mercoledì 3 marzo 2010

Il braccio violento della psichiatria


da il Manifesto

In una stanza al primo piano della clinica universitaria di Roma, l'11 aprile del 1938, un uomo sulla quarantina canta a squarciagola e urla che lo stanno uccidendo. L'uomo è stato fermato qualche giorno prima alla stazione ferroviaria da un paio di agenti, che lo hanno trovato abbastanza stravagante da sottoporlo all'esame dei medici. I medici, a loro volta, gli hanno diagnosticato una schizofrenia. La stanza in cui ora è disteso sul lettino viene sorvegliata dagli infermieri, mentre all'interno il dottor Ugo Cerletti gli strofina le tempie con un tampone e gli dice di stare tranquillo. Sono le undici e un quarto del mattino. Dopo tre scosse di corrente alternata l'uomo non muore, in effetti, ma non manifesta neppure le convulsioni epilettiche che Cerletti confidava di procurargli. A farsi venire in mente di curare la schizofrenia con quelle convulsioni era stato, solo due anni prima, l'ungherese Ladislas von Meduna, ma sembra che sia l'intero decennio a credere nella possibilità di sconfiggere le patologie nervose con la somministrazione di una dose scientifica e sperimentale di distruzione. Se le terapie di shock erano già inscritte nel corredo cromosomico della scienza psichiatrica e nel passaggio, operato da Esquirol, dal trattamento morale di Pinel al metodo della perturbazione, sono proprio gli anni '30 del '900 a decretarne il successo. Ci ha già provato con l'insulina il viennese Manfred Joshua Sakel, nel 1933, opponendo alla schizofrenia l'induzione di un ciclo di novanta stati di coma ipoglicemico. Poi è stata la volta di Meduna, con l'iniezione per via endovenosa di un succedaneo della canfora, il cardiazol, che un momento prima di scatenare la crisi epilettica procurava all'alienato una vera e propria esperienza del trapasso.

Mario Fiamberti, nel 1937, riformava il recentissimo sistema di trapanazioni e lobotomie messo a punto dalla psicochirurgia portoghese per praticare una iniezione di alcol direttamente nel lobo prefrontale, al quale accedeva perforando le orbite dei pazienti con ago e martello. Dunque, quando l'uomo sorpreso in sintomatologia di reato alla stazione di Roma si distende sul lettino, il dottor Cerletti sta semplicemente sperimentando un trattamento più umano di quanto non lo siano quelli predisposti dal paradigma terapeutico dell'epoca, connaturato - si direbbe - al valore della guerra come unica igiene del mondo. Se l'ipotesi di mobilitare l'epilessia contro l'insensatezza gliel'ha suggerita Meduna, in una genealogia della cura quantomeno equivoca ma confortata dal precedente dei malati di paralisi progressiva guariti in seguito all'inoculazione della malaria (un precedente che nel 1927 è valso il Premio Nobel al neurologo austriaco Julius Wagner von Jauregg), ora un'idea assolutamente originale lo coglie nel corso di una visita al mattatoio di Roma. Nei maiali elettrizzati prima di venire uccisi, infatti, Cerletti riconosce le stesse convulsioni che da tempo andava cercando nei suoi esperimenti sui cani ed è solo così, grazie ai maiali, come lui stesso preciserà dieci anni dopo, che nell'autunno del 1938 la ditta Arcioni di Milano può mettere in commercio una valigetta che contiene il contributo dell'Italia fascista allo sviluppo della psichiatria mondiale: l'elettroshock.
Ma il 1938 è soprattutto l'anno delle leggi razziali, che si abbattono come una mannaia sui maggiori centri di diffusione della psicoanalisi, la più avanzata e combattiva tra le possibilità di interferenza al programma di assoggettamento della malattia mentale al controllo tanto assoluto quanto ingiustificato della medicina. Un programma, questo, che molti anni prima di trovare nell'elettroshock lo strumento più adatto a rimuovere qualsiasi implicazione soggettiva dal rapporto tra medico e paziente, si era già imposto nella storia della scienza unitaria al momento della costituzione della Società italiana di freniatria, nel 1873. Freniatria, appunto, che della psichiatria cambiava solo il nome per rimarcare il proprio distacco da una radice etimologica che si era coniugata nella tradizione dei poeti, dei santi e dei filosofi. Perché adesso l'origine di tutto ciò che si manifestava alla superficie dei comportamenti e delle curvature esistenziali andava scovata «nella trama intima dei tessuti», vincolando la ricerca all'ambito delle localizzazioni e delle lesioni della corteccia cerebrale. Con l'affermazione dell'organicismo, però, mentre i compiti che si era assunto in sede congressuale si trasferivano progressivamente nel campo d'azione della neurologia, allo psichiatra non rimaneva molto altro da fare che governare la vita dei manicomi. Un governo nobilitato dalle aperture esclusivamente teoriche ai modelli dell'open-door e del no-restraint, ma che di fatto si riduceva all'impiego di un armamentario ottocentesco che anche i giornali, all'inizio del '900, cominciano a denunciare.
Da qui, dalla paradossale contemporaneità di una impostazione teorica integralmente organicista e di una legge che nel 1904 riconosce alla psichiatria un potere assoluto nella somministrazione di sbarre, catene, «camiciole», bagni terapeutici e punizioni corporali, parte la storia che Valeria Babini ha ricostruito in Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento. Una contemporaneità, questa, che rimarrà inalterata fino al 10 maggio del 1978, quando la Commissione igiene e sanità del Senato presieduta da Adriano Ossicini approverà la legge n. 180 in materia di trattamenti sanitari obbligatori. Così, il lavoro di Babini si può leggere anche come una rassegna di appuntamenti mancati e di ritardi endemici, legittimati ogni volta dalla riaffermazione di una fede nel modello anatomo-patologico che proprio in mancanza di una applicazione diretta sulla cura degli internati ne perpetua l'esclusione. Anche quando i due conflitti mondiali e l'emergenza delle «nevrosi di guerra» non lasciano più dubbi sul fatto che le emozioni possano essere altrettanto devastanti delle alterazioni morfologiche, la psichiatria italiana resta indifferente al vento di riforme che pure attraversa il Portogallo, l'Inghilterra, la Norvegia, la Svezia, gli Stati Uniti, la Francia e la Germania. Per modificarne gli assetti, allora, bisognerà attendere che il manicomio finisca nelle mani di uno psichiatra detto «il filosofo» e estraneo alla vita accademica, a ulteriore conferma di una verità che - anche in questi giorni di celebrazioni - rischia di non risultare abbastanza clamorosa. Perché uno dei meriti principali della ricerca di Valeria Babini consiste proprio nell'aver documentato come le condizioni disumane in cui sono stati tenuti i pazzi, prima di Franco Basaglia, non abbiano solo a che fare con un generico meccanismo di controllo sociale, ma chiamino direttamente in causa le responsabilità, la legge e i criteri di promozione del luogo in cui venivano mistificate: l'università italiana.

La violenza della malattia

hand on fire

Tempo fa ho visto un episodio del Dr House, che in preda ad allucinazioni visive terrificanti (vedeva la ragazza morta del suo migliore amico), credendo di essere diventato schizofrenico, malgrado la consapevolezza di malattia non si associ alla schizofrenia, si provoca un coma insulinico per scacciare il fantasma che lo perseguita e guarire così dai sintomi di quella malattia così come si guarisce da una polmonite.
House è l’esempio perfetto del pragmatismo che utilizza tutti i mezzi a disposizione per risolvere un problema nella maniera più efficace senza troppe complicazioni di tipo ideologico o deontologico.
Il gesto di House, al di là dell’aspetto fantasioso e troppo rigidamente consequenziale delle sue deduzioni, da l’idea di come sia impossibile considerare determinati fenomeni in campo medico, al di fuori di un contesto sociale e culturale che ne definiscono non tanto l’attendibilità in termini scientifici, quanto l’alone emotivo e i contenuti di potere che essi esprimono.
Il ruolo dei medici e degli psichiatri dei primi del novecento riflette un’asimmetria all’interno del corpo sociale, dove il “tecnico” deputato alla cura, nella fattispecie il medico alienista, era anche depositario di un potere assoluto sui malati delle classi inferiori. Un potere che si esercitava col diritto di abusare del malato e sperimentare su di lui qualsiasi cura. Il primato della medicina era anche il predominio sulle vite dei matti appartenenti ai ceti bassi, che rivestivano il ruolo ambivalente di malati e perturbatori sociali al tempo stesso. Elementi infetti da tenere isolati dal resto della società.
L’errore più grande è quello di associare le pratiche che i medici usavano ai ruoli e alle finalità di una società classista e razzista ed anche a un milieu intriso di terrore e di intimidazioni. Presi di per sé le terapie somatiche quando non sono eccessivamente brutali rivestono un ruolo neutrale. Certo il coma insulinico è brutale, ma anche gli interventi chirurgici o la chemioterapia lo sono, eppure nessuno si sognerebbe di proibire né gli uni né l’altra.
Intendiamoci non voglio affermare l’idea che bisognerebbe rivalutare il coma insulinico o l’ETC, voglio solo affermare che la violenza della psichiatria è stata e continua ancora oggi a essere principalmente una violenza istituzionale e sociale, che deve essere disgiunta dalle pratiche da essa adottate, almeno da quelle che non hanno un valore punitivo ma esclusivamente terapeutico. Per queste ultime vale il principio dell’efficacia provata con i criteri della scienza e non quello della ripulsa scatenata dalle immagini cruente che essi evocano. Il loro contenuto di violenza e di abuso è commisurato unicamente alla loro inutilità e all’arbitrarietà con cui vengono usate.
Purtroppo quando si parla di psichiatria si finisce per considerare un solo aspetto di questa, ed è quello riguardante la seconda parte della biografia di chi è affetto da malattie mentali, quello cioè inerente alla stratificazione della malattia e alle modificazioni irreversibili che essa provoca nella personalità dell’individuo.
Basaglia si è occupato di questo secondo tempo, ed ha ritenuto giustamente che nella fase di cronicità della malattia mentale, l’aspetto preponderante è il recupero della libertà e della dignità dell’individuo, poiché il problema a quel punto è unicamente quello di fare in modo che il malato e la società in cui egli è cresciuto, riescano a convivere nella maniera migliore possibile con ciò che l’individuo stesso è diventato. Lo stigma sociale e l’istituzionalizzazione inoltre, erano considerati essi stessi fattori favorenti l’instaurarsi di processi di cronicizzazione della malattia, da qui l'abolizione dei manicomi.
Si dirà che ciò che uno diventa è anche il frutto del contesto sociale in cui vive, e quindi diventa prioritario cambiare alla radice quello stesso contesto, ma tutto ciò è riduttivo e ci riporta alle sciagurate tesi della malattia mentale come prodotto della divisione in classi della società. L’atteggiamento della società nei confronti della malattia mentale e l'ordinamento sociale su cui essa si regge, condizionano il destino delle persone in maniera decisiva, ma raramente  sono causa diretta di malattia.
I basagliani odierni sono in larga parte ignari dei progressi della ricerca in campo medico-scientifico e sono tremendamente sospettosi verso qualsiasi fenomeno o atteggiamento in odore di organicismo. Se consideriamo la psichiatria come in ogni altra branca medica, non possiamo non tener conto che esiste una fase acuta della malattia e una fase cronica. L’aspetto terziario della malattia coinvolge processi di natura sociale e politica, e qui occorre certamente intervenire, ma l’aspetto primario richiama principalmente l’essenza biologica dell’umano, un’essenza che contiene in fieri la possibilità di ammalarsi a prescindere dalle appartenenze di classe e dal contesto sociale in cui vivi. Non possiamo ignorare quest’aspetto a meno di non voler considerare la cura del malato psichiatrico una ritualità che potrà essere addolcita dall’umanità di psichiatri democratici, ma non porterà mai a nessun reale progresso.
La violenza della malattia non è inferiore alla violenza delle istituzioni, anche se è una violenza neutrale. 

lunedì 1 marzo 2010

Renata Polverini: "la pupa dei gangster 2".

Renata Polverini mostra ogni giorno di più il suo volto mendace e la sua credibilità costruita a tavolino. Ieri ha sostenuto che coloro che dovevano presentare la lista provinciale di Roma del Pdl, negli uffici dell’apposita commissione elettorale, sono stati “fisicamente impediti di consegnare la lista”. Le fanno scudo le numerose dichiarazioni dello stesso tenore di esponenti del Pdl come l’ex radicale Peppino Calderisi, che parlano apertamente di golpe. Ancora più pateticamente la “pupa dei gangster” si è appellata a Napolitano perché impedisca che la competizione sia falsata da un banale disguido dovuto a quello che Capezzone ha definito “formalismo giuridico”. Mi ricorderò di tutte queste sagaci argomentazioni quando un vigile mi farà la multa perché la mia macchina sostava un minuto in più dell’orario segnato dal parcometro, o quando l’INPS mi chiederà la mora per ritardi dei pagamenti di contributi e quant’altro. Chissà se Napolitano mi ascolterà o se il vigile urbano sarà un aderente al movimento del formalismo giuridico, una corrente che si oppone al dadaismo legislativo berlusconiano.
Battute a parte la candidata presidente sa ben che non si è trattato né di sequestri di persone, né di violenze fisiche e nemmeno da quanto maligni ben informati affermano, di una crisi da astinenza da panino alla porchetta, bensì del tentativo all’ultimo momento da parte del Milioni (quello che doveva materialmente consegnare la lista) di depennare due indesiderati dalla lista dei candidati. Uno di questi sarebbe Simone Piccolo, il consigliere più votato al comune di Roma (12 mila preferenze), in quota Opus Dei, sgradito sia al Pdl che a Milioni. Possono essere degli incapaci, ma pare davvero strano che uno si perda un appuntamento così importante a causa di un panino.
Renata Polverini è il bastione che vaticano e camorra uniti nella lotta hanno eretto per fermare l’avanzata delle armate di miscredenti che vorrebbero la fine del malaffare, e magari qualche diritto in più per chi non crede che le tonache abbiano la patente dell’infallibilità sui temi etici.
Spero che quanti a sinistra hanno preso l’abbaglio di considerare la Polverini una persona affidabile solo perché si comporta bene a Ballarò ci ripensino, magari aiutati dal video in circolazione in questi giorni che mostra lo scempio della sanità dei suoi amici. Eppure basterebbe solo il fatto che è appoggiata dal Pdl, cioè da Berlusconi, a dissuadere chiunque abbia un minimo di buon senso,  poco importa che sia amica di Fini. Ammettiamo pure, volendo adottare una visione iperrealista, che favorire la Polverini risponda a una strategia astuta, poiché il suo successo garantirebbe il successo di Fini e quindi finalmente la caduta del caudillo di Arcore. Se anche ciò fosse vero,  al massimo avremo come già detto una grosse koalition con l’UDC di Cuffaro e magari il PD o parti di esso. Ci conviene? Dico a noi gente di sinistra o semplicemente di retti principi?
Fantasie a parte, crediamo davvero che Fazzone, il Ras di Fondi, comune che avrebbe dovuto essere sciolto per camorra, oppure Marco Verzaschi, altro collettore di voti della Renata, ex Forza Italia e ora in quota Udeur di Mastella, condannato per aver ottenuto dall’imprenditore Renato Mongillo una mazzetta di 200 mila euro, stiano lì per giocare a risiko con Fini e la Polverini? A loro interessa solo continuare a sguazzare nella melma.
Lo ammetto gli spin doctors dell’ex sindacalista dell’Ugl stanno facendo un gran lavoro d’immagine. Hanno costruito un’icona attraente e dal fascino ambiguo, sovrapponendo al timbro ruvido e quasi maschile della sua voce, una grazia muliebre che evoca il ritratto perfetto della fecondità, esaltata da camicette e vestiti aderenti che ben evidenziano le sue forme prosperose.
Che questo sia il riflesso di una sua ambivalenza politica? In fondo l’ambiguità fa guadagnare voti sia a destra che a sinistra. Guardiamo ad esempio il parere della nostra sulle coppie di fatto. Lei dice: “beh in fondo sono d’accordo sui Dico!”. “Eh No!” Ribattono gli alleati codini attaccati alle tonache dei porporati, “ questo non va bene, ritratti!”. “Non è argomento in discussione”, chiosa un altro dei compari che ha un passato da socialista. In questo modo contenti tutti, destra, sinistra e centro.
A me Emma non è particolarmente simpatica, e certamente come donna ha un fascino meno coinvolgente della sua avversaria, ma l’elezione a Presidente di una giunta regionale non è la nomination del “Grande Fratello” o l’esibizione di “Ballando sotto le stelle”. 
Intellettuali, attori ed anche persone comuni ci pensino bene: malgrado le sue contraddizioni Emma può scalfire il muro di gomma, la Polverini non può far altro che prendere ordini da chi l’ha presa per la giacchetta e l’ha buttata nella melma.

venerdì 26 febbraio 2010

Capo corrotto, nazione infetta


di Alberto Asor Rosa da  
Il Manifesto via Giornalismo Partecipativo

Sottoscrivo appieno

Un fiume di fango corre per l’Italia. Le sue acque sono alimentate soprattutto dal corpaccio immenso e immensamente ramificato dal centrodestra; ma il suo corso è talmente possente e impetuoso che, come suole, ha rotto gli argini e invaso i territori circostanti, quelli del centrosinistra, dai quali, a loro volta, provengono al fiume principale rivoli, ruscelli, scarichi obbrobriosi e maleodoranti (Bologna, Firenze, Abruzzo, Roma, Napoli….). Altro che Tangentopoli! Quello era – o sembrava – un fenomeno circostanziato e dunque particolare di corruzione di una frazione del ceto politico, fronteggiato da un forte schieramento delle forze politiche e della società civile. Oggi il fenomeno tende a generalizzarsi, abbatte i confini fra società politica e società civile, non incontra ostacoli altrettanto significativi di allora, si configura dunque come un carattere speciale, peculiare, della società nazionale italiana in questa fase storica.
La corruzione, a dir la verità, è sempre stata un connotato molto peculiare del modo d’essere nazionale italiano. Un paese dalle strutture politiche e civili estremamente fragili e dall’arrendevole senso etico-politico non poteva non coltivare la corruzione come un indispensabile e incostituibile strumento di sopravvivenza. La dominante cattolica ha fatto il resto: nulla è impossibile o illecito in un paese in cui qualsiasi colpa, qualsiasi peccato, purché confessati a chi di dovere, diventano redimibili (lo spiega benissimo non un qualsiasi miscredente arrabbiato ma Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, nei quali, beninteso, contrappone la sua ricetta, fatta, oltre che di fede in Dio, di rigore e di osservanza dei principi, più protestante, a dir la verità, che cattolica, ma tant’è). In certi momenti speciali la corruzione esplode (perché la corruzione esplode, esplode sempre; bisogna vedere quel che succede poi). Ricordate Pirandello, le pagine impressionanti de I vecchi e i giovani, che a distanza più o meno d’un secolo sembrano scritte esattamente per il nostro oggi? «Dai cieli d’Italia in questi giorni piove fango, ecco, e a palle di fango si gioca; e il fango s’appiastra da per tutto, su le facce pallide e violente sia degli assaliti sia degli assalitori… Diluvia il fango; e pare che tutte le cloache della città si siano scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma debba affogare in questa torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia» (Pirandello dimostra fra l’altro che, per disegno e deprecazione della corruzione d’impronta democratica, in certe condizioni storiche si poteva anche diventare fascisti). Poi, scaricata provvisoriamente l’incontenibile soppurazione, l’infezione lenta e inesorabile riprende.
Perché Lui è popolare
Di nuovo oggi c’è che, forse per la prima volta nella nostra storia, si sono verificate una mirabile saldatura e una prodigiosa coerenza tra le forme, lo spirito e l’etica del potere e le forme, lo spirito e l’etica della società circostante. Anzi, alla domanda che spesso ci è stata burbanzosamente rivolta, com’è possibile che quest’Uomo riscuota tanto consenso, considerando la gravità e il numero delle colpe di cui viene accusato, forse una risposta sul piano storico comincia a delinearsi. Quest’Uomo è così popolare non nonostante le sue colpe ma in virtù di quelle. Una parte non piccola del popolo lo ama perché Lui lo interpreta, ne lusinga tutte le tentazioni di corruttibilità e di un radicato, anzi congenito indifferentismo morale, gli spiega che le leggi esistono per essere aggirate, contraddette, ignorate, nega oltraggiosamente il potere della giustizia, attacca i magistrati, fa capire che se ne potrebbe senza difficoltà fare a meno, mostra con l’esempio lampante della propria vita e del proprio cursus honorum che bisogna sempre e senza eccezioni farsi gli affari propri, evidenzia coram populo e senza alcuna vergogna che esistono una coerenza rigorosa e un’inarrestabile osmosi fra vizi privati e pubbliche nefandezze. Insomma, a capo corrotto nazione infetta, e, ovviamente, viceversa. Tutte queste cose, poi, in un paese come l’Italia, dove esistono tre fra le più potenti organizzazioni criminali al mondo (camorra, ‘ndrangheta, mafia) – le quali a loro volta, com’è ovvio, traggono alimento anch’esse sia da quel diffuso bisogno di sopravvivenza sia dalla risposta corrotta intorno dominante – piacciono almeno a una parte abbastanza consistente dei cittadini da garantirgli una sicura maggioranza in Parlamento: quella maggioranza che a sua volta assicura che l’impunità continui e anzi si rafforzi, in un perfetto circolo vizioso che effettivamente ha pochi eguali al mondo, e che proprio perciò qualcuno altrove potrebbe essere tentato d’imitare.
Il ceto politico corrotto
E intorno? Intorno, a cerchi concentrici s’allarga la serie variegata delle risposte. La corruzione, come sistema di potere e forma di vita, stinge solo poco a poco, molto lentamente. Nei cerchi più vicini, sebbene formalmente non suoi, l’esempio e l’insegnamento dell’Uomo hanno attecchito e continuano a essere ben presenti. Voglio precisare una cosa: è della politica che parlo, non delle stravaganti esibizioni da parte di qualche transessuale brasiliano (fango, certo, sempre fango, ma della specie più miserabile e bassa). Da questo punto di vista è corrotta in nuce ogni politica che agisca sulla base d’interessi personali o di gruppo: è corruzione, nel suo senso più alto e significativo, l’autoreferenzialità spinta della politica, il suo preoccuparsi pressoché esclusivamente della preservazione e perpetuazione del ceto politico (di destra o di sinistra, non importa), che la rappresenta e gestisce. Questo è il varco, apparentemente innocuo, da cui penetra ogni ulteriore nefandezza, bisognerebbe tenerne più conto.
Da questo punto di vista (continuo il ragionamento), si salva davvero poco oggi in Italia. Dopo la recente, peraltro prevedibilissima, virata dell’astuto Tonino, il quadro si è ulteriormente semplificato. La galassia della sinistra radicale si sforza più o meno di sopravvivere indenne sul filo dell’onda fangosa che tutto travolge: anche lei, in fondo, pensa soprattutto a non sparire. Si riorganizza unitariamente, magari con ambiziosi programmi di rinnovamento, solo là dove viene spinta a calcinculo fuori dalla rappresentanza che conta: altrove s’adatta o collude.
Ma c’è chi resiste
E allora? In questa sommaria ricostruzione storica sarebbe sbagliato – e ingiusto – non rammentare che alcune istituzioni costruite nei decenni precedenti resistono. Resiste la magistratura. Resistono le forze dell’ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza. Basta pensarci un momento: se non ci fossero né l’una né le altre, saremmo in piena dittatura sudamericana. Resiste una parte del sindacato. Resistono, come ho avuto modo di dire più volte, meritandomene in cambio sberleffi e dileggio, la scuola. E resistono milioni di italiani, che stanno fuori di ogni sistema della corruzione e ragionano e operano sulla base di principi e valori e non d’interessi e affermazioni personali, ma non sono politicamente rappresentati, oppure, se lo sono o credono di esserlo, avvertono con disagio crescente di esserlo in forma imperfetta e sempre più compromissoria.
In Italia le grandi crisi, anche quelle indotte da un eccesso intollerabile di corruzione, sono sempre state affrontate e risolte dall’esterno. Anche la prima Tangentopoli è stata affrontata e risolta dall’esterno, anche se era un esterno che veniva dall’interno, la magistratura italiana: la politica già allora non ci sarebbe mai riuscita da sé. Oggi al contrario è la magistratura che da sola non può farcela, perché il sistema della corruzione è troppo coeso e potente, va dall’alto in basso e dal basso in alto, senza smagliatura alcuna (le dimissioni in questo paese non esistono più neanche di fronte all’evidenza più disgustosa: infatti, se una sola fosse data o una sola accettata, tutto il castello di carte verrebbe giù d’un colpo solo). Siccome è lecito dubitare che le armate anglo-americane siano in procinto di scendere nella penisola per aiutare i resistenti indigeni a restituire al paese libertà, verità, onestà e giustizia, l’ipotesi più probabile è che i cerchi meno compromessi con il sistema della corruzione si mettano d’accordo fra loro per salvare il salvabile, affidandone il compito a uno di questi uomini slavati e impenetrabili, privi di ogni carattere ma passabilmente astuti, abituati da una vita a danzare sul filo, e che precisamente il sistema della corruzione ha consentito salissero così in alto nonostante la loro mediocrità così palese.
Si cercherà cioè di affrontare il male maggiore con il male minore, in attesa che il giro ricominci. Desolante. Ma anche molto, molto italiano.

venerdì 19 febbraio 2010

Cinema USA. District 9: i disastri della privatizzazione delle emergenze

district 9
Ma quale Avatar! Guardatevi District 9!”
Almeno, questa era la riflessione di un frequentatore dell'IMDb... E non aveva tutti i torti. Vediamo, il terreno comune c'è: terrestri militaristi e avidi contro extraterrestri che “non hanno un concetto preciso della proprietà privata”; un protagonista che ha tutte le intenzioni di approfittare dell'occasione lavorativa (che consiste nel fregare gli alieni, nel caso di District 9 con una specie di requerimiento); ma che poi viene contaminato dalla cultura aliena, combatte contro gli avidi umani e infine diventa un membro della specie extraterrestre. Tuttavia occorre notare che in Avatar l'umano viene semplicemente “trasferito” nella sua controparte bluastra [1], mentre in District 9 il protagonista, Wikus, si trasforma letteralmente in un alieno, a causa di una contaminazione che non ha nulla di culturale, ma è biologica, carnale al 100%.
Del resto gli alieni, i “gamberoni” (prawns) che arrivano in massa a Johannesburg, non sono nemmeno lontanamente definibili “nobili selvaggi” come i Na'vi di Avatar. Non sono alti, belli, cacciatori-raccoglitori: frugano nelle discariche, vanno matti per il cibo per gatti, compiono atti di violenza insensata, il loro linguaggio non è melodioso come un dialetto hopi, e non offre nemmeno perle di spiritualità semiotica tipo “io ti vedo”, al contrario, è sgradevole come il tramestio di uno scarafaggio in una lattina arrugginita; tra l'insetto e l'artropode, fanno decisamente schifo, hanno un colorito grigiastro marezzato di iridescenze plumbee, tentacoli vibranti sulla bocca, insomma sono la rappresentazione fisica dello slum in cui vivono (il Distretto 9 del titolo), sono proprio lo Straniero ingombrante, repellente, violento, cospiratore, trafficante e infido che infesta gli incubi bagnati dei nazi-leghisti.
Sarà anche per questo che la “conversione” di Wikus (che combatterà fino allo stremo per permettere agli alieni di avere una possibilità di tornare a casa e di sottrarsi alle mire malvagie dei capitalisti di turno) avviene suo malgrado, e non senza picchi di viltà e piccineria.
Naturalmente, nemmeno qui si brilla per originalità (il pensiero, naturalmente, va ad Alien Nation), ma è interessante che i cattivi non siano l'esercito, o una compagnia mineraria, ma una colossale corporation che opera nel campo del peace-keeping (oltre che nel settore delle armi: sono quelle aliene a farli salivare). Insomma, le Nazioni Unite che danno ai privati l'appalto per occuparsi delle “emergenze umanitarie”: vi ricorda qualcosa?
E infine no, non ha senso fare una graduatoria tra District 9 e Avatar, per quanto, personalmente, provi un po' di simpatia in più per Wikus, un “uomo del sottosuolo”, il cui traguardo non è impalmare la bellissima figlia del Capo, ma sopravvivere in pace per qualche anno, frugando nella monnezza.
Cat food, yum!

Domenico D'Amico

mercoledì 17 febbraio 2010

Acqua pubblica: verso il referendum. Zanotelli: Mobilitarsi per abrogare la legge Ronchi

Appello di padre Alex Zanotelli: «Questi anni di impegno e di sensibilizzazione sull’acqua, mi inducono ad affermare che abbiamo ottenuto in Italia una vittoria culturale, che ora deve diventare politica».

di Alex Zanotelli, da Nigrizia.it via Micromega


"Questo è l'anno dell'acqua, l'anno in cui noi italiani dobbiamo decidere se l'acqua sarà merce o diritto fondamentale umano.

Il 19 novembre 2009, il governo Berlusconi ha votato la legge Ronchi, che privatizza i rubinetti d'Italia. È la sconfitta della politica, è la vittoria dei potentati economico-finanziari. È la vittoria del mercato, la mercificazione della ‘creatura' più sacra che abbiamo:'sorella acqua'. Questo decreto sarà pagato a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, che, per l'aumento delle tariffe, troveranno sempre più difficile pagare le bollette dell'acqua (avremo così cittadini di serie A e di serie B!). Ma soprattutto, la privatizzazione dell'acqua, sarà pagata dai poveri del Sud del mondo con milioni di morti di sete.

Per me è criminale affidare alle multinazionali il bene più prezioso dell'umanità (l'"oro blu"), bene che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici (scioglimento dei ghiacciai e dei nevai) sia per l'incremento demografico. L'acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestito dai Comuni a totale capitale pubblico, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile.

Purtroppo, il nostro governo, con la legge Ronchi, ha scelto un'altra strada, quella della mercificazione dell'acqua. Ma sono convinto che la vittoria dei potentati economico-finanziari si trasformerà in un boomerang.

È già oggi notevole la reazione popolare contro questa decisione immorale. Questi anni di impegno e di sensibilizzazione sull'acqua, mi inducono ad affermare che abbiamo ottenuto in Italia una vittoria culturale, che ora deve diventare politica.

Ecco perché il Forum italiano dei Movimenti per l'acqua pubblica, lancia ora il Referendum abrogativo della Legge Ronchi, che dovrà raccogliere, fra aprile e luglio 2010, circa seicentomila firme. Non sarà un referendum solo abrogativo, ma una vera e propria consultazione popolare su un tema molto chiaro: o la privatizzazione dell'acqua o il suo affidamento ad un soggetto di diritto pubblico.

Le date del referendum verranno annunciate in una grande manifestazione nazionale a Roma il 20 marzo, alla vigilia della Giornata Mondiale dell'acqua (22marzo). Nel frattempo chiediamo a tutti di costituirsi in gruppi e comitati in difesa dell'acqua, che siano poi capaci di coordinarsi a livello provinciale e regionale.

È la difesa del bene più prezioso che abbiamo (aria e acqua sono i due elementi essenziali per la vita!). Chiediamo a tutti i gruppi e comitati di fare pressione prima di tutto sui propri Comuni affinché convochino consigli monotematici per dichiarare che l'acqua è un bene di non rilevanza economica. Questo apre la possibilità di affidare la gestione dell'acqua ad un soggetto di diritto pubblico. Abbiamo bisogno che migliaia di Comuni si esprimano. Potrebbe essere questo un altr referendum popolare propositivo.

Solo un grande movimento popolare trasversale potrà regalarci una grande vittoria per il bene comune. Sull'acqua ci giochiamo tutto, anche la nostra democrazia. Dobbiamo e possiamo vincere. Ce l'ha fatta Parigi (la patria delle grandi multinazionali dell'acqua,Veolia, Ondeo, Saur, che stanno mettendo le mani sull'acqua italiana) a ritornare alla gestione pubblica. Ce la possiamo fare anche noi. Mobilitiamoci! È l'anno dell'acqua!"

mercoledì 10 febbraio 2010

Avatar e The Hurt Locker: Ecce Homo Yankee

Come tutti sanno, o dovrebbero sapere, Kathryn Bigelow e James Cameron una volta erano marito e moglie (dal 1989 al 1991, ma a giudicare da The Abyss, che è dell'89, Cameron il divorzio se lo aspettava sin dall'inizio), e quest'anno si contenderanno l'Oscar con le loro ultime creazioni, The Hurt Locker e Avatar.
L'accostamento tra questi due film non è dovuto solo alle circostanze, ma a qualcosa di più essenziale.
Bigelow ci descrive ormai da decenni una figura piuttosto sofisticata di “vero uomo”. Tipi che possono buttarsi da un aereo senza paracadute, fare spallucce davanti alla morte, ma anche manifestare lacrime di fragilità. Cameron non è da meno (anche se può capitare che il “vero uomo” in questione sia Sigourney Weaver): addirittura, in personaggi come John Connor, il dubbio e la fragilità interiori assumono un tono da Getsemani.
E sono due veri, anzi verissimi uomini anche i protagonisti di Avatar e The Hurt Locker. Eppure non si direbbero, come dire, molto produttivi.
In Avatar, Sully in effetti è quello che organizza e scatena l'attacco dei nativi contro gli sfruttatori terrestri, ma tutte le sue azioni si rivelerebbero vane, se non fosse per l'intervento diretto della Gaia locale. È questo che distingue Avatar dagli altri film di indiani, vietcong e soldati blu vari. L'unione tra i nativi e la terra non è una concezione religiosa, o culturale, è un dato di fatto. Cameron non da' molto peso a questa differenza esiziale, che porta a far sembrare i nativi di Avatar particolarmente stupidi. A Sully basta manipolare i punti deboli delle loro credenze per riconquistarne la fiducia (se non l'obbedienza). I Na'vi sono talmente integrati nell'ecosistema da essere totalmente incapaci di fronte all'imprevisto, solo l'intervento di un terrestre li può salvare, o almeno metterli nelle condizioni di essere salvati dalla loro Gaia, perché a lasciarli fare...
Il protagonista di The Hurt Locker, dal nome evocativo di William James, disinnesca IED e autobombe in Iraq: palle d'acciaio, sbruffone, temerario fino all'incoscienza eccetera eccetera. Quello che fa lo fa per il gusto di farlo, niente di più. Certo, per lui il cameratismo conta, ma in secondo piano. James, in effetti, non percepisce la guerra, e sembra non dare nemmeno gran peso agli iracheni. Il termine sprezzante hadji viene usato sì, ma in modo spassionato. L'unico momento in cui James sembra avere un interesse al di fuori delle bombe è quando crede che il bambino iracheno che gli vendeva i dvd taroccati sia morto. Ma la sua azione risulta priva di risultati, e alla fine anche di senso (il bambino non è morto).
Sully e James, quindi, risultano protagonisti di un'azione che li vede fondamentalmente fallire, ed entrambi, posti di fronte all'alternativa tra due mondi, tra due esistenze, scelgono di abbandonare quella “normale”, la loro vita nativa, per immergersi totalmente in quella vibratile, iperreale, tridimensionale, che può dar loro un mondo “altro” (Pandora, Iraq).
E per l'ennesima volta l'Io diviso dell'uomo occidentale proietta la sua aspirazione di purezza e di integralità sulle vittime del suo imperialismo (culturale e non). Come facciano giornalisti come quelli del Manifesto a definire The Hurt Locker un film “contro la guerra”, resta al di là della mia comprensione. Qui non abbiamo una giustificazione della guerra, come nei film razzisti alla Chuck Norris, ma a un'esaltazione della guerra quale esperienza spirituale (come avveniva anche in Terrence Malick).
Quanto ad Avatar, certo, Pandora è una vera meraviglia, e mi cascano le braccia a sentire i soliti pietosi luoghi comuni alla Roberto Faenza. Tuttavia, diamine, l'ennesimo yankee che soccorre il buon selvaggio! E dai, un ultimo sforzo, Jim!

Domenico D'Amico

Viva Basaglia, abbasso i basagliani

postato da oniat alle ore 13:04 mercoledì, 10 febbraio 2010
Non sopporto la retorica basagliana, non sopporto chi fa vilipendio della scienza contrapposta alla libertà e alla dignità, non sopporto gli operatori di strada che mancano di umiltà e credono che il fare e l’ascoltare renda la gente più libera. Non sopporto tutto questo allo stesso modo in cui non sopporto chi nega libertà e dignità ai malati di mente, i riduzionisti, che riducono solo la loro capacità di ragionare, i camici inamidati che sanno solo di medicine e di trattati e niente di quel tanto di poesia che ammorbidisce la scienza e la rende più terrena.
Più di chiunque altro non sopporto gli ipocriti, quelli che nel nome di Basaglia costruiscono le loro fortune e speculano sulla speranza dei matti che la propria mansuetudine li renda meno vulnerabili e più degni di attenzione.

Dottor Nicodemo

lunedì 8 febbraio 2010

Ciancimino: "Forza Italia è nata grazie alla trattativa mafia-Stato"

Finalmente il segreto di pulcinella è svelato. Quello che i cittadini accorti sapevano da tempo e i disonesti fingevano di ignorare è venuto finalmente a galla. Ma da dove poteva provenire un partito del genere se non da un sottobosco mafioso? A chi poteva dare i voti la mafia se non a Forza Italia?
Adesso ovviamente ribadiranno che lui non è il vero Ciancimino, che quello vero è suo padre, cioè quello che non parla, Vito buonanima. Diranno che vuole difendere solo il suo tesoro nascosto (il famoso tesoro di Ciancimino). Naturalmente Minzolini ci metterà la pezza, affermando che sono tutte calunnie prive di riscontri (se dirà qualcosa), un gradino al di sotto del gossip. Ci saranno i soliti  garantisti e i grilli parlanti  di turno che ci dispenseranno le loro analisi pacate, ispirate per carità solo alla ragionevolezza e non alla partigianeria, per dimostrarci che il giustizialismo se applicato ai potenti e non agli immigrati può danneggiare il dialogo fra maggioranza e opposizione e arrecare gravi danni al tessuto democratico. Già me li vedo i Panebianco e i Pierluigi Battista.
C'è da sperare che almeno se ne parli e che tale notizia non scompaia in fretta dai telegiornali.
Ovviamente Ingroia è una "toga rossa". 

Massimo Ciancimino torna in aula, al processo che vede imputato il generale Mario Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, e accusa: "La trattativa Stato mafia proseguì anche dopo il 1992". Un pizzino di Provenzano diretto a Dell'Utri e Berlusconi.
di Salvo Palazzolo da Repubblica

"Nel 1994, l'ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell'Utri e Berlusconi. Io la portai subito a mio padre, che all'epoca era in carcere. Mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell'Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi".  Massimo Ciancimino torna nell'aula bunker di Palermo, al processo che vede imputato l'ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori di aver protetto la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, il figlio dell'ex sindaco, ha ripercorso il contenuto di un pizzino che ha consegnato nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo.
"E' rimasta solo una parte di quella lettera - dice Ciancimino - eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell'ambito di un'altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo".
In ciò che è rimasto nella lettera si legge: «... posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive». Massimo Ciancimino spiega: "Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre. In fondo, questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l'aveva suggerito lo stesso mio padre a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un'intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti".
Insorge in aula l'avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: "Cosa c'entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso?". Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l'opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: «E' comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo», dice.
Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una «terza fase»: «A Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell'Utri», è l'accusa del figlio dell'ex sindaco.

domenica 7 febbraio 2010

L'Europa ha bisogno di Basaglia

Alessia De Stefano da CARTA

Contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e normali, nel vecchio continente. L'Oms però guarda al «modello italiano»: perché l'unico criterio di intervento, per la legge 180, è il bisogno di cura del paziente e non la sua pericolosità sociale

Da tempo in Europa si lavora alla definizione di leggi e norme che proteggano dignità e diritti dei pazienti psichiatrici: già nel 2000, la Commissione europea sulla psichiatria ha presentato un Libro bianco che annunciava le linee guida per un nuovo strumento legale del Consiglio di Europa sul trattamento sanitario obbligatorio [tso]. Cinque anni dopo, il Rapporto della Conferenza ministeriale europea dell’Organizzazione mondiale della sanità [Oms], in un allegato dal titolo «Salute mentale: affrontare le sfide, costruire le soluzioni», ribadiva la necessità di promuovere trattamento e accesso volontari ai servizi psichiatrici. L’Oms auspicava dunque che il consenso libero e informato costituisse la base del trattamento e della riabilitazione per la maggior parte delle persone con disturbi mentali, lasciando alle misure coercitive uno spazio limitato a circostanze molto specifiche. Sottolineava inoltre come la legge italiana cosiddetta «180» fosse un vero e proprio modello, a partire dalla rete di servizi territoriali e istituzioni sanitarie integrate, in alternativa ai vecchi istituti psichiatrici. Secondo l’Oms, questa via garantisce ai pazienti la possibilità di reintegrarsi nella società. Pochi mesi dopo, una nuova pubblicazione della Commissione europea [«Migliorare la salute mentale della popolazione. Verso una strategia sulla salute mentale per l’Unione europea»] esplicitava il proposito di lanciare un dibattito su scala continentale.
Una progressiva armonizzazione legislativa dell’Europa sulla salute mentale sembra dunque inevitabile, ma per il momento le differenze prevalgono sui tratti comuni. Ovunque, però, continua a esistere l’ospedale psichiatrico, luogo separato dove trattare un grande numero di pazienti acuti. Spesso, certo non sempre, si tratta di un ospedale psichiatrico «umanizzato» e «moderno». Ma nella civile Europa del nord, ad esempio, contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e «normali». Ovunque meno che in Italia, dove a legge 180, che il mondo ci invidia e che qualcuno vorrebbe cancellare, impone che i reparti di psichiatria [con non più di quindici letti] facciano parte dei normali ospedali.

giovedì 4 febbraio 2010

Noam Chomsky: la partecipazione diretta alla creatività

Intervista a Noam Chomsky
darevista-amauta via INFORMARE PER RESISTERE
 
I settori del potere non vorranno che la dissidenza cresca per lo stesso motivo per cui le aziende non metteranno i loro annunci su giornali come La Jornada”
Creare qualcosa di nuovo in mezzo a tanto rumore. Questo è quanto ci proponiamo in Amauta: immaginare che un giornale che dia lo spazio per discutere seriamente sulla sofferenza, le oppressioni, i dubbi e speranze di chiunque voglia partecipare. Siamo costantemente bombardati di informazioni, ma non ci sentiamo bene informati, e teoricamente, la conoscenza porta potere, ma non ci siamo mai sentiti così impotenti. Queste frustrazioni che sentiamo sono reali. Ma da dove vengono e perché non possiamo affrontarle adeguatamente?
C’è troppo rumore. Ci lanciano bombe di informazione da ogni parte che ci attaccano il corpo fino a paralizzarci. Prima credevamo in tutto quanto ci veniva detto, e adesso non crediamo in nulla. Alla fine, l’effetto è lo stesso. Non vogliamo partecipare né controllare i nostri destini, allora diamo il potere sulle nostre vite a politici e a corporazioni attraverso il voto o l’acquisto dei loro prodotti. E loro prendono le decisioni e creano le strutture che formano la nostra vita giornaliera. Se decidono male, possiamo dargli la colpa e ci sentiamo contenti e superiori ché noi l’avremo fatto meglio.
Sono colpevoli, perché la responsabilità e la capacità di distruzione dei loro atti cresce con la quantità di potere che gli diamo, ma lo siamo anche noi. Preferiamo rifugiarci in spazi d’informazione sempre più chiusi e ristretti dove incontriamo gente che la pensa come noi, dove ci sentiamo comodi e non dobbiamo sopportare alcuna critica. Siamo diventati bolle erranti dove possiamo ascoltare soltanto noi stessi.
Preserviamo il nostro individualismo e varietà d’opinione, ma alla fine arriviamo ad essere lo stesso: gente che non può ascoltare gli altri e rendersi conto che condividono realtà simili,gente che continua divisa perché può solo ascoltare il rumore della propria voce, gente che continua dominata perché non può formare l’azione collettiva necessaria per recuperare il potere che abbiamo regalato. Quelli che hanno il controllo sulla nostra vita vogliono che ci manteniamo isolati perché non ci sia la possibilità di una svolta totale.
E per questo Amauta vuole aprire lo spazio, conversare con gli altri, formare una comunità dove tutti possiamo partecipare da eguali, arrivare a trovare informazioni che ci portino a questionare le nostre idee e credo fino ad avere il desiderio di agire insieme per potere, in qualche momento,ristabilire il controllo delle nostre vite. Qui in questo momento, parlandoci, creiamo il primo atto della nostra esistenza.
Ma per la creazione di un simile spazio, che si occupa di conoscere e capire come e perché i mass media attuali contribuiscono al nostro dominio. Da loro dobbiamo ottenere la nostra informazione, la quale influisce sulle nostre idee sulla realtà e fondiamo la nostra relazione col mondo e la forma determinata di come agiremo in esso. Se le notizie che riceviamo dai mass media dicono, ad esempio, che l’unico modo di salvare l’economia , e anche noi stessi, è comprando sempre più, allora seguiremo questa raccomandazione.
E’ qualcosa di così fondamentale per il nostro tipo di vita che la nostra posizione sociale, e la nostra felicità, si possono garantire solo attraverso la capacità che abbiamo di poter acquistare. E siccome crediamo completamente in questa dottrina del consumismo, abbiamo sfruttato e abusato delle nostre risorse fino al punto di distruzione, che abbiamo difficoltà a smettere.
Abbiamo sottovalutato le esigenze dell'ambiente, allo stesso modo dei bisogni del resto dell’umanità, per cercare l’illusione della sicurezza personale che porta il nostro benessere materiale. I mass media hanno diffuso questa idea in ogni angolo del pianeta perché è la “verità” a cui è stata permessa di attraversare i differenti filtri di potere perché risuonasse attraverso la società, convertendosi, in questo modo, nell’unica opzione realista per le nostre vite.
Questa è, nella maggior parte dei casi,la nostra realtà. Ma non deve esserla. Semplicemente è quello che ci hanno detto, e per questo vediamo il mondo in quella maniera. Per smascherare le influenze che dominano la struttura dei nostri mass media attuali (ed in questo modo le verità che sono permesse nella nostra società) e poter confrontarci con esse per cambiarle, decidiamo (ed abbiamo avuto la grande opportunità di) parlare con uno degli intellettuali pubblici e linguisti che hanno studiato il tema in profondità: Noam Chomsky.

Coautore insieme a Edward S. Herman de
I Guardiani della Libertà (in inglese, Manufacturing Consent: The political Economy of the Mass Media) e autore di opere come Illusioni Necessarie, Propaganda e l’Opinione Pubblica (attraverso le interviste di David Barsamian), Chomsky dimostra come i mass media sono stati strumenti di propaganda che filtrano i pensieri “inadeguati” e così propagano le idee dominanti di quelli, che per circostanze economiche o (e) politiche, hanno le risorse per occupare posti sociali che danno l’accesso ad ampliare la loro voce, mentre il resto ha diritto (o dovere) di ascoltarli.
Lui non crede che queste idee dominanti siano uguali tra di loro (possono esserci differenze tra interessi statali e corporativi, per esempio) o che i giornalisti non stiano esercitando la loro professione con onestà ed una certa indipendenza, o che ci siano piccoli gruppi di potere che pianificano cospirazioni e sono decisi ad ingannare e manipolare su grande scala per il loro proprio profitto. Pensa che i parametri di controllo che limitano la discussione si impongono attraverso un sistema basato sull’accumulo delle risorse: chi ha più soldi e più potere avrà accessi migliori ai mass media per esprimere le sue preferenze e ideologie.
Ci riesce perché, semplicemente, può comprare quello spazio e restringere la competitività solo a quelli che pensano di dedicare questa informazione a scopi commerciali o valori “accettabili” come mantenere l’ordine sociale, la conformità e il consumismo come il ruolo indiscutibile nella nostra vita. Così lo spiega Chomsky in una nostra recente conversazione:
Molte persone nei mass media sono persone molto serie, e oneste, e ti diranno, e credo che abbiano ragione, che nessuno li forza a scrivere nulla (…). Quello che non ti diranno, e forse non sono coscienti di questo, è che li lasciano scrivere con libertà perché si conformano alle norme, i loro credo si conformano…alla dottrina del sistema, e allora sì, li lasciano scrivere in libertà e senza pressioni. Le persone che non accettano la dottrina del sistema cercheranno di sopravvivere nei mass media ma è molto difficile che ci riescano…
Tutta la cultura intellettuale ha un sistema che filtra, comincia quando si è piccoli a scuola. Si spera che si accettino certi credi, stili, modelli di comportamento, e così via. Se non li accetti, può darsi che ti dicano che sei un problema, che hai un comportamento problematico, e ti eliminano. Questo succede nelle università. Ma, è una tendenza, allora ci saranno eccezioni, e a volte le eccezioni sono molto sorprendenti. Ad esempio, questa università (Massachyìusetts Institute of Technology), negli anni 60, nel periodo degli attivisti del '60, l’ università fu finanziata quasi di un 100% dal Pentagono. E’ stato anche uno dei principali centri accademici di resistenza contro la guerra (Vietnam)...
Le tendenze sono molto forti e le ricompense per la conformità sono abbastanza alte, mentre le sanzioni per non conformarsi possono avere delle serie conseguenze. Non è come se ti mandassero in una camera di tortura (….) ma potrebbe ostacolare la tua crescita nella società, potrebbe colpire il tuo lavoro, potrebbe influire nel modo in cui sei trattato, come il disprezzo, il rifiuto, la diffamazione e la denuncia”.

Ma Chomsky insiste sul fatto che questo è successo in ogni società attraverso la storia. La persecuzione di coloro che hanno messo in discussione le credenze oppressive che le autorità dettano si osserva fin dalla Grecia antica e l' era biblica perché “i settori del potere non vogliono che cresca la dissidenza per lo stesso motivo che le aziende non metteranno degli annunci in giornali come La Jornada”.
A metà settembre, per l’anniversario dei 25 anni de La Jornada, Chosmky è stato uno degli invitati d’onore, giornale che considera come “l’unico indipendente in tutto l’emisfero”. Ma, dice che si sorprende per il successo che questo giornale messicano ha, non solo perché sopravvive senza molta pubblicità, ma anche perché tocca argomenti di grandissima importanza fuori dai limiti di ciò che è considerato come “accettabile” e continua ad essere una delle principali e più popolari fonte d’informazione nel paese.
Normalmente, come nel suo stesso paese, gli USA, i mass media come il New York Times e la CBS News, compiono una funzione fondamentale sostenendo i settori del potere perché il loro “liberalismo” li trasforma in
guardiani delle entrate” che marchiano cosa può essere pubblicato e cosa no.
Credo che sono moderatamente critici dentro i margini. Non sono totalmente sottomessi al potere ma sono ben controllati sapendo fino a dove possono arrivare”, dichiara Chomsky. Cita l’esempio della guerra contro il Vietnam, dove i mass media non questionavano le intenzioni del governo, perchè credono che stia sempre cercando di “fare il bene”, ma si arriva a criticare i piani, strategie e, forse, gli abusi commessi quando fallivano nella missione o quando muore tanta gente che è impossibile occultare oltre.
Anche Obama è stato chiamato “liberale”, dice Chomsky, perché ha criticato il governo precedente per i gli errori strategici e non tanto perché abbia pensato che la guerra in Iraq o in Afghanistan siano cattive in se. In questi momenti, dopo la scalata dell’esercito in Afghanistan, Chomsky ha dimostrato di avere ragione: Obama è “liberale” non perché questiona le intenzioni belliche dello stato ma perché pensa di poterlo fare meglio.
Vengono chiamati “liberali” non perché lo sono, ma perché è quanto di più estremo a sinistra si possa arrivare dove i settori del potere continuano ad essere ancora comodi e che non ci sarà qualcosa che colpisce la gerarchia stabilita. In base ad uno studio del Pew Research Center, solo il “29% degli statunitensi dicono che le notizie riportano i fatti correttamente” mentre “più del doppio (degli intervistati) dicono che la stampa è più liberale di quanto si dica che sia conservatrice”.
Al massimo, il popolo statunitense, vede i mass media come entità liberali, c’è una spinta verso la destra da parte di molte risposte. Sia in radio che nella televisione i lavoratori di questi settori di destra degli USA, hanno un
messaggio uniforme” che attira una grande audience” perché si rivolgono alle lamentele autentiche” dei loro ascoltatori, dice Chomsky.
“Mettiti nella posizione di una persona, presumibilmente lo statunitense comune: “Sono un buon lavoratore e cristiano devoto. Mi prendo cura della mia famiglia, vado a messa, sai, faccio tutto “bene”. E vengo derubato! Negli ultimi trent’anni, le mie entrate sono ferme, le mie ore di lavoro aumentano e i miei benefici sociali diminuiscono. Mia moglie deve avere due lavori per poter portare cibo a casa. I bambini, Dio, non c’è chi se ne prenda cura, le scuole sono terribili e cosi via. Cosa ho fatto di male? Ho fatto tutto quanto dovevo fare, ma qualcosa d’ingiusto sta succedendo. “E allora i giornalisti di destra hanno una risposta per loro…..”
Quei giornalisti si approfittano e sfruttano lo scontento legittimo dei colpiti dalle false promesse dei governanti, le bugie dei mass meda e i furti delle corporazioni. Non si fidano perché hanno dipinto loro una vita che non esiste ai loro orizzonti, perché la loro realtà è un’altra, più dura ma disinfettata in modo che chi ha potere possa cambiare le loro circostanze e possano inghiottire la storia che l’attuale sistema funziona perfettamente.
Per i settori del potere, il capitalismo ha funzionato ed è stato meraviglioso, e come quella è la loro realtà, questo è quello che credono e predicano. E siccome hanno il controllo degli apparecchi possono farsi ascoltare in modo esteso, questo è l’unico rumore che in verità si innalza sugli altri.
Per molti, come lui stesso, riconosce Chomsky, “ci sta andando bene. Per esempio ci sono molte lamentele sul sistema sanitario, ma io ricevo assistenza medica stupenda. La nostra assistenza medica si distribuisce in base alla ricchezza e per (un certo tipo di persone) tutto è ok. Ma non per coloro che ascoltano questi programmi, e quella è una grande fetta della popolazione”.
Allora quei giornalisti riescono, per il semplice motivo di ammettere che esistono problemi, a trasformarsi in una potente voce in difesa di coloro che sono stati relegati al margine della società, e così, ironicamente, accumulano il loro proprio potere e molto denaro commercializzando il sostegno e la fiducia degli ascoltatori.
Mentre loro si arricchiscono, offrendo false soluzioni che si concentrano sulla rabbia populista contro gli “immigranti” o “socialisti” o “femministe” che teoricamente hanno il controllo totale del governo, e così creano discussioni tra le persone con problemi simili e distraggono dal fatto che questi teorici leader si arricchiscono anche con l’attuale sistema e promuovono, piuttosto, un mondo dove le loro idee, degli uomini bianchi e ricchi, sia legge suprema. Cioè, quello che stanno facendo è di rinforzare il sistema esistente per escludere molte più persone di prima che avevano pochi benefici. Ma queste contraddizioni si perdono nella grida che sono bloccate, annegando nel rumore della paura e della rabbia.
Come possiamo quindi affrontare e resistere alle idee facili che tendono ad ingannarci e ad ostacolare un autentico cambiamento? Si potrà? Si è ottenuto?
(Questi modelli) si sono rotti fino ad un certo punto. E’ per questo che non viviamo più in tirannie, sai, il re non decide quello che ha permesso, e c’è molta più libertà di quanta ce n’era in passato. Allora si, questi modelli si possono alterare. Ma mentre esiste la concentrazione del potere in un modo o in un altro, sia di armi, di capitale o un’altra cosa, mentre c'è concentrazione del potere, queste conseguenze (le tendenze per conformarsi dentro del quadro sociali) sono prevedibili”.
Chomsky dice di trovarsi con una certa frustrazione nei circoli intellettuali di sinistra nel suo recente viaggio in Messico perché sentono
che c’è una certa inquietudine e attivismo popolare, ma molto frammentato”. Che questi gruppi abbiano agende molto limitate e specifiche verso certe lotte e non si relazionano e collaborano tra loro. Bene, questo è qualcosa che bisogna superare se si vuole costruire un movimento popolare ampio. E i mass media possono aiutare….” Ma richiede organizzazione. L’organizzazione e l' educazione, quando interagiscono una con l’altra si fortificano tra di esse, si sostengono mutuamente”.
Amauta allora vuole tentare di creare lo spazio dove diverse persone e gruppi possano discutere, qualunque sia l’ideologia, intorno ai problemi sinceri della nostra comunità e non come strumento di propaganda o di interesse personale. Dove, forse, possiamo essere i padroni delle nostre voci, e la nostra parola valga più che la parola dei politici in tv, e i nostri discorsi ci informino più di quanto lo possano fare i mass media attuali. Ma principalmente, vogliamo espandere il dialogo in ogni angolo possibile per collaborare e partecipare insieme in un movimento o vari movimenti che perturbino e cambino lo stato attuale del nostro mondo.
Come ha scritto Chomsky nel suo libro
Democrazia e Educazione ”un movimento di sinistra non ha opportunità di successo, e non la merita, se ottiene un intendimento della società contemporanea ed una visione per un ordine sociale futuro che sia convincente per la maggior parte della popolazione. Le sue mete e strutture organizzative si devono formare attraverso la partecipazione attiva del popolo dentro le lotte popolari e la ricostruzione sociale. Una cultura radicale autentica solo si può creare attraverso la trasformazione spirituale di un enorme gruppo di persone, nel quale l’elemento principale di qualsiasi rivoluzione sociale è quello di estendere la creatività umana e la libertà”.
Per riprendere la nostra voce e convertirci in artisti, giornalisti, creatori della nostra verità e propulsori del cambiamento, Chomsky ci dà un esempio pratico di quello che considera
una partecipazione diretta nella creatività”.
Racconta che circa 15 anni fa, in Brasile, Lula da Silva, allora sindacalista e non presidente, lo portò in un quartiere fuori Rio de Janeiro dove c’era uno spazio aperto, un piazza.
E’ un paese semi- tropicale, tutto il mondo è fuori, è di notte. Un piccolo gruppo di giornalisti di Rio, professionisti, sono usciti quella notte con un camion che parcheggiarono in mezzo alla piazza. Il camion aveva uno schermo su di se, e gli strumenti per una trasmissione televisiva. E quello che stavano trasmettendo erano opere, scritte dalla gente della comunità, attuate e dirette dalle persone della comunità. Allora le persone del quartiere stavano presentando queste opere, e una delle attrici, una ragazza, forse diciassettenne, stava camminando in mezzo alla gente con un microfono, chiedendo alle persone che facessero dei commenti- ci sono molte persone lì, e sono interessate, guardando, c’è gente seduta al bar, gente camminando- allora hanno fatto i loro commenti.
E siccome c’era uno schermo, si trasmetteva dal vivo quello che la gente diceva su quell’opera, e dopo altri rispondevano a quanto si era detto, e così via. E queste opere erano sostanziali….Trattavano argomenti seri. Alcune delle opere erano commedie, sai, ma trattando argomenti come la crisi del debito pubblico, o l’AIDS…E’ stata una partecipazione diretta nella creatività. E credo che è stato qualcosa di molto ingegnoso”.

Adesso tocca a noi. Vogliamo quella piazza, quello spazio pubblico dove la comunità si unisca per creare qualcosa di primordiale. Cercare attivamente sempre più persone che partecipino direttamente per incitare una trasformazione comune, e forse un giorno, un’autentica rivoluzione. Se vuoi unirti, benvenuto.


Fonte: 
http://revista-amauta.org/archives/9731

Traduzione per 
Voci Dalla Strada a cura di VANESA