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sabato 12 ottobre 2013

Rodotà e i sicari del liberismo

Capisco che il Prof. Rodotà, persona mite e liberale d'altri tempi, non voglia confondersi con realtà politiche con un profilo sfrangiato e posizioni poco nette su questioni come la legalità, e sono anche convinto che da un punto di vista tattico, ha le sue fondate ragioni, tanto che il fatto che abbia rinunciato a manifestare il 19 insieme a vari spezzoni del movimento, non desta in me alcun risentimento. In una fase della politica come quella che stiamo attraversando, dove anche a non voler scomodare Marx, i rapporti di forza fra ricchi e poveri sono decisamente a vantaggio dei primi, è comprensibile che non si voglia prestare il fianco agli agguati di sicari al servizio del liberismo, ma qualcosa di chiaro bisognerà pur dirla in materia di economia. I suoi discorsi e quelli di Landini oscillano da un moralismo antispreco e antievasione a generiche invocazioni a diminuire la morsa dell'austerità. Non c'è una via di mezzo professore e il problema non è etico, il problema è di paradigmi. 
Non basta invocare il bene comune, occorre supportare l'azione politica con una visione ben definita dell'economia. Senza non andremo mai da nessuna parte per quante manifestazioni possiamo fare.
Su questo fronte Rifondazione mostra sicuramente maggiore impegno. Dimenticavo lei è solo un “vecchio signore”.
 Detto questo sono contento che la manifestazione di oggi sia andata bene.

sabato 5 ottobre 2013

Così non va Rodotà 2

Mi scusi se insisto Prof. Rodotà, ma credo che occorra darsi una mossa e dare una messa a punto ai paradigmi. Così non va, glielo detto e glielo ripeto. Così non va. Ho letto il suo intervento dal titolo “ l'agenda politica che serve al paese”. Se l'astrazione fosse un programma politico e i discorsi generici una panacea, saremmo a cavallo. Ma così non è. Se è vero come è vero che la situazione è grave, e che viviamo in seno ad un corpo sociale martoriato e malfermo sulle gambe, tale da farci presagire l'imminente tragedia, occorre qualcosa di più che dichiarazioni di intenti così pregevoli e allo stesso tempo di così poca sostanza. 
Tempo fa scrissi della politica italiana come fonte di “learned helplessness”, cioè di un sentimento che annulla ogni aspettativa positiva dell'azione, condannata ad un'inevitabile fallimento qualunque siano le intenzioni o la perizia, con il risultato di una profonda e insanabile depressione. Ecco la situazione italiana è questa, e a nulla vale esorcizzare il male con parole come gattopardismo. Lei però con le sue parole non mi è di alcun conforto e mi da l'idea di non volere uscire dalle paludi di un politicismo d'antan, giustificandosi con l'alibi della prudenza e della ponderazione. Cambiare registro. Oggi più che mai il decisionismo e il parlare chiaro sono la chiave della strategia. Dica semplicemente: faccio parte di una classe intellettuale che vuol prendersi la briga di cambiare l'Italia per cambiare l'Europa e faccio a tutti questa proposta per un governo del paese, ecc. ecc.

Occorre- metaforicamente parlando- una chiamata alle armi, la formazione di un esercito compatto, ramificato sul territorio, con sue casematte e suoi sottufficiali, che si arruolino non per avidità, ma per l'ideale. Mi creda non voglio qui rispolverare un elitismo d'accatto ed eleggere lei quale “Custode della Costituzione”, ma da che mondo e mondo le masse hanno bisogno di chi gli mostri la via, perché altrimenti non possono fare altro che girarsi attorno e accontentarsi della mera sopravvivenza, limitandosi tuttalpiù ad inseguire sogni, anche questi ormai sempre meno a buon mercato.

Lei Professore come pure il sindacalista Landini, lasciate per un istante da parte la prudenza e la saggezza, abbandonate i toni vaghi, dateci un bel programmino, almeno come esperimento socio-politico, e noi masse ignoranti, forse vi seguiremo.


mercoledì 11 settembre 2013

Così non va, Rodotà

di Franco Cilli

Caro professor Rodotà, chi scrive è fondamentalmente un ignorante che sa poco di storia e di materia politica, ma credo di potere dire con buona approssimazione che lei sia l'erede di quell'ambiente liberale rappresentato dal mondo di Pannunzio, ingiustamente usurpato al giorno d'oggi da tristi personaggi alla Pannella. Se stiamo qui a discutere di vie maestre però, ciò significa che la storia, parafrasando Lenin, ha fatto un passo avanti e due indietro o forse sarebbe meglio dire che ha fatto due passi indietro per fare un passo avanti. Viene da pensare che contrariamente a quanto si dice e si pensa persone come lei rappresentino davvero il superamento del novecento. Perché dico questo. Perché nella mia rozza analisi deduco che dopo aver attraversato un'epoca in cui la forza evocativa delle narrazioni novecentesche e la fede messianica verso il nuovo avvento simboleggiato dal sol dell'avvenire, fungevano da motore della storia,  oggi siamo tornati al vecchio e caro riformismo social-liberale, dei vari Rossi, Pannunzio, dei fratelli Rosselli e forse anche dei Gobetti, una cultura e un orientamento politico dei più nobili, finalmente riabilitato dall'infamante accusa di “socialfascismo” e pronto per un nuovo inizio. Insomma è finito un ciclo, nella maniera in cui sappiamo, è finita l'epoca delle favole e del fideismo, e avvinti dal disincanto, siamo tornati alla materia sociale percepita come oggetto e non come incarnazione della soggettività che si fa storia. Niente di male se si pensa che oggi vogliono spacciare per riformismo lo smantellamento del welfare, la fine dei diritti del lavoro e il dimagrimento degli stipendi pubblici. Il riformismo alla Pannunzio tutto sommato oggi sarebbe grasso che cola, ma mi permetta, è pur sempre un vecchio arnese, con il rischio che in quest'epoca così avventata e poco incline alla riflessione, risulti troppo arrugginito, inoltre è un arnese si porta dietro altri vecchi arnesi, che a suo dire volete lasciarvi alle spalle: “non siamo una zattera per profughi”. Certo i movimenti. Quest'ultimi sarebbero una sorta di alibi intellettuale, poiché veicolando linguaggi nuovi in grado di decodificare la realtà attuale, dovrebbero fornirci la chiave per un rinnovato spirito del riformismo. Bella idea, ma rimane il grosso problema di rendere questo movimenti realmente efficaci nell'agire e dotati di un potere reale. Considerando che le oceaniche manifestazioni della pace non hanno sortito il benché minimo effetto nel cambiare le sorti delle varie guerre, direi che c'è un bel lavoro da fare. Come dice lei occorre che acquistiamo la capacità di essere ascoltati, di far sì che 500.000 mila persone che mettono una firma abbiano il loro peso corrispondente nelle decisioni politiche, ma come? Il problema, caro Professor Rodotà e che lei ha un bel dire che “non dobbiamo avere fretta”, “non dobbiamo essere approssimativi” “dobbiamo creare uno spazio di discussione” e via discorrendo, ma oggi non c'è più tempo, non abbiamo la possibilità di dilatare l'azione politica in tempi storici, viviamo nell'emergenza sociale, demografica e ambientale e alle emergenze si risponde oggi non domani o dopodomani. Se la fretta “è cattiva consigliera”, la mancanza di tempo è una tomba. Lei vuol procedere con il senso di una saggezza antica che pondera ogni passo in base da un'esperienza della storia e ad un senso atavico di giustizia, ma a mio avviso lei possiede un senso del progredire degli eventi del tutto arbitrario, che antepone le categorie politiche all'effectivness (mi si perdoni l'anglicismo) dell'agire. Vero è che l'efficacia spesso si coniuga con l'esemplificazione, ma chi l'ha detto che non si può essere efficaci senza essere semplicistici? Cerco di spiegarmi meglio facendo un parallelo fra lei e Casaleggio ( mi perdoni l'accostamento ardito). Casaleggio si è mosso da solo come un intero Think Thank, ossia ha elaborato una strategia politica di medio lungo periodo corredandola di un impianto filosofico snello, ma fortemente evocativo ed ha utilizzato tutti gli strumenti adatti alla scopo, mutuandoli da moderne tecniche aziendali. Ha sfrondato il discorso da riferimenti ideologici e troppo intellettuali (si certo ha detto anche delle cose folli, ma sono marginali rispetto all'insieme). Ha capito perfettamente che se voleva fare massa critica doveva parlare a un pubblico trasversale, stipulare alleanze anche con ceti sociali tradizionalmente ostili alla sinistra, trattare argomenti come l'immigrazione in maniera non univoca in modo che si prestassero ad interpretazioni volutamente ambigue, ha realizzato uno spazio di discussione dove la lingua parlata fosse quella del popolo, e non quella di un soggetto particolare, una lingua immediata e non particolarmente ideologizzata. È stato un lavoro lungo, ma non lunghissimo, e alla fine direi che che ha vinto almeno la prima parte della sua scommessa. Lei invece professore come ho detto rimane nel solco di una tradizione secolare poco avvezza a parlare di strategie, di uso di cose come la rete (certo ha ragione nel dire che la rete non è tutto, ma è molto mi creda e sempre più sarà), di tecniche di comunicazione ecc. Ma soprattutto nella sua estenuante saggezza lei è poco adatto a scaldare un numero sufficiente di cuori. Lei si muove sul velluto, mentre qui dobbiamo muoverci sull'asfalto. Dovrebbe (avrebbe dovuto) esplicitare la sua strategia, dire chiaramente parole del tipo: vogliamo costruire una formazione politica maggioritaria che si riproponga di fare piazza pulita di questa classe politica orrenda, vogliamo bonificare amministrazioni comunali, province, regioni, enti, istituzioni pubbliche e private, vogliamo aumentare gli investimenti per il lavoro per la scuola per la sanità, vogliamo opporci con tutte le nostre forze alle logiche criminali dell'austerità, impostaci da un'oligarchia odiosa e vorace. Vogliamo il potere, per rendere il posto in cui viviamo un posto migliore. Certo queste cose le sentiamo dire da qualcuno, ma in modo sommesso e senza troppa convinzione. E dire che in fin dei conti i numeri dalla vostra/nostra parte ci sarebbero, considerando i milioni di cittadini che hanno appoggiato le lotte per il bene comune. Basterebbe solo stipulare dei patti onesti e sinceri con la parte migliore della “borghesia” italiana (ammesso che esista) e con la piccola impresa e le chance di vittoria sarebbero elevatissime. Dico basterebbe, ma come dicevo adesso è troppo tardi. Se vent'anni fa lei e altri rappresentanti della società civile vi foste presentati agli italiani con un progetto di uscita dal berlusconismo e dal liberismo, con parole nette e un messaggio forte, adesso non saremmo a questo punto, vent'anni di ritardo sono molti e difficili da colmare. Purtuttavia se riuscirà a convincermi che il suo progetto può avere una qualche possibilità di vittoria la sosterrò, ma sarà dura.
Credo che al punto in cui siamo si stia imponendo la logica grillina del fare appello al popolo sovrano, una categoria vecchia quella del popolo, ma mai morta e sempre in grado di rinnovarsi, ma soprattutto una categoria  flessibile, o se si preferisce un insieme con elementi molto numerosi al suo interno. Certo nei comportamenti del popolo non c'è solo il giusto, ci sono spesso cose sbagliate. Il popolo è un'anima bianca e nera, è un insieme di umori, pulsioni, interessi, istinti e comportamenti dei più disparati, ma è qualcosa di drammaticamente reale, e piaccia o non piaccia occorre farci i conti, pena il fallimento di qualsiasi progetto o impresa politica. 
Lo so anche la categoria popolo è vecchia ed evoca lo spettro della reazione, ma si può sempre cambiargli nome.


domenica 4 agosto 2013

Rodotà: «Uniamo le forze dei movimenti»


da lasinistraquotidiana

Intervista a Stefano Rodotà
La grazia a Berlusconi? «Inaccettabile. Anche perché sarebbe come istituire una super-Cassazione». Il giurista Stefano Rodotà parla di «rischio istituzionale che non va corso». È un momento delicato questo, dice, che richiederebbe un po’ di «coraggio e lungimiranza politica» da parte dei partiti. «Subito la riforma della legge elettorale, e poi il voto», auspica. E nel frattempo, «insieme ad altri», sta pensando a un modo di «unire le forze dei soggetti civili, politici e sociali» tornati da tempo protagonisti e che «non possono più essere trascurati».
Mentre per il Financial Times «cala il sipario sul buffone di Roma», Sandro Bondi usa toni apocalittici minacciando la «guerra civile».
Frasi che il Quirinale giudica come «irresponsabili». C’è da preoccuparsi o è solo un’altra farsa?
Ciò che sta avvenendo non è solo una reazione simbolica, rivolta a imrpessionare l’opinione pubblica. I comportamenti tenuti sono qualificabili come eversivi, nel senso che negano i fondamenti della democrazia costituzionale… La richiesta ufficiale del Pdl che, dicono, formalizzeranno nell’incontro con Napolitano, è di «eliminare un’alterazione della democrazia». Sono parole e comportamenti da valutare come rifiuto dell’ordine costituzionale. Al di là delle conseguenze, non si può cedere ancora all’abitudine di derubricare e sottovalutare quelle che vengono considerate «intemperanze verbali». Sono molto colpito dalla parola «irresponsabile» attribuita al presidente Napolitano, che di solito è molto cauto. Ma è evidente che la situazione configurata da Berlusconi e dal Pdl – considerare «un’alterazione della democrazia» una sentenza passata in giudicato – è eversiva. È un fatto di assoluta gravità che non possiamo sottovalutare.
Dunque i toni apocalittici vanno presi sul serio?
Assolutamente sì.
Ma non era tutto prevedibile?
Certo, il governo delle larghe intese è stato un grandissimo azzardo perché tutti sapevano che in pista c’era la vicenda giudiziaria di Berlusconi e che il Pdl non avrebbe certo mostrato responsabilità. Si è scelta questa strada nella speranza che non sarebbe accaduto, ma la storia di Berlusconi, fin da quando rovesciò il tavolo della bicamerale di D’Alema per sottrarsi al giudizio, testimonia esattamente che tutto era prevedibile. E allora oggi confidare in un ravvedimento operoso è pericoloso. Perché Berlusconi può continuare a condizionare pesantemente non solo il governo ma l’intero sistema costituzionale. Presidente della Repubblica, parlamento, magistratura: l’intero sistema costituzionale è in questo momento sotto ricatto.
Un ricatto che rischia di immobilizzare in ogni caso Napolitano. Secondo lei, il capo dello Stato dovrebbe concedere la grazia a Berlusconi?
No. Indipendentemente dai toni, penso che Napolitano non debba concedere la grazia. E sembra che il Quirinale vada prudentemente in questa direzione. Napolitano dovrebbe dire e dirà che una richiesta proveniente da Schifani e Brunetta è irricevibile dal punto di vista formale, anche perché per concedere la grazia vanno prese in considerazione una serie di condizioni, non ultima la condotta del condannato. Su Berlusconi invece pendono altri procedimenti e una condanna di primo grado nel processo Ruby. Rispetto a una persona che ha questo profilo, si può intervenire con un provvedimento di clemenza? Ma c’è di più: una grazia all’indomani della condanna assumerebbe la funzione di un quarto grado di giudizio, cioè una sconfessione della magistratura, facendo di Napolitano una sorta di super-Cassazione che elimina tutti gli effetti della condanna. È un rischio istituzionale che non va corso.
Ieri sul manifesto il presidente della Giunta per le autorizzazioni Dario Stefano ha ricordato l’iter istituzionale che seguirà la decadenza di Berlusconi da senatore. Non è un atto dovuto, dunque?
Ricordiamoci che Alfano ritirò la fiducia al governo Monti dopo l’approvazione della norma sulla decadenza e sull’ineliggibilità. Naturalmente la decadenza dovrebbe essere un atto dovuto e questo passaggio previsto in Parlamento può apparire una singolarità. Ma la legge è molto chiara sul punto: il passaggio in Parlamento è una presa d’atto di un provvedimento operativo nei confronti di uno dei suoi membri. La procedura può essere anche macchinosa ma l’esito non può essere discrezionale.
Il voto non riserverà sorprese?
Forse, visto che la legalità per una certa parte politica è un optional. Ma al Senato c’è una maggioranza che va ben al di là dei numeri del Pdl; sarebbe un fatto davvero istituzionalmente inqualificabile.
Come mai ora sarebbe «necessaria» quella riforma della giustizia fin qui ritenuta «impensabile»?
Appunto. Questa riforma assume il significato della rivincita politica di Berlusconi nei confronti della magistratura. Riscrive – nella situazione drammatica che vive l’Italia – le priorità dell’agenda come condizione per far vivere il governo. Ma anche questa non è una novità. Faccio un solo esempio: quando si costituì la Commissione bicamerale D’Alema Berlusconi chiese che al primo posto fosse iscritta la questione giustizia. Non era compresa tra i compiti della commissione ma ne divenne l’architrave, per accontentare Berlusconi. E infatti, come ci ha rivelato alcuni giorni fa l’ex ministro Flick il suo pacchetto di riforma della Giustizia venne allora bloccato; D’Alema stesso glielo chiese con una lettera. Non si può continuare su questa strada.
Nemmeno con il lavoro dei «saggi»?
Considero quella commissione istituita solo per dare consigli, che non può diventare in nessun modo politicamente rilevante né tantomeno vincolante. E in più ritengo nel merito largamente inaccettabili le loro proposte.
Allora elezioni subito? Con questa legge elettorale?
No, perché rischiamo di nuovo l’ingovernabilità. E ormai sappiamo – ce lo ha detto la Corte costituzionale e ricordato il suo presidente – che andremmo a votare con una legge viziata di incostituzionalità. Sulla questione a dicembre ci sarà una sentenza della Consulta, su richiesta della Cassazione. Ma al di là di questo, c’è anche un problema politico: si può accettare di andare al voto con una legge incostituzionale e politicamente devastante per gli effetti che ha prodotto? Propongo di riconvocare subito le camere per affrontare la legge elettorale. Non occorre sospendere le vacanze: possiamo utilizzare lo spazio riservato alla riforma costituzionale calendarizzata all’inizio di settembre per arrivare subito a una riforma elettorale. D’altronde non si può fare una riforma costituzionale con chi mette in discussione l’ordine costituzionale, è incosciente in questo clima. E invece occorre un’iniziativa immediata per anticipare i tempi e modificare in brevissimo tempo la legge elettorale, partendo a settembre dalla proposta più semplice, quella di Giachetti di ritorno al mattarellum. È l’unica iniziativa politica possibile per mettere minimamente in sicurezza il sistema.
Settembre è un tempo breve e lungo insieme. E il M5S ha smentito di essere disponibile a un governo, sia pur programmatico, con il Pd.
Indipendentemente dalle dichiarazioni del M5S, il Pd dovrebbe porre il problema di sciogliere le camere solo nel caso fosse accertata la mancanza di una maggioranza per costituire un governo, anche di breve durata, che si faccia carico immediatamente della riforma della legge elettorale. Ed è un problema che si presenta solo al Senato. Ma è un passaggio politico che richiede iniziativa, coraggio e lungimiranza politica da parte dei partiti; non ci si può solo chiedere cosa farà il capo dello Stato. Lui deve essere lasciato nella condizione di fare il suo lavoro ma non nel vuoto politico che si era determinato quando i tre responsabili dei partiti che oggi costituiscono la maggioranza, incapaci di eleggere un qualsiasi presidente della Repubblica, si ripresentarono da Napolitano facendo una mossa politicamente gravissima, dettata da debolezza politica.
Lei steso ne fu protagonista…
Venni coinvolto ma oggi guardo alla vicenda con distacco. Piuttosto come allora in questo periodo, non solo in questi giorni, si è sedimentato attorno al tema della difesa della Costituzione – ma in senso alto: difesa dei valori e dei principi – un’attenzione di forze sociali politiche e civili che non può essere assolutamente trascurata. Ci sono state moltissime iniziative, tra le quali io metto anche l’ostruzionismo parlamentare di Sel e del M5S che ha inseguito la forzatura dell’approvazione ai primi di agosto della legge sulla revisione costituzionale. Ma in questo momento sono necessario iniziative non solo per sostenere la difesa di questi principi ma anche per porre le forze politiche davanti alla loro responsabilità.
Quali iniziative?
È ancora presto per dirlo, con altri abbiamo appena cominciato a pensarci, ma qualcosa è assolutamente necessario fare.
Potrebbe tornare lei stesso protagonista?
I discorsi da protagonista li ho sempre scartati. Dico solo che oltre alle responsabilità dei partiti, c’è una responsabilità propria di soggetti politici sociali e civili che in questo periodo si sono mobilitati – ne abbiamo visto un esempio a Bologna il 2 giugno – e che devono trovare forme di espressione. Non è questione di investitura, semmai l’investitura l’hanno ricevuta in molti e questo è il momento di unire le forze…

Fonte: Eleonora Martini da Il Manifesto

martedì 23 aprile 2013

‘Questi politici hanno perso la testa’, intervista a Stefano Rodotà

di Daniela Preziosi da soggettopoliticonuovo

«In questi giorni ho cercato di fare con discrezione, ma con decisione, quello che si doveva fare. A quelli che dicevano ‘Rodotà non si pronuncia?’, dico che le cose non si fanno in trenta secondi. E a giudicare dalle reazioni, mi pare di esserci riuscito». Il professor Stefano Rodotà, l’«altro» candidato alla presidenza della Repubblica, quello delle forze contrarie alle larghe intese, ha ascoltato Napolitano in tv.
Cosa pensa delle parole di Napolitano?
La prima osservazione è una conferma: l’irresponsabilità o l’interesse dei partiti hanno trascinato il presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c’è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell’irresponsabilità dei partiti, quellli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.

Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.
Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l’obbligo di presa in considerazione da parte del parlamento dell’iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari.

E nella crisi, cosa pensa del Pd?
Da tutta questa vicenda è uscito vittorioso Berlusconi, che sta imponendo le sue condizioni, e il Pd è andato a raccomandarsi al Colle, e poi ha dato di nuovo spettacolo.

Napolitano indica la strada delle larghe intese. Secondo lei è l’unica?
Non posso mettere fra parentesi il fatto che la larga intesa si fa con il responsabile dello sfascio e della regressione culturale e politica di questo paese. Si faranno interventi economici, si utilizzeranno i modestissimi documenti dei saggi, ma non potrà essere affrontata nessuna della questioni che possono restituire alla politica e al parlamento una qualità di interlocutore della società. Larghe intese? Il protagonista è Berlusconi.

Lei dice: resto un uomo di sinistra. Ora guarda a Vendola?
Sono contento, ma anche molto sorpreso, di questo senso di identificazione emerso nei miei confronti. Io ho una lunga storia personale nella sinistra, di lavoro teorico ma non solo: le forze politiche non hanno capito niente del referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone, e io ho invano cercato di far ricevere i promotori dal vertice del Pd. Ho letto microvolgarità su di me. Come: Rodotà non prende mai un autobus. Non ho preso l’autobus in questi giorni perché per me era imbarazzante. Sull’aereo si sono messi ad applaudire. Hanno riesumato Carraro per fargli dire che Rodotà sta nei salotti. L’unico salotto a cielo aperto in cui sono stato si chiama Pomigliano. Lì, alla manifestazione della Fiom, ho portato lo striscione con il mitico Ciro. Sarò alla manifestazione della Fiom del 18 maggio. Io non ho niente di carismatico. Semplicemente, testimonio che si può lavorare sulle cose: beni comuni, acqua, le discriminazioni. Certo, questa vicenda mi carica di responsabilità. Però, prima voglio vedere con chiarezza le cose. Proprio sul manifesto, appena nata Alba avvertivo di fare attenzione a mettere in piedi un soggettino pronto a sfasciarsi alla prima occasione. Quale cultura politica possiamo mettere in campo?

A proposito di futuro, cosa vede nel futuro del Pd?
In questo momento temo un vero rischio per la democrazia. Il Pd sembra inconsapevole del fatto che la sua frammentazione apre una grande questione democratica, un vuoto. Se viene meno un soggetto forte della sinistra e ci sarà un puzzle impazzito, avremo il confronto Berlusconi-Grillo. Una specie di livello finale.

Lei ha scritto sulla democrazia elettronica come il populismo del terzo millennio. Poi è diventato la bandiera dell’M5S, che professa la democrazia elettronica.
La democrazia elettronica e la tecnopolitica ha vari modi di manifestarsi. Ma certo che c’è una differenza fra chi ritiene che tutto si risolve nella rete e chi ritiene che la rete ha un ruolo crescente. Grillo ha operato in rete, ma quando è venuto il momnento elettorale ha riempito le piazze. Basta pensare a No bavaglio, Se non ora quando: qualcosa che prima era consentito soltanto alle grandi organizzazioni strutturate, partiti sindacati e Chiesa. Le piazze erano state svuotate dalla tv, la rete le ha ririempite. Oggi dobbiamo lavorare su questo. Non siamo al duello finale fra democrazia di rete e democrazia rappresentativa. Piuttosto, vedo un obbligo: nella Costituzione c’è un filo sottile fra referendum e iniziativa popolare che dev’essere rafforzato non come una via alternativa. Nel Trattato di Lisbona c’è un’apertura importante in questo senso. I sindacati europei stanno promuovendo un’iniziativa per chiedere alla Commissione di stabilire le regole sulla non privatizzabilità del servizio pubblico. Sa quante firme sono state raccolte finora? Un milione e 600mila in tutta Europa. È il momento di lavorare su questo. Faccio un’aggiunta personale: Rodotà non è stato inventato da Grillo. Il mio nome circola da mesi sulla rete. Insieme ad altri: la rete ha selezionato tutte persone di sinistra, ci metto con qualche fatica anche Emma Bonino, ma certamente anche Romano Prodi. Questo punto dovrebbe farci riflettere. Ci sono delle oscurità? Grillo e Casaleggio avranno fatto un complotto per tirare fuori solo nomi di sinistra per mettere in difficoltà la sinistra? Il fantasma della rete si aggira. E la politica sa fare solo tweet.

Che idea si è fatto si Grillo?
Posso dire le cose su cui sto riflettendo. La parlamentarizzazione del 5 stelle è ormai un dato di fatto. Quando l’altra sera Grillo ha parlato di golpe, ed io poi ho dichiarato di rispettare la legalità parlamentare e di essere contrario alle marce su Roma, alcuni del 5 stelle mi hanno detto che questo ha aiutato a evitare una bagarre. Io non so quale sarà il futuro del 5 stelle. Stanno in parlamento, vedremo come utilizzeranno lo strumento parlamentare. Hanno insistito perché si cominciasse a lavorare nelle istituzioni, non mi pare che siano andati in parlamento con la dinamite. Come si fa a dire che il Movimento 5 stelle è incostituzionale, quando anche su Repubblica con tanti abbiamo riflettuto sull’incostituzionalità del berlusconismo?

A proposito, Scalfari le ha detto che bisogna fare la politica con cuore, e anche con il cervello.
Non è una bella maniera, in molti mi hanno spesso rimproverato di aver messo sempre in campo troppi elementi di ragione. E però: la cultura illuminista, cara a Scalfari, ha rilanciato tre valori. Libertà, uguaglianza e fraternità. Perché la fraternità è stata la figlia minore della triade rivoluzionaria?


Fonte: Il Manifesto

 

domenica 21 aprile 2013

Ho sbagliato

di Tonino D'Orazio

Lo prevedevo, diciamo pure lo speravo, ma Napolitano non è andato via. Ho sbagliato, non è finita. Le altre spallate alla Costituzione arriveranno puntualmente. Il capo si arroccherà sulla poltrona fino alla morte, malgrado tutti. Forse ci costerà anche qualche funerale di “stato”, una mano sul cuore e l’altra altrove. Il peggiore presidente della storia della repubblica, replica. Contento lui che può continuare a pavoneggiarsi e sentenziare al limite del banale, per non utilizzare altri termini. Sempre che possa presentarsi ancora tranquillamente in pubblico senza essere fischiato dovunque vada. Contento Obama. Contenti i paesi oppressori e i tecnocrati europei. Contenti quelli del Pdl, di Monti e degli ex-fascisti che rientrano in gioco per la continuità e lo scempio del nostro paese. Grande esperienza, ci sono da 20 anni. Contenti i Pd meno elle, si sono ricompattati e possono finalmente inciuciare di nuovo, in grande riconciliazione, alla faccia dei loro iscritti. Contenti i Sel, si sono smarcati al momento giusto, quando serviva, giusto in tempo per iniziare una parabola discendente alla Di Pietro se i suoi eletti tenteranno ancora di intralciare il Pd. E’ successo ai comunisti, poi ai dipietristi e poi, se la legge elettorale rimarrà identica, o affine con il premio di coalizione, toccherà a loro. Come si può prevedere non c’è due senza tre.
Malgrado i teatrini che saranno capaci di fare con il prossimo governo di “larghe intese” sponsorizzato dal “nuovo” che avanza, Napolitano, c’è da sperare che non la facciano questa riforma elettorale. Visto che questa parola “riforma”, per almeno quindici anni, ha rappresentato solo una feroce diminuzione dei diritti di cittadinanza e di sgretolamento della Costituzione, soprattutto in tempi così bui per la repubblica, speriamo non la facciano. Viaggeremo verso un presidenzialismo fascistizzante. Al peggio sembra non esserci fine.
Tutti contenti, eccetto quelli che possono rappresentare una nuova speranza per il nostro paese e sicuramente per milioni di cittadini. Il “colpo di stato” che non c’è, in realtà, per quanto riguarda legalità e funzionamento istituzionale, c’è però nella riproposizione della continuità del disastro nazionale che i cittadini hanno fortemente rifiutato. Dando voti (due terzi del totale) comunque a due coalizioni che propugnavano il cambiamento, uno a parole come dimostra adesso il Pd, l’altro nuovo e radicale sulla moralizzazione come il M5S. Sta qui il “colpo di stato” contro la volontà popolare espressa elettoralmente. Ed è questa la colpa del garante Napolitano, di aver disprezzato gli elettori e riproposto il palazzo bunker gestito da altri paesi. Il Pd è andato sul deleterio e il “vecchio”, in un lento suicidio politico soprattutto di questi giorni, ma connaturato alla sua fluttuante e confusa linea. Anzi si può dire oggi che tatticamente hanno tentato di logorare il M5S cercando di lasciarlo con il cerino in mano. Il Pd potrà ricompattarsi sugli affari e sulle spartizioni di cosiddetto potere; hanno i loro santi scandalistici in continuazione, ed è quello che hanno scelto. Sono costretti a ricompattarsi. Ma quali dimissioni della segreteria. In Italia non si dimette mai nessuno, soprattutto se perdente. Nemmeno Renzi potrà urlare “al voto subito” dopo aver scassato (a nome di chi?) e rottamato il suo partito se non forse anche suicidatosi sulla sua leggerezza politica.
Forse l’intervento del ministro Barca, in un momento drammaticamente sbagliato, ha tentato di riportare il Pd sulla normalità europea di una sinistra, anche “socialdemocratica” piuttosto che socialista (ancora in dotazione al fantomatico Psi), alternativa alle destre, almeno elettoralmente, tentando di sgravarlo di dosso dall’ipoteca cattolica onnipresente e ricollocandolo nell’ambito della volontà popolare espressa elettoralmente. Purtroppo il laico vero e serio, come lo vuole la nostra Costituzione, non poteva che essere Stefano Rodotà.
Ancora un vulnus di reazione nella rielezione del canuto Napolitano. L'art. 84 della Costituzione recita: "L'ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica." Viene rieletto un presidente ancora in carica? Napolitano non si è mai dimesso, se la scadenza vera è quella del 15 maggio, la sua elezione é nulla. Va rifatta il 16 maggio. Il Presidente ancora in carica non può essere rieletto, doveva rassegnare le sue dimissioni per essere eleggibile. Ma tanto, per quel che vale la Costituzione in mano ai manipolatori! Pensare che ci giurerà di nuovo sopra. Sicuramente un po’ dei suoi “saggi” troveranno le più squisite disquisizioni giuridiche per rintuzzare questa ipotesi di annullamento.
Potevano eleggere il costituzionalista Rodotà? Ma la domanda del perché il Pd non ha voluto Rodotà, a rischio di sfasciarsi, rimane aperta. O la risposta “alla greca” (voluta dalla Troika) era già scritta. O il governo era già fatto mentre si scherzava bruciando definitivamente un po’ di nomi. Ovviamente quelli del Pd.
Forse su qualcosa ci divertiremo, soprattutto se le presidenze Rai e Copasir (servizi segreti) toccheranno al M5S. Ma è più che probabile che la Rai verrà rapidamente privatizzata, cioè regalata a Berlusconi, e che non sapremo mai nulla sulle stragi di stato, perché i documenti verranno secretati fino al tre mila visti i tempi di permanenza dei politici nelle istituzioni.


sabato 12 gennaio 2013

Rodotà: “Il Reddito di cittadinanza è un diritto universale”

Conversazione con Stefano Rodotà di Roberto Ciccarelli, da Micromega (Il Manifesto, 12 gennaio 2013)
«In Europa - sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore del recentissimo "Il diritto di avere diritti" - siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l'istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».

Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?Juncker ha mostrato più volte un'attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell'articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l'Ue si impegna a riconoscere il diritto all'assistenza sociale e abitativa e a garantire un'esistenza dignitosa ai cittadini. C'è un'assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall'approccio del salario minimo, o di quello del «reddito di sopravvivenza» di cui parla Monti nella sua agenda, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c'è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all'esclusione sociale passi attraverso l'adozione del reddito di cittadinanza.

Riesce ancora a mantenere una fiducia ammirevole nelle istituzioni europee e a non considerarle solo come l'emanazione diretta della Bce o della volontà tedesca di imporre politiche anti-inflattive e di rigore nei bilanci pubblici. Come mai?Ma perché l'Europa non può essere ridotta solo alle politiche dell'economia che assorbe tutte le altre dimensioni. Non è possibile ricordarsi degli aspetti virtuosi dell'Europa solo quando interviene per sanzionare i licenziamenti di Pomigliano oppure la legge italiana sul testamento biologico e dimenticarli quando impone di considerare l'economia come il Vangelo, con questa idea di mercato naturalizzato. L'Europa è un campo di battaglia. Io stesso ricordo la fatica di introdurre nella Carta di Nizza i principi di solidarietà e uguaglianza che prima mancavano.

Susanna Camusso (Cgil) sembra avere tutt'altra idea sulla proposta di Juncker e ha escluso il «salario minimo» perché danneggerebbe la contrattazione nazionale. Come lo spiega?Capisco la sua volontà di salvaguardare la dimensione contrattuale, ma la trasformazione strutturale che viviamo ci obbliga ad andare oltre questo orizzonte. Il tema capitale e ineludibile è il reddito universale di cittadinanza. Martedì 15 a Roma presentiamo il libro Reddito minimo garantito del Basic Income Network dove discuteremo anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, persone tutt'altro che ascrivibili ad un'orizzonte estremista. Il reddito è uno strumento fondamentale per razionalizzare un sistema altamente disfunzionale e sgangherato come quello italiano sulle protezioni sociali. Nei primi giorni di governo l'aveva citato anche Elsa Fornero, poi ha abbandonato questa prospettiva.

Di solito la sinistra e i sindacati considerano il reddito come un ammortizzatore sociale. Lei ritiene che sia un approccio corretto?Assolutamente no. Oggi non è più possibile considerarlo come uno tra i tanti ammortizzatori sociali perchè dobbiamo cominciare a lavorare sulla distribuzione delle risorse. L'idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l'intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini.

Quali sono le prime tappe del processo di una radicale riforma del Welfare?Ripristinare l'agibilità democratica nelle fabbriche; difendere il diritto del lavoro dalla privatizzazione strisciante che non è una fissazione della Fiom o di Maurizio Landini; una nuova legge sulla rappresentanza sindacale ma soprattutto ripristinare il diritto all'esistenza che passa attraverso il reddito di cittadinanza. È una questione di cui non possiamo liberarci né con un'alzata di spalle come ha fatto Carlo Dell'Aringa, ma anche dicendo che il contratto funziona bene, il sindacato fa la sua parte, mentre invece nella società c'è più di qualcosa che non funziona. Dobbiamo pensare a una trasformazione radicale, proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori. Perché non dovrebbe accadere oggi?

Perchè forse allora c'era l'autunno caldo, la migliore cultura giuslavoristica con Giugni, Romagnoli, Mancini sostenne l'avanzata del movimento operaio. Oggi non è così...C'è una certa sordità del sindacato perché ritiene che gli strumenti acquisiti siano sufficienti per fronteggiare qualsiasi situazione. Ricordo che Romagnoli gli ha rivolto critiche molto severe quando abbiamo elaborato e firmato il referendum contro le modifiche all'articolo 18 e contro l'articolo 8. In generale trovo spaventoso constatare i guasti della progressiva emarginazione del dialogo con la cultura politica. E questo non accade solo nel mondo del lavoro.


venerdì 30 novembre 2012

Rodotà: “Libertà e diritti non sono negoziabili”

I casi Ilva e Fiat, i partiti e la politica, Berlinguer e Croce, libertà e democrazia. Di tutto questo e altro ancora parla Stefano Rodotà, di cui è appena uscito il nuovo saggio “Il diritto di avere diritti” (Laterza). Richiamandosi alla "straordinaria forza e attualità della Costituzione italiana", il giurista rifiuta l’emergenza permanente, perché i diritti – ci ricorda – a partire da quello alla salute, non possono essere sacrificati impunemente alla logica di mercato.

colloquio con Stefano Rodotà di Rossella Guadagnini da Micromega

In un Paese in cui “le disuguaglianze sono divenute ormai insopportabili” e dunque vige la legge del più forte o, a seconda, del più preminente, del più affluente, del più ammanicato, che significa garantire a tutti gli stessi diritti? Lo abbiamo chiesto a Stefano Rodotà, costituzionalista, professore emerito di Diritto civile all’università La Sapienza di Roma, tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo per la tutela della privacy, deputato indipendente nelle liste del Pci e Pds, vicepresidente della Camera, oggi autore di un saggio per Laterza, da poco in libreria, significativamente intitolato con un’espressione di Piero Calamandrei “Il diritto di avere diritti” (pagg. 433, euro 20). Richiamandosi alla Costituzione italiana, Rodotà ci risponde che “la libertà non è negoziabile, così come avviene per i diritti”. Sono, i nostri, anni di “grande riduzionismo” in cui si sente il bisogno diffuso di avere dei “grandi principi di riferimento”.

Professor Rodotà ritiene che oggi, passato il ventennio berlusconiano, ci sia un’opportunità in più per aprire una nuova stagione all’insegna dei diritti e dei beni comuni?
Dovrebbe esserci, ma non ne sono particolarmente sicuro. In questi anni in materia di diritti abbiamo vissuto una regressione politica e culturale molto forte, una distanza grandissima tra ceto politico e società. Se paragono gli Anni Settanta a oggi, il bilancio è magro. Allora ci fu una grande affermazione dei diritti civili: del 1970 e degli anni seguenti sono lo statuto dei lavoratori, la legge sul referendum, l’istituzione delle regioni, le nuove norme sulla tutela della libertà personale. Poi c’è stata la riforma del diritto di famiglia, la parità uomo-donna, l’interruzione di gravidanza, la legge Basaglia sui manicomi, la legge Gozzini sulle carceri.

E oggi?
Oggi siamo veramente in un altro clima, in un’altra dimensione. Allora la legislazione italiana su alcuni punti era la più avanzata d’Europa. Ora siamo non solo fanalino di coda, ma lontani culturalmente. La fine delle ideologie ha portato solo alla prevalenza assoluta del mercato. Di fronte a questo mondo ‘a una sola dimensione’ il contrappeso, il contropotere, è unicamente quello che viene dalla forza dei diritti. La più grande fabbrica del mondo si trova in questo momento in Cina, la Foxconn, che produce componenti della Apple: lì hanno scioperato per avere un miglioramento delle condizioni di lavoro, cosa impensabile fino a poco tempo fa in quel Paese. Segni di questo genere ce ne sono ovunque nel mondo: quindi abbiamo, da una parte, la prevalenza della logica di mercato, dall’altra parte, quella dei diritti. I diritti tuttavia non possono essere sacrificati senza avere ricadute sul terreno economico.

Ad esempio?Il caso dell’Ilva di Taranto è la dimostrazione, in casa nostra, di quanto dico: per anni sono stati trascurati i diritti di lavoratori e cittadini, come il diritto alla salute. Adesso tutto ciò sta portando a una crisi economica drammatica dell’azienda. Non si possono scindere diritti e governo dell’economia. Spero in una ripresa della politica dei diritti, ma non sono così ottimista. Anche perché la politica, per guadagnarsi un sostegno, si è fatta fortemente condizionare da un’idea di diritti e non diritti che proveniva dalla pressione delle gerarchie ecclesiastiche. Un’influenza esercitata non da tutto il mondo cattolico, beninteso, di cui una parte cospicua si è invece resa conto dell’importanza dei diritti, ma direi soprattutto dalle gerarchie vaticane, specie in materia di fine vita, procreazione assistita e rispetto dei diritti degli omosessuali. Mi auguro che questa fase sia ormai superata.

Lei parla, nel suo libro, di un possibile avvento di una democrazia su base “censitaria” in termini di rischio: che significa? Vuol dire che alcuni diritti non ci sono riconosciuti nella loro pienezza perché appartenenti a ognuno, ma sono accessibili soltanto a chi ha le risorse per poterli far diventare effettivi. Se, come ha lasciato intendere il premier Mario Monti pur correggendo in seguito l’affermazione, si dovesse andare in futuro verso forme di privatizzazione del servizio sanitario nazionale, è chiaro che il costo dei servizi crescerebbe per i cittadini, con la conseguenza che io avrò tanta salute quanto potrò comprarmene sul mercato. Questa direzione sarebbe all’opposto di quanto afferma l’articolo 32 della Costituzione, laddove si dice che la salute è un diritto fondamentale del cittadino. Si romperebbe lo schema indicato dal principio di uguaglianza. I miei diritti saranno misurati non dal riconoscimento della mia dignità, del mio essere persona uguale a tutte le altre, ma in base alle mie risorse. Cittadinanza censitaria è un’espressione che si usava nell’Ottocento, quando votavano solo gli uomini e, tra loro, soltanto quelli che avevano un reddito superiore a una certa cifra.

Come si stabiliscono i diritti?Se torniamo a misurare i diritti non sulla libertà e sull’uguaglianza, ma col censo e in base al denaro, noi torniamo alla democrazia censitaria appunto. E, così facendo, andremmo anche contro una tendenza globale. La campagna elettorale americana è stata fortemente giocata proprio intorno al tema della riforma sanitaria di Obama, che ha cercato di dare una tutela al diritto alla salute per milioni di persone, che ne erano rimaste – fino a quel momento – escluse. Il tema dei diritti è capitale ovunque esiste la necessità di far uscire le persone da una condizione di minorità.

Tempo di crisi. L’agenda Monti per affrontare l’emergenza è – a detta di molti – un’agenda di cose da fare, da affidare così com’è al prossimo governo. Se la cosiddetta ‘agenda Monti’ è null’altro che prosecuzione di quello che è stato fatto per superare l’emergenza, allora non credo che ci avviamo verso una stagione politica particolarmente promettente. Non possiamo vivere all’insegna dell’emergenza continua e dell’esistenza dei soli problemi economici. I diritti, come nel caso menzionato dell’Ilva, non possono essere sacrificati impunemente senza creare tensioni sociali molto pericolose. In questa situazione si dice continuamente che una delle vie d’uscita è “avere più Europa”, e sono assolutamente d’accordo. Tuttavia l’Europa non è soltanto l’economia. Dal 2009, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’Europa non è più fatta soltanto di norme che riguardano il mercato, ma ha – allo stesso titolo e col medesimo rango – una Carta dei diritti fondamentali.

Perché questa Carta è importante?
Nell’ultimo periodo, c’è stato un distacco e in alcuni casi un vero e proprio rifiuto dell’Europa. Per molti Paesi, infatti – l’Italia è tra questi – Bruxelles è diventata la ‘fonte dei sacrifici’. Ciò che arriva dall’Europa è percepito come obbedienza a una logica economica che restringe opportunità e diritti dei cittadini. In tal modo, il popolo europeo si allontana sempre più dalle sue istituzioni e si rischia non solo una crisi dal punto di vista economico, ma anche da quello della legittimità democratica. Un’Unione Europea può avere il consenso dei cittadini se i cittadini vedono che in essa c’è un valore aggiunto proveniente dai diritti. Lo testimoniano molte sentenze di corti europee e di corti costituzionali nazionali che hanno preso sul serio la Carta. Se i cittadini cominciassero a vedere che l’Europa porta loro nuove opportunità di tutela dei diritti, la spirale negativa cominciata in questi ultimi anni forse potrebbe essere interrotta.

Come mai si sente oggi la necessità di rimettere la Costituzione al centro dell’attenzione? La Costituzione ha, specie nella sua prima parte, una straordinaria forza, eloquenza e attualità, tanto più oggi di fronte al fatto che le nostre società sono diventate sempre più disuguali. Ai tempi di Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, la differenza tra il suo stipendio e quello di un operaio era di uno a quindici. Oggi il rapporto tra lo stipendio dell’operaio Fiat e quello di Sergio Marchionne è di uno a quattrocentotrentacinque. Quindi le disuguaglianze sono diventate enormi e insopportabili economicamente e socialmente. Ed ecco che ritorna il principio di dignità e uguaglianza. Il problema di sicurezza e dignità della persona sul lavoro dimostra che la Costituzione – come diceva Calamandrei – è ‘presbite’, ossia capace di guardare lontano. Si dice, ad esempio, che i partiti dovrebbero tornare a essere uno strumento nelle mani dei cittadini e non delle oligarchie: allora leggiamo l’articolo 49 dove si sostiene che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per partecipare con metodo democratico alla definizione della vita politica nazionale. Lì era scritta un’idea di partito che, in questi anni, è stata completamente stravolta.

Allora occorre tornare a leggere la Costituzione?Sì. Vi troveremo tutta una serie di indicazioni che ci aiutano ad affrontare con principi forti le difficoltà odierne. Parlando di lavoro, forse l’articolo più bello, che non dovremmo mai perdere di vista, è proprio l’articolo 36, laddove si dice che la retribuzione deve assicurare al lavoratore “un’esistenza libera e dignitosa”: sono parole bellissime. L’esistenza deve essere libera e dignitosa, non può essere sempre e soltanto subordinata alla logica economica, come quando si afferma “io ti do soltanto il minimo che ti fa sopravvivere biologicamente”: questo umilia le persone. Per tale ragione oggi il tema del lavoro è diventato capitale.

Però il dettato costituzionale, anche in tema di lavoro, viene spesso disatteso. Una diagnosi di perché questo accada non è facile. Certo è che organizzare l’economia intorno al riconoscimento dei diritti del lavoro, della considerazione che il lavoro non è una merce che debbo poter comprare sul mercato al prezzo più basso possibile, implica scelte di carattere generale molto impegnative. Nei momenti in cui c’è una reale difficoltà economica, come ora, si è sempre pensato che occorresse ridurre il costo del lavoro. Poi ci siamo accorti che c’era scarsa capacità imprenditoriale, che c’erano diseconomie molto forti, una corruzione che significava costi più elevati in quanto costituiva un aggravio per il sistema delle imprese. Allora abbiamo visto il lavoro come l’unica variabile che poteva essere ‘colpita’… Non l’evasione fiscale, non la corruzione. L’elevato costo del lavoro è anche il risultato di reperire risorse attraverso la tassazione di ciò che è più facile colpire, ossia il lavoro dipendente, invece di fare un’azione adeguata contro l’evasione fiscale e il lavoro nero. Entrambi i fenomeni sono stati – ormai lo sappiamo e ce lo ricordano di continuo le cifre della Corte dei Conti – una riserva oscura non per il benessere del Paese, ma per il profitto di pochi. Il lavoro ha finito per venire sacrificato in un quadro nel quale sono stati ritenuti prevalenti altri tipi di interesse.

Quanto conta oggi la società civile, che ascolto ha? Difficile dirlo. In alcuni momenti abbiamo l’impressione che conti molto. Adesso si dice “c’è un risveglio”, 3 milioni e mezzo di persone sono andate a votare per le primarie del centrosinistra, ci sono manifestazioni – che personalmente non mi piacciono affatto – e che hanno fatto capo a Beppe Grillo, c’è gente che si mobilita fuori dai canali tradizionali. C’è, insomma, una società capace di esprimersi. Questo in parte è vero. Ma prima non è che ci fosse una società civile opaca… Abbiamo vissuto una lunga fase in cui la società civile riusciva a esprimersi attraverso la mediazione non al ribasso fatta dai partiti. Non a caso si parlava di ‘partiti di massa’. Mentre oggi noi parliamo di ‘partiti oligarchici, di plastica, partiti-azienda e partiti leggeri’. Il che vuol dire che questi partiti sono più oligarchia, più organizzazione su modello manageriale (ricordo il caso del ‘marketing politico’). Tutto questo ha determinato l’esclusione dei cittadini, che poi magari imboccano strade non tra le più felici. Questo crea, da un lato, una distorsione e, dall’altro, reazioni della società civile che possono avere ‘effetti distorsivi’.

Che rapporto c’è tra società civile e politica? Un rapporto basato su un equivoco di fondo, secondo cui tutto quello che c’è nella società civile è bello e buono, e tutto quello che c’è nella società chiamiamola ‘politica’ è male. Questo ha determinato effetti negativi, perché in questi anni abbiamo avuto una caduta della cultura politica in senso proprio, cioè della capacità di fare politica al più alto livello. Sono arrivate in Parlamento troppe persone che non erano in grado di fare questo mestiere, un mestiere difficile che si deve imparare in maniera adeguata. Di fronte a questa incapacità sono venuti fuori i tecnici. Allora la società civile, che è stata esaltata – giustamente – come soggetto che deve avere voce in capitolo, ha finito per essere santificata anche nelle sue manifestazioni meno positive. Ogni cosa che proveniva dalla società civile era buona, salvo accorgersi poi che non era così, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.

A sinistra del Pd c’è spazio, a suo avviso, per una nuova formazione politica? In proposito ho un’opinione molto netta. Quando è stato avviato il movimento di Alba (acronimo per Alleanza per il Lavoro Beni comuni e Ambiente, ndr.), ho detto che c’era molto spazio per l’azione politica e molti rischi legati alla fretta di far diventare l’associazione una lista elettorale. Ritengo che ci sia stata, e spero che non sia del tutto perduta, una spinta – soprattutto dalla seconda metà 2010 alla prima metà del 2011– che ha portato a risultati importanti nella primavera 2011, con tutta una nuova generazione di sindaci, non espressione unica e diretta dei partiti, ma del grande dibattito della società civile. Stessa valutazione riguardo ai referendum del giugno del 2011, in particolare quello sull’acqua originato da un grande movimento sviluppatosi negli anni precedenti. Credo che esista, indipendente da dove la collochiamo rispetto al Pd, a sinistra a destra in alto o in basso, una grande capacità di elaborazione politica e culturale nella società italiana, perché quei movimenti sono riusciti a cambiare l’agenda politica. Se poi questo possa tradursi in un successo elettorale nelle elezioni del 2013 ho i miei dubbi.

E quindi? In questo momento penso che noi dovremmo – e mi rivolgo soprattutto a chi stimo e alle persone di Alba con cui continuo ad avere rapporti – piuttosto proseguire in quella direzione e insistere in quella linea di elaborazione di idee e cambiamento anche dei referenti, senza generiche contrapposizioni. Perché poi, per riprendere l’esempio dei nuovi sindaci, alcuni di loro sono venuti fuori dall’esperienza dei movimenti, altri invece dalle organizzazioni dei partiti. Quindi la contrapposizione frontale non è detto che dia sempre risultati positivi, dipende da cosa c’è dietro, dalla capacità di elaborazione e anche di trovare collegamenti. Questa non è una critica che rivolgo soltanto ai movimenti. Il Pd, ad esempio, non si è reso conto dell’importanza che i movimenti avevano avuto in quella stagione e non li ha presi sul serio. Mi pare sia stato un errore politico. Oggi vedo una situazione in movimento, una difficoltà a tradurre tutto questo in nuove forme organizzative che possano avere successo elettorale e vedo, nello stesso tempo, le difficoltà della sinistra tradizionale.

Si parla molto della costituzione di un quarto polo: sogno o realtà? Io non riesco a usare né l’uno, né l’altro termine. C’è un dato di realtà indubbio: tutto questo mondo ha avuto risultati politici che non si possono negare. Quei sindaci non sarebbero stati eletti senza quel tipo di movimento alle spalle. I referendum hanno mobilitato 27 milioni di persone, ma è un po’ un’illusione ritenere che quei 27 milioni di persone sposterebbero il loro consenso su formazioni minoritarie, a sinistra della sinistra, come quelle di cui stiamo parlando. Uno sbaglio commesso in passato dai Radicali, che hanno pensato che il consenso ottenuto nei referendum e nella raccolta delle firme si traducesse in consenso elettorale. E’ assai complicato riuscire a convertire l’azione di movimenti che hanno un obiettivo specifico, ben percepibile e ben al di là dei confini dei partiti, assegnare loro un obiettivo, raggiungerlo, e poi pensare che ciò si traduca in una lista elettorale sostenuta dalla medesime persone.

Quali sono, dunque, i suoi auspici?Mi augurerei che quanto c’è nella sinistra tradizionale, per così dire, venisse recepito con più attenzione e diventasse seriamente parte dell’agenda politica. Se si arrivasse ad avere alcune liste a sinistra della coalizione imperniata sul Pd e poi queste dovessero subire uno scacco, com’è avvenuto nelle ultime elezioni per le liste arcobaleno e verdi, quale sarebbe l’effetto? Di nuovo si direbbe: “voi politicamente non contate nulla”, un risultato che va evitato. Invece, sono convinto che proprio il cambiamento avvenuto in questi anni debba molto a un mondo che non è anchilosato come nella politica tradizionale. Un elemento emblematico è che il Pd ha come suo slogan “Italia. Bene Comune”; è successo in seguito al referendum sull’acqua, bene comune, e il Pd è stato l’unico partito a farne un programma. Se questo slogan viene usato strumentalmente non va bene, ma se dietro continua a esserci un lavoro costante, allora si possono cambiare molte cose.

Lei teme la mancanza di coesione? E’ un rischio effettivo, una questione che dovrebbe interessare chi è già soggetto politico strutturato, quindi il Pd. Finora quest’attenzione ai movimenti non c’è stata o non c’è stata in maniera adeguata. Secondo me, la società civile non è un indistinto generalizzato e dovrebbe costruirsi non per opposizione e invettiva (sul genere di “il Pd succube dell’agenda Monti”, “Vendola traditore”), ma dovrebbe lavorare molto sui temi che debbono riuscire a comporre una nuova agenda politica. Così questo mondo della sinistra potrebbe ritrovare, pur in una diversità difficile da cancellare, delle modalità di organizzazione e di presenza sociale e politica più forti delle odierne. In troppi casi, purtroppo, queste modalità riflettono la storia meno apprezzabile della sinistra, il litigio continuo. Un tempo, nelle vecchie logiche dei partiti comunisti, questo veniva chiamato ‘frazionismo’, ossia un’esasperata ricerca del dato differenziale. Anche se non bisogna andare a cercare spasmodicamente l’unità a qualsiasi prezzo, però che almeno non ci sia una sorta di disconoscimento preventivo dell’interlocutore, sul genere di “con quello io non parlo”, semplicemente perché è sbagliato.

Giovani/vecchi: una contrapposizione che oggi ha un senso? Dal momento che si era costituito un sistema di oligarchie, questa formula ha finito per giocare un ruolo e lo vediamo. Ma, nello stesso tempo, in astratto questa è una contrapposizione insensata, specie a generalizzarla. Personalmente ho fatto due esperienze dirette nel pubblico: come parlamentare e come presidente di un’autorità indipendente. In quest’ultimo caso, fissare un tetto di otto anni all’authority è un bene: serve un ricambio, scandito da regole precise, anche per evitare intrecci di interessi e il pericolo di burocratizzazione. Riguardo al Parlamento, invece, la cosa è diversa, dal momento che il lavoro parlamentare è anche un accumulo di esperienza. Ci sono stato immerso per 15 anni e poi me ne sono andato di mia spontanea volontà. Inoltre, il Parlamento è un luogo rappresentativo: se i cittadini vogliono affidarsi a persona che ha esperienza, perché impedirlo? Nella questione giovani/vecchi un ulteriore problema è rappresentato dal fatto che si vogliono trascinare le carriere al di là dei giusti limiti.

Di cosa è fatta la politica? Di simboli e visioni, come diceva Berlinguer, o di risposte concrete? Di tutte e due. Le risposte concrete che non sono capaci di guardare il contesto rischiano di essere drammaticamente inadeguate. Quanto sento Monti che a una domanda sui malati di Sla, costretti a manifestare esibendo la loro terribile condizione umana, risponde semplicemente che c’è stata una politica economica sbagliata e che pertanto le risorse sono ridotte, non va bene. Non si possono ignorare questi dati concreti. Se governo un Paese e voglio rispettare le persone non posso non distribuire le risorse ignorando simili situazioni. E’ sintomatico di una diversa visione della società: il governo come puro calcolo economico. Le due cose, visioni e azioni politiche devono essere tenute insieme: le grandi visioni politiche si sono poi tradotte in grandi programmi, realizzati almeno in parte.

Dunque che fare?Non mettere visioni e azioni politiche le une contro le altre, in quanto questo autorizza molte cose. Ad esempio dire “Ma quel signore le cose le fa, quindi apprezziamolo indipendentemente da…”: è la logica del “rubo ma faccio”, slogan di un noto senatore brasiliano. Zero visione e tutto fatti. Ridurre la politica a questo significa mortificare la democrazia. Io vorrei che la politica fosse sempre accompagnata da una visione. E’ la ragione per cui ritorna l’attenzione alla Costituzione. I nostri sono anni di grande riduzionismo. Tutto viene ridotto, nella peggiore delle ipotesi a interesse personale, nella migliore a calcolo economico. Mentre si sente il bisogno di avere dei grandi principii di riferimento. La nostra Carta costituzionale è molto eloquente in questa direzione: su alcuni punti come quelli dell’uguaglianza e della salute ha formulazioni ricche e precise. E’ un documento che guarda alla persona e alla sua dignità. Credo che questo bisogno di idealità e principii sia sentito molto fortemente.

Lei parla di una ‘religione della libertà’: di che si tratta? E’ una citazione che ho tratto da Benedetto Croce. Croce vedeva la storia come il risultato di un atteggiamento spirituale, che deve nutrire la politica e portare alla libertà. La libertà è quella che deve essere messa sugli altari da qualsiasi cittadino. Ecco perché mi sono sentito, da laico, di usare quest’espressione che oggi ci può aiutare. La libertà non è negoziabile da nessuno e per essa dobbiamo impegnarci. C’è una canzone partigiana francese che dice “viviamo nella notte ma la libertà ci ascolta”, un’affermazione molto fideistica, che si sposa bene con l’idea di religione della libertà. Ma anche un antidoto al pessimismo che si traduce in passività. E le democrazie muoiono di passività, non solo di aggressioni esterne.