giovedì 22 ottobre 2015

Il debito pubblico non è la causa della crisi. Intervista a Emiliano Brancaccio

A qualsiasi livello, sia esso istituzionale o mediatico, il dibattito politico italiano si svolge dentro un perimetro predefinito, che considera la moneta un bene limitato e il debito di uno stato, sebbene non contratto direttamente dai cittadini, alla stregua di un debito privato da due contraenti qualsiasi. 
Le politiche liberiste si legittimano attraverso l'alibi del debito che di conseguenza presuppone una scarsità di moneta e quindi l'esigenza di politiche restrittive, guarda caso a spese di redditi e pensioni, ritenuti imaggiori responsabili della crisi e della mancanza di risorse per l'investimento pubblico e privato. 
Una formazione di sinistra o un qualsiasi movimento alternativo al liberismo deve porsi come obiettivo primario la decostruzine di questa immagine pervasiva ed univoca del debito, un'immagine che ci viene propinata ossessivamente ogni giorno dai politici e dai media. E' decisamente sorprendente come chiunque, anche coloro che dovrebbero essere i più distanti da una idea liberista della politica, da Landini a Cofferati a Civati, cadano in questa trappola per timore di andare contro il senso comune o semplicemente per ignoranza. Nessuno ha il coraggio di dire che dalla crisi non si esce se si rimane incagliati nell'idea di debito come malattia e di austerità come unica cura possibile. Anche gridare agli sprechi, ad una maggiore tassazione per i redditi alti e una maggiore razionalizzazione della spesa, seppure per molti versi giusto, può risultare controproducente se non si coniuga con una concezione del debito come dato strutturale, poichè rimanda sempre e comunque ad un'idea di moneta quale bene limitato e quindi da tutelare. 
Occorre maggiore conoscenza e maggiore spudoratezza, sebbene va detto, lo spazio per affermare una visione altra dell'economia è sempre più ristretto.



domenica 18 ottobre 2015

Siamo in guerra, tutti giù per terra


È evidente che "il fattore esteno", leggasi crisi economica, Europa, euro e quantaltro, ha modificato tutta la nostra rappresentazione della realtà e di conseguenza i nostri comportamenti e le nostre reazioni. Se c'è una guerra non ti lamenti se non trovi il cappuccino al bar e non ti sogni di chiedere l'aumento al padrone perché magari domani la tua fabbrica sarà distrutta da una bomba. La crisi dei debiti sovrani è una guerra che nessuno ha apparentemente dichiarato e della quale siamo stati indotti ad autincolparci per poi pagarne le conseguenze. 

Guai allo statale che dice: "datemi quello che mi spetta", perchè darà la conferma di essere esattamente come viene dipinto da sempre: egoista e parassita. 
Fino a pochi anni fa la scena politica sarebbe stata dominata dai proclami minacciosi dei sindacati che avrebbero eretto le barricate per rivendicare il rinnovo dei contratti. Oggi un sindacato totalmente assimilato alla logica del siamo in guerra e dobbiamo fare tutti la nostra parte, tace. È la guerra, non solo quella che si fa con le armi,  che scava nel profondo della nostra psiche e ci condanna al nichilismo e alla rassegnazione. 
Non c'è altra guerra se non quella che i potenti della terra hanno dipinto a loro uso e consumo. Diventiamo spavaldi e incazzati e le loro pallottole non ci scalfiranno neppure. Rivendichiamo pace, soldi, giustizia, speranza e la loro guerra si dissolverà, insieme alla loro malsana Europa e alla loro moneta malefica.

sabato 10 ottobre 2015

Salvate il soldato Marino


di Angelo d’Orsi da Micromega

Un caso di banditismo politico unito a uno straordinario esempio di insipienza politica: ecco il “caso Marino”.  Sarà da scrivere, con calma e sulla base di informazioni certe, la vicenda a suo modo esemplare di questo chirurgo tentato dalla politica, paracadutato nella capitale, prima come senatore della Repubblica (imposto, chissà perché, in Piemonte), quindi, a mandato in corso, come primo cittadino della capitale. Una parte del PD lo sostenne, contro l’altra parte, quella che stava prendendo però il potere guidato dal disinvolto Matteo, ormai in fase di irresistibile ascesa.

E ben presto costui scopre che Marino è ingovernabile: innanzi tutto non è un renziano, e in secondo luogo perché è una sorta di Forrest Gump, che vive in una condizione di separatezza dalla realtà. Ha un mondo suo, Ignazio Marino, e, pur essendo uomo, a mia conoscenza, e impressione, di specchiata onestà, in quanto primo cittadino della prima città italiana, della ex capitale dell’Impero Romano, della capitale del cattolicesimo, della capitale mondiale delle opere d’arte, e così via, il buon Ignazio perde la testa, o detto altrimenti comincia a montarsela, preso da una specie di delirio di onnipotenza. Cambia assessori, perde via via collaboratori e amici, e si trova un po’ per volta solo in un fortino assediato da sodali divenuti avversari, mentre il “capo supremo” gli mette alle calcagna un suo uomo forte, l’Orfini, che diventa un sindaco-ombra, e poi come se non bastasse, in absentia, affida al prefetto (Gabrielli, noto per la sua imperturbabilità davanti alle catastrofi “naturali”) il ruolo di Lord protettore, battezzato a furor di popolo “badante”.

L’assenza del sindaco in quei giorni, dovuta alle sue peraltro legittime vacanze negli Stati Uniti, divenne un capo d’accusa: erano i giorni del funerale più mediatizzato della storia recente (quello dei Casamonica), uno spettacolare diversivo dai problemi della capitale, una manna per i Brunovespa e per i rotocalchi scandalistici. Un ridicolo caso montato che finiva per far obliterare il vero “scandalo” quello di “Mafia capitale”. Si trattava di una vicenda che aveva mostrato come l’intero ceto politico “storico” di Roma fosse un sistema integrato di affarismo e corruzione, che attraversava tutte le giunte succedutesi nel corso degli ultimi decenni, tra centrosinistra e centrodestra: il centro, appunto, era il nodo corruttivo a unire in una solidale colleganza postfascisti, postcomunisti, immarcescibili liberali ed eterni democristiani. E intorno a questo ceto politico turbe di clienti, a loro volta vassalli e valvassori in tanti piccoli e grandi feudi, dalle municipalizzate ai taxi, dai palazzinari ai preti, dai bancarellai ai “pizzardoni”, alias vigili urbani. Piccola e infima borghesia famelica, i cui insaziabili appetiti favorivano in fondo un sistema economico parallelo, tra il sommerso e il criminale, appunto: mafioso.

Marino fu posto sotto accusa, sia da coloro che lo avevano preceduto, specialmente l’ultimo (il “sistema Alemanno”, e, ricordiamolo, in combinato disposto con gli scempi della signora Polverini alla Regione, è stato il punto più basso toccato nella plurimillenaria vicenda della “caput mundi”), sia dall’opposizione degli homines novi, il movimento 5 Stelle, con una notevole superficialità, che è proseguita, in una paradossale “alleanza di fatto” con le truppe renziane, ormai scatenate contro il fortilizio in cui un sempre più smarrito e inconsapevole  Marino aveva scelto la strada della resistenza ad oltranza, sentendosi in qualche modo protetto dalle buone cose che aveva comunque saputo fare, sin dall’esordio della sua azione amministrativa.  Non rendendosi conto, invece, che erano precisamente quelle buone cose ad averlo messo in difficoltà: come si può pensare di scalzare un sistema di potere perdurante da decenni, per non dire da sempre, combattendo praticamente da solo, essendo ormai stato vistosamente abbandonato dal suo partito? L’inserimento in Giunta di un magistrato – di grande energia e competenza come Alfonso Sabella –  per il controllo della legalità appariva un altro paradosso: consci della intrinseca disonestà del ceto politico si esplicitava il bisogno di un’auctoritas che ricordasse che “certe cose”, tipo corrompere i pubblici funzionari o farsi da essi corrompere) non si possono fare.  Mentre risultava grottesco (a dir poco) la cooptazione (decisa da chi?) di un figuro come il senatore Esposito, volgarissimo pasdaran del TAV in Val di Susa, come assessore ai Trasporti.

Ma quali sono le colpe di Marino, posto che le cene e i pranzi per i quali è stato crocifisso (a cominciare dal papa, che nei confronti del sindaco della città di cui egli, il pontefice, risulta essere “vescovo”) sono al più peccati venialissimi? Qualche pranzo, qualche bugia, qualche goffaggine. Roba di cui manco occorrerebbe parlare, in un Paese serio. E invece sono diventati strumenti della campagna, pesantissima e concentrica, contro il sindaco, dalla Repubblica (ormai organo renziano: soltanto appare più allineata, al punto di risultare stucchevolissima e illeggibile) al Corriere, da Libero al Giornale. Aggiungi la varia stampa cittadina, praticamente tutta in mano alla destra, e la cosiddetta “satira” televisiva: ne uccide più Crozza che la spada, com’è noto. Anche questo è il segno di una società che brancola in un indistinto mucillaginoso.

Dicevo, le “colpe” vere del sindaco di Roma: eccole (secondo Huffington Post, e io personalmente sottoscrivo): 1) Aver pedonalizzato i Fori imperiali; 2) aver bloccato la cementificazione del litorale di Ostia; 3)  aver rotto il turpe monopolio dei venditori ambulanti al Colosseo o a Piazza Navona; 4) Aver gettato l’occhio là dove nessun sindaco aveva guardato, gli affitti risibili della casta locale; 5) aver spezzato il sistema occulto degli appalti della raccolta rifiuti, e indetto, per la prima volta, una regolare gara di appalto; 6) aver sfidato le gerarchie ecclesiastiche e il Vaticano sui diritti dei non sposati e sulla fecondazione assistita eterologa; 7) aver partecipato al Gay Pride ultimo, nella città; 8) aver introdotto la scheda elettronica (badge) per i lavoratori della Metropolitana (afflitta da assenteismo cronico); 9) aver cominciato a fare pulizia nella dirigenza dell’ATAC (un motto che circola a Roma che dopo la “cura Alemanno” all’Azienda Trasporti v’erano più dirigenti che autisti; come nell’azienda rifiuti scarseggiavano gli spazzini ma sovrabbondavano i dirigenti!); 10) aver chiuso l’infernale discarica di Malagrotta.

Sono tutti titoli di merito. Marino forse non ha saputo valorizzarli. E ora per meno di 20.000 euro di spese di rappresentanza (una cifra ridicola per il sindaco di una capitale, e che capitale! Ne spende venti volte di più il rettore di un medio ateneo italiano!) diventa lo zimbello universale. Filippo Ceccarelli ha il coraggio di paragonare le tangenti agli scontrini. E il M5S finisce per aderire alla campagna della destra estrema, trovandosi, come accennavo, in buona compagnia con l’odiato Renzi. Il quale è, ancora una volta, il vero regista dell’operazione: uccidete il soldato Marino, è stato l’ordine di scuderia. E come un sol uomo tutti hanno obbedito. Ha alzato di giorno in giorno l’asticella, come in passato aveva fatto con D’Alema, poi con Bersani, quindi con Letta. E ora con Marino. Alza fino a stancare l’avversario: lo  fa sentire isolato, non “protetto”, fin tanto che egli, stremato, non getta la spugna.

Ora Marino lo ha fatto. Renzi può segnare un’altra tacca al suo fucile, ma non è che un antipasto. Ora dopo la caduta  comincerà la resa dei conti con la minoranza interna. Il premier intende “asfaltarli” come ripete volentieri con il suo lessico da bulletto di provincia. E lo farà. E costoro, tutti costoro, che faranno? Aspetteranno che il carroarmato renziano li schiacci? Forse sarà il caso di ricordare loro che Renzi non fa prigionieri né feriti. Ha imparato la prima lezione del suo grande concittadino Machiavelli: “i nemici bisogna spegnerli”.

Ieri sera, qui a Roma, davanti al Campidoglio, che pena vedere i militanti “grillini” accanto ai neofascisti di Casa Pound e ai diversamente fascisti della signora Meloni: che, prontamente, l’inclito Matteo Salvini candida al Campidoglio. Ha assolutamente ragione il sindaco uscente quando nel suo messaggio di dimissioni (ancora revocabili) afferma: “…non nascondo di nutrire un serio timore che immediatamente tornino a governare le logiche del passato, quelle della speculazione, degli illeciti interessi privati, del consociativismo e del meccanismo corruttivo-mafioso che purtroppo ha toccato anche parti del Pd e che senza di me avrebbe travolto non solo l’intero Partito democratico ma tutto il Campidoglio”.

All’indomani delle dimissioni, un quotidiano ha sparato sull’intera prima pagina questo titolo: “Roma liberata”. Si tratta del Giornale, ossia dell’organo di stampa e propaganda che aveva sostenuto in modo sistematico e rumoroso la candidatura di Gianni Alemanno, il peggior sindaco che la lunga storia della capitale ricordi.  Fosse anche solo per questa ragione, occorrerebbe sostenere ancora Ignazio Marino. 


mercoledì 7 ottobre 2015

Finalmente in guerra diamine

di Tonino D’Orazio

Non ancora. Quasi. Certamente. Anche contro la Costituzione se decide il Parlamento a trazione Renzie e Mattarella un po’ segugio. Qualche amico mio aveva veramente creduto che Renzie avrebbe difeso l’art. 11 della nostra ormai sgretolata e penosa Costituzione, che vieta l’entrata in guerra del nostro paese. Non hanno ancora imparato che bisogna immediatamente tradurre le sue affermazioni al contrario. Non si sbaglia mai. Anzi, cosa aspetta Renzie a modificare quell’articolo dicendo che “la Nato lo vuole”, come hanno modificato la Costituzione con il “fiscal compact” ché “l’Europa lo vuole”. E poi sarà il Ttip che ci lascerà in braghe perché “gli Usa e la troika lo vogliono”.
Che possiamo farci se invitati delicatamente ma fermamente dai nord americani che gestiscono gli scenari di guerra tramite la Nato ad intervenire e fare “la nostra parte”? Anche quest’ultima è una mistificazione enorme, poiché da Atlantico è diventato tutto il mondo medio orientale. Tutti i governi europei sono mani e piedi legati nella Nato. E possono ormai servire da lepri per qualsiasi devastante progetto futuro. Vedi le proteste guerrafondaie di Erdogan per un aereo russo sconfinato, che dovrebbe essere comunque “alleato” nella guerra all’Isis. Erdogan, il presidente di una Turchia verso l’islamizzazione, che sembra aver protetto l’Isis in questi anni, ovviamente e non ingenuamente, nemmeno per pura volontà sua. Nulla avviene per caso. Il nemico dei nord americani sono i russi, e quindi nostri nemici. Indipendentemente dall’obiettivo di arginare l’Isis. E’ quasi una controprova di chi fa cosa.
Ma è quindi l’intervento russo a preoccupare i guerrafondai. E anche i pacifisti. Si sa come comincia e si sa anche come finisce.
Tutti i mas media sono già pronti ad accusare l’intervento russo, in modo martellante, giorno dopo giorno, cartine e video alla mano, con generali a cento stellette semi seri a spiegarceli. Con un minimo di esperienza critica possiamo ancora credere alle reti televisive tutte spudoratamente in mano ai governi europei? Tutti allineati sul benessere del neoliberismo competitivo del tutti contro tutti e vinca il più forte? Oppure a un Renzie che occupa il 65% di tutte le nostre reti televisive con una balla dopo l’altra? E con tutti i "giornalisti" dietro? Che importa se i nord americani hanno bombardato un ospedale, citato da Médecins Sans Frontière come “crimine di guerra”. Non sono punibili per diritto divino. La notizia è perdonata e già superata dalle quotidiane “nefandezze russe” alle quali assisteremo giorno dopo giorno, con gli “effetti collaterali” e i toni da guerra fredda. Sempre ammesso che notizie, immagini e foto siano vere. In genere tutto è parziale e trafficato.
E’ “du déjà vu”. Vietnam, Afganistan, Ucraina … Si ricomincia? Comunque sempre sul territorio di terzi. Adesso è la Siria. Certamente i russi hanno una strategia. In una casa non si ripulisce una stanza sì e una no. Si comincia daccapo e si finisce sull’uscio, se non nel cortile. I bombardamenti sono iniziati anche intorno a Damasco e comunque dove l’isis si è già insediato a macchia di leopardo (200km intorno. Ansa), aiutati sicuramente dai rivoltosi anti-Assad, armati e sostenuti dal gruppo internazionale (del quale facciamo parte) “Amici della Siria”,(quella illegale), perché senza autorizzazione Onu. Onu che già si mischia alla voce del padrone chiedendo ipocritamente di non bombardare i civili. Non so cosa abbiamo visto in questi ultimi quattro anni. I russi bombardano nell’entro terra appena oltre la costa siriana del Mediterraneo, visto che rivoltosi e Isis insieme cercano di conquistarla. Come da accordi tra loro e i siriani legalisti (gli altri non lo sono), i russi hanno una base navale e la Nato sarebbe felice di sloggiarli dal Mediterraneo e rinchiuderli nel cerchio magico. Accordi, non possesso di pezzi di territorio nazionale, come da noi, regalati ai nord americani.
Non si capisce più cosa vogliono da noi i mass media, con le decapitazioni giornaliere, donne, bambini, bianchi, con la distruzione del patrimonio storico, spossessato e diventato mondiale (Unesco). Ci invitano da mesi ad entrare in guerra e “punirli”? Perfino Prodi è intervenuto a sostegno del finalmente intervento russo. Per le minacce dell’Isis direttamente a noi, adesso bombarderemo, e forse, anche i nostri pezzettini di deserto dove non c’è nessuno, guidati dal coordinamento Usa. Basta pagare la spesa degli armamenti e si rende assolutamente necessario acquistare gli F-35, anche se non sono affidabili per niente. Dovremo anche sostenere i “nostri ragazzi che rischiano la vita”. Non dovrebbe stupire nemmeno se i nord americani rifornissero l’Isis di missili terra/aria, anti-russi ovviamente, anche se gli errori possono sempre esistere anzi, affinché il fuoco d’artificio sia completo dovrebbe incapparci anche qualcuno da abbattere col “fuoco amico”. Poi non sapremo più chi è chi. E chi fa cosa e quanti innocenti moriranno e quanti profughi invaderanno l’Europa per colpa dell’intervento, si capisce, russo. Rimarrebbe solo la nostra diffidenza. Per tutti, certamente. Ma è troppo poco.
Avete più visto il Tavolo della Pace, inghiottito dal Pd e dalla Cei, così come la Marcia della Pace Perugia-Assisi con i parlamentari guerrafondai in testa? Bastava fare ministro il presidente del Tavolo e un intervento autoritario dell’ex papa Ratzinger verso i francescani, e tutto è messo a tacere, non solo nel giovane mondo cattolico, così vivace un tempo per un pacifismo ideale e di profonda natura evangelica.
E’ tempo che la sinistra italiana, se non europea, anche se costellata e dispersa, insieme al M5S (che è ecologista e pacifista di natura per assioma) organizzino una grande manifestazione per fermare almeno la nostra deriva guerrafondaia. Non c'è da fidarsi di questo parlamento. A Salvini e camerati non pare vero di andare a “ruspare” un po’ quei semiti affinché ne arrivino di meno da noi.

sabato 3 ottobre 2015

La forza dell'Impero

intervista a Leo Panitch di Nicola Melloni da Micromega

 
Leo Panitch è professore all’Università di York, a Toronto, editore del Socialist Register e, recentemente, autore, con Sam Gindin, di “The Making of Global Capitalism”, un libro di fondamentale importanza per capire le origini e le evoluzioni del capitalismo moderno e l’egemonia americana.

Iniziamo parlando delle tendenze del capitalismo globale alla luce della crisi finanziaria del 2007. Il capitalismo del XX secolo ha avuto diverse trasformazioni, scaturite da crisi sistemiche ma mai irreversibili. Nel vostro libro, tu e Sam Gindin sostenete che lo Stato moderno è comunque e sempre uno Stato capitalista le cui istituzioni sono costruite ed implementate per favorire gli interessi e la riproduzione del capitale: lo Stato Sociale è stato lo strumento per mercificare il lavoro, la finanziarizzazione è stata la risposta alla crisi degli Anni 70 per agevolare le occasioni di profitto e di consumo. Questa nuova crisi cosa modifica nel Capitalismo del XXI secolo?

La prima e più importante considerazione da fare è che questa crisi ha soprattutto mostrato la forza strutturale, la capacità di resistenza e quella di contenimento della crisi dello Stato capitalista. Non vi sono dubbi che lo sviluppo capitalista mostra moltissime contraddizioni, fallimenti, irrazionalità, ma questa fase di globalizzazione iniziata non negli anni 80, ma nel 1944 sotto l’egida di quello che chiamiamo Impero Americano non si è fermata.
Certo, non tutto funziona perfettamente. Geopoliticamente sono in corso mutamenti con la formazione di blocchi regionali antagonisti all’America, ma per ora senza nessuna vera possibilità di contrastarne l’egemonia.
Il contenimento della crisi ha mostrato grande efficienza da parte delle istituzioni americane, ma molto meno in Europa – dove è soprattutto la Germania ad avere grandi responsabilità. L’austerity ha danneggiato la ripresa economica ed acuito la crisi, eppure solo in un paese, la Grecia, un governo socialista ha preso il potere e pure quel caso è stato normalizzato nel giro di pochi mesi, confermando appunto la forza delle istituzioni del capitale.

Queste contraddizioni, però, rischiano di acuirsi, mi sembra. La politica economica europea è fallimentare e foriera di una nuova ondata nazionalista, mentre un po’ ovunque si ricomincia a parlare di protezionismo economico e politiche del tipo beggar thy neighbour. Tu hai scritto che la principale differenza tra la congiuntura attuale ed il 1929 è proprio il fatto che la globalizzazione del capitale non si sia fermata e che la crisi viene risolta in maniera pacifica. Ma non c’è un rischio che queste contraddizioni ancora in nuce possano esplodere?

Il più grave pericolo arriva dalla destra europea, aiutata enormemente dalle politiche di austerity della UE. Le colpe sono chiaramente della Germania che ha dimostrato di essere molto meno capace degli Stati Uniti di rispondere alle crisi economiche, e, soprattutto, recalcitrante ad assumersi le sue responsabilità di leader all’interno dell’Europa. Questa situazione non è per nulla ben vista in America, dove si teme una divisione europea che danneggerebbe il commercio transatlantico e gli interessi del capitale globale – non a caso gli Stati Uniti hanno fatto pressioni, inascoltate, per condizioni più morbide sul caso greco. La destra europea comunque si è fatta più forte. Non è chiaro se Marine Le Pen vincerà le elezioni in Francia ma la cosa non si può certamente escludere. La differenza fondamentale con gli anni 30 è, però, che le borghesie nazionali europee, che pure esistono, non sono pronte, né capaci, di puntare sull’autarchia e sulla rottura della globalizzazione economica. Il capitalismo americano le ha rese transnazionali nelle loro relazioni economiche.
Il problema non è però solo economico ma anche e soprattutto culturale, la libertà di movimento e Schengen sono messe sotto pressione, e questo potrebbe portare a sviluppi imprevisti per la sopravvivenza della UE.
Anche a sinistra, ovviamente, qualcosa si muove: non solo Syriza e Podemos ma anche l’incredibile vittoria di Corbyn e la rinascita del Labour su basi di sinistra, una novità storica all’interno di un partito di quel genere, dove la sinistra di Tony Benn è sempre stata minoranza. Qualche vero cambiamento sarà però possibile solo nel lungo periodo, nel breve periodo non ci sono le forze sufficienti per modificare le relazioni di forza che sono chiaramente sfavorevoli. Almeno finché non vedremo cambiamenti politici in senso progressista in Francia, Germania e nei paesi scandinavi.

Andiamo indietro un attimo ai cambiamenti del capitalismo globale, questa volta dal lato politico. Il capitalismo ha dimostrato di funzionare benissimo con la liberal-democrazia, che pure si è evoluta con i cambiamenti della struttura economica – dalla re-distribuzione e compromesso sociale del Welfare State, fino all’accesso al mercato del credito e all’illusione monetaria del finanz-capitalismo, che per inciso ha portato alla crisi dei subprime proprio per favorire il consumo dei ceti più disagiati. La crisi attuale ha ripercussioni importanti su questo modello sociale, perché blocca l’economia del debito (tanto pubblico che privato) e non riapre certo canali di redistribuzione del profitto. Lo scontento è cresciuto e così la repressione poliziesca. Non pensi che la democrazia occidentale rischi di entrare in crisi?


Iniziamo dicendo che sarebbe meglio non romanticizzare e sopravvalutare gli spazi democratici che c’erano in passato. I socialisti ed il mondo del lavoro, è vero, erano forti e si erano conquistati spazi e diritti, ma comunque nel contesto di un capitale molto forte – che non permetteva di andare oltre un certo limite. Non bisogna dimenticare quanto fosse forte e violenta la repressione negli anni 60 e 70, non possiamo minimizzare il ruolo avuto dalle forze di sicurezza in molte pagine nere della democrazia occidentale, soprattutto nel vostro Paese, in Italia. Si trattava di una violenza che era in qualche modo una risposta alla forza della sinistra – e non mi riferisco certo al Terrorismo che in Italia conoscete bene – quanto alla forza reale tanto dei movimenti quanto della sinistra istituzionale impegnata in un confronto aspro con il Capitale. Per meglio capire la forza politica della repressione e gli spazi limitati della democrazia, basti pensare che una delle più importanti svolte politiche del PCI, quella Berlingueriana del Compromesso Storico, fu dettata dalla paura della repressione dopo il colpo di Stato in Cile. E che forse la deriva a destra del PD attuale può trovare le radici proprio in quella svolta. Quegli anni, è vero, erano basati anche su un compromesso tra Capitale e Lavoro, ma era un compromesso fragile e c’erano forze all’interno della sinistra che se ne rendevano conto e puntavano al superamento della socialdemocrazia (si riferisce a Tony Benn nel Labour, al Piano Meidner in Svezia e pure a Pietro Ingrao nel PCI, nda).
La repressione è in realtà calata solo quando quei movimenti sono stati sconfitti e i partiti di sinistra hanno smesso di lottare per cambiare il sistema.
Ora vediamo un ritorno della repressione, di sicuro il peggiorare delle condizioni materiali, la mancanza di accesso al credito induriscono lo scontro sociale. Allo stesso tempo la nascita di movimenti come Occupy o gli Indignados aumenta la repressione delle classi dominanti, appunto come in passato.
C’è di più. Se la destra europea dovesse continuare la sua crescita, a sinistra si riproporrebbe l’opzione dei Fronti Unitari contro la destra – che le classi dominanti accetterebbero solo in cambio di una rinuncia ad ogni pretesa di cambiamento, riducendo di conseguenza gli spazi politici e democratici. E’ uno scenario fosco perché sarebbe un dilemma che porterebbe comunque ad una sconfitta – lotta contro la destra per difendere la democrazia, al costo di una netta riduzione degli spazi di agibilità politica – ed ad una contraddizione insanabile nella dialettica democratica.

Che spazi ci sono, allora, per la Sinistra. Anche Syriza, a prescindere dalla resa finale, non sembrava aver un piano davvero di cambiamento radicale del sistema, ricordo un famoso articolo di Varoufakis sul Guardian dove si spiegava che il compito storico della sinistra era, ad oggi, di salvare il capitalismo europeo dai capitalisti.

Il problema in Grecia è il bilanciamento delle forze a livello europeo – e globale. Tanto Varoufakis che Tsipras avevano detto fin dall’inizio che erano disposti a lottare solo all’interno dello spazio europeo, e questo spazio alla prova dei fatti è risultato inesistente. Tsipras ha cercato una sponda nel Sud-Europa, chiaramente non da Renzi, ma piuttosto sperando in una vittoria di Podemos in Spagna. In ogni caso, anche questo non sarebbe bastato. Varoufakis stesso non aveva nessun vero piano B per uscire dall’Euro. Le possibilità di cambiare a livello europeo esistono solo qualora le cose cambino in Francia e Germania.
Su una cosa poi bisogna essere molto chiari. Gran parte della sinistra europea chiede una Unione politica più forte per fronteggiare moneta e mercato unico. Si tratta di uno sbaglio clamoroso: così si accentra solo il potere, lo si porta lontano dai luoghi sociali, si restringono le possibilità di azione della sinistra.
Quello, invece, da cui la Sinistra deve ripartire sono pratiche sociali diverse, dalla produzione al consumo che siano in contrasto con i paradigmi non solo economici ma anche culturali del capitalismo dominante. Certo serve mobilizzarsi, serve manifestare, serve l’azione politica, ma serve soprattutto la ricostruzione di una coscienza sociale, di classe, alternativa.

Parliamo del Canada. Un paese per molti misterioso, un mix di liberalismo progressista – diritti dei gay, aperto all’immigrazione, sanità pubblica – ma anche una sorta di protettorato americano. Spesso, fuori dai confini candesi, non è molto chiara la prepotente svolta a destra che si è compiuta negli ultimi dieci anni sotto il governo di Harper. Un paese che ha fatto molto meglio di altri durante la crisi finanziaria ma che è ora in recessione, soprattutto a causa del crollo del prezzo delle materie prime, di cui è grande esportatore. Cosa ci puoi dire?


Per molti miei amici americani, progressisti e socialisti, il Canada è un po’ la Svezia d’America. In realtà, è mancata la percezione di quanto a destra siano stati i mandati di Harper. La guida politica è in mano a ideologi neo-liberali che hanno costruito una base di consenso attraverso una serie infinita di tax breaks per le più svariate categorie sociali a cui si è aggiunta una alleanza con la destra cristiana fondamentalista. L’aspetto che però io considero più allarmante e deteriore di questo governo è l’affermazione di una cultura militarista, totalmente estranea alla cultura del Canada. Questa non è una destra libertaria, come quella di Ron Paul in America, ma una destra retriva e conservatrice, reazionaria. Il Canada non ha mai avuto un tale DNA – non aveva partecipato alla guerra in Vietnam, e neanche all’invasione dell’Iraq – ed invece Harper ha spinto in questa direzione con forza. Basta assistere ad un qualsiasi evento pubblico o sportivo, dove al pubblico è richiesto di alzarsi per applaudire qualche persona in divisa. E’ un cambiamento culturale profondo molto preoccupante.
Naturalmente anche in passato c’era un notevole livello di ipocrisia da parte dei liberali al governo, ma quantomeno non si insisteva in modo così plateale su una cultura militarista come col governo attuale. Jean Chretien (allora Primo Ministro, ndr) non mandò le truppe in Iraq – naturalmente aumentò il contingente canadese in Afghanistan, ma almeno si fece passare il messaggio, non da poco, che non si possono fare guerre senza mandato ONU.
Lo stesso tipo di atteggiamento smodato e vergognoso lo si rileva su un tema importante quale quello dei cambiamenti climatici: quando erano al governo i liberali predicavano bene ma razzolavano male, ma per quanto condannabile questo atteggiamento rimane ben diverso da quello dei conservatori che negano il global warming e che semplicemente se ne infischiano delle conseguenze delle loro azioni. E’ un cambiamento molto significativo, e molto sinistro.
La cosa positiva è che sembra che ora finalmente ci sia una reazione da parte della maggioranza dei canadesi. I conservatori alle ultime elezioni hanno ottenuto il 39%, ma ora i sondaggi li danno ai 29%. Un quarto di meno. E anche se riusciranno a raggiungere il 34%, il significato sarà comunque molto chiaro: la maggioranza dei canadesi rigetta questa svolta a destra.
Le motivazioni economiche ci sono, ma non sono decisive: i canadesi hanno sempre saputo che la recessione ha colpito di meno le nostre banche solo grazie all’intervento pubblico e che la recessione è stata contenuta – ma comunque sanguinosa – grazie al prezzo del petrolio, allora alto. Anche ora sanno che la recessione è figlia di una congiuntura economica estremamente sfavorevole – e certo di un modello economico sbagliato – ma l’attesa sconfitta dei conservatori, io credo, parte soprattutto da un rigetto del modello culturale della destra. E penso che questo sia uno sviluppo estremamente positivo, anche a prescindere dalla pochezza delle alternative, i liberali e l’NDP.

Parliamo allora di queste alternative. L’NDP era un partito socialista, elettoralmente marginale che alle ultime elezioni per la prima volta è arrivato secondo – divenendo l’opposizione ufficiale al governo conservatore – ed ora è dato in testa ai sondaggi per le elezioni di Ottobre. In 10 anni il Partito ha decuplicato i seggi, ma questo è avvenuto con un graduale spostamento verso il centro, puntando a rimpiazzare i liberali come principale partito progressista – a tal punto che ora i Liberali criticano da sinistra l’NDP per non voler rompere definitivamente il ciclo dell’austerity e rimanere fedele al feticismo del pareggio di bilancio. Cosa ci puoi dire sulla sinistra canadese?

L’NDP è un partito con una lunga storia di sinistra, socialista, per quanto da sempre anti-comunista. Ha sempre avuto un forte radicamento nella provincia canadese ed è stato all’avanguardia nello stabilire un sistema sanitare pubblico e non mercificato (il Canada ha una sanità pubblica molto simile a quella italiana, ndr). Naturalmente lungo la strada ha perso le sue ambizioni progressiste, come è successo d’altronde ai partiti socialisti europei. Ha sostituito il cambiamento sociale con la difesa della sanità – ed in fondo va bene così. Non possiamo farci illusioni: ogni volta che è andato al governo a livello locale, l’NDP si è sempre compromesso con i poteri forti, accettando la logica dell’austerity, dei tagli. Per molti dirigenti l’orizzonte è divenuto quello della Terza Via blairiana, abbracciando la mercificazione dei rapporti sociali invece di combatterla. L’obiettivo è chiaramente sostituire i Liberali (da sempre il partito del potere, in Canada, ndr). Trovo terribile che un partito che si dichiara di sinistra si riferisca ai capitalisti come “creatori di posti di lavoro”, esaltandone il coraggio e cancellando completamente, anche nell’immaginario collettivo, la dialettica sociale e le contrapposizioni tra capitale e lavoro.
Detto questo, l’NDP offre un piano per una scuola materna universale, difende la sanità pubblica, e soprattutto si oppone alla mercificazione del settore farmaceutico. Sono chiaramente cose positive. Come è positivo che i Liberali li pungolino da sinistra con proposte di politica economica keynesiane.
L’aspetto più importante non è tanto il cambiamento che un nuovo governo potrà introdurre, quanto, appunto, l’opposizione a questa destra. NDP e Liberali hanno diverse somiglianze e dovranno probabilmente governare insieme (forse con un governo di minoranza dei primi) ma non riescono a raggiungere una intesa minima sulla strategia elettorale, nella forma quantomeno di una desistenza nei collegi dove una divisione tra Liberali e NDP favorirebbe una vittoria conservatrice (nel Canada vige un sistema maggioritario secco, ndr).

Finiamo parlando degli Stati Uniti. L’aspetto che mi sembra più interessante analizzare è una qual certa radicalizzazione e polarizzazione della politica americana. Come noto, il sistema politico americano si è da sempre basato sul binomio Repubblicani-Democratici. Come scrivi nel tuo libro, nonostante ci siano delle differenze, entrambi i partiti sono espressione di un certo tipo di interessi, quelli del capitale e dell’ “impero” americano, più militaristi i Repubblicani, mentre i Democratici, con Clinton ad esempio, sono stati decisivi per la penetrazione del capitale finanziario in tutti gli angoli del globo. Quello cui ci troviamo però di fronte ora sono fenomeni se non nuovi, quantomeno non usuali. Negli ultimi anni abbiamo avuto Occupy e i Tea Party, ora abbiamo Bernie Sanders (l’unico senatore americano che si definisce socialista) e anche Donald Trump. Cosa ci puoi dire su questa possibile evoluzione della democrazia americana?

Pare anche a me che ci sia una certa polarizzazione. A destra c’è una radicalizzazione evidente con i Tea Party. Non è un fatto nuovo, in realtà questa destra “esaltata” è sempre esistita negli Stati Uniti, risorgendo a livello nazionale a intervalli regolari. Come scrive il mio amico Frances Fox Peven, esperto di movimenti sociali americani, è sempre esistito un 30% di americani “politicamente certificabili come squilibrati i a destra”; era vero nel 1930 con Father Coughlin (un predicatore radiofonico, ndr) e nel1840 con il Know Nothing Movement (un movimento anti-cattolico e anti-immigrazione, ndr) e ora vedi Trump o Fiorina, e sembrano tornati quei tempi lugubri. Non bisogna sottovalutarli, perché sono molto forti nel Congresso e hanno una vera influenza politica. Allo stesso tempo non sono mai davvero riusciti a bloccare lo Stato americano, il Tesoro, la FED. Perché? Perché sanno che i bond americani, che lo Stato americano, è il centro fondamentale ed imprescindibile del capitalismo globale – un santuario intoccabile. E’ comunque assai curioso che sia la destra estrema e non certo la sinistra a mettere in pericolo l’impero americano. Di sicuro questo dimostra la disfunzionalità della politica americana, e certo è preoccupate vedere questi movimenti prendere forma e forza così spesso negli Stati Uniti.
A sinistra, insieme al radicalismo quasi anarchico di Occupy, ci sono stati anche molti movimenti locali e grassroot auto-organizzati di lavoratori, di consumatori, di cittadini. Sono organizzazioni molto vive e molto attive che sorprenderebbero tanti osservatori europei. Non esiste però alcuna forma di strutturazione e di organizzazione politica, soprattutto a livello nazionale, e questi movimenti spariscono in fretta come sorgono, non lasciando purtroppo molte tracce. La candidatura di Sanders è una cosa ottima, su una piattaforma molto progressista su molti punti. Nuovamente però, si tratta, credo, di una candidatura, per quanto importante, un po’ fine a se stessa perché senza le ambizioni di costruire qualche cosa che duri nel tempo, oltre la campagna elettorale.
Non ho molte aspettative a dire il vero. Nel Partito Democratico è impossibile che Sanders possa davvero vincere la nomination, la sua candidatura è estranea alla natura di quel Partito e sono sicuro che se si avvicinasse ad una impresa del genere, verrebbe fuori all’ultimo momento un nuovo candidato per unificare il resto del Partito contro di lui. E’ vero che nel passato i Democratici hanno già avuto momenti di radicalizzazione, non bisogna dimenticare la campagna di Jesse Jackson e soprattutto il movimento che portò alla candidatura di McGovern nel 1972 e che fu poi distrutto dai Sindacati che preferirono vedere Nixon vincere piuttosto che la Sinistra conquistare il paese. Per concludere, c’è sicuramente una nuova ondata di movimentismo politico, ma non mi sembra in grado di mettere davvero in difficoltà la forza dell’ “Impero” Americano. 


venerdì 2 ottobre 2015

Perché cerchiamo di smontare le bufale

Articolo interessante, ma a parte lo scivolone sul narcisismo, molto poco scientifico, gli scienziati propongono una lettura metacominicativa di fatti  che li vedono direttamente coinvolti e sui quali non è proprio possibile mantenersi neutrali o spingere il dialogo oltre un certo limite. 
Capisco il discorso sul rafforzamento dell'identità, ma non si può iscrivere in una guerra fra bande chi fa un lavoro paziente di demistificazione, con strumenti scientifici, di bufale pericolose che non sono esattamente l'equivalente del tifo per il Milan o per l'Inter. Prendiamo per esempio la guerra contro i vaccini e contro le terapie convenzionali per il cancro e, per fare un esempio a favore di terapie a base di bicarbonato o veleno di scorpione. Sono situazioni che coinvolgono personaggi dai risvolti chiaramente truffaldini ed è difficile pensare che in questi casi un atteggiamento equilibrato possa limitarsi al dialogo, una volta depurato il proprio"inconscio" da fastidiosi sedimenti narcisistici. Sappiamo benissimo che in certi casi ritardare le cure che hanno un'efficacia certa può essere letale. Non credo sia il caso rievocare gli innumerevoli fatti di cronaca che narrano di casi drammatici in cui spesso sono coinvolti bambini.
Che si debba dialogare va bene, ma gente come Simoncini deve essere smascherata. 
Pazienza poi per gli sciachimisti, che tutto sommato non fanno del male a nessuno, ma se c'è gente che non fa vaccinare i propri figli dal morbillo che facciamo? Taciamo per mostrare la nostra superiorità e il nostro distacco zen? 
Gli scienziati trascurano una variabile: la coerenza intellettuale. Fino a che punto la pulsione narcisistica degli appartenenti ai singoli cluster riesce a soffocare la coerenza intellettuale di ciascuno?
Ad ogni modo, personalmente non sono interessato alle motivazioni interiori che spinge una persona brillante a smascherare le bufale, mi interessa che lo sappia fare bene.
Riguardo al dialogo, possiamo dialogare.


da wired
Gli eserciti di complottisti e debunker sono sempre più agguerriti. Ciascuno convinto di portare avanti una missione salvifica e indispensabile. Ma le ragioni reali del conflitto sono ben altre


bufale
(Foto: Robertus Pudyanto/Getty Images News)
Siete venuti a sapere che il cugino di un vostro conoscente, grazie a un preparato omeopatico, è guarito da una brutta tosse senza dover ricorrere alla malvagia Big Pharma. Oppure, ancora peggio, avete appreso con raccapriccio che l’alimentazione vegana cura i tumori. E il piccolo Galileo che è in voi si è indignato: intollerabile che ci sia ancora qualcuno che ancora crede a queste fandonie, avete pensato. Allora avete aperto il vostro profilo Facebook per raccontare al mondo l’assurdità dell’ennesima bufala, affilando le armi dialettiche e cercando i giochi di parole più brillanti. Il contatore dei mi piace è impazzito. Sono fioccati commenti entusiasti. Qualcuno ha provato a protestare, ma, schiacciato dalle vostre argomentazioni iperrazionali, si è dileguato con la coda fra le gambe. Avete messo alla berlina i complottari – così li avete chiamati, scimmiottando i loro “svegliaa!1!1!!” – e vi siete guadagnati una medaglia al valore sul campo dell’eterna battaglia contro la disinformazione online. Ora non resta che godervi il meritato riposo del guerriero.
Soddisfatti, vero? In realtà, a ben vedere, c’è poco di cui esaltarsi. E i motivi sono almeno due. Anzitutto, sappiate che quel che vi spinge per davvero a combattere questa battaglia non è l’amore per la verità. È l’amore per voi stessi. Il desiderio di apparire arguti e brillanti puntando il dito contro l’ottusità altrui. Dietro i vostri post smontabufale c’è Narciso, più che Galileo. E ancora: la vostra paziente opera di debunking, a conti fatti, non sta rendendo un grande servizio alla causa. Nella maggior parte dei casi, è anzi addirittura controproducente. I vostri bei calcoli su numero di Avogadro e diluizioni infinite, accompagnati da qualche motto di spirito sulla memoria dell’acqua, non faranno cambiare idea a nessun fan dell’omeopatia. Lo renderanno soltanto ancora più incattivito, convincendolo che anche voi fate parte del grande complotto, e sempre meno disposto a darvi ascolto.
A dimostrarlo sono i numeri appena presentati da un’équipe di informatici, matematici, fisici e statistici dell’Imt Institute for Advanced Studies di Lucca, nel lavoro Emotional Dynamics in the Age of Misinformation, appena pubblicato sulla rivista Plos One, e in altri due studi caricati sul server di preprint ArXiv (qui e qui) e in attesa di pubblicazione. Gli scienziati, in particolare, hanno analizzato un imponente corpus di contenuti Facebook (73 pagine, 270mila post, 9 milioni di mi piace, 1 milione di commenti, 18 milioni di condivisioni) per comprendere, per l’appunto, le dinamiche emotive alla base del comportamento degli utenti che propagano le bufale online e di quelli che cercano sistematicamente di smascherarli. “La principale determinante che guida la selezione dei contenuti online”, ci ha raccontato Walter Quattrociocchi, coordinatore del team, “è il cosiddetto confirmation bias: la rete – e in particolare i social network – non serve per informarsi, ma per avere conferme a quello che già si conosce”. Cioè per certificare la propria appartenenza a una tribù e rimanere protetti all’interno del gruppo dei propri simili.
Analizzando commenti e interazioni tra gli utenti, gli scienziati hanno infatti confermato l’esistenza di comunità (in gergo cluster) fortemente polarizzate e omofile: “Esistono due narrative contrastanti: una è quella che potremmo definire scientifica, l’altra è quella dei complottisti”, continua Quattrociocchi. “Sono due gruppi completamente scissi e non comunicanti, sia a livello di interazione che di rete sociale. In altre parole, ciascuno dei due gruppi è capace soltanto di parlare alla propria pancia. Gli utenti che ne fanno parte sono esposti (anche grazie all’algoritmo selettivo di Newsfeed) solo a contenuti provenienti da altri membri dello stesso cluster, e interagiscono solo con questi ultimi. L’espressione coniata da Quattrociocchi e colleghi per descrivere il fenomeno è echo chamber, una “camera chiusa in cui risuona e si amplifica sempre e soltanto la propria voce”.
Come se non bastasse, analizzando i commenti degli utenti di entrambe le tribù (debunker e complottisti, per intenderci), gli scienziati hanno notato comportamenti e dinamiche quasi indistinguibili: “Abbiamo scoperto”, si legge nell’abstract, “che per entrambi i tipi di contenuti, più si allunga la discussione e più prevalgono i commenti dominati da sentimenti negativi [classificati automaticamente con un algoritmo di analisi semantica, nda]. Le discussioni all’interno delle echo chamber, insomma, tendono facilmente a degenerare in odio, insulti e irrisione. E le (rare) incursioni all’esterno della propria nicchia, dicono gli scienziati, sono addirittura peggiori, caratterizzate da contenuti e commenti ancora più negativi, che non hanno altro risultato se non quello di alzare ulteriormente le barricate e abbassare la qualità complessiva dell’informazione.

Caratterizzazione "emotiva"  di post e commenti relativi a contenuti scientifici e complottisti (Immagine: Plos One)
Caratterizzazione “emotiva” di post e commenti relativi a contenuti scientifici e complottisti. Prevalgono i sentimenti negativi, specie al crescere della lunghezza della discussione (Immagine: Plos One)
Ecco qualche dato concreto: i mi piace degli utenti sono coagulati quasi esclusivamente sui contenuti di uno solo dei due cluster e non esistono utenti che interagiscono contemporaneamente con post complottisti e scientifici. Per di più, gli scienziati hanno notato una correlazione lineare tra numero di amici con gusti simili ai propri (per esempio complottisti) e numero di mi piace sulla relativa narrativa. E ancora: ogni mi piace su un argomento specifico all’interno di una echo chamber aumenta del 12% la probabilità di abbracciarne un altro: vuol dire che, se un utente interagisce positivamente, per esempio, con un post relativo alle scie chimiche, è più probabile che si comporterà allo stesso modo con un post che parla di autismo e vaccini. Mentre nei post all’interno di una echo-chamber i commenti con emozioni negative sono pari al 54% (tra le pagine complottiste) e al 27% (tra le pagine anti-bufala), quando gli eserciti si affrontano a viso aperto, fuori dai rispettivi cluster, i contenuti negativi salgono al 60% del totale e crescono al crescere della lunghezza delle discussioni.

Sulla x il numero di "mi piace" a contenuti relativi ai due cluster. Sulla y il numero di amici dello stesso cluster (Credits: ArXiv)
Sulla x il numero di “mi piace” a contenuti relativi ai due cluster. Sulla y il numero di amici dello stesso cluster (Credits: ArXiv)
E qui arriviamo al narcisismo, intimamente collegato al fenomeno del confirmation bias. Un atteggiamento psicologico non (ancora) misurabile direttamente, ma che si può inferire da tre delle grandezze osservate dagli esperti: la correlazione tra “mi piace” e amici del proprio profilo, la forte appartenenza a uno dei due cluster e, per l’appunto, la teoria del confirmation bias.
Crogiolarsi nel proprio gruppo, qualsiasi esso sia, rimestare nel pentolone dei contenuti già presentati, proporne ed elaborarne di nuovi (è il cosiddetto processo di collective training), schernire chi appartiene al cluster nemico non sono altro, secondo gli scienziati, che comportamenti che hanno il fine di ribadire la propria appartenenza, rafforzare il proprio carisma e soddisfare il proprio desiderio di autocompiacimento. E in questo siamo tutti sulla stessa barca: “Gli appartenenti a entrambi i gruppi”, spiega ancora Quattrociocchi, “giocano allo stesso gioco. Il cui fine ultimo è creare un’immagine grandiosa di sé screditando gli altri. I complottisti, all’interno della propria tribù, accusano il resto del mondo di essere dormiente e di farsi abbindolare dalla comunità mainstream. I debunker, dal canto loro, irridono crudelmente l’ingenuità e la poca solidità delle argomentazioni dei complottisti”. Le relative discussioni online sono un continuo darsi di gomito tra persone che già la pensano allo stesso modo e che fanno sfoggio della propria arguzia comodamente chiusi all’interno del proprio gruppo.
Il fenomeno, secondo Quattrociocchi, può ulteriormente degenerare: “Di questo passo, si arriverà alla polarizzazione ricorsiva all’interno dei cluster, che si spaccheranno in comunità più piccole e più agguerrite, ognuna delle quali sarà capace di parlare solo a se stessa e ignorerà completamente le informazioni provenienti dalle altre”. Una possibile via per uscire dall’impasse è quella di aprire gli occhi ai narcisi, esasperando il loro personaggio fino a renderlo paradossale e ridicolo. Criticare Miss Italia per la sua uscita infelice è un vostro diritto sacrosanto. Irriderla pubblicamente per apparire più brillanti è, invece, una mossa alquanto inelegante. Ricordate che fine fece Narciso?