giovedì 12 maggio 2016

Il terrore del Brexit



di Tonino D’Orazio

Non c’entra l’Europa storica dei popoli, della Comunità che la compongono e che vorremmo, ma si tratta solo di pura economia mercantile, come sempre. Tralasciando il terrorismo popolar-nazionale, introdotto da un intervento a gamba tesa di Obama con velate minacce (sicuramente stupide conoscendo l’orgoglio dei britannici verso la ex-colonia); tralasciando anche il “al lupo, al lupo” su una vicinissima terza guerra mondiale, (Cameron: “Europa a rischio di guerra”) che non si sa ancora con chi, ma si può pensare alle ricorrenze secolari con la Germania, essendo l’ultima ancora impressa nella memoria dei più anziani, oppure al solito “blocco economico” (sempre sfociato in guerre) questa volta alla Russia, cosa resta veramente?
A meno che si riferiscono al fatto che due paesi guerrafondai come Israele e gli Emirati arabi hanno appena aderito (4 maggio) all’organizzazione Nato, che sposta sempre più ad est il proprio “impegno” democratico in compagnia di veri e propri stati canaglia.
I britannici, a suo tempo, si erano già opportunamente sganciati dalla predominanza europea €uro-Germania, rimane ora un semplice passo per sganciarsi da una Unione che comunque si sta sfaldando sia nei principi che nella ormai stanziale economia dell’austerità, con in appendice un rigurgito nazifascista impressionante, che inizia a lambire anche il Regno tramite gli euroscettici.
Lo scontro, e non poteva essere da meno, si sviluppa sull’economia e quindi sul futuro del Regno Unito. Sui soldi.
Due recenti valutazioni di economia di Brexit, dal Tesoro e da un nuovo Gruppo che si autodefinisce “economisti per Brexit”, si sono scontrate e arrivano a conclusioni diametralmente opposte, ammettendo in effetti come l’economia non sia una scienza esatta. Cioè abbastanza aleatoria e adattabile in autoconservazione di volta in volta. Molte rivendicazioni vengono pubblicate con previsioni quasi meteorologiche, con sottili differenze che rendono difficile il confronto diretto, per cui gli elettori, ormai confusi, si chiedono a chi credere. Se nemmeno i numeri portano certezza, allora che fare?
Infatti gli economisti utilizzano sofisticati modelli per generare le proiezioni di futuri sviluppi dell'economia. In genere, questi modelli si basano su una serie di ipotesi fisse su ciò che potrebbe accadere in assenza di qualsiasi cambiamento. Vi inseriscono poi, di volta in volta, un elemento per valutare come la modifica potrebbe influenzare l'economia, incrociando successivamente altri elementi ipotetici.
Salvaguardando le debite proporzioni penso sia la stessa tecnica utilizzata dalla cartomante dell’angolo, che ricade successivamente sempre in piedi sulle previsioni anche se sballate.
Lo studio del Tesoro rappresenta il punto di vista del governo. George Osborne, il Cancelliere dello Scacchiere, dice che a lungo termine, (2030), se si lascia l’Unione, una famiglia media ci rimetterebbe circa 7.000€/annui. Il dato rappresenta una serie di stime basate su diversi scenari su come il rapporto commerciale del Regno Unito con l'UE si evolverebbe dopo un Brexit. La proiezione di fondo è che il PIL sarebbe 6,2 per cento più basso di quello attuale, da cui la perdita delle famiglie. Insomma una buona iniezione di paura individuale, tenuto conto del già dimagrimento dei redditi famigliari di questi ultimi 20 anni, (dalla Thatcher e Blair in poi) oltre ovviamente la guerra.
Il Cancelliere è nettamente contraddetto dal nuovo Gruppo di economisti che sostengono che Brexit si tradurrà in un risultato economico migliore che rimanere nell'Unione europea, visti anche i risultati economici positivi dei paesi fuori dall’€uro. Non forniscono lo stesso tipo di dati come quelli del  Cancelliere, ma uno dei suoi membri, Patrick Minford, calcola il 3,5/3,7 % di perdita del PIL in “costi correnti” continuando invece l'adesione all'UE. Essi sottolineano altresì, nel rimaneerci, effetti molto negativi a lungo termine sul PIL del Regno Unito, derivanti da impegni pensionistici a ripartizione in molti Paesi dell'Unione Europea, una volta che i comunitari saranno rientrati nei loro paesi, con la sterlina come moneta forte. Un po’ quello che paventa in prospettiva l’Inps da noi per gli immigrati.
Nell'esercizio del Tesoro, l'obiettivo principale è su come il commercio aumenterà il PIL e parte dal concetto abbastanza fondato che il commercio è sempre più intenso tra paesi geograficamente vicini l'uno all'altro. Cioè che comunque il Regno Unito manterrà il suo accesso ai mercati dei paesi terzi, anche se diminuisce l'accesso diretto alla UE. Il rischio è che vi sia una riduzione degli investimenti esteri diretti nel Regno Unito e una diminuzione della produttività che rallenterebbe la sua crescita e un nuovo concetto ritrovato di dazi. Rischio inesistente invece per il Gruppo, vista la forza mondiale, la ricchezza e le capacità storiche della Borsa di Londra.
Gli otto economisti del Gruppo Brexit valutano una serie di effetti positivi sulle prospettive economiche del Regno Unito, tra cui la deregolamentazione, il regime commerciale, l'immigrazione, la posizione comunque sempre mondialmente preminente della City di Londra e le finanze pubbliche. Gli assunti di base sono che i prezzi scenderanno, a vantaggio dei consumatori, vi sarà un guadagno enorme svincolandosi dalle regolamentazioni UE (-2% in tasse) e vi sarà, inoltre, un guadagno immediato per le finanze pubbliche nel non dover più contribuire al bilancio dell'UE. Ipotesi ritenuta discutibile poiché il bilancio dell’Unione è un dare e un avere, pari per i britannici, se non con qualche beneficio, al contrario degli italiani che ci rimettono miliardi.
Anche sulla eventuale perdita di reddito delle famiglie i dati non concordano, perché se si intende il “procapite”, invece che il “nucleo famigliare”, potrebbe essere di appena 2.000€, sempre considerando il Brexit un peggioramento e non un vantaggio. In quest’ultimo caso il rischio verrebbe annullato e ci sarebbe invece maggiore redistribuzione.
In sintesi, le due relazioni sono solo ipotesi e gli elettori si pongono la domanda se questi presupposti sono credibili o sono un sacco di sciocchezze. E chissà quante ce ne saranno fino al 23 giugno.
Intanto la paura del Brexit si sta estendendo a tutti gli altri paesi dell’Unione, anche se pochi ne parlano per scaramanzia. IPSOS Mori è la più grande società di ricerche politiche e sociali in Gran Bretagna, ed una delle prime al mondo. Dice, per esempio, che sugli effetti traumatici dell' Unione monetaria per l'Italia, quasi in fallimento bancario, Roma determinerà il destino dell'euro. Il sondaggio MORI mostra che il 58% dei francesi vogliono il referendum ed il 41% dicono che voterebbero per lasciare l'U€. Il sentimento Swexit in Svezia è al 39%. la metà degli intervistati nei paesi che compongono l'80% della popolazione europea pensa che il Brexit scatenerebbe un effetto domino; il 51% ha detto che il Brexit avrebbe un impatto negativo sull'economia europea, rispetto al 36% che pensa che sarebbe un male per l'economia della Gran Bretagna.
Non si sa ancora cosa pensa il popolo olandese, dopo che Bruxelles lo prende in giro già per tre referendum.
Ma gli effetti non farebbero che confermare la diaspora e le diatribe profonde attuali, e forse irreversibili visti i partiti nazionalisti alla riscossa, tra i vari paesi che  compongono la stanca, disastrata e dissanguata Unione. E non più solo di soldi si tratta se ormai viene meno la fiducia e la democrazia.

E se la Clinton non fosse meglio di Trump?



E se la Clinton non fosse meglio di Trump?: di Carlo FormentiLa gara presidenziale americana assume contorni sempre più definiti: da un lato Trump, che ha sbaragliato i contendenti, malgrado l’apparato Repubblicano abbia speso fino all’ultima goccia di energia (e di milioni, inut

lunedì 9 maggio 2016

Dino Greco sull’Euro

da rifondazione.it

 Rifondazione dovrebbe ascoltare la parole di persone come Dino Greco, Emiliano Brancaccio e Mimmo Porcaro e sbrigarsi ad assumere una linea chiara e coerente su euro ed Europa. 
A mio modestissimo parere una forza politica come quella di rifondazione comunista ha come unica possibilità di rilancio dell'iniziativa politica, quella di rappresentare un ampio fronte politico-sociale che da sinistra si pone in posizione critica su euro ed Europa. Parlo di realtà come quelle che si riconoscono nel sindacalismo di Giorgio Cremaschi, dei vari partiti e movimenti sovranisti (malgrado il dileggio di certuni fra di loro vi sono persone serie e competententi), del Movimento Essere Sinistra, di cui non conosco la consistenza numerica, ma del quale conosco la serietà e l'impegno, e molte altre realtà locali che è persino difficile ricordare, realtà che prese isolatamente non hanno alcuna possibilità di emergere in un panorama mediatico dominato dal liberismo e dalle sue diverse declinazioni, ma che potrebbero raggiungere la fatidica massa critica una volta unite. Forse è utopia, forse queste realtà non hanno alcuna voglia di dialogare fra loro, ma vale comunque la pena di tentare.
Rifondazione può essere il fattore x in grado di coagulare realtà diverse e non comunicanti fra loro. Deve solo decidersi a sciogliere le sue ambiguità e smettere di dare retta agli europeisti senza sè e senza senno. Poi, una volta acquisito forza e credibilità potrà tornare a confrontarsi con loro. Se proprio non può farne a meno.

 
La Lega cerca – con preoccupante successo – di egemonizzare il movimento antieuropeista su una linea di populismo reazionario, xenofobo, di marca dichiaratamente lepenista.
Assistiamo persino al tentativo di capitalizzare a destra lo stesso straordinario successo di Syriza nelle elezioni greche oscurandone l’imprinting radicalmente anti-liberista.

Anche il M5S cavalca l’onda, sebbene con un profilo più basso e confuso, esibendo come distintivo identitario la pura e semplice propagandistica uscita dall’euro (il referendum).
L’agognato ritorno alla moneta nazionale non è tuttavia auspicato da costoro per restaurare diritti espropriati (welfare, diritto del lavoro), o per proteggere i salari, o per ostacolare il processo di privatizzazione selvaggio, o per definire nuove regole per il commercio e controllare la circolazione dei capitali, o per pubblicizzare banche e asset nazionali.
Tutto il contrario.
Si tratta di un nazionalismo autarchico e reazionario che si sdraia su un senso comune sempre più diffuso e sulla crescente disperazione di un popolo che non sa più a che santo votarsi, per lucrarne un vantaggio politico-elettorale a buon mercato.

E noi?
Noi comunisti nel congresso abbiamo detto: “disobbediamo ai trattati!”, facciamo leva sulle contraddizioni del monetarismo Ue a trazione tedesca, sottraiamoci al ricatto del moderno “Mago di Oz”, di un’Unione europea che gioca con carte truccate.

Ma cosa vuol dire, in concreto, disobbedienza?
Come si declina questa linea, al centro ed in periferia, vale a dire nelle regioni, nei comuni, nelle politiche di bilancio e fiscali?

Ancora: cosa vuol dire opporsi al patto di stabilità che impedisce persino ai comuni “virtuosi” di spendere risorse disponibili?
Ebbene, noi non l’abbiamo ancora detto, col risultato che la nostra proposta rimane chiusa in quella parola, non si traduce in una politica e in una mobilitazione.
Dunque “non morde”, “non si vede”, “non seduce”. E rimane in una “terra di mezzo”, priva di realtà, vaso di coccio fra vasi di ferro.

L’analisi da cui dovrebbe in realtà prendere le mosse ogni scelta politica razionale ed efficace non può accontentarsi di una critica rivolta al liberismo “in generale” e ad un processo di unificazione europea che non avrebbe portato a compimento il suo più ambizioso progetto politico perché rimasta a metà del guado e perché diventata, via via, preda degli spiriti animali del capitalismo. Per cui oggi si tratterebbe di costringere il manovratore a venire a più equi patti, introducendo qualche variante negli ingranaggi esistenti, qualche artifizio economicistico, qualche espediente di tecnica monetaria capace di mutarne l’indirizzo di fondo.
Per capire compiutamente di fronte a cosa ci troviamo non sarà inutile partire…da noi, vale a dire dalla Costituzione italiana del’48.
Ebbene, la C.I. non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza. Anzi: l’articolo 41 dice con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.
Dunque, la C.I. – in termini di principio e prescrittivi – affida alla legge (e dunque all’autorità pubblica) il disegno globale dell’economia, esattamente per la ragione che Palmiro Togliatti espose nel dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea Costituente (1947) intorno al tema delle “Relazioni economico-sociali” e a quello che diventerà poi il Titolo III della Carta. E cioè che “il non intervento dello Stato in una società capitalistica equivale ad un intervento a favore della classe dominante”. Vale a dire “al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è economicamente più debole”.
Ciò di cui si incarica la C.I. è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.
Ebbene, la decisione di sistema enunciata dall’ordinamento comunitario è radicalmente opposta (antinomica, direbbe il filosofo) rispetto a quella contenuta nella nostra Costituzione.
Perché i trattati sottoscritti a Maastricht nel 1992 e tutto quello che ne è seguito mirano a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”.

Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”.
Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.
L’esigenza di una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico “dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto).
Esattamente come nella teoria liberale classica, lo Stato ha la funzione di assicurare e proteggere da ogni e qualsiasi turbativa la proprietà e il modo capitalistico dell’accumulazione privata.
Così stando le cose, tutti i diritti sociali storicamente conquistati dalle classi lavoratrici diventano, nella loro integralità – primo fra tutti il diritto al lavoro – come altrettanti limiti all’esercizio stesso del diritto di proprietà.
Il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiustificato, a condizioni di lavoro sane, sicure, dignitose, la protezione in caso di perdita del posto di lavoro cessano di essere “giuridicamente vincolanti”.
Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”.

Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del TUE.
In conclusione: mentre la nostra costituzione rifondeva le tradizioni cattolica-comunista-socialista allo scopo di collocare lo Stato – e in esso il lavoro – in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.
La C.I. pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Ue impone un ordine di libertà per il compimento degli affari.
Il fatto è che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario: l’architettura monetaria che esso ha posto al suo fondamento (e che trova nell’euro non già un sottoprodotto fenomenico, ma il proprio funzionale apparato strumentale) serve appunto a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa.
La complessa impalcatura monetarista si configura cioè come la specifica risposta strategica del capitalismo continentale (a egemonia tedesca) alla caduta del saggio di profitto e la condizione, dentro un quadro politico-sociale in rapida mutazione reazionaria, per riplasmare l’economia nella conservazione di rapporti capitalistici di produzione fortemente compromessi dalla crisi.
L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre strutturalmente i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista, con l’obiettivo di rendere strutturale l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione necessaria in una fase storica in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire ad offrire agli investimenti un adeguato rendimento.
Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica (nell’accezione marxiana) che coinvolge la struttura economica, cioè il modello di accumulazione, i rapporti sociali e di proprietà, la sovrastruttura politica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che tiene insieme l’impasto:
il modello di accumulazione: attraverso la costruzione di un paradigma che produce e riproduce il capitale finanziario, parassitario e speculativo;
i rapporti di proprietà: attraverso la spoliazione della proprietà pubblica, la privatizzazione integrale, la messa a profitto di tutto ciò che può assumere i caratteri della merce, la reductio ad unum delle 4 forme di proprietà previste dalla Costituzione repubblicana (statale, privata, comunitaria, cooperativa);
la superstruttura politica e giuridica: attraverso la sterilizzazione del parlamento e l’annichilimento della democrazia rappresentativa in favore della concentrazione di tutto il potere negli esecutivi; lo stravolgimento del modello elettorale in funzione maggioritaria, bipartitica e in forma tendenzialmente presidenziale;
la superstruttura culturale e ideologica: sostenuta da un imponente apparato mediatico, che ha sradicato nella coscienza di larghe masse ogni anelito solidaristico per sostituirvi la concezione individualistica e iper-competitiva della borghesia liberale classica.

L’Europa odierna è dunque tutto meno che uno spazio neutro, più efficace per la lotta nello stato nazionale.
Non è vero che lo spazio statuale più grande, quello europeo, sia il modo migliore per sviluppare la controffensiva di classe al livello del capitale; esso lo è solo quando consente alla classe dominata di esprimere la propria autonomia politica. Quando il dominio di classe assume forma nazionalistica si deve essere internazionalisti, europeisti e in qualche caso autonomisti. Quando invece, come succede in Europa, quel dominio passa proprio attraverso la distruzione dello stato nazionale, si deve elaborare un nazionalismo democratico orientato verso una nuova Europa confederale.

L’Europa non è un soggetto politico che aiuta il multipolarismo e contiene l’espansione Usa, considerato che siamo alla vigilia della sottoscrizione del devastante trattato di libero scambio transatlantico che consegnerà alle multinazionali, ai più rapaci players economici internazionali il potere – con tanto di legittimazione giuridica e tribunali al seguito – di subordinare all’attesa di profitto ogni aspetto delle legislazioni nazionali, mettendo la mordacchia ad intere Costituzioni nazionali.
L’Europa non è neppure un’entità sovranazionale che riequilibra le legislazioni e prepara un assetto federativo.
La costruzione forzosa di un’unica area valutaria aumenta la divaricazione fra i paesi perché impone una moneta unica ad economie del tutto diverse. E perché questa moneta “incorpora” le “virtù” del marco: deflazione, indipendenza della Bce e stabilità monetaria, i tre dogmi su cui è costruito l’euro, le tre cause, o concause, della distruzione dell’unità europea.

L’euro serve anche a rendere stabile la gerarchia fra nord e sud, fra paesi creditori e paesi debitori.
Il comportamento del creditore nord-europeo è solo apparentemente illogico. Perché incaponirsi in politiche che riducendo la domanda dei paesi debitori, riducono il mercato per i prodotti del nord, considerato che il 70% delle esportazioni di quei paesi avvengono nell’area europea?
Per due motivi: perché diminuire il salario dei lavoratori del sud, in buona parte terzisti del nord, significa diminuire i prezzi dei prodotti del nord stesso; e perché la generale deflazione del sud abbatte il costo del patrimonio industriale ed immobiliare dei paesi colpiti. La logica che guida queste scelte è una logica semi-coloniale, che punta a costruire un sistema industriale ed un mercato del lavoro duali, concentrando la proprietà nelle mani del nord e trasformando il sud in un mare di mano d’opera a basso costo.
La logica dell’euro è la più cocente smentita di chi crede che l’Unione europea sia terreno più favorevole per la lotta di classe.

L’Europa è oggi un meccanismo non democratizzabile perché distrugge deliberatamente, con metodo, il solo soggetto che potrebbe democratizzarla: il lavoro.
Non è forse superfluo ricordare la lettera a firma congiunta con cui alla fine del 2011 Draghi e Trichet intimavano all’Italia di mettere mano a pensioni, salari, diritti del lavoro e privatizzazioni e come Napolitano abbia investito poi Mario Monti del ruolo di esecutore testamentario di queste direttive; o il documento con cui J.P. Morgan, nel maggio del 2012, ribadiva lo stesso concetto, con un “taglio”, per così dire, più sistemico, dove ad essere messe all’indice erano le costituzioni antifasciste troppo venate di socialismo; o – per tornare a casa nostra – la determinazione con cui il compito demolitore del giuslavorismo moderno è stato mirabilmente interpretato da Matteo Renzi.

Uno sguardo alla situazione della Grecia
Ha ragione Emiliano Brancaccio: le ricette della troika saranno ricordate come uno dei più colossali inganni nella storia della politica europea.
La Grecia le applica già da 4 anni con enormi (e crescenti) sacrifici per la popolazione.
Rispetto al 2010 la pressione fiscale è aumentata di 8 punti percentuali rispetto al pil e la spesa pubblica è diminuita di quasi 4 punti, corrispondenti ad un crollo di 30 mld;
i salari monetari sono caduti di 12 punti percentuali e il loro potere d’acquisto è precipitato in media di 14 punti, con picchi negativi di oltre 30 punti in alcuni comparti.

La Commissione europea ha sempre sostenuto che queste politiche non avrebbero depresso l’economia. Ma le sue previsioni sull’andamento del pil greco sono state totalmente smentite: per il 2011 la Commissione previde un pil stazionario, che in realtà crollò di 7 punti; per il 2012 annunciò addirittura una crescita di un punto, e fu sconfessata da una caduta di 6 punti e mezzo; nel 2013 la previsione fu di crescita zero, e invece il pil greco precipitò di altri 4 punti.
Anche per il 2014 si registra uno scarto fra le rosee previsioni di Bruxelles e la realtà dei fatti ad Atene.

La verità, che ormai riconoscono a denti stretti persino al Fmi, è che le ricette della Troika rappresentano la causa principale del crollo della domanda e della conseguente distruzione di produzione e occupazione avvenuta in Grecia: negli ultimi 5 anni, ben 800.000 posti di lavoro in meno.
Né si può dire che tali ricette abbiano stabilizzato i bilanci: il crollo della produzione ha implicato un esplosione del rapporto fra debito pubblico e pil, aumentato in 5 anni di 30 punti percentuali.
“Questi soggetti – osserva ancora Brancaccio – stanno ottenendo quello che volevano: perché dovrebbero mutare la loro posizione a seguito di una vittoria di Tsipras? Al limite offriranno un’austerità appena un po’ mitigata, un piatto avvelenato che – se accettato – condannerebbe Syriza alla stessa agonia che ha ridotto ai minimi termini il Pasok di Papandreu.”
Il rigetto di una parte del debito accumulato sarebbe una soluzione logicamente razionale. Un problema, tuttavia, esiste: la disapplicazione unilaterale del Memorandum, il ripudio anche solo di una parte del debito indurrebbe la Bce a bloccare le erogazioni e determinerebbe una nuova crisi di liquidità.
A quel punto la Grecia e il suo nuovo governo di sinistra sarebbero costretti ad abbandonare l’euro per tornare a stampare moneta nazionale.

Ora, il Qe varato dalla Bce è stato rappresentato come il tentativo di correggere – di fronte al generale scivolamento deflattivo – lo sciovinismo economico rigorista di marca tedesca.
La Banca centrale si è sì decisa – sia pure in una forma edulcorata, cioè scaricando la parte di gran lunga più cospicua dei rischi sulle banche centrali dei paesi membri – a stampare moneta per l’acquisto massiccio di titoli del debito nazionali. Peccato che gli acquisti di titoli di Stato non avverranno – a differenza di quanto avvenuto negli Usa e in Giappone – rastrellandoli sul mercato primario, direttamente dagli organi emittenti, cioè dai ministeri del Tesoro dei singoli stati. Gli acquisti saranno fatti sul mercato secondario, cioè dalle grandi banche della zona euro. “Si tratta, quindi – come osserva Domenico Moro – dello stesso meccanismo già deciso da Draghi nel 2011, e basato sull’offerta di liquidità a tassi ridottissimi alle banche affinché acquistassero titoli di Stato. Una mossa che non ha sortito alcun effetto positivo sull’economia e sull’occupazione, che hanno continuato a peggiorare. Infatti, la liquidità erogata dalla Bce non si tradusse in prestiti alle famiglie dei salariati, agli artigiani e alle piccole imprese, ma rimase nelle banche”.

“Ad avvantaggiarsene – continua Moro – furono le banche stesse che guadagnarono sul differenziale tra i finanziamenti a tasso zero della Bce e gli interessi pagati dallo Stato. Il risultato fu che i bilanci delle banche, gravati dalle perdite della crisi del 2007-2008, migliorarono notevolmente, grazie alla crescita degli utili.
Un meccanismo simile si verificherà anche questa volta. Di fatto, l’operazione è a carico delle singole nazioni. Insomma, dove sta la svolta, dov’è la solidarietà e l’azione finalmente combinata a livello europeo?
Il rischio sovrano si è internalizzato ancora di più, con sollievo della Germania.
In terzo luogo, gli acquisti verranno effettuati non selettivamente, in base alle difficoltà dei singoli Stati nel finanziare il proprio debito, ma in modo proporzionale alle quote di capitale detenute dai singoli stati nella Bce. Dunque, la Germania, che paga già interessi reali già negativi sul suo debito, verrà “beneficiata” da questa operazione in proporzione come la Grecia che paga alti tassi d’interesse”.

“Dunque – conclude Moro – l’obiettivo di Draghi non è quello di rilanciare il Pil, cioè la produzione, e l’occupazione, ma di tenere alti i profitti delle banche e delle grandi imprese soprattutto multinazionali.
Il Qe ha come obiettivo il contrasto alla deflazione, perché questa riduce i profitti o ne inibisce l’aumento, in quanto il calo dei prezzi erode i margini operativi delle imprese. Una inflazione troppo forte beneficia i debitori rispetto ai creditori e questo è eresia in un ambiente capitalistico, soprattutto per le banche. Ma l’inflazione troppo bassa o peggio la deflazione erodono i profitti. Inoltre, il Qe ha già cominciato a svalutare l’euro rispetto al dollaro e altre valute, facilitando le esportazioni che sono pressoché di esclusiva pertinenza delle imprese di grandi dimensioni e multinazionali”.
Si tratta di segni piuttosto evidenti che l’ingranaggio è in crisi, che le misure adottate non fanno che confermare il carattere organico della crisi capitalistica e, ancora, che la diga eretta per scongiurarne il cedimento rischia di rivelarsi alquanto fragile poiché la manovra rimane pur sempre incardinata sull’impalcatura monetaria che ha prodotto l’austerity e non è arduo prevedere che i suoi effetti si riveleranno del tutto modesti.
Allora, tornando al tema iniziale, attenzione a spiegare che se si mette in discussione l’euro significa essere anti-europei;
attenzione a dire che la rivendicazione della sovranità popolare (che, non dimentichiamolo, sta scritta nell’articolo 1 della Costituzione) significa, “necessariamente”, portare acqua ai nazionalismi xenofobi e fascistoidi;
attenzione a dire che chi vuole fare saltare questo ingranaggio infernale non fa che “lavorare per il re di Prussia”, altrimenti si corre il rischio che qualcuno il re di Prussia lo invochi davvero e magari che lo scontro si concluda non con una restaurazione della democrazia ma proprio con l’avvento dei populismi reazionari.

Del resto, non ci sono evidenze empiriche – come ci spiegano Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini – che l’uscita dall’euro provocherebbe una svalutazione delle proporzioni che si paventano e, soprattutto, che lo scenario sarebbe in quel caso peggiore della drammatica deriva in corso.
Lo dico perché il “diavolo” capitalista fa le pentole, ma non sempre riesce a trovare i coperchi e fra non molto, potremmo trovarci di fronte alla caduta dell’euro per…autocombustione…, cioè per autonoma decisione del potere finanziario, una volta condotti a termine lo sventramento del welfare, il processo di privatizzazione integrale, la riduzione a simulacro della democrazia rappresentativa, l’annichilimento del potere di contrasto del soggetto lavoro.

Il punto, allora, è cosa fare per impedire che si intraprenda questa strada, proprio per l’incapacità delle classi dominanti di perseguire una rotta diversa.
Allora tocca a noi dire in modo chiaro che all’uscita dall’euro dovrà corrispondere una nuova politica economica e sociale:
proteggendo i salari attraverso un rilancio delle lotte e del ruolo contrattuale dei sindacati;
reintegrando i diritti del lavoro espropriati dalla crociata anti-operaia in corso;
rilanciando l’indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita;
ricostruendo un regime previdenziale che così com’è precluderà il diritto alla pensione a due generazioni di italiani;
riducendo su scala nazionale e in tutti i settori l’orario di lavoro;
varando nuove politiche fiscali che restituiscano progressività all’imposta sul reddito e prevedendo una tassa strutturale sui grandi patrimoni;
ponendo un tetto alle retribuzioni e alle pensioni;
nazionalizzando le banche e i principali asset industriali a partire dalla siderurgia;
ridefinendo le regole che disciplinano gli scambi commerciali e i movimenti di capitale.

Si tratta insomma di costruire le premesse per un’uscita da sinistra dalla crisi e riscattare l’Europa dal giogo della finanza e dei proprietari universali che stanno succhiando il sangue dei popoli.
Certo, per fare queste cose occorrono altri rapporti di forza, e si può a buon titolo obiettare che siamo lontani dalla capacità di mettere in campo una forza d’urto quale sarebbe necessaria, ma con questa piattaforma potremo rivolgerci sul serio ai proletari di questo paese e alle forze intellettuali non compromesse con la vulgata corrente, usando argomenti, parole, programmi, proposte che nessun altro può, sa, vuole utilizzare. Proposte che abbiano in sé la forza di rilanciare le lotte e dare il senso di una mobilitazione nazionale, ma non nazionalista, solidale, ma non corporativa, europeista, ma non prigioniera dei dogmi del monetarismo liberista.
Ne abbiamo la forza? Nella situazione presente, no. Ma avere una linea chiara oppure non averla non è la stessa cosa.
Del resto, una posizione attendista produrrebbe tre effetti massimamente negativi:
consegnerebbe la protesta contro l’austerity alla demagogia parafascista di Matteo Salvini, consentendo alla destra più reazionaria di riscuotere la rappresentanza di ampi strati popolari e di ridurre la dialettica politica italiana ad un duello fra la “nuova” Lega in versione lepenista e il partito democratico organico al liberismo europeo;
genererebbe, di fronte ad una deflagrazione dell’euro, la peggiore delle condizioni, perché il ritorno alla moneta nazionale – senza adeguate contromisure – rovescerebbe sui lavoratori, sui disoccupati, sugli strati più deboli della popolazione uno tsunami sociale di proporzioni devastanti;
contribuirebbe all’isolamento della Grecia di Syriza, che invece di schiudere le porte di un’altra Europa si ritroverebbe sola, stritolata fra le ganasce della tenaglia dei poteri forti europei.


venerdì 6 maggio 2016

Il bel Foucault



di Nicodemo
Capisco ora il nichilismo russo, ci sono arrivato in vecchiaia. Se dopo tutto quello che abbiamo passato negli ultimi trent’anni in Italia c’è ancora chi cita Deleuze e Foucault come fosse gente che dice qualcosa, allora non ci resta che il nichilismo. “Bellissimo”, il commento di una tipa su facebook a un articolo su Foucault. Qui la gente muore come mosche e tu dici bellissimo, per dire ovviamente non significa niente, però è bello. Ma cazzo quelli che influenzano la tua vita, e che dovrebbero darti gli strumenti per cambiare il mondo non devono essere bellissimi, devono dire cose sensate utili a capire. L’equivoco gigantesco sta qui. A che ci serve una mezza storia della follia?  Oppure davvero credete che il carcere si possa liquidare con il fatto che rappresenta un(il) dispositivo di comando capitalistico? Sti cazzi. Non voglio fare il reazionario, ma in qualsiasi società, agglomerato umano, condominio e Dio sa cosa, dal momento in cui si stabiliscono delle regole, in base a un contratto sociale o cose del genere, si creano istituzioni per allontanare chi le viola. Senza contare la natura umana, insomma i sociopatici non sono frutto della divisione del lavoro in una società capitalista, almeno non sempre, sono marci dentro e hanno le rotelle fuori posto dalla nascita. Che ne facciamo? Sono problemi che mi angustiano ancora oggi, ma certo non  trovo risposte nel bellissimo Foucault. E intanto che diciamo “bello!” si perde tempo e sonno. La biopolitica, i dispositivi di controllo, la genesi di una società autoritaria, mah! Che stracazzo ci facciamo di questa roba. Almeno la smettessero i compagni di essere europeisti e svegliarsi un attimo. Dopo i disastri della Grecia dovrebbero aver capito che l’euro è una patacca che ci hanno rifilato. Invece no, gli intelligentoni insistono nel dire che l’Europa è l’unico vero, possibile terreno di scontro e di confronto. Giammai rinunceremo all’euro, perché significherebbe dargliela vinta. Che volpi questi compagni.

Altro che macchine desideranti, io qui vedo solo macchine sparlanti.

lunedì 2 maggio 2016

La mia Europa



di Tonino D’Orazio 

Non esiste maggiore satira di questo titolo. Questa Europa è un disastro totale. Politico, culturale e sociale. Ha perso qualsiasi idealità. Concetto preciso per qualificare governanti e banchieri e partiti che comandano e rappresenterebbero il “meglio” che avanza.
La baracca, costruita sull’egoismo dell’euro si sta sfasciando, pezzo per pezzo. Ci sono paesi che vorrebbero scappare ma non possono, o comunque non possono essere quelli molto asserviti a farlo. Altri lo stanno decidendo a pezzettini, tirando la corda delle regole un po’ di qua, un po’ di là. Non ubbidisce più nessuno alle regole, eccetto quelle pregnanti della Bce, sine qua non. L’immigrazione clandestina o meno ha finito per sgretolare il bunker neoliberista. Come diceva qualcuno: l’Unione imploderà dall’interno, a causa delle sue contraddizioni.
Le barriere, i muri e i fili spinati. Mi ricorda il vituperato muro di Berlino o quello attuale di Gerusalemme, che ridiventano oggi il futuro condiviso. Lo schieramento dell’esercito ad ogni frontiera, gli uni contro gli altri. Le offese che si mandano i leader politici tra di loro e per i loro paesi. (ieri, Il leader nazionalista austriaco Hofer sfida Renzi: “non fa paura, è un incapace, non difende l’Italia”). Chi urla di più sono quelli che spingono sempre più a destra il proprio paese. Una xenofobia dormiente è riesplosa. I vari nazionalisti, sempre a nord, crescono sulle macerie culturali di un rigurgito e una subcultura razzisti mai sopiti. Dovrebbe essere questa la Comunità europea? No, è solo l'Unione.
I paesi dell’est, ex Unione Sovietica, non si “trovano bene” con le regole dettate dalla Germania. Sono stati incamerati di forza. I ricordi popolari stratificati sono duri da morire. Scalpitano più degli altri perché rinati sull’orgoglio nazionale e l’Unione e la Nato sono diventati solamente una opportunità salariale purché rivendicativa verso la Russia. Sono il costoso fronte armato est dell’Unione. Solo per questo avranno sussidi immensi, a perdere. Persino Trump se n’è accorto. Non hanno ancora una struttura imprenditoriale e industriale e sono i nostri, dell’altra Europa, che si vanno a prendere tutti i contributi. Nuove colonie per lo “spazio vitale” non solo della Germania.
Alcuni fanno referendum contro gli altri (Olanda-Ukraina), altri ne fanno per uscire da questa Unione che in effetti non è Comunità, come il prossimo Brexit britannico, che, comunque andrà, rappresenta una grave sconfitta. Il referendum greco non è servito a niente; i greci sono stati ben imbrogliati. Gli Irlandesi sono stati obbligati a ripeterlo per ben tre volte per accettare Maastrict e il trattato di Lisbona (2007), fino ad un “sì” a questo matrimonio che non “s’aveva da fare”. Trattato rifiutato dalla Francia e dalla Olanda con referendum, ma sottilmente messo in opera sin dal 2009, facendolo passare per una Costituzione, a durata illimitata (art.53), per sempre. Non hanno optato per la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione” sia la Gran Bretagna che la Polonia e la Repubblica Ceca.
La Polonia, in mano a una destra che non si sa come definire, ha deciso, malgrado le “minacce” della Commissione (sempre non eletta da nessuno), di non entrare nel giogo dell’euro. Hanno sotto gli occhi i risultati e permane una storica diffidenza verso la Germania, infatti quest’ultima si è subito violentemente ripiccata. Gli accordi della Commissione voluti dagli statunitensi  con i nazi-fascisti dell’Ukraina in testa di ponte, trascina tutta l’Unione ad auto lesive sanzioni, culturali ed economiche, alla Russia, chiudendo l’Unione su se stessa, e spingendo più ad est un grande paese europeo. Unione che, malgrado non minacciata, istituisce un muro di frontiera formato da basi missilistiche atomiche per conto terzi.
Abbiamo davanti a noi gli accordi amorali e illegali, pagati in euro, con un altro nazifascista, il turco Erdogan, dittatore della Turchia, in merito alla situazione dei rifugiati, che aboliscono gli accordi internazionali. Abbiamo la presenza dei vari paesi dell’Unione in tutte le guerre neocoloniali nel Medio Oriente e nel nord Africa. Una Comunità che, uscita dalla guerra disastrosa e micidiale, aveva nei suoi principi fondatori e ideali la pace e lo sviluppo. L’Unione è la più grande fornitrice di armi nel mondo, anche se ogni membro per conto suo, se non contro gli altri.
Per quanto riguarda lo sviluppo, possiamo dire che fino all’introduzione dell’euro la Comunità si manteneva, pur con difficoltà varie, costante ed equilibrata. La Comunità Europea era ancora modello di cooperazione e stato sociale unico. Il meccanismo bancario dell’euro ha creato, prima di definirne i disastri sociali ed economici, l’introduzione di una vera “guerra economica”, di volgare competizione tra gli stati che la compongono, e un vero massacro della classe lavoratrice. Tutti sono contro tutti, fino ad innalzare nuovamente pericolose e reticolate frontiere nazionali contro gli esseri umani, anche dell’Unione, ma non per le merci che godono di requisiti privilegiati. Abolendo di fatto il Titolo IV del Trattato, a convenienza.
I disoccupati nell'Unione europea, ufficialmente dati Eurostat, sono ormai più di 26 milioni, di cui 19 milioni nella sola zona euro. I tassi di disoccupazione più bassi (2015) sono stati registrati in Austria (4,8%), Germania (5,4%), Lussemburgo (5,5%) e Paesi Bassi (6, 2%). I più alti in Grecia (26,4%), Spagna (26,3%) e Portogallo (17,5%). La Francia raggiunge il suo massimo storico, 10,8%, mentre l'Italia si attesta ufficialmente al 11,6%. Vi sono poi In totale altri 18 milioni di "sottoccupati", cioè 8,8 milioni che non cercano più lavoro e altri 9,2 milioni di occupati in “opportunità di vita” di part-time. La disoccupazione giovanile ha raggiunto il 23,1% a fine 2014 e continua a crescere. Il dato più elevato è quello spagnolo (51,4%), poco sopra quello greco (50,6%). Valori superiori al 40% si registrano anche in Portogallo, Croazia e Italia. Persino Eurostat preferisce ormai fare statistiche sugli “occupati” e non sui “disoccupati”. Fa più bon ton e le differenze potete farle da soli.
In realtà la situazione è diventata  una guerra sociale contro i lavoratori dei paesi del sud Europa (e dell’est), dimostrata dall’abolizione, già in atto in alcuni paesi del nord, in deroga al Trattato, della tutela dei diritti sociali non prima di 5 anni di permanenza lavorativa. In pratica si paga tutto e non si ottiene niente per 5 anni. Un lavoro al nero con lo stato come committente, perché oggi la ricerca di un lavoro nell’ambito dell’Unione e della sua libera circolazione può anche essere definito “turismo sociale” per i propri cittadini. In un silenzio assordante della Confederazione Europea dei Sindacati (CES). In questa Unione probabilmente non bastano più i comunicati.
Una Unione in cui manca, dopo tutte le peggiori deforme dei mercati del lavoro capeggiate tra l’altro anche dai cosiddetti partiti socialisti europei, solo l’abolizione del diritto di sciopero, il risarcimento in tal caso delle perdite finanziarie delle aziende, e magari l’abolizione dei referendum popolari. A che serve tutta questa democrazia!
Eurostat ha pubblicato i dati su povertà ed esclusione sociale in Europa nel 2013, secondo cui le persone coinvolte i processi di esclusione e impoverimento sono state circa 122,6 milioni, pari al 24,5% della popolazione dell’Unione Europea. Nel 2010, erano 79 milioni gli europei sotto la soglia di povertà. In Europa ci sono 342 miliardari, con un patrimonio totale di circa 1.340 miliardi di euro, e 123 milioni di persone , quasi un quarto della popolazione, in povertà e esclusione sociale. È quanto emerge dal nuovo rapporto 2015 sulla disuguaglianza, lanciato da Oxfam. Abbiamo partecipato stupidamente a credere e a creare tutto questo.
Questa è l’Europa alla quale mi si chiede insistentemente di aderire con il cuore e non con il cervello, e a volte spero proprio che qualcuno rompi questo giocattolo disastroso, al fine di riprendere un cammino più convenevole e meno disumano, magari con il concetto fondatore di “benessere” e uguaglianza per tutti. Sarà sempre più difficile far credere che viviamo nel “migliore mondo” possibile.
Non è la sconfitta de “la mia Africa” è solo questo disastro: “la mia Europa”.