mercoledì 18 gennaio 2012

A sinistra del Pd

 da ilmegafonoquotidiano


Vendola si dichiara pronto a un'alleanza con il solo Di Pietro e invita De Magistris all'assemblea di Sel. Il sindaco di Napoli prepara il Forum dei Beni comuni. Prime prove (reali?) di uno schieramento alternativo


Si va addensando uno schieramento alla sinistra del Pd? Più che un progetto quello che si delinea appare uno scenario motivato da una minaccia e da una preoccupazione. La preoccupazione è che continui il riavvicinamento e la formazione della "grande coalizione" dettata dalla natura emergenziale - per il capitalismo - del governo Monti. Ma anche il riavvicinamento tra Pd e Terzo polo che è insito nel sostegno all'attuale governo e che rappresenta un'opzione convinta per settori importanti del Pd stesso. E del resto, come si potrebbe giustificare un'alleanza di centrosinistra "classica" dopo un lungo periodo di separazione programmatica come quella che stanno vivendo oggi Pd e Idv e Sel? Ecco dunque che si intravedono movimenti e posizionamenti, alcuni tattici e destinati a "tirare per la giacchetta" Bersani, altri più sostanziosi.
Nichi Vendola ha scelto il palcoscenico più visibile per mandare un segnale al Pd, l'Unità cui ha concesso una intervista domenica scorsa. Eccone alcuni stralci:

«Io non lancio aut aut, sono molto rispettoso verso il Pd, ma se la prospettiva di un nuovo Ulivo di cui ha parlato Bersani non c’e’ più perche’ c’è una svolta a destra, noi saremo competitivi con il Pd in maniera virulenta. Parleremo al suo popolo dal momento che gli stati maggiori si possono anche dividere, ma il popolo di centrosinistra è uno soltanto e ha più volte dimostrato che vuole un cambiamento». Non è un aut aut ma ci somiglia moltissimo e Nichi Vendola non ci tiene neanche troppo a smorzare i toni perchè questa storia della Federazione tra Pd e Terzo Polo a cui lavora Fioroni, o quell’altra secondo cui la legge elettorale devono studiarsela a tavolino Pdl, Pd e Terzo Polo, come auspica Letta, per il leader di Sel è davvero troppo. E niente sconti alla politica europea, di destra, di cui il governo Monti è soltanto «una variabile colta e illuminata». (...)
Condivide il monito del Capo dello Stato che esorta gli stati ad una vera unita’ politica e economica?

«Prima bisognerebbe chiedersi perché è finita cosi’: è nel fatto che l’Europa oggi è quasi interamente governata dalla destra e la sinistra, folgorata sulla strada del liberalismo, con le sue mille torsioni moderate ha regalato l’Europa all’egemonia culturale, politica e economica della destra».

Intanto nel centrodestra c’è chi inizia a dire che non era colpa di Berlusconi, come spread dimostra.

«Di questa Europa così spettrale e priva di visione il governo Monti rappresenta una variante colta e illuminata ma non un’alternativa. L’unica alternativa possibile è l’Europa sociale che solo le forze socialiste, socialdemocratiche ed ecologiste del vecchio Continente possono ricostruire. Anche perché si sta dimostrando che le politiche tecnocratiche a cui anche l’Italia partecipa, non solo sono socialmente inique ma anche inefficaci».

Perché il Pd dovrebbe dialogare con un partito che lo attacca ogni giorno?
«Il nostro alleato principale, il mio e di Di Pietro, non può pensare di non sciogliere mai i nodi della prospettiva, per cui ogni giorno leggiamo che Enrico Letta la legge elettorale la vuole fare in modo che definire autoritario è un eufemismo, oppure che Fioroni vuole fare la Federazione con il Terzo Polo. Ma se quello è il destino io e Di Pietro non abbiamo paura a metterci a capo di un altro polo di governo, alternativo al Pd. Non intendo più immaginare che per la sinistra ci sia soltanto un destino di testimonianza democratica».

E' in questo scenario che Sel tiene la sua assemblea nazionale sabato prossimo a cui ha invitato anche Luigi De Magistris, sindaco di Napoli ma anche tessitore di uno schieramento alternativo che farà le sue prime prove generali il 28 gennaio con il varo del Forum dei Beni comuni. A proposito della presenza all'assemblea di Sel, dell'assemblea del 28 gennaio e delle sue intenzioni, ecco la dichiarazione di De Magistris:
L'assemblea di Sel in programma domenica a Roma è un appuntamento interessante per costruire l'alternativa politica ma si tratta di un'assemblea di Sel che è un partito e non mi risulta essere il quarto polo. È un'iniziativa di Nichi Vendola alla quale ho aderito con piacere: sarà l'occasione per fare un intervento e ascoltare altri amici ma non è la nascita nè di un movimento, nè di un partito, nè di un Quarto Polo». Sarà comunque un momento di ritrovo per i movimenti. «Certo - spiega il sindaco di Napoli - ma ce ne saranno anche altri, come l'appuntamento a Napoli del 28 gennaio con il Forum dei Beni Comuni, che non è un appuntamento di partito come quello di Vendola ma è molto più ampio e plurale, come secondo me è importante fare in questo momento. Questi momenti di riflessione sono tutti importanti, perchè dobbiamo prepararci per costruire a livello nazionale con tutti quelli che credono nel cambiamento l'alternativa politica nel paese».
Insomma, De Magistris fa parte di questo schieramento ma non sarà certamente un comprimario. Così come Di Pietro che nel commentare il vertice tra Alfano, Bersani e Casini riuniti con Mario Monti ha così commentato:
Inutile raccontarsi favole e negare l'evidenza. Checché ne dica Pierluigi Bersani, con il vertice di stasera è nata una maggioranza politica in piena regola. Non si tratta però di una maggioranza “normale”, ma di una specie di scherzo di natura, giacché mette insieme partiti che si erano presentati alle elezioni schierati l'uno contro l'altro e poi per anni non si erano trovati d'accordo quasi su niente (...)
Noi dell'Italia dei Valori di questa maggioranza non facciamo e non vogliamo fare parte, perché crediamo nel sistema bipolarista, vogliamo che gli elettori sappiano per quale governo votano e intendiamo rappresentare nei programmi, nelle persone e nelle alleanze un'alternativa netta al Pdl e al centrodestra.
Presenteremo sull'Europa una nostra mozione e decideremo se votare quella della maggioranza Pdl-Pd-Terzo Polo sulla base dei suoi contenuti, ma non ci mischieremo in nessun caso a questa maggioranza eterogenea ed estemporanea, che mira solo a confondere i cittadini e gli elettori.

Come si vede, Di Pietro non chiude ancora tutte le porte, come del resto Vendola, ma il suo posizionamento è costante e difficilmente, se fosse tirato a lungo, potrebbe consentire il ripristino di un'alleanza con il Pd.
Dentro questo quadro si colloca piuttosto naturalmente anche la Federazione della Sinistra che ha accolto molto positivamente l'intervista di Vendola all'Unità.

Liberalizzazioni e liberismo

Liberalizzazione è un termine che mi insoppettisce, perché aldilà del merito dei provvedimenti, il termine sembra funzionare come cavallo di Troia  dell'ideologia liberista. E' sufficiente stabilire l'equazione: liberalizzazioni buone=liberismo buono, che detto e fatto ti ritrovi cornuto e contento. La trappola sta tutta qui, ma il pacchetto regalo delle liberalizzazioni non deve comprendere necessariamente  l'ideologia liberista in toto, con il massacro che ne consegue dei beni comuni e delle privatizzazioni del patrimonio pubblico, oltre che di risorse strategiche come la telefonia e l'energia ad esempio. Semplici operazioni di buonsenso come l'abolizione di certi privilegi feudali sono l'antitesi del liberismo. Abolire i privilegi della casta dei notai e di quella dei farmacisti che per decenni si sono arricchiti a nostre spese, è solo un fatto di di giustizia elementare, se a questo ci si vuole appiccicare la privatizzazione dei servizi pubblici, della gestione dell'acqua  e delle municipalizzate, quella è pura mistificazione e puro imbroglio. Personalmente ho auspicato per anni una qualche forma di "liberalizzazione" che sblocasse un sistema italiano paralizzato da privilegi odiosi, ho sperato in una qualche forma di liberalizzazione delle Università e persino della sanità, tale da consentire una selezione degli incarichi secondo criteri di merito e non di appartenenza politica, sindacale o di casta. Tutto ciò è liberismo? No, è semplice repulsione per delle ingiustizie che fanno parte di un sistema di stampo medievale, dove dominano le gilde e i loro interessi particolari. Che queste corporazioni intendano rimanere aggrappate ai loro privilegi lo trovo comprensibile, chi come i notai vorrebbe rinunciare ad un tassa sul macinato che si ottiene semplicemente mettendo delle firme su dei documenti? Che questo venga loro permesso è un altro paio di maniche. Già col governo Berlusconi alcuni provvedimenti come quelli riguardanti le farmacie furono bloccati, e si stava pianificando al contempo un progressivo  allentamento delle norme che consentivano la vendita di prodotti da banco nelle parafarmacie. C'è da augurarsi che questa si la volta buona e che si possa sfuggire al ricatto dei farmacisti, che con la scusa che rendono un servizio sociale alle vecchiette che si affidano ai loro amorevoli consigli, pretendono di essere i soli sulla piazza, liberi di fatturare milioni di euro l'anno.  Per non parlare degli avvocati che minacciarono addirittura di far cadere il governo di Berlusconi in grazia del loro folto numero in parlamento. Non parlo dei tassisti, anche se molte volte ho rimpianto la Barcellona degli anni giovanili, dove i ragazzi potevano prendere un taxi in piena notte senza svenarsi, mentre in Italia dovevi sempre tenere l'occhio sul tassametro (e sul percorso), sapendo che comunque alla fine il conto sarebbe stato salato. 
L'alibi per le liberalizzazioni e per le privatizzazioni è sempre quello dell'inefficienza dei servizi pubblici e della maggiore efficienza del privato, con conseguente riduzione dei costi per il cittadino. Innanzitutto l'inefficienza non è obbligatoria nel pubblico, è sufficiente rifarsi ad esperienze che funzionano, razionalizzando l'organizzazione del lavoro, diminuendo sprechi ed inefficienze e mettendo a punto un valido sistema di incentivazione (guardare gli ospedali francesi o del nord Europa ad esempio), per avere un pubblico più che efficiente. Il succo sta tutto qui, inoltre  se efficienza del privato significa precarizzazione del lavoro e paghe da fame, preferisco pagare un po' di più, ma sapere che chi fa il suo lavoro lo fa ricevendo un salario equo. 
Insomma liberalizzazioni si, ma occhio al trucco, liberismo mai.

lunedì 16 gennaio 2012

Mentre il governo Monti liberalizza... Intervista al sindaco Luigi De Magistris

La sfida della città partenopea, in controtendenza rispetto a Roma. «Le nostre scelte, avvicinando i cittadini alla politica, fanno paura a molti»
Mentre Monti privatizza e liberalizza, a Napoli si va in direzione contraria e la sfida alla valorizzazione dei beni comuni è diventata il fiore all'occhiello della rivoluzione arancione. Ostinatamente Luigi De Magistris rivitalizza le partecipate del comune: acqua, trasporto e rifiuti. Ieri con una delibera Palazzo San Giacomo ha perfino istituito il Laboratorio Napoli che con le Assise del popolo è il primo esperimento in Europa di messa su carta della democrazia partecipata, mentre dopo aver aperto un registro per le coppie di fatto e quelle Gltb, ha visto la luce, sempre all'anagrafe del comune, anche quello dedicato al testamento biologico. 

Sindaco, continuando così Napoli si candida a diventare la San Marino dei benecomunisti...

Scherzi a parte, è un fatto che le nostre scelte avvicinando i cittadini alla politica fanno paura a molti. Noi siamo il contrario dell'antipolitica e lo stiamo dimostrando giorno per giorno. Quello che verrà deciso nelle assemblee del popolo dovrà essere preso in considerazione da questa amministrazione, in un confronto faticoso, ma necessario per gettare le basi della democrazia partecipata. È l'inizio di un esperimento unico, dove l'assemblearismo non sarà più uno sfogatoio, ma un momento di crescita e critica costruttiva, contribuendo alle scelte dell'amministrazione.

Uno dei suoi "beni comuni" preferiti pare sia l'acqua. Ma con il decreto Monti sulle liberalizzazioni e in particolare con il comma 20, che di fatto vieta agli enti locali di gestire i servizi idrici, che fine farà la sua Abc? 

L'azienda speciale Acqua Bene Comune non farà una brutta fine, noi non lo permetteremo. Siamo stati la prima amministrazione a dare concretezza al referendum con una rivoluzione che ha riportato il controllo delle risorse e della gestione in mano pubblica, non consentiremo nessun colpo di mano.

Con il paravento della crisi economica però Monti ha praticamente commissariato l'Italia, è un dato di fatto che a suon di decreti stia cercando di cancellare le consultazioni popolari di giugno... 

È giuridicamente illegittimo e politicamente inaccettabile. Confesso di essere preoccupato, ma anche deciso a contrastare ogni tentativo di privatizzare i beni comuni che sono fondamentali per i diritti universali. Su questo faremo una battaglia nazionale insieme a tutte le amministrazioni e naturalmente con il comune di Napoli in testa. 
Negli ultimi 15 anni tutti i governi che si sono succeduti hanno insistito per privatizzare. Secondo lei è possibile che questo accanimento possa essere legato ai futuri assetti globali che vedono nell'acqua una risorsa paragonabile al petrolio a livello di speculazioni sul mercato?
Ci sono interessi economico-affaristici locali e quelli di tipo predatorio delle grandi multinazionali che pure sono interessate alle reti idriche dei comuni, rappresentando queste tanti mattoni di un'unica casa. Qui noi stiamo ponendo ostacoli decisivi alle mire neoliberiste, ed è chiaro che rappresentiamo un'anomalia in un processo politico molto interessante che non solo si oppone alle privatizzazioni, ma si impegna anche nella valorizzazione dei beni della comunità offrendo un modello amministrativo che coinvolge la cittadinanza.

E sulle altre liberalizzazioni? L'altro giorno si è schierato dalla parte dei tassisti... 

Sì perché guardo la loro protesta da un punto di vista cittadino e in un momento di crisi economica così duro non credo che abbiamo bisogno di nuove tensioni sociali. A Napoli per esempio c'è una necessità di un dialogo con questa categoria per stabilizzare il nuovo modello di mobilità urbana.

Il manifesto è uno dei pochi medium a sostenere la campagna sui beni comuni. Per molti pubblico è sinonimo di inefficienza e fonte di sprechi.

Stiamo cercando di ribaltare questo concetto e perciò abbiamo puntato sulla totale gestione pubblica del ciclo dei rifiuti, dei trasporti, nonché dell'acqua. Abbiamo ridotto gli sprechi, non abbiamo aumentato i biglietti dei bus, ma ampliato le corse di notte pur trovandoci con le casse vuote e i tagli del governo. Nonostante tutto siamo anche riusciti a rispettare il patto di stabilità e a conservare 70 milioni che presto saranno reinvestiti in opere pubbliche. Questo perché siamo convinti che la valorizzazione dei beni comuni e del welfare sia il cuore della politica nel terzo millennio. Ma attenzione a non demonizzare il privato essenziale nel projet financing, nel rilancio dello sviluppo o nelle opere pubbliche. 
Con la delibera sul testamento biologico e precedentemente con quella sul registro delle coppie di fatto etero o Glbt siete andati a mettere lo zampino in quei temi etici su cui il parlamento da anni si accapiglia senza riuscire a venirne a capo. 
Il fine vita è un tema su cui è difficile mettersi d'accordo, ma è necessario dire cosa si pensa. Noi abbiamo fatto tutto nel rispetto dell'autonomia che ci è concessa dalle leggi nazionali. Si tratta a nostro parere di diritti inviolabili della persona e quindi di valori costituzionali su cui un paese laico plurale contaminato da altre culture ha il dovere di esprimersi. Non è un caso che ho tenuto per me la delega all'attuazione della costituzione repubblicana che come vedete non è un potere formale.

Il 28 ci sarà l'assemblea per lanciare la Rete dei beni comuni, qualcuno mormora che lei stia usando Napoli come trampolino di lancio per la scalata a Palazzo Chigi.

Assolutamente no, sono il sindaco di Napoli e intendo finire il mio mandato. L'amministrazione di questa città è una grande sfida, e può diventare una testimonianza utile al paese per un modo differente di pensare la politica. In questa logica si iscrive anche il Forum del 28 che vedrà l'arrivo di tanti sindaci, Emiliano, Pisapia, Vendola, per un confronto aperto e per far crescere l'alternativa sociale. Da quest'assemblea usciranno infatti alcune proposte che poi presenteremo al governo e al presidente della Repubblica.

sabato 14 gennaio 2012

Lista Civica Nazionale...finalmente

Leggo sul Fatto Quotidiano di oggi un articolo di Paolo Flores D'Arcais dove finalmente si ripropone con decisione l'idea di "una o più liste autonome di società civile", per mezzo delle quali trasmettere le istanze della parte migliore della società civile italiana e lanciarsi nell'agone politico con una voglia di profondo rinnovamento. È una proposta che questo  blog ha fatto sua da tempo e che mi pare essere l'unica proposta seria in grado di coniugare innovazione politica e una diversa idea di rappresentanza, con l'incisività della lotta politica.
Mi fa anche piacere il fatto che si stia facendo strada l'idea di divenire autonomi dal Pd e smetterla di pensare che nessun progetto di alternativa politica possa essere portato avanti senza passare sotto le forche caudine della patologica doppiezza di questo partito.
Per quello che può importare, appoggio pienamente la proposta di Flores D'Arcais e mi metto a disposizione per qualsiasi iniziativa.

giovedì 12 gennaio 2012

La necessità della povertà e la libertà della ricchezza

Non so se stasera guarderò Servizio Pubblico. È che non mi va di vedere la faccia della signora Santanché e ascoltare le sue parole soddisfatte per la salvezza di Cosentino, con i suoi soliti contrappunti sulla sinistra giustizialista ecc. Non è nemmeno tanto per la galera in sé a un presunto(?) camorrista, è per la violenza continua nei riguardi della logica: quelli che hanno salvato Cosentino pretendevano che Fini si dimettesse dall'incarico di presidente della camera per la questione della casa di Montecarlo e se la prendevano con Mussi per il caso Penati. No, non ho alcuna simpatia né per Penati, né tanto meno per Fini, ma mi preoccupa la distanza fra le parole e le cose, perché maggiore è questa distanza, minore è il controllo che noi cittadini abbiamo sul potere. Ma come, questi hanno fior di mascalzoni nelle loro file, mafiosi passati già in giudicato, corrotti, camorristi, straparlano di nipoti di Mubarak e stanno ancora là a pontificare a far finta di essere dei veri politici?


Non mi piace essere ripetitivo, ma credo che la società civile italiana stia sprecando un potenziale enorme per stare dietro alla patologica dissociazione del Pd, convinti che di questo partito non si possa fare a meno e che si debba essere gran maestri di tatticismo alla matriciana e di inciucismo da retrobottega per prendere il potere in Italia. Nessuno tranne la sinistra, che purtroppo conta poco, ha il coraggio di dire che Monti se ne deve andare, che è un rapinatore di pensionati, un liberista a caccia del bottino dei beni vitali della società e un saputo che agisce considerando le leggi dell'economia allo stessa stregua in cui i papi consideravano quelle dell'astronomia ai tempi di Galilei. Si ha l'impressione che sotto sotto tutti pensino che a Monti e le sua squadra non ci siano alternative realistiche e che è meglio stare ad aspettare e vedere cosa succede.
Per quanto mi riguarda non voterò e non darò mai più il mio consenso a partiti o formazioni politiche che non avranno il coraggio di ripensare il dogma liberista: non è accettabile sotto nessun cielo che la necessità sia la povertà dei molti e la libertà sia la ricchezza dei pochi.

martedì 10 gennaio 2012

Mitt Romney, il favorito che può solo perdere

0 gennaio 2012
Nelle primarie di oggi in New Hampshire l’ex governatore del Massachusetts deve cogliere un successo netto dopo una settimana piuttosto difficile

da Giornalettismo


Iniziano oggi le prime, vere, primarie della lunga stagione presidenziale degli Stati Uniti. Dopo i caucus dell’Iowa, i cittadini del New Hampshire, senza distinzione di partito, potranno scegliere il loro candidato preferito per la Casa Bianca. Se in casa democratica l’esito è scontato, tra i repubblicani la battaglia è molto vivace, anche se Romney è il chiaro favorito. Gli ultimi sondaggi però non fanno presagire però quel trionfo che servirebbe al governatore del Massachusetts per chiudere in anticipo la corsa alla nomination.
NEW HAMPSHIRE, IL PRIMO STATO – Una legge del New Hampshire, introdotta nel 1977, ha stabilito che il piccolo Stato del New England, poco meno di un milione e mezzo di abitanti, deve essere il primo Stato a svolgere le elezioni primarie nella stagione presidenziale. Il primato del New Hampshire è sempre stato rispettato dai comitati nazionali delle formazioni politiche statunitensi, e insieme all’Iowa i due Stati hanno così acquisito un indubbio privilegio. Già nel 1916, sulla spinta del movimento progressive che aveva già introdotto queste consultazioni per i Rappresentanti della Camera, il New Hampshire organizzò elezioni primarie per le presidenziali, le seconde in assolute dopo quelle dell’Indiana. Quattro anni dopo, conclusa la prima guerra mondiale, nel New Hampshire si svolsero a marzo le prime elezioni primarie per le presidenziali, una tradizione che dura ormai da quasi cent’anni. All’epoca queste consultazioni avevano minore valore nella selezione della nomination, visto che il potere era ancora in mano ai boss dei partiti locali. Nel 1952 però, nonostante il loro valore non così significativo come oggi, il presidente Truman decise di non ricandidarsi proprio a causa della sua sconfitta subita dal senatore Ester Kefauver nelle primarie del New Hampshire. Il presidente della bomba atomica pagava l’impopolarità della guerra coreana, e un simile destino colpì un altro inquilino democratico della Casa Bianca impantanato in un conflitto bellico asiatico, Lyndon Johnson. Il senatore pacifista Eugene McCarthy sfidò il presidente in carica per ottenere la nomination del partito democratico, fatto assolutamente inusuale nella politica americana quando una formazione esprime il capo dello Stato, e arrivò a pochi punti percentuali da LBJ. Il risultato del New Hampshire convinse Robert Kennedy a candidarsi, e poche settimane dopo un amareggiato Lyndon Johnson dichiarò la sua indisponibilità ad una nuovo mandato, preannunciando il suo ritiro dalla vita politica. Esiti così drammatici non saranno certo ripetuti nelle primarie di oggi, ma qualche ritiro in casa repubblicana potrebbe anche verificarsi.
 
IL GOP DOPO L’IOWA – Tutta l’attenzione dei media è concentrata sulla corsa del Gop, dato che in casa democratica nessuno o quasi ha sfidato Obama, che passeggerà senza problemi per la ricandidatura. I caucus dell’Iowa hanno registrato la vittoria di Mitt Romney in coabitazione con Rick Santorum, dato che l’ex governatore del Massachusetts ha strappato il successo per soli otto voti. A livello di delegati, la posta in palio alle primarie, la situazione si è conclusa in perfetto pareggio. Sia Romney, che Santorum, stando ai calcoli del network MSNBC, dovrebbero aver conquistato 11 delegati a testa per la Convention di Tampa. L’Associated Press, la principale agenzia di stampa degli Usa, ha invece escluso dalla ripartizione dei delegati Ron Paul, così che Romney ne avrebbe conquistato uno in più. Differenze minime, visto che un candidato deve superare abbondantemente quota mille per ottenere la nomination. In New Hampshire i delegati in palio saranno invece solo 12, a causa dello spostamento a gennaio delle primarie, che il comitato nazionale del Gop aveva previsto inizialmente per febbraio. I primi Stati hanno un impatto mediatico molto significativo, ed eliminano i candidati più deboli tra quelli ancora in corsa dopo la conclusione della ormai lunghissima stagione delle primarie invisibili. Dopo l’Iowa Michelle Bachmann ha annunciato la conclusione della sua campagna, mentre il governatore del Texas è rimasto ancora in corsa nonostante molti pensassero ad un suo ritiro dopo il flop nei caucus. Mitt Romney ha consolidato il suo stato di favorito, ma la sua vittoria in Iowa non è stata celebrata dai media. Il successo morale è stato colto indubbiamente da Rick Santorum, che grazie alla sua brillante performance nelle novantanove contee dello Stato del Midwest ha risollevato una campagna che molti davano per mai partita in realtà. Ammaccato ma non distrutto è invece Newt Gingrich. L’ex speaker della Camera ha ormai perso definitivamente il ruolo di alternativa conservatrice a Romney, ma ha iniziato a profilarsi come il principale antagonista sui media del frontrunner del Gop.
 NEW ENGLAND, TERRA DIVERSA – Per un curioso caso della storia le primarie del New Hampshire, che sono probabilmente le più seguite a livello mediatico contando i molti mesi di campagna elettorale che le precedono, si svolgono in uno Stato che ha scarsa attinenza con l’elettorato dei due principali partiti americani. Il New England, la regione che comprende gli Stati a nord di New York City che si trovano tra le sponde dell’Atlantico e il confine con il Canada, è uno dei territori più progressisti degli interi Stati Uniti. In New Hampshire vige però una forte tradizione libertaria che rende l’elettorato di Manchester assolutamente peculiare, anche alla luce dell’assenza del melting pot che contraddistingue l’America contemporanea. Spesso le primarie, che sono aperte anche a chi non è registrato come elettore democratico o repubblicano, sono state vinte da candidati partiti come sfavoriti alla vigilia. Quattro anni fa Hillary Clinton sorprese il mondo intero risollevandosi dopo la batosta subita da Obama in Iowa. L’attuale presidente cesellò proprio allora, in quello che doveva essere il suo discorso della vittoria, il famoso Yes We Can che poi accompagnò la sua fortunata corsa verso la Casa Bianca. In passato ci sono stati altri episodi molto sorprendenti, oltre ai già citati casi di Truman e Johnson. Il frontrunner democratico delle presidenziali del 1972 Ed Muskie trovò proprio in New Hampshire la fine della sua campagna: vinse le primarie in modo deludente, e pianse – o così sembrò vista la neve che gli rigava il volto – in pubblico per un piccolo scandalo. Da quel momento in poi  i consensi di Muskie collassarono, mentre il senatore Gary Hart riuscì a  contendere la nomination fino all’ultimo a Mondale proprio grazie alla sua sorprendente vittoria in New Hampshire. A volte infatti non è necessario vincere, come scoprì Bill Clinton nel 1992, che risollevò la sua campagna, già allora piegata da scandali di natura sessuale, con un sorprendente secondo posto che gli valse il suo soprannome più celebre, The Comeback Kid. Anche John McCain ritornò in vita nel 2008 grazie al suo successo nel suo amato New Hampshire, dove otto anni prima aveva umiliato il favoritissimo Bush, mentre nel 1996 Pat Buchanan sconvolse il mondo battendo il favoritissimo Bob Dole. Già nel 1992 l’arciconservatore Buchanan aveva ottenuto un risultato brillantissimo che aveva evidenziato i limiti della popolarità di Bush padre. Il New Hampshire dunque ha una lunga serie di risultati sorprendenti, e non è detto che anche domani la stampa e gli osservatori si stupiranno dell’esito delle primarie repubblicane.

ROMNEY IN TESTA – L’elettorato dello Stato che voterà alle primarie repubblicane è sicuramente più moderato sui temi etici rispetto alla destra religiosa che è parte cospicua del Gop in altre parti d’America. E’ il terreno ideale per il conservatorismo economico di Mitt Romney, che infatti trasformato il New Hampshire nella base della sua strategia. Ex governatore del vicino Massachusetts, e piuttosto popolare visto il discreto risultato di quattro anni fa, Romney dovrebbe conseguire una vittoria che consoliderebbe il suo ruolo di favorito. Gli attuali sondaggi evidenziano un netto vantaggio demoscopico dell’ex governatore del Massachusetts, che però appare in calo. Nel tracking quotidiano dall’Università di Suffolk, della vicina Boston, Mitt Romney ha perso dieci punti in cinque giorni, partendo da 43% di consensi e arrivando a 33%. Una traiettoria in netto declino, che però pone il favorito di oggi su valori demoscopici simili a quelli rilevati da Public Policy Polling. Altri istituti, come Rasmussen Reports, danno invece Romney sopra a quota 40, un risultato che certo sarebbe poco diverso per quanto riguarda i delegati ma che avrebbe un impatto mediatico più rilevante. Nella prima fase delle primarie contano più le aspettative e la gestione del risultato, di conseguenza per l’ex governatore del Massachusetts margini di distacco sui suoi avversari sconfitti inferiori ai dieci punti rappresenterebbero un vero e proprio passo indietro.
LOTTA NELLE RETROVIE – Ottenere un solido secondo posto dietro a Romney potrebbe rappresentare un grande successo per la campagna di Jon Huntsman. L’ex governatore dello Utah non è mai stato in grado di sfondare nei cuori dell’elettorato repubblicano, a causa delle sue posizioni moderate su alcun temi molto sensibili per i conservatori, come le unioni gay o il riscaldamento globale. Huntsman ha pagato soprattutto la sua nomina a ambasciatore della Cina da parte di Obama: aver fatto parte dell’Amministrazione non è certo un buon biglietto da visita per una base repubblicana ansiosa di cacciare il presidente attuale. Attualmente l’ex governatore dello Utah si trova dietro a Ron Paul. Il Dottor No ha molti elettori indipendenti e libertari sui quali fare affidamento, ma la sua campagna non ha trovato il momentum, l’accelerazione auspicata nei caucus dell’Iowa. Se ci dovesse essere un vincitore a sorpresa, evento improbabile ma non impossibile vista la traiettoria demoscopica di Romney e soprattutto la tradizione del New Hampshire, il successo dovrebbero proprio arridere ad uno tra Paul e Huntsman. Gli elettori indipendenti, che solitamente sono molto numerosi alle primarie presidenziali dello Stato, scelgono abitualmente i candidati meno apprezzati dall’establishment, e uno tra Ron Paul o Jon Huntsman potrebbe davvero beneficiarne. Nel 2008 fu proprio il successo tra gli indipendenti che permise a McCain di battere Romney, che vinse tra gli elettori che si definivano repubblicani.


CONSERVATORI STACCATI – L’elettorato delle primarie repubblicane è piuttosto inusuale in New Hampshire. Nel 2008 le persone che si definivano ideologicamente come moderate erano la maggioranza relativa, un dato assolutamente peculiare nelle primarie del Gop. Anche per questo i candidati più a destra tra gli attuali sette contendenti per la nomination non sembrano avere grandi chance. Rick Santorum e Newt Gingrich combatteranno probabilmente tra di loro per spuntare un dignitoso quarto posto, ma già puntano le loro carte sulla più vicina, ideologicamente parlando, South Carolina. Nessuna possibilità neanche per Rick Perry, che probabilmente otterrà una percentuale da prefisso telefonico o poco più. La speranza del fronte conservatore, che dovrebbe però trovare un candidato unitario per pensare alla nomination, è un passo falso del favoritissimo Romney. Un successo poco convincente, oppure una sconfitta che sarebbe assolutamente clamorosa, sarebbe un colpo davvero duro sul piano mediatico per il frontrunner repubblicano, che si troverebbe in difficoltà proprio prima della sfida più dura, le primarie nella religiosa e conservatrice South Carolina. Le primarie del Gop potrebbero rivelarsi una passeggiata per Mitt Romney oppure un lungo calvario, e la traiettoria della competizione sarà decisa proprio in queste settimane.

sabato 7 gennaio 2012

Se Occupy Wall Street spaventa l’Economist

di Carlo Formenti da Micromega
La lettura dell’Economist è un salutare esercizio intellettuale che consente di sondare l’umore dei boss dell’economia globale – umore che, a scorrere gli articoli dell’ultimo numero, sembra volgere al nero.

A preoccupare lorsignori, diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, è, più che il pessimo andamento dei mercati, la rabbia che monta ovunque contro le loro ruberie. La furia del 99% – per usare lo slogan di Occupy Wall Street – somiglia troppo a un salutare ritorno dell’odio di classe per non turbare i sonni dell’1%. I quali hanno quindi commissionato al loro più prestigioso organo mondiale il lancio di una vigorosa campagna di “controinformazione”.

Una campagna che parte con tre articoli che, in questo caso, si concentrano sull’obiettivo di difendere dignità e ruolo del più grande hub finanziario globale, la City di Londra. È un impegno comunicativo a trecentosessanta gradi, che si sforza di toccare tutte le corde che possano influenzare l’opinione del lettore: argomentazione razionale, appello all’orgoglio e all’interesse nazionale (nella circostanza inglese), perfino lo spauracchio di nuove, possibili esplosioni di odio razziale. La razionalità consisterebbe, come argomenta il più lungo dei tre articoli, nella necessità di valutare quali potrebbero essere gli effetti dell’introduzione di regole troppo stringenti per la finanza da parte dei governi.

Tre i nemici più temuti: l’obbligo per le banche di separare i servizi commerciali a privati e imprese dagli investimenti ad alto rischio, l’introduzione di tasse elevate sulle transazioni finanziarie, l’introduzione di vincoli stringenti nei confronti degli eccessi di “creatività” che hanno innescato la crisi globale. Si tratterebbe, sostiene il settimanale, di medicine destinate a uccidere il malato, perché, invece di riequilibrare l’economia a favore dei settori produttivi, aggraverebbero il rischio di recessione strozzando il credito.

Il secondo articolo cerca di accendere l’orgoglio nazionalistico britannico: attenzione, si scrive, perché penalizzare la City vorrebbe dire colpire l’unico settore che, in questo momento, consente all’Inghilterra di essere competitiva sul mercato mondiale (neanche una parola, ovviamente, sul fatto che il disastro inglese fatto di deindustrializzazione, immiserimento di un terzo abbondante della popolazione, disoccupazione di massa, feroci tagli al welfare, ecc. affonda le radici proprio nel dirottamento di tutte le risorse del Paese nelle mani dei signori della City).

Infine il capolavoro: l’odio per la finanza è antico (già, e non per caso!) e ha antecedenti illustri nella predicazione di Cristo, Maometto e di quasi tutti i movimenti religiosi (ad eccezione di Luterani e Calvinisti che, “per fortuna”, hanno salvato la situazione), ma questo odio si è spesso tradotto in odio per i gruppi etnici che, come gli ebrei, sono i più abili nello svolgere questa attività. Come a dire: si comincia a inveire contro i Goldman Sachs e i Rothschild, e si finisce con chiedere la riapertura dei forni crematori.

Peccato che, a scatenare guerre di sterminio e a compiere delitti contro l’umanità, non siano stati movimenti come gli Indignati, bensì regimi totalitari che incarnavano gli interessi di agguerrite borghesie nazionali, e che sfruttavano ideologie scioviniste e razziste per dirottare l’odio dei proletari contro falsi bersagli.

In ogni caso, il fiotto di bugie, depistaggi e disinformazioni vomitato dall’Economist un merito ce l’ha: ci fa capire che i nuovi movimenti cominciano a fare davvero paura.

(7 gennaio 2012)