venerdì 13 gennaio 2017

La variante Formenti: un congedo dalla sinistra globalista

di Mimmo Porcaro da sinistrainrete


L’ultimo lavoro di Carlo Formenti (La variante populista, Derive e approdi, Roma, 2016) è talmente denso di riferimenti e attraversato da così tante tensioni concettuali – effetto del passaggio dell’autore da un paradigma teorico ad un altro – da costringere chi voglia abbozzarne una recensione ad una drastica semplificazione che punti direttamente all’essenza del testo. E l’essenza si può riassumere in tre tesi.
1) La cultura egemone nella sinistra (e nella stessa sinistra radicale) è ormai parte organica dell’ ideologia delle classi dominanti ed ha la funzione di legittimare la globalizzazione, l’Unione europea ed il nuovo capitalismo esaltandone le presunte potenzialità democratiche e libertarie, e salutando l’indebolimento degli stati come un rafforzamento dell’autorganizzazione sociale. Punta di lancia di questa mutazione della sinistra è la cultura postoperaista che si presenta ormai come autoglorificazione di uno strato superiore del lavoro sociale (il lavoro ad alta qualificazione intellettuale) che ha rotto ormai ogni legame con gli strati inferiori.
2) Il soggetto della trasformazione sociale non deve essere cercato nei punti alti dell’organizzazione capitalistica del lavoro, come suggerisce di fare il postoperaismo, ma piuttosto nei punti più bassi o comunque nei luoghi tendenzialmente esterni alla logica della modernizzazione capitalistica: in ogni caso il soggetto non deve essere dedotto da categorie sociologiche, ma deve essere reperito nel corso di un’analisi concreta di ogni fase storicamente determinata della lotta di classe in una fase determinata;
3) Una tale analisi ci dice oggi che, a causa del crescente impoverimento degli strati medio-inferiori del proletariato, della chiusura dei precedenti spazi democratici, dell’integrale adesione della sinistra alla globalizzazione, le esperienze più acute e potenzialmente efficaci di lotta di classe non possono fare a meno di assumere una forma populista. Forma che non può essere esorcizzata, ma deve essere accettata, attraversata e spostata in senso classista ed anticapitalista.

1.La sinistra capitalista
Concludendo un lungo processo di distacco dall’ideologia della sinistra radicale ed in particolare dalla sua variante postoperaista, Formenti (uno dei pochi intellettuali italiani capaci di congedarsi da un’ influente scuola di pensiero senza per questo rinnegare la scelta di campo che motivava la sua primitiva adesione) ci offre una rassegna sintetica e spietata del rapporto strettissimo tra l’ideologia delle frazioni attualmente dominanti del capitalismo e tutte quelle idee indiscusse della sinistra che un tempo promettevano un’emancipazione ancor più radicale di quella social-comunista ed oggi si mostrano pienamente coerenti con gli attuali meccanismi di comando. Soprattutto l’ ”orizzontalismo” (ossia la somma delle idee che esaltano come panacea le relazioni di rete e di base contro ogni forma di “verticalismo” e di stato), il femminismo (con la sua tendenza alla ridiscussione continua dell’identità) e la teoria/prassi dell’ampliamento ad infinitum dei diritti individuali (perseguiti peraltro senza nessuna attenzione al generale contesto di classe nel quale si muovono gli individui stessi), si mostrano completamente funzionali al dominio della merce. Il presunto funzionamento spontaneo dei meccanismi orizzontali non è che il calco del presunto funzionamento del mercato ottimale, e l’antistatalismo di sinistra è concettualmente assai vicino a quello mercatista; la ridiscussione incessante dell’identità è funzionale all’assunzione di stili di vita plurali e mutevoli e quindi al consumo di tipi assai differenziati di prodotti; la rivendicazione di sempre nuovi diritti consente di costruire mercati di sbocco per tecnologie sempre nuove, in cerca del proprio consumatore. E via di questo passo. Una critica spietata, dicevo, che non potrà che irritare gli ambienti della sinistra odierna, ma che certamente aiuterà coloro che da quegli ambienti si stanno allontanando, accelerando il processo e rendendolo più consapevole.
In particolare però, come è ovvio data la provenienza dell’autore, la polemica più argomentata e puntuta è quella riservata al postoperaismo e allo stesso operaismo. Qui Formenti elenca accuse già formulate in altri volumi: la commistione tra il “negrismo” e le utopie tecno-scientifiche (non estranee a certe forme di semi-misticismo à la Teilhard de Chardin), l’inconsistenza teorica delle tesi sul carattere immateriale del lavoro, l’illusione dell’autonomia del lavoro cognitivo rispetto al capitale. In particolare quest’ultima tesi mostra come il postoperaismo sia l’ideologia delle frazioni maggiormente specializzate (ed individualizzate) del lavoro che, in quanto la loro subordinazione al capitale si realizza nella forma dell’apparente libertà e creatività (quando invece il capitale organizza e preforma le stesse modalità di erogazione del lavoro intellettuale e costruisce una pseudo-cooperazione tra lavoratori sulla base di una spietata competizione) illudono sé stessi dichiarando che è in realtà il capitale a dipendere dal “cognitariato”. E, peggio ancora, dichiarano che il cognitariato stesso è la forma generale di ogni lavoro, che tutto il lavoro è essenzialmente uguale ed egualmente indipendente dal capitale, e che quindi non c’è bisogno né di costruire un’alleanza politica tra le varie frazioni del lavoro né di proporsi la riappropriazione per via politica dei mezzi di produzione perché questi ultimi ormai si identificano con la mente stessa dei lavoratori.
Come se non bastasse Formenti rileva, e non posso che essere d’accordo, una profonda consonanza fra queste teorie e gli aspetti progressisti ed economicisti del marxismo che hanno nutrito sia la prassi socialdemocratica che quella stalinista. Tali aspetti si condensano nell’idea che lo sviluppo delle forze produttive sia di per sé ed automaticamente un fattore di emancipazione sociale, e che basterebbe intervenire sulle forme della proprietà e dello stato (blandamente nel caso della socialdemocrazia, drasticamente nel caso dello stalinismo) per liberare tutte le potenzialità dello sviluppo stesso. Il socialismo, oppure la democratizzazione del capitalismo, si costruiscono insomma con gli stessi materiali offerti dal capitalismo, con le stesse forze produttive capitalistiche che non sono, in questa visione, una materia prima da trasformare, ma un meccanismo già dato della nuova società: un contenuto genericamente umano che attende soltanto di essere liberato dalla sua esteriore e caduca veste giuridico-proprietaria. Questo economicismo ha sempre e volutamente rimosso l’intima natura capitalistica, gerarchica ed asimmetrica delle forze produttive, delle macchine e della stessa crescente interconnessione dei processi produttivi (interconnessione è qui un eufemismo per centralizzazione capitalistica). Analogamente, il postoperaismo prende per buona la retorica della “connessione universale” propria delle imprese digitali, scambia la comunicazione col comunismo e rimuove le forme di controllo e di gerarchia proprie del capitalismo digitale e la profonda divisione trai lavoratori che esse inducono, in particolare nel campo “cognitario”. Rilevare una tale analogia serve a Formenti non soltanto come argomento polemico, ma come passaggio teorico per congedarsi da qualcosa che è proprio non solo del postoperaismo, ma dello stesso operaismo delle origini, ossia dall’idea che il soggetto rivoluzionario debba essere cercato nel punto più alto, ossia tecnologicamente più sviluppato, del capitalismo, e debba essere definito come l’elemento che più di altri è interno ai processi d’innovazione organizzativa e che proprio per questo è in grado, dialetticamente, di rovesciare il dominio del capitale. Anche se empiricamente un tale soggetto può, in alcune fasi, apparire poco numeroso o poco consapevole, è importante per l’operaismo individuare una tendenza che, a partire dall’analisi dei punti più dinamici del capitale, ne deduce per l’immediato futuro l’ampliamento quantitativo e la crescita della soggettività politica di una determinata figura di lavoratore, che si candida a riassumere in sé le caratteristiche di tutte le altre figure e ad essere l’unico e già costituito perno del processo rivoluzionario. Secondo Formenti non soltanto le più recenti iperboli negriane, ma anche l’originario metodo della “tendenza”, che pure – mi permetto di aggiungere – si è accompagnato a suo tempo ad analisi assai sobrie e realistiche della condizione dei lavoratori, deve essere abbandonato, perché porta ad assolutizzare alcune figure del lavoro che in realtà sono soltanto contingenti (così come fu contingente l’ “operaio massa” analizzato dai Quaderni Rossi) e perché, soprattutto, in momenti di particolare latenza della lotta di classe, istiga ad inventarsi fantasiosi soggetti e a vedere antagonismi che non esistono, magari eludendo forme più spurie ma più effettuali dello scontro.

2. Il soggetto congiunturale
E’ a questo punto che Formenti ci offre, a mio parere, una delle mosse teoriche più importanti tra quelle che si possono reperire nel libro, una mossa che ci consente non solo di meglio attrezzarci, come avviene con le argomentazioni appena riassunte, alla polemica contro i prossimi Tsipras (non scordiamo che quasi tutti i postoperaisti sono, in quanto progressisti, assolutamente europeisti, succubi delle invisibili sovranità imperialistiche nascoste sotto la prassi tecnocratica unionista e feroci avversari di ogni visibile sovranità democratica, massime di quella nazionale…), ma anche di approssimarci ad una più razionale concezione del soggetto rivoluzionario. Tale soggetto, a parere di Formenti, non può essere dedotto da categorie sociologiche, non può essere desunto dalle dinamiche generali del capitale, ma può essere individuato solo in seguito ad una “analisi concreta della situazione concreta”, condotta in ciascuna specifica congiuntura della lotta di classe. Non si può quindi prevedere quale sia il soggetto (o, meglio, la convergenza di diversi soggetti) che di volta in volta diviene protagonista dei conflitti: la rivolta e le sue forme sono, aggiungo, per definizione imprevedibili proprio perché fuoriescono dalla routine della riproduzione del capitalismo. Questo semplice gesto teorico materialista fa piazza pulita di decenni di elucubrazioni andate a vuoto e ci induce a guardare alla realtà dello scontro politico, ai suoi protagonisti molto spesso “brutti, sporchi e cattivi” piuttosto che alle bellissime figure iperrivoluzionarie (l’operaio massa, poi l’operaio sociale, poi il volontariato, poi la moltitudine, poi le associazioni, poi il cognitariato) che poco hanno a che vedere con la verità, ma ben si conciliano con le preferenze degli intellettuali, soprattutto quando questi possono affermare che sono gli intellettuali stessi, ossia il lavoro intellettuale, il vero protagonista della cooperazione sociale e della futura società. E ci aiuta, il gesto di Formenti, a progredire verso una concezione formale e quindi non sostanziale del soggetto rivoluzionario: il soggetto è un che cosa prima che un chi, bisogna prima di tutto definire che cosa dovrebbe fare, in ogni determinata situazione, un soggetto sociale per iniziare a scardinare l’ordine esistente, e poi analizzare senza pregiudizi la situazione per verificare chi stia di fatto assolvendo per il momento e magari in modo inadeguato a questo compito.
Formenti però dice qualcosa di più. Dice che il soggetto non va cercato nei punti alti, bensì nei punti bassi, non nel vertice della modernizzazione, ma nelle resistenze alla modernizzazione stessa, non nel centro ma nella periferia, non nella scelta etico-estetica degli insider, ma nella ribellione disperata degli outsider. Si può concordare con questa definizione se ed in quanto si presenta come analisi congiunturale, meno se essa diviene una generale indicazione di metodo. Ed in effetti qui Formenti sembra rispolverare in qualche modo il metodo della tendenza, ossia sembra stabilire una sorta di rapporto univoco tra lo sviluppo del capitalismo e quello del suo antagonista, solo che si tratta, in questo caso, di un rapporto inverso rispetto a quello stabilito dal postoperaismo: invece di cercare sempre in alto, Formenti ci invita a cercare sempre in basso. Più che di alto o di basso io preferirei parlare di asincronia del soggetto: non c’è nessun rapporto tra le dinamiche di medio-lungo periodo del capitale e la natura particolare del soggetto che in un determinato momento innalza la bandiera dell’emancipazione. Tale soggetto non è il frutto né della modernizzazione né della sua negazione, è semplicemente effetto di una congiuntura non prevedibile, in cui possono giocare un ruolo “sovversivo” sia le promesse della modernità sia le resistenze ad essa. Un soggetto asincrono, ossia fuori tempo, che può essere tale sia per il richiamo al passato comunitario sia per la speranza nelle promesse del futuro. E qui si apre un’ulteriore questione. Cosa vuol dire essere “fuori” dal capitalismo? Cosa vuol dire essere fuori oggi, ossia nell’epoca della produzione di massa dell’individualità e della produzione industriale delle forme di socialità? Sono convincenti le osservazioni di Formenti sul ruolo delle tradizioni comunitarie russe nella formazione dei soviet, della cultura campesindia nell’esperienza latinoamericana, della comune appartenenza meridionale come collante dell’azione degli operai degli anni ‘70. Ma come ritrovare oggi analoghi supporti comunitari (e dunque extra-capitalistici), e come fare in modo che tali supporti non giochino, piuttosto un ruolo reazionario (come accade col leghismo ma anche con alcune forme di autoisolamento ed autodifesa delle comunità di immigrati)?. Forse si tratta di sviluppare, al riguardo, una vecchia osservazione di Etienne Balibar, secondo il quale più che di proletariato si deve parlare di processo di proletarizzazione: la “classe” è il frutto del continuo passaggio da una condizione non proletaria ad una proletaria, oppure da una condizione proletaria ad una maggiormente proletarizzata perché maggiormente sfruttata. Anche dentro il capitalismo c’è dunque sempre un passato da rivendicare, magari da mitizzare, un tempo di ieri su cui appoggiarsi per poter credere possibile il tempo di domani. La “periferia” del capitalismo, il passato che è condizione del futuro, non sempre o non necessariamente è appannaggio dei rapporti sociali precapitalistici: può anche essere il prodotto del movimento incessante della modernizzazione che sempre distrugge o rende periferiche le forme di vita precedenti (anche quelle già capitalistiche ma non più confacenti alle aumentate esigenze dell’accumulazione). Un movimento che, in quanto è eterodiretto, è subìto dai soggetti: cosa che alimenta continuamente, per reazione, il ricordo di un mondo diverso e migliore.

3. Il campo populista
Qualunque sia il “fuori” da cui parte la rivolta e qualunque sia il particolare soggetto sociale che in ogni diversa situazione ne è il principale attore, si deve convenire con Formenti quando dice che le più efficaci rivolte attuali non possono che essere populiste. Del resto, se la compattezza sociologica della classe è stata programmaticamente dissolta, se l’efficacia politica della sua lotta è stata consapevolmente ostacolata, se i grandi partiti di massa sono stati visti come la ragione di ogni male e se gli spazi di espressione democratica si sono drasticamente chiusi a svantaggio dei lavoratori, è assolutamente inevitabile che la stessa lotta di classe si presenti come populista. A rafforzare le considerazioni di Formenti ne aggiungerei un’altra: rileggendo in chiave non economicista o evoluzionista la dialettica tra forma sociale della produzione e forma privata dell’appropriazione (che è uno dei nomi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzioni di cui giustamente Formenti critica le precedenti formulazioni), si nota come nelle previsioni di Marx, largamente inveratesi nel capitalismo occidentale degli anni ’70, la dinamica dell’accumulazione conduce ad una dispersione della proprietà (società per azioni) e ad una concentrazione dei lavoratori (grande industria), facilitando così la lotta sindacale e la sua trasformazione in lotta socialista. Al contrario, nella realtà attuale (e per il momento), assistiamo alla concentrazione della proprietà azionaria, o comunque parcellare, all’interno delle grandi istituzioni d’investimento, e ad una parallela dispersione del lavoro che fa sì che la lotta di classe, se e quando riesce ad esprimersi, non lo fa come lotta sindacale e poi politica, ma come generica lotta di cittadinanza che sovente è immediatamente politica, assumendo così forme sociologicamente spurie ma certamente più efficaci della abituale lotta “tradeunionista” nel contrastare la politica dello stato capitalistico. E’ per questo che la lotta di cittadinanza, veste spesso assunta dalla lotta populista, non deve essere considerata sempre come un’elusione della lotta di classe, ma può essere intesa, in determinate condizioni, come effetto di un produttivo spostamento della lotta di classe stessa.
Il populismo, e qui torniamo direttamente a Formenti, non è quindi un nemico da esorcizzare ma è piuttosto la forma storicamente determinata della lotta di classe, è un campo nel quale bisogna situarsi senza timore, per meglio condurre una battaglia per l’egemonia finalizzata a trasformare il populismo stesso in una direzione coerentemente anticapitalista e socialista, sconfiggendone le inevitabili e ben radicate tendenze di destra. Situarsi nel campo del populismo: ecco un’altra cosa che non mancherà di scandalizzare la sinistra benpensante, perché è cosa ben diversa dal tentare, come si dice, di “riconquistare il nostro popolo” spostandolo su un terreno (quello dell’ordinata competizione elettorale, degli oliati meccanismi di governance, della tranquillizzante dialettica tra società civile e stato) sul quale esso non può esprimere la propria incompatibilità sostanziale con le dinamiche dell’ordine attuale. Si tratta invece per Formenti di accettare in toto l’ambivalenza populista (ma è forse meno ambivalente la lotta di classe, che produce sia i consigli operai che i sindacati reazionari?) per tentare di torcerla in una direzione di emancipazione, e non di sostegno a qualcuna delle divere frazioni delle classi dominanti.
L’analisi concreta di numerose esperienze di mobilitazione tendenzialmente o compiutamente populiste in America latina, negli Stati Uniti ed in Europa, analisi che è una delle parti più vivaci del libro, mostra quante forme il populismo possa assumere e quali difficoltà e potenzialità incontri il progetto di un’egemonia di classe e socialista. Questa lotta per l’egemonia sarebbe forse avvantaggiata, credo, da una distinzione concettuale che consenta di tracciare un pur mobile confine tra populismo e socialismo. Riservandomi di tornare in altra sede su questo tema assai intricato, osservo che quasi tutte le caratteristiche del populismo indicate da Formenti (anche sulla scorta degli ottimi lavori di Loris Caruso) descrivono una forma di mobilitazione che può effettivamente essere considerata spesse volte comune sia a movimenti classisti che a movimenti interclassisti. Ma tale forma di mobilitazione deve essere distinta dal populismo come forma di stato che, a mio parere, è invece incompatibile col socialismo. Mi spiego meglio. Aspetti fondamentali delle attuali esperienze populiste sono la netta distinzione tra “noi” e “loro”(e tra “alto” e “basso”), il carattere spesso aclassista della definizione del “noi”, il depotenziamento della distinzione tra destra e sinistra, la difesa dei luoghi contro i flussi, il rifiuto di tutte le forme di mediazione, l’identificazione con un leader carismatico. Orbene, andando alla rinfusa, nel corso di una mobilitazione l’aclassismo del “noi” può essere effetto della positiva compresenza di numerose e distinte frazioni delle classi subalterne, il superamento della distinzione tra destra e sinistra può essere una salutare presa d’atto della subalternità di entrambe le opzioni, la difesa del luogo contro il capitalismo finanziario può indurre a cercare alleanze con altri luoghi, l’opposizione radicale tra noi e loro ed il rifiuto della mediazione possono segnare l’acutizzarsi della mobilitazione, ed il leaderismo carismatico può svolgere una parte delle funzioni del gramsciano “cesarismo progressivo”. Ma quando queste forme di mobilitazione si fissano in un programma politico o, peggio, in un progetto di stato, esse si coagulano in una forma inequivocabilmente autoritaria e di destra, perché stabilmente interclassista, nemica del conflitto sociale, fondata sull’identificazione organica tra popolo, leader e stato, contraria ad ogni corpo intermedio e soprattutto alla fondamentale mediazione del diritto e della costituzione. Non è un caso se, tra le esperienze analizzate da Formenti, quella che maggiormente si avvicina ad un’emancipazione di tipo socialista è proprio quella che meno somiglia ad uno stato populista, ossia l’esperienza boliviana, che si realizza nel rapporto tra una serie di robusti corpi sociali intermedi, un partito che non è una semplice macchina al servizio del leader e uno stato costituzionale estremamente inclusivo. Ed anche nella presenza di un leader altamente carismatico che però non è affatto il perno centrale della legittimazione politica.
La distinzione qui proposta tra populismo come forma di mobilitazione, aperta a diversi esiti, e populismo come forma di stato, organicamente autoritaria e reazionaria, può, io credo, dialogare utilmente con le tesi di Formenti anche perché una delle caratteristiche dell’autore, caratteristica che segna un suo ulteriore allontanamento dal paradigma originario, è il riconoscere l’assoluta esigenza, per i movimenti sociali e di classe, di non cullarsi nell’illusione di un autosufficiente orizzontalismo e di accettare la necessità di farsi stato se si vogliono realmente raggiungere gli obiettivi declamati: e dunque, aggiungo, di pensare ad una forma di stato non organicista né autoritaria. Pur dichiarando a più riprese la propria preferenza per le forme di democrazia diretta e consiliare Formenti dunque non elude il nodo dello stato (e addirittura della sovranità nazionale, laddove troppi si fermano pudicamente alla rivendicazione della sovranità popolare), semplicemente perché sa che soltanto coloro che riescono a vivacchiare nella situazione presente possono evitare il problema, mentre coloro che devono ribaltare la situazione presente non possono fare a meno di pensare ad uno stato nuovo, in cui la sovranità popolare non venga né dissolta nei flussi del mercato, né irrigidita nella comunità organica, ma si realizzi nella legittimazione della differenza e del conflitto tra stato democratico-socialista e associazioni autonome dei lavoratori e dei cittadini. Qui si apre, finalmente, il vasto e da molto tempo inesplorato spazio della dialettica tra stato e non stato (una dialettica frettolosamente rimossa dalle speculari fissazioni dello statalismo e dell’antistatalismo), che tanto più costituirà un oggetto di indagine quanto più il nesso tra la crisi e la crescita del movimento reale porrà nuovamente il problema della trasformazione sociale come problema concreto.

4. Il ritorno del rimosso
Fin qui ho elencato diversi meriti del lavoro di Formenti. Ma ce n’è un altro, forse meno visibile ma, in prospettiva, non meno importante. La critica costante del modello postoperaista ed il confronto costante con gli effetti della crisi economica, sociale e geopolitica attuale hanno infatti condotto Formenti a frequentare alcuni temi teorici notevolmente astratti (e quindi notevolmente vicini all’essenza dei problemi) di cui non si parla più quantomeno dagli anni ’80 dello scorso secolo, ossia da quando si è interrotta la pensabilità della trasformazione sociale, ma che tornano ad essere posti proprio da quella riapertura della storia che si riassume nella fine del mondo unipolare. La questione del superamento dell’economicismo e quindi dell’abbandono dell’idea di neutralità delle forze produttive, fu oggetto di grande discussione a partire da materiali eterogenei ma pregnanti quali l’esperienza della Rivoluzione culturale cinese, la riflessione di Charles Bettelheim, le stesse tesi di Panzieri sull’uso capitalistico delle macchine. La questione dell’impossibilità di pensare la transizione al comunismo come analoga alla transizione tra feudalesimo e capitalismo, a cui Formenti dedica un breve ma interessante cenno, fu uno degli oggetti di un importante dibattito sui modi di produzione precapitalistici in cui non pochi sostennero che le passate forme di società andavano considerate come forme autonome e non come imperfette approssimazioni alla razionalità capitalista. Il che autorizzava a dire che, specularmente, il comunismo non poteva essere pensato come prosecuzione e perfezionamento di tale razionalità, e cioè come sviluppo illimitato delle forze produttive, ma come gestione ragionevole delle forze produttive in funzione della riproduzione di rapporti sociali egualitari consapevolmente scelti. Infine le questioni della natura congiunturale e “causale” del soggetto, dello spostamento della contraddizione di classe, della fallacia del progressismo furono diversamente discusse a partire sia dai lavori di Lukács, a cui Formenti fa esplicitamente cenno, che da quelli di Althusser e di Benjamin. Il tutto nel contesto di una riflessione epistemologica che vantava i nomi di un Kuhn, di un Lakatos, di un Feyerabend, prima che un uso ideologico della teoria della complessità semplificasse ogni cosa dichiarando che il mondo era forse conoscibile, ma certo intrasformabile.
Dico tutto ciò, riducendo ad un breve cenno ciò che dovrebbe essere oggetto di una attenta riflessione collettiva, non perché nelle discussioni di allora vi fossero le verità necessarie all’oggi, ma perché è importante capire che non si parte da zero, e che se si è indotti a ritornare ai punti alti della teoria ciò è sintomo del fatto che le cose si fanno davvero serie. E il libro di Formenti ci aiuta certamente a comprendere la serietà delle cose, ossia la loro radicalità, e la necessità di un lavoro teorico ad ampio raggio che di questa radicalità sia espressione e condizione.

TRUMP, ORA E’ UN DOVERE TIFARE PER LUI

di Fulvio Scaglione da fulvioscaglione.com


Francamente mi è difficile tifare per un simile personaggio, ma le considerazioni di Scaglione sono condivisibili. I liberals e la loro dannata ipocrisia, cosa ci inducono a fare...

Chissà che Presidente degli Usa sarà Donald Trump. A dispetto di quanto sentiamo da settimane, nessuno può dirlo. Magari sarà un disastro, e non sarebbe il primo, alla Casa Bianca. In quel caso prenderemo atto, e lo stesso faranno gli americani. Nel frattempo, i tifosi travestiti da esperti (gli stessi che trovarono geniale l’idea di invadere l’Iraq nel 2003, esclusero la vittoria della Brexit e diedero per scontato il trionfo di Hillary Clinton) dovrebbero spiegare perché, per dire, Rex Tillerson, amministratore delegato e presidente di ExxonMobil e come tale conoscitore dei politici e della politica mondiale, dovrebbe essere un segretario di Stato peggiore della Clinton o di John Kerry. O perché l’ex generale Michael Flynn, due vite nell’esercito (una come soldato in innumerevoli missioni, l’altra come capo della intelligence militare) dovrebbe essere per Trump un consigliere per la Sicurezza nazionale peggiore di quanto lo sia stata Susan Rice per Obama.

Ma appunto: vedremo e capiremo. Per il momento, però, una cosa è certa: la vittoria di Trump ha fatto impazzire il sistema di potere che ha retto gli Usa negli ultimi decenni. Basta osservare quello che succede. L’Fbi è messa sotto accusa dal Dipartimento di Giustizia per essersi mal comportata, nel pieno della campagna elettorale, annunciando di aver ripreso le indagini su Hillary Clinton. La stessa Fbi che viene citata a sostegno della tesi che la Russia ha lavorato in modo decisivo per far vincere Trump. In altre parole: l’agenzia è credibile se dà ragione a Obama, alla Clinton e al Partito democratico; ha torto, anzi va punita, se dubita del comportamento di qualcuno di loro.
Sempre a proposito di Fbi. Qualcuno dei molti che lo citano ha davvero letto il rapporto dell’agenzia sulle interferenze russe, quello intitolato “Grizzly Steppe – Russian Malicious Cyber Activity”? Vale la pena di leggerlo perché è pieno di nulla. Dice che i servizi segreti russi hanno penetrato le mail di un partito politico e mandato un sacco di virus nei computer di uffici governativi, università, think tank e partiti politici. Poi dà buoni consigli su come proteggere il proprio computer. Non una parola su cosa gli hacker del Cremlino avrebbero ottenuto, perché sarebbe troppo imbarazzante ripetere che le primarie del Partito democratico erano truccate a favore della Clinton (come risulta dalle e-mail interne al Partito democratico pubblicate da Wikileaks). Non una parola sull’interesse del Cremlino nel far vincere Trump.
Ed è forse questa la ragione per cui l’Fbi ora è trascinata in tribunale per ordine di Obama. Troppo poco impegnata, l’agenzia, nel compito di diffamare Trump. Perché è questo il vero obiettivo e lo si vede bene dall’altro rapporto, quello intitolato “Assessing Russian Activities and Intentions in Recent Us Elections”, firmato dal National Intelligence Council presieduto da Gregory Treverton, nominato da Obama nel 2014.
Ci sono le solite accuse alla Russia, che usa gli hacker e, non contenta, finanzia siti, radio e Tv che diffondono il suo punto di vista, pensa un pò. Ma il cuore del tutto sta in un piccolo paragrafo posto verso l’inizio, che dice: “Putin ha fatto molte esperienze positive con leader politici occidentali resi dai loro interessi d’affari più disponibili ad accordi con la Russia, come l’ex presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder” (pag.1). Infatti, com’è noto, e a prescindere da qualunque giudizio politico, con Berlusconi e Schroeder questi due Paesi, Italia e Germania, si sono sganciati dalla Nato, sono entrati in conflitto con gli Usa e sono diventati satelliti della Russia. Chissà che cosa avrebbe scritto, il buon Treverton, se avesse conosciuto Craxi e Andreotti!
A questo punto, puntualissimo, è arrivato il dossier su Trump e le prostitute a San Pietroburgo e Mosca, fatto filtrare ai giornali da vecchi arnesi dei servizi segreti al soldo di esponenti del Partito repubblicano. Perché il punto è proprio questo: la vittoria di Trump rischia di mettere in crisi un sistema di potere che negli Usa è sostenuto da entrambi i partiti. Nel 1999, quando si trattò di bombardare la Serbia, fu il senatore democratico del Delaware ad andare a convincere il Congresso: tale Joseph Biden, per otto anni vice di Barack Obama alla Casa Bianca. E nel 2003, quando si trattò di autorizzare l’uso delle armi contro l’Iraq, 82 parlamentari democratici si unirono a 215 repubblicani per varare l’invasione.
Questo sistema si regge sulla famosa teoria della “esportazione della democrazia”, varata nel 1989, subito dopo il crollo del Muro di Berlino, dal presidente George Bush senior e dal suo segretario di Stato James Baker. Una bandiera in apparenza nobile ma sventolata solo per coprire il disegno degli Usa, teso a impedire la rinascita di Russia e Cina, a bloccare qualunque riavvicinamento tra Russia ed Europa, a ridisegnare il volto dei Balcani e poi del Medio Oriente. Un obiettivo strategico caro ai vertici del Partito democratico come ai neo-con. Dopo Bush senior, infatti, Bill Clinton, George Bush junior e Barack Obama (distrutta la Libia, aggravata la crisi in Siria, destabilizzata l’Ucraina. Ispirato o organizzato il golpe contro Erdogan, forse?) sono stati i fedeli continuatori di quella linea. E lo sarebbe stata anche Hillary Clinton, non a caso neanche tanto velatamente apprezzata dai pezzi grossi del Partito repubblicano, i vari Bush, Romney, McCain, se non le fosse esplosa tra i piedi l’inattesa bomba Trump.
Per questo ora Obama usa i suoi ultimi giorni da Presidente e mette all’opera i funzionari da lui stesso nominati per screditare l’intruso Trump, gettare le basi per un eventuale impeachment e, soprattutto, tentare di rendere impossibile al successore qualunque scarto dalla rotta demo-neo-con tracciata negli ultimi decenni. Vedremo come reagirà Trump a questa campagna che è di una violenza senza precedenti nella storia degli Usa. Ma considerato anche solo il sangue sparso dal premio Nobel per la Pace Obama, diventa inevitabile, e moralmente sano, fare il tifo per il palazzinaro dai capelli tinti, buzzurro amico dei russi. Sperando intanto che sappia pure fare il Presidente.

giovedì 12 gennaio 2017

ARTICOLO 18: LA CORTE A DIFESA DEL JOBSACT E DEL PALAZZO

di Giorgio Cremaschi

 
La sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il referendum sull'articolo 18 era attesa ed era stata ampiamente preparata dalle "indiscrezioni" trapelate dalla stessa Corte sui suoi orientamenti. Il quesito referendario sarebbe stato bocciato perché "manipolativo", cioè perché sarebbe andato oltre la pura abrogazione del Jobsact, estendendo la tutela contro i licenziamenti ingiusti nelle aziende industriali e di servizio fino a i 5 dipendenti. Embè?
In Italia si sono già effettuati due referendum sull'articolo 18. Il primo promosso nel 2000 dai radicali per abolirlo, il secondo dalle sinistre sindacali e politiche, nel 2003, per estenderlo a tutti. Quindi non esiste cavillo che giustifichi ora la cancellazione di una consultazione sulla cui legittimità in tutte le forme, nel passato non ci sono state obiezioni. La sentenza della Corte è un puro uso di palazzo delle regole, uso nel quale è maestro Giuliano Amato. Nominato giudice costituzionale da Giorgio Napolitano dopo che Silvio Berlusconi non era riuscito a farlo eleggere presidente della Repubblica.
Nei referendum del 2000 e del 2003 non si raggiunse il quorum, ma il pronunciamento dei votanti fu chiarissimo e a maggioranza schiacciante: No all'abolizione della reintegra nel posto di lavoro, sola vera difesa contro il licenziamenti ingiusti; Si all'estensione di questo diritto cardine a tutto il mondo del lavoro.
I sondaggi ed il clima politico del paese dopo la vittoria del No al referendum costituzionale facevano intuire che questa volta il quorum sarebbe stato raggiunto e che il voto popolare avrebbe seppellito il Jobsact, come aveva fatto con la controriforma costituzionale. Il palazzo, non solo quello politico ma quello confindustriale e bancario con i loro protettori europei, avrebbe subìto un nuovo uppercut popolare e la via delle riforme liberiste sarebbe stata senpre più impraticabile. Ma proprio questa sua possibilità di successo ha condannato il referendum.
La Corte Costituzionale ha così scelto di difendere il palazzo, con una sentenza assurda sul piano della giustizia e del buonsenso stesso, ma sicuramente cavillosa a sufficienza per impedire il voto.
La stessa Cgil promotrice dei referendum ne esce male. La raccolta di firme era stata posta in alternativa alla mobilitazione dei lavoratori. Contro il Jobsact, così come prima contro la legge Fornero, il principale sindacato italiano non avev

a fatto nulla di significativo, a differenza dei sindacati francesi contro la Loi Travail. Noi non facciamo lotte perdenti, noi vinciamo il referendum, dicevano i leader Cgil. Ecco il risultato, al quale ora si risponde con bofonchiamenti rassegnati, mentre ci si deve anche difendere dall'accusa di usare quei voucher che si vogliono abolire.
Oramai è chiaro che le riforme liberiste non hanno il consenso del popolo e il palazzo, che vuole continuarle, lo ha imparato. Per questo evita i pronunciamenti popolari come la peste. Dobbiamo saperlo, attrezzarci di conseguenza e finirla con chi non fa mai sul serio. Ci scandalizzano, ma non debbono sorprenderci.

mercoledì 11 gennaio 2017

Un 2017 inquieto


di Tonino D’Orazio

L’arrivo alla presidenza degli Stati Uniti di Trump sta mostrando l’asprezza del dibattito politico in corso, che, per quel che rappresenta quel paese, diventa per forza mondiale. Obama, nelle sue ultime settimane, sta mostrando come impiantare ingenuamente mine ritardate sul tragitto del successore. L’establishment finanziario neoliberista, profondamente legato ai democratici, non si fida di un miliardario che “si è fatto da solo” e ha minacciato più volte di ripulire la corruzione profonda di Wall Street e della borsa di New York. E’ in corso una inquietante “muoia Sansone con tutti i filistei”, con alti dirigenti che si dimettono prima di essere mandati via, non senza lasciare qualche strascico di veleno. Tanti sassolini, l’aumento dei tassi di interessi della Fed, quasi zero nell’era Obama, che porterà “turbolenze” sui mercati internazionali; alcuni prigionieri di Guantanamo spostati negli ultimi giorni del mandato; intervento della Fed; crisi della Cia e della Nsa; cacciata di 35 diplomatici russi pur di dare peso all’informativa sull’ackeraggio durante le elezioni, far planare il concetto e il sospetto di falso risultato ed innescare divisioni future in eventuali “buoni rapporti con la Russia”. Molti credono che sia tutta una farsa montata ad arte dall’amministrazione Obama e lo stesso New York Time ammette (6 gennaio) che “veramente non vi sono prove inconfutabili”. Lo stesso direttore del Fbi JRClapper, forse per salvare la pelle, dichiara: “non ci sono prove contro Mosca” (10 gennaio). Sarebbe allora un ultimo colpo di coda. Non si tratta di difendere Trump ma di verificare che se tutti questi sassolini fossero ingenui sarebbe veramente imbarazzante e inquietante nel metodo e nella sostanza. Tanto, per il resto del mondo, nulla cambierà poiché lo slogan “L’america prima di tutto” suggerisce la continuità politica e storica, Si tratta forse di vedere se sarà più o meno brutale, dato il personaggio imprevedibile, e in che modo.
Hackeraggio delle elezioni americane e guerra cibernetica? La tecnica è sempre uguale: nascondere la sostanza dietro la forma. Non è grave il contenuto penalmente pesante delle mail della Clinton, ma grave è il fatto di averle divulgate da parte di un traditore “prigioniero politico”, E. Snowden, che si è rifugiato addirittura nell’aeroporto internazionale di Mosca. Non è la sostanza ad essere incriminata ma il fatto di “aver voluto denigrare” la Clinton. La cattiva morale vuole che quelle mail dovevano rimanere nascoste e il popolo non era tenuto a conoscerle. In quanto all’intromissione nelle elezioni del paese, solo il Guardian inglese (5 gennaio), ancora scocciato per l’intromissione proprio di Obama nel Brexit, ha ricordato puntualmente quante volte, quanti anni, in quale modo e in quale paese del mondo vi è stata profonda ingerenza degli Stati Uniti, anche armata. Come dire “chi la fa, l’aspetti”. Oppure del comportamento dei suoi amici neoliberisti europei, socialisti compresi, per esempio nell’ingerenza in Grecia. Vale la pena ricordare l’operazione Prism, rinnovata e più tecnologica dopo lo scandalo Echelon, programmi di sorveglianza elettronica, (ma non spionaggio e sue conseguenze!), esteso al mondo intero da Cia e Nsa,(sono state intercettate per anni telefonate, sms e mail del mondo intero, compresi di governi, politici, banche, industrie, privati, anche e soprattutto “amici”). Appena da ridere quello italiano ultimo dove prima o poi non c’entrano gli americani ma sicuramente Putin che non ci dormiva la notte per ascoltare le barzellette di Renzi. Oppure lo scandalo rivelato in “Wikileaks” dal giornalista e attivista australiano Julian Assange, “prigioniero politico”, per ritorsione, che vive da anni recluso nell’ambasciata ecuadoriana di Londra. In sostanza hanno svelato al mondo tutte le porcherie perpetrate, sottoscritte e documentate, dalle amministrazioni americane e europee nelle guerre sporche, “secretate” come affari, o segreti, di stato.
In fondo stanno dando al mondo lo spettacolo “democratico” e di basso livello politico per quello che sono realmente, sia i democratici che i repubblicani. Non bisogna dimenticare che i repubblicani, che fra l’altro hanno la maggioranza stizzosa sia al congresso che al senato, non hanno digerito, era palese durante la campagna elettorale, l’intruso Trump, vincitore anche contro il loro establishment, che da moralità. o mani grondanti di sangue, non aveva nulla da invidiare ai democratici.( Basta pensare alla famiglia Bush). Questa è una incertezza, l’instabilità politica, ed un’inquietudine dirompenti per tutti.
Per esempio è rinato il senso dell’industrializzazione nazionale. Vedi le decisioni di Ford e le minacce doganali di Trump alla General Motors e alla Toyota che fabbricano veicoli in Messico a basso costo e vendono negli Usa. E’ la stessa capitolazione del sergente Marchionne con la Chrysler (che ha acquistato la Fiat). Altri seguiranno. Più in generale il ritorno delle grandi imprese in patria. Tocca anche noi e tutta l’Europa per bloccare le delocalizzazioni? Oppure il rafforzamento previsto del dollaro sulle altre monete mondiali, e in particolare sull’euro del cortile di casa, legato a forme produttive di autarchia, indicano previsione di ulteriori disastri delle economie EU? Questo previsto rafforzamento sta già indebolendo il bitcoin, nuova moneta e valuta di sostituzione del dollaro, puramente elettronica e in fase di sviluppo a livello mondiale.
Quale peso avrà la nuova, si fa per dire, gestione americana per esempio nelle prossime campagne elettorali francesi, tedesche e italiane (malgrado il blocco presidenziale e del Pd) del 2017? Questa grande voglia di riprendersi i “propri giocattoli” dalle grinfie finanziarie internazionali e discutere di progresso di “prossimità”, che si nasconde dietro il termine “populismo”, appioppato anche al vincitore Trump, riuscirà a bloccare il nefasto neoliberismo? Questi “populismi” nascenti e già sviluppatisi porteranno a miglior consiglio la ferocia della troika di Bruxelles? Reggerà ancora la valuta euro, visto che il tasso medio di insolvenza delle obbligazioni ad alto rendimento che oggi è del 3,77 per cento nel 2017 raggiungerà un picco del 25 per cento?
Vi sarà, nei primi mesi sicuramente, qualche situazione da commedia dell’arte. Il primo voltagabbana, uomo di esperienza, lo statista Alfano:”bisogna pensare a un rientro della Russia”, anticipando Gentiloni, Hollande (poco interessato perché va via) e la Merkel. Le reti televisive e i “giornalisti” non potranno continuare per molto ad accusare e offendere Trump, (in fondo la mamma america), a sostenere i perdenti Obama-Clinton ancora onnipresenti. Sarà divertente individuare quando inizierà la capriola, solo per vedere a che momento ne riceveranno l’ordine.
Tutti i mass media padronali, strumenti di “addomesticazione” del popolo ai poteri forti tramite contenuti culturali “deboli” ricorrenti e anestetizzanti, continueranno a sbagliare tutto ed essere scoperti e individuati per quel che sono? L’inquietudine per l’incertezza della conoscenza di dati e informazioni veri che riguardino l’economia, la finanza, il lavoro (cioè il vero non-lavoro) fanno temere, rendendole sempre più contraddittorie, l’incapacità di molti a capire realmente cosa succede. Le cifre sono contraddittorie ad arte. Abbiamo visto che la “somministrazione” puntuale di informazioni confezionate non riscuote più un grande successo, anzi riduce il diritto all’informazione, di cui è inutile ribadire l’importanza preminente nelle nostre società, ne abolisce il senso di democrazia e ultimamente funziona da bastian contrario, malgrado “l’insistenza” scientifica. Si sovrappongono libertà di stampa, o di pensiero, e manovalanza intellettuale nella fabbrica dei prodotti padronali confezionati e di scopo “commerciali”. Prodotti ripetitivi e stanchi.
L’inquietudine per un anno che, per tutti gli aspetti sociali e di vita reale dei cittadini, si presenta in drammatica continuità e in acuità, (con:“le riforme vanno avanti”), uguale a quello precedente se non peggio già dai primi dati, eccetto per le banche, non può che tradursi in ulteriore sconforto.
Diciamo con certezza che la luce alla fine del tunnel, promesso da almeno dieci anni, non ci sarà.

martedì 10 gennaio 2017

La sanità ai tempi della Troika

di Giorgio Cremaschi



Ora sulla stampa c'è lo scandalo, il governo e la regione Campania mandano gli ispettori, ma è tutta ipocrisia. Si cerca di presentare la terribile condizione del Pronto Soccorso di Nola come un caso di mala sanità, la cui responsabilità naturalmente andrebbe addossata a medici ed infermieri, che invece meritano la stessa solidarietà dei pazienti, per le condizioni in cui sono costretti ad operare.
L'immagine dei feriti di Nola curati per terra fa venire in mente quelle della guerra, quelle di Aleppo. E in fondo sono gli effetti di una guerra che dura da anni, quella contro la sanità pubblica e lo stato sociale. Una guerra scatenata nel nome dell'austerità e del rigore, cioè del profitto, dalle banche, dalla finanza e dalle istituzioni della Unione Europea. Una guerra che già ha devastato lo stato sociale in Grecia, portando quel paese indietro di 70 anni sul piano sociale, distruggendo la sanità e riportando in un paese europeo malattie e condizioni sanitarie scomparse nel nostro continente. Quelle politiche di guerra allo stato sociale sono state realizzate da tutti i governi che si sono succeduti in Italia, in dosi diverse da quelle che la Troika ha imposto alla Grecia, dosi che però, anno dopo anno, stanno portando allo stesso catastrofico risultato. Milioni di persone hanno già rinunciato a curarsi in Italia perché sono povere ed il servizio pubblico non può più tutelarle per i tagli che ha subìto.
Se si vogliono ridare barelle e lettighe a Nola, se si vuole impedire che quello che lì già avviene sia il destino di tutta la sanità pubblica, c'è una sola via da percorrere. Bisogna finirla con le "riforme" liberiste, bisogna fermare la criminalità sociale prodotta dalle politiche di austerità. E per fare questo bisogna rompere con tutti i vincoli imposti dai trattati europei, bisogna rompere con la UE e riconquistare per il nostro paese il diritto di spendere i soldi pubblici per migliorare la vita dei cittadini, anziché per salvare le banche. La sanità pubblica si salva solo mettendo in discussione l'euro e tutto ciò che esso comporta.

domenica 8 gennaio 2017

Se questo è un ministro dell'economia...


 

di Leonardo Mazzei da sinistrainrete.info

L'invocazione del direttore del Sole 24 Ore al fantasmatico ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan

padoan 8.1Che nei piani alti del potere economico vi fosse una certa maretta si sapeva. Adesso però le acque si fanno agitate, e dalla maretta sembra che si stia per passare ai marosi.
Il 30 dicembre scorso il direttore del quotidiano di Confindustria, Roberto Napoletano, ha deciso di mandare di traverso il cenone di San Silvestro di Pier Carlo Padoan. Dopo averlo ospitato, due giorni prima, nell'accogliente sede del giornale per un'intervista di ben 3 pagine, Napoletano ha deciso di dirla tutta: se veramente esistete (come governo), se davvero esisti (come ministro dell'Economia) cosa aspetti (e/o aspettate) a darcene prova?
Prima di dedicarci al merito del grido d'allarme di Napoletano, facciamo un passo indietro per dare uno sguardo all'intervista di Padoan. Tre pagine abbiamo detto, ma tre pagine di assoluta banalità. Gli altri media che se ne sono occupati hanno messo in rilievo il riferimento del ministro all'«opacità» della decisione della Bce su Mps. Sai che coraggio!
Il bello, poi, è che questa denuncia di opacità è preceduta da mille rassicurazioni sul fatto che il governo italiano nulla farà per reagire all'affronto subito. All'intervistatore che gli chiede se vi sia intenzione di contestare formalmente la richiesta di ricapitalizzazione giunta da Francoforte, così inizia la risposta di Padoan:
«La richiesta di 8,8 miliardi per l'aumento di capitale di Monte dei Paschi è una decisione votata dal board della vigilanza della Bce, anche se a maggioranza e non all'unanimità, e come tale non è contestabile perché la vigilanza è un'autorità indipendente».
Avete capito? La «Vigilanza» è un'autorità «indipendente», ed il Supervisory board decide a piacimento, in maniera «indipendente» perfino dai vertici della Bce, figuriamoci da quelli dell'UE, per non parlare dei governi nazionali! Ora, se davvero così fosse, non sarebbe questa la riprova dell'assoluta antidemocraticità delle istituzioni di un'Unione messa in mano ad una tecnocrazia che nessuno controlla? Ma così non è. Le cose infatti sono messe ancora peggio. Questa tecnocrazia esiste, ma a qualcuno risponde, come dimostra l'assoluta assonanza delle sue decisioni - nel caso prettamente politiche, come abbiamo già scritto - con i padroni tedeschi dell'Europa.
In quanto allo spessore mostrato da Padoan, citiamo altre due affermazioni da incorniciare. Alla contestazione del ritardo con il quale si è deciso di nazionalizzare Mps, così risponde:
«Non sono affatto pentito di aver sostenuto, nel rispetto dei ruoli di tutti, l'operazione di mercato, che sarebbe stata l'opzione migliore e avrebbe avuto effetti positivi, evitando i problemi che invece vanno gestiti adesso».
Insomma: mercato! mercato! mercato! Ma con quale faccia? E' proprio vero che «ad andar con gli zoppi si impara a zoppicare», ed a forza di sentire le balle di Renzi costui ha finito per crederci. Ma perché l'«operazione di mercato» è fallita? Questo il ministro non ce lo dice. Ci dice anzi che dalle parti di Siena tutto va bene, Madama la Marchesa. Leggere per credere questa seconda affermazione di Padoan:
«Vorrei cogliere questa occasione per ringraziare il management del Monte dei Paschi che ha fatto un gran lavoro. La banca è in ottime condizioni e avrà grande successo».
Roba da far strabuzzare gli occhi, e dalle parti di Confindustria devono aver fatto due conti sulla carta e l'inchiostro sprecato nell'occasione.
Ecco allora il deciso editoriale di Roberto Napoletano, cortese nella forma col ministro, quanto fermo nella richiesta di un'azione che evidentemente si valuta non ci sia. Ovviamente quest'azione non c'è, semplicemente perché non può esservi senza la messa in discussione della gabbia europea. Su questo, ovviamente, anche il direttore del Sole tace. Tuttavia, gli argomenti che egli tocca mettono in luce come nel campo dei dominanti - al di là della solita retorica europeista e mercatista - vi sia ormai la vera percezione della posta in gioco.
Passiamo dunque a quanto scritto da Napoletano.
L'incipit è folgorante:
«Le sofferenze sono diventate lo stigma del banking europeo e dietro di esse ci sono le chiavi di potere di un club della finanza internazionale dove tedeschi e francesi comandano, gli spagnoli si "aggiustano", e gli italiani pagano il conto di tutti».
L'accusa non è nuova, ed è più che fondata: l'asse carolingio che comanda in Europa concentra tutte le sue attenzioni sulle sofferenze (e dunque sull'Italia), mentre chiude entrambi gli occhi sui titoli potenzialmente tossici in pancia alle banche francesi e tedesche, non solo allo scopo di proteggere queste ultime, ma anche con il fine ultimo di fargli mettere le mani sulle banche italiane, all'uopo indebolite ben bene dalla sistematica azione delle istituzioni di Bruxelles e Francoforte.
Insomma, come andiamo dicendo da tempo, c'è del metodo nella follia europea.
Napoletano questo lo dice con chiarezza. E, certamente memore del gran numero di acquisizioni francesi in Italia di questi ultimi tempi, non si limita alle sole banche:
«Questa è l'Europa che la politica italiana non può più accettare perché alla fine di tale circolo vizioso lo scenario più probabile è che le banche francesi si comprino quelle italiane, finanzino, ben pagando, l'acquisto del Made in Italy e, magari, mobilitando unitariamente il sistema francese, fatto di credito, compagnie assicurative, tecnocrati e politica, arrivino a stringere il collo anche alle Generali».
Ed ancora: «
Francesi, tedeschi, spagnoli non possono dare lezioni a nessuno, ed è troppo comodo (oltre che immorale) fare in modo che il mondo si occupi solo di noi, si deprezzi il patrimonio finanziario e industriale italiano e, per questa via, fare sì che i "padroni" del club europeo ci comprino a prezzi di saldo».
Lo scenario descritto dal direttore del quotidiano di Confindustria è quello di cui abbiamo parlato tante volte. E sapevamo che quando si sarebbe trattato anche dei loro soldi e dei loro beni, dunque non più soltanto del valore delle pensioni e di quello dei salari, dell'occupazione e dello stato sociale, pure lorsignori avrebbero avuto qualcosa da ridire.
Bene, siamo arrivati a questo punto. Il che, detto di passaggio, ci dimostra quanto i tempi del redde rationem si siano fatti ormai molto stretti.  
Stretti da richiedere una sorta di implorazione.
«Lo ascolto (Padoan, ndr) e penso che dice cose che hanno fondamento ma mi domando che cosa aspetta a prendere l'iniziativa politica per rimettere in discussione un sistema europeo di sostenibilità del business bancario e di vigilanza fondato su basi malferme...».
Così inizia l'invocazione di Napoletano. Ma più avanti la sua supplica diventa avvertimento:
«Gentiloni e Padoan sono avvertiti, lascino che il Parlamento si occupi di fare qualcosa che assomigli a una legge elettorale, ma se vogliono dare una ragione vera di esistenza al loro governo si occupino della questione bancaria europea e dimostrino di contare qualcosa dove si prendono le decisioni».
Il tono è di chi è avvezzo a dare ordini. Il fatto è che il duo Gentiloni-Padoan ha anche altri padroni a cui obbedire. Facendo di nuovo un passo indietro all'intervista di Padoan, significativo è questo scambio: «C'è troppa Francia in Italia?», chiede Napoletano. Risposta illuminante del ministro: «Non so se c'è troppa Francia, forse non c'è ancora abbastanza Italia nel mondo». Insomma, alla concretezza del primo, il secondo risponde con una piatta riproposizione dell'ideologia globalista alla quale però non sembrano più credere in molti.
Ma Napoletano non si limita ad avvisare il governo. Il suo avvertimento è rivolto anche ai partiti, Quantomeno quelli tradizionali. Un tema che merita un'ultima citazione:
«I partiti, quelli tradizionali, continuano ad occuparsi di distribuzione del potere, ma non si accorgono che quel potere è diventato un guscio vuoto, lottano tra di loro ma non avranno nulla in mano e perdono il contatto con l'anima popolare del Paese e il disagio sociale che lo attraversa. Non si occupano del rischio di essere tutti travolti dal "superpotere" tedesco o da quello francese altrettanto presente ma più mimetizzato, e si avviano a fare la fine dei capponi di Renzo di manzoniana memoria che si beccavano tra di loro invece di pensare a salvarsi dalla padella...».  
Che dire? Dalle parti di Confindustria almeno certe fotografie le sanno fare come si deve. La descrizione dei partiti come organismi che si occupano ormai soltanto di una sorta di sotto-potere sottostante ai veri padroni, quelli dell'asse carolingio, gli è venuta proprio bene. Peccato che, sempre da quelle parti, lorsignori abbiano a lungo lavorato (per tre decenni, potremmo dire) proprio all'obiettivo di ridurre la politica a mera governance, sottoposta ai dogmi dell'economia ed al  primato del mercato. Cioè, detto in altri termini, proprio agli interessi dei datori di lavoro di  Roberto Napoletano.
Di nuovo l'eterogenesi dei fini! Hanno tanto lavorato alla distruzione dei partiti e della politica (correttamente intesa), che oggi che hanno raggiunto quel risultato tornerebbero - magari solo "temporaneamente", come la "nazionalizzazione" di Mps - volentieri indietro!
Vedremo a breve quali effetti sortirà la supplica di fine anno di cui ci siamo occupati. Alla capacità di questo governo di far fronte ai padroni europei ci crediamo come a Babbo Natale. Anzi, quest'ultimo ci sembra tutto sommato più credibile. Più interessante, semmai, cercare di capire quali altre strade verranno allora studiate nei piani alti del potere economico di cui abbiamo parlato all'inizio di questo articolo.
Quel che è certo è che i temi che mettiamo ormai da tanto tempo al centro dei nostri ragionamenti - la gabbia europea e quella della moneta unica, gli interessi che la guidano, l'impossibilità per il nostro Paese di venir fuori dalla crisi senza uscire da queste gabbie, la necessità di riconquistare la sovranità nazionale anche per non finire sbranati dagli interessi di altre nazioni - trovano una plateale conferma nella trattazione di Napoletano. Trattazione fatta dal versante opposto al nostro, ma proprio per questo interessante. Perché dimostra come la maschera ideologica globalista stia adesso cadendo come uno straccio ormai diventato inservibile anche per lorsignori.
I quali, beninteso, non smettono per un secondo di pensare ai loro sporchi affari, sia quando dicono che i mercati globali sono tutto, sia quando si ricordano di essere italiani. Ma il fatto che oggi qualcuno di loro cominci a prender atto della questione nazionale ci dice pur sempre qualcosa.
Sul punto concludo con quanto scritto da Mimmo Porcaro in un articolo che abbiamo pubblicato ieri. Porcaro, dopo aver affermato che oggi «la politica ricomincia dalla nazione», chiarisce assai bene cosa significa per noi - a differenza delle classi dominanti - il concetto di interesse nazionale. Leggiamo:
«E’ la definizione di un interesse nazionale (che le nostre classi dominanti non a caso non sanno definire, e che per noi coincide con l’interesse delle classi subalterne) a imporci di rompere con l’Unione e a guidarci nella costruzione di nuove relazioni internazionali. Che il 2017 ci dia il coraggio di cominciare ad essere nazione».
E' proprio l'interesse delle classi subalterne, il bisogno di uscire dall'attuale quadro di oppressione, che richiede ora questo salto di qualità. Ora, non quando sarà troppo tardi.

venerdì 6 gennaio 2017

Syriana: la cecità dell’Occidente e dell’Italia

Zeroconsensus vi propone un interessante articolo di Alberto Negri pubblicato oggi su il Sole24Ore che fa il punto sulla crisi mediorientale e sulla disastrosa assenza di strategia sia della Nato, dell’UE, degli USA e anche dell’Italia.

 

 di Alberto Negri da zeroconsensus

La Sigonella di Erdogan si chiama Incirlik, la base aerea concessa agli Usa per i raid anti-Isis. I turchi minacciano di chiuderla se gli americani non daranno loro soddisfazione, ovvero abbandonare i curdi siriani ritenuti da Ankara come il Pkk un gruppo terroristico e consegnare l’imam Gulen in auto-esilio dal ’99 in America.
Si può definire un ricatto oppure un modo di sventolare la bandiera del nazionalismo dopo aver rinunciato ad abbattere Assad, come è stato proclamato da Ankara per cinque anni. «Stiamo combattendo una nuova guerra di indipendenza», ha dichiarato Erdogan. Il fondatore della patria Ataturk, astuto stratega, si rivolterà nella tomba ma ognuno si salva alla sua maniera.
Come ha condotto Erdogan, fino a qualche tempo fa, la lotta al terrorismo? Ha aperto “l’autostrada dei jihadisti”, poi ha rilanciato la guerra ai curdi, buttando all’aria l’accordo con il Pkk raggiunto dal capo dei servizi Hakan Fidan, e quando ha perso la partita siriana con la caduta di Aleppo si è messo d’accordo con Putin e l’Iran.
Mosca e Teheran, due Stati sotto sanzioni occidentali, hanno imposto a un membro della Nato di mettere sotto controllo l’opposizione a Damasco in cambio della mano libera sui curdi siriani, una volta appoggiati anche dai russi.
Erdogan ha piegato la testa e ora fa pressione sugli alleati storici, americani ed europei: anche loro hanno perso la battaglia contro Assad ma fanno finta di niente perché si trincerano in una coalizione, di cui fa parte anche la Turchia, che assedia l’Isis a Mosul da cinque mesi.
La Turchia, dove gli attentati si susseguono, come si è visto ieri a Smirne, è un Paese in bilico: deve seguire la road map della Russia ma anche degli Usa e teme di restare stritolata un giorno da un possibile accordo tra Putin e Trump.
Il confronto strategico con la vicina repubblica islamica dell’Iran, pur sanzionata da tutti per decenni, è impietoso. Gli Usa hanno eliminato tutti i nemici dell’Iran: i talebani in Afghanistan nel 2001, Saddam in Iraq nel 2003, poi gli iraniani hanno visto gli ostili sauditi, i maggiori clienti di armi americane, impantanarsi in Yemen contro gli Houthi sciiti e dopo avere firmato il 14 luglio 2015 l’accordo sul nucleare, hanno trovato la Russia, una superpotenza atomica, pronta a schierarsi in Siria salvando l’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.
La Turchia oggi è il grande malato d’Oriente e Occidente insieme. I jihadisti si vendicano di Erdogan, i curdi colpiscono, gli apparati di sicurezza sono diventati più vulnerabili per le epurazioni seguite al golpe fallito di luglio.
La crisi della Turchia ci interessa direttamente. Gli europei chiederanno a Erdogan non solo di fare il custode di due milioni di profughi siriani ma di diventare l’argine al ritorno dei foreign fighters che combattevano per l’Isis e altri gruppi radicali.
Certo non si comincia bene quando il “poliziotto” ricatta il suo maggiore alleato, gli Stati Uniti. Ma siccome è tornato amico di Putin, Erdogan pensa di usare Nato e Usa per negoziare con Mosca svincolandosi da una fedeltà vista ormai come fumo negli occhi: l’America ospita Fethullah Gulen ed è ritenuta l’ispiratrice del golpe d’estate.
La lotta al terrorismo coincide quindi con un altro problema, quello della Turchia, che americani ed europei hanno lasciato incancrenire. Che cosa hanno fatto per frenare la deriva di Erdogan? Quasi niente. Anzi gli Usa dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton lo hanno incoraggiato nell’avventura siriana insieme alla Francia e alle monarchie del Golfo. Se Erdogan ha aperto l’autostrada della Jihad, americani ed europei hanno poi spalancato in Medio Oriente un’autostrada a Putin.
Il punto è che la corsa di Erdogan contro Assad è finita e quella successiva, contro il Califfato, è densa di incognite.
Abbattere l’Isis è fondamentale per privare i jihadisti dell’arma di propaganda delle conquiste territoriali: su questo si basa il mito sanguinoso del Califfato che ispira i terroristi. Ma non basta.
Chi farà l’offensiva a Raqqa, capitale dell’Isis? Secondo gli americani doveva essere una coalizione di arabi e curdi siriani ma questa opzione sembra naufragata. Ci sono alternative occidentali? No, a quanto pare. E questo avviene in un momento chiave: se il Califfato dovesse crollare, cosa accadrà alle legioni di Al Baghadi e ai foreign fighters, forse ventimila secondo i dati di Europol?
Ci dovremo affidare alla Russia, all’Iran, a Erdogan e anche ad Assad. Bisognerà meditare se non sia il caso di riaprire le ambasciate a Damasco, almeno a livello inferiore, perché è da lì che arrivano informazioni sui jihadisti. La Tunisia, pur ostile al regime siriano, lo ha già fatto perché ha 6mila foreign fighters tra Siria, Iraq e Libia. Ha riaperto anche l’Egitto di Al Sisi: fatto salvo il caso Regeni, forse serve rivedere la presenza diplomatica al Cairo in funzione della Libia dove l’Italia è stata spiazzata dall’ascesa del generale Khalifa Haftar sostenuto da egiziani, francesi e russi. Per l’Italia il fronte libico (immigrazione e sicurezza) è fondamentale è non può limitarsi a Tripoli e Misurata.
La lotta al terrorismo richiede, come ha sottolineato Gentiloni, la massima attenzione al contrasto della propaganda sul web e nelle carceri. Ma ci vuole una strategia nostra e occidentale per Siria e Libia. Tutti aspettano Trump ma intanto gli eventi in Medio Oriente vanno avanti. La guerra non dorme, il terrorismo non bussa alla porta, non prende appuntamenti. E l’Occidente, dimentico del passato, rischia di farsi sorprendere dal presente.

Fonte: il Sole24Ore (6-1-2017).

mercoledì 4 gennaio 2017

La grande controffensiva delle élites

di Carlo Formenti da Micromega
 
In un articolo uscito la vigilia dello scorso Natale su queste pagine scrivevo che non era il caso di illudersi: la vittoria del No nel referendum che ha bocciato la “riforme” renziane, non rallenterà gli sforzi delle élites per de – democratizzare il sistema politico (dal quale, per inciso, decenni di controrivoluzione liberal liberista hanno già espunto molti elementi di democrazia). Al contrario, argomentavo, gli sforzi in tale direzione si moltiplicheranno perché per le caste politiche, economiche, accademiche, e per il sistema dei media che le sostiene, la distruzione di quanto resta della democrazia è questione di sopravvivenza.
Nel giro di qualche giorno, questa fin troppo facile previsione ha ottenuto numerose conferme. La tesi che i nemici della democrazia difendono sempre più apertamente, e senza troppi giri di parole, è la seguente: visto che le condizioni socioeconomiche che hanno favorito l’ascesa dei “populismi” (termine che continua a essere usato in modo propagandistico, senza alcuno sforzo di analisi politologica e senza compiere distinzioni ideologiche, mischiando nello stesso calderone Trump e Sanders, Maduro e Marine Le Pen, Podemos e la Lega, l’M5S e i neonazi tedeschi) sono destinate a durare (l’ipotesi di combattere le cause dell’impoverimento di massa e della disuguaglianza non viene nemmeno presa in considerazione, quasi si trattasse di fenomeni “naturali”), non resta che modificare le regole del sistema politico in modo tale da poterlo governare a prescindere dal fatto che esso ottenga il consenso – e un riconoscimento di legittimità – da parte della maggioranza dei cittadini. Propongo qui di seguito tre esempi di questa “filosofia”.
In un articolo sul New York Times tale Eduardo Porter, dopo essersi chiesto se globalizzazione, mutamenti demografici e rivoluzione culturale abbiano eroso il consenso del popolo americano nei confronti della “democrazia del libero mercato”, al punto da indurlo a votare per un uomo come Trump (Sanders non è nemmeno citato!), che ha fatto campagna sostenendo che il sistema serve gli interessi di un’élite cosmopolita contro quelli della gente comune, prosegue ammettendo (bontà sua) che il popolo ha molte ragioni per lamentarsi, ma poi conclude incongruamente che il vero motivo del successo populista non sta in queste ragioni, bensì nei difetti del sistema elettorale (!?), quindi conclude citando i suggerimenti di riforme orientate a garantire la “governabilità” offerti da alcuni solerti politologi.
Gli altri due esempi li ho trovati sulle pagine del “Corriere della Sera” del 4 gennaio. Il primo articolo, a firma di Michele Salvati, ribadisce che sì, la vita della maggioranza dei cittadini è grama e tale resterà a lungo per cui, appurato che : 1) le “leggi” dell’economia non ammettono deroghe e che dunque occorrerà in ogni caso farle digerire al popolo, 2) che a tale scopo servirà comunque “riformare” la costituzione, 3) che il compito si è rivelato impossibile per un’unica forza politica, non resta che lavorare alla costruzione di una grande coalizione “anti populista” che abbia la maggioranza necessaria per compiere le riforme senza che poi debbano essere sottoposte a referendum.
Il secondo articolo, a firma di Gustavo Ghidini, rilancia viceversa con forza l’imprescindibile esigenza di “normalizzare” la comunicazione online. Gli argomenti sono i soliti: combattere le bufale, gli incitamenti all’odio, l’uso di termini offensivi e “politicamente scorretti”, ecc. E’ evidente come il senso di queste e altre definizioni possa essere opportunamente dilatato per colpire ben altri bersagli, come la libertà di opinione ed espressione, ed è altrettanto evidente come questa crociata sia, non casualmente, iniziata subito dopo che sondaggisti e studiosi di comunicazione hanno accusato Internet di avere favorito i successi elettorali “populisti”, bypassando un sistema dei media mainstream sempre più blindato a sostegno del pensiero unico liberal liberista e delle forze politiche che ne incarnano gli interessi.
Insomma: la grande controffensiva è iniziata, ed è destinata a farsi più feroce a mano a mano che l’insofferenza dei cittadini nei confronti delle élites si farà più forte, fino a generare (si spera) una domanda esplicita di rottura sistemica.

martedì 3 gennaio 2017

IL REGIME VUOLE IL MONOPOLIO DELLE BUFALE. GIÙ LE MANI DALLA RETE!

di Giorgio Cremaschi 


La campagna contro le cosiddette bufale della Rete è la reazione in malafede di tutti i poteri politici, economici, militari, dell'informazione, che temono di perdere il loro monopolio della verità. Certo sulla rete viaggia di tutto, anche invenzioni e fesserie, ma nessuna di queste "bufale" ha mai superato il controllo e la contestazione della rete stessa. Perché nella rete ci sono milioni di persone in carne ed ossa che contribuiscono alla sua funzione critica, a volte pagando di persona proprio per questo.
Al contrario le falsità del palazzo sono sempre state sostenute ed amplificate dal sistema dei mass media e dagli intellettuali complici, con danni drammatici per tutti noi. Ricordate il segretario di Stato di Bush, Colin Powell, mostrare all'ONU, nel febbraio 2003, la fiala che avrebbe dovuto contenere le prove delle armi chimiche di Saddam Hussein? Era un falso voluto dal governo USA per giustificare l'invasione dell'Iraq. Tutti i governi occidentali, tutti i massmedia, tutti i commentatori dei grandi giornali, fecero propria questa colossale menzogna e gli USA scatenarono quella guerra che ancora oggi fa strage ovunque, da ultimo nelle discoteche di Istanbul.
Per anni il regime della grande finanza internazionale ha potuto presentare i suoi più sfacciati interessi e affari come una necessità comune. E questo grazie a quella stessa propaganda che esaltava la guerra come strumento di esportazione della democrazia.
Mentre l'Unione Europea distruggeva ovunque lo stato sociale e sottoponeva la Grecia ad una dittatura coloniale, tutto il regime mediatico vantava la bellezza dell'europeismo. Le élites politico economiche hanno potuto nascondere il loro dominio sulle nostre vite presentando il loro potere come la più nuova e moderna delle democrazie. Per anni il dominio della bugia a reti unificate ha determinato i passaggi fondamentali delle nostre società, fino a che ad un certo punto la macchina del consenso si è inceppata. La crisi è nata dal divario enorme e crescente tra la propaganda ufficiale ed i risultati reali. La guerra che doveva liberarci dal terrorismo lo ha importato nelle nostre città, la crisi economica sempre più pesante e discriminatoria nei suoi effetti, ha mostrato la vacuità degli inni alla ripresa.
La rete non ha prodotto nulla di proprio, ma ha registrato e diffuso la crescente insoddisfazione di massa e reso sempre più insopportabili e ridicole le bugie di regime. Il sistema di propaganda ufficiale è diventato meno credibile, e dal referendum greco a quello sulla Brexit, dall'elezione di Trump alla vittoria del NO in Italia, ha potuto solo registrare pesanti sconfitte. I pronunciamenti popolari sono stati diversi, opposti anche, ma in comune hanno avuto il rifiuto e persino il dileggio delle bufale della propaganda dei governi e del mondo degli affari.
È questa sconfitta che ha indotto i poteri forti, i signori della propaganda e i loro servi sciocchi a lanciare la campagna per il controllo della rete. Da noi il massimo della sfacciataggine lo ha toccato la presidente della Camera in piena campagna referendaria. Mentre tutte le TV e il 98% dei giornali sostenevano fanaticamente il SI, Boldrini ha convocato un convegno per denunciare i rischi per la democrazia provenienti dalla rete. Poi, dopo il presidente dell'antitrust che avrebbe ben altro da fare, anche il presidente Mattarella ha auspicato un controllo sulla comunicazione in internet.
Vorrebbero che la rete funzionasse come la Rai, Mediaset, Sky, o come quasi tutti i quotidiani, vorrebbero che la rete fosse cosa loro.
Tutti questi censori, da quelli di casa nostra a Obama al Parlamento Europeo, non vogliono capire che la loro verità è andata in crisi non per colpa della rete, ma perché troppo lontana dalla realtà. Cercando di imbrigliare nei loro giochi la rete, essi dimostrano soltanto di non aver capito nulla della crisi attuale e di voler continuare con le politiche disastrose sin qui seguite, cercando solo di silenziare il dissenso. Le élites hanno trasferito nella comunicazione la loro campagna contro il populismo. Per loro è populista tutto ciò che non accetta il loro potere ed è contrario ad una corretta informazione tutto ciò che smentisce le loro verità.
La rete non è il paradiso della libertà, anzi anche lì bisogna lottare perché le verità nascoste emergano, ma il regime della bugia che ci ha finora governato non tollera neppure parziali spiragli di luce e vuole controllare tutto. Per questo bisogna dire a questi imbroglioni: giù le mani dalla rete!

lunedì 2 gennaio 2017

Buoni propositi per l’anno che viene

di Mimmo Porcaro da socialismo2017



Il 2016 si chiude ponendoci un compito urgentissimo per il 2017.
La sonante vittoria dei No al referendum di dicembre ha finalmente trasformato la palude della politica italiana (che stava ristagnando grazie alla droga della Bce e agli artifici verbali dell’ex premier) in un rapido fiume che corre veloce verso una cascata: le prossime, inevitabili elezioni. E più tardi queste avverranno, più alto sarà il balzo della cascata, più rovinoso l’effetto sul sistema politico italiano.
Faranno certamente di tutto per evitare il patatrac: trucchi elettorali, corruzione di gruppi dirigenti, forse altro ancora. Ma ben difficilmente potranno scongiurare l’affermazione dell’unico attuale antagonista degli equilibri di potere: il M5S. E qui sorge il problema. Perché una vittoria del M5S dovrebbe essere senz’altro essere salutata, allo stato attuale, come un’affermazione ulteriore del fronte del No al PD ed al neoliberismo. Ma significherebbe anche, allo stato attuale, l’apertura di una obiettiva e salutare crisi con l’Unione europea senza che però vi siano le idee sufficientemente chiare, le alleanze sociali sufficientemente salde, le convinzioni politiche sufficientemente forti per gestirne positivamente le conseguenze.
Intendiamoci: tutto è meglio dell’Unione europea, perché l’Unione è una macchina micidiale che ha come scopo principale la sottomissione dei lavoratori ed il passaggio di proprietà delle migliori imprese e del risparmio dei paesi deboli nelle mani dei capitalisti dei paesi forti. La situazione di incertezza derivante da una rottura non sarebbe negativa quanto la certezza di essere condannati a morte dall’Unione, e molti sono ormai gli studi che smontano l’equazione exit=catastrofe. Però, dato l’attuale progetto politico del M5S (e del suo non improbabile alleato, la Lega) l’uscita ci darebbe soltanto un po’ di esportazioni ed un po’ di inflazione in più, con un modesto rilancio dell’occupazione bilanciato da una relativa perdita del potere d’acquisto dei salari, e con la persistenza della dinamica di accentuazione degli squilibri sociali e territoriali del paese. Una dinamica che sarebbe forse rallentata, ma non certo invertita. Il tutto nel contesto di un probabile aumento della dipendenza dell’Italia dagli Usa: dalla padella di Bruxelles alla brace di Washington.
Perché l’uscita dall’euro e dall’Unione (conditio sine qua non di ogni e qualsivoglia politica) sia positiva per i lavoratori e per il paese, essa deve essere accompagnata: a) dal mutamento di ruolo della banca centrale e dalla ripresa della monetizzazione del debito pubblico; b) dalla parziale nazionalizzazione del settore del credito; c) da una forte impresa pubblica capace di rilanciare investimenti e innovazione e di essere background per lo sviluppo della PMI; d) da un piano industriale che affronti i problemi idrogeologici ed energetici del paese e riduca la nostra dipendenza dalle importazioni; e) da politiche di piena occupazione attuate anche attraverso il rilancio del settore pubblico; f) da una riforma del mercato del lavoro che elimini la precarietà, offra sbocchi alle eccellenti risorse intellettuali prodotte dal sistema scolastico italiano e trasformi realmente l’immigrazione in una risorsa, inibendone l’effetto negativo sui salari; g) da un mutamento della posizione geopolitica del paese in direzione di più stretti rapporti coi Brics, di una cooperazione mediterranea, e comunque di politiche tese a creare aree internazionali capaci di esercitare un controllo sul movimento dei capitali.
“Niente di meno!”, si dirà. Sì, non è poco (e figuratevi che c’è anche dell’altro!), ma è ciò che è richiesto dalla fase storica attuale. E’ ciò che è necessario. E’ ciò che è possibile, perché in Italia ci sono le idee e le forze per elaborare e realizzare un programma del genere.
Le idee ci sono da tempo: da tempo piccoli gruppi lavorano a grandi prospettive, ed è inoltre inutile fare il nome dei numerosi intellettuali, di diversa provenienza, che negli ultimi anni hanno elaborato riflessioni convergenti che ormai potrebbero quasi definire una vera e propria scuola di pensiero. Le forze erano latenti, ma sono venute alla luce grazie agli ultimi fatti, in particolare nei comitati per il No. Forze soprattutto di sinistra, ma non solo: forze che in qualche maniera si riconoscono tutte nella Costituzione del ’48 e nel suo impianto lavorista. Queste idee e queste forze possono e devono dar vita ad un soggetto politico che sulla Costituzione si basi e che quindi non faccia appello né alla sinistra né alla destra ma alla cittadinanza democratica (Podemos, almeno su questo, docet). Un soggetto che sia apertamente nazionale, e ciò in due sensi.
Prima di tutto perché vuole costruire l’unità della maggior parte dei ceti popolari (al momento divisi spesso artificiosamente fra destra e sinistra), dando vita ad un’alleanza tra lavoratori dipendenti (oggi divisi tra pubblici e privati, precari e garantiti, migranti e nativi), partite Iva (che spesso nascondono lavoratori formalmente autonomi ma realmente dipendenti), piccole imprese (che oggi sono vessate non solo dallo stato, ma dalle grandi imprese private e dalle banche, e che in uno stato rinnovato potrebbero trovare un alleato); e poi offrendo alle stesse medie imprese più dinamiche un contesto di relazioni geopolitiche che consenta loro un maggiore sviluppo.
In secondo luogo perché rivendica apertamente la sovranità politica e monetaria come precondizione di ogni politica (ed in particolare di ogni politica che voglia essere favorevole ai lavoratori) e come base per la costruzione di nuove e paritarie relazioni e tra nazioni. Una forza nazionale che già solo per la valenza simbolica di questo suo attributo (l’orgogliosa difesa non già di un’etnia, di una lingua, di un insieme di tradizioni, ma di una civiltà politica che ha saputo in alcuni momenti coniugare libertà ed eguaglianza) potrebbe conquistare successi inaspettati.
Ci sono le forze, ci sono le idee, c’è l’occasione. C’è l’urgenza politica ed etica. Gli ostacoli inutili vanno rimossi alla svelta. Le riflessioni e le operazioni che richiedono più tempo vanno iniziate subito. Dobbiamo essere consapevoli che saremo giudicati (quantomeno dalla nostra coscienza) per quello che faremo l’anno prossimo. Nel 1917 è successo quel che è successo, e la Costituzione del ’48 (come ci ricorda Luciano Canfora, uno che sa come si snodano le dinamiche storiche più profonde) è anche effetto della lunga durata di quell’evento. Che il 2017 sia, a suo modo, un anno memorabile per le classi subalterne italiane. Auguri a tutti.
Post scriptum (che sarà un po’ lungo)
So che uno dei maggiori ostacoli da rimuovere è la diffidenza verso la “nazione”. Diffidenza che ha radici profonde, ma che è anche il sintomo della vocazione servile di gran parte del ceto politico-intellettuale di oggi. Una vocazione ad obbedire a potenze esterne facendo finta di non vedere ciò che ormai è chiaro a tutti: la crisi della globalizzazione e il riemergere della questione nazionale non sono un opinione, ma un fatto. “Imprese” militari decise da singoli stati, guerre valutarie, trattati commerciali fatti più per escludere qualcuno che per includere altri, decine, centinaia di provvedimenti a protezione del proprio tessuto produttivo e dei capitali che, ovunque siano nati, fanno riferimento comunque al proprio stato. Questo fanno quasi tutte le nazioni, tranne l’Italia. E perché l’Italia no? Per internazionalismo? Tutt’altro: per servilismo, appunto, verso i capitali (e le capitali) più forti. Vedasi il caso MPS.
La nazione è quindi un campo di battaglia, è il terreno attuale dello scontro politico, è l’oggetto nuovo della politica (nuovo perché si muove in un contesto assai diverso da quello che vide il nascere delle nazioni e da quello che vide il loro scontro imperialista), la cui forma dipenderà dagli esiti degli scontri politici interni d internazionali. Fuggire da questo campo è fuggire dalla politica. Ed è una scelta che possono fare solo le frazioni medio-alte del lavoro, solo quelli che credono di poter vivacchiare anche senza alternativa politica e senza stato: la maggior parte dei lavoratori non lo può fare.
E perché dovrebbe poi? La sovranità nazionale a cui dobbiamo ispirarci non è sinonimo di potere assoluto: essa è piuttosto il presupposto della nostra Costituzione (senza sovranità la Costituzione non sarebbe efficace), che a sua volta dà forma alla sovranità stessa e la limita. La sovranità nazionale a cui pensiamo è condizione della democrazia: è ciò che fa sì che le decisioni vengano prese senza dover preventivamente sottostare al placet delle potenze esterne o interne al paese. Né sta scritto da nessuna parte che la sovranità implichi necessariamente lo scontro militare con gli altri paesi: dopo il ‘45, le guerre in Europa e in Medio Oriente sono anzi contemporanee al declino della sovranità nazionale ed hanno quasi sempre come scopo proprio quello di distruggere l’idea stessa di sovranità – tranne che per l’unico stato veramente garante dell’ordine internazionale – a vantaggio del libero flusso dei capitali e delle merci. Il “sovrano” può decidere la guerra, ma anche la pace. Un’Italia sovrana è la precondizione di una politica di pace nel mediterraneo ed in Medio oriente.
Perché temere la nazione, dunque? Perché si teme che facendo appello alla nazione si faccia appello all’interclassismo generico contro la classe dei lavoratori, si resusciti una qualche comunità immaginaria per nascondere le divergenze di classe? Ma questo era il discorso dell’imperialismo nazionalistico del passato. Oggi l’imperialismo si realizza proprio attraverso la distruzione delle nazioni, intese come spazi di definizione e tutela di diritti civili e soprattutto sociali. Oggi quindi l’indipendenza di classe dei lavoratori, ossia la capacità di porre in essere una politica autonoma, è tutt’uno con la conquista dell’indipendenza della nazione come complesso di istituzioni che rendono possibili l’esistenza stessa della politica come attività non meramente servente le esigenze del capitale. Certo, il discorso nazionale può, se egemonizzato dalla frazione protezionista del capitalismo, divenire nazionalistico e aggressivo. Ma la lotta di classe dei lavoratori contro il capitalismo liberista (che è oggi di gran lunga il nemico principale) deve organizzarsi in forma nazionale.
Resta la solita obiezione: cosa potrà mai fare l’Italia da sola? Ma nessuno di noi vuole che l’Italia sia sola. Non si tratta di proclamare autarchicamente l’indipendenza dai vincoli, ma di scegliere liberamente i vincoli a cui vogliamo assoggettarci e di dar loro una forma paritaria e cooperativa. Nessuna politica che voglia contrastare la libera circolazione dei capitali (e quindi nessuna politica che voglia anche solo somigliare al socialismo) è possibile senza la costruzione di un’area economica relativamente “chiusa”, ossia relativamente indipendente dagli scambi con l’esterno. Tale area deve essere necessariamente ampia, e quindi coinvolgere più nazioni. Da un punto di vista analitico sarebbe dunque più corretto dire che lo spazio attuale della politica non è né quello globale (che non è più tale) né quello nazionale (che è insufficiente), ma quello internazionale. Ma ciò metterebbe in ombra il fatto che lo spazio internazionale è appunto luogo delle relazioni tra nazioni sovrane. E soprattutto metterebbe in ombra il “punto politico” di oggi: la politica ricomincia dalla nazione. E’ la definizione di un interesse nazionale (che le nostre classi dominanti non a caso non sanno definire, e che per noi coincide con l’interesse delle classi subalterne) a imporci di rompere con l’Unione e a guidarci nella costruzione di nuove relazioni internazionali.
Che il 2017 ci dia il coraggio di cominciare ad essere nazione.