Leggo sul Fatto Quotidiano di oggi un articolo di Paolo Flores D'Arcais dove finalmente si ripropone con decisione l'idea di "una o più liste autonome di società civile", per mezzo delle quali trasmettere le istanze della parte migliore della società civile italiana e lanciarsi nell'agone politico con una voglia di profondo rinnovamento. È una proposta che questo blog ha fatto sua da tempo e che mi pare essere l'unica proposta seria in grado di coniugare innovazione politica e una diversa idea di rappresentanza, con l'incisività della lotta politica.
Mi fa anche piacere il fatto che si stia facendo strada l'idea di divenire autonomi dal Pd e smetterla di pensare che nessun progetto di alternativa politica possa essere portato avanti senza passare sotto le forche caudine della patologica doppiezza di questo partito.
Per quello che può importare, appoggio pienamente la proposta di Flores D'Arcais e mi metto a disposizione per qualsiasi iniziativa.
sabato 14 gennaio 2012
giovedì 12 gennaio 2012
La necessità della povertà e la libertà della ricchezza
Non so se stasera guarderò Servizio Pubblico. È che non mi va di vedere la faccia della signora Santanché e ascoltare le sue parole soddisfatte per la salvezza di Cosentino, con i suoi soliti contrappunti sulla sinistra giustizialista ecc. Non è nemmeno tanto per la galera in sé a un presunto(?) camorrista, è per la violenza continua nei riguardi della logica: quelli che hanno salvato Cosentino pretendevano che Fini si dimettesse dall'incarico di presidente della camera per la questione della casa di Montecarlo e se la prendevano con Mussi per il caso Penati. No, non ho alcuna simpatia né per Penati, né tanto meno per Fini, ma mi preoccupa la distanza fra le parole e le cose, perché maggiore è questa distanza, minore è il controllo che noi cittadini abbiamo sul potere. Ma come, questi hanno fior di mascalzoni nelle loro file, mafiosi passati già in giudicato, corrotti, camorristi, straparlano di nipoti di Mubarak e stanno ancora là a pontificare a far finta di essere dei veri politici?
Non mi piace essere ripetitivo, ma credo che la società civile italiana stia sprecando un potenziale enorme per stare dietro alla patologica dissociazione del Pd, convinti che di questo partito non si possa fare a meno e che si debba essere gran maestri di tatticismo alla matriciana e di inciucismo da retrobottega per prendere il potere in Italia. Nessuno tranne la sinistra, che purtroppo conta poco, ha il coraggio di dire che Monti se ne deve andare, che è un rapinatore di pensionati, un liberista a caccia del bottino dei beni vitali della società e un saputo che agisce considerando le leggi dell'economia allo stessa stregua in cui i papi consideravano quelle dell'astronomia ai tempi di Galilei. Si ha l'impressione che sotto sotto tutti pensino che a Monti e le sua squadra non ci siano alternative realistiche e che è meglio stare ad aspettare e vedere cosa succede.
Per quanto mi riguarda non voterò e non darò mai più il mio consenso a partiti o formazioni politiche che non avranno il coraggio di ripensare il dogma liberista: non è accettabile sotto nessun cielo che la necessità sia la povertà dei molti e la libertà sia la ricchezza dei pochi.
Non mi piace essere ripetitivo, ma credo che la società civile italiana stia sprecando un potenziale enorme per stare dietro alla patologica dissociazione del Pd, convinti che di questo partito non si possa fare a meno e che si debba essere gran maestri di tatticismo alla matriciana e di inciucismo da retrobottega per prendere il potere in Italia. Nessuno tranne la sinistra, che purtroppo conta poco, ha il coraggio di dire che Monti se ne deve andare, che è un rapinatore di pensionati, un liberista a caccia del bottino dei beni vitali della società e un saputo che agisce considerando le leggi dell'economia allo stessa stregua in cui i papi consideravano quelle dell'astronomia ai tempi di Galilei. Si ha l'impressione che sotto sotto tutti pensino che a Monti e le sua squadra non ci siano alternative realistiche e che è meglio stare ad aspettare e vedere cosa succede.
Per quanto mi riguarda non voterò e non darò mai più il mio consenso a partiti o formazioni politiche che non avranno il coraggio di ripensare il dogma liberista: non è accettabile sotto nessun cielo che la necessità sia la povertà dei molti e la libertà sia la ricchezza dei pochi.
mercoledì 11 gennaio 2012
martedì 10 gennaio 2012
Mitt Romney, il favorito che può solo perdere
0 gennaio 2012
Nelle primarie di oggi in New Hampshire l’ex governatore del Massachusetts deve cogliere un successo netto dopo una settimana piuttosto difficile
da Giornalettismo
Iniziano oggi le prime, vere, primarie della lunga stagione presidenziale degli Stati Uniti. Dopo i caucus dell’Iowa, i cittadini del New Hampshire, senza distinzione di partito, potranno scegliere il loro candidato preferito per la Casa Bianca. Se in casa democratica l’esito è scontato, tra i repubblicani la battaglia è molto vivace, anche se Romney è il chiaro favorito. Gli ultimi sondaggi però non fanno presagire però quel trionfo che servirebbe al governatore del Massachusetts per chiudere in anticipo la corsa alla nomination.
NEW HAMPSHIRE, IL PRIMO STATO – Una legge del New Hampshire, introdotta nel 1977, ha stabilito che il piccolo Stato del New England, poco meno di un milione e mezzo di abitanti, deve essere il primo Stato a svolgere le elezioni primarie nella stagione presidenziale. Il primato del New Hampshire è sempre stato rispettato dai comitati nazionali delle formazioni politiche statunitensi, e insieme all’Iowa i due Stati hanno così acquisito un indubbio privilegio. Già nel 1916, sulla spinta del movimento progressive che aveva già introdotto queste consultazioni per i Rappresentanti della Camera, il New Hampshire organizzò elezioni primarie per le presidenziali, le seconde in assolute dopo quelle dell’Indiana. Quattro anni dopo, conclusa la prima guerra mondiale, nel New Hampshire si svolsero a marzo le prime elezioni primarie per le presidenziali, una tradizione che dura ormai da quasi cent’anni. All’epoca queste consultazioni avevano minore valore nella selezione della nomination, visto che il potere era ancora in mano ai boss dei partiti locali. Nel 1952 però, nonostante il loro valore non così significativo come oggi, il presidente Truman decise di non ricandidarsi proprio a causa della sua sconfitta subita dal senatore Ester Kefauver nelle primarie del New Hampshire. Il presidente della bomba atomica pagava l’impopolarità della guerra coreana, e un simile destino colpì un altro inquilino democratico della Casa Bianca impantanato in un conflitto bellico asiatico, Lyndon Johnson. Il senatore pacifista Eugene McCarthy sfidò il presidente in carica per ottenere la nomination del partito democratico, fatto assolutamente inusuale nella politica americana quando una formazione esprime il capo dello Stato, e arrivò a pochi punti percentuali da LBJ. Il risultato del New Hampshire convinse Robert Kennedy a candidarsi, e poche settimane dopo un amareggiato Lyndon Johnson dichiarò la sua indisponibilità ad una nuovo mandato, preannunciando il suo ritiro dalla vita politica. Esiti così drammatici non saranno certo ripetuti nelle primarie di oggi, ma qualche ritiro in casa repubblicana potrebbe anche verificarsi.
IL GOP DOPO L’IOWA – Tutta l’attenzione dei media è concentrata sulla corsa del Gop, dato che in casa democratica nessuno o quasi ha sfidato Obama, che passeggerà senza problemi per la ricandidatura. I caucus dell’Iowa hanno registrato la vittoria di Mitt Romney in coabitazione con Rick Santorum, dato che l’ex governatore del Massachusetts ha strappato il successo per soli otto voti. A livello di delegati, la posta in palio alle primarie, la situazione si è conclusa in perfetto pareggio. Sia Romney, che Santorum, stando ai calcoli del network MSNBC, dovrebbero aver conquistato 11 delegati a testa per la Convention di Tampa. L’Associated Press, la principale agenzia di stampa degli Usa, ha invece escluso dalla ripartizione dei delegati Ron Paul, così che Romney ne avrebbe conquistato uno in più. Differenze minime, visto che un candidato deve superare abbondantemente quota mille per ottenere la nomination. In New Hampshire i delegati in palio saranno invece solo 12, a causa dello spostamento a gennaio delle primarie, che il comitato nazionale del Gop aveva previsto inizialmente per febbraio. I primi Stati hanno un impatto mediatico molto significativo, ed eliminano i candidati più deboli tra quelli ancora in corsa dopo la conclusione della ormai lunghissima stagione delle primarie invisibili. Dopo l’Iowa Michelle Bachmann ha annunciato la conclusione della sua campagna, mentre il governatore del Texas è rimasto ancora in corsa nonostante molti pensassero ad un suo ritiro dopo il flop nei caucus. Mitt Romney ha consolidato il suo stato di favorito, ma la sua vittoria in Iowa non è stata celebrata dai media. Il successo morale è stato colto indubbiamente da Rick Santorum, che grazie alla sua brillante performance nelle novantanove contee dello Stato del Midwest ha risollevato una campagna che molti davano per mai partita in realtà. Ammaccato ma non distrutto è invece Newt Gingrich. L’ex speaker della Camera ha ormai perso definitivamente il ruolo di alternativa conservatrice a Romney, ma ha iniziato a profilarsi come il principale antagonista sui media del frontrunner del Gop.
NEW ENGLAND, TERRA DIVERSA – Per un curioso caso della storia le primarie del New Hampshire, che sono probabilmente le più seguite a livello mediatico contando i molti mesi di campagna elettorale che le precedono, si svolgono in uno Stato che ha scarsa attinenza con l’elettorato dei due principali partiti americani. Il New England, la regione che comprende gli Stati a nord di New York City che si trovano tra le sponde dell’Atlantico e il confine con il Canada, è uno dei territori più progressisti degli interi Stati Uniti. In New Hampshire vige però una forte tradizione libertaria che rende l’elettorato di Manchester assolutamente peculiare, anche alla luce dell’assenza del melting pot che contraddistingue l’America contemporanea. Spesso le primarie, che sono aperte anche a chi non è registrato come elettore democratico o repubblicano, sono state vinte da candidati partiti come sfavoriti alla vigilia. Quattro anni fa Hillary Clinton sorprese il mondo intero risollevandosi dopo la batosta subita da Obama in Iowa. L’attuale presidente cesellò proprio allora, in quello che doveva essere il suo discorso della vittoria, il famoso Yes We Can che poi accompagnò la sua fortunata corsa verso la Casa Bianca. In passato ci sono stati altri episodi molto sorprendenti, oltre ai già citati casi di Truman e Johnson. Il frontrunner democratico delle presidenziali del 1972 Ed Muskie trovò proprio in New Hampshire la fine della sua campagna: vinse le primarie in modo deludente, e pianse – o così sembrò vista la neve che gli rigava il volto – in pubblico per un piccolo scandalo. Da quel momento in poi i consensi di Muskie collassarono, mentre il senatore Gary Hart riuscì a contendere la nomination fino all’ultimo a Mondale proprio grazie alla sua sorprendente vittoria in New Hampshire. A volte infatti non è necessario vincere, come scoprì Bill Clinton nel 1992, che risollevò la sua campagna, già allora piegata da scandali di natura sessuale, con un sorprendente secondo posto che gli valse il suo soprannome più celebre, The Comeback Kid. Anche John McCain ritornò in vita nel 2008 grazie al suo successo nel suo amato New Hampshire, dove otto anni prima aveva umiliato il favoritissimo Bush, mentre nel 1996 Pat Buchanan sconvolse il mondo battendo il favoritissimo Bob Dole. Già nel 1992 l’arciconservatore Buchanan aveva ottenuto un risultato brillantissimo che aveva evidenziato i limiti della popolarità di Bush padre. Il New Hampshire dunque ha una lunga serie di risultati sorprendenti, e non è detto che anche domani la stampa e gli osservatori si stupiranno dell’esito delle primarie repubblicane.

ROMNEY IN TESTA – L’elettorato dello Stato che voterà alle primarie repubblicane è sicuramente più moderato sui temi etici rispetto alla destra religiosa che è parte cospicua del Gop in altre parti d’America. E’ il terreno ideale per il conservatorismo economico di Mitt Romney, che infatti trasformato il New Hampshire nella base della sua strategia. Ex governatore del vicino Massachusetts, e piuttosto popolare visto il discreto risultato di quattro anni fa, Romney dovrebbe conseguire una vittoria che consoliderebbe il suo ruolo di favorito. Gli attuali sondaggi evidenziano un netto vantaggio demoscopico dell’ex governatore del Massachusetts, che però appare in calo. Nel tracking quotidiano dall’Università di Suffolk, della vicina Boston, Mitt Romney ha perso dieci punti in cinque giorni, partendo da 43% di consensi e arrivando a 33%. Una traiettoria in netto declino, che però pone il favorito di oggi su valori demoscopici simili a quelli rilevati da Public Policy Polling. Altri istituti, come Rasmussen Reports, danno invece Romney sopra a quota 40, un risultato che certo sarebbe poco diverso per quanto riguarda i delegati ma che avrebbe un impatto mediatico più rilevante. Nella prima fase delle primarie contano più le aspettative e la gestione del risultato, di conseguenza per l’ex governatore del Massachusetts margini di distacco sui suoi avversari sconfitti inferiori ai dieci punti rappresenterebbero un vero e proprio passo indietro.
LOTTA NELLE RETROVIE – Ottenere un solido secondo posto dietro a Romney potrebbe rappresentare un grande successo per la campagna di Jon Huntsman. L’ex governatore dello Utah non è mai stato in grado di sfondare nei cuori dell’elettorato repubblicano, a causa delle sue posizioni moderate su alcun temi molto sensibili per i conservatori, come le unioni gay o il riscaldamento globale. Huntsman ha pagato soprattutto la sua nomina a ambasciatore della Cina da parte di Obama: aver fatto parte dell’Amministrazione non è certo un buon biglietto da visita per una base repubblicana ansiosa di cacciare il presidente attuale. Attualmente l’ex governatore dello Utah si trova dietro a Ron Paul. Il Dottor No ha molti elettori indipendenti e libertari sui quali fare affidamento, ma la sua campagna non ha trovato il momentum, l’accelerazione auspicata nei caucus dell’Iowa. Se ci dovesse essere un vincitore a sorpresa, evento improbabile ma non impossibile vista la traiettoria demoscopica di Romney e soprattutto la tradizione del New Hampshire, il successo dovrebbero proprio arridere ad uno tra Paul e Huntsman. Gli elettori indipendenti, che solitamente sono molto numerosi alle primarie presidenziali dello Stato, scelgono abitualmente i candidati meno apprezzati dall’establishment, e uno tra Ron Paul o Jon Huntsman potrebbe davvero beneficiarne. Nel 2008 fu proprio il successo tra gli indipendenti che permise a McCain di battere Romney, che vinse tra gli elettori che si definivano repubblicani.

CONSERVATORI STACCATI – L’elettorato delle primarie repubblicane è piuttosto inusuale in New Hampshire. Nel 2008 le persone che si definivano ideologicamente come moderate erano la maggioranza relativa, un dato assolutamente peculiare nelle primarie del Gop. Anche per questo i candidati più a destra tra gli attuali sette contendenti per la nomination non sembrano avere grandi chance. Rick Santorum e Newt Gingrich combatteranno probabilmente tra di loro per spuntare un dignitoso quarto posto, ma già puntano le loro carte sulla più vicina, ideologicamente parlando, South Carolina. Nessuna possibilità neanche per Rick Perry, che probabilmente otterrà una percentuale da prefisso telefonico o poco più. La speranza del fronte conservatore, che dovrebbe però trovare un candidato unitario per pensare alla nomination, è un passo falso del favoritissimo Romney. Un successo poco convincente, oppure una sconfitta che sarebbe assolutamente clamorosa, sarebbe un colpo davvero duro sul piano mediatico per il frontrunner repubblicano, che si troverebbe in difficoltà proprio prima della sfida più dura, le primarie nella religiosa e conservatrice South Carolina. Le primarie del Gop potrebbero rivelarsi una passeggiata per Mitt Romney oppure un lungo calvario, e la traiettoria della competizione sarà decisa proprio in queste settimane.
Nelle primarie di oggi in New Hampshire l’ex governatore del Massachusetts deve cogliere un successo netto dopo una settimana piuttosto difficile
da Giornalettismo
NEW HAMPSHIRE, IL PRIMO STATO – Una legge del New Hampshire, introdotta nel 1977, ha stabilito che il piccolo Stato del New England, poco meno di un milione e mezzo di abitanti, deve essere il primo Stato a svolgere le elezioni primarie nella stagione presidenziale. Il primato del New Hampshire è sempre stato rispettato dai comitati nazionali delle formazioni politiche statunitensi, e insieme all’Iowa i due Stati hanno così acquisito un indubbio privilegio. Già nel 1916, sulla spinta del movimento progressive che aveva già introdotto queste consultazioni per i Rappresentanti della Camera, il New Hampshire organizzò elezioni primarie per le presidenziali, le seconde in assolute dopo quelle dell’Indiana. Quattro anni dopo, conclusa la prima guerra mondiale, nel New Hampshire si svolsero a marzo le prime elezioni primarie per le presidenziali, una tradizione che dura ormai da quasi cent’anni. All’epoca queste consultazioni avevano minore valore nella selezione della nomination, visto che il potere era ancora in mano ai boss dei partiti locali. Nel 1952 però, nonostante il loro valore non così significativo come oggi, il presidente Truman decise di non ricandidarsi proprio a causa della sua sconfitta subita dal senatore Ester Kefauver nelle primarie del New Hampshire. Il presidente della bomba atomica pagava l’impopolarità della guerra coreana, e un simile destino colpì un altro inquilino democratico della Casa Bianca impantanato in un conflitto bellico asiatico, Lyndon Johnson. Il senatore pacifista Eugene McCarthy sfidò il presidente in carica per ottenere la nomination del partito democratico, fatto assolutamente inusuale nella politica americana quando una formazione esprime il capo dello Stato, e arrivò a pochi punti percentuali da LBJ. Il risultato del New Hampshire convinse Robert Kennedy a candidarsi, e poche settimane dopo un amareggiato Lyndon Johnson dichiarò la sua indisponibilità ad una nuovo mandato, preannunciando il suo ritiro dalla vita politica. Esiti così drammatici non saranno certo ripetuti nelle primarie di oggi, ma qualche ritiro in casa repubblicana potrebbe anche verificarsi.
IL GOP DOPO L’IOWA – Tutta l’attenzione dei media è concentrata sulla corsa del Gop, dato che in casa democratica nessuno o quasi ha sfidato Obama, che passeggerà senza problemi per la ricandidatura. I caucus dell’Iowa hanno registrato la vittoria di Mitt Romney in coabitazione con Rick Santorum, dato che l’ex governatore del Massachusetts ha strappato il successo per soli otto voti. A livello di delegati, la posta in palio alle primarie, la situazione si è conclusa in perfetto pareggio. Sia Romney, che Santorum, stando ai calcoli del network MSNBC, dovrebbero aver conquistato 11 delegati a testa per la Convention di Tampa. L’Associated Press, la principale agenzia di stampa degli Usa, ha invece escluso dalla ripartizione dei delegati Ron Paul, così che Romney ne avrebbe conquistato uno in più. Differenze minime, visto che un candidato deve superare abbondantemente quota mille per ottenere la nomination. In New Hampshire i delegati in palio saranno invece solo 12, a causa dello spostamento a gennaio delle primarie, che il comitato nazionale del Gop aveva previsto inizialmente per febbraio. I primi Stati hanno un impatto mediatico molto significativo, ed eliminano i candidati più deboli tra quelli ancora in corsa dopo la conclusione della ormai lunghissima stagione delle primarie invisibili. Dopo l’Iowa Michelle Bachmann ha annunciato la conclusione della sua campagna, mentre il governatore del Texas è rimasto ancora in corsa nonostante molti pensassero ad un suo ritiro dopo il flop nei caucus. Mitt Romney ha consolidato il suo stato di favorito, ma la sua vittoria in Iowa non è stata celebrata dai media. Il successo morale è stato colto indubbiamente da Rick Santorum, che grazie alla sua brillante performance nelle novantanove contee dello Stato del Midwest ha risollevato una campagna che molti davano per mai partita in realtà. Ammaccato ma non distrutto è invece Newt Gingrich. L’ex speaker della Camera ha ormai perso definitivamente il ruolo di alternativa conservatrice a Romney, ma ha iniziato a profilarsi come il principale antagonista sui media del frontrunner del Gop.
NEW ENGLAND, TERRA DIVERSA – Per un curioso caso della storia le primarie del New Hampshire, che sono probabilmente le più seguite a livello mediatico contando i molti mesi di campagna elettorale che le precedono, si svolgono in uno Stato che ha scarsa attinenza con l’elettorato dei due principali partiti americani. Il New England, la regione che comprende gli Stati a nord di New York City che si trovano tra le sponde dell’Atlantico e il confine con il Canada, è uno dei territori più progressisti degli interi Stati Uniti. In New Hampshire vige però una forte tradizione libertaria che rende l’elettorato di Manchester assolutamente peculiare, anche alla luce dell’assenza del melting pot che contraddistingue l’America contemporanea. Spesso le primarie, che sono aperte anche a chi non è registrato come elettore democratico o repubblicano, sono state vinte da candidati partiti come sfavoriti alla vigilia. Quattro anni fa Hillary Clinton sorprese il mondo intero risollevandosi dopo la batosta subita da Obama in Iowa. L’attuale presidente cesellò proprio allora, in quello che doveva essere il suo discorso della vittoria, il famoso Yes We Can che poi accompagnò la sua fortunata corsa verso la Casa Bianca. In passato ci sono stati altri episodi molto sorprendenti, oltre ai già citati casi di Truman e Johnson. Il frontrunner democratico delle presidenziali del 1972 Ed Muskie trovò proprio in New Hampshire la fine della sua campagna: vinse le primarie in modo deludente, e pianse – o così sembrò vista la neve che gli rigava il volto – in pubblico per un piccolo scandalo. Da quel momento in poi i consensi di Muskie collassarono, mentre il senatore Gary Hart riuscì a contendere la nomination fino all’ultimo a Mondale proprio grazie alla sua sorprendente vittoria in New Hampshire. A volte infatti non è necessario vincere, come scoprì Bill Clinton nel 1992, che risollevò la sua campagna, già allora piegata da scandali di natura sessuale, con un sorprendente secondo posto che gli valse il suo soprannome più celebre, The Comeback Kid. Anche John McCain ritornò in vita nel 2008 grazie al suo successo nel suo amato New Hampshire, dove otto anni prima aveva umiliato il favoritissimo Bush, mentre nel 1996 Pat Buchanan sconvolse il mondo battendo il favoritissimo Bob Dole. Già nel 1992 l’arciconservatore Buchanan aveva ottenuto un risultato brillantissimo che aveva evidenziato i limiti della popolarità di Bush padre. Il New Hampshire dunque ha una lunga serie di risultati sorprendenti, e non è detto che anche domani la stampa e gli osservatori si stupiranno dell’esito delle primarie repubblicane.
ROMNEY IN TESTA – L’elettorato dello Stato che voterà alle primarie repubblicane è sicuramente più moderato sui temi etici rispetto alla destra religiosa che è parte cospicua del Gop in altre parti d’America. E’ il terreno ideale per il conservatorismo economico di Mitt Romney, che infatti trasformato il New Hampshire nella base della sua strategia. Ex governatore del vicino Massachusetts, e piuttosto popolare visto il discreto risultato di quattro anni fa, Romney dovrebbe conseguire una vittoria che consoliderebbe il suo ruolo di favorito. Gli attuali sondaggi evidenziano un netto vantaggio demoscopico dell’ex governatore del Massachusetts, che però appare in calo. Nel tracking quotidiano dall’Università di Suffolk, della vicina Boston, Mitt Romney ha perso dieci punti in cinque giorni, partendo da 43% di consensi e arrivando a 33%. Una traiettoria in netto declino, che però pone il favorito di oggi su valori demoscopici simili a quelli rilevati da Public Policy Polling. Altri istituti, come Rasmussen Reports, danno invece Romney sopra a quota 40, un risultato che certo sarebbe poco diverso per quanto riguarda i delegati ma che avrebbe un impatto mediatico più rilevante. Nella prima fase delle primarie contano più le aspettative e la gestione del risultato, di conseguenza per l’ex governatore del Massachusetts margini di distacco sui suoi avversari sconfitti inferiori ai dieci punti rappresenterebbero un vero e proprio passo indietro.
LOTTA NELLE RETROVIE – Ottenere un solido secondo posto dietro a Romney potrebbe rappresentare un grande successo per la campagna di Jon Huntsman. L’ex governatore dello Utah non è mai stato in grado di sfondare nei cuori dell’elettorato repubblicano, a causa delle sue posizioni moderate su alcun temi molto sensibili per i conservatori, come le unioni gay o il riscaldamento globale. Huntsman ha pagato soprattutto la sua nomina a ambasciatore della Cina da parte di Obama: aver fatto parte dell’Amministrazione non è certo un buon biglietto da visita per una base repubblicana ansiosa di cacciare il presidente attuale. Attualmente l’ex governatore dello Utah si trova dietro a Ron Paul. Il Dottor No ha molti elettori indipendenti e libertari sui quali fare affidamento, ma la sua campagna non ha trovato il momentum, l’accelerazione auspicata nei caucus dell’Iowa. Se ci dovesse essere un vincitore a sorpresa, evento improbabile ma non impossibile vista la traiettoria demoscopica di Romney e soprattutto la tradizione del New Hampshire, il successo dovrebbero proprio arridere ad uno tra Paul e Huntsman. Gli elettori indipendenti, che solitamente sono molto numerosi alle primarie presidenziali dello Stato, scelgono abitualmente i candidati meno apprezzati dall’establishment, e uno tra Ron Paul o Jon Huntsman potrebbe davvero beneficiarne. Nel 2008 fu proprio il successo tra gli indipendenti che permise a McCain di battere Romney, che vinse tra gli elettori che si definivano repubblicani.
CONSERVATORI STACCATI – L’elettorato delle primarie repubblicane è piuttosto inusuale in New Hampshire. Nel 2008 le persone che si definivano ideologicamente come moderate erano la maggioranza relativa, un dato assolutamente peculiare nelle primarie del Gop. Anche per questo i candidati più a destra tra gli attuali sette contendenti per la nomination non sembrano avere grandi chance. Rick Santorum e Newt Gingrich combatteranno probabilmente tra di loro per spuntare un dignitoso quarto posto, ma già puntano le loro carte sulla più vicina, ideologicamente parlando, South Carolina. Nessuna possibilità neanche per Rick Perry, che probabilmente otterrà una percentuale da prefisso telefonico o poco più. La speranza del fronte conservatore, che dovrebbe però trovare un candidato unitario per pensare alla nomination, è un passo falso del favoritissimo Romney. Un successo poco convincente, oppure una sconfitta che sarebbe assolutamente clamorosa, sarebbe un colpo davvero duro sul piano mediatico per il frontrunner repubblicano, che si troverebbe in difficoltà proprio prima della sfida più dura, le primarie nella religiosa e conservatrice South Carolina. Le primarie del Gop potrebbero rivelarsi una passeggiata per Mitt Romney oppure un lungo calvario, e la traiettoria della competizione sarà decisa proprio in queste settimane.
lunedì 9 gennaio 2012
sabato 7 gennaio 2012
Se Occupy Wall Street spaventa l’Economist
di Carlo Formenti da Micromega
La lettura dell’Economist è un salutare esercizio intellettuale che consente di sondare l’umore dei boss dell’economia globale – umore che, a scorrere gli articoli dell’ultimo numero, sembra volgere al nero.
A preoccupare lorsignori, diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, è, più che il pessimo andamento dei mercati, la rabbia che monta ovunque contro le loro ruberie. La furia del 99% – per usare lo slogan di Occupy Wall Street – somiglia troppo a un salutare ritorno dell’odio di classe per non turbare i sonni dell’1%. I quali hanno quindi commissionato al loro più prestigioso organo mondiale il lancio di una vigorosa campagna di “controinformazione”.
Una campagna che parte con tre articoli che, in questo caso, si concentrano sull’obiettivo di difendere dignità e ruolo del più grande hub finanziario globale, la City di Londra. È un impegno comunicativo a trecentosessanta gradi, che si sforza di toccare tutte le corde che possano influenzare l’opinione del lettore: argomentazione razionale, appello all’orgoglio e all’interesse nazionale (nella circostanza inglese), perfino lo spauracchio di nuove, possibili esplosioni di odio razziale. La razionalità consisterebbe, come argomenta il più lungo dei tre articoli, nella necessità di valutare quali potrebbero essere gli effetti dell’introduzione di regole troppo stringenti per la finanza da parte dei governi.
Tre i nemici più temuti: l’obbligo per le banche di separare i servizi commerciali a privati e imprese dagli investimenti ad alto rischio, l’introduzione di tasse elevate sulle transazioni finanziarie, l’introduzione di vincoli stringenti nei confronti degli eccessi di “creatività” che hanno innescato la crisi globale. Si tratterebbe, sostiene il settimanale, di medicine destinate a uccidere il malato, perché, invece di riequilibrare l’economia a favore dei settori produttivi, aggraverebbero il rischio di recessione strozzando il credito.
Il secondo articolo cerca di accendere l’orgoglio nazionalistico britannico: attenzione, si scrive, perché penalizzare la City vorrebbe dire colpire l’unico settore che, in questo momento, consente all’Inghilterra di essere competitiva sul mercato mondiale (neanche una parola, ovviamente, sul fatto che il disastro inglese fatto di deindustrializzazione, immiserimento di un terzo abbondante della popolazione, disoccupazione di massa, feroci tagli al welfare, ecc. affonda le radici proprio nel dirottamento di tutte le risorse del Paese nelle mani dei signori della City).
Infine il capolavoro: l’odio per la finanza è antico (già, e non per caso!) e ha antecedenti illustri nella predicazione di Cristo, Maometto e di quasi tutti i movimenti religiosi (ad eccezione di Luterani e Calvinisti che, “per fortuna”, hanno salvato la situazione), ma questo odio si è spesso tradotto in odio per i gruppi etnici che, come gli ebrei, sono i più abili nello svolgere questa attività. Come a dire: si comincia a inveire contro i Goldman Sachs e i Rothschild, e si finisce con chiedere la riapertura dei forni crematori.
Peccato che, a scatenare guerre di sterminio e a compiere delitti contro l’umanità, non siano stati movimenti come gli Indignati, bensì regimi totalitari che incarnavano gli interessi di agguerrite borghesie nazionali, e che sfruttavano ideologie scioviniste e razziste per dirottare l’odio dei proletari contro falsi bersagli.
In ogni caso, il fiotto di bugie, depistaggi e disinformazioni vomitato dall’Economist un merito ce l’ha: ci fa capire che i nuovi movimenti cominciano a fare davvero paura.
(7 gennaio 2012)
La lettura dell’Economist è un salutare esercizio intellettuale che consente di sondare l’umore dei boss dell’economia globale – umore che, a scorrere gli articoli dell’ultimo numero, sembra volgere al nero.
A preoccupare lorsignori, diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, è, più che il pessimo andamento dei mercati, la rabbia che monta ovunque contro le loro ruberie. La furia del 99% – per usare lo slogan di Occupy Wall Street – somiglia troppo a un salutare ritorno dell’odio di classe per non turbare i sonni dell’1%. I quali hanno quindi commissionato al loro più prestigioso organo mondiale il lancio di una vigorosa campagna di “controinformazione”.
Una campagna che parte con tre articoli che, in questo caso, si concentrano sull’obiettivo di difendere dignità e ruolo del più grande hub finanziario globale, la City di Londra. È un impegno comunicativo a trecentosessanta gradi, che si sforza di toccare tutte le corde che possano influenzare l’opinione del lettore: argomentazione razionale, appello all’orgoglio e all’interesse nazionale (nella circostanza inglese), perfino lo spauracchio di nuove, possibili esplosioni di odio razziale. La razionalità consisterebbe, come argomenta il più lungo dei tre articoli, nella necessità di valutare quali potrebbero essere gli effetti dell’introduzione di regole troppo stringenti per la finanza da parte dei governi.
Tre i nemici più temuti: l’obbligo per le banche di separare i servizi commerciali a privati e imprese dagli investimenti ad alto rischio, l’introduzione di tasse elevate sulle transazioni finanziarie, l’introduzione di vincoli stringenti nei confronti degli eccessi di “creatività” che hanno innescato la crisi globale. Si tratterebbe, sostiene il settimanale, di medicine destinate a uccidere il malato, perché, invece di riequilibrare l’economia a favore dei settori produttivi, aggraverebbero il rischio di recessione strozzando il credito.
Il secondo articolo cerca di accendere l’orgoglio nazionalistico britannico: attenzione, si scrive, perché penalizzare la City vorrebbe dire colpire l’unico settore che, in questo momento, consente all’Inghilterra di essere competitiva sul mercato mondiale (neanche una parola, ovviamente, sul fatto che il disastro inglese fatto di deindustrializzazione, immiserimento di un terzo abbondante della popolazione, disoccupazione di massa, feroci tagli al welfare, ecc. affonda le radici proprio nel dirottamento di tutte le risorse del Paese nelle mani dei signori della City).
Infine il capolavoro: l’odio per la finanza è antico (già, e non per caso!) e ha antecedenti illustri nella predicazione di Cristo, Maometto e di quasi tutti i movimenti religiosi (ad eccezione di Luterani e Calvinisti che, “per fortuna”, hanno salvato la situazione), ma questo odio si è spesso tradotto in odio per i gruppi etnici che, come gli ebrei, sono i più abili nello svolgere questa attività. Come a dire: si comincia a inveire contro i Goldman Sachs e i Rothschild, e si finisce con chiedere la riapertura dei forni crematori.
Peccato che, a scatenare guerre di sterminio e a compiere delitti contro l’umanità, non siano stati movimenti come gli Indignati, bensì regimi totalitari che incarnavano gli interessi di agguerrite borghesie nazionali, e che sfruttavano ideologie scioviniste e razziste per dirottare l’odio dei proletari contro falsi bersagli.
In ogni caso, il fiotto di bugie, depistaggi e disinformazioni vomitato dall’Economist un merito ce l’ha: ci fa capire che i nuovi movimenti cominciano a fare davvero paura.
(7 gennaio 2012)
venerdì 6 gennaio 2012
mercoledì 4 gennaio 2012
La recessione, i tagli e la lezione di Keynes
di Paul Krugman, da Micromega ( Repubblica, 3 gennaio 2012)
“Il momento giusto per l'austerità al Tesoro è l'espansione, non la recessione”: così dichiarò nel 1937 John Maynard Keynes, proprio quando da lì a poco Franklin Delano Roosevelt avrebbe dimostrato la correttezza di questo suo dogma cercando di rimettere in sesto il budget troppo presto e spingendo in una profonda recessione l'economia che fino a quel momento si stava riprendendo con continuità. Tagliare la spesa pubblica in un'economia depressa deprime ancor più l'economia. Per l'austerità si dovrebbe attendere che sia già ben in corso una forte ripresa.
Purtroppo, alla fine del 2010 e all'inizio del 2011, le autorità e i politici di buona parte del mondo occidentale hanno creduto di sapere il fatto loro, di doversi concentrare sui deficit e non sull'occupazione, quantunque le loro economie avessero a stento iniziato a riprendersi dalla depressione che aveva fatto seguito alla crisi finanziaria. E seguendo questo principio anti-keynesiano ancora una volta hanno dimostrato che Keynes aveva ragione.
Dichiarando confermato il dogma economico keynesiano, vado naturalmente contro l'opinione dei più. A Washington, in particolare, il fallimento del pacchetto di stimoli messo a punto da Obama per creare un boom occupazionale in linea generale pare aver dimostrato che la spesa pubblica non può creare posti di lavoro. Coloro tra noi che avevano fatto bene i calcoli, però, si sono resi conto fin dall'inizio che il Recovery and Reinvestment Act del 2009 (oltre un terzo del quale, tra l'altro, ha assunto la forma di tagli fiscali relativamente inefficaci) era di troppa esigua entità, data la gravità della recessione, e avevano in aggiunta anticipato le ripercussioni politiche che ne sarebbero derivate.
Per tutto ciò la vera riconferma della validità dell'economia keynesiana non è arrivata dai poco determinati tentativi del governo federale statunitense di dare nuovo impulso all'economia – tentativi oltretutto in buona parte vanificati dai tagli a livello statale e locale –, ma è arrivata dalle nazioni europee come la Grecia e l'Irlanda costrette a imporre una draconiana austerità fiscale come presupposto per ottenere prestiti d'emergenza. Entrambi questi paesi hanno subito recessioni economiche di considerevole entità, equiparabile alla Grande Depressione, e un calo a doppia cifra del rispettivo Pil.
Non era previsto che le cose dovessero andare così, secondo l'ideologia prevalente nel nostro dibattito politico. Nel marzo 2011 lo staff repubblicano del Congress Joint Economic Committee ha reso noto un rapporto intitolato “Spend less, owe less, grow the economy” (spendi meno, fai meno debiti, fai crescere l'economia), che minimizzava le preoccupazioni di chi era convinto che i tagli alla spesa pubblica in periodo di recessione avrebbero soltanto aggravato quest'ultima, e sosteneva al contrario che tagliare la spesa avrebbe migliorato la fiducia dei consumatori e delle imprese e che ciò avrebbe portato inevitabilmente a una crescita più rapida, non più lenta.
Eppure, ormai si sarebbe dovuto avere maggiore buonsenso: i presunti esempi storici di un' “austerità espansionistica” con i quali puntellavano le loro tesi erano già stati completamente demoliti. Oltretutto c'era anche il caso alquanto imbarazzante di molti esponenti della destra che alla metà del 2010 avevano dichiarato il caso irlandese una storia di grande successo un po' troppo precocemente, documentando le virtù dei tagli alla spesa per assistere poi al forte aggravarsi della recessione irlandese. E il livello di fiducia provato dagli investitori si è completamente volatilizzato.
È sorprendente, a questo proposito, il fatto che all'inizio di quest'anno le cose si siano ripetute tali e quali: si è sbandierato e gridato ai quattro venti che l'Irlanda aveva svoltato davvero, e dimostrato di conseguenza che l'austerità funziona. Poi, però, le cifre hanno assestato un brutto colpo e si è rimasti ancora una volta delusi. Malgrado ciò l'insistenza a tagliare immediatamente la spesa pubblica ha continuato a prevalere nel dibattito politico, con effetti perversi sull'economia statunitense. È vero: a livello federale non ci sono state nuove drastiche misure di austerità, ma si è registrato un sacco di austerità “passiva” quando lo stimolo economico voluto da Obama si è stemperato e i governi statali e locali a corto di liquidi hanno continuato a tagliare la spesa.
Adesso qualcuno potrebbe sostenere che Grecia e Irlanda non avevano altra scelta se non quella di imporre l'austerità, che non avevano alternative se non dichiarare il fallimento e uscire dall'euro. Un'altra lezione che il 2011 ci ha insegnato, però, è che l'America aveva e ha un'alternativa. Washington sarà anche ossessionata dal deficit, ma i mercati finanziari stanno se non altro lanciando un segnale molto chiaro: dovremmo prendere più soldi in prestito.
Ancora una volta, anche in questo caso, non era previsto che le cose andassero così. Il 2011 è iniziato per noi con severi moniti a non ricalcare le orme della crisi debitoria greca, che da noi si sarebbe materializzata non appena la Federal Reserve avesse smesso di comperare bond, o quando le agenzie di rating avessero declassato la nostra tripla “A”, o non appena la “supercommissionetruffa” non fosse riuscita a trovare un accordo, o chissà che altro ancora. Invece la Fed a giugno ha posto fine al proprio programma di acquisto dei bond; Standard & Poor's ad agosto ha declassato il rating americano; la supercommissione a novembre è arrivata a un punto morto; ma le spese legate ai prestiti hanno semplicemente continuato a scendere. In effetti a questo punto i bond statunitensi protetti dall'inflazione rendono un interesse negativo. E gli investitori sono disposti a pagare l'America affinché conservi i loro soldi.
La conclusione di tutto ciò è che il 2011 è stato l'anno nel quale la nostra élite politica è rimasta ossessionata dai deficit a breve termine, che non sono un problema reale, e così facendo ha invece inasprito notevolmente i veri problemi, che sono un'economia depressa e la disoccupazione di massa.
La buona notizia, per quel che vale, è che il presidente Barack Obama finalmente si è deciso nuovamente a contrastare l'austerità precipitosa e pare essere in procinto di vincere questa battaglia politica. Forse, in uno di questi prossimi anni, potremmo davvero finire col recepire il consiglio di Keynes, tanto valido oggi quanto lo era 75 anni fa.
“Il momento giusto per l'austerità al Tesoro è l'espansione, non la recessione”: così dichiarò nel 1937 John Maynard Keynes, proprio quando da lì a poco Franklin Delano Roosevelt avrebbe dimostrato la correttezza di questo suo dogma cercando di rimettere in sesto il budget troppo presto e spingendo in una profonda recessione l'economia che fino a quel momento si stava riprendendo con continuità. Tagliare la spesa pubblica in un'economia depressa deprime ancor più l'economia. Per l'austerità si dovrebbe attendere che sia già ben in corso una forte ripresa.
Purtroppo, alla fine del 2010 e all'inizio del 2011, le autorità e i politici di buona parte del mondo occidentale hanno creduto di sapere il fatto loro, di doversi concentrare sui deficit e non sull'occupazione, quantunque le loro economie avessero a stento iniziato a riprendersi dalla depressione che aveva fatto seguito alla crisi finanziaria. E seguendo questo principio anti-keynesiano ancora una volta hanno dimostrato che Keynes aveva ragione.
Dichiarando confermato il dogma economico keynesiano, vado naturalmente contro l'opinione dei più. A Washington, in particolare, il fallimento del pacchetto di stimoli messo a punto da Obama per creare un boom occupazionale in linea generale pare aver dimostrato che la spesa pubblica non può creare posti di lavoro. Coloro tra noi che avevano fatto bene i calcoli, però, si sono resi conto fin dall'inizio che il Recovery and Reinvestment Act del 2009 (oltre un terzo del quale, tra l'altro, ha assunto la forma di tagli fiscali relativamente inefficaci) era di troppa esigua entità, data la gravità della recessione, e avevano in aggiunta anticipato le ripercussioni politiche che ne sarebbero derivate.
Per tutto ciò la vera riconferma della validità dell'economia keynesiana non è arrivata dai poco determinati tentativi del governo federale statunitense di dare nuovo impulso all'economia – tentativi oltretutto in buona parte vanificati dai tagli a livello statale e locale –, ma è arrivata dalle nazioni europee come la Grecia e l'Irlanda costrette a imporre una draconiana austerità fiscale come presupposto per ottenere prestiti d'emergenza. Entrambi questi paesi hanno subito recessioni economiche di considerevole entità, equiparabile alla Grande Depressione, e un calo a doppia cifra del rispettivo Pil.
Non era previsto che le cose dovessero andare così, secondo l'ideologia prevalente nel nostro dibattito politico. Nel marzo 2011 lo staff repubblicano del Congress Joint Economic Committee ha reso noto un rapporto intitolato “Spend less, owe less, grow the economy” (spendi meno, fai meno debiti, fai crescere l'economia), che minimizzava le preoccupazioni di chi era convinto che i tagli alla spesa pubblica in periodo di recessione avrebbero soltanto aggravato quest'ultima, e sosteneva al contrario che tagliare la spesa avrebbe migliorato la fiducia dei consumatori e delle imprese e che ciò avrebbe portato inevitabilmente a una crescita più rapida, non più lenta.
Eppure, ormai si sarebbe dovuto avere maggiore buonsenso: i presunti esempi storici di un' “austerità espansionistica” con i quali puntellavano le loro tesi erano già stati completamente demoliti. Oltretutto c'era anche il caso alquanto imbarazzante di molti esponenti della destra che alla metà del 2010 avevano dichiarato il caso irlandese una storia di grande successo un po' troppo precocemente, documentando le virtù dei tagli alla spesa per assistere poi al forte aggravarsi della recessione irlandese. E il livello di fiducia provato dagli investitori si è completamente volatilizzato.
È sorprendente, a questo proposito, il fatto che all'inizio di quest'anno le cose si siano ripetute tali e quali: si è sbandierato e gridato ai quattro venti che l'Irlanda aveva svoltato davvero, e dimostrato di conseguenza che l'austerità funziona. Poi, però, le cifre hanno assestato un brutto colpo e si è rimasti ancora una volta delusi. Malgrado ciò l'insistenza a tagliare immediatamente la spesa pubblica ha continuato a prevalere nel dibattito politico, con effetti perversi sull'economia statunitense. È vero: a livello federale non ci sono state nuove drastiche misure di austerità, ma si è registrato un sacco di austerità “passiva” quando lo stimolo economico voluto da Obama si è stemperato e i governi statali e locali a corto di liquidi hanno continuato a tagliare la spesa.
Adesso qualcuno potrebbe sostenere che Grecia e Irlanda non avevano altra scelta se non quella di imporre l'austerità, che non avevano alternative se non dichiarare il fallimento e uscire dall'euro. Un'altra lezione che il 2011 ci ha insegnato, però, è che l'America aveva e ha un'alternativa. Washington sarà anche ossessionata dal deficit, ma i mercati finanziari stanno se non altro lanciando un segnale molto chiaro: dovremmo prendere più soldi in prestito.
Ancora una volta, anche in questo caso, non era previsto che le cose andassero così. Il 2011 è iniziato per noi con severi moniti a non ricalcare le orme della crisi debitoria greca, che da noi si sarebbe materializzata non appena la Federal Reserve avesse smesso di comperare bond, o quando le agenzie di rating avessero declassato la nostra tripla “A”, o non appena la “supercommissionetruffa” non fosse riuscita a trovare un accordo, o chissà che altro ancora. Invece la Fed a giugno ha posto fine al proprio programma di acquisto dei bond; Standard & Poor's ad agosto ha declassato il rating americano; la supercommissione a novembre è arrivata a un punto morto; ma le spese legate ai prestiti hanno semplicemente continuato a scendere. In effetti a questo punto i bond statunitensi protetti dall'inflazione rendono un interesse negativo. E gli investitori sono disposti a pagare l'America affinché conservi i loro soldi.
La conclusione di tutto ciò è che il 2011 è stato l'anno nel quale la nostra élite politica è rimasta ossessionata dai deficit a breve termine, che non sono un problema reale, e così facendo ha invece inasprito notevolmente i veri problemi, che sono un'economia depressa e la disoccupazione di massa.
La buona notizia, per quel che vale, è che il presidente Barack Obama finalmente si è deciso nuovamente a contrastare l'austerità precipitosa e pare essere in procinto di vincere questa battaglia politica. Forse, in uno di questi prossimi anni, potremmo davvero finire col recepire il consiglio di Keynes, tanto valido oggi quanto lo era 75 anni fa.
lunedì 2 gennaio 2012
Appunti diseguali sulla frase "Né di destra né di sinistra": Il nocciolo razzista e fascistoide del grillismo
di Wuming1 da wumigfoudation
Articolo veramente ben scritto che demistifica il fenomeno del grillismo decostruendo per bene quelle sue "emergenze" che fungono da panacea per i tanti hopelessness della sinistra e della politica in generale. Wuming dimentica però di dire che il messaggio grillino sta facendo breccia non solo grazie ad una sorta di avventismo provvidenziale, ma grazie anche alla perdita da parte della sinistra dell'attualità del suo messaggio. La sinistra è percepita come inattuale, buona per i viaggi della memoria, ma fuori dallo spirito del tempo. Questo quando non viene vista come inaffidabile e contraddittoria. Inoltre la sinistra si confonde con un unicum partitocratico dove per forza di cose tutte le vacche sono nere.
Non mi piace affatto né Grillo né il grillismo e in più di un'occasione ho messo l'accento sulla sua anima razzista e destroide, ma "noi" di sinistra siamo bravi nel fare analisi, ma molti refrattari nei confronti di un pragmatismo che appare concettualmente troppo affine al liberalismo.
Il messianismo di Grillo riempie un vuoro lasciato dalla sinistra, un vuoto di messaggi provvidenziali, ma anche di credibilità. Tutto questo fa dire a gente di sinistra come mio fratello: "potete dire quello che vi pare, ma io questa volta voto Grillo". C'è da capirlo.
[Proponiamo su Giap, in una versione leggermente diversa, l'articolo di WM1 apparso sull'ultimo numero di Nuova Rivista Letteraria con il titolo "Il senso della non-appartenenza". Grazie a Tuco, Giuliano Santoro, Don Cave, Uomoinpolvere, i compagni della rivista "Plebe" di Foggia, Valerio Evangelisti, Nadie Enparticular e non pochi altri.]
-
Ho preso questi appunti nel corso del tumultuoso, convulso 2011, anno di insurrezioni, detronizzazioni, disvelamenti e nuove confusioni. Per la precisione, sono note scritte nel periodo aprile-settembre 2011.Alla bruta materia di queste frasi annotate live, nel pieno degli eventi, non ho saputo imporre alcuna struttura solida e coerente. La numerazione di paragrafi e capoversi è il residuo di un tentativo in tal senso, sostanzialmente fallito.
1. CHI DICHIARA COSA?
1.a. Negli ultimi tempi si sente sempre più spesso la frase: «Non siamo di destra né di sinistra». Talvolta, l’ordine dei fattori è invertito: «Non siamo di sinistra né di destra».
Non è certo una frase nuova, l’abbiamo udita tante volte. Eppure, tendendo l’orecchio, possiamo registrare una prima, piccola novità: il soggetto plurale ricorre più spesso di quello singolare. Il noi sta scalzando l’io. Fino a qualche anno fa, questa “dichiarazione di non-appartenenza” era il più delle volte a titolo personale. Oggi, invece, è sempre più sovente l’enunciazione di soggetti collettivi.
1.b. Se continuiamo ad ascoltare e intanto ci guardiamo intorno, possiamo comprendere il perché della coniugazione plurale: se ieri, nella stragrande maggioranza dei casi, la frase era espressione di qualunquismo destrorso (ovvero, chi premetteva di «non essere di destra né di sinistra», novanta volte su cento era in procinto di attaccare politiche o personaggi di sinistra), di recente la questione si è ingarbugliata: in giro per l’Europa, nuovi movimenti, anche molto diversi tra loro, si fanno un punto d’onore di dichiararsi non-appartenenti ad alcuno dei due campi politici. Si va dal nostrano Movimento 5 Stelle, si passa per i «Partiti dei Pirati» che hanno ottenuto buoni risultati elettorali in Germania e altri paesi, e si giunge ai cosiddetti «Indignati», movimento transnazionale che ha i suoi miti delle origini nelle rivolte nordafricane e nelle mobilitazioni spagnole partite il 15 maggio 2011.
1.c. La mia convinzione è che, a seconda del soggetto che la dice, del contesto in cui viene usata e delle pratiche a cui si accompagna, il significato della frase di cui al punto 1.a. si trasformi in maniera radicale.
2. IL PARADOSSO DI QUADRUPPANI
2.a. Una volta ho sentito lo scrittore francese Serge Quadruppani dichiarare: «Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra».
L’apparente paradosso spaziale – quasi da disegno di Escher – può aiutarci a trovare l’orientamento nel territorio dei nuovi movimenti. In parole povere: la frase «Non sono di destra né di sinistra» è un velo che possiamo e dobbiamo lacerare, per capire quali tra i nuovi movimenti appartengano al composito phylum (ma è una vera e propria treccia composta di tanti fili) che per comodità o richiamo a una tradizione chiamiamo «Sinistra», e quali invece al phylum che chiamiamo «Destra».
2.b. Per capirci: io credo che gli Indignados spagnoli siano di sinistra. Si tratta di un movimento egualitario, anticapitalista, non privo di interlocutori a sinistra e indubbiamente ostile a ogni destra politica e sociale.
Di contro, il «grillismo» mi appare sempre più come un movimento di destra: diversivo, poujadista, sovente forcaiolo, indifferente a ogni tradizione (anche recente) culturale e di lotta, noncurante di ogni provenienza politica.
Alain Badiou
Il filosofo Alain Badiou, in una celebre conferenza sulla Comune di Parigi, ha proposto di chiamare «sinistra»
«l’insieme del personale politico parlamentare che si dichiara il solo capace di assumere le conseguenze generali di un movimento politico popolare singolare. O, in un lessico più contemporaneo, il solo capace di fornire un ‘esito politico’ ai ‘movimenti sociali’.»In questo senso, secondo Badiou, la Comune di Parigi fu una rottura con la sinistra, poiché «non rimise il proprio destino nelle mani dei politici competenti» per poi, come sempre accade, lamentarsi del loro «tradimento». Per Badiou «questa volta, quest’unica volta, il tradimento fu invocato come uno stato di cose al quale ci si doveva finalmente sottrarre, e non come una conseguenza disgraziata di quanto si era scelto».
2.d. Il linguista cognitivista George Lakoff (esponente della sinistra “liberal” statunitense) ha più volte criticato la rappresentazione destra-sinistra, perché fa pensare che le persone siano allineate l’una l’accanto all’altra su un piano bidimensionale, e che si possa procedere con continuità da “quello più a destra” a “quello più a sinistra”. Invece, dice Lakoff, la realtà è multilineare e multidimensionale, il modo in cui si formano le nostre idee è complesso ed esistono molte persone «biconcettuali», ovvero progressiste su alcuni temi e conservatrici su altri.
La coppia antitetica progressista/conservatore mi suona ben più problematica e insoddisfacente di destra/sinistra, ma non mi interessa criticarla in questa sede. Quello di Lakoff è un discorso che in Italia possiamo capire senza sforzi: una grossa fetta di «popolo cattolico» è composta da biconcettuali: «di sinistra» su molte questioni sociali ed economiche, «di destra» in materia di questioni di genere, sessualità, diritti civili.
2.e. La rottura prodotta dagli Indignados nei confronti della sinistra spagnola mi sembra sintetizzare – in modo precario, transitorio – queste due impostazioni: il 15 maggio 2011 si è trattato di sottrarsi al «tradimento come stato di cose», e al tempo stesso di parlare al maggior numero di persone possibile, di raggiungere le parti «progressiste» dei cervelli biconcettuali, e di farlo non a colpi di mediazioni al ribasso, bensì scompigliando l’antinomia: «Non siamo di destra né di sinistra: siamo los de abajo», ovvero quelli di sotto, quelli che vengono dal basso.
3. «STORICIZZARE AL MASSIMO»
3.a. Il difetto del discorso di Lakoff è che non sembra esserci posto per la storia. In questo, Lakoff è molto americano, il suo mondo è tutto sincronico, schiacciato sull’adesso.
«Storicizzare sempre!», intimava Fredric Jameson, con tanto di punto esclamativo, all’inizio del suo capolavoro L’inconscio politico (1981). «Storicizzare al massimo, per lasciare meno spazio possibile al trascendentale», disse Michel Foucault in un dibattito del 1972.
La sostanza del concetto di «Sinistra» può essere capita solo con un approccio diacronico che ne ripercorra la genealogia e le trasformazioni. «Sinistra» è qualcosa che discende i fili del tempo in un certo modo, a partire dalla Rivoluzione francese, e si evolve attraversando due secoli di lotte.
3.b. Io stesso penso che «Sinistra» non basti a descrivere le mie posizioni, e trovo utile aggiungere precisazioni e qualificazioni. Io non sono semplicemente di sinistra: io mi riconosco in un phylum di idee rivoluzionarie e lotte per l’uguaglianza che attraversa i secoli; penso che la specie umana – previa una rottura radicale nella temporalità in cui siamo immersi – debba avviare la fuoriuscita dal capitalismo; penso che l’obiettivo da realizzare sia la società senza classi etc. Un mio amico usava dire: «Io non sono di sinistra: sono comunista!»
Tuttavia, è chiaro che se devo semplificare ed evitare di aprire troppe parentesi, non mi faccio problemi a dire che sono di sinistra.
3.c. Ricapitolando: in certi casi il concetto di «Sinistra» è criticato per la sua insufficienza da punti di vista che si sono formati nel phylum della sinistra rivoluzionaria. A questo proposito, si possono citare gli anarchici, ma anche gli zapatisti.
Di solito, in questi casi, la dichiarazione di «non-appartenenza lineare» si accompagna a pratiche egualitarie, alla presenza di interlocutori «privilegiati» a sinistra e all’ostilità verso qualunque destra. A diverse latitudini e in diverse fasi del loro percorso, nonostante i problemi, tanto gli anarchici quanto gli zapatisti hanno cooperato con diverse correnti della sinistra.
3.d. Certo, può anche succedere che movimenti originariamente di sinistra cerchino interlocutori a destra, o meglio, tra i fascisti. Nella storia del nostro phylum ricorrono confusionismi e infiltrazioni, orridi esperimenti «rosso-bruni», «nazi-maoisti», «terze posizioni» etc.
Il fascismo stesso, fin dalla nascita, si presenta come una «terza posizione». Il fascismo è un prodotto dello spavento, sorge e si diffonde per reazione alle lotte del movimento operaio e bracciantile. L’ascesa del fascismo è l’oscillare del pendolo a destra dopo l’oscillazione a sinistra del Biennio Rosso. Il Nemico n.1 è la Bestia Proletaria che ha osato alzare la testa. La cattiva coscienza del fascismo nei confronti della sinistra (dalla quale il suo Duce e molti suoi dirigenti provengono) e dell’arditismo (dal quale provengono svariati squadristi, benché in minor numero di quanto si pensi, e nel cui alveo si è formato l’unica formazione che ha opposto resistenza armata allo squadrismo, ovvero gli Arditi del Popolo) si manifesta nell’adozione di simboli e nell’imitazione di retoriche degli avversari. La stessa parola «fascio» viene prelevata nel phylum della sinistra (i «fasci operai», i «fasci siciliani dei lavoratori»), e resa inutilizzabile.
Il fascismo vince e la memoria degli avversari diviene bottino di guerra: il vincitore si presenta come unica forza popolare e unico nemico del capitalismo che ha appena salvato (o meglio, di una più vaga e comodamente denunciabile “plutocrazia”). Facendosi regime, il fascismo carpisce lo spirito vitale dei nemici che ha sconfitto.
4. GRILLISMO E FALSI EVENTIIl fascismo stesso, fin dalla nascita, si presenta come una «terza posizione». Il fascismo è un prodotto dello spavento, sorge e si diffonde per reazione alle lotte del movimento operaio e bracciantile. L’ascesa del fascismo è l’oscillare del pendolo a destra dopo l’oscillazione a sinistra del Biennio Rosso. Il Nemico n.1 è la Bestia Proletaria che ha osato alzare la testa. La cattiva coscienza del fascismo nei confronti della sinistra (dalla quale il suo Duce e molti suoi dirigenti provengono) e dell’arditismo (dal quale provengono svariati squadristi, benché in minor numero di quanto si pensi, e nel cui alveo si è formato l’unica formazione che ha opposto resistenza armata allo squadrismo, ovvero gli Arditi del Popolo) si manifesta nell’adozione di simboli e nell’imitazione di retoriche degli avversari. La stessa parola «fascio» viene prelevata nel phylum della sinistra (i «fasci operai», i «fasci siciliani dei lavoratori»), e resa inutilizzabile.
Il fascismo vince e la memoria degli avversari diviene bottino di guerra: il vincitore si presenta come unica forza popolare e unico nemico del capitalismo che ha appena salvato (o meglio, di una più vaga e comodamente denunciabile “plutocrazia”). Facendosi regime, il fascismo carpisce lo spirito vitale dei nemici che ha sconfitto.
Louis Antoine Léon de Saint-Just (1767-1794), santo persecutore di troll e affini
[Avviso preliminare alle "truppe cammellate" dei seguaci dell'ex-comico genovese, usi a intervenire en masse ingiuriando / sbraitando / sgrammaticando ogni volta che in rete si tocca il loro Leader: qui è fatica sprecata. Su Giap, il primo commento di qualunque utente finisce in moderazione e lo sblocchiamo solo se pensiamo ne valga la pena. Non pubblichiamo qualunque cagata venga deposta fumigante da Tizio o Caio, ma applichiamo una precisa politica redazionale, sovente riassunta nel motto: "Saint-Just vigila sulle nostre discussioni". La vedete quella? Ecco, ci siamo capiti.]
-
4.a. C’è un modo più «normalizzante» e di destra (nonché largamente maggioritario) di dichiararsi né di destra né di sinistra. Qui l’attitudine è: «rossi e neri sono tutti uguali» (cfr. la celeberrima scena di Ecce Bombo in cui Nanni Moretti attribuisce a generici «film di Alberto Sordi» la responsabilità di tale cliché). Si afferma l’equivalenza e l’indistinguibilità tra diversi percorsi e storie. Si getta tutto nel mucchio, occultando il conflitto primario – quello a cui i concetti di «Destra» e «Sinistra» continuano ad alludere, anche se più flebilmente che in passato, ossia la lotta di classe – in nome di surrogati, diversivi, conflitti sostitutivi come quello tra la «gente» e i «politici», la «casta» etc.4.b. Il grillismo non è solo un «caso di studio»: è un’urgenza, un problema da affrontare quanto prima. In uno spazio «né di destra né di sinistra», retoriche e pratiche in apparenza vicine a quelle dei movimenti euroamericani di cui sopra vengono «risemantizzate» e messe al servizio di discorsi ben diversi. Le energie di molti benintenzionati, in maggioranza giovani o addirittura giovanissimi, sono incanalate in un discorso in cui sono rinvenibili elementi di criptofascismo.
Non mi riferisco solo allo spettacolare Führerprinzip che il movimento mette in mostra durante le sue adunate pubbliche con ex-cabarettista sbraitante, fin dal celebre «V-Day» dell’8 settembre 2007. E’ senz’altro l’elemento più appariscente, ma da solo non giustificherebbe l’uso dell’espressione «criptofascismo».
4.c. Il prefisso «cripto» deriva dal greco, e lo si usa per qualcuno che nasconde (di solito male) la sua vera natura. «Criptofascista» allude a un discorso cifrato, decrittando il quale si trova un animus fascistoide. Di solito tale «cifratura» si riscontra nei movimenti di impronta qualunquista / poujadista / destrorso-populista etc. Tra questi ultimi si può annoverare la Lega Nord.
La cifratura del grillismo è molto peculiare. Il nocciolo criptofascista è avvolto da fitti banchi di nebbia e fuffa. Il modo in cui il movimento descrive se stesso trasuda di quella retorica dei «processi dal basso» che il grillismo ha avuto in dote dai movimenti altermondialisti di inizio secolo e si è adoperato a ricontestualizzare. Per molti versi, il grillismo è un prodotto della sconfitta dei movimenti altermondialisti: ha occupato lo spazio lasciato vuoto da quel riflusso. Per citare Žižek che parafrasa Benjamin: «Ogni fascismo è testimonianza di una rivoluzione fallita».
Giovanni Favia, leader del Movimento 5 Stelle in Emilia-Romagna
Tuttavia, Beppe Grillo è proprietario unico del logo e del nome «Movimento 5 Stelle», ed è lui a decidere insindacabilmente chi possa usarlo. Percorso obbligato tipico di una struttura arborescente, cioè l’opposto del rizoma.
4.e. La retorica autoreferenziale e auto-elogiativa del grillismo è mistificante. Non è su di essa che dobbiamo concentrarci, ma sui modi in cui il movimento addita e descrive i propri nemici.
Presso il grillismo, l’individuazione del nemico è sempre diversiva. In questo, è in «buona» compagnia: in Italia, negli ultimi anni, abbiamo visto movimenti tutti focalizzati sulla «disonestà dei politicanti», sui privilegi della «casta» etc. Sono problemi veri, e al contempo falsi bersagli: le decisioni importanti sull’economia non vengono prese a Roma, perché il potere capitalistico sovranazionale non autorizza la politica in tal senso.
Diceva tempo fa un compagno: «’Ce lo chiedono i mercati’ è il nuovo ‘Sento le voci nella testa’. Puoi fare le peggiori cose e nessuno ti riterrà responsabile!» «Ce lo chiedono i mercati» è il tormentone di un’epoca in cui la politica è esautorata. Qualunque discorso sulla «Casta», anche quando basato su dati di fatto reali, alimenta una strategia di depistaggio e impedisce di individuare e attaccare i nemici veri.
L'economista Eugenio Benetazzo in posa con Roberto Fiore, fondatore e leader di Forza Nuova. Cliccando sulla foto, lo si vede in compagnia di Borghezio.
4.g. I movimenti che si concentrano a lungo su falsi bersagli diventano, per dirla con Badiou, «fedeli a falsi eventi».
Falso evento è anche la «rivoluzione di Internet» come la descrive il grillismo: processo unilateralmente positivo, salvifico, che promette la risposta a ogni problema. L’approccio alla rete è all’insegna di un feticismo digitale e di una sorta di «animismo» che vede nella tecnologia una forza autonoma, trascendente le relazioni sociali e le strutture che invece la plasmano, determinandone sviluppo e adozione. La Rete diventa una sorta di divinità, protagonista di una narrazione escatologica in cui scompaiono i partiti (nel senso originario di fazioni, differenze organizzate) per lasciare il posto a una società mondiale armonica, organicista. L’utopia di un uomo è la distopia di un altro.
A chi pensa che stia esagerando, consiglio il video «Gaia. Il futuro della politica», realizzato nel 2008 dalla Casaleggio & Associati, agenzia di pubblicità e web-marketing organica al grillismo. Guardandolo, mi è tornato alla mente il concetto coniato dallo storico americano Jeffrey Herf per descrivere il tecno-entusiasmo delle destre tedesche tra le due guerre mondiali: «modernismo reazionario».
Va ricordato che non più di una decina di anni fa Beppe Grillo demonizzava i computer e li sfasciava sul palco durante i suoi spettacoli. Adesso li osanna ed esalta la rete libera e bella, il «popolo della rete» etc.
5. DOVE L’ASINO CASCA: GRILLISMO E IMMIGRAZIONE
5.a. E’ la tematica dell’immigrazione quella in cui il discorso grillino si fa più decifrabile e lascia trasparire l’animus fascistoide. Il blog di Grillo offre non poche «perle» in tal senso. Ecco un’arringa contro romeni e zingari risalente all’ottobre 2007:
5.b. Non esiste quasi più discorso razzista che non sia fatto… in nome dell’antirazzismo. E’ in nome dell’antirazzismo che il grillismo fomenta l’odio. Cito da un altro articolo del blog di Beppe Grillo, pubblicato nel maggio 2011 e intitolato «Un clandestino è per sempre»:«Un Paese non può SCARICARE SUI SUOI CITTADINI i problemi causati da decine di migliaia di rom della Romania che arrivano in Italia. L’obiezione di Valium [Romano Prodi, N.d.R.] è sempre la stessa: la Romania è in Europa. Ma cosa vuol dire Europa? MIGRAZIONI SELVAGGE di persone senza lavoro da un Paese all’altro? Senza la conoscenza della lingua, senza possibilità di accoglienza? Ricevo ogni giorno centinaia di lettere sui rom. E’ un vulcano, una BOMBA A TEMPO. Va disinnescata. Si poteva fare una MORATORIA per la Romania, è stata applicata in altri Paesi europei. Si poteva fare un serio controllo degli ingressi. Ma non è stato fatto nulla. Un governo che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini a cosa serve, cosa governa? CHI PAGA per questa insicurezza sono i più deboli, gli anziani, chi vive nelle periferie, nelle case popolari.
Una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati.»
Si parte dalla denuncia dello sfruttamento di cui sono vittime i clandestini, e si arriva alla conclusione che bisogna impegnarsi a respingerli, in nome della nazione. Una premessa umanitaria, capace di blandire la parte progressista ed egualitaria di un cervello «biconcettuale», apre la via a un discorso che ne vellica la parte conservatrice e razzista.«In Italia sono entrati 20.000 TUNISINI, della maggior parte di loro non si sa più nulla, che fine abbiano fatto. Pochi sono riusciti ad arrivare in Francia. Vagano per la penisola senza sapere una parola di italiano. In nessuno Stato del mondo questo è permesso con una tale SERENITÀ D’ANIMO, da noi si. Il motivo è semplice, sono utili ai profitti delle aziende, ai partiti, alle mafie. Il clandestino è MULTIUSO come un coltellino svizzero. Per ricevere qualcuno a casa tua devi disporre delle risorse per farlo. Dargli un lavoro dignitoso, un letto, organizzare l’integrazione. Altrimenti devi interrogarti se stai giocando con la DINAMITE e con il futuro della tua nazione.»
5.c. Grillo alza un polverone sensazionalistico ed eccezionalistico («Solo in Italia!») per un numero irrisorio di tunisini sbarcati nella primavera 2011. E’ la stessa impostazione truffaldina dell’allora ministro degli interni Maroni, il quale parlò di inesistenti «maree di immigrati» e reclamò un aiuto da parte dell’UE, che gli rispose con un misto di disprezzo e commiserazione.
Parlare di lassismo e «serenità d’animo» in tema di immigrazione equivale a occultare leggi criminali e criminogene come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini e i vari «pacchetti sicurezza». A produrre clandestinità non sono presunte politiche lassiste, bensì, all’opposto, politiche troppo restrittive e vessatorie, in parte disfunzionali anche dal punto di vista capitalistico, concepite per soddisfare una parte di elettorato il cui razzismo eccede quello strutturale e «sistemico» necessario a regolare il mercato del lavoro.
Una mistificazione presente in molti testi prodotti da Grillo e del suo movimento consiste nel dire che l’accoglienza ai migranti favorirebbe la Lega Nord. Al contrario, è la mancata accoglienza a favorirla. La Lega ha sempre avuto interesse a mantenere una situazione criminogena che producesse clandestinità e quindi disagio da additare e stigmatizzare.
A seguire, si capovolge la realtà: Grillo, in pratica, sostiene che l’Italia non avrebbe le risorse per mantenere gli immigrati. Ma secondo il «Sole 24 Ore», si dovrebbe proprio agli immigrati (l’8% della popolazione italiana) il 10% del nostro PIL. Gli immigrati lavorano, pagano contributi all’INPS e permettono all’ente di erogare le pensioni ai nostri anziani. Ammesso che abbia senso distinguere tra «noi» e «loro», sono loro a produrre le risorse per mantenere molti di noi.
5.d. Una volta dispersa la fuffa, del discorso grillino sui migranti non resta che il nocciolo razzista e fascistoide.
Benvenuti in Danimarca, il paese dei sogni
di Gabriele Catania da linkiesta via Informare per Resistere
Consoliamoci: il paradiso c’è. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito. Terza nell’indice di democrazia. Sesta per qualità dell’ambiente imprenditoriale e capacità tecnologica. Settima per Pil pro capite. Ottava per libertà economica. Decima per creatività economica. Certo la crisi ha ridotto la crescita all’1,5% ma il Paese è pieno di fiducia per il futuro e anche negli altri: qui il 97% dei cittadini pensa di conoscere qualcuno su cui poter contare nei momenti di bisogno, contro il 94% dei tedeschi e il misero 86% degli italiani, dove quelli sotto la media Ocse (91%) siamo noi.
(Flickr – pamhule)
Può sembrare incredibile eppure nell’Europa in crisi, a poche ore di volo dall’Italia, c’è un piccolo regno democratico con uno dei popoli più felici del pianeta (o almeno così dicono periodicamente i sondaggi). La corruzione è quasi inesistente, lo spread tra i suoi titoli sovrani e i bund è sotto zero, la disoccupazione tendenzialmente bassa e le imprese sono tassate meno che in Svizzera. La forza-lavoro è flessibile ma ben pagata (e tutelata), si crede anche nell’energia pulita, la banda larga è diffusa e i giovani sono una priorità. Questo regno è la Danimarca. Che con buona pace di Amleto, di marcio non sembra avere molto.
Sono i numeri a dirlo. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito. Terza nell’indice di democrazia. Sesta per qualità dell’ambiente imprenditoriale e capacità tecnologica. Settima per Pil pro capite. Ottava per libertà economica. Decima per creatività economica. Dodicesima per competitività globale. Purtroppo anche la nazione scandinava è stata investita dalla bufera della crisi. Nel 2011, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il suo Pil è cresciuto di appena l’1,5%. Un risultato peggiore di due Paesi nordici altrettanto piccoli come la Norvegia (+1,7%) e la Finlandia (+3,5%).
Tuttavia i danesi continuano ad avere fiducia nel loro Paese, perché alla fine funziona. Lo conferma la Better Life Initiative dell’Ocse: «la Danimarca ottiene risultati eccezionalmente buoni nelle misurazioni del benessere, come dimostra il fatto che è tra i migliori Paesi in un grande numero di voci del Better Life Index». Per l’Ocse i danesi non conoscono rivali quanto a «soddisfazione personale» ed «equilibrio tra vita e lavoro», e ottengono buoni risultati pure in voci importanti come «comunità»: il 97% dei danesi pensa di conoscere qualcuno su cui poter contare nei momenti di bisogno, contro il 94% dei tedeschi e il misero 86% degli italiani (la media Ocse, bisogna sottolinearlo, sfiora il 91%).
«Anche solo girare per Copenaghen rende evidente una sensazione di benessere – racconta con sincerità Lucia Baruzzi, studentessa bolognese ventenne, in trasferta all’Università di Copenaghen – Basta osservare le famiglie, i giovani, le persone insomma. La società danese trasmette una vibrazione positiva, oserei dire». Una società unita, coesa e paritaria, quella danese. Dove tutti si danno del tu, racconta a Linkiesta l’italianista Jacob Giese, ekstern lektor dell’Università di Copenaghen. «Rispetto agli italiani siamo meno formali e gerarchici. La cultura danese ha radici contadine, è all’insegna della stabilità e della democrazia – spiega nel suo eccellente italiano – Per capire la nostra cultura basta confrontare i giornali danesi con quelli italiani. I vostri usano un linguaggio abbastanza elitario, complesso; i giornalisti ricorrono spesso a un mucchio di sinonimi per fare bella figura, e far capire come sono bravi. Noi danesi invece siamo un po’ più piatti, preferiamo passare inosservati. Il che non vuol dire anonimi».

Vecchio poster di promozione turistica
Da tre mesi primo ministro di questo Paese piatto (in tutti sensi: l’Himmelbjerget, “Montagna del Cielo” in danese, è alto 147 metri), è una signora: Helle Thorning-Schmidt. Leader dei Socialdemocratici, che tornano al potere dopo dieci anni di governo conservatore, è il primo Statsminister donna della storia danese. «Personalmente, da cittadina danese, sono felice che finalmente abbiamo un primo ministro donna, circa trent’anni dopo che la Norvegia ha avuto il suo, Gro Harlem Brundtland – dice a Linkiesta la professoressa Karen Christensen, sociologa dell’Università di Bergen – È importante che pure le donne possano arrivare ai vertici, in questo caso politici, della nostra società; non in ultimo perché fungeranno da modelli per le generazioni più giovani nel loro percorso formativo e lavorativo. Inoltre avere come primo ministro una donna (e per la prima volta) stimolerà le politiche dell’uguaglianza di genere in Danimarca».
Uguaglianza e solidarietà sono un mantra del nuovo governo che ha promesso di rendere più egualitario un Paese che negli ultimi anni ha creduto molto nel libero mercato. Non che in Danimarca regni la legge della giungla, sia chiaro: è già oggi uno dei luoghi più egualitari del pianeta, con un coefficiente di Gini (che misura la disparità nella distribuzione del reddito) più basso di quello svedese o norvegese. L’egualitarismo non è solo economico, ma sociale e culturale, trionfa pure in istituzioni altrove ingessate come i tribunali o le università. «Tra i professori danesi e gli studenti c’è rapporto totalmente diverso da quello che esiste in Italia», racconta a Linkiesta la torinese Francesca Sacco, studentessa a Copenaghen che si dice «innamorata delle città del Nord Europa. I professori danesi non vogliono che ci sia un divario tra docenti e studenti. Un professore una volta mi ha chiesto di essere meno formale nelle email che gli scrivevo, di chiamarlo per nome e di firmare a mia volta per nome».
I rapporti sembrano essere nel segno della parità e della partecipazione anche nel mondo del lavoro. Secondo il sito di Invest in Denmark, «molti stranieri in Danimarca descrivono la cultura lavorativa danese come informale e strutturata orizzontalmente. Questo significa, per esempio, che tutti gli impiegati e i manager si chiamano l’uno all’altro con il nome di battesimo, e che la maggior parte delle decisioni sono discusse in incontri dove tutti gli impiegati hanno uguale voce in capitolo». Ma per quanto i danesi diano valore all’uguaglianza come pilastro dell’identità nazionale, non è detto che la nuova coalizione di governo riesca a realizzare la sua agenda. È molto eterogenea: i socialdemocratici sono affiancati dal Partito popolare socialista, e dai social-liberali. Al Folketing, l’assemblea monocamerale danese, sono cruciali i dodici voti della Enhedslisten, partito di sinistra radicale che sogna la Tobin Tax e una Danimarca fuori dall’Unione europea. «Una delle promesse importanti del nuovo governo ai danesi è che ridurrà, nei prossimi anni, le diseguaglianze tra ricchi e poveri», conferma a Linkiesta la Christensen. «Peraltro i Socialdemocratici non hanno ricevuto tanti voti quanti speravano, e loro e il Partito popolare socialista devono perciò fare dei compromessi con i Social-liberali guidati da Margrethe Vestager, che politicamente va più a destra».


Il teatro dell’Opera di Copenhagen e una vista della capitale della Danimarca (Flickr – Wojtek Gurak e Troels Dejgaard Hansen)
Il contrasto all’ineguaglianza passa dal rilancio del famoso welfare danese. Che davvero si prende cura dei suoi cittadini “dalla culla alla tomba”: chi ha un figlio riceve un generoso assegno annuale; gli studenti hanno diritto a un sussidio, e a prestiti statali a tassi agevolati; l’assistenza sanitaria è gratuita, universale e di qualità; l’attenzione agli anziani e ai disabili è forte. «Il welfare funziona bene in Danimarca, i cittadini ne sono parecchio contenti, e molta gente si direbbe anche pronta a pagare più tasse di quelle che già paga per avere servizi ancora migliori», racconta a Linkiesta la genovese Irene Biasioli, che vive ad Aarhus, grande città portuale nella Danimarca continentale «Ti posso assicurare che rispetto all’Italia i servizi sono molto, molto buoni. La sanità è organizzata molto bene. Qui il medico curante non si limita a prescrivere medicine e visite, fa tutto lui: se hai bisogno degli esami del sangue ti preleva il sangue, se devi fare un test ti chiama in ambulatorio ed è lui a occuparsene». Il fidanzato di Irene, Paolo Masulli, concorda. Laureato in matematica a Genova e a Copenaghen, sta conseguendo un dottorato all’Università di Aarhus. «Gli studi universitari sono gratuiti per i cittadini della UE – racconta – Quando facevo il master all’Università di Copenaghen non pagavo nulla. Il dottorato invece è considerato un impiego: io sono stato assunto dall’Università di Aarhus e quindi ho uno stipendio, e ho diritto a ferie, malattia, paternità».
Anche se molti danesi si sono spostati a destra negli ultimi anni (la Venstre, cioè i Liberali, resta il primo partito nazionale), il welfare resta popolare. Come spiega a Linkiesta la professoressa Karina Kosiara-Pedersen, politologa dell’Università di Copenaghen, «i fondamentali del nostro welfare ricevono un buon sostegno da un capo all’altro dello spettro politico. Solo l’Alleanza Liberale [un partitino liberista] vuole fare qualcosa di più drastico, ma alla fine neanche così tanto». Fondato sul principio che a tutti i cittadini devono essere garantiti certi diritti fondamentali in caso di malattia, disoccupazione o altre difficoltà sociali, il welfare danese è universalista. Proattivo. Decentralizzato. Funziona, ma costa. E molto. Se si vuole tenerlo in piedi, bisogna dunque far ripartire l’economia. Che nel 2012, secondo le stime del FMI, dovrebbe crescere di appena l’1,5%. Ecco perché il nuovo governo ha molteplici obiettivi: deve aumentare la produttività e la competitività salariale; rafforzare gli investimenti in ricerca e istruzione, e tenere il debito a freno. Il tutto partendo da condizioni generali non proprio idilliache.
«Anche la Danimarca è stata colpita dall’esplosione della bolla immobiliare-finanziaria e dal congelamento dei mercati finanziari internazionali avvenuti nella metà del 2008», spiega a Linkiesta Niels Blomgren-Hansen, professore emerito presso il dipartimento di economia della Copenhagen Business School. «Queste calamità non sono state immeritate [per la Danimarca]. Una politica fiscale rilassata, e la liberalizzazione del settore bancario, hanno generato una bolla dei prezzi degli asset, parzialmente finanziata da prestiti a breve. Quando i mercati sono crollati le banche hanno avuto difficoltà a rifinanziare i prestiti, i prezzi degli asset sono diminuiti molto e l’economia è stata colpita da una contrazione del credito. Il Pil è calato dell’1,1% nel 2008 e del 5,2% nel 2009, l’occupazione è scesa di circa 5 punti (un calo significativo rispetto a numerosi Stati)». Oggi la situazione del regno, però, è meno grave che in tanti altri Paesi. La disoccupazione è sì alta, ma per gli standard danesi, non europei. È vero che l’economia cresce poco, a causa del calo degli investimenti privati e dei consumi; le esportazioni tuttavia sono salite, e la bilancia dei pagamenti è in attivo.


Piste ciclabili a Copenhagen (Flickr – Mikael Colville-Andersen)
Come altri Paesi scandinavi, e nordeuropei in generale, la Danimarca esporta, bene e tanto. Sarà la posizione geografica favorevole, che la fa confinare con la locomotiva tedesca, e la colloca tra Mar Baltico e Mare del Nord; saranno le infrastrutture eccellenti; sarà il fatto che quasi tutti i danesi parlano un inglese splendido, o che Copenaghen è un hub regionale. Sta di fatto che la Danimarca è una piccola tigre dell’export. «Ci sono due ragioni principali per investire in Danimarca», dice a Linkiesta Niels Julien Onteniente, manager di Invest in Denmark. «La prima è che se si hanno clienti nei Paesi nordici, area molto ricca e con un alto potere d’acquisto, a un certo punto diventa necessario avere una presenza fisica e legale, e allora si può scegliere di aprire una sede in Danimarca, come hanno fatto molte società, che hanno lì il loro quartier generale regionale». I numeri colpiscono. Per esempio la percentuale di pmi danesi che esportano fuori dalla UE sono il 6,6%, contro il 3,9% della media europea. Nella classifica FT Global 500 2011 delle maggiori società per capitalizzazione, la Danimarca ha 3 campioni, come la Norvegia, e più della Finlandia: la farmaceutica Novo Nordisk; la Danske Bank; e la Møller-Maersk, colosso dell’estrazione petrolifera e soprattutto dello shipping (i suoi container sono noti ai pendolari italiani, che talvolta li avvistano sui treni della Val Padana). Bisogna essere chiari su un punto: i danesi credono nell’uguaglianza e nella solidarietà, ma pure nei benefici della globalizzazione e della concorrenza. Non potrebbe essere altrimenti: nel 2009 la Danimarca ha attirato quasi 8 miliardi di dollari in investimenti stranieri diretti (Fdi), più di Finlandia o Norvegia.
«La seconda ragione per investire da noi è l’ambiente imprenditoriale davvero buono. La flexicurity danese non è solo un brand. Significa che la Danimarca cerca di offrire le migliori condizioni possibili alle aziende», spiega Onteniente. «Abbiamo una legislazione molto liberale in materia di assunzioni e licenziamenti e questo è importante, anche perché quando un’azienda fa un grosso investimento lontano dal suo Paese d’origine, ha limitate informazioni locali e tende a commettere più errori. Dunque è importante essere in grado di licenziare una persona sbagliata più facilmente che altrove». Le statistiche sono dalla parte di chi investe in Danimarca. Il regno è forse il luogo meno corrotto del pianeta. È ottavo nella classifica della libertà economica. Dodicesimo in quello della competitività globale.
«La Danimarca è il sesto Paese al mondo dove è più semplice fare affari», sottolinea Chiara Dell’Oro, della Futura Camera di Commercio italo-danese ad Aarhus. 29 anni, sposata con un danese, la Dell’Oro spiega che non è difficile, per un imprenditore straniero, entrare nel mercato locale. «Le tempistiche relative agli adempimenti burocratici qui sono fortemente ridotte rispetto all’Italia, anche perché la dimensioni del Paese sono molto più contenute di quelle italiane. È minore la tempistica relativa all’espletamento di pratiche legali e allo svolgimento dei processi: ad esempio qui manca l’istituto del notaio. Per il danese la parola data conta molto più che per l’italiano, ma anche per la stipula di contratti scritti è tutto assai più veloce. Per l’acquisto di un immobile si passa solo attraverso il proprio avvocato: è lui a dover leggere il contratto, e quando dà l’approvazione l’atto viene stipulato senza ulteriori scartoffie».
Ancora, la pubblica amministrazione è davvero amica delle imprese. «È molto agevole, per esempio, gestire la propria attività senza neanche la necessità di trasferirsi fisicamente in Danimarca, perché sia il settore privato sia la pubblica amministrazione si appoggiano a una solida e avanzata struttura altamente informatizzata, che garantisce una comunicazione rapida ed efficiente per tutti gli utenti». Insomma, il sistema giuridico-amministrativo danese usa (davvero) internet, è trasparente e semplice. I cittadini ringraziano e ricambiano. Con una forte osservanza delle regole. Anche nelle piccole cose. «Io studio all’Università di Copenaghen, e all’interno c’è un bar gestito da studenti, con una lavagna che indica i prezzi – racconta Riccardo Traverso, studente veneziano di economia – Tu vai là, prendi da solo quello che vuoi, e versi i soldi indicati sulla lavagna, senza che nessuno controlli». Se il rispetto delle regole è uno degli ingredienti del capitalismo, il regno nordico dovrebbe essere il paradiso degli imprenditori. E in effetti fare impresa, in Danimarca, è più facile che altrove.


Bryggen e sotto la stazione di Dybbølsbro (Flickr – me, charlotte e SirPecanGum)
Anche quando si è giovani, stranieri e si vuole creare dal nulla una start-up high-tech. O almeno questa è la storia della Evertale, e di uno dei suoi fondatori, Matteo Danieli. Ventisette anni, vicentino di Sossano, dopo la doppia laurea in ingegneria a Padova e al Politecnico di Copenaghen Danieli è rimasto in Danimarca per un dottorato. «Dopo un anno e mezzo ho capito però che il PhD non faceva per me. Allora insieme a due amici italiani, Luca Ferrari e Francesco Patarnello, ho deciso di sviluppare l’idea alla base di Evertale – racconta – Pian piano la cosa è cresciuta sempre di più finché non abbiamo attirato l’attenzione di importanti investitori, e ora siamo qui, a Copenaghen, a lavorare al prodotto». Evertale è un’applicazione per smartphone che realizza in automatico una sorta di diario virtuale delle esperienze quotidiane dell’utente. Un’idea vincente, a quanto pare, dato che i tre hanno ricevuto finanziamenti da Mangrove, venture capital in Lussemburgo che ha fatto la sua fortuna investendo su Skype agli albori. Danieli è soddisfatto della sua scelta. «La Danimarca è un Paese che funziona. Vivendo in Italia pensi che certe cose siano destinate a non funzionare mai, e invece… La Danimarca è un esempio brillante di come le belle idee, tipo semplificare la burocrazia, o convincere la gente a lasciare a casa l’auto e andare in bici, possano essere implementate. Qui in Danimarca hanno un senso dello Stato molto più forte del nostro, si identificano nella cosa pubblica: non è come in Italia, dove lo Stato è un’entità nemica, che devi combattere, ad esempio cercando di pagare meno tasse possibili».
La tassazione in Danimarca è tra le più alte al mondo. Nel 2009 le entrate fiscali sono state pari al 48,2% del Pil. Più del 46,4% svedese. O del 43,5% italiano. Solo che lo Stato danese, in cambio delle tasse, offre molto. «Qui siamo davvero esigenti nei confronti dello Stato – dice l’italianista Giese – Gli italiani forse sono, in genere, più diffidenti, mentre noi danesi siamo molto esigenti, nel bene e nel male». Che una nazione con tasse così alte possa funzionare ha dell’incomprensibile, come l’enigma del calabrone, che vola anche se non dovrebbe. «Il calabrone danese può volare perché c’è un’interazione positiva tra il settore pubblico e il settore privato – spiega a Linkiesta Mogens Lykketoft, ministro delle finanze tra il 1993 e il 2000, e attuale speaker del Folketing – E anche grazie al cosiddetto modello danese della flexicurity, che significa che non è così costoso licenziare la forza-lavoro in esubero. Il modello però fa sì che nei periodi di crescita, come fu all’inizio degli anni Novanta in Danimarca, le società assumano più personale».
Socialdemocratico, famoso per il suo acume e il suo carattere forte, Lykketoft è autore di un testo, “Den Danske Model, en europæisk succeshistorie” (Il modello danese, una storia di successo europea) che cerca di spiegare come funziona la Danimarca.
Sette sono i punti di forza: un buon sistema d’istruzione, che fa sì che il regno abbia più iscritti all’università di Norvegia o Svezia; molte aziende piccole e dinamiche; una politica industriale liberale, che non corre al salvataggio delle imprese in difficoltà, ma protegge i cittadini dai monopoli privati; una politica economica che sostiene la crescita e il cambiamento nel settore privato; apertura ai mercati internazionali e alle nuove produzioni; la mitica flexicurity. E la flexicurity, di cui si parla tanto anche nel nostro Paese, ha due volti: da un lato consente agli imprenditori di licenziare più facilmente, incentivandoli però ad assumere (perché non assumere, se poi si è liberi di licenziare?); dall’altro offre una rete di sicurezza che garantisce sussidi di disoccupazione che in alcuni casi raggiungono il 90% dell’ultima paga. Naturalmente chi perde il suo impiego deve riqualificarsi, in modo da tornare competitivo sul mercato del lavoro.


Il porto di Nyhavn a Copenhagen e pale eoliche marine a Middelgrunden vicino la capitale (Flickr - AtilaTheHun e andjohan)
«Questa flessibilità è una sorta di compromesso storico, sviluppato non con un accordo specifico ma in molti anni, che dice: bene, è molto più facile assumere e licenziare, ma lo Stato deve occuparsi dei disoccupati. – spiega Lykketoft – Dunque si combina questa flessibilità nella fase di assunzione e licenziamento con un alto livello di protezione». Ed è proprio la flexicurity uno dei segreti del modello danese. Che anziché puntare sulla sicurezza del posto di lavoro, punta sulla sicurezza di lavorare. In realtà il testo di Lykketoft evidenzia altri due punti di forza dell’economia danese: il fatto che molte donne lavorino; e una fiscalità che aiuta chi fa impresa. Secondo la Banca Mondiale, nel 2010 le aziende danesi hanno versato al fisco circa il 29,3% dei loro profitti commerciali, contro il 30,1% di quelle svizzere, il 40,8% di quelle finlandesi e il 68,6% di quelle italiane. E se i datori di lavoro non devono versare contributi, sono invece significativamente più alte della media le tasse su redditi e consumi (comprare un’auto, in Danimarca, è un vero salasso).
Tra i vincitori del modello danese sembrano esserci i giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile, in Danimarca, è più basso che altrove: secondo Eurostat nel 2010 ha sfiorato il 14%, contro il 21,1% della media europea e quasi il 28% italiano. «Mi sto trovando molto bene, qui. In Italia non mi sentivo benaccetto come giovane – dice a Linkiesta Dario Zanotti, studente di diritto da Ravenna, in Erasmus a Copenaghen – Vivendo qui vedo che i giovani danesi hanno molte più possibilità. Alcuni studenti fanno due, tre lavoretti senza problemi e si riescono a mantenere da soli mentre in Italia è difficile. Qui in Danimarca non si capacitano del fatto che in Italia siano i genitori a pagare gli studi dei figli». Ma non è solo questione di lavoretti.
La società danese è giovane (gli abitanti sotto i 15 anni sono il 18%, contro il 15,4% dell’eurozona e il 14,2% italiano). Crede nel merito. Ed è poco gerontocratica. Il ministro delle finanze, Bjarne Corydon, ha 38 anni. E il suo collega che si occupa di fisco ha appena 26 anni. Il ministro dell’ambiente, Ida Auken, è nato nel 1978: due anni più giovane del collega addetto a ricerca, innovazione e istruzione superiore. Lo stesso primo ministro, Helle Thorning-Schmidt, ha 45 anni. E alcuni dei politici più promettenti del regno, come la super-socialista Johanne Schmidt-Nielsen (classe 1984), o la liberale Ellen Trane Nørby (classe 1980), in Italia sarebbero considerati ancora dei lattanti. «Penso che la Danimarca sia un Paese aperto in molti sensi. Vediamo che abbiamo molte donne in politica, e che questo nuovo parlamento è il più giovane d’Europa – racconta a Linkiesta Emilie Turunen. Danese, 27 anni, è il più giovane membro del Parlamento europeo, ma è già famosa per le sue battaglie a favore dei giovani europei – È normale che i danesi votino per giovani politici, perché è legittimo che i giovani abbiano un ruolo nella nostra democrazia, e che le nuove generazioni siano rappresentate».
Forse è anche perché crede nei suoi figli, che la Danimarca punta così tanto sulle energie rinnovabili. Già oggi il regno è tra i più importanti produttori di energia eolica del mondo (Vestas, colosso del settore, è danese). E per il 2050 sogna addirittura di affrancarsi dalle energie fossili. Un obiettivo molto ambizioso. Anche per un Paese così civile e progredito. Non esente da problemi, però. A cominciare da una certa auto-referenzialità culturale, che forse contribuisce a rafforzare forze di destra come il Partito popolare danese. Il terzo partito del regno, dopo Liberali e Socialdemocratici. Ma ben diverso da entrambi. Basta leggere una frase del suo programma per capirlo: «la Danimarca non è un paese d’immigrazione e non lo è mai stato. Perciò non accetteremo che sia trasformato in una società multietnica».
È il Partito popolare danese il principale artefice delle durissime leggi anti-immigrazione varate dalla Danimarca sotto il governo del centrodestra. Ironia della sorte, il partito è guidato da un’occhialuta signora di 64 anni che sembra più una bibliotecaria che un tribuno dalla retorica di fuoco: Pia Kjærsgaard. In Danimarca e all’estero la Kjærsgaard è spesso bersaglio di dure critiche. Che però non sembrano scalfire troppo il suo carisma, e il suo fiuto politico. «Anche se non ti piace quello che rappresenta, la Kjærsgaard è intelligente; un’intelligenza da classe lavoratrice – spiega a Linkiesta Olav Hergel. Giornalista influente, Hergel è autore di uno splendido thriller, Il fuggitivo (Iperborea), che mette a nudo le contraddizioni dei media e della politica danesi – Credo che la Kjærsgaard rappresenti una parte non-progressista della società danese. Ci sono molti danesi che, pur non essendo poveri, hanno mezzi limitati, sono poco istruiti o anziani e queste persone, tagliate fuori dalla società e da internet, amano il modo in cui la Kjærsgaard parla della Vecchia Danimarca, dei vecchi valori danesi». Hergel si sofferma a lungo sulla questione, che conosce bene. «Ciò che la Kjærsgaard dice piace a molta gente, piace alla classe lavoratrice. E infatti molti sondaggi dicono che sono proprio i meno istruiti, quelli con i redditi bassi o che non parlano inglese, a votare la Kjærsgaard. Ecco perché, sotto molti aspetti, lei è una socialdemocratica vecchio stile. Ma per una cosa non è affatto di sinistra: quando si tratta di stranieri o immigrazione, è davvero di destra».
Se il Partito popolare rimane il terzo partito di Danimarca è appunto perché molti danesi temono il multiculturalismo. Abituati come sono a un Paese piatto. Piccolo. Culturalmente e linguisticamente omogeneo. Non a caso nell’agosto del 2011 l’allora ministro per l’immigrazione e l’integrazione, il liberale Søren Pind, in un’intervista al Copenaghen Post paragonava i danesi a un popolo di hobbit (facendo riferimento al Signore degli Anelli di Tolkien), felici di bere la loro birra e starsene in disparte a chiacchierare. A una società timida e tribale. Un giudizio in parte corretto, quello di Pind. «Fondamentalmente, la società danese odierna è il prodotto storico della vecchia società agraria del passato. Una società molto unita, di cui abbiamo adottato tanti valori e usi basati sul consenso e il basso profilo – spiega a Linkiesta il professor Knud J.V. Jespersen, dell’Università della Danimarca Meridionale, e autore de “A History of Denmark” (Palgrave MacMillan) – Non parlerei però di “ritribalizzazione” [della società danese], piuttosto il contrario. È meglio parlare di una “detribalizzazione”, sviluppatasi sotto l’influenza della globalizzazione e della crescente immigrazione, che sta rapidamente trasformando la mentalità e l’autopercezione nazionale. Anche l’adesione all’Unione europea nel 1973 ha contribuito a tale graduale ma fondamentale trasformazione. Per come la vedo io, oggi la maggioranza dei danesi è più aperta e “detribalizzata” che mai; e questo nonostante gli sforzi del Partito popolare danese di fare appello alla paura verso gli immigrati, e a una specie di danesità tribalizzata». Il giudizio di Jespersen non può che far piacere. Perché anche se la Danimarca forse non sarà mai «il modello a cui gli altri Paesi europei guarderanno nei secoli a venire», potrebbe senz’altro offrire qualche buono spunto agli italiani. Meritocrazia, flessibilità e uguaglianza non sono valori solo dei danesi.
Sono i numeri a dirlo. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito. Terza nell’indice di democrazia. Sesta per qualità dell’ambiente imprenditoriale e capacità tecnologica. Settima per Pil pro capite. Ottava per libertà economica. Decima per creatività economica. Dodicesima per competitività globale. Purtroppo anche la nazione scandinava è stata investita dalla bufera della crisi. Nel 2011, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il suo Pil è cresciuto di appena l’1,5%. Un risultato peggiore di due Paesi nordici altrettanto piccoli come la Norvegia (+1,7%) e la Finlandia (+3,5%).
Tuttavia i danesi continuano ad avere fiducia nel loro Paese, perché alla fine funziona. Lo conferma la Better Life Initiative dell’Ocse: «la Danimarca ottiene risultati eccezionalmente buoni nelle misurazioni del benessere, come dimostra il fatto che è tra i migliori Paesi in un grande numero di voci del Better Life Index». Per l’Ocse i danesi non conoscono rivali quanto a «soddisfazione personale» ed «equilibrio tra vita e lavoro», e ottengono buoni risultati pure in voci importanti come «comunità»: il 97% dei danesi pensa di conoscere qualcuno su cui poter contare nei momenti di bisogno, contro il 94% dei tedeschi e il misero 86% degli italiani (la media Ocse, bisogna sottolinearlo, sfiora il 91%).
«Anche solo girare per Copenaghen rende evidente una sensazione di benessere – racconta con sincerità Lucia Baruzzi, studentessa bolognese ventenne, in trasferta all’Università di Copenaghen – Basta osservare le famiglie, i giovani, le persone insomma. La società danese trasmette una vibrazione positiva, oserei dire». Una società unita, coesa e paritaria, quella danese. Dove tutti si danno del tu, racconta a Linkiesta l’italianista Jacob Giese, ekstern lektor dell’Università di Copenaghen. «Rispetto agli italiani siamo meno formali e gerarchici. La cultura danese ha radici contadine, è all’insegna della stabilità e della democrazia – spiega nel suo eccellente italiano – Per capire la nostra cultura basta confrontare i giornali danesi con quelli italiani. I vostri usano un linguaggio abbastanza elitario, complesso; i giornalisti ricorrono spesso a un mucchio di sinonimi per fare bella figura, e far capire come sono bravi. Noi danesi invece siamo un po’ più piatti, preferiamo passare inosservati. Il che non vuol dire anonimi».
Vecchio poster di promozione turistica
Da tre mesi primo ministro di questo Paese piatto (in tutti sensi: l’Himmelbjerget, “Montagna del Cielo” in danese, è alto 147 metri), è una signora: Helle Thorning-Schmidt. Leader dei Socialdemocratici, che tornano al potere dopo dieci anni di governo conservatore, è il primo Statsminister donna della storia danese. «Personalmente, da cittadina danese, sono felice che finalmente abbiamo un primo ministro donna, circa trent’anni dopo che la Norvegia ha avuto il suo, Gro Harlem Brundtland – dice a Linkiesta la professoressa Karen Christensen, sociologa dell’Università di Bergen – È importante che pure le donne possano arrivare ai vertici, in questo caso politici, della nostra società; non in ultimo perché fungeranno da modelli per le generazioni più giovani nel loro percorso formativo e lavorativo. Inoltre avere come primo ministro una donna (e per la prima volta) stimolerà le politiche dell’uguaglianza di genere in Danimarca».
Uguaglianza e solidarietà sono un mantra del nuovo governo che ha promesso di rendere più egualitario un Paese che negli ultimi anni ha creduto molto nel libero mercato. Non che in Danimarca regni la legge della giungla, sia chiaro: è già oggi uno dei luoghi più egualitari del pianeta, con un coefficiente di Gini (che misura la disparità nella distribuzione del reddito) più basso di quello svedese o norvegese. L’egualitarismo non è solo economico, ma sociale e culturale, trionfa pure in istituzioni altrove ingessate come i tribunali o le università. «Tra i professori danesi e gli studenti c’è rapporto totalmente diverso da quello che esiste in Italia», racconta a Linkiesta la torinese Francesca Sacco, studentessa a Copenaghen che si dice «innamorata delle città del Nord Europa. I professori danesi non vogliono che ci sia un divario tra docenti e studenti. Un professore una volta mi ha chiesto di essere meno formale nelle email che gli scrivevo, di chiamarlo per nome e di firmare a mia volta per nome».
I rapporti sembrano essere nel segno della parità e della partecipazione anche nel mondo del lavoro. Secondo il sito di Invest in Denmark, «molti stranieri in Danimarca descrivono la cultura lavorativa danese come informale e strutturata orizzontalmente. Questo significa, per esempio, che tutti gli impiegati e i manager si chiamano l’uno all’altro con il nome di battesimo, e che la maggior parte delle decisioni sono discusse in incontri dove tutti gli impiegati hanno uguale voce in capitolo». Ma per quanto i danesi diano valore all’uguaglianza come pilastro dell’identità nazionale, non è detto che la nuova coalizione di governo riesca a realizzare la sua agenda. È molto eterogenea: i socialdemocratici sono affiancati dal Partito popolare socialista, e dai social-liberali. Al Folketing, l’assemblea monocamerale danese, sono cruciali i dodici voti della Enhedslisten, partito di sinistra radicale che sogna la Tobin Tax e una Danimarca fuori dall’Unione europea. «Una delle promesse importanti del nuovo governo ai danesi è che ridurrà, nei prossimi anni, le diseguaglianze tra ricchi e poveri», conferma a Linkiesta la Christensen. «Peraltro i Socialdemocratici non hanno ricevuto tanti voti quanti speravano, e loro e il Partito popolare socialista devono perciò fare dei compromessi con i Social-liberali guidati da Margrethe Vestager, che politicamente va più a destra».
Il teatro dell’Opera di Copenhagen e una vista della capitale della Danimarca (Flickr – Wojtek Gurak e Troels Dejgaard Hansen)
Il contrasto all’ineguaglianza passa dal rilancio del famoso welfare danese. Che davvero si prende cura dei suoi cittadini “dalla culla alla tomba”: chi ha un figlio riceve un generoso assegno annuale; gli studenti hanno diritto a un sussidio, e a prestiti statali a tassi agevolati; l’assistenza sanitaria è gratuita, universale e di qualità; l’attenzione agli anziani e ai disabili è forte. «Il welfare funziona bene in Danimarca, i cittadini ne sono parecchio contenti, e molta gente si direbbe anche pronta a pagare più tasse di quelle che già paga per avere servizi ancora migliori», racconta a Linkiesta la genovese Irene Biasioli, che vive ad Aarhus, grande città portuale nella Danimarca continentale «Ti posso assicurare che rispetto all’Italia i servizi sono molto, molto buoni. La sanità è organizzata molto bene. Qui il medico curante non si limita a prescrivere medicine e visite, fa tutto lui: se hai bisogno degli esami del sangue ti preleva il sangue, se devi fare un test ti chiama in ambulatorio ed è lui a occuparsene». Il fidanzato di Irene, Paolo Masulli, concorda. Laureato in matematica a Genova e a Copenaghen, sta conseguendo un dottorato all’Università di Aarhus. «Gli studi universitari sono gratuiti per i cittadini della UE – racconta – Quando facevo il master all’Università di Copenaghen non pagavo nulla. Il dottorato invece è considerato un impiego: io sono stato assunto dall’Università di Aarhus e quindi ho uno stipendio, e ho diritto a ferie, malattia, paternità».
Anche se molti danesi si sono spostati a destra negli ultimi anni (la Venstre, cioè i Liberali, resta il primo partito nazionale), il welfare resta popolare. Come spiega a Linkiesta la professoressa Karina Kosiara-Pedersen, politologa dell’Università di Copenaghen, «i fondamentali del nostro welfare ricevono un buon sostegno da un capo all’altro dello spettro politico. Solo l’Alleanza Liberale [un partitino liberista] vuole fare qualcosa di più drastico, ma alla fine neanche così tanto». Fondato sul principio che a tutti i cittadini devono essere garantiti certi diritti fondamentali in caso di malattia, disoccupazione o altre difficoltà sociali, il welfare danese è universalista. Proattivo. Decentralizzato. Funziona, ma costa. E molto. Se si vuole tenerlo in piedi, bisogna dunque far ripartire l’economia. Che nel 2012, secondo le stime del FMI, dovrebbe crescere di appena l’1,5%. Ecco perché il nuovo governo ha molteplici obiettivi: deve aumentare la produttività e la competitività salariale; rafforzare gli investimenti in ricerca e istruzione, e tenere il debito a freno. Il tutto partendo da condizioni generali non proprio idilliache.
«Anche la Danimarca è stata colpita dall’esplosione della bolla immobiliare-finanziaria e dal congelamento dei mercati finanziari internazionali avvenuti nella metà del 2008», spiega a Linkiesta Niels Blomgren-Hansen, professore emerito presso il dipartimento di economia della Copenhagen Business School. «Queste calamità non sono state immeritate [per la Danimarca]. Una politica fiscale rilassata, e la liberalizzazione del settore bancario, hanno generato una bolla dei prezzi degli asset, parzialmente finanziata da prestiti a breve. Quando i mercati sono crollati le banche hanno avuto difficoltà a rifinanziare i prestiti, i prezzi degli asset sono diminuiti molto e l’economia è stata colpita da una contrazione del credito. Il Pil è calato dell’1,1% nel 2008 e del 5,2% nel 2009, l’occupazione è scesa di circa 5 punti (un calo significativo rispetto a numerosi Stati)». Oggi la situazione del regno, però, è meno grave che in tanti altri Paesi. La disoccupazione è sì alta, ma per gli standard danesi, non europei. È vero che l’economia cresce poco, a causa del calo degli investimenti privati e dei consumi; le esportazioni tuttavia sono salite, e la bilancia dei pagamenti è in attivo.
Piste ciclabili a Copenhagen (Flickr – Mikael Colville-Andersen)
Come altri Paesi scandinavi, e nordeuropei in generale, la Danimarca esporta, bene e tanto. Sarà la posizione geografica favorevole, che la fa confinare con la locomotiva tedesca, e la colloca tra Mar Baltico e Mare del Nord; saranno le infrastrutture eccellenti; sarà il fatto che quasi tutti i danesi parlano un inglese splendido, o che Copenaghen è un hub regionale. Sta di fatto che la Danimarca è una piccola tigre dell’export. «Ci sono due ragioni principali per investire in Danimarca», dice a Linkiesta Niels Julien Onteniente, manager di Invest in Denmark. «La prima è che se si hanno clienti nei Paesi nordici, area molto ricca e con un alto potere d’acquisto, a un certo punto diventa necessario avere una presenza fisica e legale, e allora si può scegliere di aprire una sede in Danimarca, come hanno fatto molte società, che hanno lì il loro quartier generale regionale». I numeri colpiscono. Per esempio la percentuale di pmi danesi che esportano fuori dalla UE sono il 6,6%, contro il 3,9% della media europea. Nella classifica FT Global 500 2011 delle maggiori società per capitalizzazione, la Danimarca ha 3 campioni, come la Norvegia, e più della Finlandia: la farmaceutica Novo Nordisk; la Danske Bank; e la Møller-Maersk, colosso dell’estrazione petrolifera e soprattutto dello shipping (i suoi container sono noti ai pendolari italiani, che talvolta li avvistano sui treni della Val Padana). Bisogna essere chiari su un punto: i danesi credono nell’uguaglianza e nella solidarietà, ma pure nei benefici della globalizzazione e della concorrenza. Non potrebbe essere altrimenti: nel 2009 la Danimarca ha attirato quasi 8 miliardi di dollari in investimenti stranieri diretti (Fdi), più di Finlandia o Norvegia.
«La seconda ragione per investire da noi è l’ambiente imprenditoriale davvero buono. La flexicurity danese non è solo un brand. Significa che la Danimarca cerca di offrire le migliori condizioni possibili alle aziende», spiega Onteniente. «Abbiamo una legislazione molto liberale in materia di assunzioni e licenziamenti e questo è importante, anche perché quando un’azienda fa un grosso investimento lontano dal suo Paese d’origine, ha limitate informazioni locali e tende a commettere più errori. Dunque è importante essere in grado di licenziare una persona sbagliata più facilmente che altrove». Le statistiche sono dalla parte di chi investe in Danimarca. Il regno è forse il luogo meno corrotto del pianeta. È ottavo nella classifica della libertà economica. Dodicesimo in quello della competitività globale.
«La Danimarca è il sesto Paese al mondo dove è più semplice fare affari», sottolinea Chiara Dell’Oro, della Futura Camera di Commercio italo-danese ad Aarhus. 29 anni, sposata con un danese, la Dell’Oro spiega che non è difficile, per un imprenditore straniero, entrare nel mercato locale. «Le tempistiche relative agli adempimenti burocratici qui sono fortemente ridotte rispetto all’Italia, anche perché la dimensioni del Paese sono molto più contenute di quelle italiane. È minore la tempistica relativa all’espletamento di pratiche legali e allo svolgimento dei processi: ad esempio qui manca l’istituto del notaio. Per il danese la parola data conta molto più che per l’italiano, ma anche per la stipula di contratti scritti è tutto assai più veloce. Per l’acquisto di un immobile si passa solo attraverso il proprio avvocato: è lui a dover leggere il contratto, e quando dà l’approvazione l’atto viene stipulato senza ulteriori scartoffie».
Ancora, la pubblica amministrazione è davvero amica delle imprese. «È molto agevole, per esempio, gestire la propria attività senza neanche la necessità di trasferirsi fisicamente in Danimarca, perché sia il settore privato sia la pubblica amministrazione si appoggiano a una solida e avanzata struttura altamente informatizzata, che garantisce una comunicazione rapida ed efficiente per tutti gli utenti». Insomma, il sistema giuridico-amministrativo danese usa (davvero) internet, è trasparente e semplice. I cittadini ringraziano e ricambiano. Con una forte osservanza delle regole. Anche nelle piccole cose. «Io studio all’Università di Copenaghen, e all’interno c’è un bar gestito da studenti, con una lavagna che indica i prezzi – racconta Riccardo Traverso, studente veneziano di economia – Tu vai là, prendi da solo quello che vuoi, e versi i soldi indicati sulla lavagna, senza che nessuno controlli». Se il rispetto delle regole è uno degli ingredienti del capitalismo, il regno nordico dovrebbe essere il paradiso degli imprenditori. E in effetti fare impresa, in Danimarca, è più facile che altrove.
Bryggen e sotto la stazione di Dybbølsbro (Flickr – me, charlotte e SirPecanGum)
Anche quando si è giovani, stranieri e si vuole creare dal nulla una start-up high-tech. O almeno questa è la storia della Evertale, e di uno dei suoi fondatori, Matteo Danieli. Ventisette anni, vicentino di Sossano, dopo la doppia laurea in ingegneria a Padova e al Politecnico di Copenaghen Danieli è rimasto in Danimarca per un dottorato. «Dopo un anno e mezzo ho capito però che il PhD non faceva per me. Allora insieme a due amici italiani, Luca Ferrari e Francesco Patarnello, ho deciso di sviluppare l’idea alla base di Evertale – racconta – Pian piano la cosa è cresciuta sempre di più finché non abbiamo attirato l’attenzione di importanti investitori, e ora siamo qui, a Copenaghen, a lavorare al prodotto». Evertale è un’applicazione per smartphone che realizza in automatico una sorta di diario virtuale delle esperienze quotidiane dell’utente. Un’idea vincente, a quanto pare, dato che i tre hanno ricevuto finanziamenti da Mangrove, venture capital in Lussemburgo che ha fatto la sua fortuna investendo su Skype agli albori. Danieli è soddisfatto della sua scelta. «La Danimarca è un Paese che funziona. Vivendo in Italia pensi che certe cose siano destinate a non funzionare mai, e invece… La Danimarca è un esempio brillante di come le belle idee, tipo semplificare la burocrazia, o convincere la gente a lasciare a casa l’auto e andare in bici, possano essere implementate. Qui in Danimarca hanno un senso dello Stato molto più forte del nostro, si identificano nella cosa pubblica: non è come in Italia, dove lo Stato è un’entità nemica, che devi combattere, ad esempio cercando di pagare meno tasse possibili».
La tassazione in Danimarca è tra le più alte al mondo. Nel 2009 le entrate fiscali sono state pari al 48,2% del Pil. Più del 46,4% svedese. O del 43,5% italiano. Solo che lo Stato danese, in cambio delle tasse, offre molto. «Qui siamo davvero esigenti nei confronti dello Stato – dice l’italianista Giese – Gli italiani forse sono, in genere, più diffidenti, mentre noi danesi siamo molto esigenti, nel bene e nel male». Che una nazione con tasse così alte possa funzionare ha dell’incomprensibile, come l’enigma del calabrone, che vola anche se non dovrebbe. «Il calabrone danese può volare perché c’è un’interazione positiva tra il settore pubblico e il settore privato – spiega a Linkiesta Mogens Lykketoft, ministro delle finanze tra il 1993 e il 2000, e attuale speaker del Folketing – E anche grazie al cosiddetto modello danese della flexicurity, che significa che non è così costoso licenziare la forza-lavoro in esubero. Il modello però fa sì che nei periodi di crescita, come fu all’inizio degli anni Novanta in Danimarca, le società assumano più personale».
Socialdemocratico, famoso per il suo acume e il suo carattere forte, Lykketoft è autore di un testo, “Den Danske Model, en europæisk succeshistorie” (Il modello danese, una storia di successo europea) che cerca di spiegare come funziona la Danimarca.
Sette sono i punti di forza: un buon sistema d’istruzione, che fa sì che il regno abbia più iscritti all’università di Norvegia o Svezia; molte aziende piccole e dinamiche; una politica industriale liberale, che non corre al salvataggio delle imprese in difficoltà, ma protegge i cittadini dai monopoli privati; una politica economica che sostiene la crescita e il cambiamento nel settore privato; apertura ai mercati internazionali e alle nuove produzioni; la mitica flexicurity. E la flexicurity, di cui si parla tanto anche nel nostro Paese, ha due volti: da un lato consente agli imprenditori di licenziare più facilmente, incentivandoli però ad assumere (perché non assumere, se poi si è liberi di licenziare?); dall’altro offre una rete di sicurezza che garantisce sussidi di disoccupazione che in alcuni casi raggiungono il 90% dell’ultima paga. Naturalmente chi perde il suo impiego deve riqualificarsi, in modo da tornare competitivo sul mercato del lavoro.
Il porto di Nyhavn a Copenhagen e pale eoliche marine a Middelgrunden vicino la capitale (Flickr - AtilaTheHun e andjohan)
«Questa flessibilità è una sorta di compromesso storico, sviluppato non con un accordo specifico ma in molti anni, che dice: bene, è molto più facile assumere e licenziare, ma lo Stato deve occuparsi dei disoccupati. – spiega Lykketoft – Dunque si combina questa flessibilità nella fase di assunzione e licenziamento con un alto livello di protezione». Ed è proprio la flexicurity uno dei segreti del modello danese. Che anziché puntare sulla sicurezza del posto di lavoro, punta sulla sicurezza di lavorare. In realtà il testo di Lykketoft evidenzia altri due punti di forza dell’economia danese: il fatto che molte donne lavorino; e una fiscalità che aiuta chi fa impresa. Secondo la Banca Mondiale, nel 2010 le aziende danesi hanno versato al fisco circa il 29,3% dei loro profitti commerciali, contro il 30,1% di quelle svizzere, il 40,8% di quelle finlandesi e il 68,6% di quelle italiane. E se i datori di lavoro non devono versare contributi, sono invece significativamente più alte della media le tasse su redditi e consumi (comprare un’auto, in Danimarca, è un vero salasso).
Tra i vincitori del modello danese sembrano esserci i giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile, in Danimarca, è più basso che altrove: secondo Eurostat nel 2010 ha sfiorato il 14%, contro il 21,1% della media europea e quasi il 28% italiano. «Mi sto trovando molto bene, qui. In Italia non mi sentivo benaccetto come giovane – dice a Linkiesta Dario Zanotti, studente di diritto da Ravenna, in Erasmus a Copenaghen – Vivendo qui vedo che i giovani danesi hanno molte più possibilità. Alcuni studenti fanno due, tre lavoretti senza problemi e si riescono a mantenere da soli mentre in Italia è difficile. Qui in Danimarca non si capacitano del fatto che in Italia siano i genitori a pagare gli studi dei figli». Ma non è solo questione di lavoretti.
La società danese è giovane (gli abitanti sotto i 15 anni sono il 18%, contro il 15,4% dell’eurozona e il 14,2% italiano). Crede nel merito. Ed è poco gerontocratica. Il ministro delle finanze, Bjarne Corydon, ha 38 anni. E il suo collega che si occupa di fisco ha appena 26 anni. Il ministro dell’ambiente, Ida Auken, è nato nel 1978: due anni più giovane del collega addetto a ricerca, innovazione e istruzione superiore. Lo stesso primo ministro, Helle Thorning-Schmidt, ha 45 anni. E alcuni dei politici più promettenti del regno, come la super-socialista Johanne Schmidt-Nielsen (classe 1984), o la liberale Ellen Trane Nørby (classe 1980), in Italia sarebbero considerati ancora dei lattanti. «Penso che la Danimarca sia un Paese aperto in molti sensi. Vediamo che abbiamo molte donne in politica, e che questo nuovo parlamento è il più giovane d’Europa – racconta a Linkiesta Emilie Turunen. Danese, 27 anni, è il più giovane membro del Parlamento europeo, ma è già famosa per le sue battaglie a favore dei giovani europei – È normale che i danesi votino per giovani politici, perché è legittimo che i giovani abbiano un ruolo nella nostra democrazia, e che le nuove generazioni siano rappresentate».
Forse è anche perché crede nei suoi figli, che la Danimarca punta così tanto sulle energie rinnovabili. Già oggi il regno è tra i più importanti produttori di energia eolica del mondo (Vestas, colosso del settore, è danese). E per il 2050 sogna addirittura di affrancarsi dalle energie fossili. Un obiettivo molto ambizioso. Anche per un Paese così civile e progredito. Non esente da problemi, però. A cominciare da una certa auto-referenzialità culturale, che forse contribuisce a rafforzare forze di destra come il Partito popolare danese. Il terzo partito del regno, dopo Liberali e Socialdemocratici. Ma ben diverso da entrambi. Basta leggere una frase del suo programma per capirlo: «la Danimarca non è un paese d’immigrazione e non lo è mai stato. Perciò non accetteremo che sia trasformato in una società multietnica».
È il Partito popolare danese il principale artefice delle durissime leggi anti-immigrazione varate dalla Danimarca sotto il governo del centrodestra. Ironia della sorte, il partito è guidato da un’occhialuta signora di 64 anni che sembra più una bibliotecaria che un tribuno dalla retorica di fuoco: Pia Kjærsgaard. In Danimarca e all’estero la Kjærsgaard è spesso bersaglio di dure critiche. Che però non sembrano scalfire troppo il suo carisma, e il suo fiuto politico. «Anche se non ti piace quello che rappresenta, la Kjærsgaard è intelligente; un’intelligenza da classe lavoratrice – spiega a Linkiesta Olav Hergel. Giornalista influente, Hergel è autore di uno splendido thriller, Il fuggitivo (Iperborea), che mette a nudo le contraddizioni dei media e della politica danesi – Credo che la Kjærsgaard rappresenti una parte non-progressista della società danese. Ci sono molti danesi che, pur non essendo poveri, hanno mezzi limitati, sono poco istruiti o anziani e queste persone, tagliate fuori dalla società e da internet, amano il modo in cui la Kjærsgaard parla della Vecchia Danimarca, dei vecchi valori danesi». Hergel si sofferma a lungo sulla questione, che conosce bene. «Ciò che la Kjærsgaard dice piace a molta gente, piace alla classe lavoratrice. E infatti molti sondaggi dicono che sono proprio i meno istruiti, quelli con i redditi bassi o che non parlano inglese, a votare la Kjærsgaard. Ecco perché, sotto molti aspetti, lei è una socialdemocratica vecchio stile. Ma per una cosa non è affatto di sinistra: quando si tratta di stranieri o immigrazione, è davvero di destra».
Se il Partito popolare rimane il terzo partito di Danimarca è appunto perché molti danesi temono il multiculturalismo. Abituati come sono a un Paese piatto. Piccolo. Culturalmente e linguisticamente omogeneo. Non a caso nell’agosto del 2011 l’allora ministro per l’immigrazione e l’integrazione, il liberale Søren Pind, in un’intervista al Copenaghen Post paragonava i danesi a un popolo di hobbit (facendo riferimento al Signore degli Anelli di Tolkien), felici di bere la loro birra e starsene in disparte a chiacchierare. A una società timida e tribale. Un giudizio in parte corretto, quello di Pind. «Fondamentalmente, la società danese odierna è il prodotto storico della vecchia società agraria del passato. Una società molto unita, di cui abbiamo adottato tanti valori e usi basati sul consenso e il basso profilo – spiega a Linkiesta il professor Knud J.V. Jespersen, dell’Università della Danimarca Meridionale, e autore de “A History of Denmark” (Palgrave MacMillan) – Non parlerei però di “ritribalizzazione” [della società danese], piuttosto il contrario. È meglio parlare di una “detribalizzazione”, sviluppatasi sotto l’influenza della globalizzazione e della crescente immigrazione, che sta rapidamente trasformando la mentalità e l’autopercezione nazionale. Anche l’adesione all’Unione europea nel 1973 ha contribuito a tale graduale ma fondamentale trasformazione. Per come la vedo io, oggi la maggioranza dei danesi è più aperta e “detribalizzata” che mai; e questo nonostante gli sforzi del Partito popolare danese di fare appello alla paura verso gli immigrati, e a una specie di danesità tribalizzata». Il giudizio di Jespersen non può che far piacere. Perché anche se la Danimarca forse non sarà mai «il modello a cui gli altri Paesi europei guarderanno nei secoli a venire», potrebbe senz’altro offrire qualche buono spunto agli italiani. Meritocrazia, flessibilità e uguaglianza non sono valori solo dei danesi.
domenica 1 gennaio 2012
Risposta a Natalino Grigolato. Note sul liberismo e l'attuale governo dell'Italia
Rispondo ad un post di Natalino Grigolato e a una polemica garbata sul liberismo.
Caro Natalino, ogni tanto lo leggo il tuo Blog e apprezzo il tuo stile diretto, di uno che parla attraverso la sua biografia e il suo impegno personale e non dice le cose tanto per dire. Ho letto il tuo post sul discorso di Napolitano e ci sono molte cose che non mi convincono. Riesco a percepire dietro le tue parole un certo sollievo nel vedere al governo “gente seria” e non una banda di malfattori capitanati da un anziano malato e corrotto, capace di esasperare la massimo grado gli aspetti già ampiamente deteriori della nostra Italia. Traspare inoltre una forte preoccupazione nei riguardi di quello che tu ritieni un populismo pericoloso, incarnato dai Grillo, dai Travaglio e dai Di Pietro, con le sue connotazioni antipartitiche e perciò stesso estraneo ad una corretta dialettica istuzionale. La qual cosa ti induce a mio avviso a considerare il governo Monti come un solido argine all'irrazionalismo della politica. Non sono del tutto d'accordo con questo discorso, ma lasciando da parte i peronisti nostrani e tornando al tema del liberismo, non puoi non ammettere che questi signori del governo si muovono in tutto e per tutto dentro il dettato dell'ideologia liberista. La manovra di Monti, sostenuta da Napolitano e considerata da questi imprescindibile pena il disastro, è una manovra recessiva, che penalizza pensionati e ceti poveri, accanendosi contro di essi con un furore che sa quasi di vendetta, lasciando intatti privilegi e rendite parassitarie. Tempo al tempo dirai, ma l'impronta è quella, non si scappa: si fa cassa con le pensioni, bloccando la rivalutazione di pensioni già misere e costringendo a rimanere al lavoro gente già stanca e usurata, si bloccano i contratti degli statali, si tolgono soldi dalle tasche di chi ne ha già pochi con aumenti di prezzi e tassazioni varie (ICI-IMU, accise carburanti, addizionali IRPEF regionali e quant'altro). C'è poi il capitolo dello "sfoltimento della giungla delle detrazioni fiscali", che non sappiamo ancora - io perlomeno nella mia ignoranza non l'ho capito - quanto colpirà le rendite da capitale e quanto le famiglie. Tutto questo inseguendo il feticcio del “pareggio di bilancio”, cosa che a me pare una solenne fregatura, perché spaccia per realtà oggettiva dell'economia una visione del tipo pater familias, dove il padre oculato e saggio tiene in ordine i conti della casa. Strano a dirsi ma i paesi come il Giappone e come Gli Stati Uniti che se ne infischiano del debito stanno molto meglio di noi (anche perché beati loro battono moneta propria) e forse ha ragione Barnard quando dice che “il più grande inganno del secolo” è quello di farci credere che lo stato non debba più andare in debito. Se poi guardi alla storia recente dell'Argentina ad esempio, dove un gangster come Menem ha svenduto il suo paese pezzo per pezzo seguendo i dettami del FMI, portandolo alla bancarotta, ti rendi conto che ci sono molte cose che non funzionano nella visione “realistica” dei professori. Mi spingo a dire che forse è vero che siamo in una trappola e non possiamo fare molto altro: l'Italia è incardinata in un sistema di regole e di comportamenti che non ammettono deviazioni o “distorsioni” di alcun genere, pena la fuoriuscita dal club di quelli che contano. Insomma ci troviamo, quelli come noi che si dicono dalla parte degli ultimi della terra, a giocare una partita con delle regole ingiuste, perché permettono ad una delle squadre in competizione di giocare usando mazze da baseball contro gli avversari e giudicano falloso il solo levar di ciglia dei giocatori dell'altra squadra, eppure siamo costretti a giocare secondo quelle stesse regole: il gioco quello è, quelle sono le regole e non ci sono altri campi su cui giocare. Malgrado tutto non possiamo accettare questo dato di fatto in maniera passiva, capisco che ci muoviamo su un crinale pericoloso, ma se dobbiamo giocare con dei bari, dobbiamo almeno mantenere un minimo di sangue freddo e invocare altre regole e altri giochi.
Forse è vero che non siamo al reganismo, né al tatcherismo, ma non siamo certo fuori da un'ottica mercatista di stampo liberista: guarda al salvataggio delle banche, too big to fail, alla compressione del costo del lavoro e al peggioramento delle condizioni lavorative, all'ampliamento della forbice fra ricchi e poveri, all'ossessivo ritornello della crescita (fin dove, considerato che viviamo in un sistema di risorse limitate ?), al tema spinoso delle privatizzazioni e dei beni comuni, considerati come enclosure tranquillamente spendibili per "vivacizzare" e rendere più dinamico il mercato. Guarda a organismi come il WTO che usa due pesi e due misure nello stabilire regole di libero scambio, mortificando le economie nazionali. Mi dirai, d'accordo, ma cosa c'entra Napolitano con tutta questa solfa? Purtroppo c'entra eccome. Questo sistema è un unicum all'interno del quale Napolitano e Monti si riconoscono perfettamente e al quale conferiscono un valore normativo.
Non ce l'ho con Napolitano e non voglio apparire un disfattista, ma non posso tacere sul fatto che questo governo si muove in acque non proprio limpide e sulla scorta di una filosofia che da quanto dici anche tu aborri.
Ho sempre pensato che la soluzione a questa situazione paradossale possa venire solo da un movimento globale, un movimento che riesca, in virtù della propria forza, a far sedere i suoi rappresentanti ad un tavolo con i grandi della terra e concordare un cambiamento radicale dello stato di cose presenti, che pone le diseguaglianze sociali e il dislivello fra nord e sud del mondo, come premesse di un corretto funzionamento dell'economia. Un paradosso direi inaccettabile sia dal punto di vista umano che da quello della logica formale.
Al momento vedo molta buona volontà e poca concretezza, anche in movimenti come quello degli “indignati”, ma credo che quella sia l'unica strada. Nel frattempo cerchiamo di tenere almeno gli occhi aperti e non facciamoci incantare dalla maschera pacata del liberismo che dietro la sobrietà dei toni nasconde l'arroganza del pensiero unico.
Iscriviti a:
Post (Atom)
-
Il senso della sinistra per la fregatura Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintantoché è ...
-
di Tonino D’Orazio Renzi sfida tutti. Semina vento. Appena possono lo ripagano. Che coincidenza! Appena la legge anticorruzione app...