di Luciano Gallino da Micromega
A fine 2012 un gruppo di giornalisti e politici greci presentava alla
Corte Penale Internazionale dell’Aja una denuncia per sospetti crimini
contro l’umanità a carico del presidente della Commissione Europea
(Barroso), della direttrice del Fmi (Lagarde), del presidente del
Consiglio Europeo (Van Rompuy), nonché della Cancelliera Merkel e del
suo ministro delle Finanze Schäuble. A sua volta un’attivista tedesca
nel campo dei diritti umani, Sarah Luzia Hassel, appoggiava la denuncia
con una documentatissima relazione circa le azioni compiute dalle citate
istituzioni a danno sia della Grecia che di altri Paesi, europei e no.
Tutte
azioni suscettibili di venir configurate addirittura come crimini
contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto di Roma della
Corte Penale dell’Aja. Si va dalla liquidazione della sanità pubblica
alle politiche agricole che hanno affamato milioni di persone; dalla
salvaguardia del sistema finanziario a danno dei cittadini ordinari alle
ristrette élite che influenzano le decisioni delle istituzioni stesse,
sino agli interventi nel campo del lavoro e della previdenza atti a
ledere basilari diritti umani. Un altro documento ancora che accusa i
vertici Ue di gravi forme d’illegalità, simili a quelle testé indicate
ma senza etichettarle come crimini contro l’umanità, è stato pubblicato a
fine 2013 dal Centro Studi di Politiche del Diritto Europeo di Brema,
su richiesta della Camera del Lavoro di Vienna.
Per quanto è dato
sapere i documenti citati sopra giacciono tuttora nei cassetti dei
destinatari. Di recente sono però intervenuti fatti nuovi che potrebbero
indurre qualche Ong o formazione politica a rilanciare le citate
denunce. Si veda il rapporto uscito a fine febbraio su Lancet,
numero uno delle riviste mediche, circa i danni che sta infliggendo alla
popolazione la crisi della sanità in Grecia per via delle misure di
austerità imposte dalle istituzioni Ue. Chi soffre di cancro non riesce
più a procurarsi le medicine necessarie, divenute troppo costose. La
quota di bambini a rischio povertà supera il 30 per cento. Sono
ricomparse, dopo quarant’anni, malaria e tubercolosi. I suicidi sono
aumentati del 45 per cento. Chi fa uso di droga non dispone più di
siringhe sterili distribuite dal sistema sanitario, per cui utilizza più
volte la stessa siringa. Risultato: i casi di infezione Hiv rilevati
sono passati da 15 nel 2009 a 484 nel 2012.
Un secondo fatto
nuovo è che l’Italia, insieme con Spagna, Portogallo e Irlanda, appare
avviata sulla stessa strada della Grecia. Anche da noi i tempi di attesa
per le visite specialistiche si sono allungati sovente di molti mesi
perché i medici che vanno in pensione non sono rimpiazzati. Molti
rinviano o rinunciano a visite mediche o esami clinici perché i ticket
hanno subito forti aumenti e non riescono più a pagarli. Coloro che
vanno in un laboratorio convenzionato si sentono dire che se scelgono la
tariffa privata spendono meno del ticket. Molte famiglie non riescono
più a mandare i bimbi all’asilo o alla scuola materna perché i posti
sono stati ridotti, o la retta è aumentata al punto che non possono
farvi fronte.
L’intera questione si può quindi riassumere in
questo modo: le politiche di austerità, gli aggiustamenti strutturali,
le privatizzazioni imposte agli Stati membri dai vertici Ue, ovvero
dalla cosiddetta Troika (Bce, Fmi e Commissione) stanno infliggendo
privazioni insostenibili a milioni di cittadini. Come si legge nel
rapporto di Lancet, “se le politiche adottate avessero
effettivamente migliorato l’economia, allora le conseguenze per la
salute potrebbero essere un prezzo che val la pena di pagare. Per
contro, i profondi tagli hanno avuto in realtà effetti economici
negativi, come ha riconosciuto [perfino] il Fmi”. In Italia, non meno
che in Grecia, Spagna, Portogallo, la disoccupazione e l’occupazione
precaria hanno toccato livelli altissimi. Il Pil ha perso oltre 10 punti
rispetto al 2007. La combinazione di micidiali indicatori, quali la
deflazione, ossia una forte caduta del livello dei prezzi in molti
settori, la domanda aggregata stagnante, più una crescita del Pil che
nei prossimi anni continuerà a registrare tassi dell’1 per cento o meno,
sta portando le rispettive economie, a cominciare dalla nostra, verso
il disastro.
In altre parole, non soltanto i vertici Ue hanno
dato prova, con le politiche economiche e sociali che hanno imposto, di
una scandalosa indifferenza per le persone che vi erano soggette: dette
politiche si sono pure dimostrate clamorosamente sbagliate. La questione
presenta alcuni punti di contatto con la crisi finanziaria esplosa nel
2008. Allora diversi giuristi americani ed europei parlarono di “crimini
economici contro l’umanità”, commessi dai dirigenti dei maggiori gruppi
finanziari. Ma il caso odierno della Ue presenta una differenza
abissale. Nel caso della crisi finanziaria gli attori erano soggetti
privati. Nel caso della crisi europea si tratta dei massimi esponenti
della dirigenza pubblica della Ue, cui è stato affidato l’oneroso
impegno di presiedere ai destini di 450 milioni di persone ai tempi
della crisi. Nello svolgere detto impegno essi hanno mostrato anzitutto
una clamorosa incompetenza della gestione della crisi; hanno scelto di
favorire gli interessi dei grandi gruppi finanziari andando contro agli
interessi vitali delle popolazioni Ue; hanno dato largo ascolto alle
maggiori élite europee, e in più di un caso ne fanno parte; hanno
mostrato di non tenere in alcun conto le sorti delle persone cui si
dirigevano le loro politiche. È mai possibile che non siano chiamate a
rispondere per nulla delle illegalità non meno che degli errori che
hanno commesso, e delle sofferenze che hanno causato con l’indifferenza
se non addirittura il disprezzo dimostrato verso le popolazioni colpite?
Stando
al documento di Brema, le violazioni dei diritti umani compiute dai
vertici Ue, in spregio agli stessi trattati dell’Unione, potrebbero
essere portate davanti a varie corti e istituzioni europee, nonché
davanti a organizzazioni internazionali quali l’Onu e l’Organizzazione
Internazionale del Lavoro. Senza dimenticare che di crimini e illegalità
della Ue parlano anche in modo sbrigativo i partiti nazionalisti, ma
con una radicale differenza rispetto alle iniziative sopra citate:
mediante tali accuse essi vogliono distruggere la Ue, mentre lo scopo
dovrebbe essere quello di cacciare gli attuali dirigenti della Troika e
sostituirli con altri, dopo aver proceduto a una approfondita revisione
dei trattati europei. Mediante la quale si ribadisca sin dall’inizio che
nel loro stesso interesse costitutivo, come scrivono i giuristi di
Brema, le istituzioni europee debbono prendere sul serio le questioni
sociali esistenziali delle cittadine e dei cittadini dell’Unione. Non
esiste stato di eccezione che possa esentarle da tale dovere, come
invece esse stanno facendo con le politiche di austerità.
Fonte:Repubblica, 15 marzo 2014
lunedì 17 marzo 2014
domenica 16 marzo 2014
Parla Maduro: «L’unica primavera è quella bolivariana»
di Gerardina Collotti da ilmanifesto
Venezuela. Il presidente Maduro risponde alle domande del manifesto
«I golpisti hanno cercato di presentare una falsa primavera venezuelana, ma i loro fiori sono secchi: perché la primavera del popolo venezuelano è cominciata con il governo socialista, ed è stata capace di passare dalla protesta alla proposta». A Miraflores, il presidente Nicolas Maduro risponde ai giornalisti. Il manifesto ha potuto rivolgergli domande dirette.
Sullo schermo, scorre un video delle violenze che, dal 12 febbraio, hanno provocato 28 morti. Si scorge un giornalista della Cnn fraternizzare con gli oltranzisti, e agenti delle polizie locali facilitare le devastazioni. Il presidente illustra i dati del ministro degli Interni Miguel Rodriguez Torres, presente al tavolo insieme a quello degli Esteri, Elias Jaua: «Solo il 36% dei 1.529 fermati (105 dei quali detenuto), risulta essere studente». Su 350 feriti, 250 sono civili, 109 funzionari di polizia o militari. Come hanno precisato a Ginevra — durante il XXV Consiglio per i diritti umani dell’Onu – sia la Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz che la Difensora per i diritti umani, Gabriela Ramirez, molti dei feriti o dei morti sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco: «il che dimostra che la natura delle proteste è tutt’altro che pacifica».
A Ginevra, l’Onu ha lodato il Venezuela per aver rispettato i diritti umani, 29 paesi dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) hanno rigettato la proposta di ingerenza negli affari interni di Caracas proposta da Usa e Panama. E i ministri degli Esteri della Unasur invieranno una missione per sostenere le Conferenze per la pace e la vita messe in atto dal governo in tutto il paese. «Se l’opposizione avesse accettato il dialogo fin dall’inizio – dice Maduro – non saremo arrivati a questo punto. Invece sono codardi e lasciano che un gruppo di golpisti fomentati da Washington alzino la tensione nel paese. Destabilizzare il Venezuela, significa però incendiare tutta la regione, perché l’epoca dei golpe è finita. Non è più come ai tempi di Allende, e non siamo soli. Questo popolo è disposto a difendere la rivoluzione con la vita, passerebbe alla resistenza armata».
Le sanzioni pronte negli Usa contro il Venezuela? Maduro ironizza: «Se vogliono bloccarci i visti, facciano, ci sarà meno gente che corre a Miami. Vuol dire che mi toccherà andare a piedi per partecipare alla prossima conferenza sul clima a cui mi ha invitato Ban Ki-moon».
Poi si rivolge a Obama: «Lo stanno spingendo verso l’abisso. Voglia il cielo che il primo presidente nero degli Stati uniti non debba passare alla storia come assassino del Venezuela». Maria Corina Machado, parte dei trio di oltranzisti che ha promosso la campagna per «la salida» (l’uscita) di Maduro dal governo, è stata ricevuta dal presidente del Panama, Ricardo Martinelli, in prima fila contro il Venezuela. Maduro ha interrotto le relazioni politiche e ha congelato il debito contratto dagli imprenditori venezuelani col Panama. Un debito gonfiato «per aiutare gli industriali venezuelani a sfuggire al controllo dei cambi e ottenere più dollari», hanno ammesso personaggi del governo panamense. Chiediamo al presidente quanto pesi questa vicenda sul dialogo in corso tra il suo governo e i grandi imprenditori: «Pagheremo tutto, fino all’ultimo bolivar – risponde Maduro – il Venezuela non ha debiti con nessuno, ma pagheremo il giusto, e senza ingerenze«.
Ma le nuove misure economiche, che vanno incontro alla costante richiesta di dollari degli imprenditori e agevolano l’impresa privata, non saranno scontate dai lavoratori? Non ci sarà un aumento dei prezzi e un cedimento al modello neoliberista? La parte avversa non finirà per zavorrare il socialismo bolivariano? Maduro risponde ancora al manifesto: «Per avere più risorse da distribuire al popolo, abbiamo bisogno di sviluppo industriale, di sovranità alimentare, ma il nostro sistema sociale non corre rischi: se i prezzi salgono, aumenteremo di più i salari e i benefici, come abbiamo sempre fatto. Lo abbiamo previsto. E presto sottoporremo al paese la richiesta di aumentare un poco il prezzo della benzina. Con quel che voi pagate in Italia un litro di benzina, qui riforniamo 6 fuoristrada, si deve pagare un poco».
Chiediamo ancora: la notte delle elezioni presidenziali, il 14 aprile, lei ha detto che il leader sconfitto dell’opposizione, Henrique Capriles, aveva chiamato per proporgli di spartirsi il potere, alla maniera tipica della IV repubblica. Ora che Capriles sembra volersi smarcare dalla via golpista e che una parte della Mesa de la unidad democratica (Mud) avanza proposte per dialogare, quei meccanismi torneranno in gioco? «Con l’opposizione ci sono molti contatti – risponde il presidente – ma il dialogo non è fra strutture, non è fra il Psuv e la Mud. Per questo, se occorre, ci sarà una riunione specifica. Il nostro invito riguarda tutta la società. La democrazia partecipativa e protagonista ha superato i meccanismi di concertazione dall’alto. Oltretutto, la Mud ha un doppio discorso: parla di dialogo e copre i «guarimberos». E chiede a noi di criminalizzare i collettivi territoriali, che sono stati un argine durante la IV repubblica e ora sono una risorsa preziosa e matura del proceso bolivariano».
Un paese in assemblea permanente, dalle piazze a Mirafiori. l livello di maturità politica esistente nel paese a tutti i livelli sociali è impressionante. Nei governi della IV repubblica, oltre il 50% della popolazione disertava le urne, com’è accaduto giorni fa alle legislative in Colombia. Qui, invece, la «democrazia partecipativa e protagonista» non è uno slogan per addetti ai lavori. La parola cultura assume senso pieno, come si è visto dalla partecipazione alla Fiera internazionale del libro, che si è aperta venerdì. Una forza che si riflette nei profili delle tante donne giovanissime e preparate che provengono dai collettivi di quartiere e dalle organizzazioni popolari, presenti nel governo ai più alti livelli.
I grandi media privati, parte in causa nel conflitto (di classe), cercano di intorpidire l’immaginario presentando lo «sciopero dei ricchi» come rivolta giovanile contro «la dittatura». Ma basterebbe trascorrere una settimana in questo caleidoscopico bazar di idee e prospettive per comprendere l’assurdità della definizione.
Giovedì, nella capitale hanno sfilato operai di tutte le categorie. Ieri si è svolta una marcia moltitudinaria «per il rispetto delle Forze armate e per la pace». Maduro ha consegnato 40 case popolari completamente ammobiliate agli operai del quartiere di Santa Cruz (nello stato di Miranda), e ha annunciato fondi per 100 milioni di bolivar per lo sviluppo locale. Durante il mese di proteste, sono state consegnate oltre 15.000 case popolari. Per il 2014, i fondi destinati all’edilizia pubblica ammontano a 56mila milioni di bolivar, che si aggiungono ai 15.600 milioni stanziati questa settimana per la viabilità e le infrastrutture. Frutteranno oltre 70.000 posti di lavoro.
Diversi progetti riguardano la tutela dei mototaxi. I «motorizados» sono circa 2 milioni, organizzati in cooperative e impegnate al contempo nei collettivi di quartiere. Un settore informale a cui il socialismo bolivariano ha dato fisionomia e diritti. Il governo li ha incontrati giovedì all’Hotel Alba, dove si è svolto un capitolo della Conferenza nazionale per la pace. C’erano anche i collettivi di «motorizados con discapacidad», venuti all’incontro sulle loro sedie a rotelle. Prima della vittoria di Chávez (1998), il Venezuela contava 700.000 universitari, ora ha 2 milioni e 600.000 studenti universitari (il II posto in America latina e il V nel mondo) e un sistema totalmente gratuito. Gli studenti, in Venezuela come in altre parti del mondo, sono stati l’innesco per altri movimenti popolari, come nel ’68 in Italia o in Francia. Qui, solo una parte degli universitari di destra si è fatta abbindolare dalle «guarimbas», gli altri se ne sono distanziati e hanno ripreso i corsi. Pur consapevole delle difficoltà esistenti, la maggioranza degli strati popolari ha imparato da che parte stare.
giovedì 13 marzo 2014
TTIP: l'utopia delle multinazionali
di Marco Bersani da Attac
La crisi sovverte e modifica il quadro geopolitico internazionale, mutando i rapporti di forza a livello internazionale e rimettendo in discussione egemonie storiche, sinora date per indiscutibili. Da una parte le nuove potenze emergenti del Sud del mondo, quali Brasile, India, Sudafrica e Messico continuano a crescere e sviluppare il proprio mercato interno, rivelandosi difficilmente controllabili attraverso gli strumenti vecchi dei Forum internazionali, come il G20, e, in alcuni casi, rafforzando la costruzione di nuove aree commerciali regionali sottratte all’influenza statunitense, come l’area Mercosur in America Latina; dall’altra, sul versante pacifico, l’asse economico e geo-politico tra il gigante cinese e la Russia si va prepotentemente affermando come epicentro degli equilibri mediorientali ed asiatici, in una graduale scalata al ruolo di leadership globale. Recenti statistiche affermano come la produzione economica combinata di Brasile, Cina e India supererà entro il 2020 quella di Canada, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti, e come, entro il 2030, più dell’ 80% della classe media del mondo vivrà a sud. Stretto nella morsa dei nuovi candidati all’egemonia internazionale, con il vecchio partner europeo intrappolato nella spirale delle politiche monetariste basate sull’austerità, lo stanco impero statunitense affila le unghie e adotta una nuova ambiziosa strategia per la riconquista di una nuova egemonia globale diffusa. Nasce da questa esigenza degli Usa l’enorme programma di smantellamento delle residue barriere -commerciali, giuridiche, politiche- al libero commercio e alla libertà di investimento messo in campo in direzione dell’Europa, attraverso il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e in direzione di 11 paesi che affacciano sul lato del pacifico (Messico, Canada, Cile, Perù, Giappone, Australia, Malesia, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda e Brunei) attraverso il TPP (Transpacific Patrnership). L’obiettivo è la creazione della più grande area di libero scambio del pianeta,che comprenderà economie per circa il 60% del prodotto interno lordo mondiale, interamente governata dalle più potenti multinazionali economiche e finanziarie, agli interessi delle quali andranno sacrificati tutti i diritti sociali e del lavoro, i beni comuni e la stessa democrazia.
Se per gli Usa il TTIP rappresenta la necessità di “legare” alla propria economia il massimo numero di aree geo-politiche e commerciali possibili, per l’Unione Europea si tratta della più evidente e definitiva dichiarazione di resa di un continente che, già da tempo, attraverso la scelta della via rigorista e monetarista in economia, ha deciso di rinunciare alla propria originalità -quella di uno stato sociale, frutto del compromesso fra capitale e lavoro del secondo dopoguerra- per consegnarsi alle leggi dell’impresa. Se, fino all’inizio del nuovo millennio, l’Europa si presentava in maniera aggressiva dentro i contesti degli accordi internazionali – pensiamo al ruolo dell’UE all’interno del Gats nell’Organizzazione Mondiale del Commercio- presentandosi come un continente che, lungi dal proteggere le popolazioni dalla globalizzazione neoliberista, si candidava ad assumerne la guida, con l’adesione ai negoziati per il TTIP, l’Europa dichiara il fallimento di quella strategia e, nel contempo, rinuncia ad ogni tentativo di esercitare un proprio protagonismo sociale, per giocare la partita di una competizione internazionale, tutta giocata al ribasso in tema di diritti del lavoro, di beni comuni e servizi pubblici, di diritti sociali e ambientali.
Ma, al di là delle esigenze geo-politiche, il significato profondo del processo in corso con il TTIP (e con il gemello asiatico del TPP) è la consegna, dietro la strategia di riconquista della scena internazionale da parte dei vecchi padroni del mondo (Usa – Ue – Giappone), delle sorti del pianeta ad un disegno di politica economica mondiale che vede, forse non per la prima volta ma certo mai con questa intensità.,il totale protagonismo politico delle grandi multinazionali, non più “relegate” ad un ruolo di influenza e pressione esterna sulle istituzioni politiche, bensì sedute a pieno titolo e in posizione privilegiata nei tavoli di negoziazione. Questo fatto rende il TTIP il luogo, dentro il quale si profila, per la prima volta nella storia, la costruzione a tavolino di un’area planetaria di libero scambio messa in campo da un’ elite transnazionale che, superando i confini tradizionali fra Stato e privati, tra governi e imprese, si sottrae ad ogni possibile controllo democratico.
Di fatto, e se approvato, il TTIP realizzerebbe l’utopia delle multinazionali : un pianeta al loro completo servizio, fino al punto di poter chiamare in giudizio presso una corte speciale, composta da tre avvocati d’affari rispondenti alle normative della Banca Mondiale, un qualsiasi paese firmatario, la cui scelte politiche potrebbero avere un effetto restrittivo sulla loro “vitalità commerciale”; potendole sanzionare con pesantissime multe per avere, con le proprie legislazioni, ridotto i loro potenziali profitti futuri. E per le elites dell’Ue rappresenterebbe anche la possibilità di superare in avanti, attraverso un “meta-trattato” strutturale, l’attuale difficoltà nell’ imporre, Stato per Stato e governo per governo, le politiche di austerità e di smantellamento dello stato sociale, artificialmente indotte dalla crisi del debito pubblico. L’opposizione radicale al TTIP, oltre che una inderogabile necessità per le vertenze e le conflittualità promosse da qualsiasi movimento sociale attivo, rappresenta anche una grande opportunità : ottenere il ritiro “senza se e senza ma” di quello che rappresenta un disegno esaustivo e totalizzante di un’Europa al servizio dei mercati, metterebbe automaticamente in campo l’opzione di un’altra Europa possibile, quella dei popoli, dei beni comuni, dei diritti e della democrazia.
Tratto dal granello di sabbia di febbraio, scaricabile qui
sabato 8 marzo 2014
La piramide di Maslow
di Tonino D'Orazio
Questa scala di bisogni, concepita tra il 1943 e il 1954 dallo psicologo statunitense Abraham Maslow, è suddivisa in cinque differenti livelli, dai più elementari (necessari alla sopravvivenza dell'individuo) ai più complessi (di carattere sociale). L'individuo si realizza passando per i vari stadi, i quali devono essere soddisfatti in modo progressivo. Questa scala è internazionalmente conosciuta come "La piramide di Maslow". I livelli di bisogno concepiti sono:
- Bisogni fisiologici (fame, sete, respiro, alimentazione, sesso, sonno, omeostasi)
- Bisogni di sicurezza, (sicurezza fisica, di occupazione, morale, familiare, di salute, di proprietà)
- Bisogni di appartenenza (amicizia, affetto familiare, intimità sessuale, identificazione)
- Bisogni di stima, di prestigio, (autostima, autocontrollo, realizzazione, rispetto reciproco)
Perché un commento su questa scala? Semplicemente per vedere a che punto è la classe operaia, o lavoratrice, o sottoproletaria, o senza lavoro.
Se la scala per la realizzazione di sé stessi o del proprio ceto di appartenenza prevede una ascesa per essere individualmente soddisfatti non mi sembra sia oggi eccezionale.
Se il lavoratore negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso poteva dire con certezza che almeno (“toccando il cielo con un dito” come dice Bertinotti) fosse salito al secondo gradino, oggi bisogna ricredersi e capire che qualcuno, formalmente, lo ha riportato al primo.
In quegli anni, soprattutto con lo Statuto dei lavoratori, un operaio, un lavoratore, poteva ritenere di aver soddisfatto le esigenze del primo scalino. Anzi furono anni di piena stabilità anche nel secondo scalino, quello della sicurezza. (Se togliamo i rischi di attentati o stragi di Stato). E anche del risparmio.
Era anche nel terzo scalino? Penso di sì, soprattutto per quanto riguarda l’identificazione. In quegli anni molti intellettuali ritenevano possibile una vera egemonia culturale del movimento dei lavoratori.
Possiamo dire, per molti, alcuni elementi del quarto gradino? Per esempio l’autostima per sé stessi anche nella valorizzazione del proprio lavoro. Possibile anche la realizzazione di sé stessi per gli artigiani e il rispetto sociale. Nel quinto, probabilmente anche tratti di creatività, di moralità nel difendere e appartenere al proprio ceto, e di spontaneità. Questi elementi sono trasversali, e non necessariamente in graduatoria, della caratteristica del genere umano ma anche delle persone “tranquille”.
Vogliamo tornare indietro ai giorni nostri? Lasciamo perdere, del quinto gradino, le caratteristiche del genere umano che si sono un po’ perse nella nostra società. La moralità complessiva non è più la stessa. Come spiegare i milioni di votanti che corrono da vent’anni dietro un affabulatore ladro, condannato e pedofilo. La spontaneità fa figura di ingenuità. La creatività ha un costo economico al più offerente. E’ arte solo se si vende. I problemi possono risolverli solo quelli che hanno denaro e l’assenza di pregiudizi sta fortemente diminuendo creando scontri di classi che tutti tentano di negare.
Quindi anche scendendo al quarto livello troviamo che si possa difficilmente avere autostima se si è impediti dalla realizzazione dei propri desiderata. Nella diffidenza individuale in questa nostra società, dovuta anche ad una competitività costruita ad hoc, diventa difficile trovare stima e rispetto reciproco.
Parimente difficili sono gli elementi del terzo scalino perché si saldano fortemente agli altri due inferiori. L’amicizia è un dato umano e possiamo considerarlo ancora un elemento positivo. Ma l’assenza di sicurezza dello scalino due non permette la tenuta dei legami familiari. Sono ormai uno su due i matrimoni che saltano. Anche l’intimità sessuale si rompe in una ricerca spasmodica, spinta fortemente anche dai mass-media e dai gossip, di edonismo extra. Sono per esempio aumentate al 75% le infedeltà coniugali, sia maschili che femminili. Nessun giudizio moralistico, ma è una realtà che indica uno spasimo del vivere tipica della cultura borghese.
Dobbiamo precisare adesso che i lavoratori, gli operai, sono cacciati dal secondo gradino sul quale erano riusciti a salire per pochi anni.
Non c’è più sicurezza, né di lavoro stabile o occupazione (precarietà, fine del tempo indeterminato, deindustrializzazione, perdita dei diritti e della dignità, ricatti continui volti ad un maggiore sfruttamento …); né fisica (aumento di decessi e infortuni Inail, sul lavoro e sulle strade, su furti rapine e attentati, la drammaticità sociale ne acuisce gli effetti …); né di salute (il costo personale sta diventando impossibile a molti, cfr diminuzione drastica delle visite mediche specialistiche, aumento dei ticket e dei medicinali, liste e tempi lunghi …); né familiare (senza lavoro la famiglia spesso non regge, tensioni …); né di proprietà (le case o i terreni sono possedute dalle banche fino a pagamento mutuo completato, sempre più difficile arrivarci; ingiustificabili spese notarili, ma le tasse sono per i “proprietari”; né le automobili, con tutte le accise sui carburanti, bolli, Iva, assicurazioni, revisioni, tasse proprietà ecc…) di cui è difficile parlare di appartenenza, a conti fatti è tutto o quasi dello Stato o di altri. Una cresta continua.
Infine possiamo dire con certezza che gli operai, i lavoratori, i disoccupati, i pensionati sono stati ricacciati, al primo scalino, quello della mera sussistenza fisiologica. Bisogna forse incominciare a intravvedere anche un sottoscalino, per molti. Lasciate ogni speranza di tornare a qualche scalino superiore. Ci sono voluti decenni per salire. Per scenderne solo due decenni. Lo scontro tra soggettività e potere non ha funzionato più.
Ma dove eravate mentre vi facevano questo !!
martedì 4 marzo 2014
Renzi e il rasoio di Ockham.
di Tonino D’Orazio
Rasoio di Occam è il nome con cui viene contraddistinto un principio metodologico espresso dal francescano William of Ockham, noto in italiano come di Occam, nel XIV° secolo.
Tale principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più immediata suggerisce l'inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno (in greco “ciò che appare”) quando quelle iniziali siano sufficienti.
Sono tre le regole principali: non moltiplicare gli elementi più del necessario; non considerare la pluralità se non è necessario; è inutile fare con più ciò che si può fare con meno.
In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità.
Inutile quindi pensare che il ragazzo, Renzie, possa modificare veramente le cose; inutile immaginare anche il perché dovrebbe farlo. Non è sufficiente, anche nella cultura dell’immagine, pensare soltanto perché, come dice lui stesso, possa perdere la faccia. Per quanto sia disperato il concetto.
Posto questo principio appare assolutamente semplice rilevare la conclusione cioè l’impossibilità di modificare la struttura politico-economica impostata dai cosiddetti poteri forti, un ossimoro ormai evidente di poteri antidemocratici, quindi totalitari, quindi fascisti, (cioè non complicare ciò che è semplice nel risultato)
Ovviamente, per essere semplici, e non ingenui, i poteri forti internazionali gli hanno messo alle costole un ministro loro, date le foghe e le incertezze concettuali del nostro, un certo Padoan proveniente dall’Ocse, ben conosciuto da chi cerca di sapere e non si fida di tutta la letteratura giornalistica sul quanto sia bravo. Quello che, dopo aver insegnato il liberismo a D’Alema dice che bisogna convincere la gente che «stiamo ottenendo risultati … Il risanamento fiscale è efficace, il dolore è efficace». Parole che hanno suscitato l’ira del Nobel Paul Krugman: «A volte gli economisti in posizioni ufficiali danno cattivi consigli; a volte danno consigli molto, molto cattivi; e talvolta lavorano presso l’Ocse». I peggiori, insomma. Elementi non strettamente necessari, per cui è possibile utilizzare metodicamente il rasoio di Occam, in quanto superflui. Perché conosciamo già la disastrosa, vorrei vedere chi non ne è ancora convinto, ideologia.
Gli ultimi dati Istat relativi alla gestione economico-monetaria, più che di politica economica, danno l’idea del fallimento complessivo delle “larghe” e “strette” intese nel gestire a braccetto il nostro Stato come un’impresa.
Per stare nella metodologia sintetica.
Il tasso di disoccupazione in Italia è salito al tasso record del 12,9%, uguale al 1977, ammesso che sia reale, perché in Italia possiamo conteggiare solo gli attivi che versano i contributi all’Inps, senza valutare l’immensa area grigia del lavoro nero. Tra i giovani di età 15-24 anni, il tasso di disoccupazione è al 42,4%. Sono 4,1 milioni i poveri che, nel 2013, in Italia, sono stati addirittura costretti a chiedere aiuto per il cibo da mangiare. 12 milioni i poveri cosiddetti relativi. Quasi quattro persone su dieci (il 37%), che hanno avuto bisogno di aiuti alimentari nel 2013, si trovano nelle regioni del sud Italia, dove si contano ben 1,5 milioni di indigenti, in aumento del 65% negli ultimi 3 anni. In Lombardia il numero di assistiti nel 2013 è balzato del 26% e in Emilia Romagna del 40% anche a causa del terremoto. Da tre anni 70.000 italiani (di cui 30.00 giovani laureati) emigrano ogni anno. Si potrebbe continuare su pensionati e sanità, sfaccettature avviate al massimo degrado. I redditi sono fermi al 1986 (come le rivendicazioni sindacali) e la pressione fiscale è da record mondiale. Media (alla Trilussa) dei redditi annui: 20.300 euro sia nel Nord-est sia nel Nord-ovest, a 18.700 euro al Centro e a 13.200 euro nel Mezzogiorno.
Il paese e la produzione di ricchezza per capovolgere la realtà attuale? Sinteticamente, un centro studi londinese: "Fra 10 anni dell'Italia non resterà nulla". “Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale a un paese povero”, diciamo nemmeno in via di sviluppo. Nel 2012 hanno chiuso 1.600 imprese al giorno (Cgia di Mestre: 370.000/anno) e nel 2013 circa 400.000 (Sole 24 Ore). Non possediamo più nessun mezzo di produzione, né nell’industria, né nell’agricoltura, né nella distribuzione, né nell’energia, né nei trasporti. Hanno e stanno ancora svendendo tutto anche quello che non appartiene loro. Incombe quel debito, che pubblico non è, e che forse non è nemmeno debito, da rimborsare con 50 miliardi di euro annui per 20 anni. E giù tutti i dati che per il rasoio di Occam vi dispenso, ma anche perché li conoscete. Ma sto già moltiplicando gli elementi più del necessario.
Tutto si basa sulla speranza o provvidenza, se non sulle menzogne, se non sull’incredibile credulità popolare. Un ultimo esempio.
La bugia (perché chi potrebbe crederci?), definita persino come una svolta, del Fmi: "Tassare i ricchi e ridistribuire i redditi". "Gli interventi a sostegno dell'eguaglianza potrebbero davvero sostenere la crescita". Noi sappiamo chi sono quando si avvicinano a un fugace socialismo rampante per fare contento il popolino, e magari farsi aiutare dai partiti socialisti, e non dovrebbe stupire che, oltre a cercare di migliorare l'immagine mondiale ormai deleteria del Fondo, (che un certo premio Nobel ha definito un “associazione a delinquere”), cercano sopratutto di preparare la strada a quel prelievo forzoso dai conti correnti (ovviamente, democraticamente, quelli di tutti) ventilato e giudicato da diversi addetti ai lavori pressoché inevitabile. Perché i patrimoni sono anche fatti da quei pochi euro moltiplicati per milioni di conti correnti di sussistenza che intanto, per maggiore controllo, sono diventati obbligatori. Insomma una patrimoniale del 10% per tutti. Visto che lo strombettano da un anno pensate che chi aveva soldi sul conto corrente ce li tenga ancora? Pensate che il denaro della mala passi sui conti correnti postali? Allora la trappola si rivolge ai poveri che non possono evadere.
La sintesi raccapricciante? Renzie, a mio avviso gran chiacchierone, non potrà fare assolutamente nulla, se non strani e vuoti giri di cassa (una specie di prendilo là e mettilo qua e viceversa), se non ulteriori danni sociali. Perché è il sociale la bestia nera da abbattere del liberismo. Per sintetismo.
Occam non dice però se il pessimismo è una sintesi sufficiente a definire la semplice realtà, cioè a non complicare ciò che è semplice.
Rasoio di Occam è il nome con cui viene contraddistinto un principio metodologico espresso dal francescano William of Ockham, noto in italiano come di Occam, nel XIV° secolo.
Tale principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più immediata suggerisce l'inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno (in greco “ciò che appare”) quando quelle iniziali siano sufficienti.
Sono tre le regole principali: non moltiplicare gli elementi più del necessario; non considerare la pluralità se non è necessario; è inutile fare con più ciò che si può fare con meno.
In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità.
Inutile quindi pensare che il ragazzo, Renzie, possa modificare veramente le cose; inutile immaginare anche il perché dovrebbe farlo. Non è sufficiente, anche nella cultura dell’immagine, pensare soltanto perché, come dice lui stesso, possa perdere la faccia. Per quanto sia disperato il concetto.
Posto questo principio appare assolutamente semplice rilevare la conclusione cioè l’impossibilità di modificare la struttura politico-economica impostata dai cosiddetti poteri forti, un ossimoro ormai evidente di poteri antidemocratici, quindi totalitari, quindi fascisti, (cioè non complicare ciò che è semplice nel risultato)
Ovviamente, per essere semplici, e non ingenui, i poteri forti internazionali gli hanno messo alle costole un ministro loro, date le foghe e le incertezze concettuali del nostro, un certo Padoan proveniente dall’Ocse, ben conosciuto da chi cerca di sapere e non si fida di tutta la letteratura giornalistica sul quanto sia bravo. Quello che, dopo aver insegnato il liberismo a D’Alema dice che bisogna convincere la gente che «stiamo ottenendo risultati … Il risanamento fiscale è efficace, il dolore è efficace». Parole che hanno suscitato l’ira del Nobel Paul Krugman: «A volte gli economisti in posizioni ufficiali danno cattivi consigli; a volte danno consigli molto, molto cattivi; e talvolta lavorano presso l’Ocse». I peggiori, insomma. Elementi non strettamente necessari, per cui è possibile utilizzare metodicamente il rasoio di Occam, in quanto superflui. Perché conosciamo già la disastrosa, vorrei vedere chi non ne è ancora convinto, ideologia.
Gli ultimi dati Istat relativi alla gestione economico-monetaria, più che di politica economica, danno l’idea del fallimento complessivo delle “larghe” e “strette” intese nel gestire a braccetto il nostro Stato come un’impresa.
Per stare nella metodologia sintetica.
Il tasso di disoccupazione in Italia è salito al tasso record del 12,9%, uguale al 1977, ammesso che sia reale, perché in Italia possiamo conteggiare solo gli attivi che versano i contributi all’Inps, senza valutare l’immensa area grigia del lavoro nero. Tra i giovani di età 15-24 anni, il tasso di disoccupazione è al 42,4%. Sono 4,1 milioni i poveri che, nel 2013, in Italia, sono stati addirittura costretti a chiedere aiuto per il cibo da mangiare. 12 milioni i poveri cosiddetti relativi. Quasi quattro persone su dieci (il 37%), che hanno avuto bisogno di aiuti alimentari nel 2013, si trovano nelle regioni del sud Italia, dove si contano ben 1,5 milioni di indigenti, in aumento del 65% negli ultimi 3 anni. In Lombardia il numero di assistiti nel 2013 è balzato del 26% e in Emilia Romagna del 40% anche a causa del terremoto. Da tre anni 70.000 italiani (di cui 30.00 giovani laureati) emigrano ogni anno. Si potrebbe continuare su pensionati e sanità, sfaccettature avviate al massimo degrado. I redditi sono fermi al 1986 (come le rivendicazioni sindacali) e la pressione fiscale è da record mondiale. Media (alla Trilussa) dei redditi annui: 20.300 euro sia nel Nord-est sia nel Nord-ovest, a 18.700 euro al Centro e a 13.200 euro nel Mezzogiorno.
Il paese e la produzione di ricchezza per capovolgere la realtà attuale? Sinteticamente, un centro studi londinese: "Fra 10 anni dell'Italia non resterà nulla". “Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale a un paese povero”, diciamo nemmeno in via di sviluppo. Nel 2012 hanno chiuso 1.600 imprese al giorno (Cgia di Mestre: 370.000/anno) e nel 2013 circa 400.000 (Sole 24 Ore). Non possediamo più nessun mezzo di produzione, né nell’industria, né nell’agricoltura, né nella distribuzione, né nell’energia, né nei trasporti. Hanno e stanno ancora svendendo tutto anche quello che non appartiene loro. Incombe quel debito, che pubblico non è, e che forse non è nemmeno debito, da rimborsare con 50 miliardi di euro annui per 20 anni. E giù tutti i dati che per il rasoio di Occam vi dispenso, ma anche perché li conoscete. Ma sto già moltiplicando gli elementi più del necessario.
Tutto si basa sulla speranza o provvidenza, se non sulle menzogne, se non sull’incredibile credulità popolare. Un ultimo esempio.
La bugia (perché chi potrebbe crederci?), definita persino come una svolta, del Fmi: "Tassare i ricchi e ridistribuire i redditi". "Gli interventi a sostegno dell'eguaglianza potrebbero davvero sostenere la crescita". Noi sappiamo chi sono quando si avvicinano a un fugace socialismo rampante per fare contento il popolino, e magari farsi aiutare dai partiti socialisti, e non dovrebbe stupire che, oltre a cercare di migliorare l'immagine mondiale ormai deleteria del Fondo, (che un certo premio Nobel ha definito un “associazione a delinquere”), cercano sopratutto di preparare la strada a quel prelievo forzoso dai conti correnti (ovviamente, democraticamente, quelli di tutti) ventilato e giudicato da diversi addetti ai lavori pressoché inevitabile. Perché i patrimoni sono anche fatti da quei pochi euro moltiplicati per milioni di conti correnti di sussistenza che intanto, per maggiore controllo, sono diventati obbligatori. Insomma una patrimoniale del 10% per tutti. Visto che lo strombettano da un anno pensate che chi aveva soldi sul conto corrente ce li tenga ancora? Pensate che il denaro della mala passi sui conti correnti postali? Allora la trappola si rivolge ai poveri che non possono evadere.
La sintesi raccapricciante? Renzie, a mio avviso gran chiacchierone, non potrà fare assolutamente nulla, se non strani e vuoti giri di cassa (una specie di prendilo là e mettilo qua e viceversa), se non ulteriori danni sociali. Perché è il sociale la bestia nera da abbattere del liberismo. Per sintetismo.
Occam non dice però se il pessimismo è una sintesi sufficiente a definire la semplice realtà, cioè a non complicare ciò che è semplice.
lunedì 24 febbraio 2014
L’Europa tradita
Di Tonino D'Orazio
Ovviamente questa road
map ci indica che non è questa l’Europa che volevamo, anzi indica
la misura della nostra sconfitta. E secondo me non è finita. Mancano
alcuni tasselli che né Napolitano, né Monti né Letta sono riusciti
a costruire, malgrado il loro efficace lavoro per sgretolare
ulteriormente la nostra Costituzione antifascista e renderla
contraddittoria, confusa e inapplicabile. In questo sistema sperano
che Renzie possa continuare, avendone egli espresso una priorità
programmatica e sapendo che la napolitanesca commissione dei “saggi”,
crisi o no, ha continuato a lavorare e confezionare il prodotto.
Anche se, come dicono sia il vicedirettore generale della Commissione
Deroose [commissione Affari economici della UE] che ha indicato la
necessità di aumentare l'attenzione alla competitività dei paesi,
(meglio: in guerra economica tra loro e il più forte vinca) sia il
responsabile Bce Klaus Masuch che ha ammesso che la Troika ha
"sottostimato" la resistenza dei gruppi sociali più
agiati, diciamo la rimanente piccola borghesia. Quelli poveri sono
già sistemati.
Vale la pena rivedere il
tracciato in negativo con le varie tappe del disegno eversivo e
antidemocratico, giusto per togliere un po’ di sicurezza agli
attuali sostenitori europeisti a tutti i costi, che si ritengono non
nel migliore dei mondi ma abbastanza. Quelli del comunque Non
c’è alternativa.
I riferimenti saranno di
parte, ma la sostanza innegabile.
Trattato di
Maastricht.
Firmato da Andreotti e De
Michelis (già detto tutto) che hanno ceduto la sovranità monetaria
alla Banca D’Italia (privata). A partire dal 1992 è iniziata la
sottomissione dell’Europa al Trattato di Maastricht, concepito per
sottoporre le diverse nazioni ad una totale dittatura monetarista al
servizio degli interessi dei banchieri.
Gli usurai di
maastricht: http://www.disinformazione.it/usuraimaastricht.htm
Tutti sapevano, hanno
firmato e nessuno ha avuto coscienza : http://youtu.be/lW-HKXaEfl8
Adesione all’euro
voluta da Prodi (Bilderberg, Commissione Trilaterale, Goldman Sachs)
cedendo la sovranità monetaria, non all’Europa, ma all’autonoma
BCE (banca privata)
Prodi ebbe a dire: ”l’euro è stato fatto per aiutare la Germania”. Per avere gli
Stati Uniti d’Europa, annessi agli USA, occorreva iniziare proprio
dalla Germania, che era divisa in due, ad unirla in un unico stato.
E siccome la caduta del
muro di Berlino, ha comportato una profonda crisi economica, per il
riassetto dell’economia tedesca, allora gli si è promesso che con
l’Euro, avrebbero non solo ripianato, ma sarebbero diventati la
prima potenza economica europea ….Infatti !
http://youtu.be/jcKSAFzT56k
Legge
Treu/Biagi/Maroni.
L’Unione Europea chiede
che in seguito al libero scambio, anche il mercato del lavoro sia
flessibile.
Prima inizia Treu (oggi Pd), quindi la Legge Biagi e dopo la sua morte, Maroni la aggiusta ancora “meglio” le leggi necessarie, sponsorizzata e voluta dal Fondo Sociale Europeo:
Prima inizia Treu (oggi Pd), quindi la Legge Biagi e dopo la sua morte, Maroni la aggiusta ancora “meglio” le leggi necessarie, sponsorizzata e voluta dal Fondo Sociale Europeo:
* Legge Biagi *
…..decreti legislativi diretti a stabilire, nel rispetto delle
competenze affidate alle regioni in materia di tutela e sicurezza del
lavoro dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, e degli
obiettivi indicati dagli orientamenti annuali dell’Unione Europea
in materia di occupabilità, i princìpi fondamentali in materia di
disciplina dei servizi per l’impiego, con particolare riferimento
al sistema del collocamento, pubblico e privato, e di
somministrazione di manodopera.
Trattato di Lisbona
Firmato da Prodi e
D’Alema (che hanno voluto con tutte le forze l’euro) cedendo così
non solo la sovranità nazionale e politica alla BCE (Banca Privata e
autonoma) invece che al Parlamento Europeo, ma anche una svalutazione
(100%) impensabile di 2000 lire per 1 euro (quando 1.000£ valevano
0.90 marchi) e mantenendo invece 1marco/1euro. La nostra moneta
debole, la loro forte.
La Pericolosa
Dittatura Europea:
L’arresto Europeo:
Trattato di Velsen
Un video per sapere
cos’è: http://vimeo.com/34530524
La Nuova Pericolosissima
Polizia Europea. Lo strumento per la futura e prossima repressione:
Trattato ESM –
firmato il 19 luglio 2012
In questa stringa la
spiegazione di questo trattato fatto passare da Monti (di nuovo
pronto a meritati incarichi europei, in ringraziamento) per la sua
gravità e impunità, in modo che tutti i Parlamentari potessero non
assumersi la mazzata finale della rovina dell’Italia e ovviamente
degli Italiani:
Pareggio di
bilancio/Fiscal Compact – firmato il 19 luglio 2012.
L’Unione Europea delle
Banche ha chiesto il cambiamento della Costituzione con l’ingresso
del Pareggio di Bilancio (detto anche Fiscal Compact). Lo hanno
chiesto perché il Mercato vuole più stabilità, più contabilità,
meno politica e democrazia.
E quindi ciò significa
niente più aiuti esterni, lo Stato per non indebitarsi dovrà
tagliare tutta la spesa pubblica. Quindi Sanità, Pubblica Istruzione
etc …. Ovviamente tutto a carico del Cittadino.
Un trattato repressivo
e regressivo
La folle dittatura
europea
Riforma articolo 18
dello Statuto dei Lavoratori.
Come per la Legge Biagi e
il Pareggio di Bilancio anche questo cambiamento, viene richiesto
dall’Unione Europea serva ormai delle Banche e di rapaci
imprenditori. (Vedi ricatto della Zanuzzi)
Trattato ERF –
firmato il 23 agosto 2012
Per sottrarre all’Italia
le riserve auree. Per saperne di più.
http://testelibere.it/blog/erf-la-nuova-spada-di-brenno
ERF – european
redemption fund (approvato il 23 agosto 2012)
ERF – il vero patibolo
degli Italiani !
ERF - come ci
distruggeranno e gli Italiani non ne sanno nulla! Che si occupino di
calcio, cucina e canzoni. Le televisioni e i cosiddetti giornalisti
sono ben pagati per questo. http://youtu.be/hEBZcnq9U6E
ERF – Come ci
pignoreranno lo Stipendio ! http://youtu.be/r7nWuS2l5iA
ERF – Ci aspetta un
futuro nero, materiale e politico
Il debito e la crisi
truffa
Scopri qui, come e
perché:
Non conosco gli ulteriori
tasselli futuri, ma non credo che il disegno atlantico non persegua
una idea di coercizione occidentale al pensiero unico e
all’eliminazione di ciò che rimane residualmente del concetto di
sinistra e del sociale. Il binario è tracciato e solo chi non vuole
non lo vede.
Come scegliere se
soccombere per mano loro di morte lenta o reagire per una nuova
Resistenza e tentare di salvare la democrazia, la libertà, il futuro
di figli e nipoti ? Uscire dal perverso sistema non sarà facile,
eppure bisognerà farlo in qualche modo, anche se la struttura
propostaci è immodificabile, ci hanno pensano i popolari e i
socialisti che l’hanno costruita e che oggi la sostengono a spada
tratta. Morituri te salutant?
Fonte:
http://www.stampalibera.com
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mercoledì 19 febbraio 2014
Congresso CGIL in chiaroscuro
di Tonino D'Orazio
Un altro congresso epocale di svolta. E le parole sono di nuovo sassi.
L’identità indica, designa, il carattere permanente e fondamentale di una persona o di un gruppo e l’insieme di caratteristiche culturali e di tradizioni che un popolo avverte come proprie. Il popolo della Cgil è tale con la sua identità di partenza e di percorso, con una idea di politica identitaria che ne ha sempre fatto la sua forza. Il problema rimaneva e rimane a tutt’oggi il diritto delle minoranze a conservare la propria ricchezza nel complesso della confederazione.
Purtroppo questa confederazione proviene da due congressi anch’essi di svolta, che hanno sancito una profonda divisione interna che l’ha indebolita, proprio in una fase in cui strutturalmente il capitale finanziario, ma anche quello produttivo, ha ricomposto parte della sua crisi e rilanciato un modello di sfruttamento ineguagliabile in tempi moderni. Un modello di riappropriazione di tutti i mezzi di produzione (compresi organizzazione del lavoro, abbattimento dei diritti civici e delle tutele sociali dei lavoratori) e di cancellazione del potere equilibratore dello Stato nelle politiche economiche e sociali.
Cioè nelle politiche identitarie e deontologiche della confederazione generale del lavoro.
Quale è stata la reazione? Il giudizio è contrastante e si è ripercosso già nei due congressi precedenti. Il riformismo della confederazione, sua essenza storica, non ha dato i risultati sperati. La confederazione ha perso per strada man mano svariate tutele dei lavoratori, dalla tenuta sul potere d’acquisto e del salario, allo sviluppo delle politiche e dei piani industriali. E’ stata messa all’angolo da tutti, compreso dalle altre due organizzazioni sindacali e dai partiti che avrebbero dovuto rappresentare la difesa se non lo sviluppo dei diritti del mondo del lavoro. Si sono tutti adeguati fatalmente al nuovo sistema rampante della ristrutturazione ineluttabile del capitale. Democraticamente vincitore, in Parlamento, è stato quest’ultimo a fare tutte le leggi necessarie per modificare a suo vantaggio la ormai innegabile e disastrosa realtà attuale.
Il risultato è disastroso, inutile ripercorrerlo, lo conosciamo.
In questo congresso si è scelto di avere un documento unico che inglobasse, o meno a secondo del voto, alcuni elementi storici di identità della confederazione. Un secondo documento di minoranza è pur sempre presente e non si capisce ancora cosa farà una delle organizzazioni storiche e fondanti della Cgil, cioè la Fiom, che si è battuta strenuamente e in solitudine sul fronte industriale pesante.
L’accordo sulla rappresentanza, che assomiglia fortemente alle “larghe intese”, sottoscritto dalla leader Camusso prima di una decisione del Comitato Direttivo (successivamente bulgaro), che ha rimesso all’angolo la Fiom in modo che non possa mai più dissentire sui contratti ma debba “filare” anche se non è d’accordo, oltre a ridiventare anticostituzionale, ha riaperto una vera conflittualità interna. Che è quella di lottare realmente, e non a parole o con qualche minuto-secondo di sciopero, o di adeguarsi. Il metodo: l'introduzione “dell'arbitrato interconfederale" in sostituzione delle singole categorie. Firmiamo noi anche se non volete. Magari aggiungiamo anche eventuali “sanzioni pecuniarie” per chi tenta lo sciopero e reca danno al padrone. Infatti le parti firmatarie “si impegnano a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi così definiti”. Viene meno il diritto costituzionale allo sciopero e lo sviluppo di un contenzioso svilente. La Fiom ritiene che in Cgil ci sia una svolta autoritaria. La Camusso ribatte che il giudizio del Direttivo è vincolante per tutta l’organizzazione. Insomma si riapre di nuovo una partita mai chiusa per cui la nuova svolta assomiglia tanto alle precedenti. Meno consensuale, sembra più un tornante.
Questo metodo politico a massacrare le minoranze non è altro che l’effetto leaderistico e del comando (piuttosto che del governo) del mondo partitico che governa l’Italia, ma non solo, da anni. Questo concetto, avulso dall’identità della Cgil, sta prendendo piede dappertutto nel tessuto socio-culturale attuale. Il decisionismo non è più collettivo ma del “capo”. E, come nelle riforme elettorali, tutti i “piccoli”, sindacati compresi, devono sparire e gli altri avere lo scelbiano premio di maggioranza. Tutti possono stravolgere la Costituzione, cominciando dal garante Napolitano. Ebbene la Cgil no, perché ne è sempre stata la vera garante, e perché fondata sul lavoro, sul sacrificio e sul suo sangue, che sono la sua identità.
Per esempio sulla deontologia e sull’identità, spostare l’ulteriore sfruttamento dal lavoro più in là perché si “vive” di più, e quindi si può essere sfruttati per più anni, cosa rappresenta? Solo l’adeguamento al sistema capitalistico vincente, sull’ideologia, non del lavoro come valore di vita per partecipare allo sviluppo complessivo della società (Costituzione dixit), ma del becero sfruttamento di lavoro e di vita, rubandone proprio i tempi e la qualità. Del lavoratore? No, adesso di nuovo di tutta la sua famiglia, pensionati e bambini compresi. Siamo tornati alla giusta parola: proletariato. Diciamo la banalità di lavorare per vivere e non vivere per lavorare, anche se tutta la sostanza sta proprio qui. Oltre a negare la responsabilità positiva di scienza e medicina. E se poi più della metà degli iscritti sono pensionati?
C’è quasi disinteresse per l’Inps, istituto sorretto solo dai soldi dei lavoratori (per i padroni si tratta di “salario differito”) che dovrebbero pagare anche la bancarotta di altri fondi (vedi Dirigenti d’azienda, Ipost, anche in un certo modo l’Inpdap, tra poco i medici, i ferrovieri e altre categorie…), quindi avviato sul binario morto di una prossima privatizzazione. La tecnica è di renderlo un relitto finanziario e affidarlo poi alla gestione degli amici degli amici, banche e assicurazioni. In fondo cos’è altro oggi se non un bancomat governativo? O meglio, il nocciolo duro della gestione del sociale dell’intero paese lavorativo da sgretolare ideologicamente? E’ il fronte della guerra contro i poveri. La Cgil ancora non vi si attesta con forza.
Altro esempio quello deontologico e politico della tutela giuridica della dignità del lavoro. Mai si è ridisceso così in basso dagli albori del movimento sindacale, per cui tocca rilanciare il “programma minimo” del socialista operaista Turati (1886) per capire cosa si vuole ancora. Tecnocrazia padronale europea volendo. Ma con chi e dove?
I buoi sono scappati dalla stalla e tutti ritengono, abdicando al loro ruolo e alla loro identità, che la “realtà” attuale non permette di riportarne indietro nemmeno uno. Per questo è di nuovo un congresso di svolta, con un documento interessante, ma rimane sostanzialmente disperato il “verso dove”. Nel frattempo, all’orizzonte, vi sono sempre più apprendisti stregoni con soluzioni “riformiste” à la carte, per quel che rimane del mercato del lavoro, truccate da parole inglesi, dalla rapidità di esecuzione e magari dall’utilizzo di ex sindacalisti facenti fede per gestirle.
Un altro congresso epocale di svolta. E le parole sono di nuovo sassi.
L’identità indica, designa, il carattere permanente e fondamentale di una persona o di un gruppo e l’insieme di caratteristiche culturali e di tradizioni che un popolo avverte come proprie. Il popolo della Cgil è tale con la sua identità di partenza e di percorso, con una idea di politica identitaria che ne ha sempre fatto la sua forza. Il problema rimaneva e rimane a tutt’oggi il diritto delle minoranze a conservare la propria ricchezza nel complesso della confederazione.
Purtroppo questa confederazione proviene da due congressi anch’essi di svolta, che hanno sancito una profonda divisione interna che l’ha indebolita, proprio in una fase in cui strutturalmente il capitale finanziario, ma anche quello produttivo, ha ricomposto parte della sua crisi e rilanciato un modello di sfruttamento ineguagliabile in tempi moderni. Un modello di riappropriazione di tutti i mezzi di produzione (compresi organizzazione del lavoro, abbattimento dei diritti civici e delle tutele sociali dei lavoratori) e di cancellazione del potere equilibratore dello Stato nelle politiche economiche e sociali.
Cioè nelle politiche identitarie e deontologiche della confederazione generale del lavoro.
Quale è stata la reazione? Il giudizio è contrastante e si è ripercosso già nei due congressi precedenti. Il riformismo della confederazione, sua essenza storica, non ha dato i risultati sperati. La confederazione ha perso per strada man mano svariate tutele dei lavoratori, dalla tenuta sul potere d’acquisto e del salario, allo sviluppo delle politiche e dei piani industriali. E’ stata messa all’angolo da tutti, compreso dalle altre due organizzazioni sindacali e dai partiti che avrebbero dovuto rappresentare la difesa se non lo sviluppo dei diritti del mondo del lavoro. Si sono tutti adeguati fatalmente al nuovo sistema rampante della ristrutturazione ineluttabile del capitale. Democraticamente vincitore, in Parlamento, è stato quest’ultimo a fare tutte le leggi necessarie per modificare a suo vantaggio la ormai innegabile e disastrosa realtà attuale.
Il risultato è disastroso, inutile ripercorrerlo, lo conosciamo.
In questo congresso si è scelto di avere un documento unico che inglobasse, o meno a secondo del voto, alcuni elementi storici di identità della confederazione. Un secondo documento di minoranza è pur sempre presente e non si capisce ancora cosa farà una delle organizzazioni storiche e fondanti della Cgil, cioè la Fiom, che si è battuta strenuamente e in solitudine sul fronte industriale pesante.
L’accordo sulla rappresentanza, che assomiglia fortemente alle “larghe intese”, sottoscritto dalla leader Camusso prima di una decisione del Comitato Direttivo (successivamente bulgaro), che ha rimesso all’angolo la Fiom in modo che non possa mai più dissentire sui contratti ma debba “filare” anche se non è d’accordo, oltre a ridiventare anticostituzionale, ha riaperto una vera conflittualità interna. Che è quella di lottare realmente, e non a parole o con qualche minuto-secondo di sciopero, o di adeguarsi. Il metodo: l'introduzione “dell'arbitrato interconfederale" in sostituzione delle singole categorie. Firmiamo noi anche se non volete. Magari aggiungiamo anche eventuali “sanzioni pecuniarie” per chi tenta lo sciopero e reca danno al padrone. Infatti le parti firmatarie “si impegnano a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi così definiti”. Viene meno il diritto costituzionale allo sciopero e lo sviluppo di un contenzioso svilente. La Fiom ritiene che in Cgil ci sia una svolta autoritaria. La Camusso ribatte che il giudizio del Direttivo è vincolante per tutta l’organizzazione. Insomma si riapre di nuovo una partita mai chiusa per cui la nuova svolta assomiglia tanto alle precedenti. Meno consensuale, sembra più un tornante.
Questo metodo politico a massacrare le minoranze non è altro che l’effetto leaderistico e del comando (piuttosto che del governo) del mondo partitico che governa l’Italia, ma non solo, da anni. Questo concetto, avulso dall’identità della Cgil, sta prendendo piede dappertutto nel tessuto socio-culturale attuale. Il decisionismo non è più collettivo ma del “capo”. E, come nelle riforme elettorali, tutti i “piccoli”, sindacati compresi, devono sparire e gli altri avere lo scelbiano premio di maggioranza. Tutti possono stravolgere la Costituzione, cominciando dal garante Napolitano. Ebbene la Cgil no, perché ne è sempre stata la vera garante, e perché fondata sul lavoro, sul sacrificio e sul suo sangue, che sono la sua identità.
Per esempio sulla deontologia e sull’identità, spostare l’ulteriore sfruttamento dal lavoro più in là perché si “vive” di più, e quindi si può essere sfruttati per più anni, cosa rappresenta? Solo l’adeguamento al sistema capitalistico vincente, sull’ideologia, non del lavoro come valore di vita per partecipare allo sviluppo complessivo della società (Costituzione dixit), ma del becero sfruttamento di lavoro e di vita, rubandone proprio i tempi e la qualità. Del lavoratore? No, adesso di nuovo di tutta la sua famiglia, pensionati e bambini compresi. Siamo tornati alla giusta parola: proletariato. Diciamo la banalità di lavorare per vivere e non vivere per lavorare, anche se tutta la sostanza sta proprio qui. Oltre a negare la responsabilità positiva di scienza e medicina. E se poi più della metà degli iscritti sono pensionati?
C’è quasi disinteresse per l’Inps, istituto sorretto solo dai soldi dei lavoratori (per i padroni si tratta di “salario differito”) che dovrebbero pagare anche la bancarotta di altri fondi (vedi Dirigenti d’azienda, Ipost, anche in un certo modo l’Inpdap, tra poco i medici, i ferrovieri e altre categorie…), quindi avviato sul binario morto di una prossima privatizzazione. La tecnica è di renderlo un relitto finanziario e affidarlo poi alla gestione degli amici degli amici, banche e assicurazioni. In fondo cos’è altro oggi se non un bancomat governativo? O meglio, il nocciolo duro della gestione del sociale dell’intero paese lavorativo da sgretolare ideologicamente? E’ il fronte della guerra contro i poveri. La Cgil ancora non vi si attesta con forza.
Altro esempio quello deontologico e politico della tutela giuridica della dignità del lavoro. Mai si è ridisceso così in basso dagli albori del movimento sindacale, per cui tocca rilanciare il “programma minimo” del socialista operaista Turati (1886) per capire cosa si vuole ancora. Tecnocrazia padronale europea volendo. Ma con chi e dove?
I buoi sono scappati dalla stalla e tutti ritengono, abdicando al loro ruolo e alla loro identità, che la “realtà” attuale non permette di riportarne indietro nemmeno uno. Per questo è di nuovo un congresso di svolta, con un documento interessante, ma rimane sostanzialmente disperato il “verso dove”. Nel frattempo, all’orizzonte, vi sono sempre più apprendisti stregoni con soluzioni “riformiste” à la carte, per quel che rimane del mercato del lavoro, truccate da parole inglesi, dalla rapidità di esecuzione e magari dall’utilizzo di ex sindacalisti facenti fede per gestirle.
lunedì 10 febbraio 2014
Lista Tsipras per le elezioni europee: Barbara Spinelli e la questione del debito
di Franco Cilli da Blasting News
Molto è stato scritto in merito a Tsipras
e alla speranza che il suo nome rappresenta di uscire dalle sabbie
mobili di un Europa austeritaria e micragnosa. Personalmente sono convinto dell'idea di un Europa dei popoli e
sebbene tutto ciò puzzi di
storicismo, credo anche ad una visione progressiva che vede nel
superamento degli stati nazione un passaggio necessario per una
politica proiettata in uno scenario globale. Per questo motivo voglio
credere nell'impresa di una lista che ha la velleità di mettere insieme
qualla parte della società civile che lotta per un'Europa diversa. Ma i
dubbi sono sempre legittimi.
Va bene un piano
Marshall per l'Europa, e passi anche per il New Deal Roosveltiano, così come è propugnato
da Alexys Tsipras, leader di Syriza in Grecia e dai suoi sostenitori italiani (vedi
l'intervista sul Fatto a
Barbara Spinelli), malgrado i richiami ad una tradizione anglosassone che narra più di
sottomissione ad un potere imperiale che di lotta dei popoli.
Mettiamo sul piatto anche l'idea che un ritorno all'Euro sarebbe
impossibile perché renderebbe i paesi periferici, a detta di
economisti avveduti, una zattera di giunchi nel mare in tempesta dei
mercati, dando ragione a una posizione di un europeismo critico, come
quella del nostro. Ma quello che proprio non mi convince è l'idea che il parametro di
riferimento di ogni politica sia il
debito. Barbara
Spinelli e i promotori della lista per Tsipras ragionano in
quest'ottica, ciò è indubbio. Il debito va onorato, ma non solo, il
debito è il criterio principe che deve informare la politica degli
stati. Va solo ridiscusso e rinegoziato. Da parte mia ho molti dubbi.
Distinguerei
due tipi di debito: il debito fra stati e il debito pubblico di uno
stato. Per quanto riguarda il debito fra stati c'è da dire che che non si tiene in minima
considerazione che tale debito è spesso è la traduzione di un
debito privato in debito pubblico (leggi banche). Riguardo al secondo, stando a quello a
cui stiamo assistendo negli ultimi decenni, la sua
demonizzazione nell'ottica di una politca di bilancio è stata il cavallo di troia di ogni politica
restrittiva e austeritaria e il risultato è stato sempre lo stesso:
tagli al welfae. Il debito è un algoritmo mentale pericoloso che porta
inevitabilmente a conclusioni strabiche secondo il quale 700 miliardi
di spesa per il settore pubblico sono troppi e vanno ridotti. Ergo,
tagli agli sprechi (cosa è spreco?), ma soprattutto tagli alla sanità,
alla scuola, alle università e agli stipendi. Questo è quello che
affermano fuori dai denti i fautori dell'austerità.
Piaccia o non
piaccia le economie a deficit spending sono
le
meno avare sul piano degli investimenti pubblici e della garanzia del
reddito, e i loro parametri sono sempre i migliori (vedi Stati Uniti e
Giappone e gli stessi governi italiani prime dell'avvento dell'euro), il
solo problema è l'allocazione delle risorse.
Barbara Spinelli, deve spiegarci come faremo a finanziare un reddito
di cittadinanza, la
ricerca, l'innovazione tecnologica, servizi più efficienti ecc, se
non accettiamo di sforare il debito e di poterlo fare in maniera sistematica. La tasse non sono da sole sufficienti a
dare impulso ad un'economia, occorrono investimenti, e debito, debito
di stato ovviamente, strutturale.
Ho purtroppo l'impressione che
Barbara Spinelli e compagnia siano ostaggio dell'obbligo morale del
debito, senza curarsi del fatto che il debito di cui parlano è un
simulacro virtuale, un numero dettato da calcoli contabili e da
interessi da strozzino e non il frutto di una transazione onesta.
Quello
che occorre fare è trasformare il debito nella “gallina dalle uova
d'oro” per i cittadini.
Avanti
con la lista Tsipras alle
lezioni Europee, ma i
dubbi rimangono.
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sabato 8 febbraio 2014
Nuove lobbies
di Tonino D'Orazio
Nella deflagrazione sociale del nostro paese, ma sembra proprio in tutto l’occidente, si stanno formando nuove e potenti lobbies. Oltre a quelle finanziarie, farmaceutiche, industriali e partitiche esistenti. Ognuno aggiunga quelle che intravede irrorare o monopolizzare la nostra società.
Senza entrare nel merito del loro pensiero rivendicativo, ovviamente contro altri pensieri e culture delle stesse società, si intravvedono però nuove cordate formidabili, ideologiche e chiuse. E come ogni lobbies la loro esistenza contrasta le altre e sociologicamente tendono ad imporre il proprio pensiero.
Sulla questione degli omosessuali, termine maschile che intende tutta l’area cosiddetta Lgbtqi (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersexual), sapete quanto gli anglosassoni amano le sigle, la sinistra, scontrandosi con una feroce cultura cattolica, ha perso svariate elezioni.
Ogni volta che ha sostenuto la libertà delle persone, anche riferendosi alla Costituzione, e quindi inserito nel suo programma di governo queste questioni, è stato crocifisso su questo dibattito come se fosse l’argomento principale del proprio programma. Da Bertinotti in poi, chi ricorda. La tecnica è sempre la stessa, nei mesi preelettorali si parla di tutto, gli ultimi quindici giorni si “molla” la questione gay e lo show cattolico conservatore inizia. Dico cattolico perché non hanno mai amato il senso del diritto civile, laico e di cittadinanza inserito nella nostra Costituzione. Primeggiano in primo luogo i loro valori religiosi ai quali tutti dovrebbero attenersi per essere “normali”.
Altri, come gli americani del nord, dei Lgbtqi, ne fanno un cavallo di Troia per dimostrare quanto i loro “nemici”, soprattutto russi o musulmani cattivi, siano poco democratici. Ma questo sembra già un giudizio di merito nel quale non voglio entrare. La libertà delle persone deve sempre primeggiare. Se questa non c’è si formano cordate di autodifesa e dopo un po’, a secondo del numero, si formano lobbies chiuse e potenti. Fino ad essere molto interessanti per motivi elettorali.
Lo scontro italiano è in atto e vi si mischiano questioni di varia graduazione morale. La legge persegue chi è palesemente ostile o lede “l’incolumità, la dignità e il decoro delle persone che manifestino anche solo apparentemente orientamenti omosessuali, bisessuali, eterosessuali, pedofili”. Proprio così, pedofili. Lo si legge in uno degli emendamenti al disegno di legge sull’omofobia, non altro che un allargamento della legge Mancino, esaminata dalla Commissione Giustizia del Senato. Chi è gay viene equiparato a chi molesta minori. Tra i firmatari, nuovi e sempre ipocriti DC, uno di loro, Giovanardi, si scusa: “Si tratta di un refuso, la mia intenzione era di scrivere pedofobia, che è l’ostilità verso la pedofilia”. Ma le perplessità rimangono e c’è chi insorge: “Nelle massime istituzione c’è una lobby che cerca di normalizzare la pedofilia e renderla un semplice orientamento sessuale …”. E siccome è sempre semplicistico ritenerli sbadati, se non ignoranti, la perplessità rimane.
L’altra lobby, sempre più potente, è quella degli animalisti. Queste persone, dicono i sociologi e gli psicologi, in un momento di forte deflagrazione isolatrice della società si rifugiano nell’amore incondizionato dei propri animali domestici. Diciamo a chilometro zero. Nulla di più normale, anzi. Il problema è che tendono ad attribuire loro una connotazione non più zootecnica ma sempre più umanoide. Basta notare quanta pubblicità televisiva si riferisce al loro cibo e al loro “consigliarci” prodotti vari facendoli “parlare”. Ed allargano anche irrazionalmente questo “amore” a tutta l’area zoologica. Molti fino a diventare vegetariani rigorosi. Spero non vincano troppo.
Sta di fatto che una professione del futuro non sia più il medico, ce ne sono troppi, ma il veterinario, oltre gli infermieri.
L’Italia è nel mirino della Ue per i test sugli animali. Il nostro Paese non ha recepito la direttiva che regolamenta giustamente le sperimentazioni e i test sugli animali evitando il più possibile la sofferenza. E ora rischia 150 mila euro di multa al giorno. Sanno sempre monetizzarci bene.
Il testo del decreto legislativo destinato a recepire la direttiva europea, dopo essere passato dalla Camera, è ora fermo al Senato e tutto il suo iter è stato finora condizionato dallo scontro apertosi tra chi ritiene insufficienti le tutele previste per gli animali e chi sottolinea la necessità di poter utilizzare delle cavie per testare farmaci e altri prodotti potenzialmente pericolosi per la salute umana. O meglio, utili per la salute umana. Senza rischiare gli esperimenti direttamente sugli uomini. Di questi tempi, spesso le cavie sono giovani disperati e disoccupati. Ma sempre più spesso questi esperimenti ormai vengono condotti in paesi poverissimi fuori dall’occidente, dove le regole sono molto labili. E’ la mondializzazione del mercato.
Il dibattito è interessante forse solo per la cultura occidentale che tende in questo modo ad equiparare e porre sullo stesso piano animali e uomini (qualcuno anche i vegetali). Gli altri popoli di culture diverse tendono sempre a ritenere che l’uomo sia in cima alla piramide della vita sulla terra. (Un pacifista direbbe: insomma). Vengono salvati solo alcuni animali che potrebbero, sempre la religione, far parte di un sistema di reincarnazione e salvarsi anche dalla nostra onnivoracità.
Nella deflagrazione sociale del nostro paese, ma sembra proprio in tutto l’occidente, si stanno formando nuove e potenti lobbies. Oltre a quelle finanziarie, farmaceutiche, industriali e partitiche esistenti. Ognuno aggiunga quelle che intravede irrorare o monopolizzare la nostra società.
Senza entrare nel merito del loro pensiero rivendicativo, ovviamente contro altri pensieri e culture delle stesse società, si intravvedono però nuove cordate formidabili, ideologiche e chiuse. E come ogni lobbies la loro esistenza contrasta le altre e sociologicamente tendono ad imporre il proprio pensiero.
Sulla questione degli omosessuali, termine maschile che intende tutta l’area cosiddetta Lgbtqi (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersexual), sapete quanto gli anglosassoni amano le sigle, la sinistra, scontrandosi con una feroce cultura cattolica, ha perso svariate elezioni.
Ogni volta che ha sostenuto la libertà delle persone, anche riferendosi alla Costituzione, e quindi inserito nel suo programma di governo queste questioni, è stato crocifisso su questo dibattito come se fosse l’argomento principale del proprio programma. Da Bertinotti in poi, chi ricorda. La tecnica è sempre la stessa, nei mesi preelettorali si parla di tutto, gli ultimi quindici giorni si “molla” la questione gay e lo show cattolico conservatore inizia. Dico cattolico perché non hanno mai amato il senso del diritto civile, laico e di cittadinanza inserito nella nostra Costituzione. Primeggiano in primo luogo i loro valori religiosi ai quali tutti dovrebbero attenersi per essere “normali”.
Altri, come gli americani del nord, dei Lgbtqi, ne fanno un cavallo di Troia per dimostrare quanto i loro “nemici”, soprattutto russi o musulmani cattivi, siano poco democratici. Ma questo sembra già un giudizio di merito nel quale non voglio entrare. La libertà delle persone deve sempre primeggiare. Se questa non c’è si formano cordate di autodifesa e dopo un po’, a secondo del numero, si formano lobbies chiuse e potenti. Fino ad essere molto interessanti per motivi elettorali.
Lo scontro italiano è in atto e vi si mischiano questioni di varia graduazione morale. La legge persegue chi è palesemente ostile o lede “l’incolumità, la dignità e il decoro delle persone che manifestino anche solo apparentemente orientamenti omosessuali, bisessuali, eterosessuali, pedofili”. Proprio così, pedofili. Lo si legge in uno degli emendamenti al disegno di legge sull’omofobia, non altro che un allargamento della legge Mancino, esaminata dalla Commissione Giustizia del Senato. Chi è gay viene equiparato a chi molesta minori. Tra i firmatari, nuovi e sempre ipocriti DC, uno di loro, Giovanardi, si scusa: “Si tratta di un refuso, la mia intenzione era di scrivere pedofobia, che è l’ostilità verso la pedofilia”. Ma le perplessità rimangono e c’è chi insorge: “Nelle massime istituzione c’è una lobby che cerca di normalizzare la pedofilia e renderla un semplice orientamento sessuale …”. E siccome è sempre semplicistico ritenerli sbadati, se non ignoranti, la perplessità rimane.
L’altra lobby, sempre più potente, è quella degli animalisti. Queste persone, dicono i sociologi e gli psicologi, in un momento di forte deflagrazione isolatrice della società si rifugiano nell’amore incondizionato dei propri animali domestici. Diciamo a chilometro zero. Nulla di più normale, anzi. Il problema è che tendono ad attribuire loro una connotazione non più zootecnica ma sempre più umanoide. Basta notare quanta pubblicità televisiva si riferisce al loro cibo e al loro “consigliarci” prodotti vari facendoli “parlare”. Ed allargano anche irrazionalmente questo “amore” a tutta l’area zoologica. Molti fino a diventare vegetariani rigorosi. Spero non vincano troppo.
Sta di fatto che una professione del futuro non sia più il medico, ce ne sono troppi, ma il veterinario, oltre gli infermieri.
L’Italia è nel mirino della Ue per i test sugli animali. Il nostro Paese non ha recepito la direttiva che regolamenta giustamente le sperimentazioni e i test sugli animali evitando il più possibile la sofferenza. E ora rischia 150 mila euro di multa al giorno. Sanno sempre monetizzarci bene.
Il testo del decreto legislativo destinato a recepire la direttiva europea, dopo essere passato dalla Camera, è ora fermo al Senato e tutto il suo iter è stato finora condizionato dallo scontro apertosi tra chi ritiene insufficienti le tutele previste per gli animali e chi sottolinea la necessità di poter utilizzare delle cavie per testare farmaci e altri prodotti potenzialmente pericolosi per la salute umana. O meglio, utili per la salute umana. Senza rischiare gli esperimenti direttamente sugli uomini. Di questi tempi, spesso le cavie sono giovani disperati e disoccupati. Ma sempre più spesso questi esperimenti ormai vengono condotti in paesi poverissimi fuori dall’occidente, dove le regole sono molto labili. E’ la mondializzazione del mercato.
Il dibattito è interessante forse solo per la cultura occidentale che tende in questo modo ad equiparare e porre sullo stesso piano animali e uomini (qualcuno anche i vegetali). Gli altri popoli di culture diverse tendono sempre a ritenere che l’uomo sia in cima alla piramide della vita sulla terra. (Un pacifista direbbe: insomma). Vengono salvati solo alcuni animali che potrebbero, sempre la religione, far parte di un sistema di reincarnazione e salvarsi anche dalla nostra onnivoracità.
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lunedì 3 febbraio 2014
Grillo, fascista a sua insaputa
Dopo aver visto la trasmissione di Daria Bignardi "Le
Invasioni Barbariche" e aver assistito alle varie comparsate della
Presidente Boldrini in TV, Fazio compreso, posso dire molto
serenamente che quello che ho sentito erano davvero gli squilli di
tromba di un regime fetente in via di dissoluzione e quello che ho visto all'opera
era un esercito di corifei, corazzieri, fanti, armigeri e guardie
repubblicane che accorreva in suo soccorso.
A questo punto Grillo prenderà il 51% o più dei voti e diventerà fascista suo malgrado, a causa della rabbia e della frustrazione che l'ipocrisia e la malafede di tanta bella gente è riuscita a infondere in lui e in milioni di italiani.
A questo punto Grillo prenderà il 51% o più dei voti e diventerà fascista suo malgrado, a causa della rabbia e della frustrazione che l'ipocrisia e la malafede di tanta bella gente è riuscita a infondere in lui e in milioni di italiani.
domenica 2 febbraio 2014
Marx aveva ragione. Cinque punti sorprendenti. Karl Marx aveva predetto il 2014
di Sean Mecelwee da Rolling Stones
Il nome Marx risuona nell'aria in più
di un'occasione ultimamente, basta ascoltare le parole di Rush Limbaugh che accusa Papa
Francesco di farsi promotore del “marxismo puro”, o leggere gli articoli di uno
scrittore del Washington Times che afferma senza mezzi termini che
il sindaco di New York Bill De Blasio sia “un marxista
impenitente”. Ma poche persone oggi hanno davvero compreso la
critica tranciante di Marx al capitalismo. La maggioranza delle
persone è vagamente consapevole delle predizioni dell'economista
radicale in merito al fatto che il comunismo avrebbe finito inevitabilmente
per rimpiazzare il capitalismo, ma c'è un generale fraintendimento
sul perché Marx credesse che ciò fosse possibile. Sebbene il
filosofo avesse torto su diverse cose, nei suoi scritti (molti dei
quali precedenti alla Guerra Civile Americana) aveva predetto con
accuratezza molti aspetti del capitalismo contemporaneo, dalla Grande
Recessione all'I-Phone nella vostra tasca.
Di seguito vengono elencati cinque
aspetti della vita contemporanea, che l'analisi di Marx sul
capitalismo aveva correttamente predetto cento anni fa.
1 La Grande Recessione (La natura caotica del capitalismo)
Il caos intrinseco al capitalismo e la sua naturale tendenza alla crisi, è stata una delle chiavi fondamentali degli scritti di Marx. Egli ha sostenuto che l'implacabile impulso al profitto avrebbe spinto le aziende ad automatizzare i loro processi produttivi per produrre sempre più merci, mentre nel contempo i salari sarebbero stati spremuti al punto che i lavoratori non avrebbero avuto abbastanza denaro per acquistare i beni da essi stessi prodotti. Di certo gli eventi della storia moderna dalla Grande Depressione alla scoppio delle bolla finanziaria possono essere ricostruiti alla luce di quello che Marx chiamò “capitale fittizio”, cioè strumenti finanziari come stocks e credit-default swaps. Noi produciamo e produciamo finché non c'è più nessuno a comprare le nostre merci, nessun nuovo mercato, nessun nuovo debito da contrarre. Il ciclo è sotto i nostri occhi: in un senso più generale è ciò che ha fatto crollare il mercato delle case nel 2008. Abbiamo assistito a decenni di profonde diseguaglianze che hanno prodotto una riduzione costante dei redditi e che hanno condotto sempre di più gli americani a indebitarsi. Quando non ci è rimasto più nemmeno un subprime da dare in pasto al mercato, l'intera facciata è crollata, proprio come Marx aveva predetto.
2. L' iPhone 5S (Appetiti Immaginari)
È un bisogno reale o inventato? Mentre le famiglie cinesi si
ammalano di cancro, le multinazionali mettono in moto enormi campagne
pubblicitarie nel tentativo di convincerci a disfarci di prodotti
perfettamente funzionanti senza motivo. Se Marx avesse potuto vedere
questo genere di cose, avrebbe avuto la piena conferma di quanto
andava affermando.
L'idea di Marx sulla sovrapproduzione delle merci lo ha portato ad anticipare il concetto di ciò che oggi chiamiamo globalizzazione, l' espansione del capitalismo su tutto il pianeta alla ricerca di nuovi mercati. “La necessità di una costante espansione del mercato per i suoi prodotti, perseguita la borghesia lungo tutta la superficie del globo”, egli scrisse. “"Deve annidarsi ovunque, insediarsi ovunque, stabilire connessioni in tutto il mondo."Anche se questo può sembrare un dato evidente ora, Marx scrisse queste parole nel 1848, quando la globalizzazione era lontana più di un secolo. Ed egli aveva ragione non tanto su quello che è accaduto nel ventesimo secolo, quanto sul perché è accaduto. La ricerca incessante di nuovi mercati e manodopera a basso costo, così come la richiesta incessante di maggiori risorse naturali, sono delle fiere fameliche che richiedono di essere alimentate costantemente.
4. Walmart (Monopoli)
La teoria economica classica sosteneva che la competizione fosse un fatto naturale e per tale motivo auto-sostenentesi. Marx d'altro canto, ha sostenuto invece che il potere del mercato avrebbe portato alla costituzione di grandi monopoli e che le aziende avrebbero cercato di divorarsi a vicenda. Tutto ciò può essere apparso strano ai suoi lettori del diciannovesimo. Come scrive Richard Hofstadter: "gli americani davano per scontato che la proprietà sarebbe divenuta largamente diffusa e che il potere economico e politico si sarebbe decentrato". Fu solo più tardi, nel ventesimo secolo, che la tendenza prevista da Marx apparve evidente. Oggi, i negozi mom-and-pop sono stati sostituiti da monolitici negozi big-box come Wal-Mart, piccole banche di comunità sono stati sostituite da banche globali come JP Morgan Chase e piccoli agricoltori sono stati sostituiti da colossi del calibro di Archer Daniels Midland. Anche il settore tech si sta centralizzando, con le grandi aziende che risucchiano le start-up a ritmi elevati. I politici a parole perorano quel minimo di tutela alle piccole imprese, perseguendo al contempo una violenta politica antitrust, ma al di là delle parole, abbiamo ormai capito che le grandi imprese sono qui per rimanere.
5. Bassi Salari, Elevati Profitti (L'Esercito Industriale di Riserva)
Marx riteneva che i salari sarebbero stati mantenuti bassi dalla presenza di un "esercito di lavoro di riserva ", e ha spiegato questo concetto facendo appello semplicemente alle teorie economiche classiche: i capitalisti vogliono mantenere il costo del lavoro il più basso possibile, e questo è tanto più facile quando c'è un'offerta di lavoro eccedente. Così, dopo una recessione, utilizzando un metro marxista, siamo in grado di prevedere che l'elevata disoccupazione mantiene i salari stagnanti in presenza di elevati profitti, poiché i lavoratori hanno così tanta paura della disoccupazione da tenersi stretti lavori orribili e malpagati. D'altronde persino un giornale autorevole come il Wall Street Journal sentenzia: "ultimamente, la ripresa degli Stati Uniti è stata la dimostrazione di alcuni assunti marxiani: i profitti aziendali crescono a ritmi elevati, e l'aumento della produttività ha permesso alle aziende di crescere senza preoccuparsi molto di ridurre la lunga fila di disoccupati". I lavoratori sono terrorizzati all'idea di perdere il loro lavoro e per tale motivo non hanno più potere contrattuale. Non è un mistero che il momento più favorevole per una crescita equa sia durante i periodi di "piena occupazione", quando la disoccupazione è bassa e lavoratori possono ricorrere alla minaccia di cercarsi un altro lavoro.
In Conclusione:
Marx ha sbagliato su molte cose. La maggior parte dei suoi scritti si concentra sulla critica al capitalismo, piuttosto che su cosa proporre al suo posto. Tutto ciò ha dato adito ad aberrazioni come quella staliniana del ventesimo secolo. Ma il suo pensiero tuttavia è ancora in grado di rappresentare un modello positivo per il nostro mondo. Quando egli ha sostenuto la necessità di una tassazione progressiva sul reddito nel Manifesto comunista, nessun paese ne aveva una. Oggi non c'è quasi più nessun paese senza una tassazione progressiva sul reddito, e questa è una leva che, seppure insufficiente, gli Stati Uniti stanno cercando di utilizzare per combattere la disuguaglianza di reddito. La critica morale del capitalismo di Marx del capitalismo e le sue sue acute intuizioni sul suo funzionamento interno e sul contesto storico sono ancora degne di attenzione. Come scrive Robert L. Heilbroner , "ci rivolgiamo a Marx dunque, non perché è infallibile, ma perché è inevitabile . "Oggi, in un mondo caratterizzato da estremi di ricchezza inaudita e di povertà abietta, dove 85 persone possiedono una ricchezza superiore a quella di 3 miliardi delle persone più povere, il famoso grido: "proletari di tutto il mondo unitevi, non avete da perdere che le vostre catene", non ha ancora perso la sua forza.
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