sabato 6 giugno 2009

Cos'è veramente la Freedom House


Cosa ci fa la nuova arrivata del fronte antagonista di sinistra a braccetto con gli occulti manipolatori mediatici della destra americana? Mi fa ridere, pena e desolazione allo stesso tempo. Poiché per l’ennesima volta nella compagine che ‘resiste’ al ‘regime’ di Berlusconi si colgono slabbrature talmente grottesche da farci disperare. Ormai l’antagonismo di cui parlo è disposto a tutto, ma proprio a tutto, pur di riuscire a incidere un segnetto nella fiancata dell’irraggiungibile bolide politico del Cavaliere. Arrivano persino ad aggrapparsi alla bandiera di una delle peggiori macchine di propaganda neoconservatrice, imperialista, neoliberista, occulta e prezzolata d’America. E la sventolano colmi di gaudio, come fosse una luce di giustezza mondiale (e di sinistra), non sapendo neppure di cosa parlano.

Sono infatti incappato in un video tratto dalla trasmissione Tetris di La 7 del 15 maggio, dove Beatrice Borromeo (spalleggiata da Padellaro e De Magistris) sferrava attacchi all’Italia berlusconiana e alla sua pessima informazione. Ed ecco, puntuale, il mantra: “Nel rapporto della Freedom House sulla libertà d’informazione, l’Italia dei media è considerata un Paese non libero…”. E giù a dire che la Freedom House qui, che la Freedom House là, che la Freedom House su, che la Freedom House giù, e così via. Mi sono saltati i nervi, basta, ancora sta spazzatura della Freedom House? Ma hanno un’idea di chi stanno parlando? Solo perché suona americano, solo perché c’è la parola “Freedom”, questi pensano di star citando degli autorevoli Lumi dei diritti civili? E gli spettatori, poveretti, come sempre presi per il naso. Infatti sono ormai anni che ogni tanto fra i crocchi degli antagonisti italian-gill-trav-santoriani, in tv o nelle piazze, spunta l’immancabile mantra “il rapporto della Freedom House…”. Dio mio.

Chi conosce l’America sa che la parola ‘Freedom’ incastonata nel nome di una qualsiasi fondazione statunitense significa una sola cosa e solo una: esportazione nel mondo del libero mercato selvaggio, degli interessi corporativi americani, e con essi dei mezzi necessari per imporli, fra cui le bombe da 500 libbre, quelle Cluster e il braccio mortifero del Fondo Monetario Internazionale. Cioè miseria, disperazione, menzogne, sfruttamenti indicibili, stragi, e sofferenze per generazioni. Eccovi la Freedom House.

Fondata come gruppo di pensiero non profit nel 1941, si getta subito anima e corpo nella Guerra Fredda, al fine di promuovere “i valori democratici e di opporsi alle dittature sia di estrema sinistra che di estrema destra”. (1)

Le sbavature nell’approccio a quei valori si manifestano subito, ma è allo scoppio della guerra in Vietnam che trapela evidente la sua distorta visione dei concetti di giustizia e democrazia. La Freedom House dichiara infatti che il lascito storico americano di più di 70 anni di interferenze e di crimini nel Sud Est asiatico è “straordinariamente valido” (2). Le fosse comuni di oltre 2 milioni di filippini e di indonesiani trucidati direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti non contano, evidentemente.

Da notare, prima di procedere, la sua forte contiguità con le maggiori lobby ebraico-americane pro Israele, come l’AIPAC o il B'nai B'rith (si veda più sotto).

I bizzarri (e tragici) lapsus nella sua integrità di ONG continuano. Negli anni ’70 e ’80, Freedom House lavora sodo presso l’UNESCO per minare il lavoro del New World Information and Communications Order, che era la versione del Terzo Mondo di un sistema di informazione alternativo a quello occidentale. Durante gli anni di Reagan, il gruppo si impegna per promuovere i ‘valori’ americani nel Centro America, e questo si traduce in un appoggio per il peggior terrorismo finanziato dagli USA che si ricordi, dalle squadre della morte del Salvador ai Contras del Nicaragua, responsabili dell’annientamento della società civile di quei Paesi (massacri e torture) al punto dall’essere condannati nel 1986 dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja come “terroristi” (USA inclusi). Si distinguono in questo due lobbisti della Freedom House, Bruce Cameron e Penn Kemble. Da notare che la Freedom House giudicò le elezioni salvadoregne di quell’epoca come “ammirevoli”, mentre gli Stati Uniti addestravano e armavano il battaglione Atlacatl dell’esercito del Salvador, che massacrò migliaia di contadini colpevoli di simpatizzare per i gruppi di opposizione. (3) (4) (5). Freedom House giudicò anche le elezioni razziste della Rodesia di Ian Smith come libere, e a questo si può aggingere solo un no-comment.

Sul sito dell’organizzazione si legge: “Martedì 4 aprile 2000, ospiteremo un dibattito sulla repressione a Cuba. Moderatore Otto Reich, membro del nostro direttivo” (6). Il nome di Otto Reich sicuramente non vi dice nulla, ma ecco di chi si tratta: “Otto Reich, nel 1987 nominato ambasciatore per l’amministrazione Reagan in Venezuela, poi con l’elezione di Bill Clinton ritiratosi a vita privata come lobbista per l’industria di armamenti Lockheed-Martin e per le distillerie Bacardi, che secondo il New York Times lo avrebbe pagato 600.000 dollari per il suo lavoro di accanito anti-castrista … infine Reich riemerge ai pubblici uffici nel 2002 come Assistente Segretario di Stato per l’Emisfero Occidentale, nominato personalmente da George W. Bush che per l’occasione dovette usare un trucco al limite della legalità per scavalcare l’opposizione a quella nomina da parte del suo stesso Senato. La folgorante carriera di questo personaggio è ancora più sorprendente se si considera che già nella prima metà degli anni ottanta, in qualità di Capo dell’Ufficio dei Diplomazia Pubblica di Ronald Reagan, era stato posto sotto accusa dal General Accounting Office del Congresso americano per frode e per uso illegale di propaganda illecita, ed era stato infatti rimosso dall’incarico. Ma Otto Reich macchinava fianco a fianco con i grandi nomi dello scandalo Iran-Contras, come Elliott Abrams e Oliver North, che furono per lui un potente lasciapassare per le stanze alte del potere, e fu proprio nella sua funzione di ambasciatore statunitense a Caracas che si adoperò per far ottenere a Orlando Bosh (terrorista nel mirino del Dipartimento di Giustizia USA, nda) un visto d’entrata per gli Stati Uniti”. (7)

Nella Board of Trustees della Freedom House compare una certa Diana Villiers Negroponte. Questa è la moglie di John Negroponte, che come ambasciatore americano in Honduras fu il principale sponsor del Battaglione 3-16, altra macchina di sterminio e di torture di civili, e non risulta che la consorte abbia mai denunciato quegli orrori. Diana ha anche lavorato per la Camera di Commercio USA nell’introduzione del famigerato accordo NAFTA, che in breve è un accordo di libero commercio e sfruttamento a sangue del lavoro sottopagato dei messicani, oltre che una mina nel cuore del sindacalismo di tutto il nord America.

Nella medesima Board of Trustees della Freedom House hanno militato i più noti neoconservatori del club di George W. Bush, come Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Jeane Kirkpatrick, Samuel Huntington, Zbigniew Brzezinski and Malcolm Forbes Jr., fra gli altri. Adrian Karatnycky, un direttore esecutivo della Freedom House, scrisse nel 2004 sul Washington Post un editoriale dove giudicava il colpo di Stato che depose il presidente di Haiti Jean Bertrand Aristide (democraticamente eletto) come “la caduta di uno pseudo democratico”. Da notare che nei mesi che seguirono l'isola fu travolta da repressioni sanguinarie. Si ricorda ai lettori che Karatnycky rappresentava un’organizzazione che dichiara di difendere “i valori democratici e di opporsi alle dittature”. Nelle sue fila apparve nel 2000 anche l’ex capo della CIA James Woolsey. (8)

Ancora pillole dorate per la Borromeo e soci: Zbigniew Brzezinski (ex consigliere per la sicurezza nazionale di Carter, nda) è stato a busta paga della Amoco, che nel 1997 aveva ricchi interessi petroliferi in Azerbaijan. Ma l’Azerbaijan di Geidar Aliyev era un incubo dei diritti umani e questo non figurava benissimo, per cui che fare? Brzezinski si piazzò alla Freedom House ed ecco che nel suo rapporto sulla ‘libertà’ nel mondo l’Azerbaijan di colpo salì di merito, cosa che verrà poi diligentemente sbandierata al Congresso USA per tacitare i critici. (9) E stando nell’Est europeo e nelle ex repubbliche sovietiche, l’opera di propaganda e interferenza della Freedom House si dispiega al suo meglio, con finanziamenti occulti ai candidati pro Libero Mercato e ai gruppi di attivisti di destra più affidabili, dalla Serbia all’Ukraina e oltre. (10) Infine la ciliegina sulla torta: la Freedom House ha criticato il governo tedesco nel 2001 per aver messo fuori legge la propaganda nazista su Internet, poiché tale mossa “violava la libertà stampa”. (11) Ora, si può discutere di questo caso, ma rimane bizzarro che questa organizzazione si sbracci per difendere gli esaltatori di Auschwitz e Sobibor ma non i civili torturati a morte dell’America Centrale. Vi sarebbe molto altro, ma non posso dilungarmi.

E questo scempio che è la Freedom House, è poi l’autrice del citatissimo rapporto Freedom of the Press di cui all’inizio di questo articolo, eternamente sbandierato dalla sinistra antagonista italiana come "autorevole". Vera è una cosa, e cioè che nell’edizione del 2008, che copriva il 2007 di Prodi, i nostri media erano stati promossi a "liberi". Ma ciò che interessa è leggere la motivazione della buona pagella che Romano si meritò. In essa la Freedom House ci sciorina soprattutto una lunga lista di insufficienze (gli effetti della legge Gasparri, la Censura Legale, la legge Mastella sulle intercettazioni, le intimidazioni contro i giornalisti, il conflitto d’interessi del Cavaliere, la perquisizione di D’Avanzo di Repubblica ecc.), e solo due o tre marginali sufficienze. E allora, ci si chiede, da dove viene la promozione a stampa “libera” del governo di centrosinistra? Sarebbe un mistero, se non fosse per quattro strane righe: “In gennaio, il governo Prodi ha approvato una legge che criminalizza la negazione dell’Olocausto, e altre forme di incitamento all’odio, con pene fino a 4 anni di carcere. In ottobre, le autorità avevano sequestrato delle bottiglie di vino con immagini di Hitler sull’etichetta”. Nessun commento negativo a questi fatti da parte di Freedom House, al contrario di quanto fecero nell’identico caso tedesco del 2001. Perché? Non è mia abitudine perdermi in dietrologie, ma non può sfuggirmi il fatto che oggi nella Board of Trustees di Freedom House siede Tom Dine, che è stato direttore per anni dell’AIPAC, la potentissima regina delle lobbies ebraiche americane. Saranno quelle quattro righe che hanno graziato i media dell’era prodiana nonostante la brutta pagella? (12)

Per finire, gli antagonisti italian-gill-trav-santoriani, Borromeo in testa, dovrebbero perdere due minuti per controllare gli archivi della Freedom House, e scoprire altre cose al limite dell’inverosimile. Per esempio: nella storia del loro rapporto annuale Freedom in the World, questa ONG pone la Bolivia come Paese “libero” dal 1982 al 2003 (con un solo anno di eccezione), e poi “parzialmente libero” dal 2003 al 2005. Chiunque abbia anche solo una conoscenza scolastica della storia delle dittature latinoamericane, comprende che questa classificazione è un insulto all’intelligenza; altrettanto lo è quella delle Filippine, dove anche gli orrendi anni del dittatore Ferdinand Marcos sono definiti “parzialmente liberi”, e ci sarebbe da ridere non fosse per il rispetto dei morti; il fondo del grottesco si tocca nei voti al Sudafrica dell’Apartheid, anch’esso "quasi libero" dal 1973 al 1994 (sic) secondo la Freedom House. Mi fermo qui. (13)

Si badi bene. Quanto appena dimostrato non può essere scartato come, in fondo, solo un peccatuccio veniale da parte dei nostri ‘paladini’ antagonisti e dei loro seguaci. Dimostra di nuovo la loro tendenza a una ingiustificabile superficialità nel nome del coro anti Cavaliere, e chi ci dice che non l’abbiano replicata in mille altri casi? Vi fidate di giornalisti che aderiscono acriticamente e senza verifiche alla ‘parrocchia’ più a portata di mano, e più screditata, pur di arrivare al loro scopo? Questi sono i metodi di chi fa scempio del giornalismo.

Dovete dirgliele queste cose, e tutte le altre contraddizioni e falle che vi capita di scorgere in loro (e in me). Dovete pretendere spiegazioni, perché se vi affidate a un carro sbilenco, nel fosso alla fine ci finite voi. Ma soprattutto perché voi meritate il meglio, visto che siete i protagonisti, cioè la gente.

Agite, e non scrivete a me. Quando ho denunciato il filosionismo di Marco Travaglio, col suo gravissimo corollario di immoralità e due pesi e due misure, ho ricevuto montagne di mail, ma un solo cittadino, solo uno, ha agito per chiedere conto a Travaglio. Lo stesso accade per ogni altra denuncia, mia e di altri. Ma così dove andiamo? E la prossima volta che sentirete dire "... la Freedom House!", spegnete il televisore. Per decenza.

Paolo Barnard


Note

(1) Freedom House website: About us.
(2) New York Times, December 20, 1967
(3) The Decline of the Democratic Ideal, Noam Chomsky, Z Magazine, May, 1990
(4) Herman/Chomsky, Manufacturing Consent, Vintage 1994
(5) Paolo Barnard, Perché ci Odiano, Rizzoli 2006
(6) Freedom House to Censure China and Cuba at UN Human Rights Commission, Freedom House Website, March 28/2000
(7) Paolo Barnard, Perché ci Odiano, Rizzoli 2006.
(8) Diana Barahona, Monthly Review 01/07
(9) Counterpunch, Alexander Cockburn & Jeffrey St. Clair, 1998
(10) Eva Golinger, The Chávez Code, on the U.S. intervention in Venezuela, Olive Branch Press May 2006
(11) UN Committee on NGOs, 2001 Session, 29th Meeting AM
(12) http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=251&year=2008
(13) http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=5

mercoledì 29 aprile 2009

Aperta la caccia a de Magistris: Facci e Radicali uniti nella lotta

di Franco Cilli
 

Se il Giornale, per bocca di Filippo Facci (scusate la bestemmia), ha cominciato a sparare contro De Magistris, significa che Berlusconi e sodali lo temono. Inutile fare una difesa d'ufficio di De Magistris, chi ha seguito la sua vicenda sa bene come sono andate le cose e sa bene chi è De Magistris. Se pure  l'uomo avesse qualche pecca (non lo credo, ma il fatto di essere umani ha qualche controindicazione), questo non cancellerebbe le colpe di un sistema criminale di stampo mafioso che il Sig. Facci probabilmente attribuisce al fato o a eventi naturali come i temporali, dimenticandosi pure che i voti della mafia li prende il suo padrone.
 Alla compagnia di tiratori scelti per la caccia al magistrato si è subito associato Massimo Bordin, il bronchitico direttore di Radio Radicale: "Beh certo, in effetti, Facci è documentatissimo... insomma in fondo è vero che De Magistris non ha mai emesso una sentenza di condanna in tutta la sua carriera...". Il bronchitico cerca di riprendersi nel finale, affermando che in fondo "...su tutti i politici che ha inquisito, magari ci sarà stato pure qualcuno che se lo meritava..." . Certo ai radicali non interessano né i fatti, né il contesto specifico in cui i fatti si collocano, a loro interessa solo il formalismo giuridico, unico elemento fattuale di democrazia. I crimini sono cose da tribunali e basta, che c'entrano con la politica liberale, liberista e libertaria? Carnevale era buono e De Magistris è cattivo. Fine. Se Dell'Utri si iscrive al Partito Radicale avrà pure il diritto di farlo, no? Se poi lo condannano,  un carcerato avrà pure il diritto di fare politica. Posso essere d'accordo in merito, ma non è questo il punto. Se tutto ciò è molto rassicurante riguardo alla difesa delle garanzie individuali,  dimostra però un'afasia  sconcertante riguardo ai fatti e ai personaggi protagonisti della  storia disgraziata di questo paese. Non mi dice nulla infatti né degli affari di Dell'Utri né della commistione fra mafia e politica.
Ad ogni modo tutta questa veemenza nei confronti di De Magistris mi fa pensare che il buon Camilleri avesse ragione nel cercare di mettere insieme Di Pietro e società civile, probabilmente era un'idea vincente.
Tonino, questa volta, forse ha fatto male i conti.

martedì 3 marzo 2009

Dr House Vs Madre Teresa di Calcutta


di Franco Cilli  

Ho appena finito di vedere l'ultimo episodio della serie televisiva House MD. Alla fine della puntata il Dr. House  rinuncia ad assumere il metadone, un farmaco che si era rivelato estremamente efficace nel far cessare del tutto il suo dolore cronico, perchè questo aveva un tale potere euforizzante su di lui al punto da sviare le sue capacità di giudizio e condurlo a scelte sbagliate nelle diagnosi.
C'è da premettere che in un altro episodio house descrive il suo dolore come qualcosa che "quando va bene è insopportabile". Chi accetterebbe di tenersi un dolore così atroce pur di non rinunciare alla propria lucidità di giudizio? Ma soprattutto chi sarebbe tanto stolto da credere che il dolore sia un viatico indispensabile per poter vedere le cose nella loro giusta prospettiva, senza essere sviato da un innaturale quanto accecante ottimismo? E' vero, alcuni studi eseguiti su pazienti depressi rivelano che quest'ultimi tendono a valutare i fatti in termini più realistici rispetto alle persone maggiormente inclini all'ottimismo, ma non è un buon motivo per credere che soffrire le pene dell'inferno favorisca le tue capacità di giudizio.
Ma non è questo il punto. Il punto è che temo che in House inizi ad intravedersi lo svolgersi della classica parabola, la quale dopo un calvario costellato di dolore e di profondi conflitti interiori, conduce inevitabilmente alla resipiscenza e ad  una nuova consapevolezza di sè e del mondo.
Quello che mi ha sempre attratto del personaggio House è il suo assoluto disincanto, un atteggiamento che gli fa rigettare  con sarcasmo qualsiasi mitologia del cammino verso la fede e  del rinnovamento spirituale, e persino verso il cambiamento interiore tout court.
Non mi piace pensare alla serie di House come ad una sorta di romanzo di formazione. Insomma non ce lo vedo House nelle vesti dell'eroe romantico che passa da una fase di immaturità giovanile, fatta di ingenuità e aspettative vane, ad una fase della piena consapevolezza del proprio destino, sia esso tragico che eroico; e nemmeno alla favola della conquista  dell'equilibrio interiore e della saggezza attraverso un cammino sui sentieri impervi della vita, col suo fardello di dolore e con il lento  disvelamento di maschere artificiali che nasconderebbero la vera natura dell'io. Di questa mitologia si sono nutrite abbondantemente la letteratura e la psiconalisi, e la ritengo un qualcosa che fa parte dell'infanzia dell'umanità. Anche la mitologia cristiana e religiosa in generale vede nel dolore  e nella sofferenza il viatico che conduce alla vera conoscenza, che si conquista solo con "l'abbraccio di Dio", e questo abbraccio è per forza di cose un abbraccio doloroso, perchè solo il dolore ti dispensa dalla colpa orginaria dell'uomo e di da il passasporto  verso l'eternità.
House finora ha rappresentato una delle poche aree di libero pensiero, lontane dalla retorica dei buoni sentimenti, da morali salvifiche e da quel turpe immondezzaio di sentimentalismo da discount, alternato all'ottimismo beota dei "consigli per gli acquisti", che ci propina la TV. Speriamo che continui ad esserlo.

domenica 15 febbraio 2009

Vittime della fede cristiana

Gesta memorande e mirabili compiute per la maggior gloria di Dio (dal sito dell'UAAR)


Avvertenza: sono qui elencati solamente fatti avvenuti per ordine o con partecipazione diretta delle autorità ecclesiastiche, oppure azioni commesse in nome e per conto della cristianità. Come è ovvio, la lista non ha pretese di completezza.

mercoledì 11 febbraio 2009

Alternativa cercasi

Giulietto Chiesa accusa Di Pietro di avergli rubato il termine “Alternativa”, come se io accusassi Di Pietro di avermi rubato il termine “oggi fa freddo”. Non pago se la prende con Vendola perché con Di Pietro, reo di aver boicottato la commissione per i fatti di Genova, di essere favorevole alla base di Aviano, all’alta velocità e ad altre nefandezze, ha abbracciato De Luca, candidato governatore della Campania.

Parlo di Giulietto Chiesa, a mo' di esempio, ma potrei parlare di tanti altri, come Barnard o alcuni rifondaroli, i quali alla stessa maniera ritengono che l’alternativa sia la ricerca di purezza a “360 gradi” e l’attenzione ossessiva alle “discriminanti essenziali”.
Molte menti fine di questo paese sono convinte di aver trovato soluzioni brillanti sul come realizzare un’alternativa a questo regime marcescente, ma si presentano nel peggiore dei modi: affermando cioè che gli altri, cioè quelli che come loro parlano di alternativa, sono solo dei traditori o quantomeno  personaggi ambigui e in malafede. Le accuse rivelano una malcelata pretesa di primogenitura del marchio ambito di salvatore della patria e, perdonatemi la malizia, una visione paranoica del mondo coniugata a un’inconfessabile passione per il potere. Miserie umane.
Neanche a me piace il Travaglio filoisraeliano, il Di Pietro appassionato dell’Alta Velocità e dal realismo politico formato famiglia, che fa il paio con quello infiorettato di barocchismi di Vendola. Il fatto è, e lo abbiamo già ripetuto in migliaia di modi diversi, che qui non si tratta di affermare una weltanschaung su un’altra, con annessi corollari e principi dottrinari, ma di trovare quei punti di convergenza comuni che pongano come prioritaria la ricostruzione di un patrimonio di regole condivise, la sconfitta della mafia e di un regime fascista e xenofobo. Domani, potremo anche scendere in piazza contro i favori a Israele del sottosegretario alla difesa Travaglio, gli eccessi giustizialisti del ministro della Giustizia Di Pietro o le incertezze nel tutelare l’autenticità del caciocavallo pugliese del Ministro all’agricoltura Nichi Vendola. Oggi però è indispensabile sbarazzarsi di un pericolo grave che richiede uno sforzo comune e una maturità psicologica di persone adulte e in grado di separare le motivazioni personali del proprio agire da quelle che riguardano l’interesse generale.

Come la maggior pare dei cittadini a me interessano poco le dinamiche di corrente o di partito e meno che meno i personalismi e le discriminati universali. M’interessa principalmente poter coltivare l’illusione di un cambiamento che per quanto adombrato da dubbi e contraddizioni segni un passo indietro rispetto al baratro che abbiamo davanti e un passo in avanti verso uno spazio dove l’aria sia meno fetida.

giovedì 4 dicembre 2008

Berlusconi, Murdoch e l'Europa degloi ominicchi

QUELLO CHE MERITANO I QUACQUARACQUÀ

fox news


La penosissima vicenda Silvio-IVA-Sky riassume in modo esemplare la situazione del nostro sistema informativo.

Il Governo aumenta l'IVA sulle pay tv (cioè Sky) e l'opposizione “scopre” il conflitto di interessi, posizione squallidissima di gente che, quando si è ritrovata alla guida del paese, lavorava indefessamente a fare favori al Cavaliere Nero. I berluscoidi si attaccano all'Europa, che aveva imposto il riallineamento delle aliquote, ma non pensate che siano troppo condiscendenti: se l'Europa gli chiede di cacciare gli abusivi da qualche frequenza, non c'è problema, ne freghiamo una a RAIUNO...

E di tutto questo gli italiani che traggono la loro “informazione” dalla tv ne sanno poco o niente.

Come siamo fortunati noi happy few che in rete abbiamo tanto ben di dio: il solito Travaglio ci fa il riassunto, Miguel Martinez ci ricorda che genere di ceffo sia Murdoch, e tutti quanti scuotono il capo di fronte ai quacquaracquà del centrosinistra. No, sbagliano quelli che, come Carotenuto, dicono cose del tipo “per una volta che Silvio ne fa una giusta!” Noi, i privilegiati della Rete, possiamo sbertucciare l'affarismo rapinoso dei clientes berlusconiani e rinfrescarci la memoria sulle nefande attività di Murdoch. Schierarsi? Con quale criterio, quello di scegliere il meno fetente?

Come riporta Alberto Piccinini sul Manifesto di oggi, quando Berlusconi spiegò come mai (nel 1995) non avesse venduto parte della Fininvest a Murdoch, disse tra l'altro: “L'Italia ci vuole bene e questa tv se la merita.”

Parole sante!


Domenico D'Amico

mercoledì 3 dicembre 2008

Washball, Washball delle mie palle

Pensare male può far male
di Domenico D'Amico


Incappando nell'esaltazione della coreana Biowashball da parte di Beppe Grillo, ho immediatamente notato i classici segni dell'accricco-bufala.

La Biowashball si propone di sostituire, in tutto o in parte, il detersivo da lavatrice. Questa palla di gomma contenente palline di ceramica spezzerebbe le molecole d'acqua, emetterebbe raggi infrarossi, genererebbe acqua ossigenata, abbasserebbe il pH dell'acqua... Naturalmente, quando si arriva a descrivere i suoi effetti sull'aura dell'acqua, siamo arrivati al sintomo tipico dello pseudo-accricco, del genere braccialetto anti mal di mare. I dettagli li potete trovare qui.

In sé la cosa non è molto rilevante, non si tratta certo di vendere cure fasulle contro il cancro o praticare terapie pericolose e ingiustificate su bambini autistici...

Eppure...

Quelli che provano la washball dicono che funziona. Il problema non è capire come e perché funzioni (la sua azione consiste nell'aumento della movimentazione del bucato), quanto nel pensiero di chi la promuove. Che le dosi consigliate dai fabbricanti di detersivi siano dolosamente esagerate lo sa chiunque abbia mai seguito una delle innumerevoli trasmissioni “di servizio”, in tv o alla radio, degli ultimi vent'anni. Una quantità molto piccola basta e avanza. È imbarazzante che gli utilizzatori della washball additino come prova della sua efficacia il fatto che il bucato viene pulito usando una dose piccolissima di detersivo. Come a dire, per far sì che la gente usi meno detersivo non basta dirgli: ragazzi, mettetecene meno, che tanto pulisce uguale, e schiaffate nel cestello un paio di palle da tennis usate, che muoveranno i panni e il gioco è fatto. No, bisogna dirgli che esiste l'accricco meraviglioso, snocciolargli un po' di gris gris pseudoscientifico, e naturalmente, dulcis in fundo, la solita cospirazione di quelli che difendono gli interessi dei fabbricanti di sapone, che, si sa, non vogliono che il popolo conosca la verità (vedi Beppe Grillo che insinua “quelli del Salvagente sono della Coop, la Coop vende detersivi, ergo...”). Non è buffo? Chi esalta l'efficacia della palla di gomma da' per scontato che le dosi raccomandate dai produttori siano un dato attendibile. È il trionfo del cittadino-consumatore.

In fondo, però, che c'è di male? Voglio dire, molta gente userà meno detersivo, inquinando di meno, e avrà speso solo una quarantina di dollari per comprare la palla. Il risultato finale è positivo, no?

No.

Cosa succede quando si arriva a bersi le stesse scempiaggini sull'aura in questioni molto meno innocue, come la salute? Il fatto che Grillo porti come prova dell'efficacia della Biowashball la classica testimonianza dei “clienti soddisfatti” (come se stessimo parlando di qualche alga dimagrante) può far sorridere, così come sembra esagerata la proposta di qualcuno di realizzare esperimenti in merito con il metodo del doppio cieco. Ma ci sarebbe ben poco da ridere se, al posto della palla di gomma, stessimo parlando di qualche problema medico grave.

È dal tempo dei filosofi greci che cerchiamo di superare le difficoltà che i pregiudizi, i desideri, le aspettative, la percezione selettiva, oppongono alla nostra capacità di conoscere le cose.

Credere nella magia delle palle non aiuta.

lunedì 1 dicembre 2008

Perché non sono cristiano

RELIGIONE E RAGIONE:
PERCHÉ NON SONO CRISTIANO
di Bertrand Russell

Bertrand Russell
Questo discorso fu pronunciato il 6 marzo 1927 al Battersea Town Hall, sotto l’egida della South London Branch della National Secular Society


Vi spiegherò perché non sono cristiano. E qui bisogna subito chiarire il significato della parola. Oggi molti la usano non sempre a proposito. Certuni definiscono cristiano la persona che cerca di condurre una vita retta. Esisterebbero allora cristiani in ogni setta e credo religiosi. Forse che tra i buddhisti, i confuciani, i maomettani non figurano persone ammodo? Certamente non è questo il vero significato della parola. Per venire a buon diritto chiamati cristiani, occorre molta fede, e ben definita. La parola, ora, non ha la stessa chiara applicazione dei tempi di sant’Agostino e di san Tommaso, quando dogmi precisi erano accettati con profonda convinzione.

Che cosa è un buon cristiano?
Oggi bisogna essere più vaghi sul significato di cristianesimo. Vi sono, ad ogni modo, due elementi essenziali per definire un cristiano. Il primo, di natura dogmatica, è la sua fede in Dio e nell’immortalità. Il secondo, ancora più importante, è la necessità di credere in qualcosa che riguardi Cristo, com’è implicito nella parola stessa. Anche i maomettani, ad esempio, credono in Dio e nell’immortalità: tuttavia non sono cristiani. Per quanto riguarda Cristo, poi, se non lo si vuole riconoscere come essere divino, bisogna almeno vederlo come il migliore e il più saggio degli uomini. Se non ammettete questi princìpi, non vi potete chiamare cristiani. Nel Whitaker’s Almanach e nei testi geografici la popolazione del mondo viene suddivisa in cristiani, maomettani, buddhisti, feticisti, eccetera. Vi siamo compresi tutti: trattandosi però di una suddivisione geografica, la possiamo anche ignorare. Ora, vi dico perché non sono cristiano: in primo luogo, perché non credo in Dio e nell’immortalità; e in secondo luogo, perché Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale.

L’esistenza di Dio

Per trattare in maniera adeguata il vasto e complesso problema dell’esistenza di Dio, dovrei trattenervi molto a lungo. Scusatemi, perciò, se procedo in modo sommario. Secondo la Chiesa cattolica l’esistenza di Dio può essere dimostrata con la semplice ragione. Questo dogma curioso venne introdotto dalla Chiesa cattolica quando i liberi pensatori cominciarono a sostenere che la mera ragione poteva dubitare dell’esistenza di Dio. La Chiesa cattolica comprese che doveva combattere costoro e stabilì che l’esistenza di Dio poteva essere dimostrata con la ragione enunciando gli argomenti per provarla. Ve ne sono molti, ma ne citerò soltanto alcuni.

L’argomento della causa prima

Forse è l’argomento più semplice e facile da comprendere. Ogni cosa di questo mondo ha una causa e, proseguendo nella catena di queste cause, si giunge ad una Causa Prima, cioè a Dio. Oggi questo discorso non ha molta importanza pratica. Filosofi e scienziati se ne sono occupati per confutarlo; ma il principio della Causa Prima non regge da se stesso. Quando ero giovane e studiavo questi problemi con molta serietà, ammisi per molto tempo il principio della Causa Prima. Un giorno, però, a diciotto anni, leggendo l’autobiografia di John Stuart Mill1, trovai questa frase: «Mio padre mi insegnò che la domanda: “Chi mi creò?” non può avere risposta, perché suggerisce immediatamente un nuovo interrogativo: “Chi creò Dio?”» Compresi allora quanto fosse errato l’argomento della Causa Prima. Se tutto deve avere una causa, anche Dio deve averla. Se niente può esistere senza una causa, allora perché il mondo sì e Dio no? Questo principio della Causa Prima non è migliore dell’analoga teoria indù, che afferma come il mondo poggi sopra un elefante, e l’elefante sopra una tartaruga. Alla domanda: «E la tartaruga dove poggia?» l’indù rispose: «Vogliamo cambiare discorso?» Non c’è dunque motivo per sostenere che il mondo debba proprio avere una causa ed un’origine. Potrebbe anche essere sempre esistito. È soltanto la nostra scarsa immaginazione che vuole trovare un’origine a tutto.

L’argomento della legge naturale

Questo fu uno degli argomenti preferiti durante il secolo diciottesimo, specie per l’influenza di Newton e della sua cosmogonia. A quei tempi il movimento dei pianeti attorno al sole si concepiva come comandato da Dio: i pianeti si muovevano in quel modo perché così dovevano. Semplice e comoda spiegazione che evitava un più profondo studio della legge di gravità. Oggi quel movimento lo si spiega con una complessa teoria enunciata da Einstein. Non possiamo dilungarci in particolari, ma è certo che ora non citiamo più quella legge naturale che vigeva nel sistema di Newton, secondo il quale, per motivi incomprensibili, la natura si comportava in modo uniforme. Ora appare evidente che molte delle cosiddette leggi naturali non sono altro che nostre convenzioni. Come sapete, anche nei più remoti spazi celesti, un metro si compone di cento centimetri: ciò, senza dubbio, è molto importante, ma voi certamente non lo chiamereste una legge di natura. D’altra parte, procedendo nella conoscenza dell’atomo, lo troverete molto meno soggetto a leggi di quanto potreste
1 John Stuart Mill (1806-1873), filosofo ed economista britannico. (N.d.R.) 7
pensare: le leggi alle quali si perviene sono medie statistiche come quelle che derivano dal calcolo delle probabilità. Se gettiamo i dadi, avremo il doppio sei circa una volta su trentasei. Non ce ne stupiamo. Al contrario, se il doppio sei uscisse tutte le volte, noi penseremmo subito all’esistenza di una legge vera e propria. Ci sono molte leggi naturali simili a questa. A parte ciò, il concetto che le leggi naturali richiedano un legislatore, è dovuto a confusione fra leggi naturali e leggi umane. Le leggi umane ordinano di comportarsi in un modo piuttosto che in un altro; le leggi naturali, invece, descrivono come avvengono i fenomeni. Non si può dedurne che tutto avvenga per un ordine superiore e, anche supponendolo, viene spontanea la domanda: «Perché Dio stabilì proprio queste cosiddette leggi naturali e non altre?» Se pensate che Egli abbia agito così soltanto per il proprio piacere, allora dovrete ammettere che c’è qualcuno che non soggiace a legge, e così la vostra serie di leggi naturali è interrotta. I teologi più ortodossi dicono che Dio aveva un motivo per concepire determinate leggi invece di altre: e cioè creare il migliore universo. A quanti, però, questo universo sembra il migliore? E poi, se Dio emanò leggi motivate, allora Dio stesso è soggetto a legge. Non Gli si fa gran credito introducendolo come mediatore tra legge e cosmo, postulando una legge superiore ed anteriore ai decreti divini. Dio non sarebbe più il primo e assoluto legislatore. In breve, anche questo argomento ha perduto la vitalità che poteva avere in altri tempi. Gli è che questi argomenti usati per dimostrare l’esistenza di Dio, mutano col mutare del tempo. Dapprima erano argomenti difficili e di carattere speculativo e comportavano errori ben definiti. Oggi hanno perduto anche molto del loro interesse speculativo, e riflettono sempre più concetti vagamente moralizzanti.

L’argomento del fine delle cose

L’argomento è abbastanza noto: ogni cosa è fatta in maniera tale da consentirci di vivere nel mondo, converge cioè a questo fine; un mondo diverso, invece, sarebbe privo di questa finalità. Questo, in sintesi, è l’argomento del fine delle cose. Questo fine delle cose si presenta talvolta in forma piuttosto curiosa; ad esempio, si dice che i conigli hanno la coda bianca per essere colpiti più facilmente. Chissà cosa pensano i conigli di questa interpretazione! L’argomento si presta alla parodia. Voltaire, ironicamente, dice che la forma del naso è dovuta alla necessità di adattarlo agli occhiali. Questa teoria, di vasta risonanza fino al secolo decimottavo, fu soppiantata da Darwin. Sono gli esseri viventi che si adattano al loro ambiente; non l’ambiente che si adatta agli esseri viventi. Da ciò non segue tuttavia che ci sia un fine delle cose. Approfondendo questo argomento, mi stupisco si possa credere che questo mondo, con tutti i suoi difetti, debba essere quanto di meglio onnipotenza e onniscienza siano state in grado di costruire in milioni di anni. Francamente non posso crederlo. Se voi aveste l’onnipotenza, l’onniscienza e milioni di anni a vostra disposizione, non fareste di meglio? Inoltre, se accettate le comuni leggi della scienza, dovete supporre che molto probabilmente la vita umana e la vita in generale su questo pianeta cesseranno: ci troviamo già in una fase del disgregamento del sistema solare. Osservando la luna, comprendiamo ciò che diventerà la terra: un pianeta deserto, 8
freddo e senza vita. Qualcuno dirà che questo pensiero è deprimente, toglie la gioia di vivere. Sciocchezze! Nessuno, in realtà, si affligge molto pensando a quanto avverrà fra milioni di anni. Chi dice di avere tali preoccupazioni inganna se stesso. Ci si occupa di pericoli imminenti o non molto remoti. Certamente è un poco triste pensare che tutto debba finire; però, osservando quale uso molta gente fa della propria vita, quel pensiero è quasi consolante.

L’argomento morale per dimostrare l’esistenza di Dio

Ora facciamo un passo avanti in quella che chiamerò la discesa intellettuale, compiuta dai teisti nelle loro argomentazioni per giungere ai cosiddetti argomenti morali dell’esistenza di Dio. Nei tempi passati si proponevano tre argomenti speculativi per sostenere l’esistenza di Dio. Kant ne parla nella Critica della ragion pura. A questi egli ne aggiunge un altro, di carattere morale, che lo convince appieno. Anche Kant, come tanti altri, era scettico per quanto riguarda gli argomenti intellettuali, ma abbracciava, senza riserve, i princìpi morali appresi da fanciullo, ciò che conferma la dottrina degli psicanalisti sulle esperienze dell’infanzia che lasciano tracce profonde nel carattere dell’adulto. Kant, dunque, propose un nuovo argomento morale per provare l’esistenza di Dio, che fu popolarissimo nel secolo decimonono. Questo argomento ha alcune varianti. Eccone una: non esisterebbero “giusto” ed “ingiusto” se non esistesse Dio. Per il momento trascuriamo pure la questione se vi sia differenza fra giusto e ingiusto. Il problema del quale voglio occuparmi è questo: fatta l’ipotesi che vi sia differenza fra giusto e ingiusto, mi chiedo se essa sia dovuta a Dio o no. Se è dovuta a Dio, allora per lui questa differenza non c’è e non si può più dire che Dio è buono. Se dite, come dicono i teologi, che Dio è buono, allora ne consegue che giusto e ingiusto sono in qualche modo indipendenti dalla volontà di Dio, e che non è per volontà di Dio che esiste questa differenza, ma che essa è logicamente anteriore a Dio. Si potrebbe naturalmente asserire che c’era una divinità superiore al Dio che fece questo mondo, oppure che questo fu fatto dal diavolo in un momento in cui Dio si riposava. Quest’ultima opinione, professata da alcuni gnostici, spesso l’ho condivisa. Su quest’impostazione del problema ci sarebbe molto da dire e per il momento non mi preoccupo di confutarla.

Del rimedio contro l’ingiustizia

Un altro curioso aspetto dell’argomento morale è questo: si dice che l’esistenza di Dio è necessaria per ristabilire la giustizia nel mondo, dove c’è tanta ingiustizia: i buoni spesso soffrono, i malvagi prosperano, e non so cosa sia più fastidioso; perciò, dicono, deve esserci una vita futura che ristabilisca un certo equilibrio. Quindi ci deve essere un Dio, ci devono essere necessariamente un paradiso e un inferno. Argomento alquanto specioso. Dal punto di vista del buon senso, si dovrebbe dire piuttosto: alla fin fine io conosco soltanto questo mondo. Non so nulla del resto dell’universo, ma quel che vedo in questo mondo mi basta e sopravanza per concludere che, se non c’è giustizia qua, non c’è giustizia nemmeno altrove. Se aprite una cassa di arance, e trovate che le prime sono cattive, non pensate certo che quelle sotto siano migliori, per amor di equilibrio: è molto più probabile che tutte siano cattive. La stessa cosa può dirsi dell’universo. Nel mondo non regna certamente la giustizia e questo, anziché a favore, è un argomento contro l’esistenza di Dio. Gli argomenti speculativi non spingono gli uomini a credere in un Dio: molti vi credono perché non sanno liberarsi degli insegnamenti appresi nell’infanzia. Nell’uomo c’è il desiderio di credere in Dio per bisogno di sicurezza e di protezione.

Il carattere di Cristo
Vorrei ora dire qualcosa su un argomento non sufficientemente trattato dai razionalisti: cioè se Cristo fu il migliore e il più saggio degli uomini. Si potrebbe credere che tutti siano d’accordo sull’affermativa, ma io non sono d’accordo. In molte cose potrei seguire Cristo, molto più di tanti che si professano cristiani. Ricordate che egli disse: «Non contrastate al male, anzi se qualcuno ti percuote su una guancia, tu porgigli anche l’altra». Questo precetto, non nuovo e già enunciato da Lao-Tze e da Buddha cinque o sei secoli prima di Cristo, non è certo accolto dai cristiani. Senza dubbio, il primo ministro Stanley Baldwin, ad esempio, è un convinto cristiano, ma non vi consiglio di andare a colpirlo su una guancia: vi direbbe che il principio di Cristo va inteso in senso figurato. C’è poi un altro punto che giudico molto significativo. Cristo disse: «Non giudicate acciocché non siate giudicati». Non è stato certamente questo principio ad ispirare i tribunali dei paesi cristiani. Ho conosciuto molti giudici di indiscussa fede, che giudicando non dubitavano, nemmeno lontanamente, di non agire secondo i princìpi della loro religione. Un altro precetto di Cristo, molto generoso, è questo: «Da’ a chi stende la mano e non respingere chi ti chiede un prestito». Non è il caso qui di parlare di politica: però non posso fare a meno di osservare che le ultime elezioni furono imperniate sulla questione di come rifiutare un prestito. Cosicché si deve dedurre che i liberali e i conservatori del nostro paese, in quell’occasione, si sono comportati da persone che non seguono l’insegnamento di Cristo. C’è infine un’altra massima: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, e donalo ai poveri». Principio, questo, ben poco popolare fra alcuni nostri amici cristiani. Tutte queste massime sono ottime, ma non vengono quasi mai messe in pratica. Non dirò certamente che sono io a metterle in pratica, ma, dopo tutto, io non mi dico cristiano.

Difetti nell’insegnamento di Cristo

Ho ammesso che queste massime sono eccellenti: ora ve ne cito però alcune che difficilmente permettono di riconoscere a Cristo la massima saggezza e la massima bontà. Storicamente non si sa nulla di lui, e si arriva anche a dubitare della sua esistenza. Non tratterò, quindi, questo difficile argomento. Parlerò di Cristo soltanto come ci appare dai Vangeli dove si trovano passi non molto felici. Ad esempio, egli era certo che la sua seconda venuta, nella gloria celeste, si sarebbe compiuta prima della morte dei contemporanei. Infatti Cristo dice agli Apostoli: «Voi non avrete visitato le città d’Israele prima che il Figliolo dell’Uomo non sia venuto». E poi: «Ci sono alcuni qui presenti che non gusteranno la morte, fino a che non abbiano veduto il Figlio dell’Uomo venire nel suo regno». E ci sono tanti altri passi che ribadiscono la stessa certezza che era alla base del suo insegnamento. Quando diceva: «Non preoccupatevi del domani» ed altre cose del genere, pensava che tutto ciò che era materiale non aveva importanza, perché la seconda venuta era molto prossima. So di cristiani che la ritengono imminente. Conobbi un parroco che atterriva i suoi fedeli col pensiero di questa seconda venuta; ma quelli si tranquillizzavano quando lo vedevano piantare alberi nel suo giardino. Invece i primi cristiani vi credevano realmente, e non piantavano alberi. Sotto questo aspetto, Cristo non è stato poi tanto saggio.

Il problema morale

Guardiamo, ora, il lato morale di questo insegnamento. C’è un grave difetto nella morale di Cristo: egli predicava l’inferno. A mio giudizio, chiunque abbia in sé un poco di umanità non può credere nel castigo eterno. Egli, invece, credeva nel fuoco infernale e, stando ai Vangeli, scagliava le sue invettive contro coloro che non lo ascoltavano. Atteggiamento, questo, comune a molti predicatori, ma non certo saggio e lodevole. Socrate, ad esempio, non si lasciò mai prendere dall’ira, ed anche in punto di morte usò molta dolcezza con tutti, anche con gli avversari. A coloro che non apprezzavano la sua parola, Cristo diceva. «Serpenti, progenie di vipere, come sfuggirete al castigo dell’inferno?» Celebre è la sua condanna del peccato contro lo Spirito Santo: «Chi pecca contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questo mondo, né in quello futuro». Codesta minaccia ha causato sofferenze indicibili in molti che temevano di aver commesso peccati contro lo Spirito Santo. Frasi di questo genere hanno recato paura e terrore all’umanità, e non mi sento di riconoscere un’eccezionale bontà in chi le pronunciò. E ancora: «Il Figlio dell’Uomo invierà i suoi angeli, ed essi raduneranno tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente. Ivi sarà pianto e stridor di denti». Queste ultime parole vengono ripetute varie volte, sicché è palese una certa soddisfazione nel pensare a questo spettacolo. Ricordate, inoltre, la parabola del pastore che separa le pecore dai capretti: anche Cristo separerà gli uomini alla sua seconda venuta. Ai cattivi dirà: «Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno. E questi andranno nel fuoco eterno». Altro passo significativo: «Se la tua mano ti fa peccare, tagliala; è meglio per te entrare monco nel regno che andare con due mani nell’inferno, dove il fuoco non si estingue e il verme non muore». E lo dice e lo ripete. Questa del fuoco infernale, come punizione al peccato, è una dottrina che ha attizzato la crudeltà. E se il Cristo dei Vangeli fu veramente come ci è descritto dai suoi biografi, ne è in parte responsabile. Tante altre cose si potrebbero ricordare. C’è, ad esempio, l’episodio dei maiali di Gerasa: i demoni furono costretti ad entrare nel corpo di maiali, che poi precipitarono nel mare. Tutto ciò non fu molto gentile nei riguardi dei maiali, tanto più che, data la sua onnipotenza, Cristo poteva semplicemente scacciare i demoni, senza disturbare i poveri animali. C’è poi la parabola del fico: «Egli ebbe fame; e vedendo di lontano un fico fronzuto, andò a vedere se vi fosse anche frutto; ma essendosi avvicinato, non vi trovò che foglie; perché non era la stagione dei fichi. E Gesù prese a dire al fico: “Nessuno mangi più del tuo frutto”»... E Pietro... gli disse: «Maestro, il fico che tu maledicesti, è seccato». Racconto alquanto deprimente e che mi ha sempre lasciato perplesso. Quale colpa aveva l’albero, se non era la stagione dei frutti? Concludendo, la storia ci presenta persone ben più sagge e virtuose di Cristo; citerò soltanto Buddha e Socrate, che, sotto questo aspetto, mi appaiono molto superiori.

Il fattore emotivo

Come ho detto, il vero motivo per cui si accetta una religione non ha niente a che fare con le argomentazioni. L’adesione si basa su fattori emotivi. Si dice che non bisogna combattere la religione perché questa rende l’uomo virtuoso. Io non la penso così. Ricordo la gustosa parodia che di questo argomento fa Samuel Butler nel suo libro Erewhon Revisited. Il protagonista, un certo Higgs, dopo aver trascorso qualche tempo in un lontano paese, fugge su un pallone. Quando ritorna, vent’anni dopo, trova che è sorta una nuova religione, che lo venera come Figlio del Sole, salito in cielo. Si sta per celebrare la festa dell’ascensione; i professori Hanky e Panky, eminenti sacerdoti della nuova religione, stanno discorrendo fra loro e si rallegrano che Higgs non si sia fatto più vedere. Indignato, Higgs si avvicina e minaccia di svelare al popolo di Erewhon tutti i loro imbrogli. Essi lo pregano di non farlo, perché sul mito della sua ascesa in cielo si regge tutta la moralità del paese, e la corruzione dilagherebbe se la verità fosse risaputa. Higgs si lascia persuadere e se ne va via tranquillo. Con un ragionamento analogo, si bolla di malvagità chi non aderisce alla religione cristiana. Spesso, invece, è vero proprio il contrario. Possiamo constatare che, in ogni epoca, l’intensità della fede religiosa è andata di pari passo con inaudita crudeltà e scarso benessere. Ricordiamo tutti il periodo dell’Inquisizione: tante povere donne bruciate perché considerate streghe, e mille altre torture inflitte in nome della religione. In ogni tempo si è manifestata una ferma opposizione da parte delle Chiese contro ogni forma di progresso in campo morale e umanitario: dalla riforma delle leggi penali ai tentativi di evitare le guerre; dal miglior trattamento delle razze di colore all’abolizione della schiavitù. Il cristianesimo, così com’è organizzato, è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale nel mondo.

Perché la Chiesa ha ritardato il progresso

Penserete che mi spingo troppo oltre, dicendo che è così anche ora. Vi citerò un esempio, e scusatemi se l’argomento è poco piacevole. Supponete che una ragazza inesperta si sposi con un sifilitico. Ogni tentativo di sciogliere il matrimonio ed evitare così la nascita di figli ammalati, riuscirà vano, perché «il matrimonio è un sacramento indissolubile, e deve durare tutta la vita». Questa è la cruda risposta della Chiesa cattolica. Chiunque abbia un poco di cervello, e non sia annebbiato da dogmi, deve riconoscere quanto iniqui siano certi rigori. Questo è soltanto un esempio, ma sono innumerevoli le sofferenze non necessarie e non meritate che la Chiesa provoca in nome della sua morale. Questa morale si basa su un certo numero di regole che non hanno niente a che vedere con la felicità dell’uomo, e che contribuiscono ad aumentare le sofferenze dell’umanità. E se qualcuno suggerisce innovazioni per rendere più armoniosa la vita la Chiesa risponde che lo scopo della morale non è la felicità.

Il timore, fondamento della religione

Secondo me la religione si basa, essenzialmente, sulla paura. In parte è il terrore dell’ignoto, in parte, come ho già detto, il bisogno istintivo di immaginare qualcuno che ci aiuti e ci protegga nei pericoli: suppergiù una specie di fratello maggiore. In principio, dunque, fu la paura: paura dell’occulto, paura dell’insuccesso, paura della morte. La paura porta alla crudeltà, ed è per questo che crudeltà e religione stanno bene insieme. Oggi, tanti fenomeni non sono più misteriosi grazie alla scienza, che si è opposta alla religione cristiana, alle Chiese, e a tutti i princìpi anacronistici. La scienza può aiutare l’umanità a superare questa vile paura, nella quale ha vissuto per tante generazioni. Con l’aiuto della scienza e del nostro cuore, impareremo a non cercare aiuti immaginari, a non inventare alleati in Cielo, ma piuttosto a valerci delle nostre forze per rendere questo mondo più piacevole e diverso da quello che è divenuto, in questi secoli, sotto l’influsso delle Chiese.

sabato 29 novembre 2008

Saggezza


COSA DOBBIAMO FARE

Dobbiamo essere pratici, vedere il mondo nella sua giusta luce, coi suoi pregi e i suoi difetti. Non dobbiamo temerlo, ma conquistarlo con l’intelligenza, e non esserne schiavi. La nostra concezione di Dio deriva dall’antico dispotismo orientale, ed è una concezione indegna di uomini liberi. Non ha rispetto di se stesso chi si disprezza e si definisce miserabile peccatore. Dobbiamo aver fiducia in noi stessi, e guardare il mondo con sicurezza. Dobbiamo rendere questo mondo il migliore possibile, e se non è proprio come lo desideriamo, sarà sempre migliore di come ce lo hanno ridotto. Un mondo migliore richiede sapere, bontà e coraggio. Non bisogna rimpiangere il passato o soffocare la libera intelligenza con idee, che uomini ignoranti ci hanno propinato per secoli. Occorre sperare nell’avvenire, e non voltarsi a guardare a cose ormai morte, che, confidiamo, non rivivranno più in un mondo creato dalla nostra intelligenza.

Bertrand Russell


mercoledì 26 novembre 2008

Il mio nome è depressione


Depressione
Mikhail Khazin: Gli Stati Uniti Affronteranno Presto una Nuova "Grande Depressione"
Il noto economista aveva previsto la crisi finanziaria statunitense fin dal 2000

di Yevgeniy Chernyx (Komsomolskaya Pravda, 10 novembre 2008)
da ComeDonChisciotte


Cinque anni fa dirigevo le pagine culturali della Komsomolskaya Pravda. Era normale che le case editrici mi inviassero mucchi di novità da recensire. Un giorno, scavando all'interno dell'ultimo carico di libri, mi sono imbattuto in un volume intitolato "Il Tramonto dell'Impero del Dollaro e la Fine della Pax Americana".
Ricordo di essermi ripetuto il titolo, tra me e me, in tono incredulo. Ai vecchi tempi, gli americanologi dell'Unione Sovietica adoravano dibattere sul collasso dell'impero finanziario statunitense. Ma questo libro era del 2003.
Lo sfogliai, dando una rapida occhiata al testo. La conclusione dell'autore (l'economista Mikhail Khazin) sembrava piuttosto convincente. Perciò passai il libro alla sezione economica della KP, curata da Jenya Anisimov, che scrisse una  recensione e in seguito intervistò l'autore nella nostra redazione.
In questi anni non mi sono scordato di Khazin e ne ho seguito la carriera, mentre teneva svariate conferenze in tutta la Russia. Sembrava sicuro che gli U.S.A. si trovassero sull'orlo di un crollo economico, teoria che gli altri analisti si affrettavano a rifiutare. E oggi, mentre la sua prognosi, un tempo così ostica, comincia ad avverarsi, la KP ha contattato Khazin per un'altra intervista.

Licenziato dal Cremlino!

KP: Mikhail Leonidovich, cos'è che l'ha portata a predire l'attuale crisi finanziaria?

Khazin: Nella primavera del 1997 il Cremlino costituì il Dipartimento Economico della Presidenza, e io ne fui nominato vicedirettore. Il nostro primo incarico fu la stesura di un rapporto per [l'allora Presidente Boris] Eltsin, riguardo la situazione economica. Rilevammo che per la Russia una crisi economica era imminente, e che si sarebbe scatenata tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno del 1998, a meno che la politica economica del paese non fosse cambiata.

KP: Quali spunti presero le alte sfere dal vostro rapporto?

Khazin: Nessunissimo, in realtà. A parte il vicepresidente e lo stesso Eltsin, nessuno lesse il rapporto. Nell'estate del 1998, l'Amministrazione ci licenziò tutti, perché avevamo cercato di bloccare un progetto di investimenti chiamato "Titoli di Stato - Corridoio dei Tassi di Cambio". Si trattava della più grande operazione finanziaria dell'era post-sovietica. Come avevamo previsto, la crisi economica colpì quello stesso agosto. Insieme ai miei colleghi, ho continuato a esaminare le ragioni di quella crisi. Dopo aver studiato approfonditamente il sistema finanziario statunitense, rilevammo un parallelo fin lì ignorato. Così come il nostro mercato dei Titoli di Stato aveva prosciugato l'economia russa, il mercato finanziario statunitense stava risucchiando le risorse dell'intero pianeta. Ci rendemmo conto che un destino simile attendeva il sistema finanziario degli U.S.A. Il nostro articolo venne pubblicato nell'estate del 2000, sulla rivista Ekspert, col titolo "Gli Stati Uniti Stanno Spianando la Strada all'Apocalisse?" La nostra conclusione era che una crisi economica statunitense fosse inevitabile quanto il collasso finanziario russo.

Fare gli Scemi

KP: Evidentemente negli U.S.A. non avevano ascoltato la canzone dei LUBE [gruppo rock russo] durante la Perestroka, "Don't Play the Fool, America!" Seriamente, comunque, qual è la vera ragione di questo crollo economico? Cerchiamo di spiegarlo senza ricorrere a un linguaggio troppo tecnico...

Khazin: Ci proverò! Il modello economico che ha portato al crollo è derivato dalla crisi degli anni 70. Fu una tremenda crisi finanziaria causata dal surplus di capitale. Persino i classici dell'economia del XIX secolo avevano concluso che il capitale tende a crescere più velocemente dei redditi da lavoro. Questo porta a una diminuzione della domanda. Nel capitalismo tradizionale, il problema si risolveva in una crisi di sovraproduzione, e in un'economia di tipo imperialistico in una fuga di capitali. Ma, arrivati agli anni 70, questi sfoghi non funzionavano già più. Eppure, la situazione internazionale esigeva che gli Stati Uniti effettuassero un grande balzo tecnologico in avanti, o avrebbero perso la Guerra Fredda con l'Unione Sovietica. L'amministrazione Carter e il presidente della Federal Reserve Paul Walker elaborarono un'idea molto scaltra. Per la prima volta nella storia del capitalismo, i capitalisti iniziarono ad aiutare la collettività, mettendo in circolazione nuova moneta che stimolasse la domanda aggregata.

KP: Decisero di far andare le stampatrici?

Khazin: Esatto. Nei primi anni 80 cominciarono a stimolare la domanda tramite i contributi dello Stato. Per esempio, lanciarono il programma delle "Guerre Stellari". E nel 1983 misero l'accento sui risparmi delle famiglie.

KP: Intende dire che si affidarono al cittadino qualunque?

Khazin: Sì. Per un intero quarto di secolo, nell'economia delle famiglie è stata riversata una quantità di valuta sempre maggiore.

KP: In parole povere, parliamo di credito?

Khazin: Sì. Gli Stati Uniti furono in grado di raggiungere un ulteriore traguardo del progresso tecnologico grazie a questo eccesso di domanda. Ottennero il collasso dell'Unione Sovietica e fugarono molti dei loro maggiori timori. Ma... L'espansione si era realizzata grazie a risorse che avrebbero dovuto provvedere alla crescita futura. Il paese divorava sostanze con due generazioni di anticipo. Gli Stati Uniti accumularono un debito spaventoso. Risulta evidente se confrontiamo la crescita del debito delle famiglie coll'insieme del debito statunitense e col PIL. L'economia cresce a un tasso annuale del 2-3%, al massimo del 4. Ma il debito cresce a un tasso dell'8-10%.

KP: Be', che cresca pure... Finora gli Stati Uniti se la sono cavata alla grande... Meglio di noi!

Khazin: Sì, gli U.S.A., stimolando la domanda nei consumatori, hanno creato un alto tenore di vita. Intere generazioni hanno vissuto senza conoscere la povertà. Ma è impossibile vivere per sempre a credito. Il debito delle famiglie è diventato più grande dell'economia nazionale, più di 14 bilioni di dollari. E adesso siamo all'incasso. Ovviamente, Wall Street ha cercato di rimandare il crollo. Non voglio entrare nel dettaglio dei titoli derivati e di altri simili prodotti finanziari, basti dire che si trattava di un ultimo respiro prima dell'inevitabile soffocamento.
Un ulteriore problema degli Stati Uniti è che intorno alla domanda in crescita sono state create grandi industrie. Qualunque decisione prenda Wall Street, la domanda è destinata a precipitare. Cosa ne sarà di queste aziende? Nel 200 stimammo che sarebbe scomparso il 25% dell'economia statunitense. Oggi riteniamo che la percentuale più verosimile sia un terzo, se non di più.

KP: È davvero tanto!

Khazin: È una quantità enorme. Ma cosa comporta esattamente questo, la distruzione di un quarto dell'economia degli Stati Uniti? Comporta una crescita incontrollabile della disoccupazione, una gravissima depressione, una brusca impennata dell'incidenza dei servizi sociali sulla spesa pubblica... In questo momento gli Stati Uniti si agitano nel tentativo di salvare questa porzione dell'economia. Il governo sta aiutando banche e industria manifatturiera... Ma nonostante tutto, entro due o tre anni gli Stati Uniti dovranno fronteggiare una crisi simile alla Grande Depressione.


Mikhail Leonidovich Khazin è nato nel 1962. Ha studiato matematica all'Università di Stato di Yaroslavl e all'Università di Stato di Mosca. Dal 1984 al 1991 ha lavorato all'Accademia Sovietica delle Scienze. Tra il 1993 e il 1994 ha lavorato al Centro Studi Statale per le Riforme Economiche. Tra il 1995 e il 1997 è stato a capo del Dipartimento per la Politica del Credito presso il Ministero dell'Economia. Tra il 1997 e il 1998 è stato vicedirettore del Dipartimento Economico della Presidenza. Nel giugno del 1998 ha lasciato il pubblico servizio. Attualmente è il presidente della ditta di consulenza Neokon.

originale

Traduzione di Domenico D'Amico

lunedì 24 novembre 2008

Il Venezuela e la disinformazione sempiterna

Chavez ELEZIONI AMMINISTRATIVE IN VENEZUELA
un paese e il suo futuro
di Gennaro Carotenuto (da Giornalismo Partecipativo)


Domani si vota per le amministrative in Venezuela*. Dai massimi storici del 2004 il Partito Socialista Unitario (PSUV) del presidente Hugo Chávez, che secondo alcuni sbrigativi commentatori sarebbe un dittatore, prova a tenere le posizioni.
Conta su dati positivi ineludibili di dieci anni di governo bolivariano, in pace e in democrazia, che analizzeremo qui sotto, come è sempre stato in Venezuela anche quando lo scorso anno per la prima volta Chávez fu sconfitto e gli ipercritici che vaticinavano un golpe fecero finta di sorprendersi dell’ennesima prova di democrazia. Ovviamente anche questa volta per ogni governatorato e ogni sindaco perso, migliorare è impossibile, gli canteranno il “de profundis”.
Nonostante gufi e avvoltoi, ed un contesto che non è più in crescita, secondo i sondaggi il governo dovrebbe mantenere la maggioranza in almeno due terzi degli stati del paese. I principali fattori di preoccupazione sono il prezzo del petrolio che è in picchiata, e le incognite date dall’uscita o non entrata nel partito unitario di vari dirigenti storici. Questi a volte si candidano come terzo incomodo oltre al candidato del PSUV e a quello dell’opposizione. Per Chávez, inoltre, è la prima prova elettorale dopo la sconfitta di strettissima misura nel referendum costituzionale dello scorso dicembre. Una sconfitta venuta dopo un decennio di democratizzazione e inclusione vera nel paese e dopo una dozzina di vittorie elettorali consecutive, nel paese più monitorato al mondo.
I critici picchiano anche sull’inflazione e hanno ragione perché quest’anno chiuderà intorno al 30%. Hanno ragione ma anche torto perché con Chávez l’inflazione, comunque strutturalmente alta, è diminuita. Basta guardare alle presidenze dell’ultimo quarto di secolo. Con Jaime Lusinchi (1984-88) fu del 22.7%; con Carlos Andrés Pérez (1989-93) del 45.3%; con Rafael Caldera (1994-98) addirittura del 59.4%; con Hugo Chávez (1999-2007) del 18.4%. Chi in questi anni ha letto centinaia di contritissimi articoli sull’inflazione chavista mediti su questi dati e provi a ricordare se ha mai letto di tanta preoccupazione prima di Chávez.
Conosciamo i nomi dei falsificatori e occultatori, che mai pubblicano i dati più significativi della storia di questo decennio in Venezuela. Sono il gruppo mediatico spagnolo Prisa innanzitutto, quello di El País di Madrid che sta dedicando alle elezioni venezuelane lo stesso spazio di quello che dedica alla elezioni in Gallegolandia (la Spagna), la Sociedad Interamericana de Prensa (SIP), la CNN, la Fox, le messicane Televisa e Tv Azteca, la brasiliana Tv Globo, il gruppo argentino del Clarín, lasciando da parte i media venezuelani e i guitti nostrani, i Rocco Cotroneo e gli altri quaquaraquà della nostra stampa.
Perché non scrivono mai che l’indigenza in Venezuela è passata dal 20.3 al 9.4%? Perché non scrivono mai che la povertà si è ridotta dal 50% al 33%? Perché dimenticano che il salario minimo dei lavoratori (con una disoccupazione scesa dal 16 al 7%) è passato da 154 a 286 dollari ed è il più alto dell’America latina? Perché dimenticano che la mortalità infantile (il più indicativo della salute generale di un paese è passato da 21 a 14 per mille)? Molto resta da fare ma il PIL dedicato alla salute è stato quasi raddoppiato in dieci anni così come quello dedicato all’educazione. Ciò senza citare mille altri fattori di progresso e di uscita da un sottosviluppo atavico. E allora perché tanto catastrofismo? Chi scrive fa salva la buonafede preferendo passare da ingenuo. Tanto catastrofismo si giustifica perché continuano a parlare sempre e solo con i ricchi. Ricordate Raffaele Bonanni che nel dire che il Venezuela era peggio della Cambogia di Pol Pot ammise di non essersi mai affacciato fuori dal suo albergo di lusso? Ricordate Ettore Mo che per andare a prendere il caffé si metteva il giubbotto antiproiettile? E se i ricchi restano straricchi (e ben pochi sono andati a Miami) i ricchi in Venezuela sono tristi perché sono meno sideralmente distanti dal resto della società.
E arriviamo all’ultimo inspiegabile dato che i disinformatori di professione preferiscono non dare: se chiedi a tutti i venezuelani e non solo a quelli che hanno sempre tenuto il paese in pugno il Venezuela è forse il paese più ottimista al mondo. Secondo Latinobarometro (il corrispettivo di Eurobarometro e lontanissima dal potersi definire filochavista), la maggior parte dei venezuelani (il 50%) considerano che il futuro del paese sarà molto migliore contro solo il 31% del resto della Patria grande. L’economia attuale è “molto buona” per il 52% dei venezuelani mentre appena il 21% dei latinoamericani pensa lo stesso. Nel 1998 solo 35 venezuelani su 100 dichiarava di credere nella democrazia. Oggi dopo un epocale processo di inclusione sociale siamo arrivati al 59% e addirittura il 67% dichiara di aver fiducia nello Stato. Lo stesso Chávez continua ad avere la fiducia di sei venezuelani su dieci.
Si potrebbe continuare a lungo, ma sempre ricordando che questi dati sono occultati dalla stampa mainstream. Dopo dieci anni il governo bolivariano entra in una fase nuova e più difficile dove con il prezzo del petrolio in caduta lo Stato avrà più difficoltà ad approfondire la democratizzazione reale del paese. Ma il Venezuela è cambiato in questi dieci anni e solo in meglio. E chi lo nega non è in buona fede.



* Articolo chiuso in tipografia lunedì 17/11.