giovedì 21 maggio 2015

Telegraph: L’Europa affronta la seconda rivolta, con i socialisti in ascesa in Portogallo che rifiutano l’austerità

Sul Telegraph, A. E. Pritchard  preannuncia che il prossimo paese a saltare potrebbe essere il Portogallo, con un debito complessivo altissimo e segnali di ripresa troppo fragili. Ma l’opposizione socialista che guida i sondaggi per le prossime elezioni sembra avvitata nello stesso circolo vizioso di Syriza: rifiutare l’austerità senza mettere in discussione l’unione monetaria, cosa che ormai sappiamo impossibile. 

di Ambrose Evans Pritchard da Vocidallestero

La Germania teme che qualsiasi concessione alla Grecia farà scattare il contagio e farà crollare la disciplina fiscale in tutta l’Europa meridionale
L’Europa corre il rischio di una seconda rivolta da parte delle forze di sinistra nel Sud, dopo che il partito socialista del Portogallo ha promesso di sfidare le richieste di austerità dei creditori e di bloccare eventuali ulteriori licenziamenti dei dipendenti pubblici.
Noi attueremo una politica opposta”, ha detto Antonio Costa, il leader socialista.
Costa ha detto che una netta maggioranza del suo partito vuole fermare la “ossessione dell’austerità”. Parlando ai giornalisti a Lisbona mentre il suo paese si prepara per le elezioni – previste nel mese di ottobre – Costa ha insistito sul fatto che il Portogallo deve cominciare a ricostruire le parti fondamentali del settore pubblico che sono state colpite dai drastici tagli sotto il regime precedente della troika, Ue-Fmi.
I socialisti sono in lieve vantaggio nei sondaggi sulla coalizione conservatrice di governo e possono allearsi con i partiti di estrema sinistra, forse anche con il vecchio Partito comunista.
Ci deve essere un’alternativa che ci permetta di voltare pagina sull’austerità, rilanciare l’economia, creare posti di lavoro, e – nel rispetto delle regole della zona dell’euro – ridare speranza a questa regione“, ha detto.
Mentre il Partito socialista insiste sulla sua diversità rispetto al movimento radicale di Syriza in Grecia, si nota una sorprendente somiglianza nel linguaggio pre-elettorale e nelle stesse proposte. Anche Syriza ha promesso di attenersi alle regole UEM, mentre allo stesso tempo ha fatto campagna per delle politiche destinate a provocare uno scontro frontale con i creditori.


Costa ha accusato il governo portoghese di lanciare un blitz di privatizzazioni negli ultimi giorni del suo mandato, segnalando che i socialisti intendono bloccare o rivedere la vendita della compagnia di bandiera TAP, come anche degli hub del trasporto pubblico e delle reti idriche.

Le parole più dure sono state riservate al Fondo monetario internazionale, ma questo riflette l’ambiente culturale della sinistra portoghese. In realtà, il Fondo monetario internazionale era il partner di minoranza nelle missioni della Troika.
A marzo Costa ha presentato un pacchetto di 55 misure, con in testa un flusso di spesa per l’assistenza sanitaria e l’istruzione, che equivale ad un pacchetto di reflazione fiscale. Il partito inoltre ritirerà le riforme del lavoro e renderà più difficile per le aziende licenziare i lavoratori.
Il piano sembrerebbe del tutto incompatibile col Fiscal Compact dell’UE, che impone al Portogallo degli enormi avanzi primari allo scopo di ridurre il debito pubblico dal 130pc al 60pc del PIL in 20 anni, sotto minaccia di sanzioni.
Gli attacchi sempre più feroci sull’austerità da parte di Lisbona rischiano di aumentare i timori di Berlino sul fatto che la disciplina di bilancio e le riforme crolleranno in tutta l’Europa meridionale  se i ribelli della Grecia otterranno delle concessioni. La preoccupazione per ilmoral hazard” politico sta notevolmente complicando la ricerca di una soluzione in Grecia.
La Grecia è il banco di prova a cui tutti stanno guardando con molta attenzione. È per questo che i primi ministri di Spagna e Portogallo hanno portato avanti così tenacemente la linea dura “, ha detto Vincenzo Scarpetta, di Open Europe.
Nessun accordo sulla Grecia è ancora in vista. Syriza continua a vivere alla giornata, rimandando di stretta misura il default di settimana in settimana, saccheggiando gli ultimi fondi. Il Ministro delle finanze del paese, Yanis Varoufakis, nella notte di lunediì ha detto alla televisione greca che “le pensioni e gli stipendi sono sacrie se il denaro si esaurisce avranno la priorità. “Preferirei dare default al Fondo monetario internazionale, piuttosto che ai salari,” ha detto.
Inviando dei messaggi contrastanti, ha anche detto che la Grecia non ha un piano per una rottura con Bruxelles o per un “cambio di valuta”.
Il Portogallo non è più sotto il controllo della Troika. L’anno scorso è uscito dal suo programma di salvataggio di 78 miliardi, ed è tornato sui mercati. E’ attualmente in grado di prendere in prestito denaro a 10 anni ad un tasso di interesse del 2.35pc. “Non abbiamo più alcun indebitamento diretto, ha detto un funzionario Ue.
Tuttavia, i paesi rimangono sotto un post-programma di sorveglianza”, con due missioni di monitoraggio sul campo ogni anno, fino a quando non avranno rimborsato il 75pc del denaro. Il Portogallo non sarà libero e a posto ancora per molto tempo.
La legge prevede che il consiglio dei ministri UEM possa emettereraccomandazioni per azioni correttive se necessario, e se queste risulteranno appropriate. I fondi di salvataggio della UE (ESM e EFSF) hanno un proprio “meccanismo di allerta precoce” per garantire che i debitori rimangano sulla strada giusta.
Il Portogallo ha superato la crisi di austerità molto meglio della Grecia, ma resta vulnerabile, con livelli di debito totale più alti e livelli di istruzione molto più bassi rispetto alla Grecia.
Il debito pubblico e privato totale combinato ammonta a più del 370pc del PIL, il più alto d’Europa. Questo lascia il paese gravemente esposto agli effetti della deflazione da debito, e col PIL nominale stagnante.

William Buiter, capo economista di Citigroup, ha detto che il Portogallo ha molte delle stessepatologie” economiche della Grecia, ed è probabile che sia in prima linea per il contagio se la santità dell’unione monetaria venisse violata dalla espulsione della Grecia.
Citigroup ha calcolato che gli indici di indebitamento del Portogallo hanno già superato il punto di non ritorno, avvertendo che il Paese alla fine avrà bisogno di una qualche forma di ristrutturazione del debito per poter ripartire. Questa paura persistente nel mercato lascia il Portogallo esposto a una nuova crisi del debito.
Il FMI all’articolo IV della sua valutazione di questa settimana ha affermato che il piano di salvataggio del Portogallo è stato un successo, ma ha avvertito che “il paese resta molto vulnerabile”.
Ilmiracolo dell’esportazione” ha una base fragile e non riflette ancora dei miglioramenti duraturi in termini di competitività. “Un riequilibrio durevole dell’economia non ha avuto luogo e il settore “nontradable” è ancora dominante”, ha detto.
Mentre le esportazioni sono aumentate dal 30pc al 40pc del PIL dal 2010, il quadro è molto meno roseo per le esportazioni nazionali a valore aggiunto”, il dato utilizzato dal FMI per misurare dei miglioramenti significativi.
Il Fondo ha dichiarato che il Portogallo sta attualmente beneficiando di una “tripletta vincente, data dai tassi di interesse ai minimi storici, dall’indebolimento dell’euro, e dai bassi prezzi del petrolio”, ma questo vento in poppa ciclico svanirà nel corso del tempo.
Il Portogallo affronta una grave sfida sulla crescita. La crescita della produttività è diminuita nel corso dell’ultimo mezzo secolo. Guardando al futuro, la popolazione in età lavorativa del Portogallo dovrebbe scendere, e lo stock di capitale del paese si sta contraendo a causa del sotto-investimento“, ha dichiarato il Fondo.
Questa trappola della stagnazione rende estremamente difficile per il paese crescere per uscire dal debito, o per superare le passività estere pari al 215pc del PIL. “È necessaria una soluzione sistemica al problema della leva finanziaria eccessiva. Non solo le banche, che hanno sui libri troppo credito inesigibile, mettono in pericolo la stabilità finanziaria, ma non sono nemmeno in grado di finanziare la ripresa dell’economia “, ha dichiarato.


martedì 19 maggio 2015

Ambigua manifestazione Ombrina

di Tonino D’Orazio 
Il 23 maggio, a Lanciano (CH), vi sarà la nuova e ricorrente manifestazione contro il trivellamento delle spiagge abruzzesi dell’Adriatico. NO Ombrina (nome dato ad una piattaforma già in funzione). Alla manifestazione contro saranno presenti anche i “responsabili” delle trivellazioni, cioè gran parte dei sindaci eletti nelle fila del PD e non. Tra l’altro in Abruzzo è l’ennesima manifestazione contro la petrolizzazione, molto partecipate, in questo ultimo decennio.
Cosa e con che faccia si possono presentare alla manifestazione, tra l’altro in testa al corteo come dovuto dal protocollo e per la televisione, questi sindaci o questi politici, compresi quelli di destra. Infatti verso i loro elettori sono contro le trivellazioni e con la loro “azienda-partito” non riescono nemmeno a protestare. Una ambiguità e un doppio-pettismo non molto sorprendente ma rivelatore di una stagione di incoerenze variegate, di pavidità e di ambiguità strutturate. No no no, ma si si si..
Primo punto delle campagne elettorali degli ultimi due presidenti della Regione, uno di destra e uno di centro-Pd: “No alla petrolizzazione dell’Abruzzo!”. “Passate la fest, gabbate lu sante
Allora perché dovrei partecipare, nelle file, in secondo piano, alla manifestazione? Dov’è la presa in giro per decine di migliaia di abruzzesi, movimenti, associazioni, sindacati? Rappresentano, sindaci e politici, solo una presa di posizione “assolutamente” personale? Oppure hanno bisogno delle masse per “trattare”, o fare finta, all’interno dei loro partiti di riferimento? Oppure sindaci, istituzioni e politici non rappresentano più nessuno?
Se questo è, possiamo solo sentirci “colonizzati”, nel senso che il mio territorio, diciamo di mia prossimità, in cui si sviluppa la mia vita e quella dei miei cari, non mi appartiene più, ma appartiene ad altri, che vivono in altri luoghi e che decidono per me. Decidono perché e come devo vivere (se non morire intossicato) e loro lucrare. Il mio territorio diventa un “non luogo”, una colonia. Ed io un semplice colonizzato. Non vorrei che guardiani a nome dei  colonizzatori ci fossero proprio i nostri sindaci o i nostri rappresentanti politici democraticamente eletti. Ecco perché non devono stare in “prima fila” e farebbero bene a mimetizzarsi tra la folla per non essere fischiati in gruppo.
Ovviamente sarò alla manifestazione, per quanto possa ancora servire davanti a un periodo di decisionismo renziano avanzatissimo, con il suo nuovo fascismo prevalente (“ascolto ma non mi fermerà nessuno”).
Ma l’impegno è esserci, con tante persone oneste. Però con la massima chiarezza e senza presa in giro, anche se con un po’ di disillusione.

martedì 12 maggio 2015

Ferrero: «Subito una costituente di sinistra»

di Daniela Preziosi da Il Manifesto



È giorno di brin­disi per Paolo Fer­rero, segre­ta­rio di Rifon­da­zione comu­ni­sta. È sod­di­sfatto per il risul­tato del primi giro di ammi­ni­stra­tive del nord: «A Bol­zano siamo a due cifre, va bene anche Aosta e Trento. Un bel risul­tato per far par­tire la costi­tuente della sinistra».
Segre­ta­rio, ci spie­ghi cos’è que­sta ’costi­tuente della sini­stra’ che proponete.
Biso­gna lavo­rare all’unità delle forze di sini­stra per costruire uno spa­zio in cui pos­sano par­te­ci­pare a pari grado tutti, iscritti e non ai par­titi. E i non iscritti solo la mag­gio­ranza da coin­vol­gere. Lo ave­vamo detto al con­gresso dell’anno scorso, usando lo slo­gan «costruire la Syriza ita­liana». Oggi la rilan­ciamo a par­tire dalle tante novità, come l’uscita di Civati dal Pd.
Una cosa chia­mata ’costi­tuente della sini­stra’ non rischia di tenere alla larga gli elet­tori meno pro­pensi alle appar­te­nenze ideologiche?
La parola sini­stra si può decli­nare in molti modi. Io use­rei una triade in ordine alfa­be­tico: anti­li­be­ri­sta, del basso con­tro l’alto, di sini­stra. Un pro­cesso che prende il meglio di Syriza e il meglio di Pode­mos: mette insieme la cri­tica al libe­ri­smo e la cri­tica alla poli­tica come cosa sepa­rata. Non penso a un par­tito ma a una sog­get­ti­vità con pochi ele­menti chiari di pro­gramma e la capa­cità di tenere assieme i mille modi in cui oggi la gente fa poli­tica: penso ai comi­tati, ai tanti inse­gnanti che in que­sti anni hanno resi­stito. Gente che sa che la patri­mo­niale è una neces­sità per­ché i ric­chi sono sem­pre più ric­chi. Che ha capito che è falsa la tesi che non ci sono i soldi.: i soldi ci sono, ma li stiamo con­ti­nuando a rega­lare alla spe­cu­la­zione finan­zia­ria. L’anno scorso abbiamo dato 85 miliardi di inte­ressi agli spe­cu­la­tori. La crisi non è scar­sità, ma ric­chezza mal­di­stri­buita. Il con­tra­rio di quello che dicono Renzi, Grillo e Salvini.
Per chi ha visto nascere e morire alleanze e fede­ra­zioni di sini­stra, uno dei det­ta­gli rive­la­tori della durata è se ven­gono sciolti o no i par­titi che si met­tono insieme. Vi scioglierete?
No, ma il pro­blema è dove risiede la sovra­nità. Io non pro­pongo una fede­ra­zione con diritti di veto, ma una costi­tuente vera con piena sovra­nità. E dove ci saranno dif­fe­renze poli­ti­che, si fac­ciano refe­ren­dum fra chi ne fa parte. Non dob­biamo river­ni­ciare quello che c’è già o fare una nuova sini­stra arco­ba­leno. Anche per­ché oggi l’opposizione non basta più, la sini­stra deve can­di­darsi a gover­nare con un pro­getto poli­tico nuovo. Ero con­tra­rio alla sini­stra di governo quando signi­fi­cava gover­nare con il Pd, ma ora non pos­siamo più limi­tarci alla testi­mo­nianza, dob­biamo pro­porre un’alternativa con­creta e non ideo­lo­gica su cosa si può fare sul lavoro, sul reddito.
Ha lan­ciato la ’costi­tuente’ già al con­gresso di un anno fa. Nel frat­tempo è suc­cesso di tutto. Con­ti­nua a fare la stessa proposta?
Non riven­dico pri­mo­ge­ni­ture e non sono affe­zio­nato alle for­mule. Se c’è una parola migliore, benis­simo. La sostanza per me è che si costrui­sca un pro­cesso che colga tutti gli ele­menti di novità, com­presi i volti chi lo deve rap­pre­sen­tare. Fer­rero non si can­dida a por­ta­voce, per essere chiaro. La crisi del neo­li­be­ri­smo si vede da anni, ma oggi si vede a livello di massa. La crisi del Pd oggi è evi­den­tis­sima, a me inte­ressa che que­sta con­sa­pe­vo­lezza dif­fusa ora trovi un sog­getto all’altezza della sfida.
Porte aperte a chi esce dal Pd?
Per me il per­corso o è uni­ta­rio o non ha nes­sun senso. Chi se ne va dal Pd non solo sta cri­ti­cando quello che è diven­tato quel par­tito, ma sta pro­po­nendo anche con­te­nuti poli­tici con cui sono in sin­to­nia, dal lavoro al welfare.
Dal Pd si aspetta altri addii?
Sì, altri pren­de­ranno atto che lì non c’è pos­si­bi­lità di cam­biare le cose. Noi dob­biamo aprire subito il pro­cesso costi­tuente, e tenerlo aperto. Anzi, per l’ultimo che arri­verà, come dice il van­gelo, ucci­de­remo il vitello grasso.
Come sce­glie­rete il leader?
È l’ultimo pro­blema. Que­sta atten­zione osses­siva sul lea­der è l’altra fac­cia del senso di impo­tenza sociale. In un paese in cui la gente viene con­vinta che non conta niente, si aspetta il mira­colo, l’uomo della prov­vi­denza. Fran­ca­mente non vedo Pablo Igle­sias can­di­darsi a fare il lea­der qui in Ita­lia. E allora impa­riamo dal movi­mento della scuola: un pro­ta­go­ni­smo di massa e dal basso, che sta obbli­gando il governo a trat­tare, ma non c’è un lea­der. Così dob­biamo fare noi, poi nel per­corso i migliori ver­ranno fuori. Di lea­der ne abbiamo avuti, anche a sini­stra, ma se non c’è un pro­getto un lea­der non regge oltre sei mesi.
A pro­po­sito di lea­der, per Lan­dini chi si can­dida in poli­tica è fuori dalla coa­li­zione sociale.
Fa bene. Con la coa­li­zione sociale lavora sui con­te­nuti, cosa di cui c’è ultra­bi­so­gno. Ma come un sin­da­ca­li­sta che si can­dida in poli­tica dà le dimis­sioni, così chi sta nella coa­li­zione sociale non lo fa per rac­co­gliere con­senso in politica.
Que­sto vuol dire che chi come lei sta in un par­tito sta fuori dalla ’ coa­li­zione sociale’?
Non neces­sa­ria­mente. Quello della rap­pre­sen­tanza è un ter­reno spe­ci­fico, ma non l’unico della poli­tica. Lan­dini ha preso il meglio dell’autonomia sin­da­cale. Noi invece dob­biamo fare una sini­stra che si pone anche sul ter­reno della rap­pre­sen­tanza. E penso che fra que­sti due pro­getti ci possa essere una siner­gia più che positiva.
Bar­bara Spi­nelli lascia la lista dell’Altra Europa, dice che vi siete snaturati.
Mi dispiace, ma con­fido che il per­corso che stiamo facendo possa farla ricredere.

La polveriera asiatica

di Tonino D’Orazio
 
Il XXImo secolo viene preannunciato come quello cinese. Intanto la Cina (che nessuno cita più come comunista) non si fida degli USA e viceversa. Ma nell’area nessuno si fida più di nessuno, eppure si tenta di convivere.
La Cina ha moltiplicato per tre le spese militari negli ultimi dieci anni. La Corea del Sud per due; il Vietnam per il 133%. L’India per più di un terzo. Il Giappone, sotto l’ombrello americano, rimane stabile. Pechino spende ufficialmente il 2,1 % del Pil, l’India il 2,4, la Corea del Sud il 2,6, gli Stati Uniti il 3,8.
Eppure, malgrado la pericolosità, la situazione non sembra quella della guerra fredda. Non vi è competizione di sistema tra Pechino e Washington. Sono tutti e due partigiani del liberismo economico, un po’ più statale il primo che il secondo, ma le loro economie, comprese le enormi riserve in dollari del primo, dipendono ormai l’una dall’altra. Due economie rivali il cui teatro principale è l’Asia.
Politicamente e storicamente bisogna risalire alla spartizione del mondo dell’accordo di Yalta, (1945) durante la 2° guerra mondiale, e dalla paura, in occidente e in Giappone, dell’avanzata del comunismo.
Anche in occidente vi fu per anni una rivalità tra Londra e Washington sulla questione coloniale tradizionale, propensa al mantenimento la prima (vedi il caos rimasto in Medio Oriente), contraria la seconda che preferisce quella economica.
Anche l’Unione Sovietica di Stalin ha problemi, intorno al 1962, di conflitto territoriale con la Cina, oggi risolti. Non sono risolti i problemi tra le due Coree quando nacquero, malgrado la sporca guerra, malgrado i bombardamenti americani (1953) a tappeto, al napalm appena inventato, dopo aver ridotto veramente in cenere gran parte delle città nord-coreane e le loro popolazioni civili (2.8 milioni di morti), e inizialmente (1950) anche quelle sud-coreane in gran parte nelle mani dei comunisti “invasori”. La minaccia dell’utilizzo della “nuova” e risolutiva bomba atomica, più volte programmata dal generale D. MacArthur, fu bloccata dai sovietici, dai cinesi con l’invasione della Corea del nord nella mischia, e dallo stesso presidente statunitense. L’immagine mondiale di Nagasaki e Hiroshima era abbastanza deleteria. Nulla è dimenticato, nemmeno oggi.
La storia più impressionante fu la sconfitta americana in Vietnam, sufficientemente conosciuta ma ricostruita in malo modo dal cinema di Hollywood per i giovani. Guerra della quale non si sono mai “rimessi”. Altrove la tecnica fu quella di piazzare governi e presidenti fantocci dopo vari colpi di stato, ad esempio l’Indonesia o le Filippine. Ancora oggi la tecnica funzione nell’area e altrove.
Vi sono conflitti latenti, momentaneamente solo dimostrazioni di muscoli, per il possesso (non risolto da Yalta) di piccole ma strategiche isole, tra Cina e Filippine (isole Spratley e Paracel); tra Cina e Giappone; tra Cina e Vietnam (isole Paracel). Questi ultimi hanno oggi addirittura il sostegno americano (!!), soliti guerrafondai.
I conflitti sono pur sempre per il petrolio, per le aree di pesca e per la strategia militare.
Tutti sfidano tutti, il che si traduce in un aumento continuo delle spese militari. Le pedine dello scacchiere, occupate di volta in volta e militarizzate, sono le varie isole delle zone confinanti tra paesi in tutta l’area del Mare di Cina.
Le tensioni ci sono anche tra la Corea del Sud per le isole Takeshina (Giappone) e Dokdo (Sud Corea). Tra la Cina e il Giappone, sempre per le isole Senkake/Diaoyu, vendute da un ricco privato giapponese al proprio paese. La Cina ha decretato una zona “no fly” nelle vicinanze. Le due marine militari si sfidano nelle vicinanze con il rischio che una eventuale collisione potrebbe comportare. Ma la Cina ormai non considera più il Giappone come potenza, se non come una succursale degli Stati Uniti e una potenza economica ormai in declino.
La guerra economica tra Cina e Usa si sviluppa anche sugli armamenti. La Cina ha appena speso per la “difesa” 134 miliardi di dollari, 2,8 volte quella del Giappone e 3,6 volte quella dell’India. Lo scarto con gli Usa rimane, ma si riduce, era da 1 a 20 nel 2.000, oggi è da 1 a 4.
La Cina investe 1/3 della sua valuta straniera in Buoni del Tesoro americano, ma è anche il primo esportatore in quel paese. Inoltre ha la più grande riserva d’oro del mondo che continua annualmente ad accrescere. Hanno i piedi in due staffe. La Cina si rifiuta di rispettare l’embargo verso l’Iran. E con la nuova posizione della Russia, a Obama non resta che toglierlo, e tentare di bloccare il flusso di petrolio verso l’industria cinese.
Nell’area Asia-Pacifico ormai la Cina, oltre a potenza economica, è potenza militare, nucleare e spaziale. Un paese competitivo pericoloso, che continua a non voler rivalutare lo yuan e a conquistare mercati, soprattutto con una vera egemonia in Africa e si affaccia in Europa e in Italia in particolare (vedi tra l’altro il porto del Pireo e la Pirelli). Una Cina che, insieme agli altri paesi del Brics sta fondando una nuova Banca Mondiale di Sviluppo, concorrente e alternativa del FMI. Gli americani aumentano il valore del dollaro per far pagare la differenza alle monete costrette a svalutare, diminuendone il potere d’acquisto e aumentandone l’indebitamento. Negli ultimi 12 mesi il biglietto verde si è apprezzato del 40% sul real brasiliano, del 60% sul rublo russo, del 22% sulla lira turca, del 15% sulla rupia indonesiana e il peso messicano, del 23% sullo zloty polacco. Marcato l'apprezzamento anche sulle divise di aree economiche più forti: un dollaro oggi, rispetto a un anno fa, vale il 15% in più di uno yen, il 12% in più di una sterlina e il 26% in più di un euro. Ma i cinesi possono utilizzare il dollaro stesso in loro possesso con i Bot americani.
Gli Usa spingono sempre più la cooperazione militare con Giappone, Sud Corea, Filippine e Vietnam, con il solito concetto di “accerchiamento” degli avversari. In questo senso va visto il forte riarmo di Taiwan del 2011 per spingere la Cina a spendere e rinnovare continuamente il suo arsenale militare.
Appare sulla scena anche l’India. Legata alla Cina nel Brics di libero scambio, rimane pur sempre un avversario politico ed economico. E’ un gigante mondiale di un miliardo di individui, in piena ascesa. E’ il primo importatore di armi al mondo. Potenza militare nucleare (150 bombe), in parte con reattori in buona riconversione civile, se non fosse nemica del Pakistan (a causa del conteso Kashmir) e dipendente ancora dalla Russia (80% del rifornimento militare), compresi una portaerei, un sommergibile atomico e più di un centinaio di aerei Mig. Nel 2013 ha speso 47,4 miliardi di dollari per la difesa, allargando piano piano la clientela. Nel 2020, con i 65 miliardi previsti diventerà il quarto paese a livello mondiale in armamenti, superando Francia, Gran Bretagna e Giappone. Con l’aiuto israeliano ha piazzato in orbita un satellite militare. Con l’aiuto cinese, ha inviato un satellite intorno a Marte con ottimo risultato nel settembre 2014. Con 1,3 milioni di soldati, uomini e donne, è numericamente il 3° esercito del mondo, dopo Cina e Usa.
Bisogna aggiungere che con questo ultimo nuovo governo il concetto ghandiano di “non allineamento” del paese sta scomparendo.
Ma l’amico più fedele per gli Usa, oltre alla Nuova Zelanda, è la cugina anglofona Australia, che si presenta come sceriffo aggiunto nell’area. Da qui al 2020, a Darwin (nord Australia) si stabilirà il 60% della flotta americana dell’Asia-Pacifico, e il 60% della forza aerea americana all’estero, compreso l’ambito spaziale, cibernetico e uno “scudo spaziale” anti-missili, tipo Polonia (prossimamente Ucraina e Lettonia). E’ l’accordo firmato dal pacificamente guerrafondaio Obama nel 2013 a Camberra. Sostituisce e rafforza il Patto del 1951 sottoscritto durante la guerra di Corea.
Gli altri punti forza sono a Singapore (Changi Est), in Tailandia (Korat), in India (Trivandium), in Filippine (Cubi-Point e Puerto Princesa), Corea del Sud (isola di Cheju), in Giappone (Okinwa con 9.000 militari), e altri aerodromi in Indonesia e in Malesia. Oltre alle svariate isole in loro possesso nel Pacifico, Guam in particolare.
A tutto questo si aggiunge la nuova visione politico-economica della Russia, spinta da UE e Usa verso l’est e l’Asia, con accordi energetici, militari e finanziari con gli altri due giganti del Brics, India e Cina. Si avvicinano agli accordi di “dedollarizzazione” anche Pakistan e Iran.
Insomma in tutta l’area, malgrado le provocazioni verbali e i nazionalismi montanti, cooperano tutti a livello economico, di ciberdifesa, di turismo e di cultura. La tematica di fondo è l’ambiguo concetto: contro “tutti i terrorismi”, non avendo sempre chiaro chi sono e chi ha deciso che lo siano.
Eppure sia le tematiche di “dedollarizzazione” che di anti-americanismo latente rendono tutta l’area (più della metà della popolazione mondiale) una vera polveriera.

domenica 10 maggio 2015

L'era di Obama

di Piero Paglini* da Ubu Re

1. L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti ha espresso consapevolezza che la strategia unilaterale di imposizione con la forza delle armi di un nuovo sistema mondiale gerarchico di stati a guida Usa, doveva essere ripensata.

 Sono convinto che chi non capisce questo non ha nessuna possibilità di capire cosa successo nel Novecento e cosa succederà nei primi decenni di questo secolo. In particolare non capirà che la politica di Obama è l’adattamento della strategia statunitense con  mezzi adattati a un quadro mondiale e interno cambiato.
Con Bush gli Usa hanno cercato di cogliere la finestra aperta dopo la caduta del Muro di Berlino per sviluppare una strategia che, affiancata alla globalizzazione,cercava di porre rimedio alla pluridecennale perdita di capacità di far sistema, cioè di coordinare il ciclo mondiale di accumulazione. Era una strategia top-down, studiata a partire da assunti imperiali di potenza, basata sulla convinzione che le aree conquistate si sarebbero presto normalizzate, un po’ come l’Italia e la Germania dopo il 1945.
Ma così non è stato.
L’Afghanistan e l’Iraq sono lungi dall’essere normalizzati. In aggiunta si sta denormalizzando il Pakistan, punto nevralgico dei rapporti tra Cina, India e Stati Uniti.
La Russia, dopo la cleptocrazia compradora (1) di Boris Yeltsin, che così tanto avev fatto sperare all’Occidente, si è ripresa con decisione sovrana sotto il pugno di ferro determinato di Vladimir Putin, che solo la mancanza di baffoni lo distingue da Stalin negli esercizi iconografici dei media occidentali.
La Cina possiede quasi tutti i mezzi di pagamento del mondo e con le sue esorbitanti  riserve valutarie, assieme alla sua forza atomica di dissuasione e alla sua potenza demografica, provoca non pochi mal di testa agli Usa e, di conseguenza, politiche incoerenti (2).
L’India, col suo miliardo e cento milioni di abitanti, è il terzo colosso che insiste in questo quadro prima asiatico e poi mondiale. Cerca di fare i propri interessi tenendo i piedi in varie staffe: stringe rapporti di cooperazione nucleare con gli Stati Uniti, ma prima ne va a parlare col suo gigantesco vicino cinese, il quale per ora ha risposto: “fatepure, staremo a vedere”.
E anche nel giardino di casa americano le cose non sono molto favorevoli. Il Brasile sta diventando un nuovo competitor, mentre i Paesi dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (Alba), Venezuela, Bolivia, Ecuador in sintonia con l’indomita Cuba, giocan a scacchi col prepotente vicino americano sfidandolo anche nelle relazioni internazionali. Dopo tentativi di rivoluzione colorata in Venezuela e Bolivia, la nuova Amministrazione democratica si è così rivolta ai vecchi metodi, ed ecco il golpe in Honduras da parte dei gorilla fascistoidi usciti dalla famigerata Scuola delle Americhe,
ammaestrati e sostenuti dall’entourage politico e affaristico di Hillary Clinton e consorte.
Un golpe che la sinistra italiana ha vergognosamente passato sotto silenzio quando non è stato addirittura visto, da certa stampa progressista, con simpatia.

2. E’ evidente quindi agli strateghi statunitensi che la finestra aperta con la caduta del Muro di Berlino si sta progressivamente chiudendo - e che non fosse amplissima lo sapevano sin da subito. La politica di Obama ha cercato di perdere meno terren possibile, di accorciare le linee e di aggiustare il tiro (ad esempio facendo più pressione
contro la Russia, come era stato promesso in campagna elettorale) e variare la tattica.
Questa pausa di riorganizzazione gli è valsa un vergognoso premio Nobel per la Pace e gridolini da groupies da parte della sinistra italiana. E ha fatto riemergere le diverse linee strategiche che si confrontano negli Usa. Il dott. Henry Kissinger, ad esempio, ha
sempre sostenuto che il tentativo di contenimento militare della Cina propugnato da altri conservatori come Robert Kaplan era controproducente, consigliando invece un suo contenimento economico: il ruolo emergente della Cina è spesso paragonato a quello della Germania imperiale all’inizio del XX secolo, derivando da ciò che un confronto strategico sia inevitabile e che gli Stati Uniti
farebbero meglio a prepararsi ad esso. Questo assunto è pericoloso ed errato. La Cina sceglie i propri obiettivi dopo uno studio molto accurato, con grande pazienza e aggiungendo sfumatura a sfumatura. Solo molto raramente la Cina si avventura realmente in uno scontro del tipo “chi vince piglia tutto”. E’ quindi imprudente sostituire nella nostra visione la Cina all’Unione Sovietica e applicare ad essa la politica di contenimento militare della Guerra Fredda. […] L’equazione strategica in Asia è totalmente differente. La politica Usa in Asia non si deve autoipnotizzare per via delle spese militari cinesi. L’Unione Sovietica era erede di una tradizione imperialista che, tra Pietro il Grande e la fine della II Guerra Mondiale, ha proiettato la Russia dalla regione di Mosca al centro dell’Europa. Lo stato cinese esiste nelle sue attuali dimensioni sostanzialmente da 2.000 anni. L’impero russo era governato tramite la forza;
l’impero cinese attraverso l’uniformità culturale sullo sfondo di una forza notevole. […] La sfida portata dalla Cina nel futuro a medio termine sarà molto probabilmente economica epolitica, non militare. […] Paradossalmente la miglior strategia per raggiungere obiettivi antiegemonici [in Asia, NdA] è quella di mantenere relazioni strette con tutti i principali Paesi dell’Asia, inclusa la Cina. In questo senso, il risorgere dell’Asia sarà un test per la competitività Usa nel mondo che sta ora emergendo, specialmente nei paesi asiatici. Lo scopo storico americano di opporsi ad ogni egemonia in Asia – presentato come uno scopo congiunto con la Cina nel Comunicato di Shanghai del 1972 – rimane valido. Deve essere tuttavia raggiunto innanzitutto con misure politiche ed economiche - ancorché spalleggiate dalla forza statunitense. In un confronto con la Cina, in grande maggioranza le nazioni faranno di tutto per non dover scegliere con chi stare. Parimenti, saranno maggiormente incentivate dalla
partecipazione in un sistema multilaterale assieme all’America che non dall’adozione di un nazionalismo asiatico escludente. Non vogliono essere viste come pezzi di un piano americano.
L’India, ad esempio, percepisce una comunanza di interessi persino maggiore con gli Stati Uniti per quanto riguarda l’opposizione al radicalismo islamico, alcuni aspetti della proliferazione nucleare e l’integrità della Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico. Ma non vede alcuna necessità di dare a questi comuni obiettivi un carattere ideologico o anticinese. Non trova per nulla incoerente aumentare drasticamente le proprie relazioni con gli Stati Uniti e proclamare una partnership strategica con la Cina (Kissinger, 2005)
Abbiamo riportato lungamente questa posizione perché da sola contiene molti elementi di quella che potrebbe essere in sostanza la politica di Barack Obama. Una politica pragmatica. Come da tradizione americana. Non a caso abbiamo visto il presidente repubblicano Bush seguire le indicazioni strategiche di un consigliere per la sicurezza democratico come Brzezinski, mentre il presidente democratico Obama sembra seguire almeno in parte le indicazioni strategiche, dettate anche da corposi interessi, di un ex Segretario di Stato repubblicano, come Kissinger. Ciò al netto degli scontri interni.

3. L’era Obama segnala un trapasso di fase della crisi conclamatasi nel 1971.
In molti si sono ingegnati a cercare di fornire spiegazioni ideologiche e agiografiche di questo fatto. Sostanzialmente ne usciva il quadro di un presidente Usa alle prese con una situazione intollerabile per il debito pubblico, per il deficit commerciale, per l’overdose da consumi basati sul debito e per uno Stato impegnato in guerre molto
rischiose militarmente, politicamente e finanziariamente.
Yes, he can. Se questo era il lascito delle due tenures di Bush, Obama è stato visto come colui che poteva raddrizzare la situazione con una politica riformista orientata all’equità e alla solidarietà sociale e al multilateralismo. Un nuovo Kennedy, per giunta nero e in più grande ammiratore di Gandhi. Can he do it?
Tanto per iniziare, Nixon era quacchero e i quaccheri sono obiettori integrali di coscienza. Eppure è passato alla storia come “Nixon boia” e questo paradosso è diventato un test per i sistemi di Intelligenza Artificiale. E Clinton? Clinton fu persino renitente alla leva e scappò in Canada per non essere mandato a combattere la guerradel Vietnam alla quale si opponeva attivamente. E poi? Poi divenne comandante in capo delle forze armate Usa, altro evento che fu salutato come strabiliante dalla nostra sinistra. Peccato che il suo Segretario di Stato ebbe a dire una volta in televisione che
mezzo milione di bambini iracheni morti erano un “prezzo giusto” (“The price is worth it”). Strabiliante, non c’è che dire. E il suo clan è probabilmente a capodell’opposizione più attiva dell’hard power contro il soft power di Obama.
E infine c’è sempre il modo di richiamare alla memoria del Presidente chi l’ha piazzato alla Casa Bianca e per conto di chi - e non è certo il Popolo (sembra che ilproiettile calibro 22 nel polmone sinistro di Reagan fosse uno di questi promemoria).
Insomma, l’elezione di Obama al di là di una certa importanza ideologica e culturale interna agli Usa, deve essere letta all’interno di un piano di riordino strategico che comunque non deve farci dimenticare che i presidenti democratici sono stati tanto guerrafondai quanto quelli repubblicani, se non di più. Il democratico Wilson portò il suo Paese nella Prima Guerra Mondiale, il democratico Roosevelt nella Seconda. Fu il democratico Truman a far sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Fu il democratico Kennedy a far attaccare Cuba alla Baia dei Porci (per poi svignarsela quando si mise male), fu sempre lui a iniziare l’intervento americano in Vietnam e fu il suo successore, il democratico Johnson, a inventarsi il cosiddetto “incidente del Golfo del Tonchino” e a trasformare quell’intervento nella spaventosa guerra che sappiamo (3).

4. Gli Stati Uniti hanno la democrazia che hanno, tutta basata su bandwagon miliardari dove le lobby potenti contano infinitamente di più di tutti i cittadini messi insieme, così come contano di più gli strateghi imperiali. Eppure sono convinto che a parte subjecti il popolo statunitense abbia cercato realmente un cambiamento. Tuttavia ciò non può giustificare il giubilo scomposto dei laeti di sinistra e di destra della nostra provincia.
La crisi libica è diventata una cartina di tornasole dell’interpretazione della strategia obamiana che sto qui avanzando. Al suo inizio si è assistito a un protagonismo forsennato della Francia mentre la Gran Bretagna scalpitava ma sembrava aspettare ordini precisi da oltre Atlantico. E’ sembrato che non si fosse in presenza di un intervento coordinato da una potenza dominante, ma interventi personalizzati. Il
contendere “Nato sì, Nato no” apriva interrogativi: era un semplice gioco delle parti o era la codifica della competizione interimperialistica all’interno stesso  di aggressioni imperialistiche?

Non abbiamo informazioni sufficienti per rispondere. L’unica certezza era la “tabella di marcia” imperiale spifferata dal generale Clark e un ragionamento logico che impediva di credere che gli Stati Uniti fossero realmente ai margini.
Nella crisi libica l’Italia si rivelava essere il ventre molle del quadro europeo, mentre la Francia si stava rivelando essere un prepotente scudiero che avanzava pretese ed onori oltre che un ruolo di protagonista in Africa. Una degenerazione dell’originario gaullismo. La Russia e la Cina sono rimaste spiazzate. Il risultato è stato un Paese massacrato e in preda al caos, come già lo sono l’Afghanistan e l’Iraq e come nei piani dovrebbe diventarlo la Siria, la cui sanguinosa crisi fa parte delle promesse pressioni verso la Russia..
Al posto dell’inglobamento imperiale organico il caos è diventato il “piano B”. Non più il governo dei Paesi target, ma il controllo di fortini sparsi in punti strategici: le capitali, gli snodi di comunicazione, i giacimenti di risorse naturali. Tutto attorno caos, dovuto a mancanza di risorse e a strategie contraddittorie e in disaccordo non solo tra le potenze aggredenti, ma anche al loro interno. Caos come effetto del procedimento pragmatico di prova ed errore che ha preso il posto della grand strategy di inizio millennio, che per altro aveva sortito effetti simili.
Interpretando invece il caos come una sconfitta, qualcuno pensa che una nuova era si aprirà per forza di cose per via della crisi economica e delle sue conseguenze sui rapporti di forza globali. E’ una versione che ha il solito difetto di traguardare tutto col solo metr dell’economia. In definitiva, gli Stati Uniti, non ce la farebbero più a mantenere questo ritmo di consumo e questo ritmo imperialistico perché la crisi, prima finanziaria e poi economica non glielo permetterebbe più.
Eppure dovrebbe essere evidente che il problema non sta qui. O per lo meno non è solo qui. Da più di quattro decadi gli Stati Uniti sono debitori del mondo in senso assoluto. E lo sono non per sbaglio o perché incoscienti iperconsumatori: non si può applicare a uno Stato la logica che si applica a una famiglia (anche se questa è la retorica dei nostri media, dei nostri intellettuali e dei nostri specialisti). Men che meno la si può applicare a una superpotenza. Come vedremo con precisione nella Sezione VIII, essere straordinari debitori e consumatori è stata una scelta strategica che ha permesso agli Usa di mantenere le redini del sistema dall’inizio della crisi a oggi. Per
intenderci, quindi, il problema non è tanto che la guerra in Iraq sia una three trillion o una six trillion dollar war; il problema è semmai se quei trilioni di dollari sono “spesi bene”, cioè se permettono agli Usa di rimanere il protagonista geo-politico-finanziario del mondo a dispetto dei finanziatori in ultima istanza della spesa stessa. Il metro da usare è una sorta di return on investment strategico.
Ad ogni modo questa crisi non lascerà gli assetti mondiali come sono adesso.
Insomma, come cantava Bob Dylan, «qualcosa sta accadendo qui. E lei non sa che cosa. Non è vero Mr. Jones?».
Invece è di vitale importanza esplorare cosa c’è di nuovo nella “nuova era”capitalistica nel suo complesso, cercando il più possibile di essere fedeli al metodo che Marx ci ha insegnato, ma senza incantarci come un disco rotto su vecchie musiche.

“Crisi” e “crolli”, “collassi” ed “estinzioni” (del capitalismo) 
1. L’ex sinistra ripete, con sempre più stanca convinzione, le frottole di un “New Deal”mondiale sotto la costellazione di Barack Obama. A complemento dell’attesa di questa sorta di revival degli anni Sessanta molti settori radicali rielaborano invece un certo numero di varianti della “teoria del crollo”. Si possono infatti leggere per ogni dove (anche da parte di una certa destra intellettuale o antisistema) titoli come “L’Apocalisse del capitalismo”, “Il crollo del capitalismo”, “La catastrofe si avvicina” o “L’estinzione del capitalismo”.
Joseph Ratzinger, più profetico come si confaceva a un futuro papa, già nel 1985 aveva scritto un saggio che prevedeva, oltre al crollo del comunismo, anche quello del capitalismo liberista ed è necessario notare che moltissimi di questi “crollismi” si riferiscono di fatto a questo “tipo” di capitalismo, che viene quasi sempre identificato col capitalismo tout-court, senza curarsi del fatto che il liberismo abbia occupato nella storia del capitalismo finora conosciuto lassi di tempo relativamente brevi e mai in forma pura.
In generale, tutte queste posizioni orbitano attorno all’etica e all’economia, ponendo l’accento ora sull’uno ora sull’altro di questi due punti focali, ribadendo con ciò la difficoltà di evitare la Scilla e la Cariddi del marxismo: l’utopismo umanistico e l’economicismo.
La sinistra anticapitalistica e radicale spesso sovrappone i due fuochi dell’ellisse nascondendo i due difetti dietro un’analisi che pretende di essere socio-politica. In altre parole si va in cerca di un aggiornamento dell’utopismo scientifico di Marx, senza però essere in grado di dedurlo tramite una reale astrazione determinata, bensì attraverso l’aggiornamento falsamente concreto, ma in realtà formale, di alcune categorie marxiane.
E’ un approccio che a nostro avviso non solo non permette nessun passo avanti ma, al contrario, sguarnisce ogni difesa sensata e ben fondata poiché, come vedremo, rischia spesso di adottare inconsapevolmente “il senso comune dell’avversario all’attacco”, per
usare un’antica ma felice espressione di Rossana Rossanda, con conseguenze teoriche e politiche non secondarie.
E’ allora importante affrontare subito nel suo complesso questo argomento, nei suoi punti teorici e politici più significativi.

2. Anche Engels era convinto che il capitalismo fosse agli sgoccioli, e la sua sintesi teorica del marxismo che unificava le leggi della sfera naturale e quelle (dialettiche) della sfera sociale, descriveva per l’appunto un percorso, ineluttabile nella sua materiale naturalità, verso il crollo e il superamento del capitalismo. A parte specifiche considerazioni di carattere filosofico, Engels era infatti a quei tempi testimone di una crisi, la Lunga Depressione che sembrava confermare palmarmente ipotesi come quella della caduta tendenziale del saggio di profitto.
Tuttavia la Lunga Depressione non era destinata a essere il momento finale del capitalismo, che non crollò nemmeno per il sottoconsumo, come presumeva Rosa Luxemburg, ma sfociò nel rilancio finanziario e imperialistico della belle époque, che a sua volta non era la “fase suprema del capitalismo” come affermava Lenin.
Paradossalmente, Lenin riuscì a fare la rivoluzione proprio perché mise tra parentesi - con una sorta di “epoché” fenomenologico-rivoluzionaria - il supposto decorso fatale del capitalismo, facendo entrare di prepotenza nel quadro la soggettività del Partito, rappresentante di quel “per sé”, quella coscienza proveniente dall’esterno del proletariato che secondo l’ortodossia marxista allora vigente avrebbe invece dovuto dischiudersi come una crisalide grazie a processi storici visti come processi naturali.

3. Per certi versi l’ipotesi della caduta - per via rivoluzionaria - di un capitalismo ormai gravato dal peso delle sue contraddizioni interne, concludeva il ciclo filosofico e politico soggettivo di Engels, iniziato con le rivoluzioni del 1848.
Se ciò imprimeva al successivo marxismo storico il marchio dell’epica e della tragedia filosofiche e politiche, ai nostri giorni, sotto il segno della farsa, canuti intellettuali e politici, assieme ai loro nuovi adepti, si immaginano la chiusura del cerchio pseudorivoluzionario iniziato col 1968, grazie a supposte “incurabili” crepe del sistema, conclamatesi in tutto il mondo quarant’anni dopo.

Non che la situazione non sia grave (lo è e ancor più lo sarà, per miliardi di persone) ma, come avrebbe detto Ennio Flaiano, non è seria. Ovvero, non è affrontata in modo serio.
La poca serietà si vede innanzitutto nel fenomeno paradossale che abbiamo sottolineato in apertura: mentre soli pochi anni fa il cosiddetto movimento “no-global” con centinaia e centinaia di migliaia di partecipanti contestava nelle piazze l’imperialismo statunitense all’attacco col suo codazzo dei G8, oggi c’è una incapacità nolontà di distinguere teoricamente e politicamente tra rivolte popolari e scontri pianificati e fagocitati da agenzie di intelligence sostenute da organizzazioni “umanitarie”, e di posizionarli adeguatamente tra le scosse che caratterizzano le spinte telluriche che stanno ridefinendo gli assetti planetari. La “primavera araba” lo ha testimoniato alla perfezione.
Di fronte all’incrinarsi del sistema a dominanza-egemonia Usa e al delinearsi all’orizzonte, in modo sempre più preciso, di suoi competitor, il “movimento” o tace o viene preso da sacri furori “internazionalisti”. L’imperialismo Usa viene al più descritto
semplicemente come una forma di unilateralismo, dimenticandosi silenziosamente che fosse indicato da Che Guevara come il nemico giurato (con ciò svuotando un’esperienza storica e sancendo definitivamente la riduzione dell’eroe argentino a icona di consumo) e non ci si perita di rinfacciare ai competitor di essere, per l’appunto, dei competitor e quindi un po’ troppo propensi a contrapporre la propria potenza a quella della nazione dominante.

4. Evidentemente all’ombra della Nato non vivevano solo gli interessi economici,  finanziari, politici e ideologici dei ceti dominanti. Prendevano corpo anche le pulsioni comunisteggianti, socialisteggianti e moralistiche di chi, in buona fede oppure opportunisticamente, pretendeva di volere dar voce ai diritti dei dominati e su quell’ombra imperiale disegnava forma e contenuti della propria teoria e della propria prassi politica, virandoli in negativo attraverso collaudati, ancorché poco efficaci, schemi interpretativi. Ma ora il ritiro della marea montante statunitense, pur lento, sta iniziando a far emergere i profili di nuove terre, con grande sgomento dei cartografi di sinistra. Di fronte a domini della conoscenza con su scritto “Hic sunt leones”, si volta la testa dall’altra parte per non perdere rassicuranti certezze teoriche, esistenziali e
identitarie, oppure - ciò che è lo stesso - si applicano storici modelli astratti (o più che altro la loro vulgata) a determinazioni concrete nuove e ancora da esplorare, col rischio di esportare teoria non meno che democrazia (2).
5. Ammesso che la maggioranza di chi scendeva in piazza contro la globalizzazione e le guerre di Bush fosse mossa da una hegeliana coscienza infelice e non dal “demone meridiano”, la malinconia, a causa della quale, come diceva Alberto Magno, quelli che ne sono preda multa phantasmata inveniunt, irritano ancor di più le carenze, la pigrizia mentale e l’inerzia di chi per ruolo, posizione e capacità aveva la possibilità di elaborare nuove idee e nuove prospettive e non lo ha fatto consegnandosi alle narrazioni dell’avversario all’attacco.
Oh sicuro, sarebbe stato più comodo che un impero acefalo si fosse diffuso nel mondo. Non sarebbero apparse nuove terre: ma sarebbero rimaste tutte livellate, sommerse dalla marea. Non sarebbero nati nuovi problemi. Drammatici problemi. 

Perché invece dobbiamo riconoscere e affrontare questi problemi? Un dovere morale? Un dovere intellettuale? Un dovere sociale? Non lo sappiamo.
Le scarpe della teoria sono rotte, eppur bisogna andare.
Forse per non sentirsi dire: “Perché qualcosa sta accadendo qui. E lei non sa che cosa.”

Note
 

1) La parola "compradora" può essere adottata per indicare la circostanza in cui la classe dirigente e i rappresentanti politici tendono a usare la loro posizione per consentire a forze straniere uno sfruttamento della nazione sotto il profilo politico, economico, culturale (nota ubu ).

2) L’enorme eco pubblica che negli Usa hanno avuto gli incidenti in Tibet, è in parte ascrivibile al buon lavoro di agenzie di “mestatori non-violenti” (cfr. Nota 45) ma in parte anche alla ricettività dell’ordinary people che percepisce un incombente pericolo giallo responsabile, tra le altre cose, della perdita di milioni di posti di lavoro (senza nemmeno pensare che lo stesso fenomeno, in proporzioni più drammatiche, sta avvenendo in Cina). Il governo Usa è stretto allora tra due fuochi: il desiderio di non contrariare i capitalisti, che non vogliono bastoni tra le ruote nei loro affari con la Cina, e quello di non inimicarsi gli elettori e di ricordare alla Cina
che è sempre un paese sotto osservazione.

3)In questo caso Johnson rappresentava probabilmente l’ala hard e Kennedy quella soft dello schieramento democratico.

*Tratto dal libro: "il cuore della terra"

Civati è l'uomo giusto?

Personalmente non sono interessato ai travagli interiori di Pippo Civati, nè a capire se le sue azioni siano mosse da intenti genuini (cos'è genuino in politica?). 
Non credo che Pippo Civati sia uno psicopatico animato da istinti omicidi o intenzioni recondite inconfessabili e questo mi basta per chiedermi se al di là dell'aspetto morale sia una persone utile alla causa del "bene comune". Insomma mi basta per cercare di capire se la risultante delle sue azioni si possa esprimere con un segno positivo o negativo.
Ho sempre affermato che un qualsiasi processo politico ha bisogno di un primum movens di qualche tipo per avviarsi, sia esso rappresentato da un movimento, da un gruppo di persone o da una singola persona. Ero è resto favorevole ad un processo di natura assembleare che nelle singole realtà locali scelga i suoi rappresentanti e attraverso questi riesca ad elaborare un progetto valido. Chi o cosa avvi questo processo non ha importanza, hanno importanza gli effetti di una azione orientata in tal senso.
Sappiamo tutti che il nostro paese ha sviluppato anticorpi potenti contro qualsiasi operazione trasformistica o di pura sommatoria di singole parti del mondo della sinistra, percepite come colpi di coda di organismi morenti, ma ancora tenacemente attaccati alla vita fino all'ultimo respiro. Chi ti segue è spinto dall'ebrezza di una scommessa e dal fascino di un futuro idealizzato e non dai rantoli di una bestia morente. La metafora potrà suonare offensiva, ma credo che renda l'idea. 
A questo punto si tratta di indovinare cosa succederà adesso con la discesa in campo di Civati. Vedo due scenari probabili. Nel primo, il più ottimista, Civati riuscirà a riunificare tutto il variegato mondo della sinistra e a saldarlo con quella parte della società civile rappresentata dalla coalizione sociale di Landini in una formazione politica con rappresentanti eletti democraticamente dalle realtà del territorio, dove per ovvie ragioni prevarranno quelle componenti maggiormente organizzate. In questo primo scenario rimarrebbe fuori un gruppetto marginale di irriducibili e di "estremisti"del tutto inconsistenti numericamente e politicamente ininfluenti. Nel secondo invece vedo una spaccatura netta nel fronte della sinistra, con Civati, Sel, rifondazione e forse Landini da una parte e una fetta consistente della sinistra composta dalle realtà "Altre" dall'altra, in totale dissenso con operazioni verticistiche portate avanti da Civati e compagnia. 
Se nel primo caso la sinistra può ben sperare di avere un peso nella politica italiana, e scommettere persino in una vittoria drenando consensi specie da parte Pd, nel secondo caso non farebbe altro che riprodurre logiche che la condannerebbero all'irrilevanza, tendendo lontani i voti in uscita dal Pd, scoraggiati dall'inguaribile litigiosità e inconcludenza della sinistra.
Si dirà, ma dare a Civati il potere di determinare simili processi è assurdo, Civati è solo uno uscito dal Pd e basta, cosa farà nella vita è affar suo e non della sinistra, se ci saranno punti di convergenza bene altrimenti ognuno per la sua strada, l'importante è dare vita ad un nuovo soggetto politico in grado di divenire maggioritario nella società italiana. Ecco il punto è proprio questo, il soggetto politico nuovo tarda ad uscire dalla fase larvale e sembra che almeno in apparenza non possa fare a meno di qualcosa o di qualcuno che inneschi un processo di maturazione.
La mia impressione è che fino ad ora la sinistra si sia trattenuta per timore di sbagliare, aspettando che  maturassero le condizioni giuste per agire e che un Civati cadesse finalmente dal pero, maturo o sfatto non si sa.

mercoledì 6 maggio 2015

Quale Resistenza. Quale 25 aprile.

di Tonino D’Orazio 

Molta retorica. Molto tran tran mediatico. Mai come questo anno tutte le reti televisive, almeno per una settimana intera, hanno proposto film e filmati del periodo di fine guerra per il 25 aprile. Molti sulla Resistenza, altri sul fascismo. Nel frattempo si finiva a demolire la Costituzione, frutto di quella Resistenza e di quelle gloriosi morti per la libertà. Si imbrigliava il diritto di voto e di scelta dei cittadini nel infantile gioco di “asso piglia tutto”, arrogandosi, l’Esecutivo tutti i poteri.
In quasi tutti i filmati scompaiono le responsabilità collettive. Assurgono solo quelle individuali, dimenticando che se Mussolini avesse accettato le elezioni, dopo due o tre anni di “orgoglio nazionale”, sarebbe stato eletto in modo plebiscitario. Parola strana, con il termine plebe, come populismo con il termine popolo. Responsabilità collettive per il lungo e convinto sostegno dato a Mussolini che traspaiono solo in pochi fotogrammi di piazze stracolme e dell’artista all’opera sulle balconate. Il fatto è che dietro al termine “gli italiani” si possa nascondere tutto e tutti in un grande amalgama è più che reale.
Responsabilità collettiva della borghesia e delle classi dominanti che favorirono concretamente la sua dittatura. Intendo gli agrari, gli industriali, la finanza, la Chiesa, l’esercito, le lobbie, cioè quelli che, messa la museruola alla Resistenza, hanno continuato a dominare la scena economica e sociale dal dopoguerra fino ad oggi. Fino a riportarci al punto di partenza piduista: un uomo solo al comando e sempre meno democrazia reale. Ci hanno convinto con le buone, culturalmente, che “non c’è alternativa” a questa società, e legalmente con l’abrogazione sostanziale della Costituzione.
Non sanno fino a che punto si possa sfruttare e comprimere il popolo, ma si attrezzano aprendo le porte ai nuovi fascismi, a sempre nuove e sottili repressioni delle libertà individuali. A sempre meno possibilità di decisione per il voto, imbrigliandolo. A cautela. La resistenza va spezzettata e indebolita passo passo, in tempo, in base a un progetto e programma precisi. Magari con stragi, tempo fa, e paure di vario genere oggi, dallo spread all’Isis e agli immigrati.
Dall’altra parte le classi sfruttate pur concependo la necessità di una giustizia sociale, sono incapaci di realizzarla. Anzi sembrano amare e votare i loro aguzzini. Quale tipo di resistenza possibile, oggi, all’obbrobrio della miseria e della povertà di queste classi davanti a 10% della popolazione che vive un secondo Eldorado, sfacciato e tracotante, ingurgitando anche la loro anima e quella della loro nuova e già raminga prole. Con una sconfitta anche della piccola borghesia che potrebbe patteggiare con le classi subalterne e riconquistare anche lei un minimo di sopravvivenza. Sembra tardi anche per loro, si erano illusi di appartenere ad una classe unica, e non demordono ancora. Hanno appena iniziato la lenta discesa verso l’impoverimento. Hanno ancora un po’ di risparmi e di riserve accumulate per aspettare la sicura e speranzosa uscita dal tunnel. Poi dovranno pensare a come utilizzare le classi subalterne per ricominciare a tornare al comando. Ma i tempi sono cambiati e gli avversari vengono colpiti meglio quando sono a terra. Devono scomparire democraticamente affinché il duello wester possa svolgersi tra due contendenti, anche truccando le carte. Con il beneplacito di un nuovo falso Garante. Tutti iscritti all’Anpi, per maggiore chiarezza.
 

lunedì 4 maggio 2015

La troika e i diritti umani

di Luciano Gallino da Controlacrisi
 
La gestione delle crisi nell’Unione Europea ha condotto a massicce violazioni di diritti umani. Inoltre il modo in cui le crisi sono state gestite ha esposto una serie di buchi neri quando si tratta di individuare le responsabilità per la violazione di diritti umani». Lo ha scritto di recente una giurista del Centro per lo Studio dei Diritti umani della London School of Economics, Margot E. Salomon. Il suo saggio è uno dei più approfonditi finora apparsi sul tema, dopo quello del 2014 di Andreas Fischer-Lescano, docente a Brema (“Diritti umani ai tempi delle politiche di austerità”). I tagli a sanità, pensioni, stipendi, diritti del lavoro, istruzione, servizi pubblici imposti da Commissione Europea, Fmi e Bce a Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia e altri paesi hanno inflitto gravi privazioni a milioni di persone. È sempre più evidente che le istituzioni Ue e il Fmi non avevano il diritto di compiere azioni del genere. Non soltanto: si può sostenere che compiendole hanno violato dozzine di articoli di patti, trattati, carte e convenzioni sottoscritti da esse medesime, a cominciare dal Trattato fondativo dell’Unione.
Vediamo qualche caso. Tra i diritti legalmente sanciti dalla Carta Sociale Europea (versione riveduta del 1996) figurano i seguenti: «Tutti i lavoratori hanno diritto a un’equa retribuzione che assicuri a loro e alle loro famiglie un livello di vita soddisfacente» (art. 4); «I bambini e gli adolescenti hanno diritto a una speciale tutela contro i pericoli fisici e morali cui sono esposti» (art. 7); «Ogni persona ha diritto di usufruire di tutte le misure che le consentano di godere del migliore stato di salute ottenibile» (art. 11); «Tutti i lavoratori e i loro aventi diritto hanno diritto alla sicurezza sociale» (art. 12); «Ogni persona sprovvista di risorse sufficienti ha diritto all’assistenza sociale e medica» (art. 13); «Ogni persona anziana ha diritto ad una protezione sociale» (art. 23); «Tutti i lavoratori hanno diritto ad una tutela in caso di licenziamento » (art, 24); «Ogni persona ha diritto alla protezione dalla povertà e dall’emarginazione sociale» (art. 30).
Si potrebbe continuare citando articoli analoghi del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (New York 1966); della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea; di una mezza dozzina almeno di Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dal 1948 in avanti. Per finire magari con l’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, intitolato “Crimini contro l’umanità”, che al comma “k” recita: «Altri atti inumani di carattere simile che causano intenzionalmente grande sofferenza, o seria menomazione al corpo o alla salute mentale o fisica».
Allo scopo di portare la Commissione, la Bce e il Fmi davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, o alla Corte penale internazionale, e perché no qualche governo europeo, affinché rispondano delle violazioni dei diritti umani delineate sopra, vi sarebbero diversi punti critici da affrontare. I rapporti menzionati all’inizio scartano subito l’argomento principe dei fautori dell’austerità: le ristrettezze inflitte alle popolazioni Ue sarebbero state necessarie a causa della crisi finanziaria, l’urgenza di migliorare lo stato dei bilanci pubblici, il dovere degli stati debitori di ripagare i creditori. Le violazioni dei diritti umani, anche se comprovate, sarebbero quindi giustificate dalla situazione di emergenza, ovvero dallo “stato di eccezione” in cui versa o versava l’intera Ue. Tuttavia, se si accetta questo punto di vista, ha scritto un altro giurista (Paul Kirchhof), l’Europa intera, quale comunità fondata sul primato della legge, sarebbe privata della sua ragion d’essere. L’effetto sarebbe che nessun capo di Stato o ministro o membro del parlamento potrebbe intraprendere azioni vincolanti che riguardassero i cittadini, poiché il loro mandato ha una base legale: però la legge non esisterebbe più. Per cui il sistema legale europeo non può cedere il passo dinanzi a un presunto stato di emergenza, conclude il rapporto di Brema, ovvero non può che un sistema di competenze legali sia soppiantato da pratiche considerazioni politiche.
Un secondo punto critico riguarda l’individuazione dei soggetti responsabili delle violazioni dei diritti umani. Il principale strumento utilizzato nella Ue per imporre a un paese dure politiche di austerità ha preso in genere forma di un “Memorandum di intesa” (sigla inglese MoU), un documento che elenca in modo ossessivamente dettagliato le decurtazioni che un paese deve effettuare alla propria spesa pubblica per potere ottenere determinate concessioni dalla Troika. Su un piano affine ai MoU si collocano le lettere-diktat inviate da istituzioni europee a stati membri. Sia nella formulazione che nell’esecuzione, i MoU e affini sono opera di diversi soggetti, le cui rispettive responsabilità sarebbero da accertare. Tra di essi non rientra la Troika, poiché non ha personalità giuridica. Vi rientrano invece gli stati membri con i loro governi, il Fmi, la Bce, la Commissione Europea.
Si aggiunga che la responsabilità di tali soggetti nell’infliggere sofferenze a milioni di cittadini, violando i diritti umani riconosciuti dalla stessa Ue, è aggravata dal fatto che le politiche di austerità che hanno veicolato le violazioni si sono rivelate un fallimento totale. Dopo cinque anni, nei paesi destinatari dei MoU e delle lettere stile militare della Bce la disoccupazione è cresciuta a dismisura, la povertà assoluta e relativa anche, il Pil è diminuito di decine di punti, la struttura industriale è stata compromessa — vedi il caso Italia — e ad una intera generazione di giovani è stato rubato in gran parte il futuro. Per cui le suddette politiche non possono venire invocate come circostanze attenuanti.
Se le istituzioni della Ue e i loro dirigenti fossero riconosciuti responsabili dall’una o dall’altra Corte europea di violazione dei diritti umani e delle estese sofferenze che hanno provocato, non correrebbero certo il rischio di serie penalità. Ma sarebbe quanto meno un riconoscimento ufficiale di un fatto inaudito: milioni di vittime della crisi apertasi nel 2008 sono state chiamate, tramite le politiche di austerità, a pagare i danni della crisi da quelli stessi che l’hanno provocata, a cominciare dai loro governanti nazionali e internazionali.

Parerga e paralipomena dei Black Bloc (punto, due punti, punto e virgola)

di Nicodemo

Visto che si sprecano le parole, e se ne sparano di grosse su fenomenologie e causalità mi ci metto pure io. 
La verità nuda e cruda è che i Black Bloc non servono a niente, non di certo a mutare un assetto sociale e politico odioso e che esala il profumo acre di formalina degli androni delle potenti banche d'affare, né a puntare l'attenzione sui problemi reali, magari con un'overdose di adrenalina tagliata male e con un rebound fastidioso per la coscienza. Non servono a nulla, nemmeno ad aumentare il consenso a Renzi e la sua corte di miracolati,se non nel breve periodo, perché svanito l'effetto ipnotico della marmaglia nera la gente guarderà al portafogli e sputerà sul caudillo di turno e allora verrà qualcun altro o qualcos'altro a rinfrancare Renzi e chi per lui. Non servono a tutto ciò, ma forse a pensarci bene a una cosa servono: a tacitare la nostra cattiva coscienza di opportunisti delle comparsate pubbliche, costretti a triti rituali di condanna della violenza, non come elemento circostanziato, giammai, ma in assoluto, si dica mai che siamo giustificazionisti. Così ci pariamo il culo, il nero è un facile bersaglio, ci unisce e non permette divagazioni, ma così svendiamo la nostra dignità. Se potessimo e avessimo le palle e se i black bloc e la loro violenza servisse a qualcosa, allora diremmo: “al diavolo i sermoni, spacchiamo tutto”.

Non eravamo marxisti una volta? La violenza non era levatrice della storia? Capiamoci bene, io non voglio usare la violenza perché non ne vale la pena, ma fanculo agli ipocriti che chinano il capo e ammettono solo la violenza dei forti e l'ira pacifica dei deboli. Ognuno di noi sa che non esiste una negazione assoluta, nemmeno per quella che è l'eventulità più terribile per un essere umano: provocare dolore ad un altro essere umano per quanto cattivo possa essere. 
È solo questione di limite. Tutti siamo disposti a usare la violenza violato quel limite, persino pensatori liberali come Hobbes ammettevano un limite oltre quale la violenza del popolo è legittima. Tutti abbiamo un'idea di necessità e di fatalità della violenza, solo i liberali moderni la negano in assoluto ai cittadini mentre la ammettono per gli stati

Questi ragazzi sono delle macchie scure che celano le proprie identità sociali ed è per questo che non possiamo trovare giustificazioni per loro. Se fossero il lumpenproletariat o i neri arrabbiati di qualche metropoli, saremmo costretti ad analisi spregiudicate per dire e contraddire, per non negare i fatti (la violenza è un fatto, la sua ragione dipende solo dalla tua etica o dalla mancanza di essa), e allo stesso tempo, per non ammettere la loro pertinenza

In fondo questi ragazzi ci fanno un favore, celando la loro identità ci forniscono l'alibi per condannare la violenza, senza dare nulla di serio in cambio a chi prende calci in faccia tutti giorni.


domenica 3 maggio 2015

Dalla parte dei teppisti

Non mi convince il discorso di Bifo, lo dico senza alcuna acrimonia. Le sue argometazioni sono ampiamente condivisibili, ma la mancanza di prospettive e di un agire che segua le regole della politica sono disarmanti. 
C'è una sorta di nichilismo che non dire se compiaciuto o meno, ma alla fine mi sembra la solita solfa: si gioca con le categorie, la democrazia, la vita, la morte, e poi... il nulla
 

di Franco Berardi

Di prima mattina ho fatto una ricognizione per Milano per decidere che fare.
Piovigginava e l’asma mi rallentava il passo: dopo aver camminato un’oretta ho capito che era meglio tornarmene a Bologna. Si sapeva che a un certo punto sarebbe scoppiata la baraonda. La polizia non poteva farci niente per una ragione facile da capire: gli occhi di tutto il mondo erano puntati sull’inaugurazione dell’EXPO, un morto nelle strade di Milano non sarebbe stato buona pubblicità. A Genova quindici anni fa (come passa il tempo!) il potere intendeva dimostrare che i grandi del mondo sono inavvicinabili e se ci provi ti ammazzo. A Milano intendeva dimostrare di essere tollerante. Da una parte si fa festa con Armani e Boccelli perché ormai i giovani sono talmente frollati dalla disperazione che fanno la fila per poter servire gratis al tavolo di Monsanto e di McDonald. Dall’altra si permette di sfilare a qualche migliaio di sessantenni i quali, poveretti, credono che per telefonare ci vuole il gettone, e quindi sono ancora dietro a quelle vecchie storie dei diritti.
Poi tremila teppisti hanno rovinato il banchetto, tutto qui.
Ho letto l’articolo di Luca Fazio e vorrei esprimere un’opinione diversa dalla sua. Fazio scrive che i teppisti hanno rovinato una manifestazione democratica.
Sarò brutale con spirito amichevole: a cosa serve manifestare per la democrazia? che utilità può avere sfilare per le vie della città dicendo: diritti, costituzione, democrazia?
Io lo faccio talvolta (quando l’asma me lo permette) per una ragione soltanto: incontro i miei amici e le mie amiche. E’ quel che ci è rimasto della sfera pubblica che un tempo chiamavamo movimento. Ma non penso neanche lontanamente che si tratti di un’azione politicamente efficace.
C’è ancora qualcuno che creda nella possibilità di fermare l’offensiva finanzista europea, o l’autoritarismo renziano con pacifiche passeggiate e referendum?
A proposito: ci sarà un referendum contro la legge elettorale denominata Italicum. Probabile. Giusto per riepilogare voglio ricordarvi gli antefatti. Esisteva una legge elettorale denominata Porcellum (perché coloro che la avevano promulgata dichiararono fra le risate che si trattava di una porcata). La Consulta dichiarò quella legge incostituzionale, dunque sancì l’illegittimità del Parlamento eletto con quella legge. Fino al 2011 c’era almeno un Primo Ministro votato da una maggioranza. Si chiamava Berlusconi (remember?). Fu esautorato per volontà della Bundesbank, venne un primo ministro direttamente eletto dalla finanza internazionale di nome Monti. Il disastro fu tale che si tornò alle urne. Le urne risultarono enigmatiche, e dopo varie tergiversazioni emerse un tizio che nessuno ha votato ma nei sondaggi risultava vincente. Dal momento che questo tizio ha la fiducia dei mercati il Parlamento, eletto con una legge incostituzionale, ora si prostra ai suoi piedi. La cifra vincente del governo Renzi è il totale disprezzo delle regole costituzionali, perciò un parlamento incostituzionale vota una legge elettorale incostituzionale imponendola con il voto di fiducia. Tombola.
A questo punto qualcuno raccoglierà le firme per un referendum.
Referendum? Io ne ricordo un altro: il 90% del 70% degli elettori votarono contro la privatizzazione dell’acqua. Vi risulta che la privatizzazione dell’acqua sia stata fermata? A me risulta il contrario. E allora perché dovrei andare a votare al prossimo referendum?
Qualcuno mi risponde: per difendere la democrazia.
Democrazia? Ma di che stai parlando? L’80% dei greci appoggia il suo governo, ma la Banca Centrale europea ha detto con chiarezza che le regole non le stabilisce l’80% dei greci, ma il sistema bancario, quindi che i greci vadano a farsi fottere, e con loro la democrazia.
Ma torniamo a Milano. Tremila teppisti spaccano tutto? Non esageriamo, ma certo hanno fatto abbastanza fumo. E i giornali parlano di loro più che di Renzi Armani e Boccelli. Come posso non essergliene grato?
Sto forse proponendo una strategia politica? Credo io forse che spaccando le vetrine di tre banche (o magari di trecento o di tremila) il potere finanziario si spaventa? Non scherziamo. So benissimo che il potere finanziario non sta nelle vetrine delle banche, ma in un circuito algoritmico virtuale che nessuna azione teppistica può distruggere e nessuna democrazia influenzare. So benissimo che mentre tremila spaccavano vetrine diciassettemila e cinquecento correvano a lavorare gratis e questo è l’avvenimento più importante. So benissimo che nell’azione teppistica non vi è alcuna strategia politica. Ma c’è forse una cosa più seria. C’è la disperazione che cresce, limacciosa e potente, ai margini del mondo levigato.
Cosa ne pensa Fazio (al quale rivolgo un saluto in amicizia) dei teppisti di Baltimore e di Ferguson? Pensa che dovrebbero avere fiducia nella democrazia?
Io ricordo di avere visto (era la CBS?) un’intervista a una ragazza che stava in strada a New York una notte del novembre 2014. Il giornalista le chiedeva qualcosa sui bianchi e sui neri e lei rispose: “This is not about white and black. This about life and death.”
Nel tempo che viene non capirete niente se penserete alla democrazia. Occorre pensare in termini di vita e di morte, e allora si comincia a capire.
Ci stanno ammazzando, capito? Non tutti in una volta. Ci affogano a migliaia nel canale di Sicilia. Un numero crescente di ragazzi si impiccano in camera da letto (60% di aumento del tasso di suicidio nei decenni del neoliberismo, secondo i dati dell’OMS). Ci ammazzano di lavoro e ci ammazzano di disoccupazione. E mentre la guerra lambisce i confini d’Europa, focolai si accendono in ogni sua metropoli.
Perché dovrei preoccuparmi dell’Italicum? E’ una forma di fascismo come un’altra.
Abbiamo perso tutto, questo è il punto, e il primo maggio 2015 potrebbe essere il momento di svolta, quello in cui lasciamo perdere le battaglie del passato e cominciamo la battaglia del futuro. Non la battaglia della democrazia né quella per i diritti, meno che mai la battaglia per la difesa del posto di lavoro, che è stata l’inizio di tutte le sconfitte.
La battaglia necessaria (e forse a un certo punto anche possibile) è quella che trasforma la potenza della tecnologia in processo di liberazione dalla schiavitù del lavoro e della disoccupazione. Quella battaglia si combatterà cominciando a comportarci come se il potere non esistesse, rifiutando di pagare un debito che non abbiamo contratto, rifiutando di partecipare alla competizione del lavoro e alla competizione della guerra.
E’ impossibile? Lo so, oggi è impossibile, i giovani che hanno aperto gli occhi di fronte a uno schermo uscendo dal ventre della madre si impiccano a plotoni perché per loro il calore della solidarietà politica e della complicità amichevole sono oggetti sconosciuti. Ma se vogliamo parlare con loro è meglio che lasciamo perdere i gettoni, la democrazia e i diritti. E’ meglio che impariamo a parlare della vita e della morte.