venerdì 11 ottobre 2013

Bortolussi e Lanzillotta: l'unico statale buono è uno statale morto

Sono incazzato nero e quindi lascerò da parte le questioni di forma. Ieri ho dovuto assistere a Porta a Porta all'ennesima aggressione verso i dipendenti pubblici da parte del sig. Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre, il quale come un genio del male con la faccia di uno Stan Laurel mestrino, si lamentava che gli stipendi del pubblico erano cresciuti troppo nell'ultimo biennio, passando da 70 mld di spesa complessiva a 110 e rotti miliardi, mentre nel privato non si sono verificati aumenti significativi. Piccolo plauso agli ultimi governi, in particolare quello Monti, che ha portato ad un risparmio di 7 mld. Il sig. Bortolussi ha aggiunto che se non ci fossero stati quegli aumenti, con 40 miliardi risparmiati, altro che finanziaria, ci andava di lusso e potevamo anche risparmiare la carta per scriverla. Tradotto: se avessimo affamato i dipendenti del pubblico come abbiamo affamato quelli del privato adesso i conti sarebbero a posto e pazienza se la gente sarebbe morta di fame. A questo punto, aggiungerei io, bastava non pagarli affatto i dipendenti pubblici e avremmo avuto i conti addirittura in attivo. Il tapino poi si produce in una sfida mortale con il principio logico di non contraddizione e piange perché così non possiamo andare avanti e in perfetta osservanza keynesiana afferma che bisogna dare impulso ai consumi, perché quella è la chiave per rilanciare l'economia, per ché i consumi sono il 70 % del PIL, e quindi dare più soldi in tasca alla gente. Avrei voluto ringhiare sulla crapa pelata di questo grigio mestatore e chiedergli se fosse al corrente che i dipendenti pubblici italiani sono i peggio pagati d'Europa, malgrado siano fra i primi posti(sic) nella produttività. Avrei voluto chiedergli quanto guadagna lui e cosa gli da diritto di guadagnare soldi, in misura sicuramente maggiore di un qualsiasi dipendente pubblico. Avrei voluto dirgli da chi va a farsi curare quando sta male e se va bene che i suoi figli frequentino scuole fatiscenti dove alle famiglie vengono chiesti contributi anche per la manutenzione ordinaria, con professori frustrati e maltrattati da personaggi come lui. Questa gente gioca allo scoperto ormai, ha deciso di succhiarci il midollo e lo sta facendo senza scrupoli. Le dichiarazioni di Bortolussi fanno il paio con quelle dell'On Lanzillotta in un talk show. Ormai è un sentire comune di questi sicari del welfare. Il piano, al di la dei complottismi non è più segreto. La cosa più raccapricciante però è constatare quanto poco riusciamo ad incazzarci ultimamente noi italiani, sembriamo un popolo di lobotomizzati, incapaci di una minima scintilla vitale, incapaci di reagire anche quando ci sputano in faccia. Ormai, anche se fingiamo di indignarci, siamo intimamente convinti che se ci azzannano alla gola lo fanno per il nostro bene, perché ce lo chiede l'Europa. 
Bortolussi è un Giano bifronte, dice e si contraddice, nella convinzione, in tal maniera, di fare meglio i suoi interessi, ma il problema non è lui, il problema siamo noi che siamo diventati sordi.

giovedì 10 ottobre 2013

Un patto per l'Italia

L'espressione patto sociale a mio modo di vedere ha una valenza diversa da contratto sociale. Il patto è figlio di una visione strategica, il contratto è un elemento costitutivo della società. Oggi è di patto che bisogna parlare poiché il contrato rimanda alla filosofia della politica, il patto alla vita reale.  Se la sinistra oggi vuol vincere deve abbandonare propositi pedagogici e riuscire ad immaginare una strategia che contempli il patto sociale come fattore di transizione verso una società diversa e più equa. Il patto è la risposta, la via di uscita da aporie che confinano l'equità e il giusto ai margini della politica, condannandoci (noi sinistrati) a perdere in eterno. Ovviamente il patto si fa fra componenti sociali non omogenee e separati da interessi diversi. Nella situazione italiana questo può significare un patto con una parte della borghesia o della piccola e media impresa o semplicemente con la cittadinanza tutta. Perché si è così titubanti, data l'ineluttabilità di processi produttivi necessari alla nostra economia? Un altro patto è sull'immigrazione. Dobbiamo conciliare le esigenza di giustizia con le resistenze di gran parte della popolazione. Si potrebbe immaginare di organizzare flussi controllati di immigrazione in misura proporzionale alla nostra capacità di accoglienza e di estensione di sistemi di tutela. Ma ci rendiamo conto che questo significa che l'economia deve fondarsi sul reddito garantito e sulla possibilità dello stato di contrarre debiti, necessari a finanziare, lavoro, tutele e welfare? Il nodo è sempre lì. Il liberismo ci riporta verso lo stato di natura. Lo capite perché un'inversione di 180 gradi nell'economia è necessaria come l'aria che respiriamo? 

Barnard alla "Gabbia" - seconda parte -

Barnard alla "Gabbia"

mercoledì 9 ottobre 2013

«La guerra di classe l'hanno stravinta i ricchi»

L'economista anglo-francese Susan George accusa l'Europa di voler togliere di mezzo democrazia e diritti umani per favorire lo status quo voluto dai «nababbi».


 Sottoscrivo anche le virgole di questo articolo

di Susan George da popoffglobalist

La guerra di classe non è morta, ma l'hanno stravinta i ricchi. Anzi, i super ricchi, nuova classe globale che ora si chiama Hnwi, acronimo di High Net Worth Individuals (individui con alto patrimonio finanziario, almeno 30 milioni di euro. Parola di Warren Buffett, re dei mercati finanziari globali, uno degli uomini più facoltosi del pianeta, dunque membro di questo club esclusivo in crescita continua nonostante la crisi, tanto da includere quest'anno la quota record di 200.000 persone e del quale si parla troppo poco.

La lotta di classe al contrario, un mondo paradossale dove si ruba ai poveri per dare ai ricchi, con l'obiettivo di togliere di mezzo i diritti umani e la democrazia, considerati l'ultimo ostacolo (o l'ultimo baluardo) da superare per ricavare profitti più alti senza troppe seccature.

L'establishment economico e finanziario non ha sensi di colpa per quello che è accaduto nel mondo negli ultimi sei-sette anni. È uno dei paradossi di quest'epoca, i neoliberisti hanno capito il significato del concetto di egemonia culturale di Antonio Gramsci e l'hanno applicato benissimo. La loro ideologia è penetrata negli Stati Uniti, poi si è diffusa in tutte le organizzazioni internazionali e vanta un supporto intellettuale mai visto. Prendiamo l'Ue. Sono riusciti a ottenere consenso e supporto proponendo misure di austerità per uscire dalla crisi convincendo tutti che il bilancio di uno Stato e quello di una famiglia sono la stessa cosa per cui si può spendere solo in base alle entrate. Non è così, il debito pubblico storicamente finanzia la crescita, è altra cosa dagli sprechi. Per fare un esempio due economisti della Bocconi di Milano, Alesina e Ardeagna, a mio avviso hanno fornito una errata base teorica alla Banca centrale europea, ai governi e alle istituzioni europee proponendo l'austerità per fronteggiare la depressione. E la gente è stata convinta dell'ineluttabilità delle scelte.

La prova? In Grecia non hanno fatto la rivoluzione. Se tagli gli sprechi, va bene. Ma un euro tagliato ai servizi sociali come alla scuola ha un impatto che produce costi tre volte più alti.

I lavoratori hanno pagato e stanno pagando i costi della crisi provocata da altri. Mi pare obiettivo dire che chi lavora oggi non riesca a guadagnare abbastanza mentre i manager della finanza si sono elargiti subito i lauti bonus derivanti da questi salvataggi. E che la ricchezza accumulata in poche mani ammonti a 35.000 miliardi di euro e sia posseduta, da 200.000 persone. Trovo immorale tutto ciò. Ma è ancor più immorale l'ideologia che consente loro di accumulare queste smisurate ricchezze e di manipolare le persone facendo loro credere che tutto ciò sia giusto e che le ricette per combattere la povertà siano quelle della Banca mondiale o del Fondo monetario.

Si continua a credere che ogni dollaro detassato alle grandi aziende e ai più ricchi venga reinvestito produttivamente. Invece la ricchezza finisce nei paradisi fiscali. E, aldilà dei proclami, nulla è stato fatto per illuminare gli angoli bui di queste giurisdizioni segrete e controllare i profitti di aziende e singoli. Le grandi multinazionali sono ormai troppo forti e determinano il pensiero unico che ci racconta un mondo bello, quello della globalizzazione, che crea occasioni per tutti. Peccato sia così solo sulla carta.

Il movimento di Occupy aveva buoni contenuti, ma è stato anarchico. Hanno consentito a tutti di parlare in un momento di rabbia collettiva, ma non hanno mai preso una sola decisione per passare all'azione. Il problema della società civile è la mancanza di una visione globale: gli ecologisti pensano solo all'ambiente, i sindacati al lavoro, le femministe alle donne, altri a finanza e tasse.

Il pericolo è che la gente, il 99 per cento di chi non detiene nulla, venga convinta dal restante 1 per cento dell'inutilità della politica. Prendiamo l'Unione europea. Credo nell'Unione e nell'euro, ma a patto che siano partecipate dai cittadini. Ormai l'85 per cento delle leggi in Paesi come Italia e Francia recepiscono le direttive della Commissione europea, un organismo non eletto democraticamente e influenzato dalle lobby. Ma gli europei non si ribellano, preferiscono astenersi dal voto. Così garantiscono lunga vita al sistema ingiusto che oggi è al potere.




lunedì 7 ottobre 2013

I poveri per i poveri

di Tonino D’Orazio

In questa guerra che i ricchi stanno vincendo contro i poveri avvengono almeno due fatti importanti.

Uno quello di rendere nobile la povertà, se non valorizzarla. E’ positivo e negativo. Si potrebbe definire una situazione gesuitica. E poi, se i poveri, finalmente, sono contenti che si parli di loro! Si parli, s’intende. L’altro la solidarietà dei poveri verso i poveri. Si tocca il cuore, sapendo che solo loro ce l’hanno e capiscono la solidarietà nella miseria. La Chiesa l’ha sempre saputo.

Da un'idea del Vescovo di Teramo-Atri per cercare di dare una piccola risposta e un segno di speranza, in un periodo in cui la crisi economica sta riversando i suoi effetti negativi alle famiglie e alle comunità civili, nasce il progetto "1 ora X te". In collaborazione con la Banca Popolare di Ancona è stato costituito un fondo per sostenere in maniera concreta le famiglie che a seguito della crisi hanno perso ogni fonte di reddito. Chiunque, con un contratto a tempo indeterminato o occupato in qualsiasi altra forma (artigiano, commerciante, impresa, ecc.), può contribuire ad integrare il fondo versando una somma equivalente ad un'ora della propria retribuzione netta in maniera periodica o attraverso una offerta occasionale. (Abruzzo24ore).

E i ricchi sempre più ricchi? Per il momento si accontentano di recitare la parte dei poveri. D’altronde ci si può dire ricchi solo quando (Rothschild) “non si conosce la quantità di denaro a disposizione e non si debba contarlo”. Quanti possono dichiararsi ricchi se soldi, valori e possedimenti non bastano mai?

In una sorta di rito carnascialesco ribaltato sono adesso loro a mascherarsi da miseri, senza tralasciare le opere di beneficenza che tanto non costano niente a chi è miliardario, ma che fanno scena, oltre a poterle scaricare dalle tasse. Si pensi che proprio i super ricchi, qualche mese fa, si sono inventati il «Live below the line», cioè «Vivi sotto la soglia», per 5 giorni con un solo dollaro e mezzo al giorno. Che brivido! E che presa in giro!

Fa scena e anche i poveri, quelli veri, sembrano mediaticamente apprezzare. Ormai a parlare di lotta di classe si passa per terrorista, ma rimane pur poco credibile, data la sconfitta latente, anche una possibile e socialistica equa ridistribuzione della ricchezza. Meglio assecondare la globalizzazione che avanza: pochi ricchi e sempre più poveri. Magari tutti con la speranza di diventare ricchi un giorno, tanto che ci vuole! Gli esempi-simbolo non mancano. Evviva la maggioranza globale. Eccola la nuova democrazia globale! Meglio se accompagnata da un pater-ave-e-gloria entusiasta … per il regno dei cieli. Sempre per la fase due, ovviamente!

La Verità ed il Potere non hanno mai marciato assieme. “Vengo senza oro né argento, solo con Gesù!” grida Bergoglio. Meno verità di così! (o forse, eccesso di verità. Oro e argento sono ben custoditi altrove e il costo dell’ultimo viaggio in Brasile lo hanno pagato lo Stato e le comunità …). Fingere di tendere alla povertà e valorizzarla, negli odierni frangenti economici sembra una squallida operazione di marketing. Un fiume inesauribile di denaro affluisce in Vaticano dall’Italia e da tutte le nazioni e comunità dove vi sia una maggioranza cattolica: offerte, donazioni, eredità, quote di imposte, finanziamenti pubblici.

Mi direte che d’altronde il Vaticano è uno Stato vero, costruito da secoli, con migliaia di dipendenti, di lavoratori e lavoratrici da mantenere. Soltanto una piccola parte di tali ricchezze finisce direttamente in progetti umanitari. Il resto va alla catechesi nelle parrocchie, all’edilizia di culto, al sostentamento del clero (circa 40.000 preti in Italia), ma anche alle banche amiche e da qui la liquidità si ricicla e si moltiplica in investimenti, in titoli, in immobili, in business disinvolti, in azioni di industrie e quant’altro. Tra uno scandalo finanziario e l’altro (cfr ultimamente quello milionario di due vescovi austriaci) anche i gerarchi della Chiesa sembrano essere completamente autonomi e intraprendenti. Il papa che ‘rischia la vita’ è un subdolo strumento di persuasione occulta, non meno abile a menare il can per l’aia o se sei credente, a portare le pecore all’ovile … del padrone.

Cam­bia­no i go­ver­ni, cam­bia­no i pon­te­fi­ci ma il bu­si­ness del Vaticano con­ti­nua come d’abitudine. E chissà che sot­to l’om­bra del “papa po­ve­ro” gli af­fa­ri in­con­fes­sa­bi­li si pos­sa­no con­clu­de­re an­co­ra me­glio. Ma non di questa diffidenza volevo parlare. Anche questo Papa è un bravo showman, e perché no quando i simboli sembrano viaggiare contro la realtà?

Un amico anarchico mi diceva quanto comunque fosse affascinante, anche perché misteriosa, la magistrale teatralità della liturgia delle funzioni sacre. I colori, la luminosità o la luce diffusa, i profumi orientali come l’incenso o l’odore della cera, le danzanti e inquietanti fiammelle delle candeline nelle zone d’ombra o dei ceri, le statue cariche di maestà, i dipinti con sguardi veritieri, gli scaloni da scendere, i paramenti coreografici e scintillanti degli attori, lo spazio in altezza ridondante di suoni, di voci corali o bianche, di organi tuonanti, di bisbigli e di silenzi. I simboli affettivi, il punto di partenza, la nascita, quello di arrivo, la morte, la consacrazione del sesso, il verginale matrimonio. Ognuno con i propri riti differenziati. Da un punto di vista scenografico perfettamente artistico, minuzioso e accattivante. Mediatici da sempre, da secoli.

Bisogna ammettere che man mano lo Stato abbandona spezzoni di stato sociale alla povertà, il “vuoto”, alla meno peggio e anche con residue somme pubbliche, viene colmato dalle associazioni caritatevoli soprattutto della Chiesa cattolica, ma in genere anche dalle altre associazioni confessionali esistenti sul territorio in modo più pianificato. Si intravvedono travet alla mensa popolare e sempre più gente che fruga nell’immondizia anche alla ricerca di cibo. In Italia, s’intende, dove ancora non si riesce a quantificare le tonnellate di cibo sprecato. I laici sono assenti, aspettano “il diritto”, gli altri svolgono carità, assistenza e sono pragmaticamente credibili.

In Italia dal 2006 al 2013 la povertà sanitaria è aumentata in media del 97%. In sintesi sono aumentati i cittadini che hanno difficoltà ad acquistare i medicinali anche quelli con prescrizione medica. Insomma: se prima la crisi colpiva le famiglie costringendole a fare a meno di alimenti, di vestiario e di generi di consumo, oggi è in difficoltà anche la capacità di procurarsi le medicine. Gli anziani, ma non solo, non possono più permettersi visite specialistiche, alle quali comunque i medici di famiglia indirizzano. Si scivola nella povertà fisica e psicologica. È questo uno dei dati che emerge dal dossier realizzato dalla Fondazione Banco Farmaceutico Onlus e presentato insieme alla Caritas Italiana in occasione della XXXIV edizione del Meeting di Rimini. I dati emersi dal dossier sono il frutto del lavoro svolto da sette anni, dal 2006 al 2013, dalla Fondazione che raccoglie su tutto il territorio nazionale (grazie alla Giornata Nazionale di Raccolta del Farmaco e alle donazioni aziendali) e distribuisce agli enti convenzionati che fanno richiesta di medicinali. Tra questi le Caritas diocesane, il centro Astalli, la Comunità di Sant’Egidio solo per citarne alcuni, tutte realtà che intercettano il disagio sociale in “diretta”. Danno una risposta episodica, necessaria, ma mai risolutiva.

Cresce la povertà, ma aumenta al Nord anche la solidarietà di chi decide di donare un farmaco a chi non se lo può permettere. Nel Centro Italia la richiesta di farmaci in sette anni è cresciuta in maniera esponenziale passando dalle 32.718 confezioni del 2006 alle 188.560 del 2013 (fino al mese di luglio compreso). Un incremento percentuale del 476,32%. “Anche in questo caso abbiamo assistito anche alla crescita corposa della solidarietà che ha fatto registrare l’incremento dei farmaci donati del 94,24% passando dalle 23.670 confezioni alle attuali 46.034”. “Facendo una comparazione dei dati emersi – concludono Banco farmaceutico e Caritas - dobbiamo registrare che il fabbisogno sanitario in percentuale è aumentato, soprattutto, al Centro a causa dei valori bassi di richiesta di partenza. Se invece si valuta l’aumento numerico dei farmaci il Nord è primo in classifica con quasi 200 mila confezioni in più di medicinali richiesti in sette anni. A seguire il Centro Italia e poi il Sud e le Isole”.(Rapporto Fondazione).
“Se le classi infelici non fossero accarezzate dalla carità, non si rassegnerebbero pacificamente al loro destino”. Camillo Benso conte di Cavour, un notorio filantropo.

La scienza del Grillo

Sulla sperimentazione animale e gli xenotrapianti viene fuori l'aspetto più pericoloso dei 5S: l'irrazionalità. Si può accettare tutto come parte di una contraddizione che appartiene al popolo, e su molte questioni Grillo ha ragione da vendere, ma non si può accettare la esiziale stupidità di chi scambia l'irrazionalità con il buon vivere. 
Quella degli xenotrapianti è l'ultima puntata di una serie grottesca di affermazioni e opinioni che arricchiscono la galleria delle bufale grilline. 
L'Aids non esiste, il Prof Di Bella cura il cancro da 30 anni, i vaccini fanno male, il pomodoro geneticamente modificato che ha ucciso 60 ragazzi e per ultimo le bizzarrie del biowashball, la palla che cancella le macchie. Un mare di idiozie, ma nienteaffatto benevole. Posso farmi quattro risate su chi pretende di curare usando i pendolini o dandoti dei fiori magici, tanto alla fine sono inoffensivi, ma non posso accettare che si facciano leggi potenzialmente stragiste come quelle sulla proibizione dei vaccini (mi dicono che in Lombardia ci hanno provato) o sulla sperimentazione animale  e gli xenotrapianti.
Tutto l'universo grillino è impregnato di irrazionalismo e di ammiccamenti a compagni di strada come Simoncini o Mazzucco, nomi ben conosciuti nell'universo cospirazionista  che non meritano commenti. Fatevi un giro per i vari meetup e vi renderete conto.
La politica italiana ci sta mettendo alle strette e l'ultima delle sue vigliaccate è quella di costringerci ad ingoiare il boccone amaro  di un'alternativa rappresentata da questo genere di persone. 

domenica 6 ottobre 2013

Krugman: La triste ma serissima storia del Molto Onorevole Sabotatore

da ilsole24ore

C'era una volta un funzionario pubblico che aveva un piano: era convinto che per rilanciare l'economia bisognasse spedire squadre di sabotatori in tutto il Paese per ostacolare sistematicamente la produzione.
Perché fosse convinto di una cosa del genere non importa: era quello che tutte le Persone Tanto Coscienziose dicevano, vai a sapere perché.
Il piano fu messo in atto, prima con gradualità, poi a ritmo sempre più sostenuto. I sabotatori stavano facendo danni ingenti: secondo le stime più attendibili avevano distrutto circa il 3 per cento della produzione nazionale. Ma dopo tre anni cominciarono a succedere due cose: la prima fu che il Molto Onorevole Sabotatore interruppe l'escalation, anzi cominciò addirittura a rallentare; la seconda fu che il settore privato imparò a fronteggiare in modo più efficace le squadre di sabotatori, limitando i loro danni.

L'economia di conseguenza ricominciò a crescere: anzi, si mise a crescere un po' più velocemente del normale, via via che le fabbriche sabotate si rimettevano in carreggiata.
E a questo punto il Molto Onorevole Sabotatore si mise a cantare vittoria. «Vedete?», disse. «Le mie politiche sono state un successo e i miei detrattori avevano torto».
Sembra una storia idiota, no?
Ma come ha spiegato recentemente l'editorialista del Financial Times Martin Wolf, è la storia di George Osborne, il ministro dell'Economia inglese.
Ma allora qual è il vero oggetto del contendere?

Simon Wren-Lewis, professore di economia a Oxford, recentemente ha pubblicato online alcune osservazioni sull'«illusione dell'austerity», stimolate da un articolo sul The Telegraph del giornalista economico-finanziario inglese Jeremy Warner, che presenta tutto il dibattito sull'austerity come un confronto fra «statalisti» e «liberisti».
L'osservazione di Wren-Lewis è che solo uno degli schieramenti in campo in questo dibattito lo vede in questi termini: chi contesta l'adozione di politiche di austerity in una situazione di depressione economica lo fa perché è convinto che misure del genere possono avere come unico effetto quello di aggravare la depressione (come infatti è stato).
I sostenitori del rigore, invece, non dicono la verità sulle loro motivazioni. Usano parole forti, ma se si guarda alle loro recenti reazioni si capisce chiaramente che tutte le loro tesi sull'austerità espansiva – le soglie del 90 per cento e tutto il resto – erano solo scuse funzionali al loro vero obbiettivo: smantellare lo Stato sociale.
Questo spiega a sua volta perché la Waterloo intellettuale a cui sono andati incontro i loro presunti argomenti non abbia mutato minimamente le loro posizioni.

Un punto interessante che coglie Wren-Lewis, e che anch'io ho sottolineato in altre occasioni, è che le persone schierate in favore del rigore in questo dibattito non sono semplicemente in malafede: è proprio che sembrano non concepire l'idea che qualcun altro possa sostenere una certa posizione in buona fede. Quando l'argomento in discussione erano gli stimoli di bilancio, molte persone a destra – anche economisti come Robert Lucas – davano semplicemente per scontato che gente come Christy Romer, l'ex capo del Consiglio dei consulenti economici dell'amministrazione Obama, fabbricasse dati ad arte per favorire i propri obbiettivi politici.
E ora probabilmente è chiaro perché lo davano per scontato: loro è così che lavorano.
Insomma, si è trattato di un dibattito asimmetrico: per questo la mia parte ha stravinto sui fatti, ma continua a perdere nella sfera politica.


(Traduzione di Fabio Galimberti)


sabato 5 ottobre 2013

Così non va Rodotà 2

Mi scusi se insisto Prof. Rodotà, ma credo che occorra darsi una mossa e dare una messa a punto ai paradigmi. Così non va, glielo detto e glielo ripeto. Così non va. Ho letto il suo intervento dal titolo “ l'agenda politica che serve al paese”. Se l'astrazione fosse un programma politico e i discorsi generici una panacea, saremmo a cavallo. Ma così non è. Se è vero come è vero che la situazione è grave, e che viviamo in seno ad un corpo sociale martoriato e malfermo sulle gambe, tale da farci presagire l'imminente tragedia, occorre qualcosa di più che dichiarazioni di intenti così pregevoli e allo stesso tempo di così poca sostanza. 
Tempo fa scrissi della politica italiana come fonte di “learned helplessness”, cioè di un sentimento che annulla ogni aspettativa positiva dell'azione, condannata ad un'inevitabile fallimento qualunque siano le intenzioni o la perizia, con il risultato di una profonda e insanabile depressione. Ecco la situazione italiana è questa, e a nulla vale esorcizzare il male con parole come gattopardismo. Lei però con le sue parole non mi è di alcun conforto e mi da l'idea di non volere uscire dalle paludi di un politicismo d'antan, giustificandosi con l'alibi della prudenza e della ponderazione. Cambiare registro. Oggi più che mai il decisionismo e il parlare chiaro sono la chiave della strategia. Dica semplicemente: faccio parte di una classe intellettuale che vuol prendersi la briga di cambiare l'Italia per cambiare l'Europa e faccio a tutti questa proposta per un governo del paese, ecc. ecc.

Occorre- metaforicamente parlando- una chiamata alle armi, la formazione di un esercito compatto, ramificato sul territorio, con sue casematte e suoi sottufficiali, che si arruolino non per avidità, ma per l'ideale. Mi creda non voglio qui rispolverare un elitismo d'accatto ed eleggere lei quale “Custode della Costituzione”, ma da che mondo e mondo le masse hanno bisogno di chi gli mostri la via, perché altrimenti non possono fare altro che girarsi attorno e accontentarsi della mera sopravvivenza, limitandosi tuttalpiù ad inseguire sogni, anche questi ormai sempre meno a buon mercato.

Lei Professore come pure il sindacalista Landini, lasciate per un istante da parte la prudenza e la saggezza, abbandonate i toni vaghi, dateci un bel programmino, almeno come esperimento socio-politico, e noi masse ignoranti, forse vi seguiremo.


venerdì 4 ottobre 2013

W il debito pubblico


La sinistra è afasica e Grillo ha preso il pallottoliere per contare i debiti. 

Non sono i debiti caro Grillo è il fatto di non poterne fare.

giovedì 3 ottobre 2013

Nel Canale di Sicilia...

di Franco Berardi

Nel Canale di Sicilia centinaia di migranti oggi sono morti affogati dalla legge Bossi Fini e da una classe politica di mascalzoni.
Oggi è giorno di festa per Letta Alfano e Napolitano.
Festeggiano la sconfitta di Berlusconi, dimenticando un piccolo particolare: il programma con cui Berlusconi venne sulla scena politica nel 1993 si è integralmente realizzato. L’uomo di Mediaset e della P2 voleva che dopo Tangentopoli i democristiani continuassero a governare. Non trovò il democristiano capace di eseguire il suo progetto e allora se ne dovette occupare personalmente. Venti anni dopo, sulla scena politica sono rimasti solo democristiani. Ma soprattutto l’uomo di Mediaset e della P2 voleva distruggere la forza dei lavoratori, ridurre i salari alla metà costringere i lavoratori a sottomettersi al ricatto infinito della precarietà. Anche questo è perfettamente riuscito grazie ai governi di centro sinistra e a quelli di centro destra che si sono succeduti in perfetta coerenza e continuità.

Nel Canale di Sicilia c’è una fossa comune nella quale per sempre giacciono migliaia di uomini donne e bambini che le guerre armate dalla follia economica e religiosa cacciano dalle loro case a cercare lavoro e a trovare morte.
Nelle varie regioni della penisola decine di migliaia di migranti soffrono in campi di concentramento nazisti inventati dai democratici Turco e Napolitano e rinforzati dai non meno democratici Bossi e Fini con l’istigazione al’omicidio che si chiama “respingimento”.

Ma oggi è giorno di festa per una classe politica di mascalzoni e di servi.
Festeggiano la ritrovata forza di governo che permetterà loro di distruggere definitivamente la società italiana, di generalizzare a tutta la forza lavoro il decreto schiavista firmato per i lavoratori dell’EXPO, che prevede l’imposizione di lavoro gratuito.
Festeggiano l’unità che permetterà loro di eseguire i dettati degli speculatori che hanno sottomesso il progetto europeo agli interessi delle grandi banche, e passo passo stanno conducendo l’Europa verso la guerra civile.

A Lampedusa giungono cadaveri dentro buste di plastica azzurra.
Quanti altri migranti devono uccidere ancora gli assassini in festa, prima che qualcuno cancelli l’infamia della loro legge?