venerdì 12 giugno 2015

Migranti, la grande mistificazione

di Ignazio Masulli dal Il Manifesto
 
Da set­ti­mane si agita lo spet­tro delle per­sone sbar­cate in Ita­lia per cer­care rifu­gio nel nostro o negli altri paesi euro­pei. In realtà, il loro numero dall’inizio dell’anno al 7 giu­gno è di 52.671. Quindi, poco più dei 47.708 regi­strati nello stesso periodo dell’anno scorso. Sulla base di que­sto trend è cal­co­la­bile un numero di 190.000 a fine anno (200.000 secondo altri). Come si giu­sti­fi­cano, allora, le posi­zioni estreme e i toni, talora quasi para­noici, rag­giunti nel dibat­tito su que­sto feno­meno in Ita­lia e in Europa? Dav­vero si vuol far cre­dere che l’arrivo di alcune cen­ti­naia di migliaia di per­sone costi­tui­sca una minac­cia per gli equi­li­bri eco­no­mici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ric­chi del mondo?
In realtà, stiamo assi­stendo a una gros­so­lana mistificazione.
Intanto, sem­bra smar­rito ogni senso delle pro­por­zioni e si parla come se s’ignorassero dati di fatto signi­fi­ca­tivi. I paesi mem­bri dell’Ue, alla fine del 2013, con­ta­vano un numero di immi­grati di prima gene­ra­zione (cioè nati all’estero), rego­lar­mente regi­strati ed attivi nelle rispet­tive eco­no­mie assom­manti a più di 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non euro­peo. Que­sti immi­grati, come gli altri che li hanno pre­ce­duti, con­cor­rono diret­ta­mente alla pro­du­zione e alla ric­chezza di quei paesi. E non si vede pro­prio come nuovi flussi che si aggiun­gono a quelli regi­stra­tisi negli anni pre­ce­denti non pos­sono essere assor­biti con van­taggi demo­gra­fici, eco­no­mici e socio-culturali, solo che si adot­tino poli­ti­che appro­priate e posi­tive d’inclusione sociale.
In secondo luogo, invece di con­tra­stare sen­ti­menti xeno­fobi, che pure alli­gnano in parti della popo­la­zione, li si stru­men­ta­lizza e inco­rag­gia pur di gua­da­gnare con­sensi elet­to­rali nel modo più spre­giu­di­cato. L’esempio più vicino di tale irre­spon­sa­bile com­por­ta­mento viene dalle dichia­ra­zioni dei gover­na­tori di alcune delle regioni più ric­che del paese. Il loro lepe­ni­smo sem­bra igno­rare che pro­prio la van­tata ric­chezza di quelle regioni è dovuta anche al mas­sic­cio sfrut­ta­mento del lavoro degli immi­grati. Sfrut­ta­mento tanto più facile e pesante con i clan­de­stini. E que­sto ci porta dritto alla seconda misti­fi­ca­zione cui stiamo assi­stendo in Ita­lia e in Europa.
Indi­care gli immi­grati come una minac­cia serve a moti­vare misure di con­tra­sto e leggi restrit­tive che in realtà ser­vono a sfrut­tare al mas­simo il loro lavoro, indu­cen­doli a lavo­rare in nero, in impie­ghi pesanti e mal pagati, in affitto, a chia­mata e simili. Infatti, sono pro­prio le soglie di sbar­ra­mento all’integrazione, poste sem­pre più in basso, e il man­cato o dif­fi­col­toso rico­no­sci­mento dei diritti ai lavo­ra­tori immi­grati che per­met­tono ai gruppi diri­genti eco­no­mici e ai loro alleati poli­tici di sfrut­tare anche l’immigrazione per spin­gere verso la con­cor­renza al ribasso delle con­di­zioni di lavoro. In tal modo, si ren­dono più age­voli le poli­ti­che di restri­zione dei diritti dei lavo­ra­tori e di sman­tel­la­mento dello Stato sociale.
In terzo luogo, agi­tare lo spet­tro del peri­colo immi­gra­zione occulta altre respon­sa­bi­lità. Il fatto, cioè, che i mag­giori paesi euro­pei, Gran Bre­ta­gna e Fran­cia in testa, ma seguiti anche da Ger­ma­nia e Ita­lia si sono fatti pro­mo­tori, accanto agli Stati Uniti e insieme ad altri, di pesanti inter­venti politico-militari in Africa e in Medio Oriente. L’elenco è lungo. Si può comin­ciare dall’interminabile guerra in Afgha­ni­stan. Si può pro­se­guire con il sup­porto dato alla ribel­lione con­tro il regime siriano, rin­fo­co­lando con­flitti civili e reli­giosi che ora sfug­gono ad ogni con­trollo. Ancor più diretto è stato l’intervento in Libia, col risul­tato di una situa­zione, se pos­si­bile, ancor più con­fusa e ingo­ver­na­bile. Si è sof­fiato sul fuoco di vec­chi con­flitti tra le popo­la­zioni in Africa Centro-orientale per­se­guendo obiet­tivi tutt’altro che chiari. E lo stesso può dirsi per gli inter­venti in Mali e altri paesi.
Nel 2013, il numero di pro­fu­ghi che hanno cer­cato di fug­gire da zone di guerra, con­flitti civili, per­se­cu­zioni e vio­la­zioni dei diritti umani è stato di 51,2 milioni. Anche a con­si­de­rare circa un quinto di essi, vale a dire gli 11,7 milioni di per­sone che, in quell’anno, si tro­va­vano sotto il diretto man­dato dell’Alto com­mis­sa­riato per i rifu­giati delle nazioni unite e per i quali dispo­niamo di dati certi, vediamo che più della metà era costi­tuito da per­sone che fug­gi­vano dalla guerra in Afgha­ni­stan (2,5 milioni), dall’improvvisa defla­gra­zione del con­flitto in Siria (2,4 milioni), dalla recru­de­scenza degli scon­tri da tempo in atto in Soma­lia (1,1 milione). Ad essi segui­vano i pro­fu­ghi pro­ve­nienti dal Sudan, dalla Repub­blica demo­cra­tica del Congo, dal Myan­mar, dall’Iraq, dalla Colom­bia, dal Viet­nam, dall’Eritrea. Per un totale di altri 3 milioni, sem­pre nel solo 2013. Altri richie­denti asilo cer­ca­vano di scam­pare dai «nuovi» con­flitti in Mali e nella Repub­blica Centrafricana.
La grande mag­gio­ranza di que­ste e altri milioni di per­sone fug­gite da situa­zioni di peri­colo e sof­fe­renza, sem­pre nel 2013, non hanno cer­cato e tro­vato acco­glienza nei paesi più ric­chi d’Europa o negli Usa, bensì nei paesi più vicini. Paesi con un Pil pro capite basso e variante tra i 300 e i 1.500 dol­lari l’anno. Infatti, fin dallo scop­pio della guerra del 2001, il 95% degli afgani ha tro­vato rifu­gio in Paki­stan. Il Kenya ha accolto la mag­gio­ranza dei somali. Il Ciad molti suda­nesi. Men­tre altri somali e suda­nesi hanno tro­vato rifu­gio in Etio­pia, insieme a pro­fu­ghi eri­trei. I siriani si sono river­sati in mas­sima parte in Libano, Gior­da­nia e Tur­chia. Di fronte all’entità di que­sti flussi, il numero delle per­sone che, sem­pre nel 2013, hanno cer­cato pro­te­zione inter­na­zio­nale in 8 dei paesi più ric­chi dell’Ue, con Pil pro capite dai 33.000 ai 55.000 dol­lari, assom­mava a 360mila (pari all’83% dei rifu­giati in tutta l’Ue).
Que­sti dati di fatto dimo­strano l’assoluta man­canza di fon­da­mento e la totale stru­men­ta­lità che carat­te­rizza la discus­sione in atto tra i paesi mem­bri e le stesse isti­tu­zioni dell’Ue. Si discute di pat­tu­glia­menti navali, bom­bar­da­menti di bar­coni, per con­clu­dere con quello che viene defi­nito un «salto di qua­lità» nel dibat­tito e che con­si­ste­rebbe nella pro­po­sta di acco­gliere nei 28 paesi mem­bri dell’Ue un totale di 40.000 rifu­giati in due anni. Men­tre, nel 2013, Paki­stan, Iran, Libano, Gior­da­nia, Tur­chia, Kenya, Ciad, Etio­pia, da soli, ne hanno accolti 5.439.700. Il che signi­fica che un gruppo di paesi, il cui Pil è 1/5 di quello dei paesi dell’Ue, ha accolto in un anno un numero di immi­grati e rifu­giati che è 136 volte più grande del numero di quelli che sono dispo­sti ad acco­gliere i paesi della grande Europa in due anni! Ma per­fino que­sta misera pro­po­sta viene ora messa in discus­sione, dato anche l’atteggiamento nega­tivo di paesi come la Gran Bre­ta­gna e la Fran­cia, che pure si auto­de­fi­ni­scono grandi e civili. Lo spet­ta­colo di tanta pochezza poli­tica e morale induce a chie­dersi se i nostri gover­nanti e i diri­genti di Bru­xel­les si ren­dono conto che stanno asse­stando un altro colpo alla cre­di­bi­lità dell’Unione europea.

giovedì 11 giugno 2015

Il migrante del Grillo

Grillo sta bruciando tutta la credibilità conquistata negli ultimi mesi con le sue battaglie trasparenti sulla legalità e sul reddito di cittadinanza. “Sospendiamo Schengen... i migranti sono troppi e non c'è più posto nel nostro paese... bisogna risolvere i problemi che causano questi flussi incontrollati”. 
Frasi scontate e senza alcuna proposizione reale, ma che soddisfano un'equazione elementare: troppi migranti=basta accoglienza. In primis bisognerebbe capire cosa significa troppi, troppi rispetto a chi e a che cosa? Secondo non si può considerare una sola equazione in un campo complesso, anche perché l'equazione migrante che affoga=salvataggio, come dovere ineludibile di ogni essere civile, contraddice e annulla la prima equazione. 
Ci sono aspetti della realtà a cui non si può sfuggire e i flussi migratori sono fra questi. Per ora in assenza di una governance forte europea e direi anche planetaria il problema si affronta con il più elementare degli istinti umani: la solidarietà. Far prevalere l'egoismo travestito da buon senso è un errore fatale, che esporrà chiunque a contraddizioni insanabili, che avranno come unico sbocco una violenza incontrollata degli stati in guerra contro l'invasore.
Se vogliamo essere egoisti consideriamo la questione dal punto di vista della convenienza: possiamo pensare di arrestare i flussi migratori? No, perché se anche fermiamo quei disgraziati sui barconi ne arriveranno molti altri nei modi più disparati (teniamo conto che quelli che arrivano via mare sono un'esigua minoranza rispetto a quelli che arrivano per vi aerea), inoltre a questo punto davvero il terrorismo avrà più carne da cannone da sparare contro i nostri paesi e alla fine saremo costretti ad entrare in una guerra infinita che distruggerà la nostra umanità prima ancora che il nostro standard di vita. Ci conviene?
Diamo più sicurezza ai cittadini, coinvolgiamoli direttamente nelle scelte e nelle operazioni di aiuto, magari anche stimolando una sana economia dell'aiuto, sottraendo la gestione dei migranti ai vari Buzzi e Carminati.
È l'unica cosa da fare e i sostenitori della “volontà popolare” e della democrazia diretta come i grillini dovrebbero capirlo invece di fare il verso alla Lega.

mercoledì 10 giugno 2015

L'immigrato è una persona, ma anche no

Mi sto convincendo di un fatto preoccupante: il fenomeno immigrazione in un contesto di disincanto generale e di assenza di sovrastrutture mentali generate da grandi narrazioni o da religioni, sta provocando una mutazione antropologica e anche cognitiva in noi occidentali. È vero che la religione cattolica ha ancora una notevole influenza, ma l'idea del prossimo e di amore incondizionato per questo crea oggigiorno un legame troppo lasso fra l'individuo e la sua identità religiosa. Vedi i leghisti ad esempio.
La fede e l'ideologia più della razionalità rappresentano un generatore di realtà che ti consente di riconoscere l'individuo della tua specie come simile, permettendoti di stabilire con questi una connessione emotiva e di seguire un dettato etico indipendente dalla esperienza soggettiva e dalla inclinazione personale. Se io mi prodigo per l'immigrato lo faccio perché l'altro uguale a me mi vincola come imperativo etico e in ragione di una consonanza emotiva. Ovviamente tutto ciò può essere sovrastato da altri fattori, quali le condizioni economiche e sociali e una biografia personale condizionata da esperienze negative, ma oggi la spersonalizzazione del migrante dovuta alla paura atavica dell'invasione si sta fondendo col cinismo di chi razionalizza le sue paure con equazioni elementari che vedono nella solidarietà una variabile non necessaria: della serie perché devo occuparmi dei migranti, cosa hanno mai fatto loro per me?
Vedo persone buone digrignare i denti contro gli immigrati e prendersela contro “il solito buonismo della sinitra”, incapaci di leggere nei propri comportamenti una crisi di valori e una panico da ignoto e vedo persone che considerano il sentimento una debolezza e la solidarietà un lusso che non possiamo permetterci, perchè siamo troppi e non c'è più posto.
Purtroppo, questa sorta di sociopatia collettiva è scarsamente controbilanciata da una considerazione puramente razionale che vede nella solidarietà e nell'altruismo una scelta conveniente per la comunità tutta, che travalica il senso etico e la compassione.
Non vedo soluzioni nell'immediato se non sforzarsi di far riemergere nelle persone un senso di partecipazione alla vita collettiva con conseguente assunzione di responsabilità.
Certo è che con l'immigrazione rischiamo grosso, poiché i vari Salvini e compagnia sono solo un alibi per la paura e l'odio verso l'invasore e non prospettano alcuna soluzione realistica. Ed è altrettanto certo che con l'austerità che abbrutisce le persone sarà sempre più difficile che queste si protendano verso l'altro.
Per una volta sono pessimista sul serio.


martedì 9 giugno 2015

Grillo e sinistra: la somma fa il totale?

Chi mi conosce, conosce i miei dubbi su Grillo, che ho descritto in vari modi come eretico un po' razzista e fanatico di certe mode irrazionali, eppure adesso che anche Imposimato dice le stesse cose che ho sempre detto e cioè che le persone per bene devono stringere un'alleanza che scavalchi l'ideologia e l'ossessione per le discriminanti, mi sento un po' meno solo.
Adesso non ho dubbi sull'opportunità logica di un'alleanza fra grillini e sinistra, il solo dubbio è che la somma, come direbbe Totò, faccia davvero il totale. 
Me lo immagino: sinistri sdegnati e puro-duristi grillini urlare la tradimento  minacciando esodi per non si sa dove, magari verso Giulietto Chiesa o peggio Salvini. 
Fate come vi pare, ma se ancora ci dobbiamo sorbire il ghigno soddisfatto di certi ceffi e lo sguardo sornione di personaggi che si ergono a statisti per un 3% di voti presi per fame, in zone disastrate del sud, lo dobbiamo alle nostre patologie mentali, e a una visione fideistica della realtà.
Siamo la maggioranza, ma una presunta onestà di intenti e il cipiglio di chi vuole avere ragione a tutti i costi e crede di avere fiuto per il marcio e per i complotti, ci riducono a comparse di una telenovela di cattivo gusto, con protagonisti la parte peggiore del popolo e dei suoi politicanti.
Un po' di orgoglio, siamo gente saggia e di cultura, ma siamo costretti a stare agli ordini di analfabeti che mettono insieme il finto Benigni e Maria De Filippi e parlano come cabarettisti di provincia.
 

lunedì 8 giugno 2015

La Germania sta perdendo la terza guerra mondiale

di Tonino D'Orazio
Quella economica, che sembra aver offerto alla secolare ideologia imperiale teutonica, finalmente, uno sbocco di forza e di sopraffazione sui paesi confinanti. Di nuovo, in Europa, nasce una Nuova Resistenza, non armata, ma altrettanto politicamente forte. Di nuovo diventa di elite ma sembra già trascinare in “rivolta” i popoli sottomessi e portati alla miseria.
Per questo, i bagliori di gruppi politici “contro” si accentuano e piano piano travolgono i “collaborazionisti”. Prima in Italia il M5Stelle (2013), poi Syriza (2014), adesso e a novembre Podemos in forte ascesa, la nuova e refrattaria presidenza della Polonia che rifiuta la trappola tedesca dell’euro, l’Irlanda già più volte massacrata (si vota nel 2016) e ricondotta all’ovile ricacciandogli in gola due referendum popolari, presto (2017) la perfida Albione per i tedeschi cioè la Gran Bretagna con l’incognita Scozia, se non il Front National francese a breve (fascista o meno, ma intanto sul filo conduttore anti Germania e anti questa Europa). Ricordo che bisogna considerare fascismo tutte le formazioni politiche e i governi, indipendentemente dalle loro sigle e dalle chiacchiere, che affamano il popolo, sull’ideologia dell’austerity, e tolgono ai cittadini tutti i diritti democratici possibili e la dignità del proprio lavoro, massacrano le etnie più deboli, anche psicologicamente (vedi Rom, Immigrati e votanti illuminati di Salvini).
Dobbiamo comunque sempre parlare di una Europa tradita nei suoi valori comunitari, nella sua particolare storia di costruzione sociale tesa a diminuire le disuguaglianze, quindi diversa da questa Unione bancaria ai fini strumentali di sfruttamento delle popolazioni che ha abbracciato il deleterio modello nord americano, e che si sta prostituendo ai loro principi imperiali con il TTPI.
Di un nuovo bagliore europeo che cerca di rianimare l’aspetto umano degli individui nella società  che, scontrandosi appunto, diminuisce lo strapotere dei numeri e degli egoismi che stanno divorando l’esistente. A riattivare la sensibilità delle persone e la solidarietà in un tessuto sociale addormentato e addomesticato. Tutto è diventato “immagini, algoritmi, ferocia matematica e accumulazione del nulla nella forma del denaro”, ci dice sinteticamente lo scrittore Franco Berardi.
Se una analogia possa essere fatta avremo di nuovo tutto da ricostruire, come nel 1945, sulle macerie di questa guerra sociale ai popoli, in termini economici, sociali e psicologici. Vi potrebbero di nuovo essere dei tribunali di popolo a condannare i “collaborazionisti” della strana guerra al proprio popolo, e della svendita dei propri tesori, dei beni comuni, anche se in Italia non c’è pericolo, tra condoni e epurazioni mancate, molti se la caverebbero per poter ricominciare.
Se un’altra analogia della storia possa essere proposta è quella della guerra ancestrale della Germania alla Russia. Ne è sempre uscita con le ossa rotte, eppure, testardamente ci riprova ogni volta, trascinando, questa volta in chiave economica, tutta la sua corte europea, al servizio servile del suo amico americano. Le sanzioni alla Russia si stanno rivelando un boomerang per tutti, sia economico che geopolitico spingendo inoltre questo paese europeo verso l’est, e rinfocolando un normale nuovo rancore verso di noi tutti. Tanto da far formulare una lista di “terroristi” europei russofobi ad alto livello. Certo che la potente Russia darebbe fastidio alla prepotenza, parimenti nazionalistica, germanica, quindi abbiamo una Europa inclusiva per i paesi poveri facili da addomesticare al neoliberismo e esclusiva per un altro grande popolo europeo, che tra l’altro non può sicuramente più essere tacciato oggi di comunista, come se fosse identico al fascismo. Stiamo aspettando che le rivoluzioni fasciste chiamate “arancioni” scombussolino qualche altro paese ex est, magari come la Macedonia, tagliando dal mare Mediterraneo i serbi, ancora un po’ troppo cocciuti.
Però il riavvicinamento della Russia non piace al nostro padrone nord americano. Eppure manca ancora alla Germania il riarmo militare. Ma presto, se deve fare il gendarme in Europa al posto degli americani (e degli inglesi) occupati in tutto il mondo, e soprattutto a tamponare la Cina e l’India nell’est del globo, ne avremo presto notizie per il tramite della Nato, strumento militare sostituitosi alla politica, e a guardar bene non più viceversa.
Se questa è la linea possibile si capisce che la Gran Bretagna voglia in parte sganciarsi, come ha fatto con l’euro premonitore. Non si sono mai fidati dei tedeschi e si capisce, perché dopo le ultime due guerre mondiali hanno ancora qualche ricordo. Sanno che dopo tocca alla loro economia, anche se hanno ancora spazi enormi di accumulazione con la propria egemonia politico-imperiale nel Commonwealth. Ma la Germania ha già il suo impero economico, anche con l’euro, che sono i paesi del centro Europa ex est, sempre più legati e dipendenti. I britannici non vedono di buon occhio questo stretto e servile legame della Francia con la Germania. Tra l’altro si sono proposti, per i soldi non perdono mai il nord, di entrare anche loro nella Nuova Banca di Sviluppo mondiale dei Brics. New Development Bank BRICS (NDB BRICS). Insieme alla Grecia.
Nel frattempo sono entrati nella AIIB, insieme a Francia, Italia e Germania, l’istituto finanziario promosso dalla Cina per costituire – secondo gli Usa – un’alternativa alla Banca Mondiale di Washington e all’Asian Development Bank, sponsorizzata dall’America. Fuori sono rimasti, ma non per molto, la Corea del Sud, il Giappone e l’Australia. Molti danno la colpa a Obama, al crepuscolo, che sta facendo perdere agli Stati Uniti occasioni formidabili nel mondo, ma soprattutto il ruolo di nazione-guida, malgrado tutte le guerre innescate. Come se non si fossero resi conto di un mondo diventato politicamente ed economicamente multipolare, soprattutto perché uno solo al comando del mondo sta solo nella fantasia sfrenata di dittatori vari della storia. Germania e Merkel comprese. Tra l’altro, i tentativi non hanno mai funzionato per molto tempo.
Non serve ammirare la Germania perché, forse, il suo Pil, per il 2016 (sempre al di là da venire), sarà dell’1,7%. Avrà semplicemente cannibalizzato i paesi intorno, (i cui Pil non si scostano dallo zero virgola), quelli a cui vende più del 70% dei suoi prodotti e che presto non ce la faranno più a comperarli. E’ questa la guerra che sta perdendo e che ci trascinerà tutti al disastro, come l’altra volta.

mercoledì 3 giugno 2015

La calda notte degli impresentabili

Gli impresentabili vincono, anche ieri notte hanno festeggiato.
A Sud spesso e volentieri c'è un rapporto diretto con l'impresentabile, altre volte invece è mediato da reticoli familiari e sociali. 
Nei piccoli centri con l'impresentabile ci parli, lo vedi quotidianamente, non di rado ruffianamente ti saluta per primo. 
L'impresentabile promette, elargisce, ti rende parte di un gruppo, ti da persino un'identità, un orgoglio impresentabile che ti fa inalberare se il tizio diventa bersaglio di oppositori politici o giornalisti. 
Quando non vuole indossare i panni del pacione il padrino annacquato ti minaccia, esercita un controllo capillare del territorio, ti fa tremare se non fai il tuo dovere. In casi estremi ti punisce duramente. 
Molti ci hanno campato con gli impresentabili, riuscendo a sistemare figli e congiunti, e non si può nemmeno dar loto tutti i torti se hanno scelto il lavoro a due passi da casa piuttosto che l'esilio. In definitivaa i signori delle tessere ti danno un buon motivo per votarli, fosse anche per non essere la mosca bianca al bar.
Inutile dire cose scontate come: “ci vuole un profondo cambiamento culturale”, lo sappiamo tutti. Ma qualcosa si può fare, si può dare voci a quei ragazzi e a quelle giovani generazioni che possono rimpiazzare la vecchia classe dirigente. Un partito o movimento che sia dovrebbe aprire circoli, colonizzare i territori, diffondere il virus della cultura e dell'impegno in prima persona. Non basta. Per sfuggire al ricatto occorre un reddito. L'operazione reddito di cittadinanza è un'operazione di bonifica e di libertà delle coscienze. Ma in quei territori i Landini e i Civati ci debbono andare, intessere relazioni, costruire embrioni di democrazia, togliere il sorriso di bocca agli impresentabili e renderli impresentabili sul serio.

martedì 2 giugno 2015

Festeggiare il 2 Giugno con un’Alleanza anti-Renzi


di Angelo d’Orsi da Micromega


I risultati delle Regionali, in attesa dei dati completi, implementati da quelli delle Comunali, là dove si vota, sono particolarmente interessanti e tutto sommato incoraggianti.

Se l’obiettivo primo di chiunque abbia a cuore la democrazia in Italia era e non poteva che essere fermare il nuovo piccolo duce che regna a Palazzo Chigi, l’obiettivo è stato sostanzialmente raggiunto, anche se, lo dico subito, la situazione resta pessima. Del resto, le forzature che Renzi sta compiendo su ogni fronte lo hanno messo in oggettiva difficoltà. Il sindacato, gli insegnanti, gli studenti, una fetta non irrilevante del suo partito…, tutto insieme, è “troppa roba”, come potrebbe dire egli stesso nel suo insopportabile lessico giovanilistico. E credo che in realtà proprio la lotta sul fronte della scuola sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Una parte del suo elettorato (gli insegnanti e spesso i genitori degli alunni, il “ceto medio riflessivo”, insomma) gli ha voltato le spalle, rafforzato in tale orientamento dalle evidenti prese di distanza da Renzi di una cospicua parte della leadership storica del PD, oltre che praticamente da tutto il mondo sindacale.

L’imposizione di candidate tirate fuori dal cilindro, come le modestissime e discusse Moretti e Paita, al limite della impresentabilità, convinto che il proprio carisma di capo le avrebbe sostenute, si è rivelato un errore fatale. Ed è fin troppo facile osservare che là dove il PD ha vinto lo ha fatto con candidati non renziani, anzi perlopiù appartenenti alla vecchia classe dirigente che il fiorentino avrebbe voluto rottamare, e alla quale ora è costretto ad aggrapparsi. E uno di tali candidati, l’ormai mitico De Luca, rischia di saltare prima di mettersi in sella; e, aggiungasi, in Piemonte è assai probabile si torni alle urne per irregolarità nella raccolta delle firme, per cui lo stesso Chiamparino, attuale presidente plebiscitario, venga rimesso in discussione.

La reazione del leader davanti ai risultati, e la sua provvidenziale uscita di scena, ne evidenziano la situazione di debolezza. Situazione da cui certamente può uscire, ma pagando dei prezzi che probabilmente per stoltezza non vorrà sottomettersi a pagare: la rinegoziazione col sindacato, innanzi tutto, sulla scuola, la ricerca di una intesa con la minoranza interna, e la messa da parte della sicurezza ostentata in modo pervicace, e crescente, negli ultimi mesi, passando da battute sprezzanti a vere e proprie ingiurie dirette a chi lo contestava, in un repertorio di notevole bassezza culturale e miseria morale. La sua forza insomma si era trasformata in arroganza, e questa lo ha oggi condotto alla prima vera battuta d’arresto nel suo percorso.

Se fosse davvero un politico, Matteo Renzi potrebbe trarne le conseguenze e quanto meno aggiustare il tiro, ma come psittacisticamente hanno cantato in coro i suoi gregari, non intende deflettere: “si va avanti”. Che non può non evocare, agli italiani, il “Noi tireremo diritto” di mussoliniana memoria. Andando avanti, tirando diritto, si rischia di sbattere il muso. Ed è finalmente accaduto. E le spiegazioni risibili, relativamente al voto ligure, di Orfini, Serracchiani e gli altri e le altre del cerchio magico intorno al leader, suonano ricattatorie come prima lo erano stati i minacciosi inviti a votare per la candidata renziana. La colpa è di chi non l’ha votata, insomma, e non di chi ha voluta imporla, truccando le carte.

Ma dalla Liguria l’eccellente risultato della meritevolissima candidata M5S è un ottimo segnale; al di là del giudizio complessivo che si voglia dare del movimento di Grillo e Casaleggio, non v’è dubbio che sia M5S la forza uscita (relativamente) vincitrice dalla competizione. Esito sia della pochezza e della implosione strisciante dentro il PD, e della polarizzazione a destra dell’elettorato moderato, verso la Lega dell’iperattivo (e sempre più agghiacciante) Salvini, sia però anche dalla svolta più “politica” del movimento, che ha cominciato non da oggi, al di là di sbandamenti e oscillazioni, a capire come funziona l’azione politica in seno alle istituzioni, e come muoversi al loro interno. E ne coglie i frutti.
Tutto ciò in assenza di una forza autenticamente di sinistra, capace di unire, nella lotta al neoliberismo e alla corsa verso il “superamento” della democrazia e la cancellazione dello Stato sociale, le sparse membra di un elettorato orfano, sottorappresentato.

Del resto, al di là della sconfitta di Renzi e della catastrofe di Forza Italia (la vittoria di Toti è una classica vittoria di Pirro, e del resto peggio del PD nella gestione della Regione mi pare difficile fare), e dell’ottimo esito M5S, il dato più rilevante, che conferma, mi pare, quanto detto sin qui, è l’aumento enorme del rifiuto del voto. Ormai una metà dell’elettorato non va alle urne. Un partito di senza partito in grado di cambiare gli assetti politici del Paese. Una massa di milioni di cittadini e cittadine sconcertati dai fenomeni ormai endemici e generali di corruzione, disgustati dalla deriva del fu partito della classe operaia, depressi per le troppe delusioni dei tanti abborracciati tentativi di dar vita ad “alternative”.

Syriza e Podemos sono lontani, ma non possiamo rimanere sordi davanti ai loro messaggi. E “l’Altra Europa” sta dando la pessima prova di sé che molti temevano. Una centurie di micropartiti che si collocano alla sinistra estrema, non sembra avere reali chances di rilanciare le sorti di una opposizione forte e coesa. E allora non rimane, nell’attesa di tempi migliori, lavorare per costruire una vera alternativa sistemica, lavorare guardando a quella metà di connazionali che non hanno votato, ma anche all’elettorato M5S con cui si può tentare di aprire un vero dialogo, a mio avviso più produttivo di un rapporto con qualche transfuga dal PD.

Peraltro, tutti coloro che contestino Renzi, e non si collochino sulle sponde leghiste, sono i benvenuti nella nuova necessaria Alleanza per la salvezza della democrazia (che significa anche e oserei dire innanzi tutto del welfare state). Cominciare subito, cogliendo la ricorrenza del 2 giugno. La festa della Repubblica diventi l’occasione per far ripartire uno sforzo comune in tale direzione. E il risultato elettorale può rappresentare un buon punto di partenza. 

Una modesta proposta ecologico-politica

Siamo quelli con po' di storia alle spalle, se non come protagonisti, almeno come spettatori attenti e curiosi. 
Siamo riusciti a passare indenni la stagione del terrorismo e a resistere alle sirene del disincanto, le stesse che ci sussurravano in tono mellifluo di abbandonarci al puro interesse personale, tanto la storia va avanti da sola e riproduce sempre le stesse condizioni in un loop noioso. 
Abbiamo superato la crisi delle ideologie senza abbandonare “l'idea”. Abbiamo superato anche la dicotomia destra sinistra senza rinunciare alla storia e a qualche discriminante fondamentale, come quella che i beni devono essere comuni e che lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è cosa sbagliata. 
Abbiamo preso quanto di buono c'è nel pragmatismo, comprendendone i rischi di semplificazione di pretesa neutralità. 
Per ultimo abbiamo fatto un lavoro su di noi stessi, cercando di separare i contenuti personali profondi e spesso inenarrabili dall'agire politico, forti del fatto che un'ecologia della mente ci avrebbe messo al riparo da errori e da scelte condizionate dall'ego. 
Dopo aver operato un epochè delle miserie umane e depurato la realtà da ogni “ismo” dannoso e irrilevante, siamo pronti a vedere la semplicità dove è sempre stata e a proporre finalmente una ricomposizione della realtà in base alla necessità e al buon senso.

Proponiamo che il M5S e la sinistra facciano un accordo alla luce del sole per governare questo paese. Grillo rinunci ad assurde idee palingenetiche e all'autosufficienza e la sinistra la smetta di vedere la devianza come criterio di esclusione. 
Diversamente il paese resterà in balia di un potere incancrenito e arroccato su se stesso, portatore di istanze personali e di un liberismo vorace e moltiplicatore di iniquità. 
I numeri parlano chiaro: in Liguria un fronte “rirormista”, avrebbe stravinto e avrebbe stravinto persino in Campania, usufruendo di una capacità attrattiva senza pari di un progetto comune. Non c'è scampo, diversamente non si vince, diversamente non vince il bene comune.

Ovviamente la proposta deve colpire non solo i politici, ma l'intimità di ciascuno, costringendolo a superare resistenze, arroccamenti e passività.

Ce la possiamo fare. L'importante è cominciare, poi capiremo come fare patti con noi stessi e fra noi stessi.  
È un bel lavoro, soprattutto fare i conti con la rabbia che si tramuta in razzismo, evitando che gli istinti guidino il “popolo” verso il Salvini di turno. 
C'è molto in comune fra grillini e sinistra. 
Occorre solo avere il coraggio di prenderci il potere.

lunedì 1 giugno 2015

Il Califfato voluto dagli Usa

di Manlio Dinucci da voltairenet.org 


Mentre l’Isis occupa Ramadi, la seconda città dell’Iraq, e il giorno dopo Palmira nella Siria centrale, uccidendo migliaia di civili e costringendone alla fuga decine di migliaia, la Casa Bianca dichiara «Non ci possiamo strappare i capelli ogni volta che c’è un intoppo nella campagna contro l’Isis» (The New York Times, 20 maggio).
La campagna militare, «Inherent Resolve», è stata lanciata in Iraq e Siria oltre nove mesi fa, l’8 agosto 2014, dagli Usa e loro alleati: Francia, Gran Bretagna, Canada, Australia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e altri. Se avessero usato i loro cacciabombardieri come avevano fatto contro la Libia nel 2011, le forze dell’Isis, muovendosi in spazi aperti, sarebbero state facile bersaglio. Esse hanno invece potuto attaccare Ramadi con colonne di autoblindo cariche di uomini ed esplosivi. Gli Usa sono divenuti militarmente impotenti? No: se l’Isis sta avanzando in Iraq e Siria, è perché a Washington vogliono proprio questo.
Lo conferma un documento ufficiale dell’Agenzia di intelligence del Pentagono, datato 12 agosto 2012, desecretato il 18 maggio 2015 per iniziativa del gruppo conservatore «Judicial Watch» nella competizione per le presidenziali [1]. Esso riporta che «i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono in Siria le forze di opposizione che tentano di controllare le aree orientali, adiacenti alle province irachene occidentali», aiutandole a «creare rifugi sicuri sotto protezione internazionale». C’è «la possibilità di stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e ciò è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, per isolare il regime siriano, retrovia strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)». Il documento del 2012 conferma che l’Isis, i cui primi nuclei vengono dalla guerra di Libia, si è formato in Siria, reclutando soprattutto militanti salafiti sunniti che, finanziati da Arabia Saudita e altre monarchie, sono stati riforniti di armi attraverso una rete della Cia (documentata, oltre che dal New York Times [2], da un rapporto di «Conflict Armament Research»).
Ciò spiega l’incontro nel maggio 2013 (documentato fotograficamente) tra il senatore Usa John McCain, in missione in Siria per conto della Casa Bianca, e Ibrahim al-Badri, il «califfo» a capo dell’Isis [3]. Spiega anche perché l’Isis ha scatenato l’offensiva in Iraq nel momento in cui il governo dello sciita al-Maliki prendeva le distanze da Washington, avvicinandosi a Pechino e Mosca.
Washington, scaricando la responsabilità della caduta di Ramadi sull’esercito iracheno, annuncia ora di voler accelerare in Iraq l’addestramento e armamento delle «tribù sunnite». L’Iraq sta andando nella direzione della Jugoslavia, verso la disgregazione, commenta l’ex segretario alla difesa Robert Gates. Lo stesso in Siria, dove Usa e alleati continuano ad addestrare e armare miliziani per rovesciare il governo di Damasco. Con la politica del «divide et impera», Washington continua così ad alimentare la guerra che, in 25 anni, ha provocato stragi, esodi, povertà, tanto che molti giovani hanno fatto delle armi il loro mestiere. Un terreno sociale su cui fanno presa le potenze occidentali, le monarchie loro alleate, i «califfi» che strumentalizzano l’Islam e la divisione tra sunniti e sciiti. Un fronte della guerra, al cui interno vi sono divergenze sulla tattica (ad esempio, su quando e come attaccare l’Iran), non sulla strategia.
Armato dagli Usa, che annunciano la vendita (per 4 miliardi di dollari) all’Arabia Saudita di altri 19 elicotteri, per la guerra nello Yemen, e a Israele di altri 7400 missili e bombe, tra cui quelle anti-bunker per l’attacco all’Iran.

 Fonte Il Manifesto (Italia)

L'azzardo del Grillo

La storia è maestra, populismo e pragmatismo, sebbene talora siano auspicabili (soprattutto il secondo), possono essere pericolosi, perché se il populismo è privo di radici e di quegli automatismi che la conoscenza della storia e la coerenza al principio fornisce a chi fa politica, il pragmatismo è soggetto a spericolati capovolgimenti logici che, per malinteso senso pratico o per convinzoni paralogiche e malsane, ti inducono d'un tratto a invadere la Polonia.
È per questo che né di destra né di sinistra non mi rassicura, sebbene possa essere una chiave vincente. È per questo e solo per questo che ancora sono titubante nei confronti del M5S.
Sono stretto fra la frustrazione e l'azzardo. 
Colpa anche questa della sinistra?

La Coalizione Sociale di Landini non funzionerà.

di Tonino D'Orazio

Uno, perché è di sinistra.
Due, perché la sinistra è in guerra con se stessa da anni, sempre pronta a dividersi, iper-intransigente spesso su quisquiglie per cui senza strategia efficace e credibile per governare.
Tre, perché se qualcuno a sinistra, anche solo per protesta aveva votato M5Stelle rafforzandolo, ora potrebbe indebolirlo tornando su Landini, recintarsi di nuovo al massimo al 5% e dare vantaggio ulteriore al PD di Renzi, che sta già racimolando a destra sul tracollo di FI.
Quarto perché la nuova legge elettorale anticostituzionale di Renzi permette di esistere solo oltre il 30%. Il resto viene spazzato via. Ha una possibilità solo se si allea con il M5Stelle su punti qualificanti.
Quinto, perché sul carro Landini sono pronti a salire, con i loro soliti pacchetti di voti, personaggi impresentabili, forse non moralmente si intende, ma vecchi, superati e plurisconfitti, da tutto l’arco considerato di sinistra, dalla minoranza del PD, a Sel, a Rifondazione e altro se c’è ancora. Potete immaginare di nuovo i Bersani, i D’Alema, Ventola, anche Cuperlo e Civati su quel carro?
Sesto, perché se Landini si qualifica di sinistra vera, e lo è, non ha ancora compiuto la stessa operazione di popolo di Podemos (Spagna) o Siryza (Grecia) che hanno costruito in tempo e in anni il loro impegno attraverso un grande volontariato sociale, solidale e gratuito. O quello appena iniziato in Italia dal M5Stelle, che ha individuato nella lotta, non più destra-sinistra ma dei poveri contro i ricchi, dell’ingiustizia sociale e della disuguaglianza, della corruzione, i loro principi popolari, non semplicemente “populisti”. Su questa linea soltanto può porsi anche tutta la Cgil. Non è che non lo fa, ma non dovrebbe demonizzare troppo Landini, perché quest’ultimo rilancia, vuoi o non vuoi, il concetto e l’immagine storici e fondamentali di cos’è la Cgil per il paese, con precedenza assoluta per le classi deboli, non solo per la confederalità delle semplici categorie e dei contratti di lavoro, dove isolata si sta rinchiudendo sempre più nella scia di “pur con indubbi sacrifici da parte dei lavoratori (sic), si è puntato alle massime garanzie occupazionali”, che poi, in realtà, non dà più nessuno, se non fino alla prossima puntata.
Settimo, perché rimane confuso il prosieguo del lancio della Coalizione, in quanto a movimento o organizzazione necessaria. A tutt’oggi non si capisce come intende organizzarsi, con chi allearsi o se intende capeggiare il movimento, visto che altre figure apicali non ci sono. Un populismo sincero che intende cambiare radicalmente le cose ha bisogno del capopopolo che lo trascini alla vittoria. E’ la storia! I simboli sono necessari.
Anche la destra, per mantenere le classi privilegiate c’è li ha. Thacher, Merkel, Obama, Cameron, Blair, Schroeder … e tutta la panoplia di servi a servizio permanente, oggi soprattutto media, giornalisti, economisti chiacchieroni che fanno gli scienziati dell’aleatorietà, banchieri, menzogne e bugie ufficiali di tutti i tipi …
Eppure lo spazio politico c’è, mai è stato così aperto e da conquistare. Magari solo un po’ di elettori di quell’enorme partito che sono “gli astenuti”, presuntuosi nel non voler ammettere di aver creduto e di essersi sbagliati in questi anni. Magari recuperando quei milioni di poveri che ci vengono snocciolati dall’Istat o da altri istituti una volta a settimana, come se si trattasse solo di numeri, come un ghigno sardonico e strafottente dei ricchi verso di loro. Di tutta quella irreale e speranzosa piccola borghesia, decaduta, che scivola verso la povertà e che fa finta di essere ancora “classe media” e che spera che il Pil forse aumenterà di qualche decimo di punto nei prossimi dieci anni e che qualche risparmio potrebbe ancora fruttare un 0,25%. Di tutti gli “impiegati” con stipendi e contratti fermi da almeno un decennio e nel tiro al piccione da parte della Troika di Bruxelles. Di tutti quegli insegnanti che non contano più nulla nella società e con i genitori irresponsabili che si accontentano del disastroso futuro di formazione qualitativa per i propri figli. Di tutti quei milioni di giovani senza lavoro, che non lo avranno mai anche perché scappato altrove, senza speranza e impotenti. Di quei milioni di pensionati alla fame, adagiati e addormentati nella loro miseria, quella sì, a “diritti crescenti” e sempre nell’occhio del ciclone dei tagli, cioè delle “riforme”. Di quei milioni di cittadini indebitati con le banche, con l’Enel, con Equitalia, disperati, impauriti e senza futuro.

Ma questa massa informe, nuda, che non si muove più da anni, cosa vuole? Può Landini rispondergli con la Coalizione Sociale ed essere credibile?
 

Però, intanto, che grandi speranze innescate !!