mercoledì 19 febbraio 2014

Congresso CGIL in chiaroscuro

di Tonino D'Orazio

Un altro congresso epocale di svolta. E le parole sono di nuovo sassi.

L’identità indica, designa, il carattere permanente e fondamentale di una persona o di un gruppo e l’insieme di caratteristiche culturali e di tradizioni che un popolo avverte come proprie. Il popolo della Cgil è tale con la sua identità di partenza e di percorso, con una idea di politica identitaria che ne ha sempre fatto la sua forza. Il problema rimaneva e rimane a tutt’oggi il diritto delle minoranze a conservare la propria ricchezza nel complesso della confederazione.

Purtroppo questa confederazione proviene da due congressi anch’essi di svolta, che hanno sancito una profonda divisione interna che l’ha indebolita, proprio in una fase in cui strutturalmente il capitale finanziario, ma anche quello produttivo, ha ricomposto parte della sua crisi e rilanciato un modello di sfruttamento ineguagliabile in tempi moderni. Un modello di riappropriazione di tutti i mezzi di produzione (compresi organizzazione del lavoro, abbattimento dei diritti civici e delle tutele sociali dei lavoratori) e di cancellazione del potere equilibratore dello Stato nelle politiche economiche e sociali.

Cioè nelle politiche identitarie e deontologiche della confederazione generale del lavoro.

Quale è stata la reazione? Il giudizio è contrastante e si è ripercosso già nei due congressi precedenti. Il riformismo della confederazione, sua essenza storica, non ha dato i risultati sperati. La confederazione ha perso per strada man mano svariate tutele dei lavoratori, dalla tenuta sul potere d’acquisto e del salario, allo sviluppo delle politiche e dei piani industriali. E’ stata messa all’angolo da tutti, compreso dalle altre due organizzazioni sindacali e dai partiti che avrebbero dovuto rappresentare la difesa se non lo sviluppo dei diritti del mondo del lavoro. Si sono tutti adeguati fatalmente al nuovo sistema rampante della ristrutturazione ineluttabile del capitale. Democraticamente vincitore, in Parlamento, è stato quest’ultimo a fare tutte le leggi necessarie per modificare a suo vantaggio la ormai innegabile e disastrosa realtà attuale.

Il risultato è disastroso, inutile ripercorrerlo, lo conosciamo.

In questo congresso si è scelto di avere un documento unico che inglobasse, o meno a secondo del voto, alcuni elementi storici di identità della confederazione. Un secondo documento di minoranza è pur sempre presente e non si capisce ancora cosa farà una delle organizzazioni storiche e fondanti della Cgil, cioè la Fiom, che si è battuta strenuamente e in solitudine sul fronte industriale pesante.

L’accordo sulla rappresentanza, che assomiglia fortemente alle “larghe intese”, sottoscritto dalla leader Camusso prima di una decisione del Comitato Direttivo (successivamente bulgaro), che ha rimesso all’angolo la Fiom in modo che non possa mai più dissentire sui contratti ma debba “filare” anche se non è d’accordo, oltre a ridiventare anticostituzionale, ha riaperto una vera conflittualità interna. Che è quella di lottare realmente, e non a parole o con qualche minuto-secondo di sciopero, o di adeguarsi. Il metodo: l'introduzione “dell'arbitrato interconfederale" in sostituzione delle singole categorie. Firmiamo noi anche se non volete. Magari aggiungiamo anche eventuali “sanzioni pecuniarie” per chi tenta lo sciopero e reca danno al padrone. Infatti le parti firmatarie “si impegnano a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi così definiti”. Viene meno il diritto costituzionale allo sciopero e lo sviluppo di un contenzioso svilente. La Fiom ritiene che in Cgil ci sia una svolta autoritaria. La Camusso ribatte che il giudizio del Direttivo è vincolante per tutta l’organizzazione. Insomma si riapre di nuovo una partita mai chiusa per cui la nuova svolta assomiglia tanto alle precedenti. Meno consensuale, sembra più un tornante.

Questo metodo politico a massacrare le minoranze non è altro che l’effetto leaderistico e del comando (piuttosto che del governo) del mondo partitico che governa l’Italia, ma non solo, da anni. Questo concetto, avulso dall’identità della Cgil, sta prendendo piede dappertutto nel tessuto socio-culturale attuale. Il decisionismo non è più collettivo ma del “capo”. E, come nelle riforme elettorali, tutti i “piccoli”, sindacati compresi, devono sparire e gli altri avere lo scelbiano premio di maggioranza. Tutti possono stravolgere la Costituzione, cominciando dal garante Napolitano. Ebbene la Cgil no, perché ne è sempre stata la vera garante, e perché fondata sul lavoro, sul sacrificio e sul suo sangue, che sono la sua identità.

Per esempio sulla deontologia e sull’identità, spostare l’ulteriore sfruttamento dal lavoro più in là perché si “vive” di più, e quindi si può essere sfruttati per più anni, cosa rappresenta? Solo l’adeguamento al sistema capitalistico vincente, sull’ideologia, non del lavoro come valore di vita per partecipare allo sviluppo complessivo della società (Costituzione dixit), ma del becero sfruttamento di lavoro e di vita, rubandone proprio i tempi e la qualità. Del lavoratore? No, adesso di nuovo di tutta la sua famiglia, pensionati e bambini compresi. Siamo tornati alla giusta parola: proletariato. Diciamo la banalità di lavorare per vivere e non vivere per lavorare, anche se tutta la sostanza sta proprio qui. Oltre a negare la responsabilità positiva di scienza e medicina. E se poi più della metà degli iscritti sono pensionati?

C’è quasi disinteresse per l’Inps, istituto sorretto solo dai soldi dei lavoratori (per i padroni si tratta di “salario differito”) che dovrebbero pagare anche la bancarotta di altri fondi (vedi Dirigenti d’azienda, Ipost, anche in un certo modo l’Inpdap, tra poco i medici, i ferrovieri e altre categorie…), quindi avviato sul binario morto di una prossima privatizzazione. La tecnica è di renderlo un relitto finanziario e affidarlo poi alla gestione degli amici degli amici, banche e assicurazioni. In fondo cos’è altro oggi se non un bancomat governativo? O meglio, il nocciolo duro della gestione del sociale dell’intero paese lavorativo da sgretolare ideologicamente? E’ il fronte della guerra contro i poveri. La Cgil ancora non vi si attesta con forza.

Altro esempio quello deontologico e politico della tutela giuridica della dignità del lavoro. Mai si è ridisceso così in basso dagli albori del movimento sindacale, per cui tocca rilanciare il “programma minimo” del socialista operaista Turati (1886) per capire cosa si vuole ancora. Tecnocrazia padronale europea volendo. Ma con chi e dove?

I buoi sono scappati dalla stalla e tutti ritengono, abdicando al loro ruolo e alla loro identità, che la “realtà” attuale non permette di riportarne indietro nemmeno uno. Per questo è di nuovo un congresso di svolta, con un documento interessante, ma rimane sostanzialmente disperato il “verso dove”. Nel frattempo, all’orizzonte, vi sono sempre più apprendisti stregoni con soluzioni “riformiste” à la carte, per quel che rimane del mercato del lavoro, truccate da parole inglesi, dalla rapidità di esecuzione e magari dall’utilizzo di ex sindacalisti facenti fede per gestirle.

lunedì 10 febbraio 2014

Lista Tsipras per le elezioni europee: Barbara Spinelli e la questione del debito

di Franco Cilli da Blasting News
 

Molto è stato scritto in merito a Tsipras e alla speranza che il suo nome rappresenta di uscire dalle sabbie mobili di un Europa austeritaria e micragnosa. Personalmente sono convinto dell'idea di un Europa dei popoli e sebbene tutto ciò puzzi di storicismo, credo anche ad una visione progressiva che vede nel superamento degli stati nazione un passaggio necessario per una politica proiettata in uno scenario globale. Per questo motivo voglio credere nell'impresa di una lista che ha la velleità di mettere insieme qualla parte della società civile che lotta per un'Europa diversa. Ma i dubbi sono sempre legittimi.
Va bene un piano Marshall per l'Europa, e passi anche per il New Deal Roosveltiano, così come è propugnato da Alexys Tsipras, leader di Syriza in Grecia e dai suoi sostenitori italiani (vedi l'intervista sul Fatto a Barbara Spinelli), malgrado i richiami ad una tradizione anglosassone che narra più di sottomissione ad un potere imperiale che di lotta dei popoli. Mettiamo sul piatto anche l'idea che un ritorno all'Euro sarebbe impossibile perché renderebbe i paesi periferici, a detta di economisti avveduti, una zattera di giunchi nel mare in tempesta dei mercati, dando ragione a una posizione di un europeismo critico, come quella del nostro. Ma quello che proprio non mi convince è l'idea che il parametro di riferimento di ogni politica sia il debito. Barbara Spinelli e i promotori della lista per Tsipras ragionano in quest'ottica, ciò è indubbio. Il debito va onorato, ma non solo, il debito è il criterio principe che deve informare la politica degli stati.  Va solo ridiscusso e rinegoziato. Da parte mia ho molti dubbi.
Distinguerei due tipi di debito: il debito fra stati e il debito pubblico di uno stato. Per quanto riguarda il debito fra stati c'è da dire che che non si tiene in minima considerazione che tale debito è spesso è la traduzione di un debito privato in debito pubblico (leggi banche). Riguardo al secondo, stando a quello a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni,  la sua demonizzazione nell'ottica di una politca di bilancio è stata il cavallo di troia di ogni politica restrittiva e austeritaria e il risultato è stato sempre lo stesso: tagli al welfae.  Il debito è un algoritmo mentale pericoloso che porta inevitabilmente a conclusioni strabiche secondo il quale 700 miliardi di spesa per il settore pubblico sono troppi e vanno ridotti. Ergo, tagli agli sprechi (cosa è spreco?), ma soprattutto tagli alla sanità, alla scuola, alle università e agli stipendi. Questo è quello che affermano fuori dai denti i fautori dell'austerità.
Piaccia o non piaccia le economie a deficit spending sono le meno avare sul piano degli investimenti pubblici e della garanzia del reddito, e i loro parametri sono sempre i migliori (vedi Stati Uniti e Giappone e gli stessi governi italiani prime dell'avvento dell'euro), il solo problema è l'allocazione delle risorse. Barbara Spinelli, deve spiegarci come faremo a finanziare un reddito di cittadinanza, la ricerca, l'innovazione tecnologica, servizi più efficienti ecc, se non accettiamo di sforare il debito e di poterlo fare in maniera sistematica. La tasse non sono da sole sufficienti a dare impulso ad un'economia, occorrono investimenti, e debito, debito di stato ovviamente, strutturale.
Ho purtroppo l'impressione che Barbara Spinelli e compagnia siano ostaggio dell'obbligo morale del debito, senza curarsi del fatto che il debito di cui parlano è un simulacro virtuale, un numero dettato da calcoli contabili e da interessi da strozzino e non il frutto di una transazione onesta.
Quello che occorre fare è trasformare il debito  nella “gallina dalle uova d'oro” per i cittadini.
Avanti con la lista Tsipras alle lezioni Europee, ma i dubbi rimangono.

sabato 8 febbraio 2014

Nuove lobbies

di Tonino D'Orazio

Nella deflagrazione sociale del nostro paese, ma sembra proprio in tutto l’occidente, si stanno formando nuove e potenti lobbies. Oltre a quelle finanziarie, farmaceutiche, industriali e partitiche esistenti. Ognuno aggiunga quelle che intravede irrorare o monopolizzare la nostra società.

Senza entrare nel merito del loro pensiero rivendicativo, ovviamente contro altri pensieri e culture delle stesse società, si intravvedono però nuove cordate formidabili, ideologiche e chiuse. E come ogni lobbies la loro esistenza contrasta le altre e sociologicamente tendono ad imporre il proprio pensiero.
 

Sulla questione degli omosessuali, termine maschile che intende tutta l’area cosiddetta Lgbtqi (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersexual), sapete quanto gli anglosassoni amano le sigle, la sinistra, scontrandosi con una feroce cultura cattolica, ha perso svariate elezioni.

Ogni volta che ha sostenuto la libertà delle persone, anche riferendosi alla Costituzione, e quindi inserito nel suo programma di governo queste questioni, è stato crocifisso su questo dibattito come se fosse l’argomento principale del proprio programma. Da Bertinotti in poi, chi ricorda. La tecnica è sempre la stessa, nei mesi preelettorali si parla di tutto, gli ultimi quindici giorni si “molla” la questione gay e lo show cattolico conservatore inizia. Dico cattolico perché non hanno mai amato il senso del diritto civile, laico e di cittadinanza inserito nella nostra Costituzione. Primeggiano in primo luogo i loro valori religiosi ai quali tutti dovrebbero attenersi per essere “normali”.

Altri, come gli americani del nord, dei Lgbtqi, ne fanno un cavallo di Troia per dimostrare quanto i loro “nemici”, soprattutto russi o musulmani cattivi, siano poco democratici. Ma questo sembra già un giudizio di merito nel quale non voglio entrare. La libertà delle persone deve sempre primeggiare. Se questa non c’è si formano cordate di autodifesa e dopo un po’, a secondo del numero, si formano lobbies chiuse e potenti. Fino ad essere molto interessanti per motivi elettorali.

Lo scontro italiano è in atto e vi si mischiano questioni di varia graduazione morale. La legge persegue chi è palesemente ostile o lede “l’incolumità, la dignità e il decoro delle persone che manifestino anche solo apparentemente orientamenti omosessuali, bisessuali, eterosessuali, pedofili”. Proprio così, pedofili. Lo si legge in uno degli emendamenti al disegno di legge sull’omofobia, non altro che un allargamento della legge Mancino, esaminata dalla Commissione Giustizia del Senato. Chi è gay viene equiparato a chi molesta minori. Tra i firmatari, nuovi e sempre ipocriti DC, uno di loro, Giovanardi, si scusa: “Si tratta di un refuso, la mia intenzione era di scrivere pedofobia, che è l’ostilità verso la pedofilia”. Ma le perplessità rimangono e c’è chi insorge: “Nelle massime istituzione c’è una lobby che cerca di normalizzare la pedofilia e renderla un semplice orientamento sessuale …”. E siccome è sempre semplicistico ritenerli sbadati, se non ignoranti, la perplessità rimane.
 

L’altra lobby, sempre più potente, è quella degli animalisti. Queste persone, dicono i sociologi e gli psicologi, in un momento di forte deflagrazione isolatrice della società si rifugiano nell’amore incondizionato dei propri animali domestici. Diciamo a chilometro zero. Nulla di più normale, anzi. Il problema è che tendono ad attribuire loro una connotazione non più zootecnica ma sempre più umanoide. Basta notare quanta pubblicità televisiva si riferisce al loro cibo e al loro “consigliarci” prodotti vari facendoli “parlare”. Ed allargano anche irrazionalmente questo “amore” a tutta l’area zoologica. Molti fino a diventare vegetariani rigorosi. Spero non vincano troppo.

Sta di fatto che una professione del futuro non sia più il medico, ce ne sono troppi, ma il veterinario, oltre gli infermieri.

L’Italia è nel mirino della Ue per i test sugli animali. Il nostro Paese non ha recepito la direttiva che regolamenta giustamente le sperimentazioni e i test sugli animali evitando il più possibile la sofferenza. E ora rischia 150 mila euro di multa al giorno. Sanno sempre monetizzarci bene.

Il testo del decreto legislativo destinato a recepire la direttiva europea, dopo essere passato dalla Camera, è ora fermo al Senato e tutto il suo iter è stato finora condizionato dallo scontro apertosi tra chi ritiene insufficienti le tutele previste per gli animali e chi sottolinea la necessità di poter utilizzare delle cavie per testare farmaci e altri prodotti potenzialmente pericolosi per la salute umana. O meglio, utili per la salute umana. Senza rischiare gli esperimenti direttamente sugli uomini. Di questi tempi, spesso le cavie sono giovani disperati e disoccupati. Ma sempre più spesso questi esperimenti ormai vengono condotti in paesi poverissimi fuori dall’occidente, dove le regole sono molto labili. E’ la mondializzazione del mercato.

Il dibattito è interessante forse solo per la cultura occidentale che tende in questo modo ad equiparare e porre sullo stesso piano animali e uomini (qualcuno anche i vegetali). Gli altri popoli di culture diverse tendono sempre a ritenere che l’uomo sia in cima alla piramide della vita sulla terra. (Un pacifista direbbe: insomma). Vengono salvati solo alcuni animali che potrebbero, sempre la religione, far parte di un sistema di reincarnazione e salvarsi anche dalla nostra onnivoracità.

lunedì 3 febbraio 2014

Grillo, fascista a sua insaputa

Dopo aver visto la trasmissione di Daria Bignardi "Le Invasioni Barbariche" e aver assistito alle varie comparsate della Presidente Boldrini in TV, Fazio compreso, posso dire molto serenamente che quello che ho sentito erano davvero gli squilli di tromba di un regime fetente in via di dissoluzione e quello che ho visto all'opera era un esercito di corifei, corazzieri, fanti, armigeri e guardie repubblicane che accorreva in suo soccorso. 

A questo punto Grillo prenderà il 51% o più dei voti e diventerà fascista suo malgrado, a causa della rabbia e della frustrazione che l'ipocrisia e la malafede di tanta bella gente è riuscita a infondere in lui e in milioni di italiani.

domenica 2 febbraio 2014

Marx aveva ragione. Cinque punti sorprendenti. Karl Marx aveva predetto il 2014

di Sean Mecelwee da Rolling Stones


Il nome Marx risuona nell'aria in più di un'occasione ultimamente, basta ascoltare le parole di Rush Limbaugh che accusa Papa Francesco di farsi promotore del “marxismo puro”, o leggere gli articoli di uno scrittore del Washington Times che afferma senza mezzi termini che il sindaco di New York Bill De Blasio sia “un marxista impenitente”. Ma poche persone oggi hanno davvero compreso la critica tranciante di Marx al capitalismo. La maggioranza delle persone è vagamente consapevole delle predizioni dell'economista radicale in merito al fatto che il comunismo avrebbe finito inevitabilmente per rimpiazzare il capitalismo, ma c'è un generale fraintendimento sul perché Marx credesse che ciò fosse possibile. Sebbene il filosofo avesse torto su diverse cose, nei suoi scritti (molti dei quali precedenti alla Guerra Civile Americana) aveva predetto con accuratezza molti aspetti del capitalismo contemporaneo, dalla Grande Recessione all'I-Phone nella vostra tasca.

Di seguito vengono elencati cinque aspetti della vita contemporanea, che l'analisi di Marx sul capitalismo aveva correttamente predetto cento anni fa.


1 La Grande Recessione (La natura caotica del capitalismo)


Il caos intrinseco al capitalismo e la sua naturale tendenza alla crisi, è stata una delle chiavi fondamentali degli scritti di Marx. Egli ha sostenuto che l'implacabile impulso al profitto avrebbe spinto le aziende ad automatizzare i loro processi produttivi per produrre sempre più merci, mentre nel contempo i salari sarebbero stati spremuti al punto che i lavoratori non avrebbero avuto abbastanza denaro per acquistare i beni da essi stessi prodotti. Di certo gli eventi della storia moderna dalla Grande Depressione alla scoppio delle bolla finanziaria possono essere ricostruiti alla luce di quello che Marx chiamò “capitale fittizio”, cioè strumenti finanziari come stocks e credit-default swaps. Noi produciamo e produciamo finché non c'è più nessuno a comprare le nostre merci, nessun nuovo mercato, nessun nuovo debito da contrarre. Il ciclo è sotto i nostri occhi: in un senso più generale è ciò che ha fatto crollare il mercato delle case nel 2008. Abbiamo assistito a decenni di profonde diseguaglianze che hanno prodotto una riduzione costante dei redditi e che hanno condotto sempre di più gli americani a indebitarsi. Quando non ci è rimasto più nemmeno un subprime da dare in pasto al mercato, l'intera facciata è crollata, proprio come Marx aveva predetto.


2. L' iPhone 5S (Appetiti Immaginari)

Marx aveva avvertito che la tendenza del capitalismo a conferire un valore elevato a prodotti arbitrari, avrebbe portato nel corso del tempo, a quella che ha chiamato: “una ben congegnata e calcolata sottomissione ad appetiti inumani, sofisticati, innaturali e immaginari”. È una maniera brutale ma accurata di descrivere l'America contemporanea, dove godiamo di un lusso incredibile, eppure siamo spinti da un bisogno incessante di avere sempre di più. Guardate l'iPhone 5S, è davvero tanto meglio dell' iPhone 5 che avevamo l'anno scorso, o dell'iPhone 4S di un anno prima? 
È un bisogno reale o inventato? Mentre le famiglie cinesi si ammalano di cancro, le multinazionali mettono in moto enormi campagne pubblicitarie nel tentativo di convincerci a disfarci di prodotti perfettamente funzionanti senza motivo. Se Marx avesse potuto vedere questo genere di cose, avrebbe avuto la piena conferma di quanto andava affermando.


3. L'IMF (La Globalizzazione del Capitalismo)

L'idea di Marx sulla sovrapproduzione delle merci lo ha portato ad anticipare il concetto di ciò che oggi chiamiamo globalizzazione, l' espansione del capitalismo su tutto il pianeta alla ricerca di nuovi mercati. “La necessità di una costante espansione del mercato per i suoi prodotti, perseguita la borghesia lungo tutta la superficie del globo”, egli scrisse. “"Deve annidarsi ovunque, insediarsi ovunque, stabilire connessioni in tutto il mondo."Anche se questo può sembrare un dato evidente ora, Marx scrisse queste parole nel 1848, quando la globalizzazione era lontana più di un secolo. Ed egli aveva ragione non tanto su quello che è accaduto nel ventesimo secolo, quanto sul perché è accaduto. La ricerca incessante di nuovi mercati e manodopera a basso costo, così come la richiesta incessante di maggiori risorse naturali, sono delle fiere fameliche che richiedono di essere alimentate costantemente.


4. Walmart (Monopoli)

La teoria economica classica sosteneva che la competizione fosse un fatto naturale e per tale motivo auto-sostenentesi. Marx d'altro canto, ha sostenuto invece che il potere del mercato avrebbe portato alla costituzione di grandi monopoli e che le aziende avrebbero cercato di divorarsi a vicenda. Tutto ciò può essere apparso strano ai suoi lettori del diciannovesimo. Come scrive Richard Hofstadter: "gli americani davano per scontato che la proprietà sarebbe divenuta largamente diffusa e che il potere economico e politico si sarebbe decentrato". Fu solo più tardi, nel ventesimo secolo, che la tendenza prevista da Marx apparve evidente. Oggi, i negozi mom-and-pop sono stati sostituiti da monolitici negozi big-box come Wal-Mart, piccole banche di comunità sono stati sostituite da banche globali come JP Morgan Chase e piccoli agricoltori sono stati sostituiti da colossi del calibro di Archer Daniels Midland. Anche il settore tech si sta centralizzando, con le grandi aziende che risucchiano le start-up a ritmi elevati. I politici a parole perorano quel minimo di tutela alle piccole imprese, perseguendo al contempo una violenta politica antitrust, ma al di là delle parole, abbiamo ormai capito che le grandi imprese sono qui per rimanere.


5. Bassi Salari, Elevati Profitti (L'Esercito Industriale di Riserva)


Marx riteneva che i salari sarebbero stati mantenuti bassi dalla presenza di un "esercito di lavoro di riserva ", e ha spiegato questo concetto facendo appello semplicemente alle teorie economiche classiche: i capitalisti vogliono mantenere il costo del lavoro il più basso possibile, e questo è tanto più facile quando c'è un'offerta di lavoro eccedente. Così, dopo una recessione, utilizzando un metro marxista, siamo in grado di prevedere che l'elevata disoccupazione mantiene i salari stagnanti in presenza di elevati profitti, poiché i lavoratori hanno così tanta paura della disoccupazione da tenersi stretti lavori orribili e malpagati. D'altronde persino un giornale autorevole come il Wall Street Journal sentenzia: "ultimamente, la ripresa degli Stati Uniti è stata la dimostrazione di alcuni assunti marxiani: i profitti aziendali crescono a ritmi elevati, e l'aumento della produttività ha permesso alle aziende di crescere senza preoccuparsi molto di ridurre la lunga fila di disoccupati". I lavoratori sono terrorizzati all'idea di perdere il loro lavoro e per tale motivo non hanno più potere contrattuale. Non è un mistero che il momento più favorevole per una crescita equa sia durante i periodi di "piena occupazione", quando la disoccupazione è bassa e lavoratori possono ricorrere alla minaccia di cercarsi un altro lavoro.

In Conclusione:

Marx ha sbagliato su molte cose. La maggior parte dei suoi scritti si concentra sulla critica al capitalismo, piuttosto che su cosa proporre al suo posto. Tutto ciò ha dato adito ad aberrazioni come quella staliniana del ventesimo secolo. Ma il suo pensiero tuttavia è ancora in grado di rappresentare un modello positivo per il nostro mondo. Quando egli ha sostenuto la necessità di una tassazione progressiva sul reddito nel Manifesto comunista, nessun paese ne aveva una. Oggi non c'è quasi più nessun paese senza una tassazione progressiva sul reddito, e questa è una leva che, seppure insufficiente, gli Stati Uniti stanno cercando di utilizzare per combattere la disuguaglianza di reddito. La critica morale del capitalismo di Marx del capitalismo e le sue sue acute intuizioni sul suo funzionamento interno e sul contesto storico sono ancora degne di attenzione. Come scrive Robert L. Heilbroner , "ci rivolgiamo a Marx dunque, non perché è infallibile, ma perché è inevitabile . "Oggi, in un mondo caratterizzato da estremi di ricchezza inaudita e di povertà abietta, dove 85 persone possiedono una ricchezza superiore a quella di 3 miliardi delle persone più povere, il famoso grido: "proletari di tutto il mondo unitevi, non avete da perdere che le vostre catene", non ha ancora perso la sua forza.
 
Traduzione per doppiocieco di Franco Cilli

lunedì 27 gennaio 2014

Organismo Internazionale del Lavoro 2013



Tonino D’Orazio.



Le richieste della Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc-Csi) agli oltre 2.500 partecipanti al World Economic Forum di Davos, in massima parte amministratori e manager di grandi imprese multinazionali, capi di stato e di governo, rappresentanti delle organizzazioni internazionali sono un elenco ingenuo dei mali, cioè dei danni irreversibili delle politiche neoliberiste e di “libero” mercato. Le vittorie vinte dai ricchi in questa guerra contro i poveri esposte ad una assemblea retriva e convinta di andare avanti sulla strada disastrosa intrapresa.

Bastano i titoli a dare una idea della relazione, drammatica sì, ma soffici, analitici, distaccati, senza responsabilità, un elenco:

Nella UE, mancano quasi 6 milioni di posti di lavoro per tornare alla situazione occupazionale pre-crisi… e nel 2013 la disoccupazione continua a peggiorare nella maggior parte dei paesi.. i lavoratori giovani o poco qualificati sono quelli maggiormente colpiti. L’aumento delle forme atipiche di occupazione riflette probabilmente (notate l’eufemismo) l’incertezza delle imprese rispetto alle prospettive della domanda... Il peggioramento della situazione dell’occupazione ha fatto crescere il rischio di disordini sociali. Secondo le ultime stime preparate per la Riunione Regionale Europea dell’ILO, il rischio di disordini sociali nella UE è aumentato di 12. C’è bisogno di strategie favorevoli all’occupazione.

C’è sempre una vera ambiguità nelle parole. Nel quadro giuridico attuale della perdita dei diritti del mondo del lavoro, nell’aumento dei ritmi e dell’orario, non si capisce se le strategie all’occupazioni continuino a contemplare maggior sfruttamento per la competitività oppure “buona” occupazione e dignità di vita dei lavoratori.

In quanto ai prossimi disordini sociali (già bollati in anticipo come sovvertimento, eversione, terrorismo, anarchia) mi sembra che la formula “per ragioni di sicurezza” sia già abbondantemente sfruttata oggi, sino a diventare quasi una tecnica governativa repressiva e permanente nel mondo intero, con formule diverse che rasentano sempre un vero attacco alla democrazia. Se uno vuole vedere.

A livello mondiale c’è stagnazione, anzi nessuna ripresa. Vi sono 200 milioni di disoccupati e probabilmente 250 milioni l’anno prossimo. Insomma alta disoccupazione, tagli ai salari, alti livelli di indebitamento delle famiglie, abbattimento delle tutele previdenziali, sociali e del lavoro. Crescono in modo esponenziale le disuguaglianze e le politiche di austerità stanno disarticolando gli Stati. Parola del FMI. Evviva l’analisi a danno fatto. Può pentirsi e ravvedersi il Word Economic Forum? Qualcuno cita la ridistribuzione delle ricchezze prodotte, visto che le patrimoniali fanno paura anche alla sinistra riformista?

Forse (non sono sicuri della crescita sempre preannunciata ma della disoccupazione sì) è in atto una “crescita senza occupazione”. Il piano per gli investimenti e l'occupazione, i salari e la protezione sociale, elaborato dall'Ituc per Davos 2014, include: investimenti infrastrutturali mirati per migliorare il potenziale produttivo nel lungo termine e andare verso un'economia a bassa emissione di carbonio; aumentare il potere d'acquisto delle famiglie a medio – basso reddito riducendo la disuguaglianza e rafforzando la contrattazione collettiva e il salario minimo; investire nelle politiche attive del mercato del lavoro per aumentare i livelli di competenze e ridurre la disoccupazione giovanile; ridurre l'informalità del lavoro e creare lavoro dignitoso nei Paesi emergenti e in via di sviluppo. Magari anche nel nostro.

Cioè il socialismo minimo di Turati del 1886! Quel socialismo cui sino al suo avvento è bene cooperare con il capitalismo. La linea di avanguardia del PSE.

Chi dovrebbe metterlo in opera questo piano e come? A chi lo sta chiedendo l’organizzazione sindacale mondiale? Al neoliberismo responsabile scientificamente e ideologicamente proprio della disastrata situazione attuale? All’assemblea del capitalismo becero e avanzato (Papa Francesco dixit) presente al WEC di Davos? A quei politici o amministratori presenti in assemblea che svendono i beni comuni o li distruggono per avere in cambio “meriti, plauso” e buone uscite milionarie?

In realtà si limita a chiedere al lupo presente e gongolante di non mangiare l’agnello dopo aver disposto a vista la carne viva nel suo elenco annuale. Elenco molto simile, e in niente risolutivo, di anno in anno dal 2008. Un po’ come dare i dettagli di una casa “sgarrupata” dalle ruspe voraci e lamentarsi dell’ineluttabilità.

domenica 26 gennaio 2014

Una lista per Tsipras alle prossime elezioni europee. Sempre che non sia troppo tardi

Franco Cilli da Italian Bloggers



Una lista per Tsipras sembra una buona idea, una sorta di medicina naturale capace di drenare la bile nera di un popolo deluso, sempre pronto a leccarsi le ferite, sempre in attesa di quell’avvento che realizzi almeno un po’ di giustizia in terra. Il fronte che aderisce alla lista è ampio e va da Flores D’Arcais, ai professori fino a Toni Negri. Da una parte una borghesia illuminata (negli Usa sarebbero iscritti di diritto al fronte liberal), quella dei Revelli, dei Ginsborg, dei Rodotà e compagnia, e dall’altra i reduci di un movimento che affonda le sue radici nel marxismo e nell’operaismo degli anni 60, per approdare a una visione spinoziana delle moltitudini e all’idea del comune come valore fondante di un nuovo soggetto politico, nipote di quel famoso General Intellect marxiano.
Negri parte dalla considerazione che l’Europa è un dato acquisito e che riproporre i nazionalismi, per lui che in fondo è ancora storicista senza volerlo, è un controsenso. Solo all’interno della dimensione Europa ha senso una lotta per i diritti universali. L’Europa è un terreno irrinunciabile ed un trampolino di lancio per nuove lotte all’insegna di un altro mondo possibile. Semmai occorre ripensare l’Europa e rompere quel dispositivo che la rende funzionale alle logiche del mercato, al liberismo.
Flores e compagni concordano con una visione europeista e con un’idea di economia che si smarchi da quell'ideologia liberista che infanga l’onore dei veri liberali come loro. Illuminati si, ma giammai delle bestie senza cuore che si affidano con levità e cinismo agli spiriti animali del mercato. Tsipras mette d’accordo tutti, lui incarna idee buone, ma anche fattibilità di un progetto, visto che è riuscito a conquistare la maggioranza del paese. Quale esempio migliore per sconfiggere il pessimismo, malattia degenerativa del comunismo?
Il problema è solo uno: il tempo. Far metabolizzare questa idea alla maggioranza di quelle persone, davvero un gran massa di gente, che rappresenta il popolo del Bene Comune, e convincerla che non è la solita operazione verticistica destinata all’insuccesso come la fu Sinistra Arcobaleno e la fu Rivoluzione Civile, richiede tempo, passione, sudore. Convincere un popolo paziente ma disilluso significa adottare buone pratiche e spendersi con una presenza costante sul territorio. Dall’altra parte c’è Grillo in agguato, che invece ha mostrato determinazione, volontà ed efficienza, e che offre soluzioni a tutti i mali. Un concorrente temibile, in gradio di polarizzare il consenso di ampia parte della sinistra
Qualcuno afferma che questa è l’ultima occasione per la sinistra.
Difficile dirlo, ma poco importa se consideriamo “sinistra” una categoria dello spirito che come tale potremmo tranquillamente relegare fra i vecchi arnesi del novecento. Di sicuro sappiamo che nessuna persona sensata vuole il futuro rappresentato da questa Europa: smantellamento del welfare, privatizzazione dei servizi pubblici, riduzione dei salari, abolizione delle garanzie del lavoro. Il tutto con l’alibi del pareggio di bilancio, come se la massa multiforme dei cittadini europei fosse un sol uomo, uno avventato che contrae un debito e che per questo è tenuto a pagarlo.
Tsipras è una speranza concreta di cambiamento di rotta. Sempre che non sia troppo tardi.

venerdì 20 dicembre 2013

Renzi Gianburrasca

Tonino D’Orazio

In materia di lavoro sicuramente. Precari, disoccupati e reddito. Il mercato del lavoro proposto da Renzi rischia di essere più disastroso di quello messo in atto da queslla falsa incompetente della Fornero, visto che si affida di nuovo a qualche testa d’uovo universitario. Non hanno fatto ancora abbastanza disastri nei loro freddi schemi a tavolino.

Il “suo” progetto di riforma inizia dal precariato. L'obiettivo, ambizioso, è quello di fare del contratto a tempo indeterminato, oggi ridotto al 10% del totale dei lavoratori, una regola. Con un nome preciso quanto indefinito: il contratto indeterminato di inserimento. Ma a un costo: rendere più facili i licenziamenti. Insomma il veleno sta sia nella coda che nell’affabulazione della parola indeterminato mitigato dalla parola inserimento, forse innesto con caratteristiche da apprendistato. Sapevamo che il tempo indeterminato utilizzato oggi in tutta Europa, come una volta in Italia, non ha bisogno di aggiunte. E’ o non è., e il dubbio si insinua.

Più preciso anche Cesare Damiani, ex ministro del lavoro, una precedente vita in Cgil, che si adegua subito alla critica del capo alle organizzazioni sindacali poiché non riescono a rappresentare i lavoratori precari. Sembra sceso dalla luna. La legge Biagi sulla flessibilità, (un supermercato da quaranta tipologie contrattuali) voluta e applicata anche dal suo partito al seguito del geniale Ichino, il Pds-Pd, impedisce di fatto l’iscrizione ai sindacati, pena il licenziamento o il non rinnovo del contratto precario. Nemmeno Mussolini ci aveva pensato, e si capisce, ma possibile che nessuno politico si senta responsabile del disastro attuale? Possibile che quelli oggi altrettanto preoccupati, dopo aver fatto il brutto e cattivo tempo in questi anni, siano quelli della Confindustria? Dopo aver spaccato e boicottato i sindacati si osa chiedere loro la “comprensione” e di smetterla di salire sulle barricate inutili. Un vecchio vizio sovietico quello di dire: ci siamo noi, il sindacato non serve. Il tentativo come d’abitudine è quello di rifare una ennesima riforma del lavoro senza di loro, e non a caso si ricomincia con il giocattolo art.18 che ha funzionato così bene.

La presunzione del ragazzino è quella di gettare la sua riforma, fra un mese, nell'arena del dibattito delle larghe intese per riscrivere le regole del mercato del lavoro e archiviare, o mettere le pezze alla tanto criticata riforma Fornero. Non ha presente che il mercato del lavoro, in assenza di un piano nazionale di reindustrializzazione almeno a medio termine, non può essere profondamente modificato ogni anno, come la riforma delle pensioni, salvo un ulteriore disfacimento come quello in atto. Non può ignorare, visto le sue visite ravvicinate in ambasciata, che gli elementi liberisti potentemente in atto sono quelli per cui “la politica del lavoro americanizzato debba diffondersi in Europa” (New York Times).

Renzi prevede di introdurre il cosiddetto contratto indeterminato d'inserimento, che abolirebbe i contratti a progetto (introdotti appunto dalla legge Biagi); varrebbe per chi è al di sotto di una determinata soglia di età e non prevedrebbe la tutela dell'articolo 18 sulla dignità del lavoratore. Un contratto flessibile che varrebbe solo per i futuri ingressi dei giovani nel mercato del lavoro e non per i vecchi contratti. L'articolo 18, già menomato, resterebbe dunque valido per tutti i contratti in essere e quelli futuri (?!) al di sopra di una certa soglia d'età, in alternativa a quelli flessibili. Con buona pace dell’approfondimento del divario generazionale. E’ comunque roba vecchia e riciclata da un idea di Ichino, giuslavorista che passa a destra e a sinistra pur di portare avanti le sue disastrose proposte. Abbiamo già visto i risultati dell’ambiguità fatta accettare ai sindacati sulla flessibilità come si sia tradotta in precarietà. Anzi il consiglio di Damiano al sindacato confederale è quello che non debba necessariamente rappresentare questo nuovo mondo del lavoro, ma possono farlo anche le associazioni autonome o a carattere professionale. Insomma lobbie, ordini e corporazioni.

Non basta, dice Renzi. Il lavoratore potrebbe accettare dal datore meno protezioni in cambio di una retribuzione più alta. Insomma “à la carte”, senza il Contratto Collettivo Nazionale (che felicità per i sindacati!), con uno scambio-vendita diritti/denaro, a tu per tu. Più facilità nei licenziamenti, “du déjà vu” rivoluzionario. Quando si dice la parità sociale tra debole e forte.

Siccome lo stato sociale avanza sempre più in positivo, visti gli immensi fondi disponibili, si va verso la flexsecurity modello danese, quello più costoso in Europa, dove la protezione sociale per i lavoratori disoccupati è particolarmente elevata. Instaurare quindi un reddito minimo che chiederebbe in cambio, ai beneficiari senza lavoro, di partecipare a corsi di riqualificazione, di formazione o altri programmi di incentivazione all'occupazione, magari in direzione del prossimo pieno impiego. Positivo se per tutti i disoccupati e i senza lavoro dai 18 anni a 68 circa. Diciamo alcuni milioni di cittadini. I soldi che già non bastano si prendono abolendo le varie casse integrazioni. Per il tentativo di elemosina si può anche provare. Anzi, questo reddito minimo non potrebbe rimpiazzare, in un prossimo futuro, anche le pensioni?

Non basta ancora, dice sempre Renzi. Siccome la giurisprudenza lavorativa ha costruito una storica rete giuridica di tutela (circa un migliaio di atti normativi) si tratta di eliminarla semplificando il codice del lavoro. Secondo Renzi l'obiettivo è quello di arrivare a "70 articoli leggibili anche da un quindicenne e facilmente traducibili in inglese". Immagino che i datoriali, tramite la contrattazione delle larghe intese, riusciranno a limare e assottigliare un po’ di più, in questo modo, l’art.3 della Costituzione.

Il neosegretario del Pd ha più volte ripetuto che i centri per l'impiego non funzionano. Sono pubblici. Quelli privati funzionano meglio perché tutti i datoriali, ideologicamente, vi attingo personale. I ”risultati positivi”, ovviamente, sono talmente evidenti che la stessa Commissione Europea ha appena aperto un bando milionario (Programma PROGRESS: PARES: analisi comparative tra i vari servizi all’impiego. VP/2013/013) affinché i centri pubblici collaborino sempre di più con quelli privati e del terzo settore, più efficaci nel cercare il lavoro, anche quello che non c’è, e soprattutto mal pagato.

Infine, dopo che il suo partito ha distrutto la scuola e l’università insieme alle destre, il segretario del Pd vuole intervenire sul sistema complessivo di formazione del lavoro e dar luogo ad investimenti mirati, ma non a pioggia, per far ripartire la crescita del Paese. Tre o quattro sperimentazioni, giusto per non essere tacciati di spergiuro, e tenuto conto della ricchezza disponibile, si può sempre iniziare, magari con i salesiani e gli oratori.

mercoledì 18 dicembre 2013

La Protesta rubata

Di Tonino D'Orazio

Che la “lotta” contro questa Europa e la trappola dell’Euro avrebbero scatenato una recriminazione popolare era evidente a tutti, anche ai più miopi. Ogni responsabile politico o di partito, da anni, ha necessità di nascondere l’appiattimento e la manipolazione operata contro i valori civici provenienti dalla nostra sana Costituzione repubblicana e antifascista.

Era più facile modificare la Costituzione che applicarla. Era più facile per i partiti occupare le Istituzioni repubblicane piuttosto che considerarle proprietà pubbliche, non privatamente disponibili. Le hanno ideologicamente mercificate, corrotte, e infine regalate ad organismi non elettivi (il minimo, anche in uno Stato borghese), a tecnocratici, che ne hanno sopraffatto la democrazia, che non potrà che appartenere sempre al popolo.

Questo popolo ha diritto di arrabbiarsi e magari di protestare? Cosa deve fare se viene intrappolato dai “poteri forti” sopraffattori, a ricordo di un altro ventennio? Quale nuova Resistenza, questa volta non armata, deve inventarsi per uscire dalla trappola dei nuovi “fascisti”?

Perché tali sono, a detta di Berlinguer, “quelli che opprimono, impoveriscono, sottomettono e sfruttano la classe operaia”, e sono sempre da considerarsi fascisti, neo o meno.

Posso citare Lucio Sergio Catilina (Roma, 108 a.C.–Pistoia, 62 a.C.)? "Ora che il governo della repubblica è caduto nel pieno arbitrio di pochi prepotenti … noi altri tutti, valorosi, valenti, nobili e plebei, non fummo che volgo, senza considerazione senza autorità, schiavi di coloro cui faremmo paura sol che la repubblica esistesse davvero".

Giustamente, già nell'800, si chiamava il popolo «le classi pericolose». Erano quelle classi, dai proletari in giù, che costituivano un pericolo per l'ordine borghese e la sua polizia. Oggi anche la piccola borghesia sembra proletarizzata nella macina dell’austerità, o meglio della guerra dei ricchi contro i poveri. Alla polizia la “legge di stabilità” ha aggiunto un po’ di soldini affinché non prendessero freddo cacciandosi i caschi.

Sicuramente si dovrà cominciare a progettare l'antagonismo al dominio criminale del neoliberismo in termini di internazionale. L’area internazionale più vicina sono le elezioni europee. Un sussulto democratico verso una istituzione di secondo o terzo livello, ma che sola può dare l’idea della volontà di una Europa diversa, cioè non questa sicuramente fallimentare, e che fa salire un livello intollerabile di razzismo tra i suoi popoli.

Allora tutti contro l’Europa. Si tratta di aggiungere polverone per poter parlare a tutti. Tutti hanno bisogno dei prossimi voti, di protesta o di assenso. Un polverone mai visto.

Una estrema destra italiana che si fa sorpassare dalla Lega Nord che cita pubblicamente come criminali i tecnocrati di Bruxelles. Chissà dov’erano in questi ultimi anni, diciamo da Lisbona in poi. La rinata camaleontica Forza Italia si schiera contro l’Europa e contro l’euro sperando di raccogliere i voti di protesta andati al Movimento 5 Stelle. Nessuno sembra porsi il problema di dove sono stati e cos’hanno fatto in questo ultimo ventennio. Se fossero all’origine della protesta dei “forconi”, partiti dalla Sicilia ma organizzati e forti in Lombardia (ma guarda!) non mi stupirebbe, visto che chiedono il voto anticipato e lo scioglimento di un parlamento oggi incostituzionale. Anzi il dubbio viene dalla ridondanza che i media stanno dando a gruppuscoli che fanno finta di bloccare il traffico sotto l’occhio paterno della polizia. Addirittura una diretta non stop di Rai Uno. Altra cosa il massacro degli studenti che guarda caso protestavano per le stesse cose. Ma c’è chi può e chi non può.

Poi ci sono un PD e un Renzi che minacciano Letta su varie cose e sfidano Grillo dall’alto del loro potere parlamentare con proposte inaccettabili. Per essere sicuri scippano la riforma elettorale al Senato per proporlo in Parlamento. Ma sicuramente, checché ne dica Sel di Vendola, con Napolitano in testa e Bildeberg dietro, è il partito che annuncia che vorrebbe una Europa diversa ma purtroppo questa è la realtà, così come ha annunciato per anni la riforma elettorale della quale ancora non si vede la luce. Ma per modificare la Costituzione a favore dei tecnocrati di Bruxelles hanno facilmente trovato i voti del centro e di tutte le destre parlamentari. Insomma si predica bene e si razzola male.

Nel momento in cui il capitalismo attraversa la più grave delle sue crisi, perché di questo si tratta, dopo quella degli anni '30, i principali partiti che si dichiarano di sinistra rimangono muti e imbarazzati. Nel migliore dei casi promettono di rabberciare il sistema, ma più spesso cercano di dar prova dì senso dì responsabilità raccomandando a loro volta purghe liberiste. Sono stati i governi a conduzione socialista a negoziare i piani di austerità dell’Unione Europea. E non temono le elezioni europee, tanto sono garantiti dal centrodestra, dimostrando, con la grande coalizione, che si può sempre fare due contro uno, rappresentando impropriamente questi ultimi gli “antieuropeisti” e i populisti. Il declino dell'Europa è anche il crepuscolo dell'influenza ideologica del continente che vide nascere il sindacalismo, il socialismo e il comunismo, e sembra oggi più disposto di altri a rassegnarsi alla loro scomparsa. Sembra che il socialismo abbia cambiato continente e si sia spostato in America Latina.

Ci sono i partiti della sinistra storica che però contano ormai così poco che nessuno li sta a sentire, eppure il loro gruppo, a livello europeo, ma anche italiano, ha sempre protestato contro le direttive che affossavano il nostro paese, il mondo del lavoro e del welfare.

Poi ci sono i giovani del M5S che da molto tempo sono i veri paladini di una riforma dei trattati europei in senso di partecipazione democratica e di consenso popolare, fino a chiedere con referendum se uscire o meno dall’euro. Forse hanno tutti contro e li si fa parlare poco, li si interpella con poca dignità giornalistica e li si intervista sempre possibilmente in negativo. Però hanno ottenuto il 30% dei voti, e non immischiandosi con i partiti del sistema mantengono intatta, se non la accrescono, la loro reputazione di vera e unica capacità di poter modificare il sistema strangolatore del popolo. Anche perché il sistema continua a girare a vuoto, cioè no, allo stesso modo di quando c’era Berlusconi e Monti, da una promessa all’altra, mentre si stanno svendendo e mangiando l’Italia e le sue possibilità di ripresa. L’ossimoro, e lo sfottò di Letta, del mangiare sta anche nel panettone che mangeremo l’anno prossimo, fatevi una ragione per quest’anno, come per tutte le balle della ripresa.

Allora tutti “rivoluzionari”, nessun “rivoluzionario”.

Infatti, il polverone si è alzato e ci accompagnerà fino a maggio 2014, poi si vedrà.

Quanto potrà durare in Europa questa blindatura del sistema politico, mentre la rabbia sociale continua a salire?

martedì 10 dicembre 2013

Ma quale scissione!

di Tonino D’Orazio




Le scene teatrali o i film sono il nerbo delle nostre società. Basta immedesimarsi per correre dietro una realtà vista da altri. Vi sono maestri e attori così bravi che per un momento, più o meno lungo, ci permettono di estraniarci dal “quotidiano”, come una valvola di sicurezza detta “sociale”. Una realtà virtuale costruita per modificare quella vera. Dov’è il limite invalicabile? Ognuno pensi a sé stesso.

Ma se i progetti politici di società sono gli stessi di quale scissione si parla. Come se tutto si trasforma ma la sostanza resta identica.

Chi scissa chi? Un Pdl diviso in NCD e Nuova-vecchia FI? Divisi dalle poltrone? Uno sostiene il governo per tenere sotto controllo un Letta accondiscendente e falso nel suo facile ottimismo? L’altro a sostegno di un condannato, scampato dai tribunali con stupenda furbizia da venti anni, che continua a fare il primo attore di uno spettacolo privato, indecente e ricattatorio? Divisi per stare insieme nello stesso progetto di società: arricchire i ricchi e impoverire i poveri. In questo non c’è scissione in tutto l’arco governativo. Nei risultati c’è identità di programma e di conduzione della società.

Scissione nel Pd? Per fare che? Strano che D’Alema possa sbagliare tanto solo adombrandola prima delle primarie del suo partito. Ci sarà, forse, solo una ridistribuzione di poltrone. Meno per i discendenti annacquati del PCI, un po’ di più per i discendenti scampati della DC. Assolutamente niente di sinistra in vista tenuto conto della percentuale bassa di Civati. Forse la messa a riposo di “vecchie glorie” che sono state utilissime alla transizione verso il centrismo. Ma sarà difficile anche questo perché alcune sono già sul nuovo carro. La parabola si è chiusa, gli eredi del PCI sono scomparsi o diventati completamente altro, ingoiati da una nuova democrazia cristiana lanciata liberamente e senza opposizione nella scia filoamericana. Renzi potrà anche essere eletto segretario e avere la maggioranza nel Direttivo, ma poi i conti dovranno tornare per un eventuale “nuovo governo”, dove si presume ci sarà qualche problema in più. Intanto gioca il suo teatrino di governo e opposizione, senza programma serio, slogan a parte, ma per questo sappiamo che non può che condividere il progetto di società attuale della “grossa coalizione” imposta dall’Europa e dai tedeschi, con attacchi alle persone del suo stesso partito e al suo stesso presidente del consiglio. Una prova è la proposta di aprire all’ingresso del suo PD, nel Partito Socialista Europeo, un vero allineamento. In pratica contro tutti e contro se stesso; una scissione intima, sicuramente senza vere conseguenze storiche, malgrado i propositi. In pratica, sottilmente, la sostanza della natura politica degli italiani, cioè contro tutti i politici, ma poi li si rivota. Qualcuno pensa che Renzi o il Pd possa tornare indietro sulla famigerata legge Fornero su pensioni e mercato del lavoro, sulle imposizioni europee? Oppure possa aumentare le tasse ai ricchi e diminuirle ai poveri? Alla Cgil che mantiene il punto sulla patrimoniale ha già chiesto di stare calmi e stare a posto loro. E poi Napolitano vigila e il capitalismo ha necessità del centrosinistra per imporre le peggiori porcherie, anche anti-costituzionali, senza doversi scontrare efficacemente con i sindacati.

Il fatto vero è che le “primarie” interne (non elettorali!) al PD, in televisione ha interessato pochissima gente. Abbiamo imparato che la televisione serve ad altro. Il confronto a tre dei candidati alla segreteria ha generato scarso interesse. Tra l’altro questo metodo porta ognuno a smarcarsi dall’altro dicendo qualcosa di diverso, e il risultato potrebbe far sembrare un PD veramente incasinato. Lo share è stato del 2,7%, di cui 1,7% su Cielo e 1% su Sky TG24 HD. Lo speciale Post Confronto in onda dalle 22.30 circa su Sky TG24 HD ha fatto registrare un ascolto medio di 130.000 spettatori. Malgrado il tam-tam mediatico favorevole a Renzi. E’ l’uomo utile e nuovo affinché fondamentalmente nulla cambi. Interesse televisivo veramente inferiore alle loro attese e contraddittoria se poi quasi 3 milioni di persone hanno partecipato alle loro primarie. La rivoluzione arancione-americana avanza, ma in mano alla Toika.(Bce,Fmi,UE).

Dal dopoguerra mai nessun governo è nato in Italia senza il consenso nord americano. Ricordiamo tutti la “visita” di D’Alema, ex comunista, a Washington prima di diventare Presidente del Consiglio. Vale per tutti, anche per Renzi, se ciò non è già avvenuto, e probabilmente lo sarà anche per il M5S. I rottamatori sono in genere sempre apprezzati da Washington quando i cambi generazionali non avvengono a loro gusto e si stancano di avere sempre i soliti interlocutori. Forse non ci sono riusciti con “mani pulite” nel ’92 (permettetemi questo dubbio che mi trascino da anni) perché parecchi “vecchi” si sono dimostrati più coriacei e camaleontici di quanto si aspettassero. Ma l’occasione nuova sembra ripresentarsi.

Diciamo anche che lo sciopero ad oltranza di alcune sigle di autotrasportatori, con richieste politiche piuttosto che di categoria, pur rilanciando tematiche considerate “populistiche”, non ha nulla a che vedere con il blocco che mise in ginocchio il governo cileno di Allende. Ma se anche i poliziotti si tolgono il casco durante le manifestazioni-scontro siamo ad un punto di non ritorno. Nelle rivolte i simboli acquisiscono sempre valori sconcertanti.

Pensate invece allo share del VD-3 a Genova di Beppe Grillo in diretta su La7! 200.000 in piazza, con il vento freddo tipico di Genova. E’ la prima volta che la questura non fornisce dati. Pudore o calcolo?

Cosa poteva guadagnare La7 ,per tutto il pomeriggio in diretta, oltre lo share? Valutare appunto con lo share l’interesse dei cittadini verso il movimento? Verificare i punti programmatici di forza del M5S e la loro popolarità o condivisione? Forse fare semplicemente informazione con un movimento che li disprezza? Concesso.
 

I Socialisti attuali sono scissi da tempo ma sono sempre al governo, da Craxi in poi, con ex democristiani ed ex fascisti, lasciando un drappello coraggioso di socialisti veri a futura memoria, come frangia di amici magari utili e ponte in governi differenti. Anche loro hanno partecipato e governato il nostro paese dai primi governi di centrosinistra degli anni sessanta. Intanto non si sono sciolti nel Pd, ovviamente perché non era più “socialista”, ma anche perché sono utili per formare una coalizione, visto il metodo della legge elettorale ormai anticostituzionale, a detta della Consulta.

Si rilancia quindi una riforma elettorale mai condivisa in questi anni ma ormai obbligatoria. L’accordo, Renzi, potrà farlo solo con il centrodestra. Insomma già una continuità.