. http://www.europarl.europa.eu/search/simple/perform.do?language=IT&collecti
on=default_collection&sortBy=date&page=1&inArchives=true&query=bilderberg&submit. x=16&submit.y=4

mercoledì 2 novembre 2011

Bisogna fare come se il Pd non ci fosse

di Nicodemo

La fine di ogni speranza di cambiamento di questo paese si avvicina, il sistema Italia appare sempre più irriformabile, poiché il termine riformismo ha perso da tempo ormai la sua valenza di mediazione fra le istanze del capitale e quelle delle classi oppresse. Persino Renzi si definirebbe un riformista se avesse un vocabolario a disposizione. Andiamo avanti contrabbandando gusci vuoti per novità epocali, che nascondono sempre l'ignobile inganno: in culo ai lavoratori, ma per il bene della patria naturalmente. Il mantra oggi, quello che calma i mercati in ansia è: dobbiamo avere il coraggio di fare scelte impopolari. Tradotto: pensioni a 70 anni, privatizzazioni, licenziamenti facili, meno welfare, scuole private, ospedali magari pure ecc. Se non si fa questo il mondo così come lo conosciamo ci si rovinerà addosso e non avremo più il GF(e meno male mi verrebbe da dire). In poche parole se non ci facciamo flagellare e mettere in croce sarà l'apocalisse now. Questa visione del popolo come salvatore che si immola sull'altare del mercato è davvero paradossale: in genere i salvatori si immolano per salvare l'umanità, qui il salvatore identificandosi esso stesso con l'umanità, chi salva? Il mercato ovviamente, cioè quella cosa che gli fa volutamente del male. Strana idea davvero.
Dicono che non c'è altro rimedio. Stretti da un'aporia che pare ci debba sopravvivere, siamo costretti a rimandare la risoluzioni dei problemi domestici, come quello di avere un governo di merda e un sistema dominato dagli interessi di una banda di delinquenti, alla risoluzione dei problemi del mondo intero. Eppure, sarò ingenuo, ma credo che occorra cercare di conciliare la lotta per cambiare il mondo (Occupy the world), con la lotta per non mandare al potere gente come Casini, Montezemolo o Renzi in Italia. E Bersani? Diciamocela tutta: bisogna fare come se il PD non ci fosse, lasciandoli alle loro beghe, i loro inciuci, i loro giochetti di corrente e al loro falso realismo. Dobbiamo elaborare un programma politico-elettorale che sia diretta espressione della società civile, quella dei referendum sull'acqua pubblica e del bene comune, senza cedere ai ricatti del voto utile o baggianate simili, poi si vedrà. Abbiamo una forza che è pari alla nostra frammentazione a alla nostra passione per i veti, vinceremmo senz'altro se superassimo resistenze ideologiche e qualche decina di ismi con relative geografie politiche, e il governo dell'Italia andrebbe ai migliori e non ai Verdini, i Cicchitto, i Bisignani, le concubine e le zoccole del sultano e chi più ne ha più ne metta.
Mi viene in mente un vecchio film di Monty Python: Brian di Nazareth, del '79, davvero attualissimo, dove il fronte degli sgangherati oppositori dei romani, non faceva che dividersi al suo interno, fino a creare e movimenti composti anche da una singola persona, e tutte le varie componenti si accusavano vicendevolmente di essere dei parolai venduti e inconcludenti. Alla fine, per tutte le fazioni il nemico principale era diventato il Fronte Popolare delle Giudea, partito con le loro stesse  finalità, odiato più dei romani stessi.
Speriamo nel miracolo.

mercoledì 17 agosto 2011

Sentenze

Intervento di Marco Travaglio, nella rubrica Passaparola.

Dal Blog di Beppe Grillo.

Buongiorno a tutti,

Io oggi vorrei parlare di due sentenze, ma per non parlarne in realtà, perché una merita silenzio in quanto affronta un problema di vita e di morte, cioè entra addirittura in una casa privata, in un letto dove c'è una persona, Eluana, che si trova in stato vegetativo da moltissimi anni, dove un giudice ha stabilito, previo consenso informato suo, ai tempi, e di suo padre oggi, di risparmiarle l'accanimento. Io non ho nessuna posizione su questa storia e non invidio nemmeno chi ha una posizione in merito perché penso che chi si stia pronunciando, lo stia facendo abusando. La sguaiataggine con cui si trattano fatti così delicati che riguardano la coscienza delle persone, al massimo estesa alla coscienza dei medici, è veramente un segno della cafonaggine e dell a barbarie nel periodo nel quale viviamo. E' interessante però quello che si è scritto di questa sentenza perché si è fatto dire ai giudici quello che i giudici non hanno detto. I giudici si sono limitati a respingere il ricorso della procura generale di Milano contro un provvedimento analogo che era stato preso dalla magistratura nel grado di giudizio precedente. Voi sapete che in Italia non esiste una legge sul testamento biologico, voi sapete che in Italia c'è un diritto sancito dalla Costituzione, che stablisce il diritto dei cittadini di essere curati nel migliore dei modi ma non stabilisce l'obbligo a farsi curare ad ogni costo.
Quindi, in questo deserto legislativo, su questo principio costituzionale, quando il padre di Eluana ha chiamato i giudici a pronunciarsi. E loro, essendo obbligati a farlo, lo hanno fatto con gli strumenti che avevano: la Costituzione, visto che il parlamento da quattro legislatura si balocca e si palleggia la legge sul testamento biologico che è quella che dovrebbe normare la possibilità per ogni cittadino di poter stabilire che cosa vuole gli sia fatto, nel caso in cui, disgraziatamente, dovesse ritrovarsi in condizioni di poter più scegliere. Quindi non è vero che i giudici hanno deciso che bisogna uccidere con l'eutanasia. Non è vero che i giudici hanno deciso che bisogna uccidere questa persona. I giudici hanno stabilito semplicemente che questa persona possa essere lasciata nello stato nel quale si sarebbe trovata qualche decina di anni fa, quando questi problemi non si ponevano per una semplice ragione: che la ricerca tecnologica medica e scientifica era ancora più arretrata, ovviamente, e non aveva ancora inventato l'alimentazione e la respirazione artificiale. Quindi la persona non più alimentata e non più ossigenata artificialmente veniva meno.
Oggi c'è la possibilità di tenerla in vita artificialmente, i giudici hanno stabilito che c'è un limite a questo accanimento, ed è il limite che dovrebbero decidere, quando lucidi, tutte le persone mettendo per iscritto un qualcosa. Non c'è questa legge e quindi la Cassazione ha semplicemente respinto il ricorso della procura generale che voleva continuare a procrastinare questo stato di vita artificiale. Io non so quale sia la soluzione migliore in quel caso, io non so quando finisca la vita, io non so quando cominci, io non invidio quelli che hanno certezze. Penso che su casi come questi bisognerebbe evitare intanto di dire sciocchezze, tipo che la magistratura ha istituito l'eutanasia in Italia. L'eutanasia significa fare un'iniezione avvelenata a una persona. Non significa smettere di mantenerla in vita artificialmente. E nello stesso tempo bisognerebbe avere un po' di pudore quando si parla di queste cose. Bisognerebbe muoversi con circospezione, in punta di piedi e se proprio bisogna parlare bisogna informarsi molto bene e domandarsi chi sono io, per dire delle cose così pesanti su un caso drammatico. E poi farlo sottovoce o meglio ancora stare zitti.
L'altra sentenza sulla quale è giusto parlare, anche ad alta voce (quando sarà uscita però è la sentenza sul G8 di Genova. O meglio, quella emessa l'altro giorno dal tribunale di Genova che riguardava alcune decine di uomini delle forze dell'ordine imputati per le violenze selvagge, avvenute nella scuola Diaz, ai danni di cittadini inermi che, tra l'altro, dormivano.
Questa sentenza ha suscitato reazioni contrapposte, nel senso che alcuni hanno detto: "meno male! I giudici hanno stabilito che non c'era nessun disegno, che non c'era nessun complotto e non c'erano ordini superiori". Queste persone avevano agito autonomamente. Almeno quelle che sono state condannate, mi pare 13. I superiori non c'entrano. Gli altri, quelli che invece sono insoddisfatti della sentenza dicono: "è una vergogna! I giudici hanno stabilito che non c'era nessun mandante superiore, non c'era nessun ordine superiore, e questi qui hanno agito a titolo personale di testa loro. Non possiamo credere ad una sentenza così vergognosa" eccetera. Qui voi vedere che i due poli opposti in realtà sostengono la stessa cosa! E cioè che i giudici hanno stabilito che, a parte i manovali del manganello, i manovali della bomba molotov portata dentro per costruire "ex post" una prova dell'attività eversiva che in quella scuola si sarebbe svolta per giustificare le botte, sono, secondo la sentenza, gli unici responsabili. Quindi abbiamo sentito dire, sia da quelli che la sentenza la applaudono, sia da quelli che la criticano, che i giudici hanno stabilito come queste persone fossero delle teste calde che hanno agito di loro iniziativa, senza ordini superiori. La versione A e la versione B, in realtà, coincidono. Sono diversi i toni e i commenti: ad alcuni va molto bene, ad altri va molto male. Gasparri ha detto: "è una sentenza meravigliosa! Anzi, speriamo che sia una sentenza verso un secondo grado che salvi anche quei pochi che sono stati condannati". E dall'altra parte della sinistra si è sentito dire che è una sentenza vergognosa.
E' la solita cosa: pagano gli ultimi e invece i mandanti non pagano mai. Sono due reazioni speculari che io non se siano giuste o sbagliate, ciascuno può dire quello che vuole, ma sono sicuramente premature. A tal proposito sto cercando alcuni articoli di giornale e se li trovo ve li mostro, ebbene le reazioni sono premature per una ragione molto semplice: perché nessuno ha ancora letto la sentenza! Nessuno l'ha letta perché ancora nessuno l'ha scritta. Non c'è ancora scritto da nessuna parte: "chi ha fatto cosa e perché". C'è soltanto il dispositivo, cioè una formuletta di poche righe nelle quali c'è scritta una cosa molto semplice: Un elenco di nomi con una serie di elementi numerici con un tot di anni, oppure niente anni. La sentenza con le motivazioni sarà depositata fra tre mesi e ci dirà perché Tizio è colpevole e Caio no, e soprattutto ci dirà se i mandanti esistono o non esistono. Si dice: "Mah se i mandanti esistessero li avrebbero condannati" ma attenzione! Qui si nasconde l'equivoco nel quale incorriamo un po' tutti ogni volta che sentiamo una sentenza. Noi di solito facciamo un grande can can quando si apre un'indagine, poi l'indagine ce la dimentichiamo. Udienza preliminare, inizia il processo, arrivano le testimonianze, è lì che si forma la prova del dibattimento ma i giornali non hanno tempo di seguire (salvo si tratti del delitto di Cogne o del delitto di Garlasco) non ci sia un po' di pelo. Poi ad un certo punto arriva la sentenza come un fulmine a ciel sereno. Per noi è il dispositivo perché viene letto subito, mentre la motivazione non è contestuale , salvo rari casi, ma viene scritta nei mesi successivi.
Forse una buona riforma potrebbe essere quella di pubblicare le sentenze quando ci sono le motivazioni già allegate. Credo sarebbe meglio perché col sistema attuale ci si concentra sul chi ha preso quanto, e sul chi non ha preso niente. E si dimentica di andare a vedere che cosa hanno scritto i giudici per la ricostruzione del fatto, secondo la loro ottica. Lo dico perché quando usciranno le motivazioni della sentenza sul G8, non si darà lo stesso rilievo che ha avuto il dispositivo. Eppure sono molto più importanti le motivazioni che non il dispositivo. Perché è lì che noi andremo a vedere se davvero i giudici hanno escluso l'esistenza di mandanti, scrivendo una cosa assurda, come quella che in questi giorni gli è stata attribuita. E cioè che quei tredici picchiatori sono delle mele marce che ad un certo punto, impazziti, sono entrati in una scuola e hanno cominciato a massacrare i ragazzi che dormivano. E che alcuni, impazziti a loro volta, hanno portato delle molotov nella scuola per dimostrare che il blitz era sacrosanto. Io dubito che esistano dei giudici sani di mente, che scrivano cose di questo genere. Secondo me è più probabile che nella sentenza troveremo scritta una cosa diversa. Cioè: i mandanti ci sono. Vanno cercati. Forse sono quelli che sono stati indicati dalla procura, che sono stati rinviati a giudizio. Ma le prove a loro carico non bastano a dimostrare che siano loro. Perché un conto è dire che sicuramente ci sono i mandanti per la dinamica dei fatti, non possono non esserci. Un altro conto è invece dire che il mandante è Tizio e non Caio. Per poterlo sostenere devo possedere delle prove schiaccianti che mi convincano al di là di ogni ragionevole dubbio. Ebbene è possibile che i giudici scrivano di non essere convinti, ogni oltre ragionevole dubbi o, che erano proprio Tizio e Caio. Resta probabile che fossero. Ragionando umanamente. A naso. Ma dato che le sentenze non si fanno a naso ma si fanno con le prove, magari i giudici hanno ritenuto che non ci siano le prove sufficienti e quindi abbiano deciso di assolverli. I presunti mandanti. I giudici potrebbero scrivere anche un'altra cosa: che i mandanti non sono stati raggiunti da prove sufficienti perché le indagini sono state fatte male. Lo ha scritto Giovanni Bianconi sul Corriere, cronista rispettabilissimo, di solito molto informato. dice che l'indagine è stata fatta male. Per acchiappare il disegno complessivo si sono persi di vista i tasselli che pazientemente il pubblico ministero dovrebbe mettere insieme. io non ho elementi, non conosco il processo. Può darsi benissimo invece che i magistrati dicano: "le prove che i magistrati potevano trovare le hanno trovate, ma queste bastavano! Ma non bastano per condannarli al carcere". Oppure potrebbero dire che le prove raccolte non sono state sufficienti perché l'indagine è stata depistata, sviata, perché ci sono state delle turbative, inquinamenti delle prove. Degli avvicinamenti di testimoni per fargli cambiare idea o versione. C'è un processo parallelo a capo dell'ex capo della polizia De Gennaro che ipotizza proprio questo. Insomma, per sapere cos'hanno scritto i giudici del processo sul G8, dovremo aspettare tre mesi. Fino ad allora scrivere che non è stato nessuno, o che hanno fatto tutto quei tredici, oppure: "Evviva! La polizia ne esce pulita." oppure: "Evviva il vertice della polizia non c'era. O se c'era dormiva". Sono tutte stupidaggini senza senso. Bisogna aspettare di leggere cosa hanno scritto. E' per questo che si fanno le motivazioni delle sentenze.
E' per questo che si dice che le sentenze vanno rispettate. Rispettare le sentenze non vuol dire non discuterle. Rispettare le sentenze vuol dire leggerle e partire dal presupposto che il giudice possa essere in buona fede. Quando uno, dopo aver letto le sentenze, scopre che il giudice ha detto delle grandi stronzate, e magari le dice per coprire qualche papavero potente scaricando le colpe sui suoi sottoposti, allora uno può persino dire non solo che la sentenza è sbagliata, ma che è pure stata scritta in malafede da parte di un giudice che non ha il coraggio di prendersela coi potenti ma soltanto coi poveracci facendo volare gli stracci. Si può dire tutto delle sentenze a patto si siano lette. Per averle lette bisogna che qualcuno le abbia scritte. Per scriverle bisogna pazientare tre mesi per vedere che cosa diavolo scriveranno questi giudici per giustificare la condanna di quei tredici e l'assoluzione di quegli altri. Poi lo sappiamo che col clima che si è creato in Italia nei processi ai potenti, di solito, le prove che sono sufficienti per condannare un poveraccio non bastano per condannare un potente. Il livello probatorio che si rende necessario per passare i vari gradi di giudizio, quando l'imputato è un potente, è molto più alto rispetto a quello che è necessario per far condannare dalla Cassazione uno spacciatore di hashish magari extracomunitario. Questo è ovvio. Questo non è giusto. E' profondamente ingiusto ma anche profondamente umano. Nel senso che se un giudice condannava un marocchino che non c'entrava niente nessuno si lamenta, anzi nessuno se ne accorge. Il giudice non ne pagherà alcuna conseguenza. Se un magistrato invece condanna un potente, che poi viene assolto per insufficienza di prove, non perché era innocente, ma per insufficienza di prove nel grado successivo, lo massacrano! Lo maciullano! Lo insultano a reti unificate da destra e da sinistra. Quindi è chiaro che un magistrato ci sta molto attento quando giudica un potente e un po' meno attento quando giudica un poveraccio. Purtroppo sappiamo che si parte da questi blocchi di partenza sfasati, dove in un processo in cui ci sono i poveracci o i potenti. Però prima di stabilire che il giudice ha privilegiato i potenti rispetto ai poveracci, andiamoci cauti: aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza! Dopodiché potremo dire di tutto. Ma potremmo dire anche una cosa diversa: cioè che è abbastanza naturale se in questi processi sia più facile condannare l'esecutore materiale rispetto al mandante. Ma perché? Perché l'esecutore materiale è quello che lascia l'impronta sulla pistola. (nel nostro caso sul manganello.) E' quello che si vede lì a fare irruzione. E' quello che parla, urla, picchia. Il mandante lì non c'è. Il mandante non lascia per iscritto gli ordini. Come nei delitti che si rispettano l'esecutore materiale è più facile da prendere. Non solo perché è l'ultimo anello della catena ma anche perché è stato sulla scena del delitto. Ha lasciato qualche capello, qualche mozzicone di sigaretta, un'impronta, uno sputacchio un segno di dna. Il mandante, se non è un idiota, non mette su atto notarile che ha mandato a uccidere e quindi, non solo, è più impotente e quindi è meno probabile che venga processato, ma è più improbabile che venga condannato per la semplice ragione che le prove che si possono raccogliere su di lui, sono molto più labili e difficili. Le prove sul mandante saranno molte meno rispetto a quelle che si possono raccogliere sul killer. Il che vorrebbe dire che il giudice ha stabilito che non c'è un mandante? No! Il giudice ha stabilito che c'è un mandante ma che le prove a carico del mandante non sono sufficienti. Bisogna indagare ancora. E nel caso della Diaz potrebbe essere la stessa cosa. Si dirà: "Allora facciamo la commissione parlamentare d'inchiesta". Lo ha detto Di Pietro. Secondo me sbaglia. Sbagliava quando diceva: "non la dobbiamo fare a meno che non sia una commissione che indaga anche sulle violenze dei black blok". Figuriamoci se le commissioni parlamentari devono occuparsi dei reati commessi dai cittadini comuni! I reati dei cittadini comuni vengono esaminati dalla magistratura. Le commissioni parlamentari servono per stabilire le deviazioni istituzionali dei vertici della polizia. Ma secondo me, con la motivazione sbagliata, aveva ragione Di Pietro quando diceva che non ci voleva la commissione. E ha torto adesso quando dice che ci vuole, anche se non può essere accusato di incoerenza perché lui aveva detto: "non dobbiamo farla per non intralciare il processo, ora che il processo si è fatto, è evidente che ora la commissione non lo intralcerebbe più". Salvo poi che non ci sia un post scriptum in appello. Perciò secondo me la sua non è una posizione incoerente. Secondo me la sua posizione attuale è sbagliata come tutti quelli che a sinistra vogliono la commissione parlamentare ed'inchiesta, non perché non ci vorrebbe. Questo è proprio il classico caso di scuola, in cui ci vorrebbe una commissione parlamentare d'inchiesta per stabilire le responsabilità politiche, e anche morali di coloro che hanno, o mandato o autorizzato o chiuso gli occhi o depistato.
Ma in un parlamento normale. In un parlamento serio. In un parlamento come quello americano dove le commissioni più dure di inchiesta sull'attività dell'amministrazione sono di solito presiedute dai compagni di partito del presidente del presidente e del capo dell'amminstrazione. Noi abbiamo un parlamento in cui non si vuole la verità. Si vogliono fabbricare verità di comodo e di partito, o di corrente, dove si vogliono utilizzare le commissioni parlamentari per buttarcisi gli stracci addosso, per ricattarsi a vicenda e arrivare alla fine con un bel pari e patta, dove la verità non conta nient e. Le commissioni parlamentari d'inchiesta da vent'anni a questa parte, non sempre, sono servite a fabbricare le relazioni di maggioranza e di minoranza. Ciascun partito ha la sua verità e intanto ci si ricatta a vicenda. Per carità non facciamo di nuovo la stessa cosa coi fatti di Genova! Abbiamo almeno tredici condannati, abbiamo almeno una sentenza che sta arrivando e che potrebbe ricostruire i fatti, lasciamo tutto così! Le commissioni di questi anni sono servite per cancellare anche quel pochissimo che la magistratura aveva scoperto. Invece di aprire lo spettro della verità giudiziaria che è strettissima alla verità politica che è larghissima, le commissioni parlamentari si incaricano anche di cancellare la verità processuale, quel poco che hanno scoperto i giudici. Nel processo Andreotti la sentenza ha stabilito che Andreotti era mafioso fino al 1980, reato commesso ma prescritto. La commissione d'inchiesta sulla mafia, invece di aprire il ventaglio, andando a vedere anche là dove non c'è il reato ma c'è una grave responsabilità politica, ha chiuso anche quel piccolo spiraglio che aveva aperto la magistratura. Il presidente della commissione di Forza Italia, ha messo nero su bianco che la sentenza ha sbugiardato il teorema accusatorio di Caselli. Cioè ha sbianchettato anche quel poco che la magistratura era riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio. Speriamo che non si voglia ripetere la stessa esperienza col caso del G8 perché se adesso ci sembrano poche quelle tredici condanne, quando ci sarà passata sopra una commissione parlamentare, le rimpiangeremo. Passate parola."

domenica 3 luglio 2011

Manganellatori democratici 4

di Nicodemo

Tutti a fare a gara a schierarsi con i poliziotti, anche in questo caso, dimentichi di Genova e delle tante altre situazioni in cui la polizia è stata usata come oggetto contundente da scagliare contro cittadini riottosi, il cui unico potere sta nell'eco delle proprie voci e nelle forza delle proprie ragioni.
Tutta questa gentaglia non ha il coraggio né il carisma per criticare non già un'istituzione, ma i comportamenti dell'istituzione stessa asservita ad un esecutivo criminale. I Casini, i Bersani e i vari altri personaggi di questa teatrino di burattini della politica italiana che strepitano e si agitano rimanendo imbrigliati negli stesi fili che li sorreggono e li comandano, non entrano nel merito dei fatti, loro esprimono pareri e prendono posizione a prescindere, il luogo comune dei poliziotti sempre buoni e dei manifestanti violenti è il loro mantra. Non gli interessano le argomentazioni dei NO TAV, come non gli interessano quelle dei pastori sardi, degli operai di Pomigliano, dei terremotati dell'Aquila, dei ragazzi di Genova. A loro interessa solo la scienza del potere, i particolari sono una perdita di tempo e una complicazione inutile. Se qualcuno che protesta fa solo mostra di proteggersi il capo e di reagire alla botte, è un terrorista. Punto. Questo esige il cliché che hanno stampato in mente e questo deve essere detto. Quello che conta è la retorica del potere, l'unico lasciapassare che ti permette di entrare nella stanza dei bottoni. La ricerca della verità o del giusto è un esercizio che da sempre nella storia appartiene a quelli che perdono, agli illusi e a coloro che pretendono di raddrizzare le cose e di far valere il diritto, fossero eretici mandati al rogo o operai presi a mitragliate dagli sgherri del padrone. Questi figuri che non si sognano neanche di comportarsi come  degli statisti, prendendo atto di uno conflitto stridente all'interno del corpo sociale e traendone le dovute conseguenze. Non si avvedono minimamente della divaricazione che si sta creando all'interno della società fra cittadino e cittadino, dell'approfondimento del solco fra chi ha già tanto e chi ha una vita precaria. Non capiscono nemmeno che il conflitto che inevitabilmente si approfondirà li seppellirà tutti. Miopi e stolti.
Chiaro, questi signori vogliono la TAV per loro convenienza personale e politica, ma questa è solo l'aspetto più superficiale del problema: quello che sta maggiormente a cuore a questa gente è accreditarsi come veri conservatori, di quelli che si rendono garanti della conservazione dello stato di cose presenti e per questo meritevoli di entrare a testa alta nel salotto buono.
La critica e il discernimento appartengono agli sfigati che ancora non hanno capito che tanto è tutta una finta: la politica, l'economia, la giustizia. Quello che conta è mettere il culo al caldo su una bella poltrona.
Non cadremo nella trappola che ci hanno teso: non diremo voi ci avete costretto alla violenza e violenza avrete. Se sceglieremo di difenderci e di prendervi a forconate tutti, sarà una nostra scelta e saremo in tanti a farla, ma attenti ci prudono davvero le mani, potremmo togliervi la poltrona da sotto al culo.

sabato 11 giugno 2011

Madre Teresa. Il supplizio delle creature: parte II

La posizione della missionaria
Gli Etiopi immaginano i propri dèi neri e camusi; i Traci, azzurri di occhi e rossi di capelli. Ma se i cavalli o i leoni avessero mani, o sapessero disegnare e plasmare opere come gli uomini, i cavalli rappresenterebbero gli dèi con le sembianze di cavalli e i leoni di leoni, rendendoli così so miglianti a se stessi (Senofane)
Introduzione
Mentre scrivo, ho sul tavolo una vecchia copia di L'Assaut [L'Assalto]. È, o più precisamente era, un organo propagandistico del dispotismo personale di Jean-Claude Duvalier di Haiti. Figlio smisuratamente grasso, gozzuto e stu pido di un padre tanto magro quanto spietato e intelligente (Jean-François "Papa Doc" Duvalier), il corpulento delfino era conosciuto da tutti, e con suo evidente imbarazzo, come "Baby Doc". Nel tentativo di salvare un po' di dignità e di affermare un ' identità distinta da quella paterna, L'Assaut recava il sottotitolo Organe de Jean-Claudisme.
Ma il fatto di evitare il più accurato "Duvalierismo", non servì ad altro che a sottolineare quell'impressione di repubblica delle banane, di culto dinastico che cercava di dissipa re. Sotto il titolo appare un uccello ridicolo, una specie di piccione grassissimo e quasi incapace di volare, ma che dovrebbe chiaramente rappresentare una colomba, a giudicare dal ramoscello d'ulivo stilizzato che stringe nel becco. Sotto l'obbrobrioso volatile campeggia a grandi lettere un motto in latino, In Hoc Signo Vinces, che sembra negare le intenzioni pacifiche ed erbivore del logo. I primi simboli cristiani, come la croce o il pesce, recavano talvolta questa iscrizione. L'ho vista su libelli che esibivano altri geroglifici e altri feticci, come la svastica. Certo è che nessuno riuscirebbe a conquistare qualcosa sotto un vessillo raffigurante l'emblema qui riprodotto.
All'interno, accanto a un lungo e adorante resoconto del l'anniversario di nozze del pingue primo cittadino di Haiti e della sua celebre sposa, Michèle Duvalier, c'è una grande fotografia. Ritrae Michèle, dignitosa, tranquilla ed elegante nella sua veste di guida dell'élite bianca e creola di Haiti. I suoi polsi ingioiellati sono trattenuti in una stretta affettuosa da un'altra donna, che le rivolge uno sguardo pieno di rispetto e deferenza. Accanto alla foto è citata anche una frase di questa altra donna, chiaramente convinta che i suoi gesti adulatori non bastino, e che sia necessario rafforzarli con le parole: «Madame la Presidente, cest une personne qui sent, qui sait, qui veut prouver son amour non seulement par des mots, mais aussi par des actions concrètes et tangibles»[1]. La vicina pagina di cronaca rosa riprende l'invocazione, con il titolo : «Mme la Presidente, le pays resonne de votre œuvre»[2].
Lo sguardo indugia sulla foto: la donna che si profonde in questi copiosi elogi è la stessa che milioni di persone conoscono con il nome di Madre Teresa di Calcutta. Numero se domande si accavallano nella mente. In primo luogo, è possibile che si tratti di un fotomontaggio? È possibile che gli scaltri cronisti di L'Assaut abbiano trasformato un'ignara straniera in un'ospite sfruttata, mettendole le parole in bocca, ponendola in una posizione vulnerabile? A quanto pare, la risposta è negativa, perché questo numero è datato gennaio 1981, ed esiste un filmato dello stesso anno di Madre Teresa in visita ad Haiti. Nel filmato, apparso nel programma di attualità della CBS Sixty Minutes, Madre Teresa sorride alla telecamera e dice, a proposito di Michèle Duvalier, che per quanti re e presidenti avesse incontrato nella sua vita, non aveva «mai visto la povera gente mostrarsi tanto in confidenza con il proprio capo di Stato come con lei. È stata una bella lezione per me». In cambio di questo e altri favori, a Madre Teresa fu assegnata la Legion d'onore haitiana. E la sua testimonianza semplice, che celebrava calorosamente la coppia regnante, fu trasmessa dalla televisione di Stato tutte le sere per almeno una settimana. A quel che risulta, non ci sono state proteste per questo filmato da parte di Madre Teresa (che sa rendere le sue opinioni molto accessibili), tra l'epoca dell'assegnamento dell'onorificenza e il momento in cui la popolazione di Haiti acquistò una tale "confidenza" con Jean-Claude e Michèle che la coppia ebbe a malapena il tempo di riempire le valigie con il Tesoro Na-zionale prima di fuggire per sempre in Costa Azzurra.
Prendono corpo anche altre domande, le quali toccano tutte questioni come la santità, la modestia, l'umiltà e la de dizione ai poveri. A parte tutto il resto, che ci faceva Madre Teresa a Port au Prince, a disposizione dei fotografi e presente a consegne ufficiali di onoreficenze insieme all'oligarchia locale? Insomma, che ci faceva mai ad Haiti? Il mondo ha bisogno di immaginarla in un atteggiamento di angosciata ma volontaria sottomissione, mentre lava i piedi ai poveri di Calcutta. La politica non è il suo vero mestiere, e tantomeno a mezzo mondo di distanza, in un'arroventata dittatura dei Caraibi. Per molti anni Haiti è stata giustamente rinomata come il luogo dove i miseri del mondo ricevono il trattamento più crudele e capriccioso. Inoltre, è risaputo che questo fatto non è dovuto a calamità naturali o a una ma la sorte immutabile. L'isola è stata nelle mani di una classe rapace particolarmente insensibile e avida, che è ricorsa alla forza spietata per tenere i poveri e i diseredati al loro posto.
Diamo ancora un'occhiata alla fotografia delle due don ne sorridenti. In termini di idee invalse su Madre Teresa, non quadra. L'immagine e l'intuito sono tutto, e coloro che ne sono in possesso hanno la capacità di determinare il proprio mito, e di essere valutati in base ai loro parametri. Azioni e parole sono giudicate in base alle reputazioni, e non vice versa. Perciò, tenete la foto sotto la luce per un momento, e cercate di ricavare un'impressione del "negativo". È possibile che il bianco e nero rovesciato racconti anziché una sto ria grigia una più vera?
Mentre scrivo ho sotto gli occhi anche una fotografia di Madre Teresa in piedi, gli occhi umilmente abbassati, in atteggiamento amichevole accanto a un signore noto come John-Roger. A prima vista, se la si guarda distrattamente, sembra che si trovino in un quartiere povero di Calcutta. Ma uno sguardo più attento rivela chiaramente che le figure di derelitti sullo sfondo sono state aggiunte a mo' di scenografia. La foto è un falso, così come, per inciso, è falso John-Roger. Capo del culto noto talvolta con il nome di "Insight", ma più precisamente come msia ("Movement of Spiritual Inner Awareness" [Movimento di Consapevolezza Spirituale In-teriore], che si pronuncia "Messia"), è un impostore di calibro iperbolico. Probabilmente meglio conosciuto dal grande pubblico per il suo rapporto lucroso con Arianna Stassinopoulos-Huffington - il cui marito, Michael Huffington, spe-se quarantadue milioni di dollari del patrimonio ereditario personale nel tentativo fallito di aggiudicarsi un seggio al Se nato in California - John-Roger ha ripetutamente sostenuto di essere, e di possedere, una "coscienza spirituale" superio re a quella di Gesù Cristo. È difficile giudicare una simile af-fermazione. Tuttavia, si potrebbe pensare che sia blasfema per la mentalità semplice di Madre Teresa. Eppure, eccola là, che gli tiene compagnia e gli presta il lustro del proprio nome e della propria immagine. Il MSIA, va precisato, è stato ripe-tutamente denunciato nero su bianco come un'organizzazione corrotta e fanatica, e - nell'elenco della Cult Awareness Network[3] - figura come "estremamente pericolosa".
Si scopre che la fotografia contraffatta immortala un evento importantissimo: 1'accettazione, da parte di Madre Teresa, di un assegno di diecimila dollari, sotto forma di Premio Integrità donato da John-Roger in persona, un uomo che era giunto a comprendere la propria divinità dopo una visionaria operazione ai reni. Senza dubbio gli apologeti di Madre Teresa avranno la difesa a portata di mano. La loro eroina è troppo innocente per scorgere la disonestà negli altri. D'altra parte diecimila dollari sono diecimila dollari e, come diceva spesso Lenin (citando Giovenale), pecunia non olet: il denaro non ha odore. Quindi, quale scelta più naturale per lei che lasciare ancora una volta Calcutta, arrivare fino a Tinseltown e condividere la sua aura con un guru che proclamava di eclissare nientemeno che il Redentore? Sor prenderemo Madre Teresa in compagnia di svariati altri imbroglioni, truffatori e sfruttatori, via via che questo modesto racconto andrà avanti. A che punto - i suoi apologeti vorranno concedersi questa leggera sfumatura di scetticismo - un'associazione del genere cessa di essere casuale?
Un'ultima serie di fotografie chiude la nostra cartella. Ammirate Madre Teresa in atteggiamento devoto, in mezzo a Hillary Rodham Clinton e Marion Barry, mentre apre un centro adozioni con otto posti letto nei sobborghi di Washington. Questo è un gran giorno per Marion Barry, che ha portato la capitale nell’estrema povertà e nella corruzione, e che copre la propria nudità imponendo l'obbligo di recitare preghiere nelle scuole. È anche un gran giorno per Hillary Rodham Clinton, la quale ha distrutto praticamente da sola una coalizione per l'assistenza sanitaria nazionale che ave va impiegato un quarto di secolo a formarsi e a maturare.
L'occasione per questa foto di gruppo, scattata il 19 giugno 1995, era nata nel marzo precedente, quando la First Lady aveva fatto il giro del subcontinente indiano. Molly Moore, l'acuta cronista del «Washington Post» che seguì il viaggio, spiegò chiaramente nei suoi pezzi che la visita era in stile corazzata Potemkin:
Ieri, quando il corteo d'automobili di Clinton ha attraversato la campagna pakistana, una lunga recinzione di stoffa sgargiante lo riparava da un'estesa e fumante discarica, dove bambini frugavano tra la spazzatura e numerose famiglie povere avevano costruito capanne con pezzi di cartone, stracci e plastica. [...] In un'altra occasione, alcuni ufficiali pakistani, dopo aver sentito dire che la First Lady avrebbe fatto una puntata nelle magnifiche colline Margalla che sovrastano la capitale Islamabad, hanno pavimentato in fretta e furia un tratto di strada di dieci miglia fino a un villaggio tra le colline. Della gita non se n'è fatto più niente (i Servizi Segreti hanno respinto la proposta), ma gli abitanti del villaggio hanno avuto una strada pavimentata che chiedevano da decenni.
È così che i leader occidentali fanno momentaneamente colpo sui poveri del mondo, prima di riprendere l'aereo per tornare a casa assai purificati e rinsaviti dall'esperienza. Una tappa a un istituto di Madre Teresa è assolutamente d'obbligo per tutte le celebrità in visita nella regione, e Hil-lary Clinton non avrebbe certo creato un precedente. Dopo «aver passato a tutta velocità incroci dove automobili, auto-bus, risciò e pedoni erano ammassati a perdita d'occhio», arrivò all'orfanotrofio di Madre Teresa di Nuova Delhi dove, ancora per citare l'inviata sul campo, «neonati normalmente coperti solo da sottili pannolini di cotone, che fan-no ben poco oltre a provocare esantemi ed esacerbare il lezzo d'orina, quella mattina erano stati equipaggiati con Pampers americani e grembiulini a fiori appena cuciti».
Un favore tira 1'altro, e così la successiva visita di Madre Teresa a Washington diede sia a Hillary Clinton sia al sindaco Barry l'occasione per un po' di pubblicità sicura e gratuita. Il nuovo centro adozioni con dodici posti letto si trova nel sobborgo piuttosto verdeggiante e decoroso di Chevy Chase, e nessuno ebbe il cattivo gusto di menzionare la visita precedente di Madre Teresa nella città, nell'ottobre del 1981, quando aveva diretto la luce della sua presenza sul triste ghetto di Anacostia. Situato in una vicina segregazione sull'opposta sponda del Potomac, Anacostia è la capitale della Washington nera; all'epoca la prospettiva di un'attività delle Missionarie della Carità nel quartiere era guardata con sospetto,perché i suoi abitanti notoriamente disprezza vano l'idea di essere indifesi e abietti cittadini del Terzo Mondo. Di fatto, immediatamente prima della sua conferenza stampa, Madre Teresa si vide villanamente invadere l'ufficio da un gruppo di neri. La sua assistente, Rathy Sreedhar,riferisce l'episodio:
Erano molto arrabbiati. [...] Dissero alla Madre che Anacostia aveva bisogno di posti di lavoro, di alloggi e di servizi decenti, non di carità. La Madre si limitò ad ascoltare, senza mettersi a discutere. Infine, uno di loro le chiese che cosa intendeva fare qui. La Madre disse: "Per prima cosa dobbiamo imparare ad amarci l'un l'altro". Al che rimasero senza parole.
Non ne dubito. Ma forse perché quel discorso l'avevano già sentito. Comunque, quando la conferenza stampa ebbe inizio, Madre Teresa riuscì ad appianare immediatamente qualsiasi malinteso:
Madre Teresa, che cosa spera di realizzare qui?
La gioia di amare e di essere amati.
Ci vogliono parecchi soldi per farlo, vero?
Ci vogliono parecchi sacrifici.
Lei insegna ai poveri a sopportare il loro destino?
Secondo me è bellissimo che i poveri accettino il loro destino,che lo condividano con la passione di Cristo. Penso che la sofferenza della povera gente sia di grande aiuto per il mondo.
Naturalmente Marion Barry onorò l'evento con la pro pria presenza, e così fece anche il reverendo George Stallings,il pastore d'anime di colore di santa Teresa. A quattordici anni di distanza, Anacostia è un quartiere ancora più povero, mentre il reverendo Stallings si è staccato dalla Chiesa per fondare un cattolicesimo per soli negri devoto soprattutto alla sua figura (recentemente è anche finito nei guai per avere, a quanto si afferma, profanato l'innocenza di una fedele minorenne). Solo Marion Barry, rinato in carcere e rie letto come demagogo, è riuscito veramente a padroneggiare gli impieghi della redenzione.
Guardiamo allora di nuovo la fotografia di Madre Teresa serrata in un abbraccio sororale con Michèle Duvalier, una delle donne più ciniche, frivole e corrotte del mondo moderno, un sepolcro imbiancato e una parassita dei "poveri". L'immagine e il suo contesto rivelano Madre Teresa per quella che è: una fondamentalista religiosa, un'attivista politica, una predicatrice primitiva e una complice di poteri terreni e secolari. La sua missione è sempre stata di questa natura ma, ironia della sorte, non è mai riuscita a indurre qualcuno a crederle. È quanto mai urgente che qualcuno le renda il dovuto onore, e la prenda in parola.
Quando ho chiesto all'indice elettronico della Biblioteca del Congresso di fornirmi una lista di libri su Madre Teresa, mi ha stampato una ventina di titoli. Tra questi figuravano Mother Teresa: Helping the Poor [Madre Teresa: soccorritrice dei poveri], di William Jay Jacobs; Madre Teresa: gli anni della gloria, di Edward Le Joly; Mother Teresa: A Woman in Love [Madre Teresa: una donna innamorata], che sembrava più promettente ma, come scoprii, era dello stesso autore e scritto nello stesso spirito; Mother Teresa: Pro-tector ofthe Sick [Madre Teresa: protettrice degli infermi], di Linda Carlson Johnson; Mother Teresa: Servant to the World's Suffering People [Madre Teresa: al servizio dei sofferenti del mondo], di Susan Ullstein; Mother Teresa: Friend of the Friendless [Madre Teresa: amica di chi è senza amici], di Carol Green, e Mother Teresa: Caring for All God's Children [Madre Teresa: consolatrice di tutti i figli di Dio], di Betsy Lee, per citare solo i titoli più rilevanti. Perfino il più neutrale tra questi (Nient'altro che una vita: Madre Teresa, di Lush Gjergji) si rivelò una sorta di saggio religioso travestito da biografia, scritto da uno dei compagni di fede albanesi di Madre Teresa.
In verità il tono complessivo era talmente religioso da sembrare normale a prima vista. Ma se si passano in rassegna i titoli succitati ad alta voce - Madre Teresa soccorritrice dei poveri, protettrice degli infermi, servitrice dei sofferenti, amica di chi è senza amici - di fatto si emula un'invocazione alla Vergine improvvisando una "Ave Maria" personale. Si noti anche la portata dell'invocazione: i sofferenti del mondo, tutti i figli di Dio. Abbiamo qui a che fare con una santa in fieri, di cui un giorno si venereranno i luoghi e le reliquie e che ha già raccolto un seguito che rasenta il culto.
L'attuale papa ha un'insolita passione per le cause di canonizzazione. In sedici anni ha creato un numero di santi pari al quintuplo di tutti i suoi predecessori del ventesimo secolo messi insieme. Ha anche moltiplicato il numero del le beatificazioni, tenendo così 1' anticamera della santità ben fornita. Tra il 1588eil 1988 il Vaticano ha canonizzato 679 santi. Solo sotto il regno di Giovanni Paolo il (al giugno del 1995), hanno avuto luogo 271 canonizzazioni e 631 beatificazioni. Centinaia di casi sono pendenti, compresa la richiesta di canonizzare la regina Isabella di Spagna. L'approccio è talmente rapido e sommario che ricorda il battesimo fatto con le manichette con cui i generali cinesi cristianizzarono i loro eserciti; nel 1987 in un giorno solo e con un'unica cerimonia furono beatificati la bellezza di 85 martiri inglesi, scozzesi, gallesi e irlandesi.
La santità non è titolo da poco, perché comporta il potere di intercessione, e permette che le preghiere vengano rivolte direttamente al santo interessato. Molti papi sono stati lenti a canonizzare, così come la Chiesa è generalmente lenta a convalidare i miracoli e le apparizioni ; infatti, se 1'intervento divino nelle questioni umane viene riconosciuto troppo indiscriminatamente, emerge un pericolo evidente. Se un lebbroso può essere guarito, potrebbe chiedere la massa, allora perché non possono essere guariti tutti i lebbrosi? Riconoscere un miracolo troppo facilmente, rende più difficile rispondere a domande sulla leucemia infantile o la povertà e l'ingiustizia di massa con quelle formule insoddisfacenti secondo cui il Signore preferisce seguire vie misteriose. Si tratta di un problema antico, ed è improbabile che si adottino i sistemi della produzione in serie nel settore delle canonizzazioni.
Anche se per tradizione un "santo" deve aver compiuto almeno un miracolo, aver fatto "opere buone", aver posseduto "virtù eroiche" e aver dimostrato la facoltà logisticamente difficile dell'ubiquità, numerose persone che non sono nemmeno cattoliche hanno già stabilito che Madre Teresa è una santa. Fonti della Sacra Congregazione dei Riti del Vaticano (che esamina casi spinosi come quello della regina Isabella) accantonano la reticenza e il riserbo abituali dando per certe la beatificazione e la finale canonizzazione di Madre Teresa. Difficilmente sarà dispiaciuta per questo coronamento, ma forse non faceva parte dei suoi obiettivi iniziali. La sua vita rivela piuttosto la determinazione a diventare la fondatrice di un nuovo ordine - la sua organizzazione delle Missionarie della Carità conta attualmente circa 4.000 suore e 40.000 operatori laici - da mettere nel novero di san Francesco e san Benedetto quale autrice di una "regola" e di una "disciplina".
Madre Teresa ha una teoria della povertà, che è anche una teoria della sottomissione e della gratitudine. Ha una teoria del potere, derivata dalle trascurate parole di san Paolo sulle «autorità costituite», che «sono stabilite da Dio». È, infine, l'inviata di un papato assai risoluto e politicizzato. I suoi viaggi per il mondo non sono gli itinerari di una pellegrina, bensì una campagna che si conforma ai precetti del potere. Madre Teresa ha anche una teoria della moralità. Non è una teoria ardua da capire, sebbene presenti qualche difficoltà. E Madre Teresa conosce a fondo gli impieghi del passo biblico che parla di quel che è di Cesare.
Per quanto concerne quel che è di Dio, la questione riguarda coloro che hanno fede, o coloro che sono comunque
sollevati dal fatto che ce 1'abbia qualcun altro. La parte ricca del nostro mondo ha una coscienza misera, e non è colpa di una suora albanese se tante persone altrimenti soddisfatte possono decidere di vivere indirettamente tramite le rappresentazioni che si fanno della sua carità. Le pagine che seguono vogliono essere una discussione non con chi inganna ma con chi è ingannato. Se Madre Teresa è l'oggetto dell'adorazione di molti osservatori ingenui e sprovvisti di senso critico, allora la colpa non è sua, o solo sua. Nella graduale fabbricazione di un'illusione, il mago non è che lo strumento del pubblico. Potrebbe addirittura dichiarare apertamente di essere un imbroglione e un abile prestigiatore e gabbare ugualmente la folla. Populus vult decipi - ergo decipiatur.

[1] "Madame la Presidente è una persona che sente, che sa, che deside ra dimostrare il suo amore non solo con le parole ma anche con azioni concrete e tangibili" [il corsivo è mio].
[2] "Madame la Presidente, il Paese risuona della vostra opera".
[3] Associazione per la difesa contro le sette. [n.d.t.]

sabato 5 febbraio 2011

I camosci e la psichiatria


“Camosci”. E’ il termine che le guardie carcerarie usano per designare i detenuti. Non so immaginare perché a qualcuno, probabilmente una guardia, in un tempo più o meno remoto, sia venuto in mente di associare i detenuti ai camosci, forse a causa dell’idea di movimento frenetico e veloce che i camosci danno, che è il tipo di movimento che si vorrebbe associato a chi è recluso e deve solo correre e non fare domande. Una volta il mio istruttore in palestra, una guardia carceraria con l’hobby delle arti marziali -per una sorta di strana combinazione mi sono trovato come istruttore un secondino - venuto a conoscenza del mestiere che faccio mi ha detto scherzosamente: “ tu sei uno di quelli ‘accamosciati’ ?”.Intendeva dire se ero uno di quelli che stanno dalla parte dei detenuti, quindi partigiano di una guerra che vede le guardie opposte a detenuti e operatori delle “scienze umane”. Gli psichiatri, in effetti, hanno un ruolo ambiguo, strettamente legato alla propria cultura e alla propria inclinazione personale, che li rende abili a rivestire sia il ruolo di custodi dei camosci e quindi compagni d’arme delle guardie, che quello di umanisti tormentati dalla sorte degli ultimi e faticosamente impegnati a trovare una via per redimerli.
Nel mio reparto, dove vengono ricoverati pazienti psichiatrici in fase di acuzie a volte mi sento un secondino anch’io.  Questo è un fatto singolare ed anche beffardardamente ironico. La mia storia personale mi pone agli antipodi di un ruolo concepito come controllo sociale e repressione. Eppure non è questione di biografie individuali, inclinazioni, geni, volontà. Come ci ha descritto molto bene Goffman è l’istituzione totale che forgia gli individui che a vario titolo ci sono dentro, a sua immagine e somiglianza. Lo vedo quotidianamente su me stesso e sugli operatori che lavorano insieme a me. Il reparto e le istituzioni psichiatriche in generale, dovrebbero essere dei luoghi quanto più aperti,  spazi dove le energie che provengono dal corpo sociale possano fluire liberamente, agorà nelle quali, pur nel rispetto dei ruoli e delle competenze, la sofferenza e l’emarginazione vengano portate alla luce del sole, e i metodi usati per combatterla quanto più possibile dibattuti e condivisi da tutti. 
La psichiatria in sé dovrebbe essere un luogo aperto. Chi ci lavora deve essere costantemente coinvolto nella cura nell’elaborazione di strategie volte a restituire dignità e salute ai pazienti. Se prevale l’aspetto custodialistico e l’estraniazione dei soggetti che operano e vivono all’interno delle istituzioni, il risultato non può che essere quello di produrre guardie e camosci. Il manicomio rivivrà in una sorta di nemesi dove ogni suo pulviscolo disperso riacquista vita e riproduce chiusura e alienazione.
Gli infermieri del mio reparto hanno imparato il termine camosci e spesso lo usano nei confronti dei pazienti. Mi sono accorto che molti di loro vedono i pazienti come una controparte, perché mai nessuno li ha coinvolti nei processi di cura e nelle strategie d’intervento. A essi è stata lasciata come unica mansione quella dei custodi e dei repressori di comportamenti violenti. Alla fine si sono tramutati in guardie e vedono nei pazienti la causa delle loro frustrazioni e considerando le loro richieste e i loro comportamenti con fastidio, senza chiedersi se  questi siano espressioni di un disagio di cui farsi carico. 
Non voglio esimermi dalle mie responsabilità, la colpa ricade in parte anche sulle mie spalle, sebbene un sistema non possa essere cambiato da una sola persona.
Cercherò comunque, per quanto potrò, di restare umano.